Due libri, un solo autore

Sergio Bologna

I sociologi ci avevano abituato a guardare a fondo la stratificazione sociale, attenti a seguire le complesse frammentazioni e segmentazioni di un tessuto che dall’inizio del postfordismo si è fatto sempre più variegato, facendo saltare completamente la nozione stessa di “classe”. 

Paolo Perulli nel suo libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, pubblicato da Il Mulino nel 2021, imprime una forte sterzata a questa tendenza e riprende a parlare per grandi aggregati, la neoplebe da un lato e la classe creativa dall’altro. Concetti che possono suscitare più di una perplessità ma che in realtà funzionano benissimo nella logica della sua argomentazione, che è tutta rivolta a costruire uno scudo contro il populismo, nemico non solo del confronto globale ma soprattutto del sapere. Il populismo esalta l’ignoranza, per mettere “il popolo esperto” ancora più ai margini di quanto già non lo sia. Quello che Perulli chiama la classe creativa non è tanto una fotocopia dell’idealtipo costruito da Florida quanto l’insieme delle persone che attraverso gli studi hanno acquisito competenze specifiche, specialistiche e che sono sottoposte a un continuo processo di svalorizzazione e delegittimazione – basti pensare a certi nostri dibattiti televisivi sul tema Covid dove vengono messi a confronto illustri scienziati con improbabili personaggi (cantanti, gestori di discoteche, blogger) che si permettono di discettare su virus e vaccini e di contestare i pareri dello scienziato. Se uno segue con un po’ d’attenzione la strategia comunicativa della Lega nota immediatamente come essa sia fondata sulla delegittimazione del sapere in quanto tale.

Perulli ha perfettamente ragione, questo odio per il sapere è gemello dell’odio di razza, per contrastarlo necessariamente occorre alzare lo sguardo sul mondo, perché il sapere, la conoscenza o sono universali e universalistici o non esistono. Il punto però è: riesce la classe “esperta” a recuperare la neoplebe quando non è riuscita nemmeno a difendere il proprio potere? Si ripete fino alla noia che viviamo in una knowledge society ma il lavoro intellettuale, tecnico-scientifico, non ha nessun potere reale in questa società. Il pensiero intellettuale questa situazione umiliante se l’è cercata. È da quando ha cominciato ad espellere il pensiero critico dal suo perimetro che non ha fatto altro che perdere terreno. «Il pensiero critico oggi è in un angolo», scrive Perulli a pagina 68:

L’idea che “non c’è alternativa” al mondo attuale è stata propagandata e diffusa al punto da diventare un luogo comune. Anche il pensiero progressista fa parte di questa resa al dato di fatto: globalizzazione inevitabile, mercato intoccabile. Il pensiero critico è invece essenziale per indicare vie nuove alla società, e impedire la distruzione della ragione nelle forme che oggi assumono l’anomia dei mercati e il caos planetario. 

D’accordo, ma come si rimette in moto un pensiero critico? Risposta facile: con l’azione collettiva. E qui Perulli ricorda come il concetto di azione collettiva sia stato completamente stravolto dalle teorie olsoniane che hanno ridotto l’azione collettiva a un fenomeno puramente economico, di difesa corporativa degli interessi. Il pensiero critico rinasce quando «movimenti di protesta e saperi specializzati, domanda di cambiamento e soluzioni tecnico-scientifiche all’altezza dell’epoca» si incontrano. C’è però da fare un passaggio molto difficile ed è quello di recuperare una dimensione locale, come dimensione di specificità e concretezza, per evitare che il globale diventi solo lo spazio della delocalizzazione ovvero del non rispetto delle regole e in primo luogo dei diritti umani. Il ragionamento di Perulli non è diverso da chi ha concepito quella Legge sulle catene di fornitura (LsKG) che il Parlamento tedesco ha appena approvato e che accolla all’impresa committente o capofila la responsabilità del rispetto delle regole in tutta la catena di appalti e subappalti (per cui un lavoro minorile utilizzato in Perù nella prima lavorazione del litio destinato alle batterie in uso dalle auto elettriche Volkswagen può essere portato in una causa civile davanti a una corte tedesca). Pensata come strumento per incoraggiare il re-shoring questa norma entrerà in vigore solo nel 2023. Avrà effetto? Forse in termini di “accorciamento” delle catene di fornitura ne avrà di più l’aumento dei costi di trasporto. La re-internalizzazione è un aspetto limitato, si dirà, oggi le dimensioni del cambiamento sono enormemente più vaste, a cominciare dalla transizione energetica, sulla quale Perulli chiude il suo scritto in termini di speranza. A me sembra che il problema sia lo stesso. Non si tratta di capire qual è la via maestra perché possa esserci un “ritorno alla ragione”, si tratta di capire se le misure che vengono prese in funzione di “rimediare” alcuni guasti che minacciano la sopravvivenza della specie contengono o meno in sé degli elementi che possano far finire la storia in maniera diversa dalla semplice restaurazione degli attuali assetti di potere. È chiaro che la transizione energetica è prima di tutto un colossale business ma per farla marciare il capitalismo ha bisogno di rilegittimare certi valori che l’umanità può prendere in mano e rivoltarglieli contro. Allo stesso modo non si possono evocare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici pensando di farla franca, coniugando greenwashing con socialwashing. Perulli nelle ultime pagine dà per scontato che «la svolta valoriale» sia già avvenuta, anche nelle convenzioni internazionali (del trade, per esempio). Pur essendo meno ottimisti di lui non possiamo nasconderci che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi non può essere liquidato come il solito trasformismo capitalista, qui si apre un nuovo terreno di gioco, in questa scommessa il capitalismo accetta una piccola dose di rischio. Proprio per questo il populismo e l’estremismo di destra gli servono, sono un’assicurazione contro quel rischio.

Nelle ultime pagine del libro, parlando di distruzione della razionalità, Perulli accenna al problema della finanziarizzazione dell’economia e dell’indebitamento, temi ai quali ha dedicato un lavoro più impegnativo di quello che abbiamo appena segnalato: Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, pubblicato da La nave di Teseo nel 2020. Le prime cento pagine del libro sono dedicate a una rassegna delle principali teorie sulla crisi del capitalismo e sulla formazione di quell’ideologia del successo imprenditoriale che ha acquistato le caratteristiche di una vera e propria «religione sociale», cioè di una credenza, di una fiducia illimitata in un sistema che si pensa infallibile. Le due teorie, quella dell’inevitabile crollo e quella della «non pensabilità» di un crollo sono cresciute assieme. È curioso per esempio, come annota Perulli, che la teoria dell’etica protestante di Weber ai giorni nostri si sia trasformata in credenza, per cui al progredire del pensiero unico neoliberale, ha corrisposto un revival della chiesa evangelica non solo negli Stati Uniti ma soprattutto in Cina dove i protestanti sono ormai ottanta milioni. Uno dei punti di riferimento in questa rassegna non può che essere Karl Polany e la sua idea del denaro come istituzione. La finanza è un’istituzione sui generis perché a differenza dello Stato non si regge su un sistema di leggi, non dispone di una costituzione, bensì di costumi, di pratiche e proprio per questo è al tempo stesso inafferrabile e non regolabile, dunque più forte dello Stato. Lo Stato non è in grado di tenerla sotto controllo, specialmente oggi che la massa di capitali della finanza mondiale supera largamente il Pil mondiale. La finanza non solo non è riconducibile a un controllo da parte degli Stati ma essa stessa controlla gli Stati con il meccanismo dell’indebitamento.

Il problema del debito sovrano oggi, con il cosiddetto Recovery plan, ritorna in primo piano, lo Stato italiano sotto la guida di un ex banchiere centrale si sta accollando altri cento miliardi di debito, mentre – Perulli lo ricorda nell’altro libro – «in pochi anni la percentuale di mutui e debiti finanziari delle famiglie italiane incide per il 90% del reddito disponibile». Il debito ormai è incistato nella vita quotidiana degli individui tanto da dar luogo a una vera e propria antropologia dell’«uomo indebitato», per dirla con Lazzarato, che riprende alcune delle acutissime riflessioni di Benjamin sul rapporto tra “debito” e “colpa” (Schuld in tedesco per l’uno e per l’altra). 

Perulli prosegue il suo ragionamento analizzando le tre crisi del 1929, del 1973 e del 2008, dicendosi convinto che «la prossima crisi sarà una crisi da debito privato, come e più di quella precedente e altrettanto sarà una crisi da sregolazione». Dopo l’ultima crisi, quella del 2008, nessuno strumento è stato messo in atto dalle istituzioni internazionali per evitare che essa possa ripetersi. Può riscoppiare da un momento all’altro a seguito dell’incredibile rialzo dei titoli dopo il Covid oppure a causa delle criptovalute oppure per colpa degli investitori freelance o per altro ancora. «Ma quello che non è stato previsto è il sommarsi di crisi finanziaria del debito e di catastrofe ambientale, qualcosa che non è ancora mai avvenuto e rispetto a cui il mondo è immobile, totalmente impreparato». In realtà a ben vedere il concetto di crisi associato a quello di crack finanziario è un concetto puerile, la crisi è la normalità, quella per cui ai resti del vecchio contratto sociale non si è sostituita nessuna nuova forma di contratto e la finanza può continuare il suo percorso nella più totale imperscrutabilità, «i dati relativi alle banche, in particolare le banche d’affari e d’investimento, e l’intera attività di erogazione e di emissione sono avvolti da un’impenetrabile cortina informativa». Lo stesso senso di completa perdita di controllo e d’orientamento ci viene dal mondo virtuale del web, dove sembra che ci sia stata concessa la connettività totale in cambio di una perdita completa dell’autonomia. Forse una via d’uscita non esiste ma almeno si può provare a praticare strategie di resistenza («puntare a beni open source, open access, servizi sanitari e sociali gratuiti e universali, beni comuni verso cui si orienterà la società di domani»). Dopo aver dedicato un capitolo a una rassegna di autori che hanno tentato di «riformare il capitalismo» fino ad arrivare alla forma moderna di «socialismo di mercato» che in Cina riproduce tutte le contraddizioni del capitalismo neoliberale (ivi compreso l’insostenibile indebitamento delle famiglie), Perulli prova a individuare quelle che sono le possibili «linee di frattura», la prima è tra «economia ed ecologia», la seconda è tra «flussi e insediamenti, tra migrazioni e habitat», la terza è tra «divisione del lavoro e bisogni sociali», la quarta tra «competizione e sopravvivenza», la quinta è tra economia e politica, tra «irresponsabilità economica e responsabilità ecumenica». Che cosa sono queste linee di frattura? Sono le faglie dove la società capitalistica entra in contraddizione con se stessa, ammette di aver creato meccanismi autodistruttivi. In effetti ci sono parecchi segnali in questo senso, il capitalismo è entrato in una fase in cui «cerca di rimediare»: la transizione energetica è l’esempio più eclatante soprattutto se la si considera in tutti i suoi aspetti, non ultimo quello finanziario degli Esg principles (environment, social, governance).

Credo che i meriti principali dei due testi di Paolo Perulli siano questi: da un lato di averci fornito una rivisitazione originale della letteratura che problematizza la società del capitale, dall’altro di aver colto un passaggio d’epoca: il capitalismo, incapace di riforma, cerca il rimedio e questo cambiamento di rotta non è una pagliacciata, va preso sul serio, è un nuovo terreno di gioco. Lui conclude dicendo «stavolta il capitalismo non ce la farà, stavolta le forze distruttive che ha messo in moto avranno la meglio sulla sua capacità di trasformismo, la faglia si sta staccando». Vedremo se la sua profezia si avvererà o meno, quello che ci hanno fatto capire i suoi testi è che siamo entrati in una fase dove l’apocalittico non appartiene più alla sfera del pensiero metaforico, ma alla sfera del quotidiano.

Bibliografia

P. Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, Milano 2020.

P. Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, il Mulino, Bologna 2021.

La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso

di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante

Un anno in cui le lotte non si sono fermate

Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi. 

Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali. 

Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia. 

Ai rider, prevede l’accordo, si applicherà il Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto il 31 dicembre 2019, e il cui rinnovo rivela un percorso difficile. A tal proposito SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale il 23 ottobre, riprendendo la mobilitazione per il rinnovo del contratto nazionale. «Nella logistica abbiamo lavorato, portandoci il contagio a casa in moltissimi magazzini, senza alcun riconoscimento a tutela del salario» si legge in una nota. Il sindacato di base rivendica tra le altre cose la partecipazione alla trattativa per il rinnovo del contratto, la clausola di salvaguardia anche per il personale viaggiante, il superamento definitivo del socio lavoratore nelle cooperative, l’estensione degli aspetti migliorativi ottenuti in alcune società all’intero comparto e gli aumenti salariali. Un altro sciopero nazionale viene proclamato il 18 dicembre. L’adesione è tra le più alte dall’inizio della pandemia. 

Un mese dopo, FedEx presenta il conto dell’assorbimento di Tnt: più di seimila posti di lavoro in meno in Europa. Si fermano le piattaforme FedEx-Tnt di Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli, per uno sciopero di due giorni dei lavoratori dell’intera filiera iniziato la notte del 18 gennaio 2021. Proteste anche a Liegi, in Belgio.

La mattina del 21 gennaio 2021 si svolge il primo incontro nazionale tra sindacati confederali e Amazon logistica Italia, assistita da Conftrasporto, per discutere delle questioni relative all’intera filiera logistica gestita dal colosso del commercio elettronico. Il 26 gennaio Giuseppe Conte rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato e si aprono le consultazioni.

Il 29 gennaio la filiera logistica subisce disagi e ritardi a causa dello sciopero generale nazionale proclamato dal SiCobas. Nello stesso giorno si svolge il secondo incontro a livello nazionale tra Amazon logistica Italia e i sindacati confederali. 

La tensione aumenta a Piacenza nei primi giorni di febbraio. Nel corso dello sciopero, dopo cinque giorni di picchetto la polizia lancia lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il presidio fuori dal magazzino di Piacenza allo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali. 

Pochi giorni dopo l’annuncio del piano di ristrutturazione europeo, FedEx illustra alle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl l’intenzione di voler tagliare in Italia almeno duecento posti di lavoro. La mobilitazione del SiCobas prosegue, in particolar modo a Piacenza e a Peschiera Borromeo. Il 9 febbraio i rappresentanti del SiCobas raggiungono un accordo con FedEx alla prefettura di Piacenza. Secondo fonti sindacali, la vertenza è costata a FedEx sette milioni in una settimana. L’accordo prevede il riconoscimento di una tantum di duecento euro, cui si aggiungono un buono pasto di sette euro e la disponibilità ad aprire una trattativa su malattia e infortunio. Durante i picchetti davanti all’ingresso della piattaforma avviene una contrapposizione tra facchini mobilitati dal SiCobas e autisti di una cooperativa mobilitati dalla Filt Cgil e dall’Ugl. 

Il 13 febbraio si insedia il governo Draghi: a sostenerlo ci sono Lega, Pd e M5s, oltre a Forza Italia, Italia viva e altre forze di centro. LeU si spacca e la sua delegazione al Senato entra nella nuova maggioranza. Nei giorni immediatamente successivi, a metà febbraio scioperano gli autisti che lavorano per cinque imprese di autotrasporto nella piattaforma Amazon di Vigonza, provincia di Padova. Indetto dalla Filt-Cgil contro i ritmi di lavoro intollerabili, lo sciopero dura per l’intero turno della distribuzione. Il volantino di rivendicazione titola: «Basta Ammazzarci!».

Verso la fine di febbraio i sindacati confederali organizzano uno sciopero degli autisti delle imprese di autotrasporto che lavorano per le piattaforme Amazon di Brandizzo, in provincia di Torino, e di Pisa. L’algoritmo che governa gli autisti li costringerebbe a compiere centoquaranta consegne all’ora. Oltre al problema del lavoro a chiamata per i driver, a Pisa i sindacati denunciano carichi di lavoro insostenibili, fino a duecento pacchi in dieci ore.

Nella tarda serata del 24 febbraio, i sindacati confederali firmano con le associazioni datoriali il rinnovo del Contratto nazionale dei lavoratori portuali. Una sfera di applicazione che interessa circa ventimila persone. Quasi contemporaneamente, i sindacati interrompono le trattative per il rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto nel dicembre 2019. «Chiediamo l’immediato ritiro delle pretestuose e inaccettabili richieste delle parti datoriali e qualora l’atteggiamento non venisse modificato saremo costretti a mettere in campo ogni azione utile affinché si proceda al rinnovo del contratto scaduto.» Le associazioni datoriali richiedono la revisione dell’articolo 42 del contratto collettivo nazionale sulla clausola sociale, la riduzione del trattamento economico di malattia, l’ampliamento del lavoro a chiamata, interventi sul regolamento relativo al diritto di sciopero ecc. 

Il mese di marzo inizia con uno sciopero di ventiquattro ore al porto di Genova, dopo la lettera di diffida nei confronti della compagnia portuale Culmv che i terminalisti aderenti a Confindustria hanno presentato all’Autorità portuale. 

Mentre a Roma le trattative stagnano, Piacenza torna a essere l’epicentro del conflitto. La mattina del 10 marzo la polizia esegue perquisizioni nelle abitazioni di ventuno lavoratori e arresta i due coordinatori provinciali del SiCobas con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesione personale aggravata e violenza privata. La polizia notifica anche sanzioni per violazioni della normativa anti Covid-19 per un totale di circa tredicimila euro e avvia cinque procedimenti per revoca del permesso di soggiorno. Le accuse risalgono allo sciopero contro la FedEx-Tnt tra gennaio e febbraio 2021 nella piattaforma di Piacenza. Lo stesso giorno la procuratrice capo di Piacenza Pradella, dichiara in conferenza stampa, affiancata dal questore e del dirigente locale della Digos: 

Siamo di fronte a condotte particolarmente violente che avevano un trend di pericolosità in crescita, quindi è stato opportuno l’intervento delle forze dell’ordine e anche la risposta sul fronte giudiziario a fronte di comportamenti violenti e privi di ogni valenza sindacale. Tanto è vero che i sindacati che hanno sempre mantenuto un dialogo aperto e leale con la Tnt, come la Cisl, hanno con forza stigmatizzato il comportamento di questi soggetti. 

In pochi condannano questa ingerenza della Procura nell’esercizio delle libertà sindacali. Nel frattempo Fedex-Tnt si prepara a sconfessare l’accordo siglato pochi giorni prima in prefettura e a chiudere l’hub piacentino, che si era “lealmente” impegnata a preservare. Lo stesso giorno i sindacati confederali proclamano uno sciopero nazionale di ventiquattro ore per il 22 marzo 2021 contro Amazon, coinvolgendo per la prima volta tutti i lavoratori della filiera distributiva del colosso americano, comprese tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon logistica e Amazon transport. 

SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale del trasporto e della logistica per il 26 marzo. Alla base della protesta, la richiesta di partecipare con una propria piattaforma al rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. 

I sindacati confederali proclamano lo sciopero nazionale di ventiquattr’ore della logistica per il 29 marzo 2021. «Le associazioni datoriali hanno insistito nel presentare richieste non solo irricevibili ma addirittura mortificanti nei confronti di un mondo del lavoro che tanto ha dato in questi tempi duri di pandemia». La trattativa sul rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione è ancora in stallo. 

In un comunicato FedEx illustra la riorganizzazione della rete italiana, annunciando la chiusura dell’hub di Piacenza. I sindacati di base SiCobas e AdlCobas rilanciano la mobilitazione contro la multinazionale, dopo il lungo sciopero tra gennaio e febbraio 2021, la carica della polizia, e l’accordo in cui FedEx assicurava la salvaguardia dell’occupazione. Il 26 marzo, intanto, il Tribunale del Riesame di Bologna revoca le misure restrittive nei confronti dei due sindacalisti del SiCobas piacentino. 

Dopo l’annuncio della chiusura della piattaforma FedEx di Piacenza, il sindacato di base SiCobas in un incontro alla prefettura ricorda alla controparte l’impegno preso nell’accordo siglato a febbraio scorso. La mobilitazione riprende forma. Ondivago l’atteggiamento dei sindacati confederali. Il SiCobas il 1° aprile proclama uno sciopero nelle piattaforme di San Giuliano Milanese e Parma, con picchetti ai cancelli. La protesta prosegue con la formula dello sciopero a scacchiera. Il 3 aprile si fermano gli impianti di Bologna e di Peschiera Borromeo, poi a Teverola (Napoli) e Fiano Romano (Roma). 

Cresce la tensione tra SiCobas e Filt Cgil, tanto che il SiCobas di Piacenza annuncia una manifestazione davanti alla Camera del lavoro per il 12 aprile. I due schieramenti si fronteggiano davanti alla Camera del lavoro, separati da un cordone di polizia. 

Il prefetto di Piacenza chiede l’istituzione di un tavolo interministeriale sulla vicenda FedEx, che a marzo ha annunciato la chiusura della piattaforma logistica di Piacenza. La decisione della chiusura è irrevocabile. FedEx annuncia un nuovo piano di assunzioni, con l’internalizzazione di 800 lavoratori, di cui 200 nella regione. Non c’è possibilità di ricollocare i 280 lavoratori della piattaforma di Piacenza. Lo sciopero a scacchiera proclamato dal SiCobas contro il piano di ristrutturazione e la chiusura di Piacenza prosegue.

A Padova e Bologna la Filt Cgil firma un accordo con FedEx-Tnt per l’internalizzazione della manodopera. I sindacati di base contestano questi accordi. il 26 aprile il Si Cobas convoca a Bologna un presidio davanti alla Camera del Lavoro. 

Mentre in Italia la stagione delle lotte nella logistica continua, in Germania, malgrado la feroce opposizione delle organizzazioni imprenditoriali, il Parlamento approva il Lieferkettengesetz (“legge sulle catene di fornitura”) che ritiene responsabile l’azienda committente o capofila per qualunque violazione dei diritti umani che possa essere commessa da una delle aziende coinvolte nella filiera di fornitura.

Note a margine del conflitto 

Le contraddizioni che attraversano il settore, tuttavia, rimangono irrisolte. Proviamo ad analizzarle qui, come esito di un dialogo costante e di una riflessione in corso tra gli autori di questi appunti.

Le cronache degli avvenimenti sopra accennati hanno in comune l’appartenenza a ciò che viene convenzionalmente chiamato “logistica”, un comparto destinato alla spedizione e consegna di merci, nonché al loro relativo stoccaggio e manipolazione. La centralità acquisita della logistica è tale che ormai essa è diventata la lente con cui guardare all’intero mondo della produzione, ancor di più in tempo di pandemia. Noi preferiamo guardare la logistica come se fosse un gioco a incastro da montare e smontare, da assemblare e da decifrare con lenti che vanno aggiornate costantemente per poter leggere certi fenomeni eterogenei e in rapida evoluzione. 

