«Tra Europa e privatizzazioni, l’Ilva era già stata condannata nel 2013»

Andrea Bottalico e Carlo Tombola

Gianni Alioti, sindacalista genovese, ha acquisito quasi mezzo secolo di esperienza prima nella Flm, poi nella Fim-Cisl. Dopo una parentesi in Brasile, tra 92 e 94, è ritornato in Italia e si è impegnato da precario” nella cooperazione internazionale e in attività di ricerca e formazione, quindi è rientrato nei metalmeccanici Cisl ne ha diretto dal 2003 lUfficio internazionale. OPM lha intervistato sia come testimone e protagonista delle lotte di fabbrica degli anni Settanta [ne daremo conto nei prossimi numeri della rivista], sia perché si è a lungo occupato per il sindacato di ambiente, salute e sicurezza in fabbrica, in particolare nei grandi complessi siderurgici. Alcune sue considerazioni sulla questione Ilva” sono particolarmente interessanti.

Lintervista è stata raccolta da Andrea Bottalico e Carlo Tombola a Genova, il 24 settembre 2021.


OPM: Cominciamo dal 2001, quando rientri nei metalmeccanici Cisl: ti eri già occupato di Taranto prima?

Alioti: Dopo circa un anno dal mio ritorno dal Brasile (luglio 1994) inizio a collaborare con la Fim-Cisl sui temi ambiente, salute e sicurezza sul lavoro, e quindi mi occupo anche di siderurgia, però senza incarico politico. Allora gestivo, soprattutto, attività formative, e nei corsi degli Rls [i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, N.d.R.] che facevamo ad Amelia (Terni) comincio a interagire con i rappresentanti di Taranto, che lavoravano all’Ilva. Poi io conoscevo bene l’Italsider, la siderurgia a Genova, di cui mi ero occupato sin dagli anni Ottanta, quando ero ancora segretario della Fim-Cisl Liguria. Insieme a Franco Sartori della Fiom – in quel momento responsabile della Cgil di zona, cioè della Camera del lavoro di Sestri Ponente – stabiliamo un rapporto con il comitato delle donne di Cornigliano, che rivendicano la messa in sicurezza della fabbrica e soprattutto la fine dell’inquinamento del quartiere e del territorio. Anche perché a Genova, a differenza di alcune posizioni che si riscontrano a Taranto, il comitato che nasce mi sembra nell’85, nasce da persone che intanto non avevano una posizione antisindacale, perché venivano da famiglie operaie, sindacalizzate. C’erano anche ex delegati sindacali dell’Italsider e di diverse fabbriche, che sono andati in pensione anticipata e hanno cominciato a vivere la realtà del quartiere da nonni, da pensionati, quindi a vedere con altri occhi, con un altro sguardo l’impatto che la fabbrica ha sul territorio. In quegli anni, con la prima ondata dei prepensionamenti e con il ridimensionamento dell’Italsider a Cornigliano, si riduce nel quartiere la dipendenza economica dalla fabbrica. Ho detto spesso che c’è una forma, in certo qual modo, di monetizzazione della salute e dell’inquinamento ambientale, dove il grado di accettazione nasce anche dal fatto che dalla carrozzeria al tabacchino, dal bar al giornalaio, insomma tutti quelli che vivono e lavorano nel quartiere, in qualche modo, dipendono dalla fabbrica. Ci lavoravano più di diecimila persone, più l’indotto… Con il ridimensionamento, è chiaro che lo sguardo sulla fabbrica di molti, esercenti, abitanti, ecc. comincia a essere diverso. 

Ma c’era anche una parte del sindacato con una forte sensibilità ambientalista, derivante dalle lotte all’inizio degli anni Settanta su “La salute non si vende”, i rapporti con Medicina Democratica, con i medici del lavoro. Io ero già andato nella Lega Flm di Sestri Ponente nel ’78 e sono rimasto lì fino all’82. Cgil, Cisl e Uil della zona Ponente, che va da Cornigliano a Cogoleto, organizzavano diverse iniziative proprio sul tema dell’ambiente e della salute. Sono gli anni successivi alla riforma sanitaria. Lo slogan era proprio “Dalla fabbrica al territorio”. Tutto il discorso della prevenzione, della medicina preventiva, si spostava anche sulla dimensione territoriale, quindi con una diversa attenzione all’ambiente. Non con lo stesso sguardo o la stessa analisi che puoi fare ora, rispetto alle conseguenze nel tempo di un nuovo insediamento industriale o portuale. In quegli anni, mentre lottavamo contro l’inquinamento ambientale (della siderurgia, delle raffinerie ecc.), facevamo anche gli scioperi e le manifestazioni perché si realizzasse il porto container a Prà Palmaro (oggi il Vte di Voltri). E lì chi si opponeva nelle fabbriche erano gli operai che vivevano in quel quartiere, magari avevano ancora la barca, un rapporto con il mare, e molti erano proprio operai dell’Italsider… Per loro sì che cambiava la vita. Noi sindacalisti invece pensavamo che il nuovo porto container avrebbe rappresentato chissà quale sviluppo e ricaduta in termini occupazionali ed economici su Genova.

A Cornigliano non solo si era creato un ponte tra alcuni sindacalisti e delegati dei Consigli di fabbrica e il comitato donne, ma il conflitto sul rapporto tra siderurgia e ambiente si era spostato dentro il sindacato, non tra sindacato e comitato delle donne. Sì, poi c’erano quelli che non potevano vedere le donne nel comitato, che ti accusavano di… ma almeno abbiamo spostato la discussione, il conflitto, al punto che poi a Genova il processo di superamento dell’area a caldo fu portato avanti attraverso negoziazioni sindacali, accordi di programma, con tutte le contraddizioni e ritardi, ma in modo positivo. Ti dividevi nel sindacato tra coloro che, allora, venivano definiti “ambientalisti” e quelli che erano per difendere l’esistente. In alcuni casi, nel medio e lungo periodo, certe logiche di difesa dei siti industriali così com’erano hanno portato poi a pagare dei prezzi in termini occupazionali molto più profondi. Ho sempre pensato, lo penso ancora adesso, che i diritti sociali – in questo caso il diritto al lavoro – e la questione ambientale devono andare insieme, però è ipocrita quando questa cosa si dice per lasciare le cose come stanno, per non far nulla perché effettivamente le due cose vadano insieme. Col risultato che poi alla fine la fabbrica chiude lo stesso – com’è avvenuto per esempio all’Acna di Cengio – senza alcuna compensazione occupazionale e con una ferita ambientale aperta sul territorio. Come a Bagnoli, il cui sito siderurgico non è stato mai bonificato. Perde il lavoro, perde la salute…

Ho cominciato a occuparmi maggiormente di siderurgia, a conoscere anche un po’ la realtà di Taranto in quegli anni, occupandomi di salute e sicurezza sul lavoro, di ambiente. Poi tra il 1999 e il 2002 è esplosa la questione dell’amianto, di cui mi occupai per il sindacato, in rappresentanza della Fim-Cisl. Si aprì un lungo contenzioso a livello nazionale sull’esposizione in fabbrica al rischio amianto. Andai a Taranto, le prime volte per riunioni specifiche, prima del 2001. Ci andavo in quanto “esperto” delle procedure per il riconoscimento dell’esposizione al rischio amianto, al fine dei benefici previdenziali degli esposti, perché partecipavo al tavolo tecnico al ministero del Lavoro. Conoscevo per similitudine la realtà siderurgica di Taranto, uguale per molti aspetti a quella di Cornigliano, ma da quintuplicare per dimensione, territorio occupato, capacità produttiva e, quindi, anche per impatto ambientale. Peggio, nel caso specifico dell’impianto di preparazione del minerale, Taranto era l’unico sito che utilizzava il processo di “sinterizzazione”, in cui il minerale di ferro viene portato a una certa temperatura e poi amalgamato, per metterlo infine insieme al coke nell’alto forno, dove si produce la ghisa. Nella lavorazione siderurgica questo è l’unico tipo di impianto che produce diossina: in qualsiasi processo di combustione se non controlli la temperatura, se hai degli abbassamenti improvvisi dovuti, che so, al fatto che il minerale conservato all’aperto si è bagnato, produci diossina. Nel 2004 avevo fatto un libro, Salute e sicurezza. Guida al settore siderurgico, e c’è anche un capitolo, una parte relativa all’ambiente.

Quando seppi della diossina io rimasi un po’ sorpreso. Nell’“agglomerato” di Cornigliano (si chiama così l’impianto di preparazione del minerale di ferro), che tra l’altro è stato il primo impianto chiuso dell’area a caldo di Cornigliano per motivi di obsolescenza, non si utilizzava la sinterizzazione bensì un processo diverso, che si chiama di “pellettizzazione”. È sempre un processo fusorio: in pratica dal minerale di ferro si producono delle palline di colore metallico chiamate pellets. Produce altri tipi di emissioni, ma non la diossina. Sulla diossina a Taranto, mi telefonò Alessandro Marescotti e mi disse «Ma Gianni tu ne sai qualcosa?». Nel dubbio andai a prendere il mio libro, che era stato costruito su analisi e ricerche in tutto il mondo realizzate dalla federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, a cui partecipavo dal 2003 come responsabile internazionale della Fim-Cisl. Nel libro c’è una scheda sintetica che mette in rassegna i diversi impianti e processi produttivi siderurgici esistenti nel mondo e le emissioni di sostanze tossico-nocive. E in effetti vado a vedere il caso della “sinterizzazione” e scopro che nella scheda, tra le possibili emissioni, c’era la diossina. Infatti, gli confermo il dato: «Sì Alessandro, il processo di sinterizzazione è l’unico caso in cui ci può essere emissione di diossina».

In Europa solo il sito di Taranto usa il processo di sinterizzazione. Nel resto del mondo per preparare il minerale di ferro si usano altri impianti, altri processi. In Italia nei cinque poli siderurgici a ciclo integrale “storici” (Cornigliano-Genova, Piombino, Bagnoli-Napoli, Taranto e Servola-Trieste) non mi risulta che ci fosse un processo di sinterizzazione, se non a Taranto. 

A Genova l’agglomerato, che produceva i pellets, era stato già chiuso nel 1999, ma persisteva il problema della cokeria, l’impianto in assoluto più inquinante, di cui mi ero occupato da ambientalista, non essendo allora in alcun organismo sindacale. C’è un episodio simpatico, un aneddoto. C’era una giornalista mia amica del Corriere mercantile che seguiva le pagine sindacali. Sapendo che io mi occupavo di queste tematiche, della siderurgia, dell’ambiente, chiese di intervistarmi. E io in quell’intervista nel 2001 chiesi espressamente che la cokeria a Genova fosse chiusa perché i livelli di obsolescenza impiantistica erano ormai tali da giustificare l’intervento della magistratura. Le colonnine di controllo dell’aria a Cornigliano spesso andavano in tilt e i livelli delle emissioni di inquinanti cancerogeni superiori ai limiti di legge non potevano essere occultati. Gli stessi operai delle cokerie che incontravo per strada, conoscendomi, mi fermavano e mi dicevano: «Ma Gianni, è mai possibile che non riuscite a chiuderla, la cokeria?».

In quel momento con l’esodo dell’amianto erano rimasti circa 300 lavoratori in cokeria. Alcuni potevano andare in pensione, ma anche quelli che non avevano l’età pensionabile potevano andare in mobilità nei reparti di laminazione nell’area a freddo, a sostituire coloro che stavano andando in pensione anticipata con i benefici dell’amianto. La cokeria poi chiuse definitivamente nel 2002 per decisione della magistratura.

Vale la pena ricordare che a Cornigliano, per casini fatti anche dal sindacato unitariamente, soprattutto dal sindacato nazionale, dalle ristrutturazioni degli anni Ottanta era uscito un ibrido industriale assurdo. Bagnoli ha chiuso anche in conseguenza di questo ibrido che si è imposto a Genova, a Cornigliano. In quegli anni a livello europeo c’era il problema delle quote di produzione di acciaio attribuite a ciascun paese. Oltre un totale di tonnellate d’acciaio non si poteva produrre. Cornigliano produceva 2 milioni di tonnellate d’acciaio, tante quante avrebbe dovuto produrne Bagnoli. Bagnoli ne produceva solo un milione perché c’era il tetto imposto e, a causa di ciò, non poteva raggiungere l’equilibrio economico-finanziario. Il centro siderurgico di Bagnoli non è che fosse obsoleto o improduttivo, era uno stabilimento molto meglio di tanti altri e c’era una classe operaia molto professionalizzata, c’era una cultura industriale vera. Tanto che alla fine degli anni Ottanta l’Iri decise di investire su Bagnoli e spendere 1.000 miliardi di lire per rinnovare gli impianti di laminazione a caldo e a freddo. Lo so bene perché la parte di impiantistica industriale e del sistema di automazione dei laminatoi la realizza l’Ansaldo Sistemi Industriali, con l’apporto di Elsag per le tecnologie elettroniche di controllo di processo (entrambe queste aziende genovesi le seguivo sindacalmente). Dopo un anno da questo importante investimento Bagnoli chiude!

Qual era l’ibrido impiantistico, la bestialità industriale che viene fatta? Per attenersi alle decisioni della Comunità economica europea sulle quote di produzione d’acciaio, a Cornigliano si chiude il laminatoio a caldo, cioè il punto di collegamento tra la fusione dell’acciaio (l’area a caldo) e la laminazione a freddo, e quindi il prodotto finito, i coils [laminati in grandi bobine, NdR]. Si interrompe il ciclo produttivo. La posizione iniziale dell’Iri e di Prodi nel 1983 era: chiudere tutta l’area a caldo a Cornigliano (cokeria, agglomerato, altiforni e acciaieria); sfruttare a pieno le capacità produttive di Bagnoli; investire su Bagnoli per quanto riguarda la laminazione a freddo, con nuovi impianti appena realizzati, quindi tecnologicamente molto avanzati; investire all’Italsider di Campi sugli acciai speciali. E in effetti investirono 400 miliardi di lire sulla cosiddetta “colata continua in pressione”, che riduce molto l’impatto, quello che poi Arvedi ha sviluppato portandolo alle estreme conseguenze in termini tecnologici, di automazione e di controllo, con la cosiddetta “mini acciaieria”. A Campi erano in mille a lavorare, era un’acciaieria elettrica. Il centro siderurgico di Taranto in quel momento non era in discussione. 

A Genova, in cambio della chiusura dell’area a caldo di Cornigliano, c’era il progetto di potenziare – cosa che è poi avvenuta solo in parte – altri settori come elettronica, informatica, automazione, ma anche l’area a freddo della siderurgia, cioè concentrare a Cornigliano tutti gli altri investimenti del gruppo Italsider, ad esempio sulla banda stagnata, sui laminati pre-verniciati, tutto ciò che era l’evoluzione del prodotto finito ecc. Gli stabilimenti di Cornigliano e di Novi Ligure sarebbero stati alimentati da una parte dei coils grezzi da rilaminare e trattare a freddo prodotti da Bagnoli e da Taranto, come poi in realtà è avvenuto. 

Perché fu un ibrido industriale? Si decise che tutta l’area a caldo di Cornigliano, cioè tutto il processo fusorio, invece di essere chiusa si vendeva a un consorzio di siderurgici privati, guidato da Riva. Dopo tre anni Riva è rimasto da solo, gli altri industriali son tutti scappati, dava già un’idea di chi fosse… Qual era l’assurdo? A Cornigliano hanno regalato l’area a caldo ai Riva, proprio regalata, a prezzo politico, una lira simbolica; gli hanno pagato l’investimento per ri-orientare il processo fusorio dai laminati piani ai laminati lunghi, perché il gruppo Riva lavorava solo sui prodotti lunghi principalmente il tondino per l’edilizia, sia a Brescia che a Verona. Il risultato, quindi, è che tutta l’area a caldo di Cornigliano si mette a fare blumi e billette [semilavorati a sezione quadrata N.d.R.], che poi venivano portati nei laminatoi che Riva aveva nel Nord Italia, per fare in gran parte tondini. Il processo produttivo dell’Italsider inizia, al contempo, solo con la lavorazione a freddo dei coils, che sono cominciati ad arrivare da Taranto, perché nel frattempo si decise la chiusura di Bagnoli. Nel momento in cui davi la possibilità ai Riva di produrre 2 milioni di tonnellate d’acciaio a Cornigliano, come conseguenza hai avuto la chiusura dell’Italsider di Bagnoli e la chiusura di un milione di tonnellate d’acciaio dei produttori privati in Lombardia, in Veneto, in Friuli ecc. A Cornigliano, quindi, rimangono 2 milioni di acciaio prodotti dai Riva, ma ormai per fare tondino, non per fare coils, e la parte della laminazione a freddo, così com’era gestita dall’Italsider (poi dall’Ilva), senza nuovi investimenti. Inoltre, tra le conseguenze negative di aver ceduto ai Riva l’area a caldo di Cornigliano c’è la chiusura di tante piccole e medie fabbriche siderurgiche in altre regioni del Nord, perché si doveva garantire comunque la quota massima di produzione d’acciaio imposta all’Italia dalla Comunità europea.

Questa è stata la “grande mediazione politico-sindacale” affinché non si chiudesse l’area a caldo della siderurgia a Genova. In quel momento, non chiudendo l’area a caldo principale causa dell’inquinamento ambientale, nasce il comitato donne di Cornigliano e si creano problemi a livello sindacale.

OPM: E sulla vicenda Gioia Tauro, che doveva essere il quinto polo siderurgico?

Alioti: Lì è stato proprio buttare via i soldi, è stato demenziale… Mi ricordo ancora alla sala dell’Amga, dove si facevano molte assemblee sindacali di Cgil, Cisl e Uil, l’unico che nel ’72 o ’73, forse ’74 – ricordo che io partecipavo come delegato sindacale di fabbrica a queste riunioni – l’unico che intervenne contro il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, ovviamente argomentando il suo no, fu Amanzio Pezzolo del collettivo operaio portuale, che per questo si prese gli attacchi dalla gente che intervenne dopo di lui.

Comincio a conoscere la realtà di Taranto dal 1999 e la capisco per analogia, perché quel processo produttivo è comunque lo stesso di Cornigliano. Cambia il numero di altiforni, di acciaierie, di batterie nella cokeria, la dimensione degli impianti marittimi, l’estensione dei parchi minerali… Intanto la prima percezione – la stessa avuta visitando i grandi siti siderurgici della dimensione di Taranto, che ho visto soltanto in Russia – è l’ingestibilità, l’ingovernabilità del sito. Almeno, nella logica sovietica della pianificazione economica, questi siti industriali non avevano come prodotto finale un bene intermedio come i coils, avevano uno o più prodotti finiti destinati al consumo. Quando Indesit, cioè l’azienda di elettrodomestici di Vittorio Merloni, ha comprato la Stinol a Lipetsk, la principale azienda di frigoriferi russa, si è trovata in mano una bellissima azienda, come poteva essere la San Giorgio di Sestri Ponente nel secondo dopoguerra. Una di quelle aziende che in casa si facevano tutto, qualsiasi componente, certo con livelli di produttività bassi, costi elevati, proprio perché la filiera per produrre il frigorifero era tutta interna. La Stinol era un’azienda nata per produrre frigoriferi, che a sua volta nasceva come verticalizzazione produttiva del sito siderurgico della Novolipeck Steel. Il nastro di lamierino d’acciaio veniva portato direttamente nella fabbrica di frigoriferi attraverso un binario che partiva dal reparto spedizioni del centro siderurgico, il che garantiva economie di gestione, perché i costi di trasporto dei coils sono micidiali. In questo caso avere un sistema industriale così integrato costituiva un notevole vantaggio economico, non in altri casi. La dimensione, proprio nella gestione organizzativa e tecnologica, nel monitoraggio, nelle manutenzioni, è un fattore molto complicato, ma è decisiva.

Tornando all’Italsider e a Riva, mi arrabbio con gli amici, sindacalisti miei ex colleghi, quando mi dicono «Voi non parlate di come andavano le cose quando c’era il pubblico, quando c’erano le Partecipazioni statali!». È chiaro che c’erano cose criticabili, contestabilissime nella gestione delle Partecipazioni statali, però avevi una cultura industriale molto, molto forte in fabbrica – parlo della fabbrica, non dei manager maneggioni o dei politici corrotti – e a livello dei quadri tecnici.

Possono dire quello che vogliono, ma le Partecipazioni statali avevano creato – dal livello operaio al livello manageriale – una cultura industriale. I tecnici, gli ingegneri, i manager andavano in Giappone, andavano negli Stati Uniti, nei paesi dove Italimpianti realizzava i nuovi impianti. Per esempio, in Brasile ci sono siti siderurgici dove c’erano nostri delegati operai e tecnici dell’Italsider di Genova, che sono stati lì diversi anni per la fase di realizzazione e messa in funzione degli impianti. C’era una vera conoscenza della tecnologia, dei processi, dei diversi siti siderurgici nel mondo, c’era una cultura industriale, c’erano delle esperienze, c’erano delle competenze.

È chiaro, anche allora c’erano inquinamento e impatto ambientale, però è fuori di dubbio che a Taranto i Riva hanno preso un impianto che cominciava ad avere già un certo numero di anni e lo hanno utilizzato per altri vent’anni, senza fare interventi, non solo di innovazione tecnologica di processo, ma nemmeno di manutenzione straordinaria e, a volte, nemmeno di manutenzione ordinaria. Ma solo gli interventi indispensabili per il business, cioè soltanto per garantire il prodotto finito, per fare uscire la produzione. Riva a Taranto ha fatto sì degli investimenti, ma solo in quei segmenti di attività in cui prima non era presente, dove ha iniziato a produrre perché gli conveniva farlo. 

Quando l’altoforno era “a fine campagna” occorreva giocoforza l’intervento di ripristino. Se parli con ex tecnici dell’Italimpianti, miei amici con i quali mi sono diplomato, che spesso andavano all’Ilva di Taranto in trasferta, mi raccontano che ogni volta che andavano a fare degli interventi di ripristino o manutenzione straordinaria rischiavano la vita. Mentre si facevano questi interventi c’era l’abitudine di non interrompere il processo di lavoro, cose veramente da pazzi… È un sito che, dopo una certa fase, è diventato ingovernabile. È stato gestito nella logica dei Riva che nei propri stabilimenti prevedeva due linee di comando: una linea di comando diciamo “formale”, quella tecnico-funzionale; e un’altra dei “fiduciari”, che arrivava sino alla gestione delle relazioni industriali e del personale. I fiduciari erano persone della famiglia o, comunque, legati alla famiglia Riva. Erano i veri decisori, con un’attenzione particolare a massimizzare il profitto, ottimizzando tutta la catena del valore. Faccio un esempio. A quelli che dicono: «Ma tutta la questione dei parchi minerali non c’era forse già anche con le Partecipazioni statali?», io rispondo sì che c’era, ma non era a quei livelli macroscopici che ci sono stati con i Riva. Ricordiamoci che Emilio Riva non nasce come industriale siderurgico, ma come commerciante di rottame. Tutto ciò che ha acquisito nella produzione siderurgica, a Brescia e altrove, è più il frutto delle sue attività commerciali che, generando profitto, gli hanno consentito di acquisire aziende in fallimento o in via di fallimento, oppure in svendita, ecc. 