Siamo di fronte a dimensioni che appaiono solo apparentemente separate, legate tra loro da molti vasi comunicanti e accomunate da fenomeni come l’internazionalizzazione, la concentrazione del capitale e la conseguente riorganizzazione produttiva. Qualche esempio a nostro avviso emblematico: la concentrazione dei vettori di trasporto navale e le relative pressioni sempre più insostenibili sui terminalisti e sul lavoro portuale (e retroportuale). L’oligopolio nella corrieristica, con pochi grandi vettori in America ed Europa (Ups, FedEx, Dhl, Gls, Depo), che hanno poi cominciato a confrontarsi con il crescente peso dell’aspirante monopolista del commercio online.

Se dalla parte del capitale internazionalizzazione vuol dire concentrazione, dalla parte del lavoro vuol dire estrema frammentazione. Troviamo la frammentazione del lavoro sul ciglio banchina dei porti, nei magazzini tra i facchini di movimentazione, tra gli autisti di consegna, tra i camionisti. 

Nella tradizione delle relazioni industriali, è la contrattazione il luogo di ricomposizione. Il Contratto collettivo nazionale dei porti è stato rinnovato di recente dopo un periodo di trattative estenuanti, mentre quello Logistica, trasporto merci e spedizione è in fase di stallo da tempo. Finora l’occasione del rinnovo contrattuale non è stata interpretata dai sindacati in una modalità “ambiziosa” di filiera, eppure il clima creato dalle mobilitazioni in corso aprirebbe opportunità a questa linea per imporsi. Senza il clima politico creato dalle mobilitazioni dei collettivi dei rider non si sarebbe mai giunti alla sentenza del Tribunale di Milano; senza il movimento dei facchini animato dal sindacalismo di base non si sarebbe mai giunti agli accordi migliorativi. Modalità di partecipazione e delega, pratiche, strutture organizzative, composizione degli iscritti: questi soggetti collettivi portano avanti da tempo strategie sindacali e di mobilitazione alternative a quelle dei sindacati titolari della contrattazione collettiva nazionale. Sarebbe opportuno iniziare a prendere seriamente in considerazione il contributo portato da queste esperienze sindacali in termini di conflitto, negoziazione e miglioramento delle condizioni di lavoro. 

È invece nella vicenda Amazon che il sindacalismo confederale tenta di assorbire l’esempio di quanto successo negli anni scorsi nella corrieristica, mettendo in campo un approccio “di filiera”. Tuttavia, per quanto ambiziosa e avanzata rispetto alle parallele esperienze europee (si vedano le difficoltà del sindacato tedesco Ver.Di), questa strategia mostra i suoi limiti, sia teorici che pratici. Il sindacato confederale, infatti, ma in realtà principalmente la Cgil, punta a una contrattazione di secondo livello che abbracci non solo i magazzinieri ma anche i driver. Il problema è che le filiere Amazon e di FedEx, così come quelle di Ups, Brt e Sda non sono isolate l’una dall’altra. Eppure, al momento sono in corso due lotte parallele che non convergono: quella in Amazon, che a tre mesi dagli scioperi sembra tornata dormiente, e quella in FedEx, che invece non cessa di inasprirsi. Lo sciopero “di filiera” di Amazon promosso dai confederali è sicuramente un avanzamento, un salto di qualità necessario per pretendere un’interlocuzione con la multinazionale di Seattle. E finora i sindacati italiani, diversamente dai colleghi tedeschi o francesi, sono stati gli unici a teorizzare e a mettere in pratica un approccio di filiera. Ma il perimetro indicato da quello sciopero è in realtà solo la punta dell’iceberg. Non esiste infatti solo la filiera diretta Amazon (grandi hub, come quelli di Piacenza, Rieti e Torino; centri di smistamento, come quello di Piacenza; delivery station, che al momento sono almeno venticinque; stazioni dell’ultimo miglio da dove partono i driver esternalizzati). Questa è la rete di ultima generazione che Amazon ha costruito solo a partire dal 2017. Parallelamente, Amazon si è sempre appoggiata alle reti dei grandi corrieri (Ups, Bartolini, Sda e FedEx-Tnt) che svolgono un numero imprecisato ma rilevante di consegne, e per finire alla rete di Poste italiane – che nel 2019 ha chiuso un accordo con i sindacati confederali per ristrutturare la propria rete e adattarla alle esigenze dell’e-commerce. L’accordo di Poste italiane implica l’aumento dei ritmi di lavoro e l’allungamento della giornata lavorativa. A questo si aggiunge un’ulteriore compressione dell’organico. In effetti, a fronte di quindicimila uscite volontarie o incentivate, si prevedono seimila assunzioni, ma queste unità non corrispondono a un aumento dell’occupazione: saranno in gran parte forme di stabilizzazione da tempo determinato a indeterminato o semplici trasformazioni orarie da tempo parziale a tempo pieno. Se i picchi di lavoro lo richiederanno, inoltre, Poste si rivolgerà alle agenzie di somministrazione. 

Nel gergo del settore questo ricorso alle reti postali da parte delle aziende di e-commerce viene chiamato “Postal injection” ed è una strategia utilizzata da Amazon per ampliare la propria rete anche alle zone più remote, che sono servite solo dalla rete pubblica dei servizi nazionali di posta, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Ma dall’alto della sua posizione monopolistica/monopsonistica Amazon può imporre le sue condizioni. Questa posizione di vantaggio cresce dal momento in cui l’azienda di Seattle punta a completare la sua rete estendendola all’ultimo miglio. A questo punto Amazon è allo stesso tempo maggior cliente e concorrente dei gruppi di corrieristica. L’impatto sulle condizioni di lavoro è al ribasso, perché Amazon fa dumping: trascina in giù i costi (e quindi il valore del lavoro) dell’insieme del settore delle consegne, come nel caso di Poste italiane.

Da un lato le grandi aziende di corrieristica, nonché Poste italiane, si ritrovano a essere fornitori di Amazon. Ma dall’altro Amazon ha anche la sua rete: l’azienda di Seattle ha scelto di internalizzare una parte delle consegne di ultimo miglio esattamente sulla considerazione che i costi di questo servizio dai corrieri non erano comprimibili all’infinito attraverso il sistema di appalti (di qui la scelta di un modello alternativo alle cooperative: quello delle agenzie interinali, dalla funzione disciplinante ancora più insidiosa rispetto alle cooperative). 

Da questa prospettiva, concentrare gli sforzi su Amazon per migliorare le condizioni di lavoro nella sua rete rischia di essere velleitario se nel frattempo si firmano accordi che deteriorano le condizioni di lavoro nel resto del settore. Inoltre, organizzare uno sciopero di filiera in Amazon (il 22 marzo) e una settimana dopo lo sciopero nazionale di settore (il 29 marzo) è una scelta difficile da comprendere se l’obiettivo è la ricomposizione e non il micro-corporativismo. Separando di fatto le lotte dei driver e dei magazzinieri Amazon da quelle più generali per il rinnovo del contratto della logistica, rende anche la vita più facile ad Amazon dal punto di vista organizzativo: è abbastanza evidente che con un preavviso di 12 giorni l’azienda abbia potuto dirottare gli ordini sui corrieri, così riducendo l’impatto dello sciopero del 22 marzo sulle consegne. 

L’obiettivo dello sciopero del 22 marzo è stato quello di riaprire la trattativa con l’azienda, e i sindacati hanno avuto soddisfazione: il tavolo, convocato dal ministro del Lavoro Orlando, è stato riaperto, ma i tempi sembrano essere lunghi e i contenuti incerti. Uno dei nodi cruciali su cui è maturato lo stallo nelle trattative è stata la condizione dei driver, sui quali Amazon ha un potere di controllo diretto attraverso i software di gestione e il potere di mercato (è Amazon che stabilisce le rotte, è Amazon che stabilisce standard e ritmi), ma verso i quali rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità negoziale, trattandosi di lavoratori in appalto. Il tavolo ministeriale si aggiornerà nei prossimi mesi, e nel frattempo delegazioni sindacali e aziendali sono invitate a trovare un compromesso. Ma intanto Amazon prosegue nella sua espansione e soprattutto nella strategia di “uberizzazione”: stop ai driver con contratti di lavoro dipendenti e via libera a driver reclutati come lavoratori autonomi, ma sempre eterodiretti via algoritmo. Di fronte alla velocità con cui Amazon ristruttura permanentemente la propria filiera, le organizzazioni dei lavoratori possono permettersi di attendere? Più in generale, la proposta dei sindacati confederali di una piattaforma contrattuale di secondo livello per tutta la filiera logistica targata Amazon (che non include i più di mille operatori del call center Amazon di Cagliari) lascia intravedere la volontà di negoziare con l’azienda parte del surplus da monopolio di Amazon, che andrebbe condivisa con i dipendenti, rischiando però di creare una sorta di aristocrazia operaia protetta dal monopolio e isolata rispetto al resto. 

Anche il sindacalismo di base si ritrova ad affrontare la questione delle alleanze e della ricomposizione. Una strategia di allargamento che forse poteva essere già messa in atto il mese scorso, durante lo sciopero Amazon. La questione non è tanto quella di aderire allo sciopero nella rete Amazon, dove il sindacato di base non ha una presenza significativa. Durante lo sciopero del Black friday del 2017 al magazzino Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) il SiCobas, che è il principale sindacato nei magazzini della provincia (da Tnt a Leroy-Merlin, da Gls a Geodis) ha portato una sua corposa delegazione, che però è rimasta isolata dagli scioperanti di Amazon. Al contrario sarebbe forse più efficace portare in sciopero i lavoratori delle grandi aziende di corrieristica che consegnavano i pacchi per conto di Amazon, e in cui il sindacato di base ha una presenza maggioritaria. A distanza di cinque anni il sindacato di base non è riuscito a espugnare il fortino Amazon, malgrado il suo fantasma si aggiri nei suoi magazzini, ma la sua presenza nel resto del settore si è consolidata. Così il 22 marzo scorso avrebbe comunque potuto aderire allo sciopero dei confederali mobilitando i lavoratori di aziende come FedEx-Tnt, Gls, Brt o Sda, che movimentano una parte importante dei volumi di Amazon. Aprire un fronte nella filiera allargata potrebbe avere una portata politico-strategica di rottura: il sindacato di base potrebbe rendere più efficace lo sciopero in Amazon (che il 22 marzo ha con ogni probabilità dirottato parte dei volumi nella rete di queste aziende partner), mostrare la reale ampiezza della filiera Amazon allargata, contribuire alla sua ricomposizione e così posizionarsi all’avanguardia del movimento nella logistica. Questa occasione non è stata colta e il rischio ora è di scontare questo isolamento sul fronte della vertenza FedEx-Tnt. 

Dalla nostra prospettiva appaiono particolarmente problematici gli accordi stipulati in FedEx che da un lato prevedono l’internalizzazione dei dipendenti delle cooperative ma che dall’altro mettono in difficoltà il sindacato di base e con esso anni di lotte e di conquiste sociali. Tutto questo come se il sindacato di base e le sue pratiche di lotta, che si sono rivelate non solo efficaci ma anche in vari casi riconosciute come legittime dalla giurisprudenza, sorgessero dalla cospirazione di qualche militante di base o dall’indisciplina dei facchini immigrati, e non da un problema strutturale di rappresentanza del sindacato confederale alla periferia del mercato del lavoro. 

È banale ma forse necessario ricordarlo: se il sindacalismo alternativo si è imposto in un settore cruciale come quello della logistica è perché la politica concertativa dei sindacati confederali aveva lasciato uno spazio vuoto, in un assetto che ingabbia il conflitto e non riesce a contrastare precarietà e svalutazione salariale. Nella logistica questo assetto è saltato e non potrà essere ripristinato, se non al prezzo di licenziamenti di massa e repressione poliziesca. Il piano di FedEx è quello di liberarsi del sindacato di base e dei suoi lavoratori iscritti, di abrogare gli accordi migliorativi che il sindacato di base ha strappato in dieci anni di lotte; infine, di superare il sistema di appalti alle cooperative e internalizzare circa metà della manodopera, abbandonando il resto alle agenzie interinali. 

Il modello all’orizzonte è quindi quello di Amazon (un nucleo di manodopera stabile e un esercito di riserva a chiamata, condannato a precarietà e subordinazione e disciplinato dalla possibilità di un lavoro stabile in un’azienda monopolistica) che, a dieci anni dal suo arrivo in Italia, sembra poter indurre gli attori a ridisegnare a sua immagine l’intero comparto. Le altre aziende stanno alla finestra: se il piano di FedEx passa, non è detto che le altre non seguiranno. I costi sociali di questa battaglia saranno altissimi: migliaia di lavoratori verranno licenziati e i rimanenti dovranno accettare condizioni di lavoro peggiori delle attuali. Il rischio di questa strategia è quello di avere non solo costi sociali elevati ma anche effetti paradossali: da un lato il sindacato confederale lotta in Amazon contro il suo modello, e dall’altro promuove la sua estensione in FedEx e, in prospettiva, nel resto del settore. 

Proprio nel resto del settore procedono le trattative per il rinnovo del contratto nazionale e anche i settori di base del sindacato confederale (in particolare nella filiera Ups lombarda) stanno esprimendo insoddisfazione per il modo in cui i vertici stanno conducendo i negoziati. Le prospettive per una ricomposizione dal basso potrebbero quindi allargarsi.

D’altro canto il sindacalismo di base in un solo settore (qualunque esso sia) rischia di rivelarsi insufficiente a rendere durature ed espansive le conquiste ottenute. Se il pendolo continuerà a oscillare tra tentazioni di autosufficienza e progetti effimeri di restaurare una strategia sindacale riformista in assenza di riformismo, la ricomposizione resta lontana e l’azione sindacale rischierà di ritrovarsi in un’impasse, a scapito dei lavoratori. 

Post Scriptum

A un anno e mezzo dalla scadenza, il 18 maggio 2021 i sindacati confederali e ventitré associazioni datoriali hanno firmato la parte economica del rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. L’accordo, per volontà di entrambe le parti, ha riguardato solo la parte economica. Voci insistenti parlavano del tentativo, da parte padronale, di provare a fare entrare l’intero settore del trasporto merci su strada all’interno dei servizi pubblici essenziali regolati dalla L. 146, ai fini del contenimento delle mobilitazioni che si sono concentrate nel settore. L’accordo economico prevede 230€ (all’incirca 10€ al mese netti) di una tantum, da corrispondere in tre rate, per colmare la vacanza contrattuale. L’aumento contrattuale sarà poco meno di 90€ lordi per un V livello (quello più comune nella movimentazione merci), poco più di 100€ per i livelli che prevedono le mansioni di personale viaggiante. A queste soglie di aumento ci si arriverà però solo per gradi dilazionati, l’ultimo scaglione di aumento è previsto solo nel 2024. Il rinnovo è giunto ad articolo già steso e non c’è la possibilità di soffermarci adeguatamente, come faremo in seguito, sul dibattito generato dalle assemblee di ratifica dell’accordo. È una chiusura di contratto che viene dopo quella del dicembre 2017, che era superiore di 70€ nell’una tantum, e di almeno una decina di euro nei minimi tabellari. Va detto che le cifre di aumento non sono insostenibili, dato che il trasporto merci (nello specifico il settore poste e corrieri) secondo le analisi sul fatturato dei servizi è l’unico settore (insieme all’It) che è continuato a crescere nel 2020.

Un aggiornamento ulteriore arriva ancora dalla Procura di Milano, dove i pubblici ministeri Giovanna Cavalleri e Paolo Storari hanno disposto un sequestro preventivo di venti milioni nei confronti di Dhl supply chain nell’ambito di un’indagine su frodi fiscali attuate da un consorzio e ventitré cooperative che hanno lavorato per la multinazionale tedesca. Il sequestro è avvenuto il 7 giugno ed è stato convalidato dal Gip il 21 giugno. Secondo gli inquirenti, la Dhl avrebbe usato i servizi di un consorzio di cooperative come schermo per evitare assunzioni o contratti di somministrazione di manodopera. I pubblici ministeri sostengono che tali contratti di esternalizzazione del lavoro nelle piattaforme logistiche avevano lo scopo di evadere imposte e contributi. Nel testo del verbale di sequestro, i magistrati hanno scritto che «la società committente, azienda leader nell’ambito della logistica abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi». I magistrati aggiungono che dall’indagine è emersa «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture soggettivamente inesistenti, da parte della multinazionale, e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera, effettuata in violazione della normativa di settore». L’inchiesta della Procura conferma da un lato l’inquinamento del tessuto imprenditoriale nel settore della logistica e dall’altro la frammentazione e la capacità dei soggetti collettivi organizzati e istituzionalizzati di contrastare l’illegalità strutturale che caratterizza il mondo della logistica. 

Il 18 giugno Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas, viene travolto da un camion e muore durante uno sciopero davanti a un centro di distribuzione alla Lidl di Biandrate, in provincia di Novara.

Sitografia

«FedEx-Tnt, i corrieri contro il picchetto: “Vogliamo lavorare”», Libertà, 5 febbraio 2021.

La digitalizzazione secondo il Recovery

Francesco Garibaldo

Matteo Gaddi ha analizzato l’insieme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Data l’importanza della digitalizzazione, può essere utile un approfondimento specifico di tale strategia applicata alle imprese.

Nel Pnrr la digitalizzazione e l’innovazione sono uno dei tre assi strategici del piano che prevede sei missioni articolate in sedici componenti. Essa informa la Missione 1 dal titolo “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” che a sua volta registra tre componenti: la pubblica amministrazione, le imprese e il turismo. Mi concentrerò sulla seconda componente che viene classificata come “Transizione 4.0”.

Vale la pena riportare per intero la descrizione del compito di “Transizione 4.0”: 

La seconda componente riguarda l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese (Transizione 4.0), ivi comprese quelle del comparto editoria e della filiera della stampa, la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare. In quest’ottica, gli incentivi fiscali inseriti nel Pnrr sono riservati alle imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, necessari a un’effettiva trasformazione digitale dei processi produttivi, nonché alle attività di ricerca e sviluppo connesse a questi investimenti. Si prevedono inoltre progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Sotto un’unica voce, quindi, sono ricompresi sia l’obiettivo della digitalizzazione, interpretato come processo innovativo, sia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare in modo efficace le potenzialità del digitale, avendo come platea tutte le imprese, ma con una particolare attenzione alle catene del valore e alle filiere strategiche. 

La sola componente riservata alle imprese vale 24,3 miliardi cioè quasi il 60% della Missione 1 che a sua volta rappresenta poco più del 21% del totale del Piano. Se si considerano sia i progetti nuovi che quelli in essere, risulta la seconda più rilevante in termini di risorse, dopo la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”, delle sei missioni del Piano. D’altra parte, considerando solo i nuovi progetti le prime due risultano equivalenti. 

Questa componente prevede cinque interventi: la vera e propria “Transizione 4.0”, che impegna circa il 60% dei 24,3 miliardi previsti, e poi, in ordine di importanza: “reti ultraveloci”, “politiche industriali di filiera e internazionalizzazione”, “tecnologie satellitari ed economia spaziale”, “investimenti ad alto contenuto tecnologico” (cioè sostanzialmente l’industria dei microprocessori).

A parte vengono trattati gli interventi pubblici infrastrutturali per sviluppare, come viene sottolineato, azioni orizzontali e automatiche in una logica di neutralità tecnologica. Qui lo strumento principe è il credito di imposta, seguito da incentivi mirati, come nei casi delle filiere e dell’internazionalizzazione delle imprese.

Già dai titoli dei capitoli si comprende che il processo viene concepito come un adeguamento in itinere a un modello competitivo le cui caratteristiche fondamentali sono, tuttavia, di fatto già parte di uno standard definito: quello del progetto tedesco Industria 4.0 che, nella sua gestazione, risale al 2011.

Alla base c’è il concetto di sistemi cyber-fisici, che su scala macro sono costituiti da reti globali che incorporano macchinari, sistemi di stoccaggio e siti produttivi attraverso la cosiddetta “Internet delle cose” (Internet of Things, IoT), che collega “oggetti intelligenti” in grado di connettersi a una rete per elaborare dati e scambiare informazioni con altri oggetti. 

 Nella manifattura una delle idee chiave del nuovo standard è stata così riassunta da Hirsch-Kreinsen nel 2014: 

Raggiungere un nuovo livello di automazione che è basato sulla ottimizzazione continua di componenti di sistema decentrati e intelligenti e sulla loro capacità di autoregolarsi rispetto a condizioni esterne che cambiano dinamicamente, per esempio le condizioni dei mercati di sbocco, della produzione e delle catene logistiche, o a richieste in tempo reale dell’ambiente esterno [..], in altre parole i limiti attuali tecnologici ed economici dell’automazione stanno per essere spezzati ed estesi in risposta alle nuove domande poste dalla flessibilità.

Si tratta cioè di conquistare per via tecnologica una flessibilità estrema, in tempo reale, senza dover sacrificare i vantaggi storici della produzione di massa; di qui la teorizzazione del cosiddetto lotto zero o lotto uno, a seconda dei termini che vengono preferiti. 

Di cosa si tratta? La produzione di massa del Novecento si è basata sull’idea di ridurre i costi di produzione con la catena di montaggio e la riduzione di lavori complessi a lavori più semplici, dove possibile elementari. Questo ha funzionato benissimo finché si è trattato di produzione di beni uguali tra loro o con ridottissime differenze. La catena di montaggio, infatti, presuppone di potere programmare quantità significative di produzione per periodi definiti con notevole anticipo: nella programmazione entrano quindi un numero minimo di pezzi da realizzare e la dimensione dei lotti da produrre, che cambia a seconda dei prodotti. 

I pezzi necessari al processo produttivo, o le parti premontate utilizzate nell’assemblaggio finale, vengono fatti affluire alla catena con regolarità e precisione. Il limite di questo sistema produttivo è determinato dal fatto che a ogni cambio significativo di prodotto la catena va riorganizzata anche fisicamente: cambiano le distanze tra le singole postazioni, cambiano i componenti utilizzati, cambiano gli strumenti necessari. 

Questi cambiamenti per l’impresa comportano un doppio costo: da una parte quello costituito dal tempo perso per riattrezzare e risettare la catena, dall’altra la necessità di disporre di nuove attrezzature. Si pensi che nell’industria automobilistica ci sono 20.000 parti dettagliate con circa 1.000 componenti chiave da gestire, il che significa che le possibili configurazioni dei prodotti finali sono, in teoria, milioni; mentre nella realtà concreta della produzione si può comunque parlare di diverse migliaia di prodotti che vengono realizzati e che differiscono in base alle varianti e agli optional.

L’idea di personalizzare in maniera spinta il prodotto con questo modello era quindi irrealizzabile, al massimo la customizzazione poteva avvenire tramite attività di post produzione di tipo estetico o tramite l’aggiunta di parti non funzionali. La possibilità offerta della digitalizzazione consiste nel riuscire a gestire e processare, sulla stessa linea di montaggio, prodotti anche molto differenti tra loro, concepiti e progettati per soddisfare la richiesta di un singolo cliente, senza dovere riattrezzare la linea a ogni cambio di prodotto. Per esempio, una motocicletta personalizzata per un cliente specifico può essere prodotta sulla stessa linea di montaggio dove vengono alternati prodotti diversi, sino al caso estremo in cui vengono inseriti in essa prodotti tutti diversi, avviati alla produzione in modo casuale, cioè senza alcuna pianificazione preventiva, ma semplicemente sulla base degli ordini di produzione che vengono acquisiti.