A Taranto lui comincia a investire sulle materie prime, soprattutto sul minerale di ferro che come tutte le commodities consente speculazioni sull’oscillazione dei prezzi. Solo così si possono spiegare le montagne di minerale di ferro in deposito per anni nel sito di Taranto, perché acquisti tanto e solo quando il prezzo crolla. Gestendo in proprio anche gli impianti marittimi, l’ex Ilva si è sempre fornito direttamente dai produttori di minerali (Brasile, Australia, India ecc.). 

Il nastro trasportatore del minerale (ferro, carbone, additivi) che collega i moli portuali agli impianti di produzione non è mai stato coperto. Quando l’Italsider ha disegnato il layout del sito siderurgico di Taranto non ha tenuto conto che il percorso del minerale di ferro (e anche del carbone, perché i Riva facevano anche montagne di carbone) dagli impianti marittimi a dove arriva a destinazione è lunghissimo, non è molto razionale. Secondo me, però, l’Italsider a suo tempo ha dovuto mediare rispetto a vincoli e problemi posti dal territorio. Come azienda a partecipazione statale aveva un po’ più di sensibilità verso la politica e quindi anche nei confronti delle richieste delle amministrazioni pubbliche. Va comunque detto che ai tempi dell’Italsider i parchi minerali intanto non erano delle montagne, arrivavano a livello dei muri e della paratie in cui il minerale di ferro era depositato (e così anche il carbone), veniva continuamente bagnato… C’era certo la fonte di rischio, ma si facevano tutti quegli interventi per ridurre il rischio esistente.

E questo approccio Riva lo applica su tutto, anche sugli appalti. Riva va subito in attivo, guadagna molto di più di quello che guadagnava l’Italsider, per questa capacità di gestire tutta la catena del valore. Comincia a “smontare” il potere sindacale preesistente nella fabbrica, cambiando proprio i rapporti di forza. La Fim-Cisl a Taranto ai tempi dell’Italsider era il primo sindacato, avendo goduto sia di condizioni di vantaggio nel momento delle assunzioni, quando si fa il raddoppio di Taranto, voluto fortemente da Moro e dalla Dc; sia perché la Fim-Cisl negli anni Sessanta e Settanta era fatta da sindacalisti capaci, che facevano bene il loro mestiere nell’interesse dei lavoratori. Con Riva cambiano le cose. Da primo sindacato passa a essere il terzo.

Come ho raccontato, nella seconda metà degli anni Novanta mi occupavo di salute e sicurezza, e gran parte degli incidenti mortali nel sito di Taranto avvenivano – e tuttora avvengono – per cedimenti strutturali. Ricordo il caso di un manutentore, che dopo essere andato a togliere un trasformatore dalla cabina elettrica, per portarlo a riparare in officina, passando su una passerella d’acciaio precipita in basso perché questa cede per il peso suo e del trasformatore. Vuol dire che su quella passerella, su quel passaggio, su quelle scale non solo erano anni che non si faceva manutenzione, ma erano probabilmente anni che non si andava nemmeno a fare pulizia, a verificare lo stato e le condizioni dell’acciaio, magari arrugginito, bucato, assottigliato… Altrimenti non si spiegano certe cose, come i cedimenti ripetuti delle gru nella zona degli impianti marittimi che hanno causato più morti; persino il crollo di un carroponte… In questo caso non è morto nessuno, ma è pazzesco che sia potuto succedere, siamo a livelli criminogeni… E nel caso del crollo del carroponte siamo già nel pieno della gestione di Arcelor-Mittal. 

La situazione è andata avanti così, sempre peggio. La famiglia Riva dal ’97 al 2008 ha guadagnato quello che ha voluto. In quegli anni, dopo la crisi degli anni Novanta e un calo della produzione di acciaio, c’è stata la massima espansione del mercato siderurgico in Europa e nel mondo, grazie alla Cina che fino a quel momento era ancora importatore netto di acciaio, non era autosufficiente e quindi trainava molto la crescita. C’era stata una fase di ripresa economica anche in Europa e sono gli anni in cui Riva, invece di reinvestire i miliardi di euro guadagnati con Ilva (3,4 miliardi di euro di utili, al netto di ammortamenti e investimenti, tra 2003 e 2008), porta i capitali nei paradisi fiscali.

OPM: Ritorniamo brevemente sulla sequenza temporale, per chiarire bene i passaggi.

Alioti: Riva prende in mano da solo l’area a caldo di Cornigliano nel 1988 dopo che nel 1985 si era costituito il Cogea (Consorzio Genova acciai) controllato da un gruppo di privati tra cui Riva e partecipato in minoranza dalla Finsider. Cornigliano poi chiude definitivamente l’area a caldo nel 2005. L’agglomerato aveva chiuso nel ’99 e la cokeria nel 2002 per decisione della magistratura. Riva nel frattempo era già diventato proprietario di tutto il sito di Cornigliano, anche dell’area a freddo, la cui continuità produttiva con l’area a caldo non sarà comunque ripristinata. È il 1995 quando Riva compra l’Ilva dall’Iri diventando proprietario di Taranto, Cornigliano, Novi Ligure… Bagnoli e Campi chiudono alla fine del ’90. Nel 1984 si fa l’accordo da cui nasce l’anno dopo il Cogea, per garantire la non chiusura dell’area a caldo a Cornigliano, però in mano ai privati. La conseguenza di questo è la chiusura di Bagnoli e di Campi. A Campi avevano speso 400 miliardi di lire per fare la colata in pressione, non sono noccioline… e a Bagnoli 1.000 miliardi per i nuovi laminatoi, per poi mai metterli in funzione. E, infatti, li hanno venduti ai cinesi, smontati, se non fossero stati nuovi i cinesi col c… li volevano! Tra molti miei colleghi sindacalisti c’era ancora l’idea che alla Cina o altri paesi del Terzo mondo ci rifilavi gli impianti obsoleti che chiudevi…

Poi non c’è stata più nessuna logica di politica industriale e di settore. Tutta l’Ilva prodotti piani va ai Riva, la parte dei prodotti lunghi va a Lucchini (Piombino e Lovere). A Piombino, devo dire che fintanto che c’è stato Lucchini lo stabilimento è andato abbastanza bene. Poi è nato un problema economico-finanziario, per il quale i Lucchini non erano più in condizioni di investire e continuare a gestire… Si tennero Lovere e vendettero Piombino ai russi della Severstal. In quel momento si pensava che quella fosse la migliore soluzione. ThyssenKrupp prende invece l’Ast di Terni. L’unica parte della siderurgia a partecipazione statale che passa a un gruppo con una forte caratura ingegneristico-industriale, sono anzi considerati sia in Italia che in Argentina un po’ i padri della siderurgia, è la Dalmine che va al gruppo Techint della famiglia Rocca. Il nonno Agostino Rocca, dirigente dell’Iri, era stato l’artefice della creazione dell’Italsider a Cornigliano. E i Rocca nel dopoguerra si trasferirono in Argentina e con Perón contribuirono a fondare la siderurgia. Sono industriali che certo fanno i loro interessi, ma… (è un po’ come la differenza tra le aziende italiane e gran parte di quelle tedesche) sono realtà aziendali che conservano ancora un orientamento prevalente di tipo ingegneristico e non finanziario, nella gestione sia delle fabbriche, sia delle scelte d’investimento. Viceversa se vai a vedere in Italia nelle aziende privatizzate prevalgono altre logiche. E per quelle che sono rimaste in ambito pubblico, se in una fase ci sono stati i “professori” come Prodi e Reviglio, poi è cominciata l’epoca degli “avvocati” o “banchieri”.

OPM: Hai accennato a una riunione europea, a cui ha partecipato, in cui si dice con grande anticipo che Taranto è fuori dai giochi…

Alioti: Non lo si dice in maniera esplicita, però lo si capisce dai dati elaborati da Syndex su fonte Eurofer (l’associazione delle imprese siderurgiche europee). Mi sembra che fossimo nel 2013, comunque dopo il commissariamento dell’Ilva (che è del 2012). A livello siderurgico europeo, l’associazione di settore è controllata praticamente da ThyssenKrupp e da Arcelor-Mittal, i due gruppi principali. Il terzo gruppo per importanza presente in Europa è la Tata Steel, un gruppo siderurgico indiano. Quanto ad Arcelor-Mittal, è controllata sì da Mittal, un finanziere indiano della City di Londra, ma in realtà è un gruppo franco-lussemburghese che in India non ha nemmeno uno stabilimento. 

In questa riunione del coordinamento sindacale del settore siderurgico in Europa, la relazione introduttiva sullo stato e le prospettive della siderurgia è realizzata da Syndex, un centro di ricerca e studi legato alla Cfdt francese e riferimento sull’acciaio per IndustriAll Europe. In Francia tutti i sindacati hanno da sempre dei centri strutturati a supporto delle politiche industriali, del dialogo sociale e della contrattazione aziendale. Ciascuno di loro finisce per specializzarsi, generalmente, in determinati settori arrivando di fatto a una divisione dei compiti. Per esempio il centro ricerche legato alla Cgt si chiama Groupe Alpha ed è più rivolto al settore aerospaziale e della difesa; mentre la siderurgia è sempre stata un campo di Syndex.

Syndex nelle proprie analisi del settore utilizza i dati di Eurofer, che si avvale delle fonti ufficiali delle associazioni di settore dei diversi paesi (per l’Italia la Federacciai) e delle imprese. Sulla base della relazione di Syndex, la posizione sostenuta in quella riunione da IndustriAll Europe e proposta alla discussione per quanto riguarda la siderurgia europea è questa: nel periodo che va dalla crisi finanziaria del 2007-2008 fino al 2012, in Europa la siderurgia ha perso 90.000 occupati dovuti, soprattutto, alla riduzione della quota europea sul mercato mondiale (secondo dati recenti, la quota europea dell’acciaio nel mondo è arrivata nel 2020 attorno al 10%, si è quasi dimezzata, ha perso tantissimo, ovviamente a favore della Cina, ma altre aree hanno almeno mantenuto le loro quote percentuali). Abbiamo i dati di proiezione del mercato dell’acciaio fino al 2018. Dal 2013 al 2018 ci sarà una ripresa del mercato e una crescita delle produzioni. A questo punto quel che ci dobbiamo porre è non accettare più nessuna riduzione della capacità produttiva dell’acciaio in Europa. Quindi nessuna chiusura di aziende, nessun licenziamento di dipendenti posti in cassa integrazione a zero ore (era un periodo che ce n’erano molti). Insomma si fa un ragionamento “duro” di questo tipo. Nella costruzione di questi dati e nell’impostazione della linea politica da tenere nell’Ue a difesa “corporativa” della siderurgia europea c’era una condivisione di massima anche da parte della Eurofer (e quindi delle imprese del settore più influenti). Ma la capacità produttiva minima di acciaio in Europa al di sotto della quale non si doveva andare (in base alle tabelle presentate) non contabilizzava 10 milioni di tonnellate ancora esistenti, che corrispondevano esattamente alla capacità produttiva di Taranto (nei fatti l’Ilva a Taranto non ha mai prodotto più di 8 o 9 milioni di tonnellate. In genere un impianto non raggiunge mai il massimo della capacità produttiva).

È dunque implicito che i maggiori produttori europei di acciaio, dopo l’intervento della magistratura e il commissariamento di Ilva, avevano già escluso che il centro siderurgico di Taranto fosse messo ambientalmente in sicurezza e rilanciato. Avevano messo in conto che i 10 milioni di tonnellate in meno di capacità produttiva in Europa corrispondessero alla chiusura di Ilva a Taranto. E dove diventa esplicito questo interesse? Lo diventa con l’azione che la Germania avvia contemporaneamente contro l’Italia, per violazione delle norme contro gli aiuti di Stato, per la gestione commissariale dell’Ilva. Immagino che questa azione sia stata promossa su spinta della ThyssenKrupp, e non escluderei anche dei rappresentanti dei lavoratori della ThyssenKrupp, che sono sempre stati filo-aziendalisti. A differenza dei rappresentanti dei lavoratori di Arcelor-Mittal in Germania, o in generale dei rappresentanti sindacali di Ig Metall che, per esempio, hanno rapporti e contatti con la Fiom-Cgil di Genova e con quelli di Lotta comunista. 

Riepilogando: la Germania avvia una procedura contro l’Italia per violazione del divieto di aiuti di Stato. Non lo fa subito, fino a quel momento si pensava che con il commissariamento Taranto uscisse di scena. Quando capiscono che la gestione commissariale assicura la continuità, cioè che lo Stato continua a gestire operativamente tutta l’Ilva – non solo Taranto – per venderla a un produttore siderurgico, avviano questa procedura d’infrazione, che però praticamente non ha nessun esito. E solo a questo punto Arcelor-Mittal manifesta l’intenzione di rilevare Ilva. Teniamo conto che, se si tolgono altri 10 milioni di tonnellate di capacità produttiva, si scende sotto la soglia minima e la siderurgia europea diventa marginale nel contesto mondiale.

Avendo avuto responsabilità a livello internazionale, questa cosa l’ho detta in tutte le maniere alle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, a chi si occupava di siderurgia: la prima cosa che dovevamo fare era organizzare riunioni con gli altri sindacati dei paesi europei, con i lavoratori organizzati in Arcelor-Mittal in Europa, per capire qual era, o meglio quello che loro pensavano fosse l’intenzione di Arcelor-Mittal. Perché sull’acquisizione di Ilva, stranamente Arcelor-Mittal – che fino a quel momento aveva gestito i rapporti con il comitato aziendale europeo nel rispetto delle regole, delle procedure di informazione preventiva, del coinvolgimento nelle decisioni – ha tagliato proprio fuori il comitato aziendale europeo da quella discussione.

Quando Arcelor-Mittal partecipa alla gara e acquisisce l’Ilva, allora l’antitrust europeo pone il problema che il gruppo rilevando Ilva poteva creare condizioni di monopolio, di dominio, una posizione dominante a livello europeo, e soprattutto nel Sud Europa, nell’area mediterranea. Uno dei più grandi centri siderurgici di Arcelor-Mittal è a Fos-sur-Mer (Marsiglia), tanto che i sindacati francesi erano molto preoccupati per le possibili conseguenze che l’acquisizione di Ilva avrebbe potuto avere su questo sito. Sono loro che prendono contatto con gli uffici internazionali dei sindacati italiani, perché la loro preoccupazione era che automaticamente – come sarebbe stato semmai logico in questa azione dell’antitrust della Ue rivolta a Arcelor-Mittal – con l’acquisizione di Ilva si sarebbe obbligato Arcelor-Mittal a vendere Fos-sur-Mer, per uscire dalla condizione di dominanza nell’area mediterranea. 

Lì scatta, però, quello che spesso avviene per la commistione di interessi tra grandi corporation, come Arcelor-Mittal, e la Commissione europea. Alla fine – con grossi problemi all’interno sia del Comitato aziendale europeo, sia tra i sindacati dei diversi paesi – Arcelor-Mittal per compensare l’acquisizione di Ilva si libera di sei siti siderurgici suoi, che non c’entravano nulla con la produzione di Taranto e la posizione dominante nel Mediterraneo. Hanno così raggiunto due obiettivi: si sono liberati di impianti considerati obsoleti, o comunque di segmenti di attività non più ritenuti interessanti per il gruppo, e hanno messo le mani sull’Ilva.

Cedono un grosso sito in Romania, un altro in Repubblica Ceca. Vendono anche l’ex Magona di Piombino, finita in mano ad Arcelor prima ancora che fosse acquisita da Mittal. La ex Magona fa prodotti laminati piani: la sua cessione è l’unico caso in linea con la difesa della concorrenza, perché in area mediterranea acquisendo Ilva Arcelor-Mittal avrebbe controllato Cornigliano e Novi, che fanno laminazione di prodotti piani. A Piombino una volta, quando me n’ero occupato per le questioni ambientali e dell’amianto, Arcelor aveva un migliaio di dipendenti, in quel momento ne avevano tra 400 e 500, non erano più tanti. Ma a livello europeo Arcelor-Mittal con questa operazione si libera di oltre 16.000 dipendenti del gruppo (più degli occupati di Ilva), facendo una ristrutturazione interna che non è coerente con la logica della concorrenza teorizzata dalla Ue.

Sul reale interesse nei confronti di Ilva uno poteva allora anche crederci, perché Arcelor-Mittal dichiarava certe cose, manifestava interessamento. Adesso ormai a distanza di sei anni s’è capito che Arcelor-Mittal ha acquisito Ilva per sbarrare la strada a un altro soggetto industriale terzo, che poteva diventare in Europa competitore del gruppo. A un certo punto forse ha pensato che potesse diventare vantaggioso doversi far carico dell’Ilva, inglobandola nel proprio gruppo: ma poi si è capito qual era l’obiettivo iniziale, sia dal comportamento che ha avuto, sempre negoziale se non conflittuale dal punto di vista giuridico-formale, sia lasciando gli stabilimenti abbandonati a se stessi. Arcelor-Mittal negli ultimi anni ha invertito la tendenza, se fino a qualche anno fa era un gruppo che faceva acquisizioni e si espandeva, ora ha cominciato a vendere le proprie aziende negli Stati Uniti. Ti faccio vedere le dichiarazioni dei miei amici steelworkers negli Usa, sono contentissimi che ridanno la siderurgia a imprenditori veri, per i rapporti ormai pregiudicati e negativi che avevano con Arcelor-Mittal, e sono contentissimi per la cessione perché è subentrato un gruppo in cui il sindacato è legittimato, riconosciuto, conta. Il loro criterio è la reciprocità: se mi tratti bene e alla fine i tuoi interessi si riflettono sui miei rappresentati, io partecipo, coopero, facciamo le cose insieme; se non rinnovi il contratto, fai politiche antisindacali, butti fuori, ti faccio la guerra. Non ne fanno una questione ideologica. Nell’atteggiamento del sindacalismo americano, ci sono molte somiglianze con la logica sindacale dei portuali non solo genovesi, rispetto agli armatori, al sistema dei traffici… in rapporto all’affare. Se c’è un interesse condiviso in cui i vantaggi sono distribuiti preventivamente allora ti seguo, ci sto, ma se come spesso è avvenuto – e sta avvenendo adesso – al contrario perdo occupazione, perdo potere, allora bisogna imboccare altre strade.

Bibliografia e sitografia

Un contributo eco-sindacale per uscire dal dilemma: “Meglio morire di cancro, che morire di fame”, Documento ufficio ambiente, salute e sicurezza Fim-Cisl, 2008.

L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto (in quattro parti), blog di Gianni Alioti sul sito Fim-Cisl nazionale, ago-set. 2012.

«A Taranto il Comitato europeo della siderurgia “IndustriAll”: dibattito sul futuro dell’Ilva», Cronache Tarantine, novembre 2015.

Gianni Alioti, Salute e sicurezza. Guida al settore siderurgico, Edizioni Lavoro, Roma 2004.

Gianni Alioti, commento all’articolo di Giorgio Pagano, Il caso Ilva e le scelte della sinistra ambientalista, agosto 2012.

Gianni Alioti, Riflessioni sull’ILVA. Un work in progress, gennaio 2013.

Gianni Alioti, Siderurgia: il caso dell’ILVA di Taranto, Intervento all’Università di Urbino, settembre 2016 (presentazione in pdf), pp. 50.

Gianni Alioti, «Uno sguardo operaio sulla siderurgia in Cina», in Bollettino dell’acciaio. Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia, luglio 2019.

Gianni Alioti, «Acciaio, tra guerre commerciali e interessi di classe», in Bollettino dell’acciaio. Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia, ott. 2020.

Gianni Alioti, «L’acciaio in Europa, tra obsolescenze e un futuro green», in Sbilanciamoci, 6 ottobre 2020.

Loris Campetti, Una lettura critica di “ILVA Connection”. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni, Manni editore, Lecce 2013.

Stefano De Pace, «Lavoro e ambiente, l’ultima sfida di Taranto», in Notizie Verdi, 26 febbraio 2009; articolo ripreso il giorno dopo da PeaceLink e integrato con le dichiarazioni di Marco Bentivogli.

Pierluigi Mele, «Il dramma dell’Ilva. Intervista a Gianni Alioti», RaiNews24, 7 ottobre 2012.

Antonella Palermo, «Ilva, “morire di cancro o di lavoro”? Usciamo dal dilemma», Radio Vaticana, 24 ottobre 2012.

Taranto, la maledizione di essere strategici

Antonella De Palma

«Quell’angolo di mondo

Più d’ogni altro mi sorride»

Quinto Orazio Flacco, Ode a Settimio

Ormai non sappiamo più neanche come chiamarla. Acciaierie d’Italia, ex-Arcelor-Mittal, ex-Ilva; per qualcuno è ancora Italsider o, più semplicemente, “il Siderurgico”. Per la stampa e la TV è l’“Acciaieriapiùgrandedeuropa”.

Quando approdò a Taranto, nel 1960, sembrò la soluzione ai gravi problemi economici che la città stava vivendo. L’industrializzazione di Taranto era cominciata alla fine del XIX secolo quando, data la sua splendida posizione geografica, ne fu decretata l’importanza strategica per la difesa del nuovo Stato italiano. Il bacino del Mar Piccolo, fino ad allora strategico solo per la coltivazione di mitili e ostriche, fu occupato dagli edifici dell’Arsenale militare, a cui negli anni della Prima guerra mondiale si aggiunsero i cantieri navali Franco Tosi, specializzati nella costruzione di sommergibili. Intorno a questi sorsero altre piccole e medie imprese, come le Officine Galilei, la San Giorgio e vari piccoli cantieri, di cui una manciata sopravvive ancora oggi.

Le due guerre mondiali furono momenti di grande espansione demografica e benessere economico, Arsenale e cantieri avevano molte commesse e assumevano tanta manodopera. Con la pace la città entrava in crisi. Dopo il 1945 la situazione divenne catastrofica, a causa dell’incapacità del settore navalmeccanico di riconvertire la produzione. Nel giro di poco più di un decennio precipitarono i livelli di occupazione, aprendo la via all’emigrazione anche di maestranze altamente specializzate, com’erano quelle dell’Arsenale e dei cantieri.

Da una monocoltura a un’altra: l’acciaio fu la risposta. Nell’Italia del boom economico della fine degli anni Cinquanta, il mercato dell’acciaio sembrava destinato a un’espansione senza limiti, l’Iri ipotizzò così la costruzione del quarto centro siderurgico italiano a ciclo integrale, il più grande, che doveva produrre più di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Taranto, sempre grazie alla maledizione della sua ottima posizione geografica, fu reputato il luogo migliore per l’insediamento del nuovo impianto. E tornammo strategici.

Per la costruzione fu scelta un’area a nord della città, fra il porto e la linea ferroviaria. Seicento ettari di terreno agricolo di pregio, su cui sorgevano decine di piccole e medie masserie, acquistati o espropriati ai legittimi proprietari per far posto al progresso. Dopo il raddoppio dello stabilimento, concluso nel 1975, diventarono mille e cinquecento, due volte e mezzo l’estensione di Taranto, situati a cinque chilometri dal centro della città, ma a poche centinaia di metri dai Tamburi, un’area collocata fra la ferrovia e i cantieri Tosi, urbanizzata dai primi del Novecento, con la costruzione di case operaie e per i ferrovieri e di baraccamenti militari.