Sostanzialmente la programmazione della produzione avviene in tempo reale, sulla base delle richieste che pervengono dai singoli clienti. Un esempio personale: ho comprato un’auto nuova e mi è stato comunicato che la “mia auto” con le “mie specifiche” era stata messa in produzione, ovviamente assieme ad altre diverse da essa, ma sulla stessa linea di montaggio. In questo modo il lotto che è possibile realizzare sia tecnicamente che economicamente è il lotto di un solo prodotto: quello che in precedenza è stato indicato come il “lotto uno” o, enfaticamente, il “lotto zero”. Questa riconfigurazione continua e flessibile dei processi produttivi, tramite le innovazioni tecnologiche della digitalizzazione, consente di combinare i vantaggi della produzione di massa, cioè di sfruttare le economie di scala derivanti dai grandi volumi, con quelli di una produzione di tipo “artigianale”, cioè in grado di garantire un prodotto personalizzato.

La seconda idea chiave è costituita dalla riorganizzazione delle catene di subfornitura che, tramite queste nuove tecnologie, verrebbero organicamente integrate nel modello flessibile delle imprese centrali, a costo ovviamente di una oggettiva subordinazione strutturale. Una conseguenza di tale processo è la possibilità di integrare organicamente anche attività geograficamente disperse, arrivando sino al singolo individuo: fenomeno al quale comunemente ci si riferisce con il termine di “economia delle piattaforme”. 

Cosa si intende quando, parlando di nuovo tipo di impresa, si utilizza il termine “piattaforma”? In sostanza si tratta di un’attività economica di intermediazione online; quando questa attività riguarda il lavoro vi è la possibilità di lavorare senza un orario predefinito e senza una sede specifica – come accade oggi per chi lavora da casa – e, cosa molto rilevante, la paga può essere calcolata sulla base di una retribuzione a pezzo per un singolo compito da svolgere o per il singolo bene da produrre. I giganti di questo nuovo settore sono Google, Apple, Facebook, Netflix e Amazon. Queste attività mediate dalla rete consentono alle imprese di esercitare dei livelli molto elevati di controllo sulle prestazioni di chi lavora, e anche sugli utenti, tanto che che questa possibilità ha dato origine ad una nuovo fenomeno definito da alcuni come “capitalismo della sorveglianza”.

La nuova forma di impresa, intesa come piattaforma, è importante perché non riguarda solo le aziende che dominano la rete, ma diventa il modello di riferimento trasversale a tutti i settori, da quelli industriali tradizionali a quelli puramente finanziari, attraversando anche i servizi e le attività commerciali tradizionali.

Infine, la terza idea chiave è costituita dalla valorizzazione estrema dei prodotti fisici attraverso l’integrazione diretta di servizi a richiesta, i cosiddetti “prodotti intelligenti”, resi tali dall’inserimento di tecnologie digitali ed Ict che consentono loro di ricevere, immagazzinare, elaborare e trasmettere dati e informazioni.

Il punto è che tale processo non è solo e principalmente tecnologico, infatti non è nemmeno omogeneo e lineare; più che di uno standard si tratta di obiettivi perseguiti e ottenuti con percorsi alternativi e da un punto di vista sociale con risultati opposti.

Vale la pena, inoltre, sottolineare che la formula di interventi automatici e orizzontali esclude, in teoria, un ruolo selettivo e di orientamento strategico da parte del potere pubblico, in modo coerente con l’idea di perseguire modelli e standard ben definiti.

Un’analisi anche superficiale di quanto già realizzato da aziende innovative non solo in Germania, ma anche in Italia, evidenzia come la situazione sia tutt’altra.

Il motore trainante non è la tecnologia ma una trasformazione radicale del rapporto tra produzione e mercato, con una preminenza della domanda in tempo reale come criterio fondante dei modelli di impresa e della loro organizzazione; la tecnologia è lo strumento per implementare questo modello. In assenza di condizionamenti sociali importanti, come per esempio i sindacati, la trasformazione è guidata dall’imperativo di eliminare ogni tempo morto e di disciplinare la forza lavoro in modi senza precedenti, grazie alla possibilità di un monitoraggio costante della prestazione lavorativa tramite, appunto, questi dispositivi e le tecnologie della rete. Parallelamente è stato costruito il mondo delle piattaforme logistiche, del crowd-working, dei lavoretti, di quei lavori cioè, legati alle piattaforme online in cui i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a chiunque desideri candidarsi a svolgere quel lavoro.

Analogamente i rapporti tra imprese centrali e rete produttiva – specialmente di fornitura, in assenza di poteri pubblici interventisti – spostano il rapporto di potere in maniera radicale a favore delle aziende centrali; in una situazione di reti globali o, nella nuova versione post pandemia, di reti per grandi aree geo-economiche, questi sbilanciamenti di potere si traducono in sentieri di crescita industriale depauperati per i Paesi e le zone satellite.

Non si intende mettere in discussione la necessità di implementare processi di digitalizzazione dei processi produttivi, ma nel perseguirli occorre mettere al centro dei criteri sociali selettivi su come realizzarla, in particolare dal punto di vista del lavoro. Un conto, per esempio, è l’introduzione di strumenti che alleggeriscono, tramite interfacce intelligenti e robot connessi, il carico fisico e mentale di chi lavora, o la capacità di leggere in anticipo i segnali inerenti alla fatica della prestazione lavorativa e/o afferenti il rischio per la salute e sicurezza nelle attività svolte, tanto da individuare gli oggettivi elementi di pericolo. Completamente un altro conto è l’algoritmo che controlla i fattorini di Amazon, o che definisce il taglio dei tempi di lavoro e che viene realizzato grazie a un controllo diffuso e in tempo reale del processo produttivo, teso all’eliminazione di tutti i “tempi morti”, considerando tali anche i tempi fisiologici di recupero tra i compiti lavorativi. 

Ciò richiede un’iniziativa sindacale che non può essere ristretta, come sta accadendo, solo ai punti forti della presenza sindacale. Questo presuppone che vi siano delle linee guida pubbliche, che sia sancito il diritto all’informazione anche nelle aziende minori nel momento dell’introduzione di tali trasformazioni, e che si sviluppi una discussione pubblica nazionale sulle modalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Analogamente serve un intervento di orientamento e sostegno attivo, da parte dei poteri pubblici, sulla riorganizzazione delle catene di fornitura con particolare attenzione alle Pmi e alle microimprese. Questi interventi, per ora insufficienti, hanno bisogno di trovare una spinta nei movimenti sociali, oltre alla sfera del sindacato.

Vi è infine il problema dell’occupazione. È troppo presto per riuscire a trarre conclusioni fondate sugli impatti occupazionali di un esteso processo di digitalizzazione. I risultati oggi disponibili sono inconcludenti e certamente fortemente differenziati da un settore all’altro, ma è certamente prevedibile che tali effetti dipenderanno anche da come si realizzerà il processo e ancora una volta il potere pubblico deve maturare delle opinioni fondate su cosa va incentivato e cosa no, e su un nuovo corso di politiche per la piena occupazione.

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, gli obiettivi sono da raggiungere il più rapidamente possibile poiché costituiscono il presupposto materiale di ogni possibile scelta. Ma anche in questo caso si assiste a un grave ritardo, come nel caso delle rete a banda ultralarga, imputabile in gran parte alla dismissione di un ruolo attivo dello Stato. 

Bibliografia

D. Freddi, «Gli effetti occupazionali della digitalizzazione – una rassegna della letteratura», fondazionesabattini.it. 

F. Garibaldo, «Un documento di impostazione su Industria 4.0», fondazionesabattini.it. 

F. Garibaldo, E. Rebecchi (a cura di), AI&Society, volume 33, numero 3, agosto 2018.

F. Garibaldo (a cura di), «Divisione del lavoro, reti di impresa e flessibilità del lavoro: modelli alternativi», in Atti dei convegni dei Lincei 172, Accademia Nazionale di Lincei, Roma, 2001.

F. Garibaldo, «Il capitalismo delle piattaforme», in Lavoro alla spina, welfare à la carte – Lavoro e Stato sociale della gig economy, a cura di A. Somma, Meltemi, Milano 2019.

F. Garibaldo, «Recensione di Il Capitalismo della Sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri», in Quaderni di rassegna Sindacale, n. 1-2, 2020.

F. Garibaldo, «Una nuova fase del capitalismo, una nuova classe operaia. Quali conseguenze politiche?», in Economia& Lavoro, n. 2, 2020.

N. Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge 2017.

Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro

Matteo Gaddi

Recovery  plan: di cosa si tratta e di quali risorse parliamo

Sono occorsi quattro mesi alle istituzione comunitarie per arrivare, il 21 luglio 2020, a definire un documento di conclusioni che combina il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp, sostanzialmente il “bilancio” europeo) con uno strumento per fronteggiare la crisi straordinaria provocata dalla pandemia da Covid-19, chiamato Next Generation Eu, cioè con quello che nel dibattito corrente è passato come Recovery plan.

Se il Qfp costituisce uno strumento ordinario, il Next Generation Eu dovrebbe essere inteso e progettato come un piano straordinario, in grado di fronteggiare la natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19: infatti, lo scopo di questo strumento è quello di definire un piano per la ripresa europea costituito da investimenti pubblici e privati a livello europeo; tuttavia, come vedremo, il rischio di fallire rispetto alle intenzioni dichiarate è molto elevato. Ancora una volta, quindi, le lungaggini delle trattative in sede comunitaria, ma soprattutto gli atteggiamenti profondamente diversi tra Paesi membri, hanno pesantemente segnato gli esiti della discussione. 

Per finanziare tale piano, la Commissione potrà contrarre prestiti sui mercati dei capitali: tali importi serviranno a sostenere i programmi dell’Unione in conformità al Next Generation Eu; si tratta, indubbiamente, di una novità di grande rilievo che rompe un tabù, ossia per la prima volta la Commissione europea accetta di finanziare un programma di spesa indebitandosi. Nonostante non si possa parlare di eurobond, questo aspetto rappresenta sicuramente un elemento molto importante, che se non altro consente di parlare di una rottura, almeno temporanea con l’approccio precedente. 

I prestiti da contrarre sul mercato dei capitali potranno arrivare a 750 miliardi di euro; la raccolta di queste risorse cesserà alla fine del 2026: 360 miliardi di euro saranno erogati come prestiti agli Stati membri, e mentre gli altri 390 miliardi come sovvenzioni. Quindi non tutte le risorse saranno concesse “a fondo perduto” agli Stati membri per realizzare gli investimenti e gli interventi previsti dai rispettivi Piani nazionali: i 360 miliardi, essendo prestiti, dovranno essere restituiti al livello comunitario dagli Stati che ne usufruiranno. 

Questo aspetto si presta a una riflessione, in quanto le risorse del Recovery europeo non saranno nemmeno “gratuite”: i piani nazionali devono essere approvati dalla Commissione europea, sia per quanto riguarda i progetti di investimento, sia per quanto riguarda le riforme da attuare, che sostanzialmente dovrebbero corrispondere alle Raccomandazioni che le istituzioni comunitarie rivolgono ai Paesi membri. 

Il governo italiano ha deciso di utilizzare l’intero ammontare di risorse previsto per il nostro Paese, ovvero sia i 68,9 miliardi di sovvenzioni, sia i 122,6 miliardi di prestiti: in questo senso l’utilizzo di tutti i 191,5 miliardi sarà assoggettato alle regole europee, cioè alle “condizionalità” (che poi vedremo). Questa è la probabile ragione per la quale alcuni Stati (Spagna e Portogallo) hanno manifestato perplessità, tanto che in un primo momento si sono detti non interessati a richiedere l’ammontare dei prestiti previsti per i loro Paesi. 

In effetti si accede a un prestito se le condizioni sono favorevoli, intese sia come la piena possibilità di decidere in merito all’utilizzo delle risorse ottenute, sia come costo del finanziamento. Da quest’ultimo punto di vista, che costituisce il vero tema del debito, è utile sottolineare che le ultime aste del Tesoro italiano, come si vede a titolo di esempio dalla tabella seguente, sono andate benissimo.

DataTitoloImporto collocatoImporto richiestoCedolaRendimento lordo
14 ottobre 2020Btp 7 anni225039490.95%0.34%
12-13 novembre 2020Btp 7 anni175027700.95%0.35%
10-11 dicembre 2020Btp 7 anni300041930.95%0.19%
14-15 gennaio 2021Btp 7 anni450064300.25%0.30%
11-12 febbraio 2021Btp 7 anni400058700.25%0.18%
11-12 marzo 2021Btp 7 anni300045790.25%0.31%
7 aprile 2021Btp 7 anni7000649320.25%0.36%

Per fare qualche ulteriore esempio, l’asta di aprile di Bot a 12 mesi ha consentito di collocare 7 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 9,599 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,436%; mentre quella di Bot a 6 mesi ha consentito di collocare 6,5 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 8,694 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,48%. Anche sulle scadenze più lunghe i risultati sono molto positivi. Il 3 marzo 2021 il Btp “Green” con scadenza al 30 aprile 2045 ha raccolto richieste per 83,309 miliardi di euro (8,5 miliardi assegnati) con un rendimento lordo dell’1,547%. Analoghi risultati positivi sono stati conseguiti con l’emissione del Btp “Futura”. 

Come si vede, l’importo collocato è stato sempre inferiore a quello richiesto, segno che vi è un’elevata domanda, con cedole decisamente basse, il che significa un basso costo di finanziamento del debito. Ovviamente, si dovrebbe monitorare l’andamento della domanda nei prossimi mesi e la composizione dei soggetti richiedenti (retail, investitori istituzionali, italiani o stranieri, ecc.). 

Sicuramente, al di là di questa verifica, è possibile affermare che non esiste (né è mai esistito) un problema di pagamento del debito italiano e della sua collocazione. Il sistema di collocamento dei titoli di debito dello Stato italiano ha sempre funzionato molto bene (anche dal punto di vista dell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche: in Italia è dagli anni Novanta che viene pienamente utilizzato il Mercato telematico). La domanda di Btp è sempre stata piuttosto elevata: per le banche commerciali i Btp rappresentano un rendimento sicuro e privo di rischi (anche con cedole basse il guadagno per le banche è sempre piuttosto rilevante). Quando nel 2011-2012 diverse banche straniere, prese dal panico, iniziarono a vendere titoli di Stato italiani, questi vennero acquisiti dalle banche italiane realizzando rilevanti guadagni.

Difficile dire se lo Stato italiano possa emettere di più, ma sicuramente la sua velocità di emissione (e quindi di raccolta delle risorse) è molto più elevata dei meccanismi europei. Potrebbe essere interessante verificare se esistono tendenze in aumento del rapporto tra quantità offerta e quantità domandata, come sembrano indicare i dati da parecchio tempo a questa parte.

Indubbiamente a questi risultati ha contribuito la politica monetaria della Bce, in particolare mediante l’utilizzo del Pepp (Pandemic emergency purchase programme), cioè una misura di politica monetaria “non-standard” attivata dal marzo 2020 per fronteggiare gli effetti della pandemia sul piano monetario. Tramite questo programma la Bce acquista titoli emessi tanto dal settore pubblico quanto da quello privato: la dote iniziale di 750 miliardi di euro è stata aumentata di 600 miliardi nel giugno del 2020 e di ulteriori 500 nel dicembre del 2020 portando la disponibilità complessiva a 1850 miliardi di euro. 

La Bce non sembra affatto intenzionata a ridurre la portata di questo intervento. L’11 marzo il Consiglio direttivo della Bce, comunicando le decisioni di politica monetaria, ha sottolineato che «continuerà a condurre gli acquisti netti di attività nell’ambito del Pepp almeno sino alla fine di marzo 2022 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al Coronavirus»; sottolineando che nel prossimo trimestre gli acquisti nell’ambito del Pepp sarebbero stati condotti a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi del 2021, per preservare condizioni di finanziamento favorevoli che contribuiscono a contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Inoltre, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito almeno fino alla fine del 2023. 

Anche sui tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento e sui depositi presso la Bce, la stessa ha previsto livelli molto bassi (attorno allo 0%) e ha confermato la fornitura di abbondante liquidità attraverso le sue operazioni di rifinanziamento, tra cui la terza serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Omrlt-III) dedicata alle banche, al fine di sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Tali decisioni sono state pienamente confermate dal Consiglio della Bce il 22 aprile con la Presidente Lagarde che in conferenza stampa ha definito come “prematura” una diversa strategia. Le politiche monetarie della Bce, quindi, possono essere considerate come espansive e nel medio periodo non dovrebbero esserci inversioni di rotta. 

Secondo le statistiche mensilmente diffuse dalla Banca d’Italia, il sistema Bce-Bankitalia a marzo 2021 deteneva oltre 580 miliardi di euro di debito italiano (cioè poco meno del 25% dell’ammontare complessivo, una quota incomparabilmente più elevata rispetto a 10 anni fa, quando si trattava di pochi punti percentuali), e secondo alcune proiezioni nei prossimi mesi questa cifra potrebbe arrivare a circa 800 miliardi. Insomma l’intervento della Banca centrale ha spuntato le armi di chi, da sempre, lancia allarmi sull’insostenibilità del debito pubblico.

L’austerità è definitivamente sconfitta?

L’ammontare dei debiti pubblici raggiunti da tutti i Paesi, nonché i piani di spesa che si stanno definendo (e in parte attuando), stanno indubbiamente segnando un cambiamento rispetto alle politiche di stretta austerità di qualche tempo fa. 

In Italia, oltre alle risorse del Recovery, nei mesi scorsi sono state messe in campo notevoli risorse da parte del governo con una serie di decreti (“Cura Italia”, “Rilancio”, “Ristori” ecc.) che si sono succeduti dal marzo 2020 a oggi per fronteggiare le conseguenze della crisi. Per esempio, nel documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio viene evidenziato l’elenco dei provvedimenti assunti dal governo per far fronte alla crisi Covid-19 che, nel solo 2020, hanno comportato un saldo netto da finanziare pari 214,8 miliardi di euro, con oltre 108 miliardi di indebitamento: cifre che hanno determinato revisioni continue in rialzo del rapporto deficit/Pil.

Nel Documento di economia e finanza (Def) viene infatti riportato l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel 2020, attestatosi al 9,5%, con un incremento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2019 (1,6%), per effetto sia dell’eccezionale calo del Pil, sia delle misure di spesa adottate per mitigare l’impatto economico-sociale della crisi pandemica (in termini assoluti, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato di 156,9 miliardi, un livello superiore di 129 miliardi rispetto al 2019). Il rapporto debito/Pil nel 2020 ha raggiunto il 155,8%, a fronte del 134,6% del 2019. 

In aprile, presentando il Def, il governo ha chiesto al Parlamento di elevare il limite di indebitamento netto e di saldo netto da finanziare per il 2021, modificando il sentiero di rientro verso l’Obiettivo di medio termine (Omt) per i prossimi anni; per finanziare ulteriori spese a contrasto della crisi Covid è stato pertanto definito un ulteriore scostamento di 40 miliardi (parte dei quali destinati a costituire un fondo complementare a supporto delle risorse del Pnrr). 

In base all’entità di questa manovra, lo scenario programmatico, quello cioè che incorpora le decisioni prese dal governo, prevede un deficit più elevato del tendenziale nel 2021, pari all’11,8% (9,5% tendenziale) del Pil, mentre per quanto riguarda il rapporto fra debito della pubbliche amministrazioni e Pil, nello scenario viene previsto un ulteriore aumento di 4 punti percentuali al 159,8% (mentre il tendenziale colloca questo rapporto al 157,8%).

Aldilà delle differenze tra quadro tendenziale e programmatico, questi numeri indicano livelli importanti tanto nel rapporto deficit/Pil, quanto in quello debito/Pil: si tratta di conseguenze inevitabili dovute alla necessità di finanziare tramite spesa pubblica la risposta alla crisi Covid-19 (sul contenuto di queste misure il ventaglio di critiche è molto ampio, e in parte le esprimeremo in questo articolo; quello che qui rileva sottolineare è il ritorno a politiche di spesa pubblica di una certa importanza). E soprattutto si tratta di scelte che tutti i governi stanno assumendo. 

Detto questo, si impongono alcune considerazioni, che suggeriscono di mantenere alta la guardia contro i tentativi di ritornare a un quadro di finanza pubblica pesantemente condizionato dall’austerità. 

Nel Def, nella tavola degli indicatori di finanza pubblica viene indicato un percorso di riduzione tanto del rapporto deficit/Pil (dall’11,8% del 2021 al 3,4% del 2024) quanto del rapporto debito/Pil (dal 159,8% del 2021 al 152,7% del 2024). È vero che il miglioramento di questi rapporti può essere attribuito alla crescita del Pil (stimata in +4,5% nel 2021, +4,8% nel 2022, +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024), ma non è detto che questa sia sufficiente a conseguire risultati sul piano occupazionale e sociale e che pertanto non si rendano necessari ulteriori interventi espansivi. Alcuni passaggi del Def, quindi, lasciano presagire alcune preoccupazioni rispetto alle quali potrebbero aprirsi conflitti di una certa portata. 

La Commissione europea ha attivato la Clausola di salvaguardia generale nel marzo 2020, poi confermata anche nel 2021: rispetto agli obiettivi del Patto di stabilità e crescita, questa clausola in sostanza prevede che «in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa».

Gli Stati membri sono quindi autorizzati a deviare temporaneamente, come testualmente dice il documento sul Recovery licenziato nel luglio scorso dal Consiglio europeo, dal percorso previsto dal Patto di stabilità e crescita, ma il richiamo a quelle che il livello comunitario considera come condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche è continuo. Per esempio, i piani nazionali sono soggetti al rispetto e all’implementazione delle raccomandazioni espresse dalla Commissione europea ai governi; si tratta delle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate annualmente. Nel caso di piani nazionali di Recovery, questi devono rispettare le raccomandazioni espresse sia nel 2020 che nel 2019; mentre le prime sono abbastanza “leggere” essendo state definite in piena crisi pandemica, le seconde sono assai più severe. 

Per l’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici viene prescritto di assicurare una riduzione nominale della spesa pubblica primaria dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuale dello 0,6% del Pil sulla base dei requisiti del Patto di stabilità e crescita. La Commissione ebbe modo di sottolineare che sulla base delle proprie previsioni per l’Italia sussiste il rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento, e che pertanto sarebbe stato necessario utilizzare eventuali spazi (windfall gains) per ridurre l’indebitamento. Analoghe preoccupanti raccomandazioni vennero espresse in riferimento alla spesa pensionistica, considerata come la più elevata dell’Unione europea: sostanzialmente venne indicata la necessità della piena implementazione della riforma Fornero. 

Ovviamente queste raccomandazioni saranno oggetto di negoziazione con l’Italia quando verrà preso in esame, per l’approvazione, il Pnrr (il Recovery plan italiano); il fatto che siano state espresse non rappresenta di per sé la certezza della loro piena implementazione, ma il loro tenore lascia trasparire come sulla vicenda della spesa pubblica si debba continuamente mantenere alta la guardia. 

Il grande assente: il lavoro

Per comprendere come il Pnrr guardi al lavoro sarebbe sufficiente leggere la parte dedicata a come il governo italiano intende rispondere alle Raccomandazioni della Commissione europea. Mentre buona parte di queste Raccomandazioni, come spiegato in questo articolo, hanno contenuti e caratteri molto preoccupanti, quella sul carico fiscale sul lavoro appare interessante: la Commissione, infatti, raccomanda all’Italia di «spostare la pressione dal lavoro». 

La risposta del Pnrr è disarmante: dopo aver richiamato, anche correttamente, la riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, poi diventati 100), il governo non trova di meglio che rivendicare una serie di misure di sgravi fiscali per le imprese. Si tratta della fiscalità di vantaggio al Sud, che riduce del 30% i contributi sociali alle imprese del Mezzogiorno, e dell’azzeramento dei versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani. 

Appare chiaro che non esiste nemmeno l’idea che lo Stato possa farsi creatore di nuova occupazione, ma che al contrario questa debba essere unicamente lasciata alle decisioni delle imprese, ovviamente dietro finanziamento pubblico. Lo Stato, in questa visione, non scompare, ma diventa funzionale a un progetto economico-sociale. Più in generale gli unici riferimenti al tema dell’occupazione vengono risolti con il classico schema neoliberale di creare opportunità di lavoro: in questo senso vanno letti gli «investimenti in attività di upskilling, reskilling e life-long learning di lavoratori e imprese, che mirano a far ripartire la crescita della produttività e migliorare la competitività delle Pmi e delle microimprese italiane».

Insomma, il problema di trovare lavoro sembra ridursi al tema di fornire ai lavoratori un’adeguata formazione in modo che il loro “capitale umano” (termine orribile, che ritorna continuamente nel Piano) possa essere speso sul mercato. Si tratterebbe, quindi, di fornire le giuste competenze, tramite appunto formazione e riqualificazione, in modo da sostenere “l’occupabilità” dei lavoratori: insomma si tratta, nella migliore tradizione neoliberale, di creare opportunità, non di garantire diritti (e il diritto al lavoro in Italia è sancito dalla Costituzione). 

Gli oltre sei miliardi previsti per questa parte verranno in sostanza impiegati in attività di formazione, riqualificazione, profilazione e presa in carico di chi cerca lavoro. Gli obiettivi strategici di questa missione sono due. Il primo è quello di favorire le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata. Il termine transizioni lavorative, inserito in sordina, lascia presagire come il governo si attenda un significativo incremento di licenziamenti nei prossimi mesi; in una versione precedente del Pnrr questo veniva detto a chiare lettere: «Alcuni posti di lavoro potrebbero essere definitivamente perduti – anche per il progredire della rivoluzione tecnologica digitale – e sarà necessario affrontare un processo di riallocazione tra settori e località. I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo».

Questo passaggio, evidentemente tolto per evitare che il Pnrr si prestasse a ulteriori critiche, è particolarmente grave: il governo sembra riconoscere che la rivoluzione tecnologica, i cui investimenti intende finanziare direttamente (vedasi il paragrafo successivo), avranno come effetto quello di una riduzione occupazionale, ma immagina di risolvere questo problema non facendosi carico della creazione di nuovi posti di lavoro, bensì demandando il tema ai servizi di collocamento, oltretutto in coordinamento con le agenzie private; come se la questione della disoccupazione fosse risolvibile facendo semplicemente incontrare l’offerta di lavoro – dei lavoratori – e la domanda di lavoro delle imprese (che evidentemente si colloca su livelli troppo bassi).

Ecco quindi il secondo obiettivo strategico: quello di ridurre il mismatch di competenze, come se il tema della disoccupazione fosse riducibile a un disallineamento tra le competenze richieste e quelle disponibili ai lavoratori. Il problema, invece, in presenza dei tassi di disoccupazione che conosciamo, è quello della mancanza di lavoro, che andrebbe creato. E allora, sostanzialmente gli unici interventi previsti riguardano il finanziamento del Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) e l’adozione del Piano nazionale nuove competenze. 

La retorica sull’occupazione femminile si riduce a ben poca cosa nel Pnrr: la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostegno a progetti aziendali innovativi (digitalizzazione, energia verde ecc.) per imprese già costituite a conduzione femminile, il Sistema di certificazione della parità di genere. Dulcis in fundo, con 650 milioni di euro verrà finanziato il Servizio civile universale: cioè, in buona parte dei casi, lo svolgimento di lavoro non pagato.

Un Piano a misura di impresa

Il Pnrr, come del resto i principali provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid da marzo in avanti, sono stati pensati avendo come unico riferimento le esigenze dell’impresa. 

Più in generale, l’impianto complessivo risponde alla classica definizione di politiche industriali neo-liberali di tipo “orizzontale”: cioè di politiche finalizzate a creare il miglior ambiente possibile (“improve the business environment”) per le attività delle imprese private, bandendo ogni intervento pubblico in quanto considerato distorsivo del mercato. All’interno di questo quadro teorico, i migliori strumenti di “politica industriale” riguardano la defiscalizzazione o comunque il vantaggio fiscale per le imprese, policy di concorrenza e anti-trust, incentivi per attrarre investimenti esteri, politiche di deregolazione (meglio, di diversa regolazione) di alcuni “mercati” tra i quali ovviamente quello del lavoro (formazione per i lavoratori, a carico del pubblico), nel finanziamento (pubblico) di attività di ricerca e sviluppo i cui risultati verranno poi utilizzati dalle imprese ecc. Le scelte strategiche e di investimento sono di stretta competenza delle imprese, senza nessun ruolo di programmazione o di indirizzo da parte del pubblico; di proprietà pubblica, quindi, neanche a parlarne. 

Questo impianto è chiaramente ravvisabile nel Pnrr. Addirittura la parte relativa alla ricerca viene significativamente titolata “Dalla ricerca all’impresa”: i principali progetti di ricerca previsti dovranno essere condotti da partenariati pubblico-privati, i cosiddetti “campioni nazionali di R&S” su alcune “Key Enabling Technologies” dovranno nascere attraverso università, centri di ricerca e imprese; gli “ecosistemi dell’innovazione” dovranno fornire attività formative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; l’obiettivo assegnato ai Centri di trasferimento tecnologico è «quello di aumentare i servizi tecnologici avanzati a beneficio delle aziende». Gli esempi potrebbero continuare: quasi l’intera parte di Pnrr dedicata alla ricerca la declina come funzionale alle esigenze dell’impresa. 

Lo stesso approccio di funzionalità al mondo imprenditoriale viene assunto nelle parti del Pnrr dedicate alla riforma della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Il medesimo ragionamento potrebbe farsi a proposito di molti interventi infrastrutturali, si pensi per esempio al modo in cui si parla della connessione veloce e ultraveloce: si sottolinea che le imprese potrebbero «usufruire di diverse “tecnologie 4.0” (sensori, l’Internet of Things, stampanti tridimensionali, ecc.) che richiedono collegamenti veloci e con bassi tempi di latenza». Vengono cioè menzionate tecnologie in uso presso le imprese e finalizzate ad aumentare esclusivamente la redditività delle stesse, con effetti spesso critici sul mondo del lavoro.

Ancora più esplicito è il Pnrr quando si tratta di destinare contributi pubblici alle imprese per realizzare investimenti: le risorse pubbliche verranno concesse in maniera molto generosa e senza imporre nessun vincolo ai beneficiari. Si tratta dell’investimento “Transizione 4.0”, al quale sono destinati 13,97 miliardi di euro (a cui si aggiungono oltre 5 miliardi del Fondo complementare nazionale, cioè risorse con le quali il governo italiano ha integrato la portata del Recovery. In totale, quindi, 18,461 miliardi). Si tratta di risorse destinate a incentivi fiscali a favore delle imprese che decidono di investire in macchinari e impianti 4.0 «per aumentare la produttività, la competitività e la sostenibilità delle imprese italiane». 

Questo intervento, rispetto al precedente Piano “Industria 4.0” introdotto dall’allora ministro Calenda, conferma l’ampliamento (già in essere a partire dal 2020) dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con il meccanismo del credito di imposta: mentre il primo determina vantaggi fiscali solo per le imprese con base imponibile positiva, il secondo vale indistintamente per tutte. Inoltre, in maniera assai generosa, il Pnrr amplia il ventaglio degli investimenti immateriali agevolabili e aumenta le percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati: cioè alzando tutti i massimali aumenta le risorse pubbliche a favore della singola impresa. 

Poiché nel Pnrr non ci sono ulteriori chiarimenti di come verranno utilizzate queste risorse, per comprendere meglio di cosa si tratta è necessario consultare un documento redatto dal Servizio studi della Camera e del Senato. Per il credito d’imposta per beni strumentali, che riguarda beni strumentali 4.0 e beni capitali immateriali (sia 4.0 che tradizionali), il Pnrr prevede un aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazioni fiscali: entrambe misure vantaggiose per le imprese, in quanto l’incremento dell’aliquota significa un incremento del vantaggio fiscale (cioè del credito di imposta) e quello del massimale significa un incremento delle spese massime ammissibili all’agevolazione fiscale. Infatti, per i beni strumentali 4.0 sono previsti notevoli incrementi: a) per spese inferiori a 2,5 milioni di euro, è indicata una nuova aliquota al 50% nel 2021 e al 40% nel 2022; b) per spese superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, è indicata un’aliquota al 30% nel 2021 e al 20% nel 2022; c) per le spese superiori a 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro, è evocato un nuovo massimale, con un’aliquota del 10% nel 2021 e nel 2022. Invece, per quanto riguarda i beni strumentali immateriali 4.0: a) il tasso aumenta dal 15% al 20%; b) l’aumento del tetto delle spese ammissibili passerebbe da 700.000 euro a 1 milione di euro; c) i crediti d’imposta sono estesi anche ai beni immateriali tradizionali, con il 10% per gli investimenti realizzati nel 2021 e del 6% per gli investimenti effettuati nel 2022. Per fare un esempio concreto, se un’impresa investe in un macchinario 4.0, la fruizione di un aliquota al 50% come credito di imposta significa che la metà dell’investimento realizzato produrrà un vantaggio all’impresa nei termini di una riduzione del carico fiscale; quindi un macchinario del valore di un milione di euro, di fatto, è come se venisse pagato mezzo milione di euro, il resto sarà coperto dalla fiscalità generale tramite credito d’imposta.

Analoghi vantaggi fiscali per le imprese sono previsti anche alle spese in ricerca, sviluppo e innovazione, le schede progettuali indicano azioni di sostegno per attività legate a innovazione 4.0, green economy e design. In particolare, prevedono la maggiorazione delle seguenti aliquote e dei seguenti massimali agevolabili: a) R&S: l’aliquota di agevolazione fiscale aumenterebbe dal 12% al 20% con un tetto di 4 milioni euro (in precedenza 3 milioni di euro); b) Innovazione tecnologica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un tetto di 2 milioni (precedentemente 1,5 milioni); c) Innovazione verde e digitale: il tasso aumenterebbe dal 10% al 15% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni); d) Design e concezione estetica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni). 

Come si nota, quindi, aumentano sia le percentuali di credito d’imposta (vantaggio fiscale) che i massimali di spesa. La prima tipologia di crediti è riconosciuta per l’investimento in tre tipi di beni capitali: i beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0”) nonché i beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa. Il Pnrr prevede che, nell’arco del triennio 2020-2022, il credito d’imposta per beni materiali e immateriali 4.0 venga utilizzato mediamente da circa 15.000 imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione venga utilizzato mediamente da circa 10.000 imprese ogni anno. 

Nel primo numero di OPM abbiamo ampiamente descritto quali sono le conseguenze per i lavoratori derivanti dall’adozione di queste tecnologie da parte delle imprese in termini di intensificazione della prestazione lavorativa, di controllo ecc. In questa sede vale la pena sottolineare come queste risorse (in questo specifico caso si tratta di oltre 20 miliardi di euro) verranno elargite alle imprese senza imporre loro nessun vincolo di tipo sociale o industriale: per esempio il divieto di procedere con licenziamenti, di delocalizzare la produzione, di esternalizzare parti del ciclo e di appaltare ecc. O ancora si sarebbero potute introdurre altre condizionalità quali per esempio la necessità di garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali (quante di queste imprese sono disponibili alla contrattazione di secondo livello?), di contrattare qualità e volumi degli investimenti, di garantire la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.), di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Nulla di tutto questo è stato previsto: le imprese potranno così ricevere ingenti finanziamenti pubblici senza essere soggette ad alcun tipo di impegno sociale e industriale. Si tratta di un film già visto: anche l’ingente massa di finanziamenti pubblici alle imprese prevista dai vari decreti varati per fronteggiare la crisi era pressoché completamente scevra da qualsiasi condizionalità sociale; addirittura nel caso degli strumenti di patrimonializzazione (cioè i fondi istituiti per rafforzare il capitale delle imprese) è stato previsto che tale intervento avvenga tramite la sottoscrizione, da parte dello Stato, di titoli di debito delle imprese che non danno diritto di voto al pubblico, in modo da non alterare la governance delle stesse. 

Oltre a questi aspetti, è necessario sottolineare come l’ideologia neoliberista pervada ogni forma di intervento pubblico ammesso. Tutti i provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid-19 assumono come impianto quello definito dal quadro comunitario degli aiuti di Stato dai quali sono escluse le cosiddette “imprese in difficoltà”. 

Si tratta di tutte le imprese che, prima del 31 dicembre 2019, venivano classificate come “in difficoltà”. Per esempio si tratta di imprese che:

  • nel caso di una società a responsabilità limitata, quando più della metà del suo capitale sociale sottoscritto è venuto meno a causa delle perdite accumulate; 
  • quando l’impresa è sottoposta a una procedura collettiva d’insolvenza; 
  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o cessato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;
  • nel caso di un’impresa che non sia una Pmi, se negli ultimi due anni (a) il rapporto tra debito contabile e capitale proprio dell’impresa è stato superiore a 7,5 e (b) l’indice di copertura degli interessi Ebidta dell’impresa è stato inferiore a 1,0. 

Come si è visto, l’elenco delle circostanze che permettono di classificare un’impresa come “in difficoltà” è molto ampio e, soprattutto, coinvolge anche imprese che possono essere in fase di ristrutturazione. Questa disposizione rischia di limitare molto la capacità di risolvere le crisi industriali dell’intervento pubblico, come ad esempio prevede la normativa italiana con procedure concorsuali espressamente finalizzate a evitare il fallimento (vedi il caso dell’amministrazione straordinaria). 

Ancora una volta prevalgono le logiche neo-neoliberiste, a prescindere da qualsiasi considerazione sociale e industriale: queste regole escludono dal regime degli aiuti di Stato le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019 (il 2019 non è stato un anno positivo per l’economia europea, quindi è possibile che molte imprese siano cadute in una situazione di difficoltà già in quell’anno; queste regole europee precludono loro di beneficiare degli aiuti del Quadro temporaneo per cercare di recuperare una situazione meno negativa).

Sembrerebbe un paradosso: gli aiuti di Stato, secondo queste regole, possono essere concessi solo ad aziende “sane”. Non si tratta di un paradosso, ma di una precisa scelta politica: l’intervento pubblico nella struttura industriale, compreso quello classificato come aiuto di Stato, è considerato di per sé dalla Commissione europea come una distorsione del mercato e della concorrenza, ed è quindi da impedire a ogni costo (anche di fronte a pesanti ricadute sociali). Se invece l’intervento pubblico è finalizzato a garantire l’agibilità, la profittabilità e la competitività dell’impresa privata, allora va bene.

In questo caso, le imprese in difficoltà sono in sostanza quelle che nel documento del G30, al tempo presieduto da Mario Draghi, vengono definite come “imprese zombie” («Zombie firms: The dangers of the walking dead»). Per queste ultime le uniche policy che andrebbero previste riguardano gli aggiustamenti del loro business o la chiusura: il termine di “imprese zombie” è stato coniato in Giappone e, a supporto della necessità di far fallire queste imprese, viene citato il fatto che diversi studi dimostrerebbero che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti nelle aziende sane. Il report del G30 teme che l’aumento dei debiti delle imprese, nella risposta alla crisi Covid-19, potrebbe creare una nuova ondata di aziende zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica. Il rischio di una apocalisse (letterale!) di “imprese zombie” (la cui presenza abbasserebbe investimenti, produttività ecc.) è dovuto alle politiche di bassi tassi di interesse e di interventi governativi a supporto delle imprese in difficoltà. 

Secondo il G30, l’intervento dei governi attraverso programmi di credito nella fase iniziale di risposta della crisi, così come la pressione affinché le banche garantissero prestiti alle imprese, hanno ridotto i tradizionali approcci di valutazione del merito creditizio, compresi gli strumenti più complessi come quelli del pricing approach. In questo modo il debito verrebbe “caricato” su alcune imprese che non possono utilizzarlo al meglio o che possono diventare aziende zombie. Questo vincolerebbe le risorse senza generare un corrispondente valore economico, e creerebbe il potenziale problema delle imprese che falliranno in futuro: i programmi di credito dovrebbero focalizzarsi sulle imprese fondamentalmente sane, e per le quali un ulteriore debito sarebbe sostenibile; le scelte politiche, inoltre, dovrebbero migliorare l’equilibrio tra rischi e ritorni per i prestatori, e far uso delle competenze dei fondi privati e del settore privato per sottoscrivere e prezzare il credito laddove questo non verrebbe elargito senza un intervento a causa di un’eccessiva percezione del rischio.

Chiaramente un approccio di questo tipo preclude qualsiasi politica industriale pubblica degna di questo nome, a prescindere dalle conseguenze sociali e industriali delle dinamiche di “epurazione”, cioè di un “sano” mercato che espelle le imprese in difficoltà per “epurarsi”. Quanto siano “sane” le imprese che restano, il più delle volte generosamente sussidiate dal pubblico (tramite contributi, agevolazioni fiscali ecc.) ovviamente non è mai oggetto di discussione. 

In Italia stiamo vedendo le vittime di questo approccio: su tutte il progetto Italcomp, cioè il tentativo di costituire un polo italiano (che avrebbe potuto essere a maggioranza pubblica) per la produzione di compressori per elettrodomestici; operazione che, se realizzata, avrebbe potuto salvare gli stabilimenti Embraco di Torino e Acc di Belluno. Mentre il polo italiano (e parzialmente pubblico) del compressore per elettrodomestici viene ucciso nella culla, le politiche antitrust e sulla concorrenza dell’Unione europea si voltano dall’altra parte, consentendo alla multinazionale Nidec di condurre operazioni di concentrazione ed espansione.
Meglio togliere di mezzo il pubblico (tramite tonnellate di regolazioni e decisioni politiche), per lasciare spazio alle multinazionali private e al loro business. Anche in questo caso, quindi, lo Stato non scompare ma rinuncia a esercitare un suo ruolo autonomo di politica industriale, limitandosi al ruolo di finanziatore passivo delle imprese. 

La transizione verde e quella digitale: e la struttura industriale italiana?

La Commissione europea ha pubblicato il documento Guidance for Member States il 17 settembre 2020. Oltre all’insistenza sulla realizzazione delle riforme, intese come misure per il raggiungimento degli obiettivi del Recovery plan, sono previste indicazioni precise anche a proposito degli investimenti. Tra gli obiettivi stabiliti dal documento Guidance compare anche quello di rafforzare la resilienza economica e sociale, anche alla luce del fatto che la crisi Covid-19 ha esacerbato gli squilibri macroeconomici e il supporto alla transizione verde e digitale. Per queste due transizioni il documento della Commissione europea ha stabilito che i piani nazionali debbano spiegare la loro coerenza con il piano “European green deal” e con gli obiettivi stabiliti in “Shaping Europe’s digital future”, in particolare devono evidenziare come intendono sostenere iniziative nel pieno rispetto delle priorità climatiche, ambientali, sociali e digitali dell’Unione europea. Sostanzialmente la Commissione europea prescrive agli Stati membri che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione con il Recovery fund nei piani nazionali vengano impiegate per il conseguimento di obiettivi climatici e ambientali (dimostrando la coerenza con i piani nazionali su clima ed energia), e che il 20% delle risorse venga impiegato sulla transizione digitale. 

Questo punto è molto importante in quanto è direttamente legato ai nuovi investimenti che il Recovery plan dovrebbe stimolare e finanziare: riduzione delle emissioni clima-alteranti, diffusione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, nuove energie pulite, nuove tecnologie “pulite”, interconnessione dei sistemi energetici, nonché altri obiettivi ambientali quali la protezione e l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione all’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, la protezione e il recupero degli ecosistemi ecc. La stessa cosa per quanto concerne la trasformazione digitale: il miglioramento della connettività, la diffusione di reti ultra-veloci, fibra ottica e 5G.

Nel Pnrr italiano questi due obiettivi sono chiaramente esplicitati nelle prime due missioni. La Missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, alla quale sono destinati 40,73 miliardi di euro di risorse, prevede interventi nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione, nella digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (sostanzialmente la ripresa del piano Industria 4.0) e turismo e cultura 4.0. La Missione 2, invece, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinati 59,33 miliardi di euro, prevede interventi nell’economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e tutela del territorio e della risorsa idrica. Aldilà di queste due missioni specifiche, gli obiettivi ambientali e digitali attraversano anche altre missioni, per esempio alcuni interventi nel settore delle infrastrutture e della sanità. La mole di risorse destinate a questi interventi, quindi, sarà significativa. 

La domanda che ci si deve porre è: questi investimenti saranno in grado di trainare attività produttiva nel nostro Paese, e quindi occupazione? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere qual è lo stato della nostra struttura produttiva in questi settori. Ci sono cioè aziende, localizzate in Italia, che producono impianti e tecnologie necessarie per le energie “pulite”? In maniera analoga: ci sono imprese localizzate in Italia che producono impianti, apparati e tecnologie Ict e Tlc necessari per la transizione digitale? Quali di queste produzioni sono localizzate, o sono state delocalizzate, all’estero? 

È evidente, infatti, che non è sufficiente che ci siano imprese capaci di fornire servizi energetici o digitali, ma è altrettanto necessario che ci siano imprese industriali in grado di produrre questi impianti (e loro parti e componenti) e queste tecnologie. Altri interrogativi riguardano la localizzazione in Europa di queste imprese: infatti qualora non esistesse una distribuzione più o meno equilibrata di queste produzione tra i Paesi membri è chiaro che si aggraverebbero ulteriormente gli squilibri all’interno dell’area Ue. E ancora ci si dovrebbe chiedere quali sono i poteri che lo Stato o le imprese pubbliche dispongono per realizzare, direttamente, questi obiettivi o se, al contrario, prevarrà la logica degli appalti pubblici, cioè dell’assegnazione mediante bandi di tali risorse; questo comporta il rischio che per determinate produzioni, qualora siano imprese multinazionali ad aggiudicarsele, possano poi decidere di allocare queste produzioni in altre aree geografiche, ovviamente caratterizzate dal basso costo del lavoro. 