L’arrivo dell’Ilva (all’inizio si chiamava così) fu salutato con grande entusiasmo dai politici di tutti gli schieramenti, soprattutto dalla Dc e dal Pci, che ne intuirono il potenziale sfruttamento ai fini elettorali, ma anche dalla Chiesa locale, nella persona dell’arcivescovo Guglielmo Motolese, scaltro uomo d’affari che, a capo di una cordata di speculatori, si buttò nella compravendita di terreni nella zona dove si immaginava dovesse sorgere l’acciaieria. Tutti, politici e prelati, si affannarono a promettere assunzioni in cambio di voti o a lode e gloria di Dio e della sua santa Chiesa, a cui fare una congrua offerta. E, nei primi sei anni, di richieste d’assunzione ne arrivarono circa 75.000.

La “casa grande” – ecco un altro nome che prese l’acciaieria in quei primi anni – assumeva in gran quantità, stavamo uscendo da secoli di «immobilità, abbandono, rassegnazione, miseria», come scrisse Dino Buzzati per un film di propaganda aziendale del 1961. Queste parole accompagnavano immagini di ulivi secolari e masserie antiche, schiantati dalle ruspe per far posto alla modernità, al progresso, al benessere senza fine. Il 15 ottobre 1961 entrò in funzione il primo tubificio; nel 1964 fu avviato il primo altoforno. La capacità produttiva dagli iniziali 3 milioni di tonnellate annue passò a 4,5 nel 1971, per arrivare a 10,5 nel 1975, anno di conclusione dei lavori per il raddoppio dello stabilimento. Rimasta pressoché invariata fino al 2012, quando è esploso il caso Taranto, la produzione oggi è tornata ai livelli iniziali, cioè a circa 3 milioni di tonnellate all’anno. Il personale passò dai circa 6.000 addetti del 1964 ai 13.046 del 1971 e ai 19.527 al termine del raddoppio. L’occupazione massima fu raggiunta nel 1981, quando toccò la punta di 21.791 lavoratori diretti e 11.427 degli appalti, per un totale di 32.218. Oggi sono circa 8.200 i lavoratori diretti e 3.500 quelli degli appalti.

Penso che per capire il rapporto iniziale della città con la fabbrica, possa essere emblematica la storia di Enzo Quazzico, pescatore, nato in città vecchia, che amava stare sul mare e in fabbrica proprio non voleva andare, ma fu costretto dalla famiglia: «Io dicevo: non voglio andare all’Ilva. Non voglio andare all’Ilva. Allora stava succedendo il raddoppio. Tutta l’area vicino al mare. Dopo una settimana mi hanno convinto. Mio fratello mi ha preso, mi ha portato, mi ha fatto fare il colloquio. Ma a me non… Alla fine dissi «Vabbé andiamocene in fabbrica, va’». Il primo stipendio che ho preso io fu 83.000 lire. Tu pensa che gli operai della Cimi [una ditta dell’appalto per cui lavorava Enzo Quazzico, N.d.R.] si fidanzavano tutti. E si sposavano. La prima ragazza che mi ha telefonato, ci siamo dati appuntamento, mi voleva sposare subito. Avevamo 18 anni e mezzo. Anche i trasfertisti. Molti trasfertisti se li sono sposati le ragazze dei Tamburi. Era uno stipendio che uno metteva famiglia su, si sposava».

Non che il miraggio del benessere impedisse di vedere l’altro aspetto, quello degli incidenti sul lavoro, della nocività e della devastazione ambientale, ma la tranquillità economica veniva al primo posto. Le preoccupazioni per la salute e l’ambiente ci furono, e tante, fin dall’inizio. Già nel 1964 il sindaco di Taranto si dichiarava preoccupato per le conseguenze che il centro siderurgico avrebbe potuto avere sulla salute dei suoi concittadini e aveva scritto alla società Italsider (nel frattempo l’azienda aveva cambiato nome) chiedendo rassicurazioni ma – sono sue parole – si era visto opporre «una specie di segreto che se non è quello militare quasi lo raggiunge». Anche l’ufficiale sanitario di Taranto denunciò il possibile inquinamento che metteva a rischio l’ambiente e la salute dei cittadini, ma subì vessazioni e denunce che lo costrinsero a un lungo silenzio.

I pescatori protestarono già nel 1962 contro i danni che le idrovore, che dovevano portare l’acqua del Mar Piccolo agli impianti di raffreddamento, avrebbero potuto provocare alla pesca e alla mitilicoltura. Dieci anni dopo bloccarono la città vecchia per un giorno intero con barricate di barche. Ancora nel 1981 ci fu una nuova protesta, ma questa volta la richiesta fu «se non si riesce più a campare di pesca, allora chiediamo che i pescatori siano assunti nella fabbrica». Parola di sindacato. 

Inchieste e denunce si susseguirono periodicamente a partire dall’inizio degli anni Settanta. Che il quartiere Tamburi fosse altamente a rischio fu ben noto fin dalla fine di quel decennio, quando una ricerca denunciò l’aumento folle della mortalità per mesotelioma nella provincia di Taranto. Le proteste delle donne, che non ne potevano più della polvere nera che s’infilava dappertutto, erano pressoché quotidiane. Tutte denunce cadute nel vuoto.

D’altra parte l’azienda monetizzava tutto, ma proprio tutto. Salvatore Dicorato, ex sindacalista Fiom: «Con l’Ilva pubblica erano furbetti, elargivano grosse somme di denaro. A Taranto sono arrivate a cascata. Quando aveva bisogno di qualcosa la città si rivolgeva all’Italsider e l’Italsider si metteva a disposizione. Elargiva. Quindi, purtroppo, dobbiamo dire che tutti quanti si mettevano le bende sugli occhi e si andava avanti. Anche le Feste dell’Unità erano finanziate così». E ancora: «C’era il problema della sicurezza, però se mi davano dieci lire di più mi prendevo le dieci lire di più, oppure il passaggio di livello e non me ne fotteva niente se il fumaiolo menava».

Un ex dirigente, procuratore legale, che intervistai anni addietro, mi raccontò qualcosa di analogo a proposito degli incidenti sul lavoro: «[Ce ne furono] parecchi, tant’è vero che poi io me ne occupavo sia per la difesa penale di quelli imputati di omicidio, colposo naturalmente, sia per la liquidazione delle famiglie. Tante volte, io mi ricordo, andavamo anche, non dico di notte, nei paesi intorno, dove questi qua avevano la famiglia e liquidavamo… Abbiamo avuto, devo dire la verità, in quel periodo anche la collaborazione del tribunale, perché il tribunale ci chiamava e mediava perché diceva“che dobbiamo fare? È inutile mandare in galera…”, perché poi sarebbero state inchieste lunghissime, allora diceva “cercate se ha un fratello, assumete la moglie…”».

L’Italsider delle Partecipazioni statali investì tanto nella cultura industriale: tecnici e anche operai fin da subito furono mandati all’estero (prima in America e poi in Giappone) a imparare l’uso delle tecnologie che avrebbero poi utilizzato in patria; tutti frequentavano corsi di avviamento e di aggiornamento. Fuori dalla fabbrica organizzava stagioni teatrali e musicali di alto livello, mostre d’arte, aveva un circolo velico e uno spazio culturale e sportivo, il Circolo Vaccarella, aperti a tutti. I dipendenti avevano diritto a prezzi ridotti. Mai nella memoria della città abbiamo avuto stagioni culturali così importanti.

E così per anni si nascosero le porcherie sotto il tappeto. Poi però i morti diventarono troppi e la polvere rossa era dappertutto e il cielo un caleidoscopio di colori e le malattie colpivano sempre più duramente. Non si poté più chiudere gli occhi.

Il rapporto della città con la fabbrica inizia a incrinarsi già negli anni Ottanta, quando comincia a sentirsi aria di crisi, e si rompe definitivamente con la cessione dell’azienda (che è tornata a chiamarsi Ilva) al gruppo Riva, nel 1995. Il nuovo padrone si propone come obiettivo la liquidazione del sindacato e del conflitto in fabbrica. E lo fa liberandosi della vecchia classe operaia, grazie ai prepensionamenti e ai riconoscimenti dell’esposizione all’amianto che a Taranto, si dice, vennero concessi con molta prodigalità. Ai nuovi assunti viene imposto abbastanza apertamente il diktat “lavoro in cambio di diritti” e li si invita a non iscriversi al sindacato. Se nel periodo delle Partecipazioni statali il livello di sindacalizzazione era pressoché totale, con i Riva scende al 44%. Poi ci sono i “fiduciari”, oscure figure di controllo, non contemplati nell’organigramma aziendale, che devono instaurare la disciplina voluta dalla nuova gestione. Chi si oppone al volere del padrone può finire mobbizzato nella palazzina Laf, un edificio in disuso in cui per mesi vengono confinati una settantina di dipendenti, per lo più tecnici, laureati, quadri e dirigenti che non accettano la “novazione” (retrocessione di livello a parità di trattamento economico) o sono troppo sindacalizzati. Qualcuno chiede aiuto alla psichiatra Marisa Lieti, che denuncia lo scandalo pubblicamente. Così la questione finisce nelle mani della magistratura, che condanna i dirigenti dell’Ilva e pure Emilio Riva. Il fatto è che questa faccenda all’interno dell’Ilva era nota sia agli altri dipendenti, a cui “quelli della Laf” erano indicati come cattivo esempio, sia ai sindacati, a cui alcuni dei confinati si erano rivolti, inutilmente, per chiedere aiuto. Nel 1996, d’altronde, il gruppo Riva affida la gestione del Circolo Vaccarella ai tre sindacati confederali e gli dà pure un contributo economico, valutato in 9 milioni di euro dal 1996 al 2013. Così, tanto per gradire. 

Abolizione di diritti da un lato, pressoché nessuna manutenzione degli impianti dall’altro: questi i principali elementi che connotano la gestione Riva. Non poteva andare avanti a lungo. Il degrado ambientale, la scarsa sicurezza sul lavoro (36 morti sul lavoro dal 1995 al 2012), l’aggravarsi della situazione sanitaria sono sempre più evidenti. Fra il 2006 e il 2007 si comincia a parlare di diossina derivante dal processo produttivo dell’Ilva. Alessandro Marescotti, fondatore della rete pacifista e ambientalista PeaceLink, ne aveva avuto il sospetto e aveva interpellato in merito Gianni Alioti, che nella Fim-Cisl nazionale si occupava anche di ambiente, salute e sicurezza, il quale aveva verificato che «in effetti, nel processo di agglomerazione del minerale di ferro presente a Taranto (ma non a Cornigliano) erano possibili emissioni di diossina».

La caparbietà di Marescotti, che presenta prove sempre più inequivocabili sull’inquinamento dei suoli e degli alimenti, ha innescato la miccia; l’indagine della magistratura, che nel luglio 2012 porta al sequestro dell’area a caldo, pur consentendone la facoltà d’uso, ha fatto esplodere la mina. La protesta esplosa a Taranto nell’agosto dello stesso anno contro la fabbrica che uccide, si connota subito anche come protesta nei confronti del sindacato, accusato di connivenza coi padroni. Sul famoso “tre ruote” che irrompe nella piazza della Vittoria gremita di gente il 2 agosto, seminando scompiglio alla manifestazione sindacale e togliendo la parola ai segretari confederali, che restano lì basiti, ci sono anche alcuni esponenti della Fiom locale, che scelgono il terreno della lotta e tagliano i ponti con la loro organizzazione. 

Però dal 2012 a oggi, nonostante il cambio di gestione, poco o nulla è cambiato, se non che sono passati quasi dieci anni e gli impianti sono ancora più decrepiti [per la descrizione del ciclo produttivo, della situazione degli impianti e per le vicende che hanno accompagnato i passaggi di proprietà rimandiamo all’intervista a Gianni Alioti, in questo numero di OPM N.d.R.]. La sensazione che abbiamo è che ormai non sia più possibile rimetterla in sesto, neanche invocando il cambio di tecnologie produttive, e che l’unica soluzione resti la chiusura. Lei è lì, incurante di tutte le proteste e denunce di cittadini e comitati, delle sentenze della magistratura, dei morti e delle devastazioni ambientali; incombe su di noi con le sue puzze e con i suoi fumi. Strategica. 

E non possiamo neanche sperare di sentire, un giorno, nella nostra segreteria telefonica un messaggio che dica più o meno così: «Visto e considerato che la nostra più che decennale collaborazione è andata a farsi fottere […] ho preso una decisione. […] Me ne vado. Di mia spontanea volontà. […] Sono io che voglio scomparire. Ho scoperto che è facile. Da questo momento comincio a cancellarmi. Basta un attimo. Sto già cominciando a non esserci più, sento che perdo rap… mente pe… so e vo… lume…[…]». 

Chiedo scusa ad Andrea Camilleri, ovunque egli sia, per aver copiato il finale di Riccardino.

Bibliografia

M. Balconi, La siderurgia italiana (1945-1990). Tra controllo pubblico e incentivi del mercato, Il Mulino, Bologna 1991.

A. Camilleri, Riccardino, Sellerio, Palermo 2020.

P. Consiglio, F, Lacava, Il caso Taranto. Sviluppo economico, lotte sociali, democrazia in fabbrica, Ediesse, Roma 1985.

A. De Palma, «In nome del profitto. Taranto e la “sua” fabbrica», Il de Martino. Rivista dell’Istituto Ernesto de Martino, nn. 22-23, 2013, pp. 11-33.

A. De Palma, «Taranto. Ilva: la grande disillusione», in Storia. storie di amianto, a cura di Ariella Verrocchio, Ediesse, Roma 2012, pp. 81-90.

G. Leone, «Ilva,Vaccarella. Il circolo inguaia i metalmeccanici», Il Manifesto, 28 maggio 2013.

L. Parise, «Ilva, la rivincita degli emarginati. “Risarciti dopo anni di mobbing”», La Repubblica, 24 settembre 2003.

Ufficio Studi dell’Amministrazione provinciale di Taranto (a cura di), Convegno di studi su “Problemi di medicina sociale in una zona a rapido sviluppo industriale”, Taranto 24-25 ottobre 1964, Lacaita editore, Manduria 1965.

Interviste utilizzate nel testo

Enzo Quazzico, operaio Cimi (ditta dell’appalto Italsider), Taranto 17.01.2006.

Salvatore Dicorato, operaio Italsider, sindacalista Fiom, 12.01.2006.

D. P., dirigente dell’ufficio legale Italsider, 13.11.2006.

Le interviste sono conservate nel Fondo De Palma presso l’archivio sonoro della “Società di mutuo soccorso Ernesto de Martino” di Venezia.

Vertenze sindacali nella logistica emiliana. Intervista a Marco Righi e Federico Leoni

Matteo Gaddi

Marco Righi e Federico Leoni sono rispettivamente segretario provinciale e funzionario della Filt-Cgil di Reggio Emilia. L’intervista è stata registrata online il 27 ottobre 2021.


Gaddi: Inizierei chiedendovi una panoramica generale sul mondo della logistica della zona di Reggio Emilia.

Leoni: Il mondo della logistica è estremamente esteso. In questo momento stiamo lavorando su tre macro aree. La prima è la logistica dei magazzini, siano quelli dei prodotti alimentari o delle aziende metalmeccaniche; inoltre, nella zona di Reggio, molti magazzini sono legati ai marchi della moda. La seconda è tutta l’area – in forte espansione – dei corrieri espresso, raggruppata attorno ai grandi marchi nazionali e internazionali dell’e-commerce: Ups, Dhl, FedEx, Gls, Sda. In questo caso sono comprese sia la figura del magazziniere in filiale, sia il corriere espresso. Infine, il grande mondo, in parte sconosciuto, dell’autotrasporto pesante. Quest’ultimo, rispetto alle altre aree, è molto più frastagliato, perché non c’è un grosso gruppo sul territorio, ma ci sono molte aziende che spesso lavorano per conto terzi. La stessa Transcoop, che è una delle più grosse cooperative di trasporto pesante, sostanzialmente si affida a consorzi, contoterzisti o a propri associati; ognuno di questi è un’impresa, a volte anche individuale. 

Righi: Va aggiunto che anche nella zona di Reggio Emilia sta emergendo tutto l’universo dei ciclofattorini e dei rider con cui è molto difficile relazionarsi, anche perché talvolta sono lavori che si fanno per un periodo. Considera anche che Reggio è la seconda città in Italia in cui Just Eat ha avviato contratti di tipo dipendente, proprio per la rilevanza di questo settore. Ma si tratta appunto di una nebulosa in continua evoluzione. C’è poi una particolarità per le merci che è l’azienda Fagioli, specializzata in trasporti e sollevamenti eccezionali comprensivi della movimentazione di grandi componenti, per esempio gli architravi del ponte di Genova. È una specificità interessante di questo territorio, legata al mondo dei trasporti ma anche all’ingegneria della movimentazione. 

Gaddi: Potete spiegarmi il ruolo delle cooperative?

Leoni: La nostra provincia anche per il lavoro di magazzino si caratterizza ancora oggi per una presenza forte di un soggetto cooperativo, e intendo una cooperativa con la C maiuscola, dove – nonostante una forte conflittualità sui contratti– c’è ancora un certo ristorno e rispetto della vita associativa. Mi riferisco in particolare a Coopservice, con ventimila addetti in tutta Italia, che tra Reggio e Modena aveva oltre mille soci nella sola linea logistica. Di questi attualmente ne sono rimasti circa 600. L’abbandono da parte di Coopservice di molti appalti di logistica ha prima contribuito alla ripresa degli appalti mediante nuove cooperative, a loro volta entrate in crisi, e quindi in parte liquidate e chiuse, in parte sostituite da Srl. Un particolare vanto che ci facciamo in queste zone è che laddove la forma cooperativa era stata imposta al lavoratore con il pagamento della quota sociale obbligatoria e come forma di fiscalità agevolata a vantaggio dell’impresa, siamo riusciti a spingere verso il superamento della forma cooperativa, anche favorendo la loro trasformazione in Srl. Si è cercato quindi di ottenere la restituzione delle quote sociali e di pulire il mercato di forme strane e spesso improprie nell’uso dei soci lavoratori. Inoltre, le cooperative sono diminuite nel territorio anche perché sono venute a mancare, nel senso che hanno chiuso. Penso alla cooperativa Alice, che gestiva il magazzino di Centrale Adriatica. Anche questa provincia ha visto un cambiamento con la crisi nazionale della cooperativa Mr. Job, che gestiva gli appalti della ceramica della provincia di Reggio Emilia. Teniamo conto che Coopservice, che prima qui operava incontrastata, ha dimezzato gli appalti, subendo nel corso degli ultimi anni la concorrenza di altri soggetti. Tendenzialmente il numero delle cooperative e quello dei loro soci vanno diminuendo.

Gaddi: Vorrei che mi raccontaste alcune vertenze che avete seguito in questi anni. Mi interessa sia che entriate nel merito della vertenza, spiegando che cosa c’era in ballo, sia che mi spiegaste l’aspetto organizzativo, cioè le forme che le lotte hanno assunto, dai picchetti al ruolo della partecipazione in assemblea.

Righi: Il funzionario sindacale della logistica ha una pratica quotidiana di vertenze. Potrei raccontarti la più clamorosa e vicina a noi: è successa a metà 2018, quando Coopservice – la più grossa cooperativa presente sul territorio – per far fronte a una crisi propria della linea logistica pensò di sostituire il contratto logistica con quello pulizie e multiservizi. Dopo una riunione clandestina dell’azienda con alcuni soggetti apicali della logistica viene preannunciato un cambiamento, dicendo più o meno che era necessario un piccolo sacrificio per assicurare i posti di lavoro. Ai soci lavoratori negli anni erano stati tolti (sia contrattualmente sia dall’assemblea sociale, parliamo, appunto, di una cooperativa) alcuni diritti: i primi tre giorni di malattia pagati, i buoni pasto. Nel 2015, inoltre, nella Coopservice venne firmato il cosiddetto accordo 8 Maggio 2015, con cui si toglievano le Rol [riduzione orario di lavoro, cioè le 72 ore di permessi retribuiti annui, N.d.R.] e si istituiva una banca ore fittizia (che equiparava le ore di straordinario a quelle ordinarie) e un premio di risultato basato sulle Rol stesse (sostanzialmente trasformando salario fisso in variabile). Quindi i lavoratori sentivano di avere già fatto la loro parte, ma continuavano a veder perdere sia magazzini che diritti, quando invece la cooperativa diceva che andava tutto bene. 

Leoni: Ricordo anche che c’era stato un precedente di mobilitazione, cioè una forte partecipazione dei lavoratori agli scioperi di novembre e dicembre 2017 per il rinnovo del contratto nazionale. C’era stata, grazie alla Filt di Reggio Emilia, l’abolizione della banca ore e l’istituzione di un premio di risultato vero. Quindi i lavoratori con questi due episodi hanno visto da una parte un’organizzazione sindacale che ha ripreso a funzionare, dall’altra una cooperativa che continua a muoversi secondo le solite logiche. Quando nel maggio 2018 è arrivata la notizia del tentativo di sostituzione del contratto logistica con quello multiservizi, praticamente non abbiamo fatto in tempo a finire le assemblee che i lavoratori ci hanno chiesto lo sciopero immediato, provocando una reazione a catena. Finita l’assemblea sono partite le prime quattro ore di sciopero. È importante ricordare che la vicenda ha avuto un lieto fine e che noi l’abbiamo vinta perché erano donne, c’è tanto personale femminile in Coopservice. Reggere uno sciopero improvvisato di quattro ore, uscire dalla fabbrica e fare il blocco degli straordinari richiede una grande forza morale e fisica, oltre che di tenuta politica. Ma qui non si è arrivati alle pressioni che può ricevere un lavoratore dai vari team leader o capi magazzino, che sono molto più pesanti e spesso arrivano al livello del ricatto.

Righi: Tornando alla vicenda, per un mese riusciamo a bloccare gli straordinari a Coopservice in piena stagione lavorativa, partono alcuni scioperi intervallati e poi una grande manifestazione sotto la sede, con uno sciopero di otto ore e una grande rilevanza nella stampa cittadina. Anche perché, di fatto, la mobilitazione diventa un sondaggio per la cooperativa, i soci dicono che non ci stanno. Tutto questo a maggio, che è uno dei mesi lavorativi più intensi; dopo sedici ore di sciopero la cooperativa tentenna. La mossa decisiva è stata un’azione inedita rispetto alla vita associativa, per la presenza di alcuni funzionari sindacali che sono anche soci in distacco della cooperativa. Abbiamo presidiato in massa l’assemblea sociale di bilancio, i soci hanno fatto una marea di interventi critici sulle scelte in corso e sulla gestione umana del personale. Due giorni dopo, l’assemblea dei soci Coopservice ci manda una lettera, nella quale in sostanza dicono che non vogliono percorrere scelte che vanno contro la volontà dei soci, anche se lo farebbero per il loro bene. Se ne escono così. Il tentativo quindi non passa, la proposta è ritirata. A questo punto però continuano altre azioni sindacali, perché dopo una trattativa vinta si decide di proseguire verso la riconquista totale del contratto nazionale della logistica. Già in alcuni magazzini di Coopservice i lavoratori avevano acconsentito – inconsapevolmente – ad accettare che il contratto multiservizi fosse applicato ai nuovi assunti o ai nuovi soci, che spesso coincidono. 