Gli squilibri commerciali (industriali) in Europa

Per cercare di capire la capacità del sistema industriale italiano di realizzare questi prodotti abbiamo fatto un banale calcolo. Abbiamo utilizzato i dati del database Comtrade (Un comtrade database) e abbiamo aggregato i prodotti necessari per ciascuna delle due transizioni, utilizzando due strumenti di classificazione. La prima classificazione è tratta da UnctadStat (United nations conference on trade and development Statistics), sono “Ict goods categories and composition (Hs 2017)” che riguardano ovviamente la transizione digitale e includono quattro macro-tipi di prodotti:

  • Computer e periferiche, che comprende diciassette famiglie di prodotti: per esempio macchine per processare dati, unità di processo, unità input/output e di storage, altre macchine per ufficio, parti e accessori ecc.;
  • Impianti di comunicazione, che comprende dieci famiglie di prodotti: per esempio linee telefoniche, telefoni per reti cellulari, stazioni base, apparati di telecomunicazione (macchine per la ricezione, la conversione e la trasmissione o la rigenerazione di voce, immagini o altri dati, inclusi apparati di switching e routing), apparati di trasmissione per radio-broadcasting o televisione, apparati di segnalazione ecc.;
  • Impianti di elettronica di consumo, che comprende trentaquattro famiglie di prodotti tra cui microfoni, altoparlanti, cuffie e auricolari, apparecchi di registrazione sonora e video, ricevitori di radiodiffusione, monitor, proiettori, apparecchi di ricezione ecc.;
  • Componenti elettronici, che coinvolge ventisette famiglie di prodotti: per esempio, semiconduttori, circuiti stampati, transistor, tubi, valvole, circuiti elettronici integrati; processori e controllori, memorie, parti di circuiti elettronici integrati ecc; e Varie con altre sei famiglie.

La seconda classificazione deriva da un documento della Commissione europea (Jcr, Eu energy technology trade) e classifica i beni nel modo seguente (in questo caso includendo solo i beni relativi alle tecnologie “pulite”):

  • Energy storage (accumulatori);
  • Riscaldamento;
  • Impianti idroelettrici (turbine e ruote idrauliche);
  • Isolamento (articoli di isolamento termico, unità isolanti di vetro a pareti multiple ecc.);
  • Contatori intelligenti (contatori elettrici);
  • Solare fotovoltaico;
  • Solare termico;
  • Eolico (generazione e gruppi elettrici alimentati dal vento, torri e tralicci).

Per le merci che entrano nelle due transizioni abbiamo calcolato:

  • le esportazioni e le importazioni totali relative a ogni transizione; e la differenza tra queste (per mostrare se un Paese è un esportatore netto o un importatore netto di questi beni);
  • i volumi di importazione ed esportazione per ogni macrotipo/famiglia di prodotti; e la differenza (per mostrare se un Paese è un esportatore o un importatore di questi beni);
  • il rapporto tra esportazioni e importazioni.

Quest’ultimo rapporto è un indicatore (molto) grezzo che ci dice fino a che punto un Paese è sbilanciato verso le esportazioni o le importazioni. Questo indicatore ci può fornire comunque un’indicazione di massima.

Poiché il rapporto è calcolato come esportazioni/importazioni:

  • se il rapporto è uguale a 1, significa che c’è equilibrio tra esportazioni e importazioni (i due valori sono uguali);
  • se il rapporto è maggiore di 1, è presumibile che il Paese sia esportatore netto: ovviamente più alto è il rapporto, più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è esportatore netto;
  • se il rapporto è inferiore a 1, è presumibile che il Paese sia importatore netto: ovviamente più basso è il rapporto più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è importatore netto.

Guardando al totale dei beni necessari per la transizione digitale (come definito e classificato sopra), vediamo che l’intera Unione europea (calcolata ancora come Ue-28, cioè pre-Brexit) ha uno squilibrio di importazioni di 160,8 miliardi di euro e un rapporto esportazioni/importazioni pari a 0,38, quindi significativamente lontano da 1. Nel caso dell’Italia lo squilibrio a favore delle importazioni è pari a 12,8 miliardi di euro, con un rapporto pari a 0,44. La Germania, pur essendo importatore netto per 30,5 miliardi di euro, ha un rapporto meno negativo dell’Italia (0,7).

Se guardiamo più nel dettaglio la situazione dell’Italia dal punto di vista dei quattro macro-tipi di prodotti sopra descritti, otteniamo la seguente tabella che consente di evidenziare parecchi elementi di preoccupazione. 

Differenza esportazioni-importazioni(in euro)Rapporto esportazioni-importazioni
Computer e periferiche -4.314.872.6360,40
Impianti di comunicazione -5.634.034.9820,37
Impianti di elettronica di consumo-2.152.028.3600,33
Componenti elettronici e Varie-701.430.2720,81

Dal punto di vista della transizione verde abbiamo considerato i beni energetici (quindi il nostro calcolo non include altri settori importanti, come i trasporti e la mobilità in generale). Anche in questo caso l’Ue-28 si trova in una situazione di deficit con l’estero, anche se in misura meno rilevante rispetto ai beni Ict, dato che il rapporto complessivo è di 0,89.

Questa classificazione, tuttavia, include beni molto diversi, compresi alcuni molto tradizionali (per esempio i prodotti per l’isolamento termico ecc.). Quindi, se consideriamo solo le tecnologie energetiche alternative (idroelettrico, solare, eolico, contatori intelligenti), troviamo un quadro diverso, poiché il rapporto scende significativamente a 0,55 e in termini assoluti è pari a meno 44,6 miliardi di euro. 

In particolare il rapporto è molto basso per il solare fotovoltaico (che comprende prodotti come diodi, transistor e dispositivi simili a semiconduttori; dispositivi a semiconduttore fotosensibili, comprese le cellule fotovoltaiche anche assemblate in moduli o costituite in pannelli; diodi emettitori di luce; cristalli piezoelettrici montati ecc.). 

La situazione è piuttosto diversa tra Paesi. Mentre la Germania è esportatrice netta per oltre 1,3 miliardi di euro (le esportazioni tedesche sono superiori a 3,7 miliardi di euro) con un rapporto pari a 1,3, al contrario l’Italia è importatore netto per quasi mezzo miliardo di euro, con un rapporto pari a 0,6 (l’Italia importa oltre 1 miliardo di euro di questi prodotti).

Il Pnrr italiano prevede diversi interventi sul settore delle energie rinnovabili proponendosi, complessivamente, di aumentare la capacità produttiva di 6 GW: per esempio 1,5 miliardi sono destinati alla realizzazione del Parco agrisolare (sui tetti delle imprese agricole, zootecniche e agroindustriali, con potenza pari a 0,43 GW), altri 1,1 miliardi per lo sviluppo dell’agrovoltaico (capacità produttiva di 2 GW), 2,2 miliardi per la promozione di energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, 680 milioni per la promozione di impianti innovativi inclusi quelli offshore (490 GWh annui di produzione) ecc. Altri interventi sono destinati a potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete (Smart Grid, 4,11 miliardi), a promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno (3,19 miliardi), oltre a interventi sulla mobilità sostenibile che vedremo in seguito. 

Ma l’attenzione posta alla produzione industriale di questi impianti e prodotti è molto bassa: viene soltanto citata una generica volontà di sviluppare in Italia delle supply chain competitive che consentano di ridurre la dipendenza da importazioni tecnologiche nei seguenti settori: a) tecnologie per la generazione rinnovabile (es. moduli fotovoltaici innovativi, aerogeneratori di nuova generazione e taglia medio-grande) e per l’accumulo elettrochimico; b) tecnologie per la produzione di elettrolizzatori; c) mezzi per la mobilità sostenibile (es. bus elettrici); d) batterie per il settore dei trasporti.

Lasciando al momento in secondo piano gli ultimi due punti, che verranno ripresi nella parte dedicata alla mobilità, nell’ambito energetico si prevede che in Europa la capacità fotovoltaica installata passerà da 152 GW a 442 GW entro il 2030 e che l’incremento, per quanto riguarda l’Italia segnerà il passaggio dagli attuali 21 GW a oltre 52. Il Pnrr si limita a riconoscere che l’attuale mercato è dominato da produttori asiatici e cinesi con oltre il 70% della produzione, e l’Europa ridotta al 5% nella produzione di pannelli (tra i primi dieci produttori mondiali di pannelli ci sono sette società cinesi, una sudcoreana, una americana e una canadese).

Una precedente versione del Pnrr era ancor più esplicita nel riconoscere che la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici era pari a circa 200 MW annui (cioè 0,2 GW) e si proponeva di portare tale produzione a 2 GW entro il 2025 e a 3 GW negli anni successivi. L’Italia, quindi, mettendo assieme i dati sulle importazioni e sulla capacità industriale installata, rischia – senza interventi sul proprio apparato produttivo – di utilizzare le risorse del Pnrr per incrementare la quota di importazioni dall’estero.

Questo aspetto, cioè la produzione industriale di questi prodotti e di queste tecnologie, dovrebbe essere centrale per fare in modo che la transizione ecologica consenta di creare capacità produttiva e occupazione.

Lo stesso ragionamento vale a proposito dell’eolico e dell’idrogeno o delle tecnologie eoliche, o per gli impianti energetici che dovrebbero essere a supporto delle rinnovabili. Si pensi per esempio alle centrali cosiddette “peakers” a gas, cioè quelle centrali in grado di coprire la domanda di picco sulla rete e che assumono un ruolo rilevante in presenza di parchi fotovoltaici o eolici la cui generazione di energia è soggetta alle condizioni climatiche (si tratta, infatti, di fonti non programmabili). Terna ha già emanato bandi per il 2022 e il 2023 per quasi 6 GW di potenza; molte società hanno presentato progetti in tal senso per complessivi 16 GW: dieci progetti di centrali da Enel, quattro da Ep Produzione, quattro da A2A e altri da Sorgenia, Engie, Arvedi ecc.

Le parti principali di questi impianti sono costituite da turbine, generatori, trasformatori set-up, sistemi di controllo e ausiliari: tra i principali produttori vi sono General Electric, Siemens, Mitsubishi, Abb, Schneider, Hyundai, Yokogawa ecc. Tra questi anche l’italiana Ansaldo per turbine con potenza superiore a 80 MW. La domanda da porsi è: dove verranno costruiti questi impianti? Alcune di queste imprese non hanno presenza produttiva in Italia, mentre altre (vedi per esempio Abb) essendo multinazionali possono localizzare in qualsiasi parte del mondo queste produzioni. Dopo la distruzione dell’elettromeccanica (Ercole Marelli, Breda Termomeccanica ecc.) sarebbe stato il caso, visti gli ingenti investimenti previsti nei prossimi anni, di pensare a un piano industriale per questo settore. 

Lo stesso ragionamento è facilmente estendibile ai progetti di digitalizzazione e di sviluppo di sistemi di telecomunicazione. Per esempio la digitalizzazione della Pubblica amministrazione prevede 6,14 miliardi di euro per realizzare, tra gli altri, infrastrutture digitali (razionalizzazione e consolidamento di molti data center), la realizzazione di un Polo strategico nazionale (una nuova infrastruttura cloud) verso la quale potranno migrare le amministrazioni centrali (in alternativa ai cloud di mercato), l’interoperabilità delle banche dati e la realizzazione della Piattaforma nazionale dati, progetti di cybersecurity e di digitalizzazione delle procedure e dei servizi ecc. 

Poco o nulla viene detto su quali saranno i soggetti realizzatori di questi interventi, e quando il Pnrr si esprime lo fa per garantire ambiti di intervento alle società private: per esempio per il delicatissimo processo di migrazione verso il cloud il governo definirà un elenco di provider certificati (cioè di imprese private) ai quali dovranno ricorrere le amministrazioni. Così nonostante la preoccupazione, fondata, che viene espressa a proposito di una crescente dipendenza dai servizi software, e quindi dagli sviluppatori/proprietari degli stessi, e dell’aumento della crescente interdipendenza delle “catene del valore digitali”, il Pnrr si limita a indicare uno strumento di mercato per digitalizzare la Pa con tutto il portato di banche dati, sensibilità e riservatezza degli stessi, rischi per privacy e sicurezza: una delle principali riforme in questo senso prevede di rinnovare le procedure di acquisto dei servizi Ict da parte della Pa, creando appunto la “white list” di fornitori certificati. Insomma: queste sono le risorse pubbliche che verranno spese, e queste sono le imprese private che vi potranno accedere. Nessuna proposta, come ovvio, di istituire un soggetto Ict pubblico, in grado di digitalizzare e guidare questa transizione per la Pa.

Per gli investimenti nel settore più propriamente Tlc, per quanto possa essere distinto dall’Ict, vanno segnalati i 6,31 miliardi di euro per realizzare reti ultraveloci (banda ultralarga e 5G) per garantire la connettività a 1 Gbps anche nelle aree grigie e nere (cioè quelle a fallimento di mercato), alle scuole, agli edifici del Servizio sanitario nazionale, alle isole minori e per incentivare la diffusione dell’infrastruttura 5G.

Anche in questo caso abbiamo visto quanto siano preoccupanti i dati relativi alle importazioni di questi prodotti: ancora una volta, dopo lo smantellamento dell’industria italiana che produceva impianti e apparati per le telecomunicazioni (si vedano gli esempi di Italtel, ormai ridotta a società di servizi, o di Telettra), l’Italia è rimasta in balia di produttori stranieri, con stabilimenti localizzati in altri Paesi. I principali produttori di impianti e apparati per telecomunicazione, infatti, sono i cinesi di Zte o Huawei, o le multinazionali Nokia, Ericsson e Cisco. Anche in questo caso, quindi, senza un apparato industriale nazionale, le risorse dedicate a questi investimenti non faranno altro che incrementare le importazioni; senza contare il fatto che non è ancora stata fatta chiarezza rispetto al progetto di rete, con la società in house Infratel che si limita a definire bandi di gara per la posa della rete, e Open fiber e Telecom impegnate in una contesa senza esclusione di colpi (a cui spesso si aggiungono anche altri operatori telefonici). I ritardi infrastrutturali del Paese non dovrebbero stupire più di tanto.

Anche il settore della mobilità sostenibile non sfugge a questa logica. Il Pnrr destina 3,64 miliardi per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi: per aumentare gli autobus a basso impatto ambientale viene previsto l’acquisto di 3360 autobus ecologici entro il 2026 e di 53 treni a propulsione elettrica e a idrogeno. Queste risorse si aggiungono a quelle previste dal Piano per la mobilità sostenibile e a quello del Fondo per il trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro. 

Per ragioni di spazio ci limitiamo al settore degli autobus. Anche in questo caso ci si limita a indicare come obiettivo industriale quello di creare sufficiente capacità produttiva nel settore autobus e la trasformazione tecnologica della sua filiera. Ma andiamo a vedere come stanno veramente le cose. 

In Italia la produzione nazionale di autobus ha conosciuto un crollo drammatico nel corso degli anni, come è possibile constatare dalla seguente tabella (dati tratti dal database Anfia, Associazione nazionale filiera industria automobilistica):

Autobus prodotti in ItaliaAutobus immatricolati in ItaliaDi cui Autobus di linea (Tpl)
19806945
19906460
20003163
20101065
20157652381950
20166402869915
201739034271416
201813044952473
201914843572208

Le rilevanti differenze tra gli autobus prodotti e quelli immatricolati mettono in evidenza la quota di veicoli che viene importata; anche dal punto di vista degli autobus di linea (sia urbani che interurbani) utilizzati per il trasporto pubblico locale è evidente come in gran parte non siano prodotti su territorio nazionale.

Infatti, guardando alla marca di veicoli immatricolati per l’anno 2019, ci si rende conto di come la produzione nazionale giochi un ruolo molto marginale. Si assiste quindi a questo fenomeno paradossale: le risorse pubbliche che vengono investite per produrre autobus da dedicare al servizio di trasporto pubblico vanno a finanziare la produzione di stabilimenti esteri, tra i quali molti localizzati in Paesi a basso costo del lavoro (Repubblica ceca, Polonia, Turchia). Questo è dovuto sia alle regole europee sul public procurement, sia alla carenza di capacità produttiva in Italia.

I primi due costruttori che hanno realizzato gli autobus immatricolati in Italia sono Iveco (1651 mezzi, quota di mercato 37,9%) e Mercedes (901 mezzi, quota di mercato 20,7%); entrambi producono interamente all’estero. Tra i primi dieci costruttori di autobus immatricolati, l’unico con presenza italiana è quello a marchio Menarini, ma con volumi rilevanti realizzati in Turchia. 

Mercedes, Neoman, Setra (Evobus, di proprietà Daimler AG) e Volkswagen sono imprese tedesche, Otokar è un’azienda turca, Scania è svedese, Ford americana, Opel fa parte del gruppo Psa, Irizar è spagnola. Iveco, pur essendo italiana, produce autobus soltanto negli stabilimenti esteri in Repubblica ceca e Francia.

Questa situazione si trascina da anni e aveva raggiunto il culmine nel 2011, quando entrambi i principali produttori nazionali di autobus hanno deciso di cessare la produzione. 

Irisbus (del Gruppo Iveco/Fca-Cnh), il principale produttore italiano, nel 2011 decise di chiudere la produzione nel sito campano di Flumeri, ma questo non ha significato la fuoriuscita di Fiat dal settore degli autobus, avendo mantenuto la produzione in Francia e Repubblica Ceca. Inoltre negli anni successivi Fiat ha continuato a partecipare alle gare bandite dagli enti italiani vincendo importanti commesse (vedi i dati relativi alle immatricolazioni). Una decisione simile è stato preso anche dal secondo produttore nazionale di autobus, Breda Menarini (stabilimento localizzato a Bologna). 

Grazie a un progetto presentato dalla Fiom-Cgil nel 2012 – costituire un polo pubblico nazionale della produzione di autobus – e alle lotte dei lavoratori nel dicembre 2014 si riuscì a costituire Industria italiana autobus (Iia). Tuttavia, a capo di questo soggetto, emerse la figura di un imprenditore privato che aveva una natura più commerciale che industriale ed era partecipata dalla società turca Karsan. 

La presenza di Karsan anche nella nuova società Iia si rivelò decisiva per spostare volumi di produzione in Turchia: a fronte dei ritardi negli investimenti per riavviare le linee produttive degli stabilimenti di Flumeri e Bologna, i livelli di produzione crollarono al minimo in Italia e il grosso della produzione venne spostato negli stabilimenti turchi. Solo la riorganizzazione societaria di Iia, anche questa avvenuta a seguito delle lotte dei lavoratori, ha salvato la possibilità di mantenere un costruttore nazionale, la cui capacità produttiva però non eccede i 700 veicoli all’anno. È chiaro che senza un intervento sulla capacità produttiva dell’unico costruttore nazionale, buona parte delle risorse pubbliche messe a finanziamento del rinnovo del parco autobus finiranno per aumentare l’importazione di veicoli da altri Paesi, soprattutto da quelli a basso costo del lavoro.

Da ultimo, nemmeno una parola viene spesa a proposito del settore automobilistico che pure dovrebbe avere un ruolo centrale nella transizione ecologica, soprattutto dal punto di vista delle nuove propulsioni elettriche. Nulla di concreto viene previsto per il tema centrale delle batterie, i cui grandi stabilimenti di produzione in Europa si stanno concentrando soltanto in determinati Paesi, con l’esclusione dell’Italia. Viene soltanto menzionato il problema dello «sviluppo di una filiera europea delle batterie alla quale dovrebbe partecipare anche l’Italia insieme ad altri Paesi come Francia e Germania…». L’utilizzo del condizionale (“dovrebbe”) non è casuale: mentre il governo francese ha deciso di intervenire direttamente a sostegno di un progetto di produzione di batterie per auto elettriche e in Germania sono già stati confermati investimenti in questa direzione, in Italia siamo ben lontani da qualsiasi prospettiva concreta. Il miliardo di euro allocato nel Pnrr per sostenere filiere produttive nei settori delle batterie e delle rinnovabili rischia così di tradursi nei classici interventi di politica industriale orizzontale, finalizzati a creare le migliori condizioni per le imprese finanziando ricerca, formazione, innovazione, ma senza un intervento pubblico in grado di garantire anche la realizzazione di impianti produttivi. 

Questa situazione non è il risultato di un libero dispiegarsi delle dinamiche di mercato: si tratta del risultato di un processo di lunga lena che, guidato dal potere politico (Stati nazionali, Unione europea, organismi sovranazionali), ha determinato questa particolare configurazione della struttura industriale internazionale. 

E le filiere industriali?

Nel Pnrr, nella Missione “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” viene previsto un interessante investimento (il numero 5) dedicato a “Politiche Industriali di filiera e internazionalizzazione”, per il quale sono previsti 1,95 miliardi di euro.

Indubbiamente questo investimento potrebbe consentire di affrontare uno dei mali cronici che affliggono il sistema industriale italiano, cioè la piccola o piccolissima dimensione industriale che determina difficoltà di ottenere finanziamenti, di progettare e realizzare investimenti ecc. La dimensione della piccola e della micro-impresa, tanto incensata dal punto di vista della produzione flessibile, ha soltanto significato peggioramento delle condizioni di lavoro con bassi salari, orari di lavoro dilatabili, condizioni di salute e sicurezza in molti casi assai critiche, pesanti carichi e ritmi di lavoro, determinati in toto dalle imprese committenti.

La debolezza industriale e le criticità sociali sopra richiamate dovrebbero pertanto indurre a perseguire l’obiettivo di un superamento della piccola dimensione d’impresa, promuovendo vere e proprie aggregazioni, con soggetti pubblici che fungano da polo aggregante.

Questo obiettivo nel Pnrr viene indicato in maniera molto generica, anche se alcune indicazioni possono essere colte: «Rafforzare il Paese […] significa sostenere la crescita e la resilienza delle Pmi […]. Molti settori d’eccellenza del Made in Italy sono oggi caratterizzati da una forte incidenza di micro e piccole imprese. Queste ultime rappresentano quasi il 70 per cento del valore aggiunto industriale non finanziario e l’80 per cento della forza lavoro».

Giustamente viene sottolineato il potenziale impatto sulle filiere produttive, in quanto molti produttori dipendono da fornitori di piccole dimensioni. Tuttavia, nonostante queste importanti sottolineature che dovrebbero aprire una strada diversa rispetto a quella seguita da decenni, che ha visto moltiplicarsi le esternalizzazioni, gli appalti, la subfornitura e l’aumento della polverizzazione del sistema produttivo, nel Pnrr non vengono indicati strumenti utili. 