Leoni: Oltre a questo, riesce un’altra operazione. In zona c’è il cosiddetto “cantiere” Aven (Area Vasta Emilia Nord), è il magazzino del farmaco che approvvigiona gli ospedali e le farmacie da Piacenza a Reggio Emilia. In questo contesto coesisteva un nucleo di lavoratori anziani, spesso coincidenti con le figure apicali con il contratto del merci-logistica, e tante persone con il contratto del multiservizi. Per tre anni questo cantiere è stato in sofferenza: turnover continuo, malattia continua ecc. La cooperativa capisce che non è abbassando i salari che riuscirà a far funzionare un magazzino, ci muoviamo quindi per far applicare – con un accordo nazionale – a tutti lavoratori il giusto contratto di riferimento, che è quello merci-logistica. Inoltre, l’intenzione è di andare verso l’adozione del contratto della distribuzione del farmaco. Nel giro di ventiquattro mesi da quando arriva quell’accordo, dopo anni in cui il magazzino perdeva centinaia di migliaia di euro, per la prima volta il cantiere di Aven registra alla fine dell’anno un segno positivo. È stata quindi smontata la logica che abbassando i salari e i diritti dei lavoratori non si possano migliorare le performance aziendali. Anzi, è l’esatto contrario. 

Poi andrebbero citate decine di vertenze. Perché nonostante ci sia un contratto nazionale che ci tutela, ogni cambio d’appalto è una battaglia. In ogni caso posso raccontarti un’altra vertenza, non proprio sindacale, ma in cui il sindacato ha esercitato un ruolo importante, anche come lavoro confederale. All’interno di un grosso appalto di prodotti alimentari – relativo alla Parmareggio, per la confezione del parmigiano – operava in maniera non idonea una cooperativa spuria, che non applicava il contratto nazionale. Lì, grazie al lavoro congiunto tra alcuni lavoratori che non accettavano più di subire certe condizioni, è stata fatta una operazione dalla categoria della Flai-Cgil [Federazione lavoratori agro industria, N.d.R.] e della Cgil (la Confederazione nazionale) in collaborazione con l’Ispettorato del lavoro. Si è riusciti a far chiudere l’appalto ottenendo però la reinternalizzazione di tutti i lavoratori coinvolti in quello che era un appalto rivelatosi improprio, e su questo infatti è intervenuto anche l’Ispettorato del lavoro. Quindi i lavoratori sono stati reinternalizzati direttamente dalla committente con il contratto degli alimentaristi a tempo indeterminato fin dal primo giorno di assunzione. Questa operazione è stata importante proprio perché ha visto il coinvolgimento di due categorie sindacali, delle istituzioni (l’Ispettorato), con il contributo dei lavoratori. Non è un caso che l’azione dei lavoratori abbia portato alla buona riuscita della vicenda.

Gaddi: Vorrei continuare su quest’ultimo punto. Ci sono altri esempi di vertenze che hanno visto il coinvolgimento di più categorie sindacali? Ve lo chiedo per approfondire il tema della competizione e della collaborazione tra categorie.

Leoni: Posso raccontarti due vicende in cui si è riusciti a superare diffidenza e competizione interna, questo grazie soprattutto a una regia confederale. Una ha visto il coinvolgimento dei compagni della Filcams-Cgil, ed è la storia che ti ho accennato della battaglia in Aven. Si tratta del contratto che sia Filcams che Filt hanno auspicato per tutti i lavoratori, al di là che siano inquadrati nel contratto multiservizi. La Filcams su questo ha ragionato oltre la sua stessa categoria. Ha cioè deciso di ragionare sul miglior contratto per i lavoratori, che non era quello multiservizi di sua competenza; di converso però la Filt ha cercato di indicare l’orizzonte a cui puntare. Ossia, siamo riusciti a ottenere il contratto merci-logistica, ma il punto di arrivo dovrebbe essere il contratto del farmaco così come applicato in altri magazzini della regione. Detto in altre parole, per quel magazzino consideriamo il contratto merci-logistica una fase di passaggio. Altrove è stato possibile, in particolare con i compagni metalmeccanici, il superamento in alcuni grossi appalti del settore metalmeccanico. Per esempio, in un’azienda – la B810 di Reggio, per assemblaggio di componenti metalmeccanici – che lavora tutta in committenza, noi abbiamo un’ottantina di iscritti e di lavoratori che operando all’interno dei cicli della metalmeccanica sono stati completamente riassorbiti dal contratto dei meccanici, che ancora offre qualche tutela economica in più rispetto a quello merci-logistica. Questa è una lotta che non riguarda solo l’applicazione del contratto corretto o più conveniente. Perché se dei lavoratori sono strutturali all’interno dell’impresa e l’appalto non è secondario, se cioè quei lavoratori sono il tuo core business, non ha senso che siano esternalizzati. Con un’operazione di questo tipo si dà centralità al luogo di lavoro e al lavoro stesso, riconoscendo che tutti sono sotto lo stesso tetto e quindi tutti devono stare sotto lo stesso contratto. Se ci aggiungiamo che è un contratto migliorativo per alcune prestazioni, ancora meglio. Ma c’è anche la necessità di ricreare unità tra i lavoratori senza cercare il protagonismo di questa o quella sigla e quindi questa o quella categoria.

La dico con una battuta che usiamo tra noi: se la Filt si svuota e perde le tessere, perché dimostriamo che i lavoratori devono essere reinternalizzati ma continuano a essere iscritti alla Cgil, forse abbiamo fatto il nostro dovere, che è quello di dare alle persone le migliori condizioni lavorative.

Gaddi: Come valutate il nuovo Ccnl logistica?

Righi: Innanzitutto, quel contratto è stato ottenuto senza scambi impropri, senza cedimenti dal punto di vista contrattuale. E questo perché nell’aprile 2021 c’è stata una forte mobilitazione dei lavoratori: anche in questa provincia, oltre alla forza storica che abbiamo nei magazzini della logistica, si è aggiunta una potente batteria di fuoco che è il mondo dei corrieri. Ovvero quei lavoratori che sono stati chiamati gli eroi della pandemia, gli stessi che sono stati colpiti nei loro diritti a causa del tentativo padronale di non rinnovare il contratto. Questi lavoratori hanno riempito le piazze di tutta Italia e hanno bloccato per ventiquattro ore l’e-commerce di questo paese e ci hanno dato molta forza. Se io guardo il contratto nazionale, direi innanzitutto che non ci sono stati cedimenti (per esempio nel campo della tutela della malattia e dell’orario di lavoro multiperiodale, cioè flessibile in un periodo di tempo), anche se è vero che non abbiamo avanzato su alcune posizioni di diritto; e in particolare su una miglior definizione del campo di applicazione del contratto logistica. La questione non è secondaria, data la concorrenza che subiamo dal contratto multiservizi da parte delle imprese che lo applicano impropriamente. Intanto devo dire che già la firma del contratto segna un punto importante: il mondo delle cooperative e di alcune sigle dell’autotrasporto che non firmavano mai il contratto nazionale, ma lo recuperavano magari due anni dopo, appena prima della scadenza, quest’anno non ha avuto scampo. O siamo tutti assieme, avevamo detto, o non si firma, e così è stato. Cioè tutte le sigle datoriali hanno sottoscritto quel contratto, così nel nostro territorio, ma in generale in tutta Italia, e questo fa una grande differenza. Il contratto nazionale ha un altro elemento buono, prosegue l’onda lunga di riacquisizione economica fatta dal contratto precedente e alla fine quando si arriverà all’ultima tranche di aumento, un lavoratore della logistica al quinto livello – la figura base, quella più diffusa dell’operaio della logistica – avrà la stessa Ral [retribuzione annua lorda, N.d.R.] di un terzo livello della metalmeccanica. Questo però non significa che abbiamo recuperato una logica di competizione interna rispetto alla Fiom, ma che la logistica non è più considerata la parente povera del lavoro o un tratto marginale non specializzato, piuttosto ambisce alla stessa dignità, anche economica, del principale contratto dell’industria italiana. La logistica allora diventa un’impresa vera, non solo più un luogo di sfruttamento, ma cerca di affrancarsi dal mero facchinaggio all’azienda, così le si riconosce di essere uno dei principali fattori di sviluppo di questo paese, che infatti muove otto punti di Pil. 

Noi però abbiamo un altro problema sul contratto nazionale. Soprattutto per i lavoratori che guidano. Il grande tema delle sanzioni per infrazioni del codice della strada ed eventuali danni, su questo argomento il contratto nazionale non è riuscito a dare una definizione nuova, né a ristabilire nuove regole di ingaggio e di pagamento. Le imprese sfruttano questa mancata definizione per fare pesare certi costi sui propri dipendenti; questa è la grande pecca del nuovo Ccnl.

Gaddi: Come sono i rapporti con gli altri sindacati? Penso in particolare al sindacalismo di base.

Leoni: Premetto che la situazione di Reggio Emilia è un po’ anomala, perché qui – in particolare negli ultimi tre anni – il sindacato di riferimento è la Filt-Cgil, e questo è dovuto anche alle difficoltà delle altre organizzazioni sindacali. Ma anche dal fatto che questa zona non ha visto una grande espansione del sindacalismo autonomo, perché pur con difficoltà e limiti la Camera del lavoro è sempre stata molto attenta al mondo della logistica. Anche il fatto che ci fosse Coopservice che applicava il contratto nazionale ha aiutato a far sì che non ci fosse un’esplosione di cooperative spurie e quindi un habitat ideale per il sindacato autonomo dell’epoca. 

Venendo però al sindacalismo di base. C’è stata una presenza del Si Cobas nel mondo della chimica in un’azienda che ha chiuso. Vediamo la presenza di un sindacato autonomo all’interno di un gruppo dei corrieri della Gls, dove siamo presenti anche noi, ma per la verità non c’è stata volontà da parte del Si Cobas di trovare forme di scambio o di collaborazione. C’è piuttosto un’atmosfera di competizione, ognuno parla con l’azienda da solo. Mentre con Adl Cobas ci sono stati due importanti episodi di collaborazione. Uno in occasione del cambio appalto per il magazzino di Centrale Adriatica, una lotta molto dura per vedere applicato il contratto nazionale e recuperare le spettanze, anche da cooperativa, cioè la quota sociale che rischiava di andare persa. Lì si è creato un patto, fondamentalmente sul campo, e più tra i lavoratori che tra le organizzazioni. Alla cooperativa Alice abbiamo avuto uno sciopero organizzato dalla Cgil, questo sciopero si è esteso al magazzino dove c’era una presenza molto forte dell’Adl Cobas. Io ho contattato a suo tempo il coordinatore dell’Adl qui a Reggio e gli ho detto che secondo me si trattava di una battaglia di tutti; lui è stato d’accordo, ha aderito quindi allo sciopero totale del magazzino per portare a casa il risultato. Abbiamo chiesto che, dato che si era creata un’unità tra i lavoratori, questa dovesse corrispondere anche all’unità tra le sigle sindacali. Cioè che non sarebbero stati fatti accordi senza chi rappresentava quei lavoratori in magazzino e quindi tutti, compresa la Cisl, ci siamo mossi per il cambio di appalto. L’accordo poi è stato firmato da Cisl, Filt-Cgil e Adl Cobas. Anche il successivo integrativo aziendale ha questa caratteristica, cioè sul campo i lavoratori riconoscono alla Cgil di aver aperto quella lotta, ai Cobas di esserci stati senza puntare a interessi locali; questo crea quindi uno spazio, certo tra i funzionari – sia politicamente che umanamente – ma anche tra i lavoratori. Oggi sarebbe impensabile andare a dire a quei lavoratori, da parte di Adl – come aveva fatto in passato –, «faccio un accordo senza i confederali che stanno dalla parte dei padroni». Né noi potremmo andargli a dire che siamo gli unici legittimati a fare un accordo perché abbiamo firmato il contratto nazionale. La legittimazione alle sigle viene da un percorso che a noi piace particolarmente: si fa la trattativa, e ogni risultato viene messo al voto segreto dei lavoratori. Questo ci sta garantendo un rapporto di leale collaborazione, pur con la competizione sugli iscritti. Stessa cosa è stata fatta dal collega Righi sempre con Adl, negli appalti alimentari, all’interno del fallimento della cooperativa Taddei (a cavallo tra Reggio e Parma), quando un gruppo di lavoratori aveva aderito ad Adl Cobas in magazzini che noi conoscevamo pochissimo. Si è cercato di collaborare, anche lì con un patto, dicendoci che tra organizzazioni un accordo si può trovare, ma che la legittimazione viene dai lavoratori. Bisogna però avere degli interlocutori che questi discorsi li vogliono fare, perché è più facile nascondersi dentro le logiche di organizzazione, e intendo da una parte e dall’altra: tu sei un venduto, sei un moderato; oppure no, tu non puoi esistere perché non hai firmato il contratto nazionale. Quindi delle collaborazioni si riescono a costruire tenendo al centro una pratica non tanto esclusivamente di radicalità, ma di contatto diretto con le persone che rappresentiamo, e questo si fa solo con le vertenze. Da qui si possono costruire relazioni interessanti anche con il sindacato di base.

Un Pnrr per i lavoratori. Il caso di due filiere produttive nel Bellunese

Matteo Gaddi

Dopo aver pubblicato articoli di analisi e critica del Pnrr, riportiamo qui una serie di riflessioni  scaturite dal lavoro che alcune categorie e strutture locali della Cgil hanno condotto, con il decisivo contributo di delegati di fabbrica e di tanti lavoratori, per elaborare proposte di politiche industriali che si ispirano a logiche diverse da quelle del Governo ma che sono in grado d’intercettare i finanziamenti del Pnrr.

Partiremo dal caso del territorio bellunese, dove prenderemo in considerazione due specializzazioni produttive: quella degli occhiali e quella degli elettrodomestici che, seppur diverse per tipologia di prodotto e per dati economici e occupazionali, presentano comunque diverse affinità; le categorie sindacali che hanno partecipato al lavoro di ricerca, oltre al livello confederale, sono la Filctem (la Federazione dei lavoratori chimici e tessili) e la Fiom (la Federazione dei metalmeccanici).

Uno sguardo ai flussi di import-export dei due settori

I dati relativi alle esportazioni e importazioni sono importanti per fornire indicazioni sull’andamento della produzione e su eventuali processi di sostituzione di volumi produttivi nazionali con importazioni dall’estero. 

Analizziamo innanzitutto i dati relativi alle esportazioni e importazioni di montature e supporti per occhiali, cioè del componente centrale di questo prodotto. Nella parte superiore della Tabella 1 sono riportati i dati di esportazioni e importazioni in termini di peso per gli anni 1995, 2000, 2010 e 2020, mentre nella parte inferiore ci si è focalizzati sugli ultimi cinque anni.

Le esportazioni aumentano nel 2020, del 41,9% rispetto al 1995, ma la crescita delle importazioni è impressionante (706,26%); inoltre, mentre le esportazioni nel 2020 calano del 10,3% rispetto al 2010, le importazioni continuano ad aumentare, seppur a un tasso inferiore (+6,39%) rispetto ai picchi degli anni precedenti. Ne consegue un netto peggioramento dell’indice esportazioni/importazioni, che passa da 7,45 di inizio periodo a 1,31 nel 2020.

Tabella 1. Esportazioni ed importazioni di montature e supporti per occhiali. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19952.403.822322.658
20002.667.05610,95632.61896,06
20103.804.22642,642.445.201286,52
20203.411.146-10,332.601.4786,3
Variazione % totale41,9706,26
20164.535.6562.983.816
20174.699.7113,623.370.11712,95
20184.164.255-11,393.466.2172,85
20194.380.3345,193.475.3580,26
20203.411.146-22,132.601.478-25,15
Variazione % totale-24,79-12,81
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Focalizzandoci sugli ultimi 5 anni, possiamo notare che le esportazioni nel 2020 sono calate del 24,79% rispetto al 2016, mentre le importazioni sono calate solo del 12,81%.

In entrambi casi è plausibile ritenere che sia stata la crisi Covid-19 a impattare notevolmente, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che hanno prodotto effetti notevoli sul commercio internazionale. 

Da questi dati, quindi, risulta evidente che una quota assai rilevante di montature e supporti utilizzati per la produzione di occhiali in Italia non viene  prodotta a livello nazionale, ma importata dall’estero.

Tabella 2. Importazioni di montature e supporti per occhiali, per paese

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina32,22Cina79,61Cina80,75
Austria17,21Slovenia8,12Austria6,68
Francia12,84Germania3,38Slovenia2,47
Germania 11,51Austria2,15Olanda2,43
Slovenia9,48Francia0,91Germania1,39
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Come si può notare, in tutti gli anni considerati (i dati per il 1995 non sono disponibili) la Cina occupa la prima posizione con una crescita impressionante della sua quota che nel 2000 era di poco superiore al 30%,  per poi arrivare attorno all’80% della produzione di componenti.

Invece, dal punto di vista del prodotto finito sono stati elaborati solo i dati degli occhiali da sole.

Tabella 3. Esportazioni ed importazioni di occhiali da sole. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19951.199.167453.801
20002.790.031132,661.456.281220,91
20107.680.209175,271.760.44420,89
20206.437.270-16,182.221.27326,18
Variazione % totale436,81389,48
20162.883.884
20179.262.2003.022.8224,82
20188.667.917-6,422.703.831-10,55
20198.683.5360,182.978.79910,17
20206.437.270-25,872.221.273-25,43
Variazione % totale-30,50-22,98
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso si nota un andamento diverso rispetto al caso precedente: le esportazioni nel 2020 crescono del 436,81%, mentre le importazioni del 389,48%. 

Anche se in questo caso il divario tra esportazioni e importazioni è di un ordine di grandezza diverso rispetto a quello delle montature, si assiste comunque a un incremento notevole dei quantitativi importati, a testimonianza del fatto che una quota significativa anche di prodotto finito viene realizzata all’estero. 

Tabella 4. Importazioni di occhiali da sole per paese 

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina57,81Cina55,22Cina54,96
Irlanda9,66USA10,68USA11,88
Francia9,09Slovenia10,56Portogallo7,2
Austria6,27Francia5,61Irlanda3,84
Altri Asia5,89Altri Asia4,69Olanda3,74
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Anche in questo caso, che riguarda il prodotto finito, è la Cina a occupare la prima posizione, seppur con una percentuale più bassa rispetto al caso delle montature. 

Questa differenza di dati tra montature (prodotto intermedio) e occhiali da sole (prodotto finito) mette in evidenza due cose:

  • l’incremento della produzione in paesi a basso costo del lavoro di input intermedi (che potrebbero essere prodotti in Italia, anche alla luce del fatto che stiamo parlando di prodotti che si fregiano dell’etichetta di Made in Italy);
  • la grande fragilità della catena di produzione dell’occhiale, che dipende in grande misura dalle forniture dall’estero.

Passiamo ora al settore degli elettrodomestici. Qui ci siamo concentrati su un solo prodotto finito (impianti di refrigerazione e congelamento) e un solo prodotto intermedio (compressori). 

Tabella 5. Esportazioni e importazioni di impianti di refrigerazione e congelamento. Periodo 1995-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
1995426.434.08038.367.160
2000526.190.24523,3964.440.50467,96
2010312.443.400-40,62175.630.568172,55
2020283.184.369-9,361.888.011.3457,5
Variazione % totale-33,59392,1
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso, mentre le esportazioni del 2020 rispetto a quelle del 1995 calano del 33,59%, le importazioni crescono in maniera molto consistente, del 392,10%. Segno di una evidente sostituzione della produzione nazionale con importazioni dall’estero.

È interessante notare i cambiamenti che sono intervenuti tra i paesi dai quali importiamo il prodotto finito.

Tabella 6. Importazioni per paese di impianti di refrigerazione e congelamento

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Spagna14,02Cina26,32Cina37,16
Francia13,75Turchia12,25Turchia15,94
Germania13,21Polonia11,15Polonia12,79
Corea del Sud8,02Germania8,02Romania7,52
Turchia6,72Ungheria5,81Germania5,48
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Mentre nel 2000 le prime tre posizioni erano occupate da paesi dell’Europa occidentale, nel tempo il cambiamento appare molto significativo: nel 2010 e nel 2020 sono occupate da Cina, Turchia e Polonia, mentre dei due paesi rimanenti solo la Germania si mantiene nei primi cinque. 

In sostanza, nel 2010 e 2020 ben 4 posizioni su 5 sono occupate da paesi a basso costo del lavoro.

I processi di delocalizzazione hanno investito pesantemente il settore degli elettrodomestici: mentre una volta l’Italia era uno dei principali produttori a livello mondiale, nel corso del tempo i volumi sono crollati, soprattutto a seguito del loro spostamento verso i paesi a basso costo del lavoro.

Questa riduzione dei volumi prodotti, provocata dai processi di riorganizzazione delle multinazionali dell’elettrodomestico, ha avuto conseguenze anche sulla produzione di componentistica, come nel caso del compressore.

Tabella 7. Esportazioni e importazioni di compressori, del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione. Periodi 2000-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
200083.222.13294.072.096
201053.596.047-35,661.044.681-35,11
202026.801.569-50,0057.724.776-5,44
Variazione % totale-67,79-38,64
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Le esportazioni nel 2020 sono calate del 67,79% rispetto al 2000, e così pure le importazioni, ma di una percentuale inferiore (38,64%).

In questo caso ci troviamo di fronte a dati diversi rispetto a quelli delle montature per occhiali.

Nel caso delle montature crescevano le esportazioni ed esplodevano le importazioni: la filiera dell’occhiale si è ristrutturata mantenendo una parte di produzione del prodotto finito in Italia (nonostante volumi ingenti di prodotto finito siano andati all’estero) e delocalizzando pesantemente la produzione di input intermedi all’estero.

Nel caso dell’elettrodomestico, invece, il crollo della produzione di prodotto finito in Italia ha avuto l’effetto di penalizzare tanto la produzione interna quanto l’importazione di componentistica.

Tabella 8. Importazioni  per paese di compressori del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Slovacchia20,64Brasile18,36Germania36,87
Brasile10,2Francia13,98Cina21,21
Austria9,06Germania13,2Slovacchia12,12
Spagna8,43Cina11,06Brasile6,89
Belgio8,37Belgio9,65Francia6,78

Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade [Nota: il codice Comtrade utilizzato non consente di distinguere tra compressori utilizzati per grandi impianti e quelli destinati agli elettrodomestici di casa: per quest’ultima tipologia infatti, è la Cina a svolgere un ruolo preponderante come vedremo anche in seguito].

La rete di produzione

In entrambi i settori considerati la produzione è stata riorganizzata attraverso profondi processi di esternalizzazione e, come abbiamo visto, di delocalizzazione.

Nel caso dell’occhialeria il processo produttivo è stato scomposto e diverse fasi sono state affidate a imprese localizzate sia all’estero che sul territorio, queste ultime in genere di dimensioni molto piccole.

La maggior parte delle minuterie e dei semilavorati forniti dall’estero proviene dalla Cina:  a causa di difetti e problemi di qualità, molte volte questo materiale deve essere “ripreso” dai lavoratori degli stabilimenti bellunesi, che in questo modo vedono intensificata la loro prestazione, dovendo, oltre alle mansioni “normali” svolgere anche queste operazioni aggiuntive.