Sembra essere passato in secondo piano lo strumento del Fondo dei fondi, nell’ambito del quale si sarebbe potuto stabilire un Fondo espressamente dedicato all’aggregazione delle micro-imprese, con un soggetto pubblico che svolga funzione aggregante entrando nel capitale sociale della nuova società da costituire mediante l’aggregazione delle micro-imprese. 

Questo Fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio il Fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto rilancio e la cui gestione è stata affidata alla società pubblica Invitalia; sempre dal punto di vista del soggetto pubblico, si potrebbe pensare a qualche braccio operativo di Cassa depositi e prestiti. 

Per esempio all’interno del Fondo di investimento italiano (Cdp) opera il Fondo consolidamento e crescita che è dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive, con focalizzazione prevalente nei settori agrifood, meccatronica/industria meccanica avanzata e italian design

In questo ambito, quindi, una politica industriale degna di questo nome dovrebbe individuare puntualmente quali sono le piccole e micro-imprese impegnate nella produzione di:

  • stesso prodotto (stessa tipologia);
  • prodotti complementari tra loro o parti di prodotti sequenziali tra loro;
  • prodotti destinati a uno stesso cliente (o a un gruppo ristretto di clienti).

Una volta individuate queste imprese si tratterebbe di costruire un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda il supporto di politiche industriali di filiera, cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura; meccanismi finalizzati a garantire, sul versante dei diritti dei lavoratori, la contrattazione inclusiva e di filiera; nonché misure di stabilizzazione, formazione e qualificazione di lavoratrici e lavoratori, di crescita occupazionale ecc.

Ben altra attenzione, invece, sempre in questo investimento, viene dedicata alla cosiddetta “internazionalizzazione” delle Pmi, un termine che sovente ha mascherato il finanziamento pubblico di processi di delocalizzazione. Viene infatti espressamente citato il fondo della Legge 394 del 1981, che prevede la concessione di finanziamenti alle imprese per realizzare interventi che prevedono, tra gli altri, anche studi di fattibilità per valutare l’ingresso in mercati esteri collegati a investimenti produttivi o commerciali, delle spese sostenute per la formazione del personale operativo nelle iniziative di investimento in altri Paesi Ue ecc. A questo si aggiungono anche i bandi di alcune Regioni, quali ad esempio la Lombardia, che con la linea “Internazionalizzazione Plus” spingono nella stessa direzione, lasciando aperti spiragli molto pericolosi alla possibilità che tali risorse vengano utilizzate per spostare all’estero volumi di produzione. 

Questa scarsa attenzione alle filiere non sembra cogliere almeno due aspetti.

Il primo è riferito alla sostanziale inesistenza di fenomeni di presunto reshoring che avrebbe portato le imprese ad accorciare le filiere, re-internalizzando o comunque riportando sul territorio fasi del processo produttivo in precedenza delocalizzate. Il reshoring, nonostante l’ampia retorica diffusasi in piena fase pandemica, non appare ancora un fenomeno diffuso, come dimostrano i dati della recente Nota della Banca d’Italia: «Lo shock pandemico ha rinnovato il dibattito sulla possibilità che il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring) stia contribuendo a un più ampio processo di de-globalizzazione. I risultati del Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, suggeriscono che, in linea con quanto registrato in altri Paesi avanzati, anche in Italia non siano in atto diffusi fenomeni di reshoring».

Questo appare in linea con quanto accade a livello internazionale: nella Nota viene citata una indagine condotta da Allianz che ha coinvolto circa 1200 multinazionali, secondo la quale meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità del reshoring, mentre circa il 30% potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in Paesi limitrofi (nearshoring). 

I dati raccolti dalla Banca d’Italia tramite interviste alle imprese condotte tra settembre e ottobre del 2020 indicano che oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; mentre il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero, il 5,7% delle imprese ha dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia; ma negli ultimi tre anni solo l’1,9% ha fatto operazioni di reshoring. Il reshoring, quindi, è un’operazione che deve essere costruita concretamente tramite politiche industriali finalizzate a ricostruire i cicli produttivi sul territorio, e ovviamente non avverrà in base a meccanismi di mercato.

A fronte di questi aspetti ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare anche il tema della mancanza di materiali, che sta interrompendo le catene di produzione determinando la sospensione di molte attività produttive. Uno dei casi più dibattuti a livello pubblico riguarda la mancanza di microchip per il settore automotive: si tratta di un prodotto sempre più necessario man mano che i nuovi modelli di auto diventano sempre più elettrificati e digitalizzati. Si tenga presente che ci sono più di cento tipi di microchip nelle automobili, utilizzati per una varietà di funzioni che vanno dal controllo della velocità alla comunicazione, dalla trasmissione di potenza ai sistemi di controllo, ecc.

Già nel dicembre 2020, i costruttori e i principali fornitori hanno lanciato il primo allarme sulla carenza di semiconduttori, annunciando che avrebbe avuto un forte impatto sulla produzione pianificata di veicoli. Durante il lockdown, le case automobilistiche hanno chiuso le loro fabbriche, la domanda di automobili è scesa, ma poi è ripresa molto più velocemente del previsto. La riduzione dei loro ordini di semiconduttori è stata significativa e così, quando la domanda automobilistica è ripartita, le case automobilistiche non disponevano dei volumi di microchip necessari per far fronte a una maggior produzione.

La crescente domanda di prodotti di elettronica personale, come tablet, computer e smartphone, ha assorbito una quota crescente di semiconduttori, rendendoli meno disponibili per l’industria automobilistica. Per esempio, durante il blocco aziende come Apple e Samsung hanno aumentato la domanda di microchip per produrre i loro smartphone. Inoltre, nell’ottobre 2020 un incendio alla fabbrica Asahi Kansei Microdevices nel sud del Giappone ha colpito la catena di approvvigionamento.

Diversi grandi stabilimenti automobilistici europei hanno così dovuto ridurre i volumi di produzione. Volkswagen ha dovuto ridurre i volumi di produzione nei suoi stabilimenti di Wolfsburg e Emden e in uno stabilimento di componenti a Brunswick, e ha anche richiamato i suoi principali fornitori Bosch e Continental perché, a suo dire, avrebbero ordinato volumi insufficienti di microchip nei mesi precedenti. Ford (stabilimento di Saarlouis, dove viene prodotta la Focus), Daimler (negli stabilimenti di Brema e Rastatt in Germania e Kecskemet in Ungheria) e Audi (che ha messo i lavoratori in orario ridotto a Ingolstadt e Neckarsulm) sono state anche costrette a tagliare la produzione. Anche Stellantis ha dichiarato di aver perso la produzione di almeno 190.000 veicoli. 

La catena di approvvigionamento dei microchip ha mostrato tutti i suoi elementi di fragilità, soprattutto quando si passa da un anello all’altro. Per esempio, uno dei fornitori di primo livello delle case automobilistiche è Continental, i cui principali fornitori di microchip sono Nxp, Infineon e Nvidia, che – a loro volta – sono forniti da una fonderia taiwanese chiamata Tsmc, che sta limitando le sue forniture.

I produttori di semiconduttori non sono integrati, e la produzione di elementi per l’elettronica è diffusa in tutto il mondo. La Bosch di Reutlingen, per esempio, ha una propria produzione di semiconduttori e sta aprendo una seconda fabbrica di chip a Dresda ma, come altri produttori, acquista sul mercato mondiale circuiti integrati di commutazione (Asics) e microcontrollori standardizzati.

L’Europa appare piuttosto esposta a queste fragilità, soprattutto se si considerano i principali produttori mondiali di microchip. Tra i primi 50 produttori 17 sono americani, 10 di Taiwan, 8 giapponesi, 2 coreani (ma di dimensioni molto rilevanti, trattandosi di Samsung e Sk Hynix, rispettivamente al secondo e al quarto posto) e 7 europei; ma la prima impresa europea – Infineon – si trova solo al decimo posto, e nelle prime 20 ne troviamo soltanto altre due (St al tredicesimo posto e Nxp al diciottesimo). Autoforecsat Solutions ha stimato l’impatto sulla produzione di veicoli a livello globale a causa di questa carenza di microchip. Più di 705.000 veicoli sono già stati persi, mentre l’impatto complessivo dovrebbe essere di 1,4 milioni di veicoli; questi sono i numeri raccolti ed elaborati da Automotive News:

PerdutiPrevisti
Nord America239.000402.000
Europa210.000520.000
Cina128.000247.000
Resto dell’Asia105.000192.000
Medio Oriente/Africa800016.000

A fronte di questi dati appare del tutto inadeguato l’intervento del Pnrr italiano (gli investimenti nella produzione di microchip in carburo di silicio, SiC, erano già stati previsti dalle imprese), così come il problema della carenza di altre materie prime non viene nemmeno affrontato.

 La situazione, infatti, è altrettanto preoccupante nel settore delle materie plastiche, come si evince dagli avvertimenti lanciati nel gennaio 2021 dalla Polymers for europe alliance, secondo la quale le aziende di trasformazione della plastica in tutta Europa stanno trovando grandi difficoltà nell’ottenere le materie prime necessarie. Infatti la domanda di polimeri è ripresa in Europa nella seconda metà del 2020 dopo un forte calo della produzione dovuto alla pandemia di Covid-19 e al blocco.

C’è una somiglianza con il settore automobilistico: anche i trasformatori di materie plastiche hanno aumentato nuovamente la loro produzione, ma l’offerta di materia prima non è stata in grado di farvi fronte. La situazione è particolarmente preoccupante per l’offerta di poliolefine e pvc. Stesse preoccupazioni anche per la gomma, con carenze di forniture e prezzi schizzati alle stelle: il prezzo dell’Sbr utilizzato per gli pneumatici è aumentato del 40%, per l’Epdm (per profilati e guarnizioni) del 25%, per la plastica Nbr (per guanti e tubi) del 16-17%.

Mentre accade tutto questo in Italia Versalis, la società chimica del Gruppo Eni, ha deciso di chiudere l’impianto di cracking di Marghera, che produce etilene e propilene, cioè le materie prime necessarie ad alimentare le fasi successive del ciclo chimico. L’analisi svolta dalla Filctem-Cgil di Venezia consente di comprendere la portata del problema: l’impianto di cracking di Porto Marghera, infatti, attraverso pipeline rifornisce i petrolchimici di Ferrara e Mantova delle materie prime utilizzate sia dagli stessi impianti di Versalis che delle altre multinazionali (come Basell); chiudendo questo impianto si creerebbe un problema di approvvigionamento. Ma non solo, oltre alla filiera dell’etilene e del propilene, la fermata degli impianti avrà ripercussioni in modo sostanziale sulla filiera del butadiene, venendo meno la produzione di miscela C4 normalmente inviata allo stabilimento di Ravenna, così come si dovrà ricorrere all’approvvigionamento sul mercato del benzene, necessario allo stabilimento di Mantova per il ciclo degli stirenici. 

Analoghi problemi riguardano la disponibilità siderurgica: in particolare alluminio (quello primario in Europa viene prevalentemente importato) e i laminati piani, coils e lamiere, con tempi di consegna allungati e quindi con volumi di produzione a rischio, complice la crisi dell’Ilva. 

Ma di queste filiere il Pnrr non si occupa affatto.

Conclusioni

Il Recovery  plan quindi, nonostante la retorica che lo accompagna, rischia di rivelarsi poca cosa rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno.

Innanzitutto la portata dello strumento appare ben lontana dalle reali necessità di una ripresa economica che metta al centro gli obiettivi di creazione di nuova occupazione, riduzione delle diseguaglianze sociali e degli squilibri industriali/produttivi fra gli Stati membri, e rafforzamento della capacità produttiva nei settori chiave del Piano. 

Lo Stato italiano, ancora una volta, rinuncia a mettere in campo una politica industriale degna di questo nome, preferendo mantenere il classico approccio neoliberale fatto di sussidi alle aziende, assenza di vincoli sociali e industriali al loro operato, riforme di ricerca, scuola e pubblica amministrazione (così come di politiche infrastrutturali) pienamente funzionali alle esigenze delle imprese. In questo modo si rinuncia a fare delle politiche industriali uno strumento di creazione di nuova occupazione e di intervento sulla struttura produttiva, segnata dalla polverizzazione in piccole e micro imprese, dalla dipendenza dall’estero di forniture essenziali, dalla mancanza di quella capacità produttiva necessaria alla transizione verde e digitale. 

Questa scelta non appare imputabile a una mancanza di visione; anzi semmai sembra rispondere a un disegno preciso: quello di confermare l’attuale struttura industriale europea, segnata dalla frammentazione geografica delle catene di produzione, con la parte “core” concentrata nell’orbita tedesca e con localizzazione delle fasi a maggior intensità di lavoro nei Paesi low cost, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. Mentre la Francia sembra maggiormente intenzionata a un intervento statale sulla struttura produttiva, quantomeno in alcuni settori (vedi il piano francese dell’automotive), l’Italia fa scelte completamente diverse, complice anche lo smantellamento dell’industria pubblica e del sistema di partecipazioni statali che nel tempo è stato scientemente perseguito.

Non è affatto vero che con il neoliberismo lo Stato scompare, come vuole una vulgata molto diffusa anche all’interno della cosiddetta sinistra radicale. Semmai cambia funzione: creando un certo tipo di regolazione (al servizio delle imprese), creando loro nuovi mercati e opportunità di business, modificando la disciplina dei rapporti di lavoro e delle relazioni commerciali ecc. In tutto questo, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sovranazionali è determinante. Il neoliberismo non chiede meno Stato: i mercati dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, per fare alcuni esempi, sono stati creati per mezzo di decisioni politiche e regolatorie, non esistevano in natura. Così come gli interventi di finanziamento, diretto o per via fiscale, alle imprese sono il risultato di decisioni politiche, di atti normativi e regolamentari che rispondono a un certo tipo di intervento statale. 

Ecco che in questo quadro si colloca il totale svilimento del lavoro, inteso come un costo da abbattere per le aziende, come un elemento da rendere flessibile e subalterno (vedi la trasformazione 4.0), e al massimo destinatario di qualche misura di formazione che sia comunque funzionale all’impresa. La vicenda della rimozione del blocco dei licenziamenti è esemplare.

Il quadro è sconfortante, ma sarebbe sbagliato pensare che sia immodificabile, condannandoci così all’impotenza. Anche sulle condizionalità imposte dal livello comunitario, per quanto possano apparire immodificabili, un atteggiamento confinato esclusivamente all’ennesima denuncia del carattere neoliberale dell’Europa rischierebbe di risultare paralizzante: ogni decisione politica è segnata da dinamiche, e in queste deve entrare il conflitto di classe. La critica deve accompagnarsi all’iniziativa, concreta, per cambiare lo stato di cose esistenti, dandosi degli obiettivi. Vanno messe in campo idee e proposte, ma soprattutto queste andranno fatte marciare sulle gambe del conflitto, l’unico strumento in grado di restituire protagonismo al mondo del lavoro.

Bibliografia

Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, maggio 2021.

European Commission, Commission Staff Working Document, Guidance To Member States. Recovery and Resilience Plans, Brussels, 17 settembre, 2020.

G30 Working Group on Corporate Sector Revitalization, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions, 2020.

M. Mancini, Le catene del valore e la pandemia: evidenze sulle imprese italiane, Banca d’Italia, “Note Covid-19”, 17 febbraio 2021.

Servizio Studi della Camera e del Senato, Dossier del Parlamento relativo a note tecniche analitiche elaborate dal MEF, marzo 2021.

Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di Bilancio 2021, dicembre 2021.

Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba

Daniele Balicco

Massimiliano Tomba è un filosofo politico di formazione padovana che, purtroppo, come tanti suoi colleghi ormai, ha lasciato qualche anno fa l’Italia: oggi insegna nel prestigioso dipartimento di History of Consciousness dell’Università di Santa Cruz, in California. Il suo ultimo lavoro – pubblicato da Oxford University Press nel 2019 e in attesa di essere tradotto in italiano – è un saggio politico ambizioso, dove alcuni strumenti teorici della tradizione filosofica tedesca, su cui Tomba ha già a lungo meditato (su tutti: Kant, Marx, Benjamin e Bloch), vengono messi alla prova di eventi storici circostanziati: lo scopo è quello di costruire una genealogia critica capace di indicare tracce, emersioni storiche significative, perché concretamente universalistiche, di quell’altra modernità che si è continuamente opposta, per secoli, all’incardinarsi unidimensionale della sovranità europea e del suo dominio sul pianeta. 

Il libro si apre con un’immagine, che ben riassume l’oggetto di studio di questo lavoro. Pensiamo a un fiume la cui acqua sia stata canalizzata. Nella parte destra dell’argine artificiale stanno i guardiani dello Stato e della reazione; in quella sinistra, i progressisti. Passano il tempo a combattersi, anche violentemente, ma solo a parole. In realtà, convergono su un punto dirimente: il fiume non deve abbandonare l’argine del suo percorso forzato. Tutt’al più si può aumentare o diminuire – di volta in volta, se cambiano i rapporti di forza – l’intensità della pressione dell’acqua canalizzata. Ma inaspettatamente poi accade, un giorno, all’improvviso, che la forza del fiume rompa gli argini, travolgendo i confini artificiali nel quale è stato costretto, magari per decenni. Lo spazio che lo circonda di colpo cambia. Si aprono mille rivoli, cadono vecchie recinzioni, le linee si frastagliano: emergono antiche tracce, ora utili a convogliare la forza dell’acqua, libera, altrove. 

L’universalità insorgente si manifesta così, come un’inondazione. Agisce emergendo quasi all’improvviso come una forza capace di travolgere gli steccati e le separazioni imposte dal potere moderno. Dalle lotte contadine tedesche del 1525 fino al movimento zapatista della fine del secolo scorso, è come se si sviluppasse una nota bassa continua che accompagna forme di resistenza radicali, molto diverse fra loro, ma tutte orientate su alcuni assi portanti: anzitutto, su un’idea di “usufrutto” comune – e non di appropriazione privata – della terra e dei beni; quindi, sulla valorizzazione del collettivo, dei gruppi, dell’autogoverno; sulla sperimentazione di una pluralità di poteri convergenti su un’idea di responsabilità come patto fra le generazioni, che unisce passato e futuro nella cura della comunità, del singolo e della terra. Una responsabilità che antepone la relazione agli individui e che per questa ragione, più o meno consapevolmente, è stata capace di opporsi alla produzione moderna di quella soggettività sradicata che è “libera” di vendersi sul mercato, ma solo come appendice inessenziale del lavoro astratto capitalista. 

Lettore di Bloch e di Benjamin, e soprattutto dell’ultimo Marx, quello “populista” delle lettere a Vera Zasulič, Tomba ha come primo obiettivo quello di scardinare la prigione unidimensionale della temporalità del moderno. Se vede nel gesto teorico dello storico indiano Dipesh Chakrabarty, autore di Provincializzare l’Europa, un passo decisivo per minare l’auto-incoronazione europea a ultimo stadio del progresso mondiale, non ne segue però la prognosi, tutto sommato elementare. Perché, secondo Tomba, è storicamente fuorviante pensare che esista, o che sia realmente esistita, un’unica e sola modernità europea, contro cui ogni Paese del resto del mondo deve ora riaffermare il valore strategico di singolarità alternativa. Il processo storico che ha portato all’imporsi della sovranità europea moderna va invece osservato in modo prismatico, facendo attenzione soprattutto alle sue linee di frizione: la modernità apparirà così come un percorso frastagliato, sempre a rischio di crisi, perché instabile e perché continuamente combattuto, all’esterno e all’interno dell’Europa stessa, da forze politiche che si sono di volta in volta opposte al progredire della forma Stato come garanzia e motore dell’accumulazione di capitale. La prospettiva teorica di Tomba permette così di disattivare la logica elementare oppositiva di un conflitto netto fra Europa e resto del mondo, e di tracciare, invece, la mappa di uno spazio mondiale multiverso e interconnesso, dove realtà storiche e geografiche, talora anche molto distanti fra loro, coloniali e post-coloniali, europee e non, antiche e contemporanee, si rincorrono in un processo paradossalmente unitario di resistenza, attraverso la sperimentazione di “atti universalistici” (fatti di proposte, leggi, costituzioni, manifesti) che ci parlano, non certo di caos e anarchia, o di ritorno dell’arcaico, come vorrebbe la tradizione liberale; ma all’opposto di una vera e propria fabbrica costituente, orientata alla verifica comune dei poteri e alla sperimentazione di forme possibili di autogoverno.

Il volume si concentra su quattro specifiche emersioni storiche: parte da un appassionante confronto fra le prime due costituzioni della rivoluzione francese – quella del 1791, che fonda, contro la giurisdizione dell’ancien régime, i diritti individuali del cittadino all’interno della forma Stato; la seconda, montagnarda, del 1793, che invece mette in questione l’ordine politico e sociale, attraverso il riconoscimento degli individui, ma come membri di gruppi e di assemblee; e all’interno della quale risuonano le lotte degli schiavi di Haiti, l’azione politica delle donne, dei sans-culottes e dei contadini. La seconda tappa è il 1871, la Comune di Parigi. Tomba lavora ancora una volta sui documenti pubblici, sui manifesti, sulla Dichiarazione del Popolo Francese del 1871, mostrando il significato politico del ripristino del vincolo di mandato e del dominium utile, come riattivazione di un’idea di responsabilità comunitaria della rappresentanza e della proprietà che la società liberale aveva bandito, come residuo arcaico di sovranità medievale. Quindi, la Costituzione sovietica del 1918, che formalizza l’esperienza della pluralità dei poteri (gruppi, associazioni, consigli, soviet) come rottura rivoluzionaria rispetto ai diritti del cittadino e dello Stato: soggetto della costituzione è ora un universale concreto, una classe sociale, i lavoratori e gli sfruttati, organizzati in una federazione di consigli. L’ultima tappa è rappresentata dal movimento zapatista messicano attraverso l’analisi dei suoi manifesti, della proposta di rivoluzione agraria e di riforma costituzionale stilate all’inizio degli anni Novanta. Attraverso quest’ultima emersione, ci dice Tomba, è come se si riattivassero cinquecento anni di lotte contro la colonizzazione dell’America, nella pratica costituente di forme di potere comunitarie, capaci di ibridare consuetudini della tradizione indigena recuperando, forse inaspettatamente, il sentiero interrotto dalla rivoluzione bolscevica: l’eredità populista dell’obščina della Zasulič e di Cernjsevskji. 

Insurgent Universality è un volume appassionante; non un semplice saggio di storia politica, ma un manifesto teorico che risponde a un problema comune del nostro presente: come scardinare l’unico universalismo oggi rimasto, che è quello astratto dell’accumulazione capitalistica e del potere statale? Pensare a un universalismo insorgente significa rompere questo sortilegio che ci imprigiona in un moto coattivo unidirezionale. Come sappiamo, le forme giuridiche dell’universalismo astratto lavorano precisamente per separare gli individui dalle comunità, rendendoli apparentemente sovrani, ma solo nel regno protetto del diritto e del consumo. La potenza delle lotte insorgenti descritte in questo volume ci ricorda però che, contro la cecità dell’individualismo proprietario, esiste una responsabilità comune, reale, pratica che lega le generazioni nella cura delle comunità e degli individui; e, soprattutto, nell’usufrutto della terra. Ed è una responsabilità politica orientata non solo verso il presente e gli altri viventi; ma soprattutto verso il futuro. In forme diverse, lo ripetono gli zapatisti messicani, gli indiani d’America, i rivoluzionari francesi, gli schiavi di Haiti, i comunardi, i primi sovietici, i populisti russi; e moltissimi altri, come lo stesso Marx, quasi alla fine del libro III del Capitale: 

Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive (K. Marx, Il Capitale, libro III).