La qualità che garantivano i terzisti del territorio era migliore rispetto a quella delle forniture cinesi: in precedenza c’erano imprese del Bellunese specializzate in una fase in grado di produrre elevati volumi con ottima qualità.

Le grandi imprese dell’occhialeria bellunese hanno sempre fatto ricorso a massicce esternalizzazioni verso piccole o piccolissime imprese del territorio che si muovevano in un contesto di forte concorrenza sui prezzi: le aziende committenti pagavano al pezzo imponendo un continuo abbassamento dei costi e una competizione al ribasso. Ovviamente la concorrenza sui prezzi esercitata dalle produzioni cinesi ha completamente spiazzato i fornitori del territorio, già ampiamente indeboliti da questa corsa al ribasso sui prezzi.  

In genere la decisione di esternalizzare alcune fasi del processo produttivo dell’occhiale dipende da almeno quattro ordini di ragioni:

a) l’abbassamento dei costi di produzione; 

b) i carichi di lavoro, in quanto i picchi di ordini a volte sono tali da non poter essere evasi con la disponibilità di personale e le capacità impiantistiche interne all’azienda;

c) il tipo di lavorazione da svolgere: alcune imprese produttrici di occhiali, infatti, non si sono mai strutturate per realizzare internamente alcune fasi del processo, cioè non hanno mai investito per l’acquisto dei macchinari o l’assunzione di personale specializzato;

d) le decisioni assunte dai brand, cioè dalle grandi imprese che detengono la proprietà dei marchi e che, in quanto tali, assegnando una commessa produttiva decidono quali fasi possono essere esternalizzate e quali devono essere eseguite internamente.

Riorganizzazione della catena gerarchica del ciclo produttivo

Dal punto di vista del processo tecnologico, tutte le fasi possono essere esternalizzate, da quelle iniziali a quelle finali. Per esempio, una volta realizzato lo “scheletro” dell’occhiale, questo può essere affidato a imprese esterne per le lavorazioni di abbellimento. 

In alcuni casi l’esternalizzazione riguarda una fase “ampia” del processo produttivo, per esempio, quando un’azienda esterna si occupa di lavorazioni sulla plastica deve realizzare  necessariamente tutte le fasi che compongono questo processo. 

Questo doppio processo di esternalizzazione, cioè verso l’estero e/o verso le imprese del territorio, ha conseguenze piuttosto problematiche.

Dal punto di vista delle delocalizzazioni le conseguenze principali riguardano: a) la perdita di posti di lavoro e di volumi di produzione sul territorio; b) problemi di qualità delle forniture; c) rischi di interruzione della catena di fornitura. 

Dal punto di vista delle esternalizzazioni alle imprese del territorio, i principali problemi sono determinati dalla piccola o addirittura piccolissima dimensione delle imprese fornitrici o terziste. Questo determina: a) la loro incapacità di effettuare investimenti (si pensi all’acquisto di macchine Cnc o di macchine per lavorazioni galvaniche); b) la loro debolezza dal punto di vista finanziario, in particolare per quanto concerne l’accesso al credito; c) la fragilità congenita per cui a una situazione di crisi può corrispondere la cessazione dell’attività di impresa; d) la difficoltà a formare il personale o a svolgere attività di ricerca e sviluppo; e) l’estrema dipendenza dagli ordini e dalle condizioni imposte dalla committenza. 

Per quanto concerne il punto e), questo aspetto non riguarda più soltanto le imprese fornitrici o terziste, ma anche i produttori di occhiali. 

La presenza sul mercato dell’occhialeria bellunese di Kering e Lvhm ha cambiato completamente la situazione. Questi grandi gruppi della moda sono i detentori dei marchi la cui produzione, in base ai vari modelli, viene assegnata come commessa alle imprese del territorio, non solo quelle piccole, ma anche a nomi storici come Safilo, De Rigo, Marcolin, ecc., i quali per accaparrarsi le commesse sono costretti ad accettare le condizioni imposte dai grandi gruppi su costi e tempi di consegna. Questo aspetto, ovviamente, sta scatenando una forte concorrenza tra le imprese del territorio e crea delle difficoltà nella programmazione della produzione.

Questa situazione, se da una parte garantisce volumi produttivi alle imprese costruttrici, dall’altra comporta una serie di problematiche: a) debolezza derivante da situazioni di monocommittenza; b) continua pressione sui costi da parte della committenza che si scarica esclusivamente sul fattore lavoro; c) modalità di trasmissione degli ordini di produzione, con i relativi volumi, che obbligano le imprese costruttrici a riformulare continuamente la loro organizzazione produttiva (inclusa la catena di fornitura), limitando la possibilità di pianificazione dei processi.  

In sostanza i grandi gruppi controllano il primo anello (detengono il marchio, e al massimo il disegno di stile) della catena e l’ultimo (la distribuzione commerciale); per il resto – dalla progettazione alla produzione, passando per la logistica – utilizzano le imprese del territorio.

Il terzo grande attore del territorio è Luxottica che ha imposto un sistema in base al quale assegna le commesse ai produttori, i quali stoccano i pezzi prodotti in un magazzino ma vengono pagati solo quando Luxottica preleva dal magazzino il prodotto finito (chiedendo uno sconto) e addossando al fornitore anche il costo del deposito.

Cambiamenti nella filiera dell’elettrodomestico

Vediamo il caso dell’elettrodomestico, ma prima facciamo un passo indietro. 

Negli anni Sessanta la Zanussi avvia un processo di integrazione verticale delle produzioni, realizzando internamente i componenti principali degli elettrodomestici, tra cui i compressori. Nel marzo 1985, a seguito dell’acquisizione da parte di Electrolux, il piano di riorganizzazione del gruppo Zanussi affronta il tema della componentistica prevedendo solo investimenti “difensivi”; nel corso degli anni il disimpegno di Electrolux nei confronti della produzione di componenti si accentua arrivando alla cessione della produzione di compressori.

Si verifica quindi un processo di disintegrazione “verticale” del Gruppo. La cessione a operatori esterni della componentistica e i processi di riorganizzazione internazionale che hanno pesantemente investito anche questo settore finiscono per determinare la situazione attuale, caratterizzata da un elevato livello di fragilità della catena produttiva.  

Questa fragilità investe in particolar modo il compressore, che costituisce il componente chiave degli impianti di refrigerazione: il suo funzionamento governa quello complessivo dell’impianto di refrigerazione e impatta notevolmente sui consumi energetici.

Nei prossimi due anni la produzione di frigoriferi in Europa sembra attestarsi su livelli significativi, come si vede dalla tabella 9. 

Tabella 9. Le previsioni di produzione di frigoriferi in Europa (in pezzi)

Costruttore20212022
Arcelik6.000.0006.000.000
Bosch4.050.0004.100.000
Electrolux2.700.0002.700.000
Liebherr2.000.0002.100.000
Samsung1.500.0001.500.000
Vestel3.400.0003.500.000
Whirpool3.850.0003.850.000
Totale28.100.00028.500.000
Fonte: nostri calcoli sui piani industriali e i bilanci delle imprese.

In Europa nei prossimi anni è prevista una produzione di frigoriferi superiore a 28 milioni di pezzi. A questi si dovrebbero aggiungere anche gli impianti di refrigerazione a uso industriale. 

La domanda è: chi, e da dove, fornirà i compressori necessari a questi frigoriferi?

Il mercato mondiale dei compressori domestici e commerciali vale in totale 170 milioni di pezzi, di cui 140 destinati all’elettrodomestico di casa, e i restanti 30 a uso commerciale (professionali, banchi frigo ecc.).

Il numero di produttori di compressori si è notevolmente abbassato nel corso degli ultimi decenni e la produzione ha conosciuto un processo di concentrazione aziendale e geografica notevole.

In Cina producono Jiaxipera (35 milioni di pezzi), Gmcc (30  milioni), Donper (20 milioni), Wanbao (15 milioni). La giapponese Nidec, grazie a una serie di acquisizioni, produce oltre 35 milioni di pezzi con siti localizzati in Brasile, Cina e Slovacchia. Le coreane Samsung e Lg  e la giapponese Panasonic hanno le produzioni localizzate prevalentemente in Cina, mentre un altro grande produttore è Tee (del gruppo turco Arcelik). Oltre a Secop, la cui produzione è localizzata in Slovacchia e Cina, l’unico produttore europeo di compressori è Acc di Belluno. 

Dei 140 milioni di compressori per frigoriferi domestici prodotti a livello mondiale, solo 12 milioni  (comprendendo anche Russia e Turchia) sono prodotti in Europa, cioè solo l’8,5%.

Tabella 10. Quote di mercato dei compressori in Europa nel 2018 

ProduttoreQuota di mercato in %
Jiaxipera38
Embraco13
Tee9
Secop7
Acc 7
Donper7
Gmcc6
Samsung6
Altri3
Atlant3
Wanbao2
Panasonic1

In sostanza, le produzioni europee di frigoriferi dal punto di vista del compressore dipendono in larghissima misura da forniture localizzate in altre aree del mondo. 

Il venir meno di Acc, che è l’unico produttore europeo, non farebbe che incrementare ulteriormente questa dipendenza. 

La ricostruzione e il rafforzamento delle filiere industriali dell’occhiale e dell’elettrodomestico

In entrambi i casi la produzione del prodotto finito risulta fortemente dipendente da catene di produzione sempre più frammentate e geograficamente disperse.

Questo costituisce indubbiamente un elemento di fragilità in quanto qualsiasi shock (una pandemia, il blocco di importanti canali di trasporto, ecc.) può determinare l’interruzione della catena di produzione. 

La prossimità geografica rispetto alla produzione del prodotto finito, consente di accorciare le filiere, ridurre i tempi di consegna, ridurre i costi economici e ambientali dei trasporti, rafforzare l’intera catena di produzione con possibili ricadute occupazionali.

Nel caso dell’elettrodomestico, oltretutto, i dati sembrano indicare una ripresa significativa di questo prodotto. 

Nel comunicato stampa del febbraio 2021, Applia [Associazione dei produttori di apparecchi elettrici  domestici e professionali, N.d.R.] ha fornito una serie di dati relativi all’andamento del settore: i grandi elettrodomestici hanno chiuso il 2020 con una “sostanziale tenuta”. In Italia si è registrata una crescita in termini di valore dello 0,8%, e in termini di volume dello 0,3%. Le vendite all’estero, in volume, hanno registrato un +2,2%, grazie al forte recupero che ha fatto seguito al crollo dovuto al lockdown. Dal punto di vista della produzione, mentre nei primi due trimestri c’è stata una grande riduzione dei volumi (segnando, rispettivamente, -16,1% e -26,6%), nei due periodi successivi c’è stata una ripresa (+19,6%, +26,3%). Complessivamente nel 2020, nonostante i problemi determinati da pandemia e lockdown, la produzione ha chiuso con un incremento dello 0,4%.  Di assoluto rilievo i numeri registrati per i piccoli elettrodomestici, che confermano anche per quest’anno, in maniera ancora più significativa, una crescita maggiore sia in valore (+19,4%), sia in volume (+13,3%). Le vendite, supportate significativamente dall’online (arrivato a pesare quasi il 40% del totale del mercato), sono proseguite in maniera sostenuta lungo tutto l’anno. 

Questi dati possono essere letti anche alla luce dell’andamento positivo del settore arredamento. L’elettrodomestico, e in particolare il frigorifero, può essere pensato come parte integrante di una filiera, quella dell’arredamento domestico, che costituisce una delle eccellenze del Made in Italy. 

Quindi il settore della refrigerazione e dell’occhiale vanno trattati in termini di filiere produttive Made in Italy e questo consente di formulare alcune proposte in materia di politiche industriali, con uno sguardo rivolto al Pnrr.

Il sostegno dato dal sistema di bonus tanto al settore arredo, quanto a quello degli elettrodomestici, si giustifica in questo senso.

Secondo i dati forniti il 31 agosto 2021 da FederLegnoArredo, nel primo semestre 2021, rispetto al 2020 si è registrato un aumento delle vendite complessive del 56,2% (mercato italiano +65%); rispetto al primo semestre 2019 la crescita è stata del 15,4% per le vendite totali e del 19,5% per le vendite Italia.   

L’investimento 5 della Missione 1, Componente 2 (M1C2) del Pnrr riguarda proprio le “Politiche industriali di filiera e internazionalizzazione” e segnala come criticità delle filiere del Made in Italy «la frammentazione e le ridotte dimensioni (che) hanno portato nel lungo periodo a problemi di competitività, soprattutto nei settori dove sono maggiormente rilevanti le economie di scala e la capacità di investimento».

Questa formulazione sembra indicare nell’aggregazione delle imprese di una stessa filiera una via per aumentare la dimensione media, concentrando risorse in grado di rafforzarle dal punto di vista occupazionale, industriale, finanziario, della ricerca ecc. Si può infatti ipotizzare la creazione di un fondo espressamente dedicato all’aggregazione di queste imprese. 

Questo fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio, il fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto Rilancio la cui gestione è stata affidata a Invitalia. I soggetti pubblici interessati a un’operazione del genere, oltre a Invitalia, potrebbero essere Cassa depositi e prestiti e il Fondo italiano d’investimento (controllato da Cdp) in cui opera il Fondo consolidamento e crescita, dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive. 

Occorre precisare tuttavia che un’esercitazione di questo tipo ha un minimo di senso solo se è inquadrata all’interno degli strumenti attuativi che il Pnrr prevede, altrimenti resta sospesa nel vuoto. Uno di questi strumenti è il cosiddetto “Contratto di sviluppo”. 

Una volta individuate le imprese con la stessa tipologia di prodotto o con prodotti complementari o parti di prodotti sequenziali, va costruito un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda anche politiche industriali di filiera (cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura), meccanismi a supporto della contrattazione inclusiva di filiera, misure di stabilizzazione dei lavoratori ecc. In questo caso non stiamo parlando di aggregazioni tra imprese che rischierebbero di far emergere possibili sovrapposizioni, con possibili conseguenze sui livelli occupazionali in termini di riduzione della forza lavoro. Al contrario, il rafforzamento derivante da processi di aggregazione costituirebbe l’unica garanzia per mantenere sul territorio significativi volumi di produzione per tutelare, e possibilmente incrementare, i livelli occupazionali. Infatti, spesso  per le piccole e piccolissime imprese della filiera dell’occhiale un momento di crisi coincide con la loro chiusura, ma i loro volumi produttivi non possono essere assorbiti da altre aziende del territorio in quanto la loro ridotta dimensione gli impedisce di realizzare i necessari investimenti per incrementare la capacità produttiva. Questi volumi, quindi, vengono persi dal territorio prendendo la strada dell’estero. Ci si trova di fronte a una sorta di “trappola dimensionale”: le piccole imprese producono su commessa delle grandi solo finché sono in grado di reggere; e la loro debolezza non gli consente di fare investimenti per crescere e rafforzarsi in modo da mantenere produzione e occupazione sul territorio.

Questi processi di rafforzamento della filiera:

  • nel caso dell’occhialeria dovrebbero assumere come obiettivi sia l’aggregazione di natura orizzontale (aziende impegnate nelle stesse tipologie di produzione), sia quella verticale (integrazione delle varie fasi della filiera); inoltre, alla luce delle dinamiche descritte in precedenza, appare opportuno che anche imprese di dimensioni rilevanti realizzino processi di aggregazione, soprattutto a fronte della trasformazione di produttori storici in fornitori di Kering e Lvmh;
  • nel caso dell’elettrodomestico, il Contratto di sviluppo dovrebbe essere centrato sul salvataggio di Acc quale produttore del componente principale del frigorifero e sul coinvolgimento delle principali imprese utilizzatrici di questo prodotto con la finalità del rafforzamento della filiera.

Il superamento della fragilità delle filiere di produzione, e del conseguente rischio di una loro interruzione, passa attraverso una riverticalizzazione dei processi di produzione sia tramite processi di in-sourcing che di rilocalizzazione di ciò che prima era stato delocalizzato.

Ovviamente la rilocalizzazione non avverrà spontaneamente, cioè senza un forte intervento di politica industriale.

Questo tema sembra essere stato colto dal governo francese che nel suo Piano di rilancio (settembre 2020) ha messo in evidenza le criticità dell’attuale struttura industriale e previsto alcune misure di intervento. Questo Piano indica chiaramente come la sfida sia quella di sostenere gli investimenti che permetteranno all’economia francese di garantire la sua indipendenza dalle forniture da paesi terzi. Pertanto l’obiettivo del Piano francese è quello di concentrarsi su alcuni settori e catene del valore strategiche per sostenerne gli attori in modo da assicurare gli approvvigionamenti, creare nuove attività e quindi posti di lavoro sul territorio francese.

Oltre alle catene del valore strategiche, il Piano francese prevede come obiettivo generale il supporto ai progetti di localizzazione di attività industriali nei territori, al fine di sostenere questi ecosistemi industriali locali, con il coinvolgimento del braccio pubblico, rappresentato da Bpifrance.  

Nel caso dell’elettrodomestico è possibile avanzare un ulteriore esempio di processo di aggregazione: quello cioè che potrebbe coinvolgere anche i principali attori del settore della refrigerazione industriale. In questo modo si potrebbe: a) dar vita ad un forte soggetto industriale del settore; b) rafforzare ulteriormente la filiera in quanto la produzione di compressori avrebbe come riferimento principale a livello nazionale questo soggetto. Il soggetto industriale risultante da questa aggregazione avrebbe dimensioni rilevanti, come si può notare dalla tabella 11. 

Tabella 11. Un esempio di “campione nazionale” derivante da un processo di aggregazione in termini di valore della produzione (dati dai bilanci aziendali).

ImpresaValore della produzione (2019) – dati in migliaia di euroDipendenti
Ali Group458,911.677
Arneg272,51671
De Rigo Refrigeration54,95276
Epta Costan381,991.920
Rivacold167,93981
Totale1.336,2385.525

Questa aggregazione darebbe vita a un produttore con 1,3 miliardi di valore della produzione e 5.525 dipendenti (contando solo quelli direttamente dipendenti dall’azienda). In questo esempio andrebbe inserito anche il settore professional di Electrolux. 

Ovviamente non esiste nessun automatismo che porterebbe a un rafforzamento della filiera. Se questi processi venissero lasciati al mercato non vi sarebbe nessuna garanzia di tenuta per la filiera di fornitura degli impianti di refrigerazione, a partire dalla produzione del compressore. Si renderebbe necessario, come anticipato, accompagnare questi processi di aggregazione tramite lo strumento del Contratto di sviluppo. 

I riferimenti all’utilizzo di specifici e concreti strumenti di intervento, già esistenti, muovono dalla preoccupazione di costruire ipotesi di politica industriale che siano credibili e fattibili con gli elementi che sono a disposizione di un governo; altrimenti qualsiasi ragionamento si limiterebbe a un esercizio di stile. 

Un nuovo concetto di Made in Italy

In entrambi i casi (occhialeria ed elettrodomestico), si rende necessaria una ridefinizione del marchio Made in Italy, anche per evitare, come nel caso di Smeg, che si consideri fabbricato in Italia un frigorifero realizzato da Beko in Turchia e Spagna, sul quale vengono assemblati in Italia solo porta, tetto e fianchi. Così come non può essere considerato Made in Italy un occhiale che viene realizzato pressoché interamente in Cina e che in Italia è oggetto soltanto di attività di tampografia e abbellimento. Nel caso dell’elettrodomestico si dovrebbe verificare se è compatibile con la filiera dell’arredamento.

In questo senso l’articolo 60 del Codice Doganale dell’UE, al comma 2, prevede una disposizione che sembra fatta apposta per ridicolizzare il concetto di Made in Italy, laddove recita che le merci sono considerate originarie del paese in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale.  

Anche la “Regola del valore aggiunto dell’X%” è poco tutelante, in quanto si limita a indicare una percentuale di valore aggiunto da realizzare per ottenere l’indicazione di origine. Nel caso dell’Italia il valore aggiunto minimo deve essere del 45%: appare abbastanza chiaro come, a occhiali provenienti dalla Cina, basti ben poco per aggiungere questa quota di valore aggiunto.

Per questo appare necessario ridefinire il concetto di “Made in Italy”, per riservare  gli strumenti di sostegno pubblico (in termini di sostegno a R&D e supporto agli investimenti ecc.) solo a produzioni realizzate veramente in Italia.

I canali commerciali e l’internazionalizzazione

Il Pnrr prevede una specifica linea di intervento (sempre alla M1C2, Investimento 5) attraverso il rifinanziamento del Fondo 394/81 gestito da Simest che eroga sostegno finanziario alle imprese, in particolare Pmi, per sostenerne l’internazionalizzazione mediante vari strumenti. 

L’individuazione di nuovi canali commerciali appare un passaggio obbligato in particolare per l’occhialeria, che si basa in maniera significativa sull’export; al tempo stesso un servizio di logistica centralizzata potrebbe fornire+- un adeguato supporto all’attività del settore. Non si tratta di costituire un unico distributore commerciale, ma piuttosto di fornire un servizio centralizzato di logistica a supporto delle imprese del territorio, a partire da quelle di dimensioni inferiori. 

Il supporto ai processi di internazionalizzazione, tuttavia, non può avvenire a spot o a sportello per ogni singola realtà imprenditoriale, ma deve essere programmato attraverso uno specifico strumento (Accordo di programma ecc.) che assuma come unità minima di intervento l’intero distretto. Anche in questo caso, quindi, parliamo di strumenti concreti esistenti da collocare, tuttavia, in un quadro più ampio di politica industriale, da realizzare con strumenti di programmazione quali appunto gli Accordi di programma. 

Transizione 4.0 

Il Pnrr prevede quasi 19 miliardi di euro per sostenere, tramite agevolazioni fiscali, gli investimenti delle imprese in beni strumentali materiali e immateriali 4.0, nonché attività di R&D&I.

Questa linea di intervento è già stata oggetto di un’ampia analisi critica sul numero precedente di OPM. Queste risorse non possono essere elargite alle imprese senza la definizione di precisi vincoli sociali e industriali al loro utilizzo. Andrebbero pertanto definiti strumenti (Contratti o Accordi di programma) in grado di fissare precisi impegni da parte delle imprese che intendono fruire di questi sostegni. A titolo di esempio:

  • il divieto di procedere con licenziamenti o con altre forme di riduzione dell’occupazione per i prossimi dieci anni;
  • il divieto di delocalizzare la produzione o parti di essa, così come di esternalizzare parti del ciclo, di appaltare ecc.;
  • meccanismi premianti per chi intende reinternalizzare, generando incrementi occupazionali, parti del ciclo precedentemente esternalizzate o delocalizzate;
  • l’impegno a garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali: la contrattazione di secondo livello; la possibilità di contrattare qualità e volumi degli investimenti e l’organizzazione del lavoro (compresi tempi e metodi); la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.);
  • piani di miglioramento dell’ambiente di lavoro in grado di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Conclusioni

Abbiamo analizzato i settori dell’occhialeria e della refrigerazione, che costituiscono due specializzazioni produttive del territorio bellunese e che sono attraversati da processi di riorganizzazione e di crisi molto significativi. 

La ricostruzione dei cicli di produzione e delle filiere è avvenuta in maniera collettiva, tramite momenti di inchiesta condotti con i delegati e i funzionari sindacali di questi settori. In maniera altrettanto collettiva sono state discusse e definite le ipotesi di politica industriale possibili per questi settori, alla luce degli strumenti già previsti dalla normativa e dal Pnrr. 