Bibliografia

D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Roma 2000.

M. Tomba, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity, Oxford University Press, Oxford 2019.

Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition italiana

Riccardo Emilio Chesta

Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.

Già l’adozione del termine “coalizione” li identifica come un soggetto aperto, non corporativo che tenta di andare oltre un’opera pur necessaria di sindacalizzazione e organizzazione, ponendosi come obiettivo un’opera più generale di acculturazione all’azione collettiva e alla costruzione di solidarietà tra i lavoratori tech, in primis sul proprio posto di lavoro ma anche al di là, invitando a riflettere sui legami tra la propria professionalità e le implicazioni più generali in società. Legando azione locale e transnazionale, opera di critica e costruzione di alternative tecnologiche, costruzione di solidarietà sui luoghi di lavoro e sperimentazione di forme di lavoro cooperativo. Quella che segue è un’intervista collettiva gentilmente concessa dalla Twc a Officina Primo Maggio.

Come è nata e qual è la composizione sociale di Tech workers coalition Italia?

Anche se la nostra aspirazione è creare una coalizione con categorie come magazzinieri o rider, in realtà nella nostra coalition ce ne sono pochi, più che altro perché sono già organizzati e anche perché noi non abbiamo granché da insegnargli. Ma sarebbe bello unire le forze.

Il grosso delle persone che partecipano sono programmatori e sistemisti, un mix tra lavoratori in consulenza, poco privilegiati, e poi un blocco che galleggia meglio, che lo fa per spirito di solidarietà. Nel mezzo dell’associazione ci sono anche alcuni rider, qualche ricercatore, o qualche sociologo prestato all’industria, anche se sono più l’eccezione che la regola. Lo zoccolo duro di Tech workers coalition Italia è costituito da tecnici dediti allo sviluppo e gestione di software. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti c’è maggiore commistione. C’è anche lì grande aspirazione a essere qualcosa di più ecumenico, ma i tecnici sono comunque la maggioranza. Da noi, la distinzione è tra il livello più tecnico – il grafico, il sistemista – e quello più culturale – come il social media manager, il copywriter o l’art worker. Il grosso sono persone impiegate a tempo indeterminato o determinato. Quello di precari e “atipici” è uno spazio che vorremmo sfondare perché è pertinente, ma per il momento abbiamo pochi freelance e pochi stagisti.

L’iniziativa di far creare la Tech workers coalition è nata perché alcuni di noi avevano contribuito a fondare quella berlinese – lavorando a Berlino – ma poi il Covid ha fatto sorgere con forza la necessità di lanciare una sezione italiana. Ognuno ha coinvolto reti di cui faceva parte, ma il tutto è nato spontaneamente senza che ci conoscessimo di persona.

È stata sin dall’inizio una rete transnazionale?

La Tech workers coalition Italiana nasce sicuramente ispirandosi a esperienze come quella tedesca, che a sua volta è nata ispirandosi al modello di attivismo americano. Molti attivisti della Twc Germania sono americani espatriati. Chiaramente va tenuta presente la distinzione, perché il contesto tedesco è diversissimo da quello americano. Così alcuni di noi hanno capito che bisognava fare qualcosa anche in Italia, ma su basi diverse. A livello di idee, di contenuti e di comunicazione ereditiamo tantissimo dalle sezioni americane. Poi l’organizzazione sul terreno deve ancora arrivare veramente, visto che a causa del Covid-19 gli spazi fisici sono sospesi, per cui non siamo ancora arrivati nelle aziende. Altre esperienze hanno poi contribuito a creare questa rete. Alcuni di noi si sono incontrati con l’esperienza di Game workers unite, il sindacato dei programmatori dei videogiochi, organizzazione cugina della Tech workers coalition, con varie sezioni in città come San Francisco o New York. A Londra ci sono altre sezioni, con alcune parti legate ai sindacati di base – assieme a rider e lavoratori migranti di seconda generazione – e alcune realtà ispirate più da logiche autonome del sindacato. In Italia, l’organizzazione nel mondo reale segue aspettative e standard molto diversi da quelli americani e tedeschi. In Germania il focus è sostenere i lavoratori con i work councils, che in Italia non sono tutelati dalla legge. Nonostante l’erosione di questo strumento a seguito di processi di deregolamentazione e della spinta da parte delle multinazionali, non da ultima Amazon, per aggirarlo, il modello tedesco pare resistere in parte in diversi settori tech. Forme di rappresentanza sindacale garantite a livello aziendale che in Germania hanno una lunga e consolidata tradizione, tanto che in diversi settori permettono livelli di democrazia definiti di “co-gestione”. In Germania puoi farli e spiegare direttamente l’esperienza attraverso questi spazi, investendo su tali pratiche. Negli Stati Uniti invece non esistono, e si formano delle rappresentanze sindacali come farebbero in Italia ma su parametri assolutamente diversi, per esempio intorno a temi come l’antimilitarismo, l’ecologismo o il femminismo che usano come leva per introdurre le persone ai temi del lavoro. In Italia non so quanto queste strategie potrebbero funzionare. È comunque un dibattito che vorremmo aprire, anche se questo tentare di attirare i liberal sui temi del lavoro, non so quanto possa risultare convincente come negli Stati Uniti.

Qual è il modello di organizzazione a cui vi ispirate? Quello delle guilds o delle unions?

Sicuramente non ci poniamo nello stesso spazio dei sindacati. Ci consideriamo dentro la logica dell’Alt-Labor che è un po’ una forma innovativa, da sperimentare. In parte cerchiamo di fare da complemento alle forme di sindacalismo tradizionale, ma l’obiettivo è anche crearne di nuove, visto che alcune non sono riuscite a entrare nell’It italiano nonostante questo settore sia rilevante da trent’anni. A livello di identità, di comunicazione, di pratiche, di idee, per ora c’è un gap da colmare. Non credo nessuno abbia delle risposte concrete, quindi si tratta di fare analisi e di creare pratiche sperimentando assieme, anche con il rischio di diventare poco d’impatto. Ma fa parte del gioco. Non ci interessa porci sullo stesso piano dei sindacati, ma aprire un dialogo con la loro parte più sana. Ci vediamo come un ponte comunicativo, che spieghi ai tecnici e agli informatici in generale quel mondo, ovvero il conflitto per conquistare o mantenere diritti sul lavoro, che i genitori capivano e loro non capiscono più. È uno spazio difficile perché la realtà del lavoro è veramente cambiata, vediamo persone che notano problemi, fanno iniziative specifiche, facendo sondaggi e inchieste sulle condizioni di lavoro, ma serve qualcosa di più.

Tra di noi c’è anche chi è invece più avvezzo al sindacalismo tradizionale, sia quello meno conflittuale come i confederali, sia quello più di base, ma che non ha molta conoscenza dei tech-workers, specialmente i tecnici. Come Twc stiamo diventando degli interlocutori perché non facciamo attività sindacale pura, ma svolgiamo la parte di sensibilizzazione, comunicazione e di prima organizzazione. Speriamo che questo riesca a sensibilizzare i sindacati su tali questioni. Abbiamo avuto interlocuzioni sia con i sindacati confederali che di base, perché vediamo un interesse, anche solo di conoscerci. Questa attività di comunicazione e sensibilizzazione aiuta a sentire parlare di diritti del lavoro anche in luoghi dove qualcuno non ne ha mai sentito parlare, specie in un mondo come questo, molto competitivo, dove di questo non si riesce a parlare nemmeno tra colleghi nella stessa stanza.

Far capire cosa fare nel senso più largo del termine sindacale, imparare a leggere un contratto, che differenza c’è tra un permesso e un giorno di ferie. Non è solo ignoranza, ma la mole di lavoro spesso è talmente grande che non si ha nemmeno il tempo di discuterne. Le aziende poi non la discutono perché chiaramente hanno tutto l’interesse a non farlo. Lo facciamo spesso noi attraverso i social e ci sono persone che ci scrivono esplicitamente per questioni simili.

Ci sono delle vertenze che reputate particolarmente importanti o prioritarie?

Ci sono vertenze che vanno avanti da tempo. Il mondo italiano è costellato di micro-aziende di consulenza di cui nemmeno noi siamo a conoscenza, che si fondano nella maggior parte dei casi sul body-rental. Ovvero, sulla pratica di essere dislocati con un contratto da parte di un’azienda A per lavorare alle dipendenze di un’azienda B, come consulenti e non come dipendenti, quando in realtà questa pratica dovrebbe essere normata attraverso i contratti interinali, ma in realtà è prassi nel mondo dell’informatica, sia nel privato che nel pubblico, aggirando così tutte le tutele che dovrebbero esserci. Un vero meccanismo di scatole cinesi. Tutto questo è legato a processi di esternalizzazione dei servizi, a cui anche quelli informatici sono soggetti. È lo stesso meccanismo che avviene ad esempio anche nelle cooperative dei servizi di mensa scolastica. I ministeri ad esempio, tuttora non fanno assunzioni, non fanno concorsi, però spendono tantissimi soldi perché chiamare aziende esterne per fare questo servizio ti costa più del doppio di quanto costerebbe avere lavoratori competenti all’interno. Tutta la parte che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione, come ad esempio l’ex Formez Pa, ha lasciato partire un sacco di persone competenti che, visto il meccanismo degli appalti, se ne sono andate. Un’altra vertenza importante è quella legata all’Agile: una forma di organizzazione del lavoro che attraverso le potenzialità delle tecnologie digitali introduce un aspetto di flessibilità temporale nell’espletamento delle prestazioni lavorative. Organizzato per “obiettivi”, la forma di lavoro agile può in teoria favorire una crescente autonomia del lavoratore, ma se non è negoziata coinvolgendo il prestatore d’opera introduce nuovi rischi riguardo alla difficoltà di misurare l’entità di sforzo lavorativo richiesto per una specifica opera o progetto, favorendo lavoro sottopagato, forme di stress, confusione tra tempi di vita e lavoro.

Quanto la Twc si inserisce più in generale in un discorso sul ruolo critico dei tech worker nelle grandi imprese del capitalismo digitale?

Soprattutto negli Stati Uniti, la Tech workers coalition ha una strategia di meta-organizzazione: su vertenze specifiche ha un ruolo di coordinamento di altre organizzazioni, come Alphabet workers union o Amazon employees for climate justice. L’obiettivo non è fare una organizzazione grossa ma creare un luogo di incontro per organizzatori o potenziali organizzatori. Non si entra mai con il nome di Twc. A volte è la Twc a condurre, a volte è solo di supporto, però tutte queste iniziative vedono coinvolta la Twc. Per fare un esempio, KickStarter, la prima azienda It americana ad avere una rappresentanza sindacale di soli informatici, ha tra gli organizzatori principali Clarissa Redwine, un’esponente di primo piano di Tech workers coalition New York. 

Tech workers coalition è nata in Google nel 2014 da scioperi e organizzazioni preesistenti nate per chiedere l’assunzione dei lavoratori della mensa esternalizzati. Dal 2018 l’organizzazione di San Francisco si è specializzata in vertenze più specifiche da cui sono nate organizzazioni di lavoratori in aziende come Facebook e Google. Stessa cosa a Londra, dove tutti sono confluiti dentro un sindacato tradizionale. Questa strategia è pienamente supportata da Twc perché l’obiettivo non è crescere o fare tessere. Ci sentiamo parte di questi processi senza prenderci meriti o senza mostrare i muscoli. Diverso è il discorso per l’Italia, dove questa non pare essere la strategia migliore. Questo è uno dei motivi per cui siamo un’organizzazione nazionale, mentre altrove sono tutte sezioni più locali. Al momento la nostra prospettiva è di fare massa perché, a differenza che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Italia al momento c’è un vuoto. Da noi c’è molto più immobilismo mentre da loro ci sono un sacco di esperienze spontanee.

Concretamente come si può definire uno sciopero nel settore It?

Questo è un ragionamento che stiamo facendo da tempo. A livello di danno economico, nel nostro settore non esiste la stessa modalità di sciopero che potevi fare nella fabbrica fordista, con dieci persone a monte della catena che ne bloccavano mille a valle, e questo per le caratteristiche del processo produttivo nell’It. In più, se tu non lavori 8 ore oggi, lavori il doppio domani con straordinari non pagati, con il lavoratore che per di più si assorbe il danno. Si possono immaginare atti clamorosi in cui ci si ferma per mesi o non si fa manutenzione per settimane, però non ci può essere una gradualità. Lo sciopero perciò è protesta, il danno è più che altro d’immagine, ed è comunque di nicchia. Questo aspetto simbolico, d’identità – come l’estetica del picchetto – non arriva alla maggioranza dei tech worker, ma solo a una nicchia di lavoratori già radicalizzati. Lo sciopero non può quindi essere lo strumento principale. Su questo c’è un vuoto di elaborazione che va riempito anche con il lavoro teorico. Sicuramente mancano dei metodi aggiornati per il lavoro cognitivo.

Invece come è possibile creare spazi di socialità condivisa che superino l’individualizzazione del modo di lavorare e del luogo del lavoro? 

Lo spazio nell’ufficio It non è quello della fabbrica. È difficile avere qualcosa di più del discorso uno a uno. Le pratiche di organizzazione sul luogo di lavoro cercano di sviluppare relazioni uno a uno per arrivare a formare un gruppo capace poi di espandersi tra le varie reti. È difficile avere uno spazio per i lavoratori, in generale. In alcune aziende magari esiste, ma è più legato alla socialità esterna, tra colleghi che si frequentano nel tempo libero. 

Chat, social, mezzi di comunicazione digitale sono strumenti che voi tech worker in primis siete in grado di mobilitare per superare la frammentazione e l’atomizzazione lavorativa. In che modo diventano strumenti di socialità critica?

I tecnici si organizzano online, si parlano online, socializzano online molto più della gente comune, anche adesso che i mezzi sono diventati di massa. La situazione era la stessa decenni fa quando questi erano mezzi di nicchia. L’idea di interagire online con sconosciuti per i tech worker è una cosa comune. Capire come comunicare con un pubblico It, con una comunità di lavoratori è un lavoro vero e proprio. Il limite di questi strumenti è che portano a poca densità. Conosci qualche sparuto lavoratore per azienda ed è impossibile fare una vertenza con numeri così bassi. In questa fase, a nemmeno un anno dalla nostra nascita, non ci interessa avere un impatto nell’immediato, ma semmai costruire qualcosa più sul lungo termine. Già lo sviluppo di queste pratiche è fondamentale. Quello che varie vertenze a livello internazionale ci ha insegnato è che l’elemento fondamentale è lavorare sulle relazioni uno a uno, sviluppare fiducia tra i lavoratori, capire di chi fidarsi, visto che è facilissimo incontrare qualcuno che magari mette i bastoni tra le ruote. Quello che dà fiducia è che in questi pochi mesi abbiamo raggiunto persone che non pensavamo di raggiungere mai. C’è chi si affaccia in forma anonima anche a seconda di quanto teme per eventuali ritorsioni e chiede, si informa. Anche persone che provengono dai giganti della consulenza italiana. A volte ci sono persone che non hanno la consapevolezza delle ritorsioni e siamo noi a mettere in guardia i lavoratori, se sono connessi esplicitamente con il loro nome e cognome. Alcuni di noi non hanno problemi con la loro azienda e possono esporsi, specie quelli con maggiore esperienza e competenze, anche per esempio condividendo istanze esplicitamente su social come LinkedIn. Diversa è chiaramente la situazione di chi si trova nel vortice della consulenza, non per scelta, ma per farsi qualche anno di formazione e poi andare con un buon curriculum verso aziende migliori. C’è chi invece rimane invischiato dopo dieci anni e non avendo avuto il tempo di formarsi il dovuto, di aggiornarsi, magari finendo in progetti legati a trend che sono spinti da fornitori e non sono realmente innovativi tecnologicamente. Se uno rimane arretrato su questi, poi viene tagliato fuori. Per esempio come chi è tagliato fuori dallo sviluppo Web perché non è formato alle tecnologie FrontEnd, il codice che gira sui browser degli utenti, o BackEnd, il codice che gira sui server, la logica del programma che riguarda poi i dati da registrare, validare ed analizzare. Se dovesse ributtarsi sul mercato del lavoro come Developer Web non riuscirebbe a farlo. E questo viene spesso fatto di proposito dalle aziende per schiacciare le ambizioni di andarsene dei lavoratori. C’è una platea di lavoratori molto diversa, per questo tendiamo a sensibilizzare anche i lavoratori a essere cauti, per tutelarne la privacy, perché sappiamo che potrebbero esserci ritorsioni.

In che modo la piattaformizzazione può avere avuto un impatto su tipologie di lavoratori tech?

Sicuramente è rilevante per grafici e designer, molto meno per programmatori e sistemisti. Il sistemista è una categoria che ha bisogno di un rapporto più duraturo con l’azienda, mentre qualche programmatore, specie tra quelli più precari, quando le cose vanno male, va sulle piattaforme e prende degli stipendi ridicoli. Ce ne sono una marea, ma Fiberr o Upwork vanno per la maggiore. È più che altro un lavoro semi-qualificato, poco pagato, per chi si accontenta, che non può catturare la grossa fetta di mercato. Se sei una grande azienda non puoi farti fare un sito da una persona con poca esperienza. La qualità e l’estetica contano. Semmai, quel tipo di lavoro semi-qualificato e poco pagato può andar bene per piccole aziende che si affidano a piattaforme per cercare quel tipo di lavoro senza pretese. Ma questo, che dà anche forma a un processo di deskilling e di spersonalizzazione del rapporto di lavoro, alla lunga non tiene. Già alcuni decenni fa molte grandi aziende fecero outsourcing in massa in Paesi come l’India e alla fine si arresero all’evidenza di un esperimento fallito, perché perdevano in qualità del lavoro. Tuttora esiste l’outsourcing ma è appunto confinato ad alcune nicchie. 

Quali sono nella fase attuale le rivendicazioni principali della Tech Workers Coalition?

Una migliore legislazione sul body-rental è un obiettivo concreto, sul breve, che si può ottenere. L’annoso tema del Contratto collettivo nazionale del lavoro per gli informatici non ci convince, nel senso che in questo momento non farebbe altro che cristallizzare la debolezza della categoria, anche se a livello comunicativo, o a livello di feedback, tutti lo vogliono. Se tu vai sulle varie comunità, tutti ne parlano e lo vogliono, anche chi non sa cosa realmente significhi. Noi attualmente non la consideriamo una priorità. Quello che ci poniamo poi è anche un lavoro più ampio, di stimolazione di una cultura del sistema produttivo, della produzione di tecnologia tramite cooperative, di nuove forme di organizzazione del lavoro o anche nuovi mercati. Non abbiamo solo una prospettiva di critica a ciò che non va. Non c’è solo il lato sindacale, ma ci proponiamo anche di formare una generazione di tecnici che abbia gli strumenti per porsi in maniera conflittuale non solo con il datore di lavoro ma anche col sistema produttivo in sé. Abbiamo iniziato un ciclo di seminari sul cooperativismo, su come distinguere forme autentiche di cooperative da quelle farlocche e malsane. Una parte di questa critica i lavoratori non la vuole investire nel picchetto o nella protesta ma nel programmare diversamente. 

Quali sono le esperienze di cooperativismo che sentite vicine, o a cui collaborate? 
Quello delle piattaforme cooperative è un tema che i sociologi conoscono meglio di noi tecnici. Noi siamo in contatto con una realtà come Hypernova, che fa lo stesso lavoro di altri consulenti ma con dei margini che vengono lasciati al lavoratore, in un ambiente di lavoro più sano, con una selezione etica dei progetti che vai a prendere. All’estero ci sono esperienze tra le più variegate, come Lumioo, una cooperativa neozelandese che “fa prodotto”, ovvero compete sul mercato con una tecnologia o software di cui detiene la proprietà. In Spagna e in Nuova Zelanda il cooperativismo è forte, ma anche negli Stati Uniti ci sono molte piccole cooperative che fanno le cose più disparate, da videogiochi come Dead Cells, prodotto da una cooperativa anarchica dove tutti i lavoratori hanno lo stesso stipendio, capace di creare un videogioco premiatissimo e vendutissimo, anche se è una realtà piccola. Serve molta consapevolezza per creare una cosa così. La startup è molto più semplice da fare, essendo immersa in un ecosistema più grande e anche perché ha una narrazione per cui vedono quello sveglio in università, lo pigliano come se avessero un braccio meccanico, lo piazzano in un incubator ed esce la startup. Questo non esiste con le cooperative, anche se è un obiettivo che ci dovremmo porre. Incubator di cooperative ce ne sono, fondi di investimento in cooperative ci sono, ma manca la catena di trasmissione con i tecnici. Tech workers coalition vuole essere un ponte su questo. Abbiamo cooperative che vengono da noi a dirci che non riescono a trovare programmatori, quando noi in primis abbiamo persone che premono per andare a lavorare in una cooperativa, anche se non sanno bene cosa andranno a fare. C’è una disconnessione. Essenzialmente queste sono tutte cose che compongono il nostro obiettivo principale, che è quello di creare consapevolezza tra i lavoratori, una cultura del lavoro, quindi di fare meta-organizzazione, formare a costituire una rappresentanza sindacale, forme di azione collettiva in azienda.

Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica: una cronologia

di Andrea Bottalico

Quella che segue è una cronologia degli avvenimenti principali relativi all’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro lungo la catena logistica del trasporto merci tra febbraio e maggio 2020 in Italia. Tra le fonti principali sono stati privilegiati i quotidiani nazionali e le newsletter specialistiche. Non si tratta di una cronologia esaustiva, ma di uno strumento che può favorire, con il senno di poi, la possibilità di trovare un filo rosso capace di connettere i fatti avvenuti a un ritmo rapidissimo nei mesi che hanno cambiato la vita di tante e tanti (18 novembre 2020).

***

11 febbraio 2020 – A causa della completa interruzione dei flussi di merci da e per la Cina, l’epidemia di Covid-19 ha ripercussioni negative sull’intera filiera del trasporto e della fornitura d’impianti produttivi a livello globale.

17 febbraio 2020 – Da quando è stata annunciata l’epidemia in Cina (gennaio 2020) il trasporto marittimo di container ha subito un danno economico complessivo di 350 milioni di dollari la settimana. Sono state cancellate almeno ventuno partenze di portacontainer dalla Cina verso l’America e dieci verso l’Europa. Un altro problema rilevante è l’intasamento dei container nei porti cinesi a causa dell’annullamento delle partenze e della riduzione dei traffici in export.