Vanno evitate illusioni sul fatto che governo e Confindustria (o le singole imprese) si muoveranno, spontaneamente, nelle direzioni indicate. Non basta, cioè, indicare gli obiettivi giusti e gli strumenti concreti per perseguirli: sarà tutto rimesso al conflitto di classe. Ecco perché la costruzione di un punto di vista autonomo e indipendente delle lavoratrici e dei lavoratori appare come un momento ineludibile per mettere in campo iniziative concrete, che consentano di tracciare e sostenere politiche industriali e forme di intervento pubblico alternative alla logica egemone. 

Il capitalismo flessibile alla Grafica Veneta

di Alfiero Boschiero 

Il disegno è di Arpaia

Nicola Atalmi, cinquant’anni, abita a Treviso, ha alle spalle una lunga esperienza politica, è stato consigliere regionale per i Comunisti unitari ai tempi della “monocrazia” di Galan. Sindacalista della Cgil da una decina d’anni, è responsabile regionale del Sindacato dei lavoratori della comunicazione (Slc), dove la Cgil ha inserito anche un segmento manifatturiero pregiato, la grafica, con una lunga storia veneziana e veneta. Atalmi è uno dei testimoni chiave delle vicende di Grafica Veneta rimbalzate al (dis)onore della cronaca nella calda estate 2021. Una storia di sfruttamento di lavoratori pachistani, al limite della schiavitù, nel magazzino di un’azienda di successo. 

Siamo a Trebaseleghe, un comune padovano sulla Castellana, la direttrice che unisce Mestre-Venezia a Castelfranco, attorno alla quale lavorano migliaia di persone. Aree industriali, traffico pesante, abitazioni, scuole, welfare, municipi: una società messa al lavoro. Lavori a soggettività individuale e senza rappresentanza collettiva. 

Il capitalismo flessibile nel cuore geografico e culturale del Veneto.

Alla Castellana, non più periferia industriale ma piattaforma produttiva globale, manca la città come luogo denso, plurale, conflittuale. Quello di Grafica Veneta appare un capitalismo senza borghesia e senza cultura. Ogni giorno lavoratori, manager e imprenditori bevono il caffè nella stessa piazza. E la piazza non vede le contraddizioni, neppure quelle odiose e razziste, preferisce sognare una comunità che non c’è più, invece che far diventare questi temi discorso pubblico, democrazia partecipata, responsabilità.

Il valore del lavoro e la sua rappresentanza collettiva esigono una rivoluzione culturale, come il futuro di Trebaseleghe e del Veneto.

L’intervista è stata raccolta dall’autore a Mestre, l’8 novembre 2021.

Boschiero: Grafica Veneta è una media azienda veneta o una multinazionale tascabile?

Atalmi: La storia di Grafica Veneta è una storia visceralmente veneta, nasce e cresce nel ventre della pianura padana, con tutta la vitalità e tutte le contraddizioni che caratterizzano il capitalismo flessibile delle nostre terre. In trent’anni, una tipografia con tre dipendenti diventa lo stabilimento di Trebaseleghe, che ha letteralmente ridisegnato un paese di tredicimila abitanti, occupandone un intero quartiere. «Pensi che è lungo un chilometro!», ci spiegano con orgoglio. Occupa trecentonovantaquattro persone tra diretti e indiretti, più un centinaio di addetti in altri siti veneti, e recentemente è sbarcata negli Usa, acquisendo uno stabilimento a Chicago. A ridosso della fabbrica una magnifica villa del Settecento, restaurata a regola d’arte, ricorda gli investimenti e il prestigio dei nobili veneziani nello “stato da tera”.

Un classico esempio di impresa globale “in dialetto” che intreccia l’internazionalizzazione dei mercati di sbocco con la velocità dell’instant book, dall’autobiografia di Mandela a quella di Michelle e Barack Obama. Si pubblicizza come l’azienda in grado di stampare un libro in un giorno. Fece notizia quando il titolare, con la solita esagerazione, dichiarò di aver preso la commessa per stampare gli elenchi telefonici di tutto il Corno d’Africa. 

Boschiero: Chi sono i protagonisti della scena?

Atalmi: Come in tutte le aziende della rude razza padana, ci sono un “paròn”, Fabio Franceschi, e la sua famiglia, e c’è il paese. È la piazza di Trebaseleghe, una piccola patria, con una chiesa troppo grande, il primo specchio della ricchezza e della reputazione, ancor prima dei bilanci aziendali e dei mass media; seppure Franceschi dimostra di saperla usare, la comunicazione pubblica. Al fondo, permane un paternalismo poco incline a concertazioni con il sindacato e del tutto allergico ai conflitti. 

In estate esplode lo scandalo sullo sfruttamento dei lavoratori pachistani, corro a Trebaseleghe. Vedo uscire una Rolls Royce Phantom, una cosa da quattrocentomila euro, alla guida il Franceschi. Era appena finito il Cda, si levavano in volo addirittura due elicotteri. Entro e discuto, animatamente, con iscritti e delegati per capire come fosse potuta succedere una cosa simile. Il titolare, avvisato del mio arrivo, era rientrato e mi voleva incontrare. Le auto di padre e figlio erano parcheggiate all’ingresso, la Rolls e una Ferrari. Entriamo nello spazio produttivo, moderno, tecnologico, gigantesco. E scopro lo stile di Franceschi: quando è in azienda inforca una bicicletta e gira per lo stabilimento, si ferma a parlare con i lavoratori per verificare, controllare, conoscere i problemi…

Non manca l’intreccio con la politica. La sindaca e la giunta comunale sono espresse dalla Lega Nord. Inevitabile la stima ricambiata con il doge Luca Zaia, dopo la delusione patita da Forza Italia nel 2018 per la mancata elezione di Franceschi in Parlamento. Con Zaia il paròn gestisce mirabilmente l’operazione anti Covid nella primavera drammatica del 2020, fornendo milioni di mascherine targate “Regione Veneto”, del tutto inefficaci contro la pandemia finché erano gratis e subito dopo, diventate chirurgiche, un vero business per l’azienda. Qualche uscita nei salotti televisivi per riproporre la difficoltà a reperire manodopera, accusando i giovani di essere indisponibili ai disagi del lavoro operaio e ai turni. Il tutto in un’azienda dove per lungo tempo non si è applicato il contratto nazionale, gli orari erano senza limite, la disciplina molto dura; non a caso, con un alto turn over.

Boschiero: La vicenda dei pachistani percossi, ammanettati e trattati come schiavi, spezza questo incantesimo? Oppure le cose si trascinano come prima? Ad agosto, chi reagisce prontamente sono i Cobas, subito dopo arriva la Fiom, in base al fatto che gli appalti applicano il contratto dei metalmeccanici. Dobbiamo guardare in faccia la Slc, la federazione dei grafici, che in fabbrica è presente da anni e che dovrebbe educare alla libertà e alla solidarietà. I sindacalisti di fabbrica si sono mobilitati? Avevano visto? Perché non sono intervenuti?

Atalmi: In Grafica Veneta non è mai stato facile fare sindacato. Per anni si è cercato di eludere il problema con la creazione di sigle sindacali di comodo. Famosa nel Padovano è quella ispirata dall’avvocato Emanuele Spata, legale dell’azienda e responsabile delle relazioni sindacali, ma anche animatore di un sindacato “di base” che ha le medesime iniziali del suo studio: lo Studio legale Spata diventa Sindacato lavoro società: stesso acronimo, Sls. Per evitare un plateale conflitto di interessi, a Trebaseleghe viene fatto entrare un “Sindacato della stampa”, con qualche decina di iscritti. Se verifichi in internet trovi una fantomatica sede, a Camposampiero, e le foto dell’unica azienda in cui vanta iscritti, Grafica Veneta, appunto. 

Nonostante tutto, nel 2014 Grafica ha dovuto cedere e riconoscere la rappresentanza della Slc-Cgil; beninteso, dopo una lotta serrata, compresa una denuncia per comportamento antisindacale. In ogni caso, riconosco un ritardo dei nostri iscritti e dei delegati, una sottovalutazione grave, un’incapacità di capire cosa c’era dietro quell’appalto. 

Boschiero: Alla Gkn di Firenze, negli stessi giorni d’agosto, i lavoratori in lotta usano una parola precisa: “Insorgiamo!”, praticano una soggettività forte, consapevoli che la fabbrica è anzitutto lavoro e capacità professionale. A Trebaseleghe non c’è conflitto, si tende a smorzare i toni, prevale l’assuefazione: perché? C’è al fondo una subalternità culturale?

Atalmi: All’esplosione della vicenda, con le testimonianze fotografiche dei maltrattamenti cui erano sottoposti i pachistani del magazzino, ci siamo confrontati aspramente con la rappresentanza aziendale: com’era possibile che nessuno si fosse accorto di queste persone e delle loro condizioni? Gli attivisti della Cgil non dovevano restare indifferenti! Uno di loro, un compagno esperto, mi ha risposto: «Hai ragione, siamo rimasti travolti da questa vicenda e ci sentiamo in colpa per non esserci accorti di nulla. Parlavano poco l’italiano, non erano mai gli stessi, li incrociavamo solo quando portavamo in magazzino la merce da lavorare. Al massimo, ciao ciao». Evidentemente, le violenze e i soprusi avvenivano anche fuori di qui. Abbiamo incontrato i titolari e abbiamo chiesto che questa triste vicenda si chiuda con l’assunzione dei lavoratori interessati.

Boschiero: Avete approfondito le cose dentro l’azienda che gestiva il magazzino? Qualcuno ha ascoltato i pachistani?

Atalmi: Alla Grafica, inizialmente, i pachistani svolgevano mansioni marginali e di fatica, a ridosso dei dipendenti diretti; quando i sindacalisti di fabbrica hanno chiesto di regolarizzare il rapporto con questi lavoratori, come previsto dal Ccnl grafico, la direzione ha deciso di costruire un “bantustan pachistano”, ha recintato cioè uno spazio separato con delle reti termosaldate, all’interno del quale potevano operare solo i lavoratori di Bm Services. Risulta che vi siano state negli anni ben due ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, senza che fossero registrate anomalie: cosa inquietante, bastava qualche visura camerale per capire che qualcosa non quadrava. Ma nessuno è intervenuto.

L’utilizzo della Bm Services, come sollevato in più occasioni dalle rappresentanze aziendali, violava quanto previsto dal Ccnl, in merito per esempio al contratto applicato, ma anche alle verifiche preliminari di cui è responsabile il committente, cioè Grafica Veneta. È emerso un quadro impressionante di sfruttamento: per rispondere ai picchi lavorativi in Grafica Veneta, la Bm Services utilizzava migranti pachistani – spesso richiedenti asilo provenienti da centri di accoglienza – che lavoravano fino a dodici ore al giorno, a fronte di salari decisamente inferiori. Non basta! I caporali applicavano ulteriori trattenute sulle buste paga attraverso carte postali che, nelle mani degli sfruttatori, erano strumenti di ricatto.

Per questo motivo fin dall’inizio della vertenza la Slc-Cgil ha rivendicato che Grafica Veneta si assumesse la responsabilità di ciò che è avvenuto in Bm Services e che desse un segnale inequivocabile, assumendo in azienda le persone coinvolte come risarcimento per le violenze subite. Si era avviata una trattativa aziendale, bloccatasi poi quando, al tavolo in Prefettura a Padova, il legale di Grafica Veneta non ha mantenuto gli impegni presi. E Franceschi ha preferito chiedere il rito abbreviato per i due dirigenti indagati, dietro i quali aveva mascherato le sue responsabilità, e pagare una multa. 

Boschiero: La vertenza è ancora aperta? O tutto si chiude così, con una multa ridicola? 

Atalmi: La vicenda penale è chiusa, Grafica Veneta ne è uscita con il patteggiamento, che però, va ricordato, è sempre un’ammissione di colpevolezza. I lavoratori pachistani erano tutti a tempo determinato, alcuni con contratti scaduti, altri hanno problemi con il permesso di soggiorno. Rimane in piedi il processo per caporalato contro la Bm Services, i nostri legali tenteranno di far riconoscere la responsabilità in solido del committente Grafica Veneta. La rappresentanza sindacale interna continua a chiedere che l’azienda assuma i lavoratori. 

Boschiero: Trebaseleghe, il paese e l’opinione pubblica, hanno reagito? Grafica Veneta periodicamente fa notizia sui giornali…

Atalmi: Nel 2012 le cronache segnalarono che un gruppo di mogli dei dipendenti vedevano con sospetto l’assenza prolungata dei mariti a seguito di ripetuti turni notturni; la cosa ovviamente stuzzicò la curiosità giornalistica. Ma, invece che risvolti boccacceschi, emerse semplicemente un uso smodato dei turni e dello straordinario. Un nostro sindacalista, controllando le buste paga, scoprì che lo stipendio mensile lordo era di tremilatrecento euro, con un netto di duemiladuecento. Nel lordo risultavano duecentocinquanta euro di straordinario, quattrocentocinquanta euro di lavoro notturno e ben novecentocinquanta di premio individuale. In quel mese l’operaio aveva lavorato trecento ore!

L’azienda fattura attorno ai centotrentacinque milioni di euro, con una crescita continua negli anni, ma non ha mai negoziato un premio aziendale collettivo. Perché dovrebbe sottoscrivere con il sindacato un premio di risultato? Gli strumenti più semplici sono gli straordinari, sempre e comunque, e il controllo individuale sulle persone. Questa enorme disponibilità dei dipendenti è una delle condizioni che garantisce a Grafica Veneta il vantaggio competitivo che l’ha portata al vertice in Italia e nel mondo: consegne veloci, unite ad affidabilità e qualità. Serve una diversa cultura del lavoro, consapevolezza dei propri diritti, orgoglio.

Boschiero: Proprio i brillanti risultati economici dovrebbero aprire lo spazio al sindacato. Al contrario, la Cgil appare timorosa, incerta: la debolezza sui migranti sottoposti a uno sfruttamento feroce fa pensare a una contrattazione aziendale altrettanto incerta, difensiva… Mi spieghi meglio il processo che porta Franceschi a servirsi di (sedicenti) cooperative?

Atalmi: Nel 2015 entrano in Grafica Veneta due ditte in appalto. Una che impiega esclusivamente donne rumene, la So-Giu Scarl, e la (famigerata) Bm Services Sas, di proprietà di due pachistani e con solo lavoratori pachistani. Nella stampa dei libri il finissaggio – apposizione di fascette, adesivi o sovra-copertine, finalizzati a promuovere le vendite – viene eseguito a mano ed è soggetto a picchi lavorativi. Un lavoro povero e discontinuo che può essere appaltato senza troppi problemi. La stessa forma cooperativa è puramente strumentale.

La Bm Services, che si propone come “professionisti del mondo dell’editoria”, ha sede legale a Lavis (Trento), curiosamente come altre aziende del settore concorrenti di Grafica Veneta – Lego, Lego Digit, Esperia, Alcione, Elcograf e la Printer Trento –, opera in diverse di queste aziende, applicando peraltro ai dipendenti, inopinatamente, il contratto metalmeccanico. Sin qui non è emerso a sufficienza che la Bm Services ha appalti con tutte le maggiori ditte del settore, e continua ad acquisirne.

Boschiero: Franceschi ha rilasciato in questi giorni alcune interviste imbarazzanti, dove si lascia andare a considerazioni razziste: «I pachistani sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro cultura…», e afferma che d’ora in poi non intende più servirsi di loro e che assumerà solo veneti doc: «Il nostro territorio è un po’ traumatizzato da questa presenza. Non ce la sentiamo di assumere gente che non vive qui, perché la nostra è come fosse una famiglia…». 

Atalmi: Franceschi riaccende una polemica culturalmente devastante e danneggia l’immagine della stessa azienda. Anche qui realtà e finzione si rincorrono, perché Grafica Veneta non è e non è mai stata un’azienda “padana”. Dei trecentonovantaquattro dipendenti dello stabilimento di Trebaseleghe, duecentoquarantanove sono italiani, ma centoquarantacinque vengono da Romania, Marocco, Albania, Filippine, Senegal, Bielorussia, Egitto, Ucraina… E neppure è vero che occupa solo lavoratori diretti, vi è una forte presenza di lavoratori interinali.

Ancora un aneddoto. Nell’incontro estivo di cui dicevo, alla nostra richiesta di assumere i pachistani, se non per dovere morale, almeno per evitare campagne di boicottaggio internazionale – erano in corso di stampa i libri di papa Francesco e della Merkel, e già alcuni scrittori italiani avevano diffidato le loro case editrici a servirsi di Grafica –, il patron rispose con disarmante franchezza: «Più che il boicottaggio internazionale io non dormo la notte perché in piazza a Trebaseleghe la gente mi guarda e magari è convinta che sia io ad aver permesso quelle cose in fabbrica». 

L’indagine sul capitalismo flessibile in Veneto di Alfredo Boschiero continua.

Rent Strike Italia, il diritto all’abitare

di Emanuele Caon

Il disegno è di Arpaia

Stefano Portelli è un antropologo culturale, si è addottorato in urbanistica alla Sapienza Università di Roma e ha lavorato come ricercatore post doc al dipartimento di Geografia dell’università di Leicester. Dal 2002 al 2012 ha vissuto a Barcellona dove ha fatto parte dei movimenti contro sfratti e demolizioni. Attualmente è ricercatore e attivista contro gli sfratti.

L’intervista è stata raccolta il 5 ottobre 2021.

Caon: Come nasce l’idea dello sciopero degli affitti?

Portelli: L’idea del Rent Strike, cioè dello sciopero degli affitti, nasce nel marzo 2020 in diverse parti del mondo. Gruppi di inquiline e inquilini organizzati si accorgono di non essere più in grado di pagare l’affitto; prende quindi vita un movimento di mancato pagamento dell’affitto che però non è percepito come un movimento, ma è piuttosto la somma di migliaia di problematiche individuali. Detto diversamente, in tutto il mondo ci sono migliaia di persone che smettono (del tutto o in parte) di pagare l’affitto, e le organizzazioni che raccolgono queste persone decidono di dare un nome collettivo a un fatto già esistente; nessuno quindi convoca lo sciopero dell’affitto, ma si nomina in questo modo qualcosa che sta già succedendo, trasformando così un deficit individuale in un’azione collettiva finalizzata a trasformare la struttura del mercato immobiliare.

Caon: In Italia come prende piede Rent Strike?

Portelli: In diverse parti d’Italia – a Roma, Venezia, Milano, dalle Marche fino a Messina – molte persone hanno avuto grosse difficoltà a pagare l’affitto; abbiamo quindi iniziato a coordinarci informalmente tra diverse città. Abbiamo creato una chat Telegram, chiamandola Rent Strike Italia, che in pochissimo tempo ha raggiunto settecento persone. Da questo spazio sono poi nati dei rapporti territoriali; probabilmente Roma è la parte d’Italia dove lo sciopero degli affitti ha concretizzato di più, nel senso che siamo riusciti a creare un nucleo di persone abbastanza solido. In ogni caso abbiamo mantenuto rapporti anche con altre parti d’Italia.

Caon: Mi stai dicendo che la cosa è nata spontaneamente?

Portelli: In parte. A Roma stavamo caricando sulla pagina scioperodegliaffitti.noblogs.org le linee guida, strumenti utili per le persone in difficoltà che hanno bisogno di strategie legali, e non, per non rischiare lo sfratto. Eravamo nel periodo in cui non c’era pericolo di sfratti perché erano stati bloccati, noi fornivamo quindi consigli su come negoziare con il proprietario da una posizione che non fosse di debolezza. Sempre in quel momento stavamo anche creando la chat Telegram di cui ti parlavo. E ancora, negli stessi giorni, nel quartiere della Bolognina a Bologna un intero palazzo, abitato perlopiù da studenti, ha smesso di pagare l’affitto. È nato quindi Rent Strike Bologna. Un gruppo di persone che dipendevano tutte dallo stesso proprietario ha smesso di pagare l’affitto, poi si sono autoridotte il canone. Da questa azione è nato un collettivo che ha coagulato intorno a sé diversi movimenti per la casa. Tutto ciò in un momento in cui a Bologna – ma a Roma era lo stesso – i movimenti, anche per una serie di sgomberi, vivevano un momento di stanchezza e spaesamento.

A Roma è successa più o meno la stessa cosa, abbiamo iniziato a riflettere non solo sui nostri scioperi degli affitti in termini individuali, ma ci siamo subito messi in contatto con le realtà che avevano esperienza nella difesa dell’abitare: da Asia-Usb al Movimento per il diritto all’abitare, ai Blocchi precari metropolitani.

Caon: Se non sbaglio la grande novità è avere intercettato l’affitto privato.

Portelli: Sì, perché queste realtà avevano lavorato soprattutto sulle occupazioni o sull’edilizia popolare. Con il Rent Strike invece è emerso l’affitto privato come gigantesco problema sociale e quindi come terreno di mobilitazione, e questo ha coinciso con le difficoltà emerse durante la pandemia. Di conseguenza abbiamo cercato di mettere in connessione gli occupanti con gli assegnatari dell’edilizia residenziale pubblica e con gli inquilini privati. In parte ci siamo riusciti, ne è nato un percorso comune, con alti e bassi, momenti in cui eravamo tanti e altri in cui ci siamo sentiti soli; eppure questo ci ha permesso di arrivare pronti al termine del blocco degli sfratti. Il che significa che siamo riusciti a intessere una rete di relazioni che, già a maggio, ci ha messi nelle condizioni di iniziare a fare i primi picchetti antisfratto. Ti posso assicurare che era da qualche anno che non se ne vedevano di così rilevanti. Non ci siamo inventati niente di nuovo; piuttosto abbiamo riattivato diverse forze e le abbiamo messe in relazione tra di loro, oltre che con quello che stava succedendo nel resto del mondo.

Caon: Mi puoi spiegare un po’ meglio questa messa in relazione di cui parli?

Portelli: Nei primi mesi della pandemia c’è stato il blocco degli sfratti; anche se ci sono stati sgomberi di occupazioni o per fine locazione, gli sfratti per morosità erano sospesi. Per certi versi è stato un momento di maggior tranquillità che ci ha permesso di trovare il tempo per formarci. Abbiamo dato vita a cinque forum in cui abbiamo invitato gente da tutta Europa, dai sindacati di Berlino, che sono riusciti a mettere in piedi il referendum sugli espropri delle grandi proprietà immobiliari, ai sindacati inquilini di Barcellona e delle Canarie, fino al geografo urbano Tom Slater che ci ha spiegato il rent control [le forme legislative per calmierare il mercato dell’affitto, come l’“equo canone”, N.d.R.]. Ci siamo quindi formati su una serie di questioni che, a marzo 2021, ci hanno permesso di realizzare un congresso sull’abitare che ha messo insieme lo storico movimento per la casa con queste nuove forme e con persone ed esperienze da tutta Italia. Questi passaggi ci hanno portato a formulare un piano in cinque punti, una nostra proposta di legge per l’abitare. Poi noi lo intendiamo sia come una vera proposta di legge, sia come un orientamento d’azione politica. Sono le cinque cose che vogliamo e che guidano le nostre pratiche: il controllo degli affitti; il blocco degli sfratti; l’inversione della gentrificazione; la tassazione del vuoto edilizio; un piano di nuove case popolari, da realizzare attraverso il recupero dell’esistente e non con altra cementificazione.

Caon: Mi hai parlato della vostra proposta di legge, anche come piano d’azione su cui mobilitarsi. Siete riusciti a dare una cornice politica più ampia anche allo sciopero degli affitti , così da evitare che si riduca a mero strumento di sopravvivenza?

Portelli: Lo sciopero va inteso come uno strumento; come quello degli affitti, anche lo sciopero in fabbrica è uno strumento, l’obiettivo non è non lavorare o non pagare l’affitto. Lo sciopero è il mezzo con cui la parte oppressa cerca di ridurre l’entità dell’oppressione. Per cui lo sciopero degli affitti è una minaccia: se non cambia la struttura ingiusta del sistema abitativo e di detenzione della proprietà, se non vengono tutelati i bisogni abitativi allora lo strumento delle classi più vulnerabili è lo sciopero. Cioè smettere di pagare. Nel momento in cui molte persone smetteranno di pagare l’affitto, privato ma anche pubblico, sarà molto difficile mantenere questo sistema. Chiamare sciopero un insieme di mancati pagamenti individuali serve proprio a costruire un orizzonte di classe: se le persone che sono costrette a pagare affitti ingiusti smettono di pagare l’affitto o se lo autoriducono, si riescono a costruire una serie di rivendicazioni comuni, che sono appunto i cinque punti della proposta di legge di cui ti ho parlato. L’obiettivo è trasformare le relazioni di potere nell’ambito dell’abitare. Perché abitare è un diritto e lo Stato ha il dovere di provvedere; se non provvede, le case già abitate smetteranno di essere dei luoghi in cui i privati fanno profitti e diventeranno case in cui si abita gratis o comunque a prezzi ragionevoli.

Quindi lo sciopero ha questa duplice valenza, da un lato è una pressione politica, dall’altro ha anche una valenza di propaganda con i fatti: nel momento in cui io smetto di pagare l’affitto sto affermando il mio diritto di vivere in una casa sopra il diritto del proprietario di trarne un profitto. Nei fatti sto ristabilendo una giustizia all’interno del sistema economico. Il progetto politico è questo, e guarda che non è un progetto solo italiano, è portato avanti da migliaia di organizzazioni o associazioni che tutelano il diritto all’abitare. Si va dal Brasile agli Stati Uniti, dalla Spagna all’India. 

Caon: Permettimi di fare l’avvocato del diavolo. Ha fatto scalpore il caso di Berlino in cui con un referendum la popolazione berlinese ha deciso di espropriare le grandi proprietà immobiliari. Tutti dicono che qui in Italia la situazione è diversa: nel nostro paese, si dice, quasi tutti sono proprietari e il mercato degli affitti dipende da piccoli proprietari che arrotondano il loro reddito e non, come in altri paesi, da grandi concentrazioni di proprietà immobiliari. Insomma, quella sugli affitti sembra una battaglia tra poveracci e onesti cittadini.

Portelli: Secondo me, non dobbiamo credere troppo a questa versione standard sull’eccezionalità italiana, per cui qui sarebbero tutti proprietari e chi sta in affitto è una parte residuale della popolazione. Questo dato è falso, intanto perché nelle statistiche tra i proprietari rientrano tutte le persone che hanno un mutuo; mi pare tutto da discutere di chi sia la proprietà reale: della banca o di chi sta ancora pagando il muto? In questo fantomatico 68% di proprietari si deve tenere conto di questo, e poi va anche detto che non è vero che in Europa l’Italia è il paese con più proprietari. Ci superano paesi come la Spagna, la Romania, la Grecia, la Bulgaria. Insomma l’Italia non è un’eccezione. E poi quel 30% o 25% di affittuari (dipende poi dalle statistiche) rappresenta le fasce più fragili della popolazione: in affitto ci stanno soprattutto i poveri, e a noi che importa se sono il 30% o il 10%! I diritti devono essere tutelati anche se non riguardano la maggioranza. Pure gli immigrati sono il 10% della popolazione, ma questo non deve giustificare una politica di discriminazione. Se si vanno poi a vedere i dati si vede subito che in affitto ci sono il 10% dei redditi alti, il 20% dei redditi medi e il resto sono i redditi bassi. Tutelare l’affitto quindi significa tutelare i più poveri. Dire che in Italia siamo tutti piccoli proprietari che usano l’affitto per arrotondare è una falsificazione, è la propaganda di Confedilizia che mira a inventare un’enorme classe media. Il risultato è che questa categoria inventata di piccoli proprietari poi va a difendere gli interessi della classe alta, cioè dei banchieri e dei grandi proprietari. Questa retorica è costruita appositamente per separare chi non ha una casa da chi ne ha una o due; ma il vero scarto non è tra queste persone, bensì tra loro e chi ha cento o diecimila case.

E non sto esagerando. Proprio in questi giorni sto seguendo una persona sotto sfratto che vive in una casa di Enasarco. Si tratta di un ex fondo pensione degli agenti di commercio, trasformato poi in fondazione, privatizzato negli anni Novanta e progressivamente svenduto a grandi fondi immobiliari. Siamo quindi passati da un fondo tutelato dallo Stato, che aveva lo scopo di calmierare il mercato immobiliare, a un fondo immobiliare di Bnp Paribas. Enasarco ha diciassettemila case a Roma, rendiamoci conto che servono diciassettemila piccoli proprietari per compensare questa concentrazione. Allora è vero che i piccoli proprietari sono tanti, ma la maggior parte delle case in realtà è in mano a una manciata di grandissimi proprietari.

Caon: Questi grandi proprietari chi sono? Ci sono i dati per capire città per città di chi sono le proprietà immobiliari?

Portelli: I grandi proprietari spesso sono banche, fondi immobiliari, la Chiesa e, almeno a Roma, palazzinari storici. Tutto però è strutturato in un sistema di scatole cinesi: capirci qualcosa è difficile e di dati utili ce ne sono pochi. Di statistiche su proprietari e inquilini se ne trovano, ma sulla concentrazione della ricchezza, su quante case possiede ogni proprietario, si trova ben poco. Sembra che l’Istat o il ministero delle Finanze facciano di tutto per non farci capire come e quanto è concentrata la proprietà immobiliare. Ma questi dati dovremmo procurarceli, anche facendoci noi i conti, altrimenti poi ci troviamo a essere vittime della retorica “qui son tutti piccoli proprietari” e questa prospettiva non ti permette di mobilitarti. Proprio per questo abbiamo creato un Osservatorio sulla proprietà, lo si trova sempre nel sito scioperodegliaffitti.noblogs.org

Caon: Rispetto al diritto all’abitare, chi sono gli interlocutori? Cioè a quali istituzioni ci si deve rivolgere? E, in particolare, quali sono gli spazi di manovra di un’amministrazione comunale?

Portelli: Questo è un dialogo aperto e, personalmente, tendo sempre a discostarmi dalle solite pratiche dei movimenti per la casa di Roma. C’è una forte abitudine a contattare l’assessore, organizzare l’incontro con il sindaco o rivolgersi alla propria municipalità. A me pare che nessuno di questi possa essere un vero interlocutore, ma neanche la Regione e temo neanche lo Stato o l’Unione europea. L’unico nostro interlocutore sono le persone che subiscono ingiustizie. Il fine dello sciopero degli affitti o di altri strumenti di difesa non è tanto interloquire con le istituzioni, ma far capire alle persone che hanno dei diritti e che li devono riprendere dalle mani di chi glieli ha strappati. Io penso che l’interlocuzione con le istituzioni debba avvenire a partire dalla ricostruzione di una forza collettiva, altrimenti non serve a nulla garantirsi che nel proprio municipio di riferimento ci sia il candidato che ti promette di far finire gli sfratti, perché non può farlo. Poi metti che sia lo Stato a deciderlo, hai in mente la quantità di ricorsi che farebbe la grande proprietà? La questione riusciremo ad affrontarla quando ricostruiremo una coscienza collettiva capace di pretendere che ci sia un limite all’avidità del capitale immobiliare, questo limite però dipende dalla capacità di resistenza delle persone. Qua ci dicono che no, non si affitta perché c’è paura del blocco degli sfratti; poi però quegli immobili finiscono vuoti o comprati dal solito grande fondo. Se davanti a questo si cominciasse a occupare, vedresti come poi iniziano a rimettere in affitto le case, e a prezzi diversi. Non lo dico io, così, per partito preso. Proprio queste azioni sono state la forza del movimento per la casa di Berlino. Per anni i movimenti sono riusciti a tenere sotto scacco la proprietà privata, poi questa si è riorganizzata sfruttando alcune liberalizzazioni del mercato e in risposta i movimenti hanno proposto di calmierare gli affitti. Proposta bloccata perché giudicata incostituzionale, la contro risposta allora è stata il referendum sull’esproprio della grande proprietà immobiliare. Riassumo così in breve le vicende berlinesi per spiegare che l’interlocuzione con il potere va costruita alzando la posta del conflitto e non andando a cercare una mediazione con chi è nelle condizioni di decidere se schiacciarci o darci un aiutino.

Caon: So che in alcuni casi di sfratto vi siete rivolti all’Onu. Vorrei sapere perché l’Onu interviene. Non sfiora l’assurdo doversi rivolgere proprio all’Onu perché imponga a un tribunale italiano di bloccare uno sfratto?

Portelli: Sì, è un po’ assurdo. In ogni caso nella Costituzione italiana non è previsto uno specifico diritto all’abitare, però si riconosce l’obbligo di rispettare i trattati internazionali. E l’Italia ha firmato un paio di convenzioni in cui si riconosce il diritto all’abitare come un diritto umano fondamentale. Questa iniziativa l’abbiamo imparata dai sindacati degli inquilini spagnoli, che usano questo strumento da qualche anno. Non lo intendono tanto come uno strumento rivendicativo, ma come una procedura burocratica o amministrativa con cui tutelarsi davanti a uno sfratto. Non è un atto rivoluzionario, ma è possibile fare richiesta a un tribunale superiore perché intervenga. Così abbiamo scoperto che esiste, come ultima istanza, uno strumento rapido e gratuito. Il primo ricorso all’Onu l’ho fatto il 27 maggio 2021, e l’Onu è effettivamente intervenuta chiedendo al tribunale italiano di bloccare lo sfratto. In questo modo una signora senza lavoro con due minori a carico ha potuto rimanere in casa finché non le si trova un’alternativa. Abbiamo quindi iniziato a usare questo strumento, fino ad ora l’abbiamo fatto sette volte. Si tratta di un lavoro grosso e credo che lo dovrebbero utilizzare anche gli assistenti sociali. Davanti a uno sfratto senza alternative l’Onu interviene, perché non è giusto che le persone finiscano per strada. La cosa paradossale, forse, è che dobbiamo essere noi di Rent Strike Roma a rivolgerci all’Onu.

Caon: In questo strumento vedi un possibile valore politico?

Portelli: Si tratta chiaramente di un’azione tampone, come consegnare i pacchi alimentari durante la pandemia. Eppure, anche in questo caso, è un’azione che ci permette di aggregare nuove forze e anche di far capire alle persone che si trovano in gravi difficoltà che esistono dei diritti e la possibilità di rivendicarli. Un gruppo di inquilini che grazie al ricorso all’Onu ha evitato lo sfratto ora viene ai picchetti. Poi, quale sia il futuro di questo strumento è difficile immaginarlo, stiamo però elaborando un vademecum sui modi migliori con cui resistere agli sfratti e una parte sarà dedicata proprio a questo strumento. Mi capita di sentire che il ricorso all’Onu rischierebbe di depotenziare le mobilitazioni, ma non mi pare un rischio reale. Anche quando sgomberano un centro sociale ci si mobilita, ma un avvocato lo si chiama comunque. Si tratta anche di spiegare alle persone che quando qualcuno finisce per strada siamo davanti a una violazione dei diritti umani, che abbia pagato o meno l’affitto è una questione secondaria, nessuno deve finire per strada. Il fatto che non siamo solo noi a dirlo, ma che sia un tribunale a stabilirlo, rafforza molto la legittimità del diritto all’abitare, crea fiducia e può anche dare speranza alle mobilitazioni. 

Caon: Non c’è il rischio che, se questo strumento inizia a essere utilizzato molto, l’Onu smetta di rispondere o l’Italia inizi a non rispettare le direttive dell’Onu?

Portelli: Non credo che l’Italia possa smettere di rispettare le direttive dell’Onu, i paesi europei di solito le rispettano. Dall’altra parte, invece, penso che da parte dell’Onu ci sia l’intenzione di rendere noto questo strumento. L’Onu infatti è da cinque anni che fa delle osservazioni all’Italia sulla mancanza di case popolari, sul pericolo della concentrazione della proprietà immobiliare e sulla necessità di un sistema di calmierazione degli affitti. Non credo che quindi l’Onu restringerà la possibilità di fare ricorso, anzi mi sembra un tentativo di far pressione all’Italia in modo che si adegui al diritto internazionale sugli sfratti. A Barcellona ci sono quasi quattrocento vertenze aperte con l’Onu, segnale che lo strumento forse è pensato proprio come metodo di pressione politica. 

Bibliografia e sitografia

Rent Strike Italy

https://scioperodegliaffitti.noblogs.org/

Proposta di legge

«Senza casa non c’è salute! Per una legge di proposta popolare sull’abitare» change.org.

Per una panoramica europea

Tom Slater, «From displacements to rent control and housing justice», Urban Geography, 2021, vol. 42, n. 5, pp. 701-712.

S. Portelli e M. Peverini, «Dietro lo specchio. Le lotte contro la finanziarizzazione della casa in Europa», in Napoli Monitor, 9 novembre 2021.

Articoli su blocco sfratti e ricorso all’Onu

L. Martellini, «Donna sotto sfratto si appella all’Onu che risponde: “L’Italia sospenda lo sfratto e provveda”», in Corriere della Sera, 5 giugno 2021.

B. Polidori, «Prenestino: sullo sfratto di via di Silvio Latino interviene l’Onu», romatoday.it, 16 settembre 2021. 

«L’emergenza sfratti ormai è materia per l’Onu. Ai picchetti con i Caschi Blu?», contropiano.org, 12 agosto 2021.

S. Portelli, «Cos’è uno sfratto e che c’entrano i diritti umani»,  in Napoli Monitor, 7 giugno 2021. 

Su Enasarco, G. Velardi, «Enasarco, dal Parlamento accuse alle gestione e alle dismissioni immobiliari: due case acquistate da presidente», Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2016.

Come nasce un’avanguardia operaia

Benedetta Rizzo

Ti ricordi quel nove luglio

che scappavi come un coniglio

per paura di incontrare

gli operai a scioperare

Recita così uno dei cori che i lavoratori e lavoratrici Gkn e in appalto cantano nei momenti di piazza che li vedono protagonisti indiscussi. Il 9 luglio scorso, infatti, 422 di loro sono stati lasciati a casa dall’azienda con una mail. Chiusura immediata, comunicata in un giorno in cui l’intera fabbrica era in ferie forzate per «calo della produzione». A questi 422 vanno poi aggiunti circa un’ottantina di lavoratori e lavoratrici dei servizi in appalto a cui appunto Gkn non si è nemmeno disturbata di comunicare la decisione presa.

Il management ha chiuso in fretta e furia, facendo finta di nulla, continuando a produrre, a investire su nuovi robot, concedendo ferie, promettendo aumenti e assunzioni, scappando da Firenze e lasciando lo stabilimento in mano a guardie private armate, per paura della risposta conflittuale che gli operai avrebbero potuto mettere in campo.
Risposta che, nonostante tutto, c’è stata: in meno di un’ora i lavoratori si sono radunati davanti ai cancelli e si sono ripresi la fabbrica, dove da quel 9 luglio sono tuttora in assemblea permanente per impedire lo smantellamento del sito produttivo.
Accanto agli operai, un intero territorio: dalla chiesa ai centri sociali, dai circoli Arci ai partiti politici, tutti hanno dimostrato la propria solidarietà a questa lotta, non solo materialmente. Si è infatti costituito il Gruppo di supporto alla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e in appalto che raccoglie le varie anime del movimento fiorentino. 

Da luglio la mobilitazione continua a suscitare un grandissimo clamore ed entusiasmo: non c’è stato un solo appuntamento lanciato dalla fabbrica che non sia stato un successo. Il 28 luglio, in piena estate, un corteo di circa diecimila persone ha attraversato le strade di Capalle, la zona industriale di Campi Bisenzio dove si trova lo stabilimento. L’11 agosto, giorno della liberazione di Firenze dal nazifascismo, il connubio tra la lotta Gkn, le varie componenti del Gruppo di supporto e l’Anpi–Associazione nazionale partigiani italiani, ha portato altrettante persone a sfilare per le strade del centro storico. Il 18 settembre, hanno attraversato la città in quarantamila, prendendosi i viali che non venivano toccati da una manifestazione dai tempi del Social forum del 2001: un corteo sul lavoro che in Italia non si vedeva probabilmente da decenni.
Il 7 ottobre i lavoratori hanno presentato alla Camera la legge anti-delocalizzazioni scritta da loro con l’aiuto dei Giuristi democratici: come dicono loro, «una legge scritta con le nostre teste e non sulle nostre teste». Perché la bozza pensata dai ministri Todde e Orlando non era sufficiente, dato che è bastata una parola di Confindustria per far sì che venisse affossata, e dopo settimane di passerelle istituzionali e vane promesse non c’erano più scuse dietro cui trincerarsi. Lo stesso vale per il piano di riconversione dello stabilimento che sta prendendo vita proprio in queste settimane, nato grazie alla collaborazione con ingegneri, economisti, sociologi, storici: se il destino è la riconversione, i lavoratori Gkn non vogliono stare a guardare mentre istituzioni e imprenditori determinano le sorti della fabbrica. Il 30 ottobre, i lavoratori Gkn decidono di convergere a Roma al corteo contro il G20 lanciato dai movimenti per la giustizia climatica, per la giustizia sociale e per la lotta alla casa, invitando tutti i solidali a partecipare al loro spezzone: dalla fabbrica partono tredici pullman, portando a Roma uno spezzone di classe a cui hanno aderito anche altre vertenze, come quella di Alitalia.

L’obiettivo della mobilitazione è stato chiaro fin da subito: cambiare i rapporti di forza nel paese, non solo per i lavoratori Gkn, ma per tutti quanti. Perché – come affermano i lavoratori – Gkn si salva solo così, cambiando l’esistente, provando a immaginare un futuro diverso per tutte le vertenze nel mondo del lavoro, per i/le precari, per i/le disoccupati, per le scuole e le università.
Allora – ci dicono ancora – quel grido che viene lanciato dalla fabbrica, «Insorgiamo», celebre motto della resistenza fiorentina, deve essere raccolto, allargato, fatto proprio, declinato negli ambiti della vita in cui ci troviamo ad agire, lavorare, studiare. È necessario un’unità di intenti, un fronte unico di classe che comprenda il lavoro, il sistema educativo, la giustizia climatica e sociale, la questione di genere, per opporsi al governo Draghi e alle riforme impopolari che stanno per arrivare. E la via per realizzare questa unità, per gli operai Gkn, è lo sciopero generale e generalizzato.

Una mobilitazione di questa portata nel mondo del lavoro non si vedeva in Italia da tantissimo tempo: Gkn ha da sempre rappresentato una punta avanzata nel mondo del lavoro e le ragioni sono probabilmente da ricercarsi nell’organizzazione politico-sindacale interna della fabbrica che parte da lontano, ben prima della minaccia della chiusura e del licenziamento collettivo. 

L’organizzazione interna dei lavoratori: oltre la rappresentanza sindacale
La fabbrica di Campi Bisenzio è stata l’oggetto di studio per la mia laurea di tesi magistrale in Scienze Politiche e Sociali sui potenziali effetti di Industria 4.0 sul lavoro in fabbrica e su come la rappresentanza sindacale riesce a intervenire tramite la negoziazione. La ricerca si è svolta tra marzo e giugno 2021 con le interviste a due delegati sindacali e la somministrazione ai lavoratori di un questionario costruito sulla base degli elementi emersi dalle interviste. Durante una cena per la cassa del Collettivo di fabbrica a fine 2019, ho intercettato alcuni membri dell’Rsu e del Collettivo: nel tempo ho costruito con loro un rapporto di fiducia partecipando alle loro iniziative di mobilitazione non solo ai cancelli della loro fabbrica, ma anche quando i lavoratori Gkn portavano la loro solidarietà ad altre vertenze, come quella del Si Cobas alla Textprint di Prato. Ciò mi ha permesso di entrare nello stabilimento a più riprese, di osservare da vicino il lavoro in fabbrica, di svolgere le interviste nella saletta sindacale e distribuire i questionari durante le assemblee dei lavoratori su più turni. L’intenzione iniziale non era quella di svolgere un lavoro etnografico o di partecipazione osservante, ma lo è diventata quando l’Rsu e i lavoratori hanno apprezzato il fatto che ero lì a chiedere l’opinione non della parte aziendale ma di chi è stato realmente coinvolto dal fenomeno delle nuove tecnologie in fabbrica e. Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono frutto, dunque, della mia ricerca e del lavoro etnografico svolto.

Lo stabilimento Gkn Driveline di Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, produce semiassi per automobili. Il 90% circa della produzione è destinata al gruppo Stellantis/Fca, in particolare per quanto riguarda la componentistica per le utilitarie come la Panda, i mezzi per la logistica come il Ducato e il settore automobilistico di lusso, come per esempio Maserati, Lamborghini, Ferrari. La filiale fiorentina prima apparteneva alla vecchia Fiat, poi nel 1994 è stata acquistata dalla multinazionale inglese. Nel 2018 il gruppo Gkn Automotive è stato acquistato dal fondo finanziario Melrose. I lavoratori dello stabilimento Gkn hanno ereditato la storia sindacale della Fiat di Novoli (quartiere fiorentino dove era ubicata): la maggioranza di loro, infatti, è iscritta alla Fiom, fatto che si riflette anche sulla Rsu, dove 6 delegati su 7 sono Fiom e fanno parte dell’area di opposizione interna alla Cgil, cioè alla corrente “Sindacato è un’altra cosa”.

L’anno cruciale per una svolta nell’organizzazione interna allo stabilimento di Campi Bisenzio è stato il 2007, quando sul piano sindacale ci fu uno scontro generazionale e politico. La direzione aziendale dell’epoca impose alle organizzazioni sindacali interne un cambio dell’orario di lavoro: gli operai avrebbero lavorato anche il sabato e la domenica con un giorno di riposo durante la settimana a rotazione. Soprattutto i più giovani, che stavano iniziando a comprendere e a masticare le problematiche aziendali, non volevano firmare questo accordo: nacque così una polemica durata mesi, che portò alle dimissioni della vecchia Rsu e all’elezione dei lavoratori più giovani all’interno della rappresentanza sindacale. Venendo da una classica gestione litigiosa tra le sigle sindacali, la nuova Rsu aveva un obiettivo chiaro: per restituire il potere decisionale ai lavoratori, al di là della tessera che si aveva in tasca e delle condizioni di lavoro differenti, bisognava agire compatti e uniti contro l’azienda.
Tra il 2007 e il 2008 ha iniziato a prendere forma quello che poi nel 2018 è stato battezzato come Collettivo di fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze, un organismo che ha la finalità di organizzare i lavoratori per coinvolgerli maggiormente sia nelle decisioni sindacali, sia nelle mobilitazioni e vertenze. Ovviamente, per sua natura, il Collettivo di fabbrica mantiene una certa informalità: ha un’area piuttosto importante di simpatizzanti, ma le persone che vi prendono parte costantemente sono circa una trentina, anche se in alcuni particolari momenti si sono tenute assemblee partecipate da circa un centinaio di lavoratori. Per cercare di ridurre questa fluidità, è stata creata la figura del delegato di raccordo che si pone tra l’assemblea dei lavoratori e la Rsu: attualmente sono 12, vengono nominati dalla Rsu, ratificati dall’assemblea dei lavoratori e riconosciuti dall’azienda tramite accordo interno. In questo modo si è delineata una riarticolazione sindacale ramificata in quasi tutti i reparti dell’azienda, dove i delegati di raccordo coadiuvano i membri della Rsu nell’attività sindacale e nel coinvolgimento di tutti i lavoratori. 