19 febbraio 2020 – Sciopero degli autisti italiani di Amazon in Lombardia proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. Un migliaio gli autisti coinvolti. Sono previsti ritardi alle consegne degli acquisti online compiuti sulla piattaforma. I sindacati protestano contro gli eccessivi carichi di lavoro aggravati dalle condizioni del traffico.

23 febbraio 2020 – Primo focolaio in Italia. Il comune di Codogno, nella parte meridionale della provincia di Lodi, al confine con quella di Piacenza, è al centro di un focolaio di Coronavirus. Si tratta di una zona che comprende dieci comuni abitati da cinquantamila persone, sede di diverse imprese di produzione e di piattaforme logistiche. Per evitare la diffusione del contagio, il ministero della Salute emette un’ordinanza che vieta in questi comuni diverse attività (è la prima “zona rossa” in Italia). Emerge il problema della tutela della salute sul posto di lavoro e la necessità di usufruire di dispositivi di protezione individuale come le mascherine, coi relativi costi.

24 febbraio 2020 – Gli addetti ai lavori iniziano a parlare di emergenza logistica causata dall’epidemia. La compagnia di navigazione francese Cma Cgm in una circolare fa sapere che ha cancellato alcune partenze di servizi di trasporto di linea fra l’Asia e l’Europa, compresa l’Italia (blank sailing).

26 febbraio 2020 – Secondo gli specialisti di settore, la logistica italiana rischia il collasso. Il flusso di merci che proviene dai paesi extra-europei, e non solo dalla Cina, richiede tempi per i controlli che raggiungono livelli insostenibili. Nel principale porto gateway di Genova l’attesa media di completamento dei controlli sulle merci in ingresso passa da due a otto giorni.

27 febbraio 2020 – La Filt-Cgil indice uno sciopero contro il cambio di appalto nella logistica automotive a Verona; l’obiettivo è difendere sessanta lavoratori a rischio licenziamento di una cooperativa che svolge attività di carico e scarico di autovetture dai treni alle bisarche stradali per conto di Bertani Autotrasporti.

28 febbraio 2020 – Il sindacato di base Usb denuncia le condizioni dei camionisti al terminal container Psa di Genova Voltri. Le disposizioni per prevenire il contagio limitano la permanenza nella sala d’attesa a un massimo di venti persone e gli autisti eccedenti devono sostare in fila all’aperto, con code che possono essere lunghe.

Disegno: Zolta
Disegno: Zolta

03 marzo 2020 – I sindacati di base Adl Cobas e SiCobas inviano una comunicazione ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico per chiedere un incontro sul rinnovo del contratto nazionale Trasporto Merci, Logistica e Spedizioni. Le due sigle non partecipano alla trattativa in corso tra le parti sociali, ma non intendono restare esclusi. Il 21 febbraio 2020 Adl Cobas e SiCobas hanno organizzato un’assemblea dove è stato deciso uno sciopero nazionale della logistica per il 2 e 3 aprile se le associazioni datoriali non risponderanno alle richieste ed eviteranno un incontro con i due sindacati. Riguardo al Covid-19, i due sindacati ribadiscono che «tutte le vertenze a livello aziendale non possono essere sospese, non possiamo neppure accettare che il nostro percorso di mobilitazione sul piano nazionale possa subire grandi rinvii, visto comunque che in tutti i magazzini si continua a lavorare come se il problema coronavirus non esistesse».

04 marzo 2020 – Dopo la scoperta dei focolai in Lombardia e Veneto si diffonde una crescente diffidenza degli autisti stranieri verso l’Italia e diverse aziende di autotrasporto europee sono costrette a dichiarare esplicitamente che non serviranno le aree isolate. Le cronache riportano casi di psicosi tra gli autotrasportatori, di merci italiane rifiutate all’estero per il timore di contaminazione e di blocchi di merci alle frontiere.

05 marzo 2020 – Aumentano i blocchi dell’export dei Dispositivi di protezione individuale in Italia e all’estero. L’Italia non può esportare Dpi senza autorizzazione delle autorità competenti per sopperire a eventuali carenze interne. Sui mercati internazionali intanto le mascherine hanno raggiunto prezzi stratosferici.

06 marzo 2020 – Dopo il sindacato di base Usb, anche i sindacati confederali contestano l’esito di un provvedimento preso dal terminal container Psa di Genova Voltri che riguarda l’ingresso contingentato degli autisti nell’ufficio merci. La misura evita il sovraffollamento all’interno dell’ufficio, ma lo causa all’esterno, dove gli autisti aspettano in fila esposti alle intemperie. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla società terminalista e all’Autorità di sistema portuale, in cui contestano le misure precauzionali attuate perché causano un’interminabile colonna di autisti.

08 marzo 2020 – Il presidente del consiglio firma il decreto che estende i limiti agli spostamenti in un’ampia area del Centro-Nord, un bacino che comprende milioni di abitanti e produce una parte rilevante del Pil italiano, con migliaia di imprese che esportano in tutto il mondo e piattaforme logistiche che servono un’area molto più ampia di quella chiusa. In ogni caso le merci possono circolare. Il trasporto delle merci è considerato un’attività fondamentale. Il personale coinvolto nella conduzione di mezzi di trasporto può entrare e uscire dai territori interessati.

09 marzo 2020 – Lockdown nazionale. In seguito a una crescita importante dei contagi, e a meno di 48 ore dalla firma del decreto che ha stabilito la zona protetta in Lombardia e in quattordici province del Centro-Nord, il Presidente del consiglio annuncia in diretta televisiva che firmerà un nuovo decreto per allargare le disposizioni all’intero territorio nazionale, mantenendo la libera circolazione delle merci. 

10 marzo 2020 – Scioperi e proteste nelle piattaforme logistiche italiane. I sindacati di base intensificano le azioni per equipaggiare il personale che lavora nel trasporto e nella logistica con dispositivi di protezione e in alcuni casi avviano o proclamano azioni di protesta. Il SiCobas di Piacenza comunica che nella piattaforma logistica Xpo di Pontenure i lavoratori scioperano per pretendere la distribuzione di guanti, mascherine e disinfettante nei bagni. L’Usb indice uno sciopero alla Bartolini di Caorso per chiedere azioni immediate per la protezione dei lavoratori delle piattaforme e dei veicoli.

11 marzo 2020 – Lunghe code ai confini. L’Austria inizia i controlli sanitari mirati sui veicoli che entrano dai valichi italiani e subito si creano lunghissime code di camion in territorio italiano, in particolare sull’autostrada A22 tra Bolzano e il Brennero. Nel pomeriggio il serpentone di veicoli pesanti in direzione del confine austriaco è lungo ottanta chilometri. Difficoltà anche al confine con la Slovenia, dove le Autorità hanno introdotto controlli sanitari. L’Europa chiude progressivamente le frontiere alle persone lasciando viaggiare le merci, ma anche queste trovano difficoltà nel passare da uno Stato all’altro.

11 marzo 2020 – Dal primo decreto che poneva restrizioni alla circolazione si è registrata un’impennata di ordini telematici. I prodotti di largo consumo venduti online sono aumentati del 30% rispetto alla settimana precedente. La filiera logistica non è pronta a questa crescita repentina e la conseguenza è l’aumento dei tempi di consegna, che mette sotto stress gli operatori dell’ultimo miglio e i loro autisti. Questi sono sempre più preoccupati della propria salute e chiedono con insistenza dispositivi di protezione. La Cgil proclama lo stato di agitazione nelle piattaforme Amazon di Passo Corese (Ri) e Torrazza Piemonte (To), dove è stata rilevata la positività di una lavoratrice.

12 marzo 2020 – Prosegue il fermo al terminal container Psa di Genova Voltri. I lavoratori portuali chiedono che la sanificazione delle macchine avvenga a ogni cambio di turno. La sospensione del lavoro comporta il blocco di decine di veicoli in attesa di caricare o scaricare. Centinaia di autisti si affollano per ore davanti all’ufficio merci del terminal.

13 marzo 2020 – Dopo alcune riunioni con gli operatori portuali i sindacati confederali proclamano uno sciopero al porto della Spezia. Chiedono dispositivi di protezione per i lavoratori e provvedimenti per evitare l’affollamento. Altri scioperi coinvolgono alcuni corrieri a Genova.

14 marzo 2020 – Governo, associazioni datoriali e sindacati firmano il protocollo per la prevenzione dal Covid-19 nei luoghi di lavoro: un documento che contiene le linee guida per agevolare le aziende nell’adozione dei protocolli di sicurezza anti-contagio.

14 marzo 2020 – Aumentano le tensioni nelle piattaforme logistiche e tra gli autisti che svolgono le consegne nell’ultimo miglio, in diversi casi sfociano in scioperi locali. Le principali azioni sono organizzate dai sindacati di base, che chiedono misure di protezione per i lavoratori. Il SiCobas organizza diversi scioperi in alcune piattaforme dei corrieri e della logistica per conto terzi.

16 marzo 2020 – Amazon annuncia l’assunzione di centomila persone negli Stati Uniti e investimenti di 350 milioni di dollari a livello globale. «Stiamo assistendo a un significativo aumento della domanda, il che significa che il nostro fabbisogno di manodopera non ha precedenti in questo periodo dell’anno», afferma Dave Clark, vice presidente delle operazioni su scala globale.

16 marzo 2020 – A mano a mano che la pandemia di Covid-19 chiude in casa sempre più persone in diversi paesi del mondo, aumenta la domanda di acquisiti online; le risorse destinate alla logistica per l’ultimo miglio si rivelano sempre più inadeguate. I tempi di consegna di tutte le attività di e-commerce aumentano, anche per i generi di prima necessità. Scioperano gli autisti della Gls a Sesto San Giovanni. Il SiCobas pubblica un elenco di una quarantina di piattaforme di tutta Italia e di diverse aziende che si sarebbero fermate completamente o parzialmente.

17 marzo 2020 – Scioperi nelle piattaforme logistiche in Italia. Lo sciopero più eclatante è quello della piattaforma Amazon di Castel San Giovanni (Pc) dove i sindacati affermano di avere riscontrato la «mancata integrale applicazione da parte di Amazon a quanto si è tradotto nell’intesa siglata tra Governo e Parti Sociali, con la redazione del Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro». Ma la mappa degli scioperi nella logistica comprende altre località. Le principali proteste vengono organizzate dai sindacati di base, ma si mobilitano anche quelli confederali.

18 marzo 2020 – L’unione delle associazioni dell’autotrasporto chiede alla ministra dei Trasporti di sospendere temporaneamente le regole sui tempi di guida e di riposo degli autisti di veicoli industriali, invocando lo stato d’emergenza causato dalla pandemia. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla ministra con la richiesta opposta: non consentire alcuna deroga, mantenendo quindi in vigore le regole. Sindacati confederali e di base danno indicazione agli autisti che operano per i corrieri di astenersi dal lavoro se non sono dotati di dispositivi di protezione e se i veicoli non vengono igienizzati.

19 marzo 2020 – Le imprese straniere con cui l’Italia aveva siglato dei contratti per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale si sono viste requisire i prodotti dai loro paesi o, in alcuni casi, anche dalle nazioni per le quali sono transitati. Circa 19 milioni di mascherine destinate all’Italia sono bloccate all’estero.

19 marzo 2020 – Ripartono le portacontainer dalla Cina, ma mancano i container. Una delle conseguenze globali di questa emergenza è il drastico calo di container in uscita dai porti cinesi, a causa delle riduzioni della produzione e dell’isolamento imposto a migliaia di operatori della filiera logistica. A metà marzo le portacontainer stanno ricominciando a caricare i container nei principali porti. La ripartenza delle portacontainer cinesi non ha però ancora riequilibrato il traffico di container, molti dei quali sono rimasti nei porti asiatici e quindi mancano in quelli Europei e nordamericani. 

20 marzo 2020 – La situazione sindacale delle piattaforme Amazon in Italia appare ancora tesa a causa delle vertenze sulla sicurezza connessa alla pandemia. Non si trova un accordo tra Amazon e i sindacati sulle misure di prevenzione da prendere nei magazzini italiani. Le cronache parlano di sopralluoghi nei magazzini dei Nas, di tensioni nei magazzini di Passo Cortese e Castel San Giovanni. In questo magazzino è stato proclamato uno sciopero a oltranza il 17 marzo, proseguito anche il giorno successivo: si chiede un potenziamento delle misure di protezione e una riduzione del carico di lavoro tramite la sospensione degli ordini di prodotti non indispensabili.

23 marzo 2020 – Per contenere la pandemia il governo italiano ferma le attività produttive non essenziali. Il presidente di Confindustria manda una lettera al Presidente del consiglio in cui chiede alcuni correttivi al decreto di chiusura delle attività; l’obiettivo è lasciare aperte alcune attività, come il trasporto e la logistica, che non sono nell’elenco di quelle essenziali ma sono a esse funzionali.

23 marzo 2020 – La chiusura dei negozi e di alcune imprese crea problemi nelle piattaforme logistiche, nella distribuzione nell’ultimo miglio e nell’autotrasporto di linea. Gli operatori dei magazzini e gli autisti sono sottoposti a turni di lavoro pesanti e temono di contrarre la malattia. Aumentano gli scioperi e le astensioni individuali dal lavoro in diverse piattaforme italiane. Una circolare diffusa il 21 marzo 2020 dal ministero dell’Interno ai prefetti afferma che «alcune associazioni della categoria logistica, trasporto e spedizioni» hanno segnalato la conflittualità del comparto, che sta determinando «una situazione di rallentamento nella consegna di prodotti di indispensabile uso in questo contesto, quali farmaci, mascherine, camici e materiali di supporto all’attività medica» causata dalla protesta di alcune sigle sindacali. A questa situazione si aggiungono «azioni di protesta a causa dell’asserita mancata applicazione da parte delle aziende delle misure di protezione stabilite dai recenti provvedimenti». Il ministero invita i prefetti a una «rinnovata attenzione, attraverso una costante e specifica vigilanza».

23 marzo 2020 – La segreteria provinciale di Bergamo della Fit-Cisl chiede la chiusura di tutte le piattaforme di logistica per l’e-commerce, dove lavorano circa tremila persone tra facchini e autisti. Il sindacato precisa che alcuni corrieri hanno già chiuso, ma Amazon e alcune società di logistica in conto terzi tengono aperti gli impianti; nello stesso comunicato si dice anche che in alcune di queste piattaforme c’è un tasso di assenza elevato, fino al cinquanta percento, causato sia dalla diffusione della malattia tra gli operai sia dal timore del contagio, d’altra parte chi resta a lavorare lo fa con turni «massacranti». Il sindacato precisa che «le condizioni di lavoro all’interno dei magazzini di smistamento e spedizione non garantiscono il contrasto e il contenimento della diffusione del virus».

24 marzo 2020 – I distributori di carburanti minacciano la serrata. A rischio il trasporto delle merci essenziali. Le associazioni datoriali dell’autotrasporto chiedono al Governo la precettazione dei distributori.

24 marzo 2020 – Bruxelles proroga l’esenzione dalle norme antitrust alle compagnie marittime fino al 2024. L’esenzione consente agli operatori di trasporto marittimo di linea di stipulare accordi di cooperazione per la prestazione di servizi di trasporto marittimo di linea in comune, senza violare le norme antitrust dell’Unione Europea.

25 marzo 2020 – Assarmatori chiede lo stato di calamità per il trasporto marittimo. Ciò permetterebbe al comparto marittimo di ottenere i benefici previsti dal Decreto del presidente del consiglio, tra cui il supporto alla liquidità.

26 marzo 2020 – Federlogistica denuncia il rischio di collasso dei porti. Il presidente Luigi Merlo dichiara che c’è una pericolosissima sottovalutazione dello sforzo che il sistema logistico, portuale e marittimo sta facendo per garantire servizi essenziali al paese, ma questo sacrificio non può durare a lungo in assenza di provvedimenti concreti.

30 marzo 2020 – La Filt-Cgil organizza uno sciopero nella piattaforma Amazon di Calenzano, aggiungendolo così alle mobilitazioni avviate nei giorni precedenti in quelle di Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Il sindacato chiede maggiori protezioni per i lavoratori e di ridurre i carichi di lavoro, limitando l’attività ai soli beni essenziali. La Filt chiede di applicare sia il protocollo firmato da sindacati e imprese sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti, sia le linee guida del ministero dei Trasporti per quanto riguarda in modo specifico il trasporto e la logistica. I tre punti principali sono la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, il mantenimento delle distanze di sicurezza e la priorità ai prodotti di prima necessità, in un contesto dove gli acquisti online sono triplicati.

31 marzo 2020 – Gli spedizionieri lanciano l’allarme sulle migliaia di container salpati dalla Cina e diretti in Italia, che non potranno essere svuotati perché le destinazioni sono impianti chiusi per la pandemia. Le associazioni datoriali chiedono al Governo di permettere l’apertura dei magazzini anche delle fabbriche chiuse. La Filt-Cgil suggerisce invece di stoccare i container nei retroporti e negli interporti.

10 aprile 2020 – I giorni passano scanditi dai numeri sui contagi, i morti e i posti occupati in terapia intensiva. I segretari di tre confederazioni internazionali dei sindacati dei trasporti scrivono una lettera aperta ai lavoratori di Amazon di tutto il mondo. La lettera esordisce con un ringraziamento. Poi viene subito al punto: «Amazon non sta facendo abbastanza per proteggere voi o il pubblico dal Covid-19. Lavoratori di tutto il mondo sono risultati positivi nei magazzini di Amazon e in tutta la rete di trasporto e consegna dell’azienda e, a meno che non ci siano cambiamenti reali nel funzionamento dell’attività, i magazzini continueranno a presentare un rischio di contagio non solo per i lavoratori ma anche per la comunità». Sulla situazione internazionale i tre segretari affermano che molti lavoratori di tutto il mondo sono uniti: «In Italia, i lavoratori di Amazon hanno scioperato per undici giorni, sono rimasti uniti e hanno costretto Amazon ad attuare cambiamenti. In Spagna e in Francia, i lavoratori con i loro sindacati hanno lottato per rallentare i ritmi di lavoro, per garantire l’allontanamento tra le persone e ottenere altre protezioni. Questa è la democrazia in azione, e noi vogliamo ciò per tutti i lavoratori di Amazon».

18 aprile 2020 – La Filt-Cgil prosegue la mobilitazione nella piattaforma Amazon di Torrazza Piemonte, iniziata in concomitanza con l’esplosione della pandemia. Nell’impianto lavorano milleduecento persone e il sindacato afferma che l’azienda non offre trasparenza e un’adeguata prevenzione contro la malattia.

22 aprile 2020 – Dopo i provvedimenti del Governo che limitano o impediscono alcune attività produttive e commerciali, la Regione Lombardia emette una serie di ordinanze che ammettono alcune delle attività impedite dal Governo, tra cui la possibilità di distribuire numerose tipologie di merce tramite il commercio elettronico. Contrari i sindacati confederali, che chiedono la sola vendita di prodotti essenziali.

23 aprile 2020 – Il porto di Genova subisce un calo di volumi e prepara la cassa integrazione.

29 aprile 2020 – Dopo una fase di mobilitazioni in diverse piattaforme logistiche per chiedere di limitare la consegna ai soli prodotti essenziali e misure di protezione per facchini e autisti, i sindacati di base SiCobas e Adl Cobas proclamano due giorni di sciopero nazionale (giovedì 30 aprile e venerdì 1° maggio) per l’intero comparto della logistica e del trasporto merci.

05 maggio 2020 – Sciopero con occupazione alla Tnt proclamato dal sindacato di base SiCobas. La protesta è innescata dalla decisione della multinazionale di sospendere alcuni lavoratori a tempo determinato perché, secondo la sigla sindacale, avevano aderito a scioperi precedenti. Ma le motivazioni sono più ampie: il SiCobas afferma che l’azienda non ha firmato un protocollo di sicurezza per prevenire il contagio. Lo sciopero coinvolge diverse piattaforme della Tnt; in quella di Peschiera Borromeo, interessata dal licenziamento di 66 persone, viene occupato il magazzino.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.

Sommario

Shock and awe: così Naomi Klein descriveva l’effetto e l’intenzione del “capitalismo dei disastri”. Ma, come spieghiamo nell’Editoriale, cerchiamo di superare la “soggezione” che ci incute la pandemia da Covid-19 rileggendo sotto luce diversa le trasformazioni già avvenute e che stanno avvenendo sotto i nostri occhi. Per prima cosa, abbiamo posto al collettivo di Medicina Democratica le domande che si ritrovano ne Il costo sanitario della pandemia. Si era ancora nella “prima ondata”, e già l’Italia guidava la terribile classifica dei malati e dei decessi. Alcune interviste, raccolte in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, spiegano poi quali sono state (e rimangono) le condizioni di sicurezza o meglio, di insicurezza sui luoghi di lavoro contagiati della sanità lombarda. Del resto, proteste e conflitti nei luoghi di lavoro hanno accompagnato immediatamente il primo manifestarsi della pandemia, come riferiamo in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, sia per la generale impreparazione, sia per i tentativi padronali di scaricarne i costi sui lavoratori o, non riuscendoci, sulla collettività. In Pianificazione e controllo dei lavoratori si ragiona sul ruolo dello stato e la partecipazione operaia nei processi decisionali traendo spunto dalle esperienze del passato. Con La logistica della pandemia guardiamo a ciò che è accaduto in uno dei settori chiave dell’economia, quello che forse ha sopportato il peso maggiore lungo tutto il 2020, come ci raccontano anche le Cartoline dal porto di Genova.

Nello snodo logistico, in Italia, si sono fatte sentire le ripercussioni mondiali e le proteste e lotte locali, di cui dà conto in modo cronologico Emergenza sanitaria, lavoro e logistica. Ma forse in nessun altro campo la sofferenza è stata tanto intensa ed estesa come in quello della scuola, ne tira un primo bilancio L’effetto lockdown sulla scuola. Naturalmente la pandemia da Covid-19 si è sovrapposta a problemi e tensioni già in atto, di cui diamo una sommaria panoramica. Partiamo dal Decreto Rilancio e dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri privi di permessi, una “sanatoria” in pratica andata a vuoto nel settore agricolo, come riferisce Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Eppure le esperienze europee indicano la necessità, resa strategica dalla pandemia, di rafforzare l’autosufficienza alimentare interna e alzare i livelli salariali agricoli, come riportato in Salario e diritti nei campi italiani. L’urgenza di organizzare i lavoratori autonomi soprattutto nei settori creativi e culturali – quelli azzerati dal lockdown – viene ribadita in Lavori culturali senza rappresentanza?, così come in questa fase il metodo dell’inchiesta è servito a riconsiderare Il lavoro in Veneto, soprattutto dal punto di vista dei “precari”. Infine due sottolineature di metodo. La prima, Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe, per ribadire l’importanza del metodo storico-politico per comprendere la natura e gli obiettivi delle lotte della “nuova” classe operaia americana.

La seconda, contenuta in The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve Wright, segnala il ritorno alla consultazione delle fonti scritte da parte di uno dei maggiori conoscitori dell’operaismo italiano.