Si è venuta a creare così una struttura partecipativa d’avanguardia, altamente democratica – probabilmente unica nel suo genere – che si rifà all’esperienza dei Consigli di fabbrica degli anni Settanta. Un modo di fare sindacato aperto e orizzontale, in cui le decisioni sono prese dall’assemblea dei lavoratori, che è diametralmente opposto a quello classico che conosciamo dei sindacati, piramidale quando non verticistico.

Sulla base di questa organizzazione, tantissime sono state le conquiste strappate con la mobilitazione dei lavoratori ai tavoli di trattativa: dal mantenimento dell’articolo 18 a livello aziendale, all’argine ai contratti in staff-leasing, al rifiuto del Testo unico sulla rappresentanza, così come del Jobs Act e della riforma Fornero. Ancora, sul tema dell’Industria 4.0, la rappresentanza sindacale ha cercato di regolare gli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo sul lavoro in fabbrica: hanno ottenuto più ore di formazione di quelle previste dal Ccnl metalmeccanici, hanno cercato di legare la formazione a livelli contrattuali più alti, hanno bloccato un sistema di controllo pervasivo della performance del lavoratore, appellandosi all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che Renzi non è riuscito a modificare fino in fondo, hanno cercato di dimostrare all’azienda l’aumento degli scarti che questo nuovo modo di produrre può generare. 

Ed è proprio in questa organizzazione che vanno ricercate le ragioni della forza di questa lotta, a cui anche altre vertenze rivolgono lo sguardo; questo tuttavia non implica che il modello Gkn sia facilmente replicabile in altri posti di lavoro.
Però i lavoratori Gkn qualcosa lo stanno già dimostrando, il loro modello organizzativo è avanguardia operaia e dimostrazione ne è il successo della loro mobilitazione: dalla proposta di legge anti-delocalizzazioni, passando per i progetti che stanno portando avanti con il gruppo di ingegneri ed economisti solidali per un piano di riconversione dello stabilimento, fino alla cura degli impianti dello stabilimento, del presidio permanente, è tutto frutto della loro capacità organizzativa e di mobilitazione sia interna che esterna alla fabbrica. In ogni caso, la vertenza non può restare solo su un piano meramente sindacale: è necessario che venga affiancata da una mobilitazione che raccolga le varie istanze sociali in grado di mettere alle strette il governo e le istituzioni. Solo così Gkn potrebbe non essere una vertenza come le tante, troppe già viste in passato, costellate di tavoli di trattative e promesse puntualmente disattese, ammortizzatori sociali in attesa di una fantomatica riconversione industriale che non arriva mai.

E se ci riusciranno, non saranno più solo una pagina di giornale, ma una nuova pagina di storia del movimento operaio.

Editoriale

Il disegno è di Arpaia

Un periodo di pandemia cambia le regole del gioco rispetto a un periodo in cui la pandemia non c’è. Il cambiamento è così forte che le parole assumono valori diversi: i termini libertà, controllo, autoritarismo, diritti mutano il loro significato perché i rapporti sociali cambiano; le relazioni tra le persone si modificano per la presa d’atto del fenomeno del contagio. Essere liberi di rifiutare un trattamento medico in tempi “normali” non è equivalente alla rivendicazione di arbitrio sul vaccinarsi o meno durante una pandemia. 

La prima misura in assoluto che qualunque governo è tenuto a adottare è quella della dichiarazione o meno dello “stato di pandemia” ed è quella spesso per cui la popolazione percepisce che i rapporti interpersonali possono alterarsi. Se a Venezia – città attrezzata per contrastare le epidemie, la prima a istituire i lazzaretti e a prevedere specifiche autorità sanitarie – la peste fu così micidiale nel 1630, fu dovuto alla dichiarazione di non esistenza del morbo da parte di un consiglio dei medici al quale il Senato diede retta malgrado la gente già morisse con i segni evidenti della peste bubbonica. 

Il Governo e i media mainstream hanno da un lato dato grande visibilità al movimento No Green Pass, favorendone l’adesione da parte dei cittadini, dall’altro lo hanno dipinto con tratti fortemente macchiettistici; spingendo sull’irrazionalità e l’irresponsabilità ne hanno fatto un pericolo pubblico, ottenendo una polarizzazione utile alla gestione del potere. Le differenze territoriali della protesta contro il Green Pass, sotto la forza di rappresentazioni stigmatizzanti, nell’opinione pubblica si sono fissate in unico fronte compatto: il movimento No Green Pass. A sinistra sono state tentate analisi più “distaccate” delle piazze e della loro composizione. In sintesi, però, chi approva le manifestazioni (o chi vi vede una speranza) tende a interpretarle come l’espressione di un accumulo di sofferenze dovute soprattutto alla condizione lavorativa (bassi salari, precariato, intensità delle prestazioni, mancanza di sicurezza, ecc.); chi le disapprova invece tende a valutarle come una pura espressione del cosiddetto movimento no-vax e delle sue paranoie.

Noi vorremmo evitare una presa di partito perché riteniamo che, nella confusione delle lingue ormai dilagante, sia assolutamente indispensabile non perdere d’occhio – e ricordare a tutti e tutte – quelle che sono le “grandi cose da cambiare”, per cui vale la pena lottare proprio oggi, in quanto il Pnrr, con la quantità di risorse di cui dispone, rappresenta forse l’ultima occasione per realizzarle. E sono, a nostro avviso, essenzialmente due: cambiare il modello di sviluppo centrato sul lavoro precario, privo di sicurezza sociale, sulla svalorizzazione delle competenze, sulla gig economy; e cambiare l’organizzazione del sistema sanitario. 

Il tema del lavoro è quello a cui siamo più sensibili, la rivista lo ha dimostrato sin dall’inizio e anche in questo numero vi abbiamo dato centralità: dalle pratiche di lotta maturate in Gkn, al terribile caso di sfruttamento di Grafica Veneta, passando per la logistica fino a una discussione sulla necessità sempre più forte di un salario minimo legale. È infatti necessario che la risvegliata conflittualità di classe degli ultimi anni, che dal settore della logistica si è estesa ad altre componenti del mondo lavorativo e che ormai ha articolato la sua battaglia anche in termini di proposta (per esempio sul mutualismo; o la proposta di legge sulle delocalizzazioni portata avanti dai lavoratori Gkn) non venga sviata dai suoi binari “sindacali” con tutto il loro accumulo di esperienze e di sapere, per correre dietro a neomisticismi di varia natura o ai contorcimenti di nuovi sciamani della geopolitica, rischi sui quali Trieste ci ha detto qualcosa. Certo, il tema del Green Pass introduce aspetti disaggreganti nel martoriato corpo sociale e pone non pochi problemi all’azione sindacale; possiamo sostenere che le piazze contro il Green Pass non siano più recuperabili, che – in altre parole – politicizzarle non basta, che non si può più intervenire per favorire uno sbocco politico che vada oltre la sola protesta.  Risulta  invece più difficile pretendere che anche nei luoghi di lavoro si metta da parte l’argomento per guardare altrove: in diversi contesti infatti si è prodotta una certa conflittualità proprio a partire dal rifiuto del Green Pass. L’intervento politico può anche tracciare delle linee, delimitare un raggio d’azione, fino a qui arrivano i miei, oltre non mi interessa: posso trattare il razzista come un nemico. L’azione sindacale invece deve fare i conti con il fatto che quel lavoratore o lavoratrice, per esempio, è anche razzista. Su questo però il Green Pass ha sollevato spaccature scomode all’interno della classe lavoratrice: che fare quando un gruppo di lavoratrici e lavoratori ti chiedono di intervenire perché rifiutando il vaccino e il tampone non possono più entrare in mensa? O si vedono costretti a casa? Un sindacalista ci diceva: «Sapete, io posso anche pensare che se uno si schianta ubriaco contro un palo sia un idiota, ma se non gli danno la malattia mica posso dirgli “Beh, ti sta bene”». I sindacati confederali hanno deciso di non relazionarsi incisivamente con questa serie di scomodi problemi (o di farlo timidamente, in ordine sparso), in parte per una presa di posizione politica rispetto alla necessità della vaccinazione (il cui obbligo per i lavoratori risale alla prima rivoluzione industriale), e in parte per mantenere un dialogo “responsabile” con il governo d’emergenza. I sindacati di base hanno provato invece a intervenire attraverso posizioni più critiche e radicali, scontrandosi poi con le loro divisioni e contraddizioni interne, venute a galla in occasione dello  sciopero unitario del sindacalismo di base dell’11 ottobre 2021.

Il secondo punto riguarda il sistema sanitario pubblico e al di là di questo la pubblica igiene intesa come insieme di comportamenti collettivi volti alla prevenzione della malattia. Per avviare una riflessione su questo aspetto, oltre ai materiali già pubblicati nei numeri precedenti, riteniamo sia utile ripercorrere l’esperienza di quel movimento di lotta per la salute, che in Italia, dagli anni Settanta in poi, ha prodotto tali e tante esperienze concrete di cui sarebbe follìa non tener conto in un momento come questo. Perché questo movimento ha potuto ottenere tanti risultati positivi? Perché ha ancorato il suo intervento all’organizzazione del lavoro, perché ha tenuto insieme in un legame strettissimo salute e lavoro. L’intervista con Benedetto Terracini, uno dei fondatori di questo movimento, già direttore della rivista Epidemiologia & Prevenzione, è la prima di una serie che intendiamo continuare. 

In questa prospettiva ci sembra che il problema non sia riducibile all’analisi della  decisione di vaccinarsi o meno, ma di interrogarsi  sull’impatto della pandemia sulle disuguaglianze sociali nel lungo termine, su quale sistema e quale organizzazione sanitaria, che tipo di operatori e di presidi sanitari ci vorranno per affrontare una situazione complessa che riguarda pazienti affetti da Covid, pazienti affetti da patologie gravi e tendenzialmente trascurati, persone con obblighi di lavoro, persone con un lavoro precario, mal pagato, oppure senza lavoro.

Finché nelle manifestazioni di protesta si butta dentro solo il disagio collettivo si va alla cieca, se invece vi si inseriscono idee orientate a una direzione politica incisiva, forse qualche risultato si porta a casa e si riesce, dal nostro punto di vista, a cambiare di segno certe pratiche politiche, che oggi sono costrette nel logorante esercizio di distanziarsi da compagni di strada non graditi.

Due libri, un solo autore

Sergio Bologna

I sociologi ci avevano abituato a guardare a fondo la stratificazione sociale, attenti a seguire le complesse frammentazioni e segmentazioni di un tessuto che dall’inizio del postfordismo si è fatto sempre più variegato, facendo saltare completamente la nozione stessa di “classe”. 

Paolo Perulli nel suo libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, pubblicato da Il Mulino nel 2021, imprime una forte sterzata a questa tendenza e riprende a parlare per grandi aggregati, la neoplebe da un lato e la classe creativa dall’altro. Concetti che possono suscitare più di una perplessità ma che in realtà funzionano benissimo nella logica della sua argomentazione, che è tutta rivolta a costruire uno scudo contro il populismo, nemico non solo del confronto globale ma soprattutto del sapere. Il populismo esalta l’ignoranza, per mettere “il popolo esperto” ancora più ai margini di quanto già non lo sia. Quello che Perulli chiama la classe creativa non è tanto una fotocopia dell’idealtipo costruito da Florida quanto l’insieme delle persone che attraverso gli studi hanno acquisito competenze specifiche, specialistiche e che sono sottoposte a un continuo processo di svalorizzazione e delegittimazione – basti pensare a certi nostri dibattiti televisivi sul tema Covid dove vengono messi a confronto illustri scienziati con improbabili personaggi (cantanti, gestori di discoteche, blogger) che si permettono di discettare su virus e vaccini e di contestare i pareri dello scienziato. Se uno segue con un po’ d’attenzione la strategia comunicativa della Lega nota immediatamente come essa sia fondata sulla delegittimazione del sapere in quanto tale.

Perulli ha perfettamente ragione, questo odio per il sapere è gemello dell’odio di razza, per contrastarlo necessariamente occorre alzare lo sguardo sul mondo, perché il sapere, la conoscenza o sono universali e universalistici o non esistono. Il punto però è: riesce la classe “esperta” a recuperare la neoplebe quando non è riuscita nemmeno a difendere il proprio potere? Si ripete fino alla noia che viviamo in una knowledge society ma il lavoro intellettuale, tecnico-scientifico, non ha nessun potere reale in questa società. Il pensiero intellettuale questa situazione umiliante se l’è cercata. È da quando ha cominciato ad espellere il pensiero critico dal suo perimetro che non ha fatto altro che perdere terreno. «Il pensiero critico oggi è in un angolo», scrive Perulli a pagina 68:

L’idea che “non c’è alternativa” al mondo attuale è stata propagandata e diffusa al punto da diventare un luogo comune. Anche il pensiero progressista fa parte di questa resa al dato di fatto: globalizzazione inevitabile, mercato intoccabile. Il pensiero critico è invece essenziale per indicare vie nuove alla società, e impedire la distruzione della ragione nelle forme che oggi assumono l’anomia dei mercati e il caos planetario. 

D’accordo, ma come si rimette in moto un pensiero critico? Risposta facile: con l’azione collettiva. E qui Perulli ricorda come il concetto di azione collettiva sia stato completamente stravolto dalle teorie olsoniane che hanno ridotto l’azione collettiva a un fenomeno puramente economico, di difesa corporativa degli interessi. Il pensiero critico rinasce quando «movimenti di protesta e saperi specializzati, domanda di cambiamento e soluzioni tecnico-scientifiche all’altezza dell’epoca» si incontrano. C’è però da fare un passaggio molto difficile ed è quello di recuperare una dimensione locale, come dimensione di specificità e concretezza, per evitare che il globale diventi solo lo spazio della delocalizzazione ovvero del non rispetto delle regole e in primo luogo dei diritti umani. Il ragionamento di Perulli non è diverso da chi ha concepito quella Legge sulle catene di fornitura (LsKG) che il Parlamento tedesco ha appena approvato e che accolla all’impresa committente o capofila la responsabilità del rispetto delle regole in tutta la catena di appalti e subappalti (per cui un lavoro minorile utilizzato in Perù nella prima lavorazione del litio destinato alle batterie in uso dalle auto elettriche Volkswagen può essere portato in una causa civile davanti a una corte tedesca). Pensata come strumento per incoraggiare il re-shoring questa norma entrerà in vigore solo nel 2023. Avrà effetto? Forse in termini di “accorciamento” delle catene di fornitura ne avrà di più l’aumento dei costi di trasporto. La re-internalizzazione è un aspetto limitato, si dirà, oggi le dimensioni del cambiamento sono enormemente più vaste, a cominciare dalla transizione energetica, sulla quale Perulli chiude il suo scritto in termini di speranza. A me sembra che il problema sia lo stesso. Non si tratta di capire qual è la via maestra perché possa esserci un “ritorno alla ragione”, si tratta di capire se le misure che vengono prese in funzione di “rimediare” alcuni guasti che minacciano la sopravvivenza della specie contengono o meno in sé degli elementi che possano far finire la storia in maniera diversa dalla semplice restaurazione degli attuali assetti di potere. È chiaro che la transizione energetica è prima di tutto un colossale business ma per farla marciare il capitalismo ha bisogno di rilegittimare certi valori che l’umanità può prendere in mano e rivoltarglieli contro. Allo stesso modo non si possono evocare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici pensando di farla franca, coniugando greenwashing con socialwashing. Perulli nelle ultime pagine dà per scontato che «la svolta valoriale» sia già avvenuta, anche nelle convenzioni internazionali (del trade, per esempio). Pur essendo meno ottimisti di lui non possiamo nasconderci che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi non può essere liquidato come il solito trasformismo capitalista, qui si apre un nuovo terreno di gioco, in questa scommessa il capitalismo accetta una piccola dose di rischio. Proprio per questo il populismo e l’estremismo di destra gli servono, sono un’assicurazione contro quel rischio.

Nelle ultime pagine del libro, parlando di distruzione della razionalità, Perulli accenna al problema della finanziarizzazione dell’economia e dell’indebitamento, temi ai quali ha dedicato un lavoro più impegnativo di quello che abbiamo appena segnalato: Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, pubblicato da La nave di Teseo nel 2020. Le prime cento pagine del libro sono dedicate a una rassegna delle principali teorie sulla crisi del capitalismo e sulla formazione di quell’ideologia del successo imprenditoriale che ha acquistato le caratteristiche di una vera e propria «religione sociale», cioè di una credenza, di una fiducia illimitata in un sistema che si pensa infallibile. Le due teorie, quella dell’inevitabile crollo e quella della «non pensabilità» di un crollo sono cresciute assieme. È curioso per esempio, come annota Perulli, che la teoria dell’etica protestante di Weber ai giorni nostri si sia trasformata in credenza, per cui al progredire del pensiero unico neoliberale, ha corrisposto un revival della chiesa evangelica non solo negli Stati Uniti ma soprattutto in Cina dove i protestanti sono ormai ottanta milioni. Uno dei punti di riferimento in questa rassegna non può che essere Karl Polany e la sua idea del denaro come istituzione. La finanza è un’istituzione sui generis perché a differenza dello Stato non si regge su un sistema di leggi, non dispone di una costituzione, bensì di costumi, di pratiche e proprio per questo è al tempo stesso inafferrabile e non regolabile, dunque più forte dello Stato. Lo Stato non è in grado di tenerla sotto controllo, specialmente oggi che la massa di capitali della finanza mondiale supera largamente il Pil mondiale. La finanza non solo non è riconducibile a un controllo da parte degli Stati ma essa stessa controlla gli Stati con il meccanismo dell’indebitamento.

Il problema del debito sovrano oggi, con il cosiddetto Recovery plan, ritorna in primo piano, lo Stato italiano sotto la guida di un ex banchiere centrale si sta accollando altri cento miliardi di debito, mentre – Perulli lo ricorda nell’altro libro – «in pochi anni la percentuale di mutui e debiti finanziari delle famiglie italiane incide per il 90% del reddito disponibile». Il debito ormai è incistato nella vita quotidiana degli individui tanto da dar luogo a una vera e propria antropologia dell’«uomo indebitato», per dirla con Lazzarato, che riprende alcune delle acutissime riflessioni di Benjamin sul rapporto tra “debito” e “colpa” (Schuld in tedesco per l’uno e per l’altra). 

Perulli prosegue il suo ragionamento analizzando le tre crisi del 1929, del 1973 e del 2008, dicendosi convinto che «la prossima crisi sarà una crisi da debito privato, come e più di quella precedente e altrettanto sarà una crisi da sregolazione». Dopo l’ultima crisi, quella del 2008, nessuno strumento è stato messo in atto dalle istituzioni internazionali per evitare che essa possa ripetersi. Può riscoppiare da un momento all’altro a seguito dell’incredibile rialzo dei titoli dopo il Covid oppure a causa delle criptovalute oppure per colpa degli investitori freelance o per altro ancora. «Ma quello che non è stato previsto è il sommarsi di crisi finanziaria del debito e di catastrofe ambientale, qualcosa che non è ancora mai avvenuto e rispetto a cui il mondo è immobile, totalmente impreparato». In realtà a ben vedere il concetto di crisi associato a quello di crack finanziario è un concetto puerile, la crisi è la normalità, quella per cui ai resti del vecchio contratto sociale non si è sostituita nessuna nuova forma di contratto e la finanza può continuare il suo percorso nella più totale imperscrutabilità, «i dati relativi alle banche, in particolare le banche d’affari e d’investimento, e l’intera attività di erogazione e di emissione sono avvolti da un’impenetrabile cortina informativa». Lo stesso senso di completa perdita di controllo e d’orientamento ci viene dal mondo virtuale del web, dove sembra che ci sia stata concessa la connettività totale in cambio di una perdita completa dell’autonomia. Forse una via d’uscita non esiste ma almeno si può provare a praticare strategie di resistenza («puntare a beni open source, open access, servizi sanitari e sociali gratuiti e universali, beni comuni verso cui si orienterà la società di domani»). Dopo aver dedicato un capitolo a una rassegna di autori che hanno tentato di «riformare il capitalismo» fino ad arrivare alla forma moderna di «socialismo di mercato» che in Cina riproduce tutte le contraddizioni del capitalismo neoliberale (ivi compreso l’insostenibile indebitamento delle famiglie), Perulli prova a individuare quelle che sono le possibili «linee di frattura», la prima è tra «economia ed ecologia», la seconda è tra «flussi e insediamenti, tra migrazioni e habitat», la terza è tra «divisione del lavoro e bisogni sociali», la quarta tra «competizione e sopravvivenza», la quinta è tra economia e politica, tra «irresponsabilità economica e responsabilità ecumenica». Che cosa sono queste linee di frattura? Sono le faglie dove la società capitalistica entra in contraddizione con se stessa, ammette di aver creato meccanismi autodistruttivi. In effetti ci sono parecchi segnali in questo senso, il capitalismo è entrato in una fase in cui «cerca di rimediare»: la transizione energetica è l’esempio più eclatante soprattutto se la si considera in tutti i suoi aspetti, non ultimo quello finanziario degli Esg principles (environment, social, governance).

Credo che i meriti principali dei due testi di Paolo Perulli siano questi: da un lato di averci fornito una rivisitazione originale della letteratura che problematizza la società del capitale, dall’altro di aver colto un passaggio d’epoca: il capitalismo, incapace di riforma, cerca il rimedio e questo cambiamento di rotta non è una pagliacciata, va preso sul serio, è un nuovo terreno di gioco. Lui conclude dicendo «stavolta il capitalismo non ce la farà, stavolta le forze distruttive che ha messo in moto avranno la meglio sulla sua capacità di trasformismo, la faglia si sta staccando». Vedremo se la sua profezia si avvererà o meno, quello che ci hanno fatto capire i suoi testi è che siamo entrati in una fase dove l’apocalittico non appartiene più alla sfera del pensiero metaforico, ma alla sfera del quotidiano.

Bibliografia

P. Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, Milano 2020.

P. Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, il Mulino, Bologna 2021.

La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso

di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante

Un anno in cui le lotte non si sono fermate

Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi. 

Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali. 

Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia. 

Ai rider, prevede l’accordo, si applicherà il Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto il 31 dicembre 2019, e il cui rinnovo rivela un percorso difficile. A tal proposito SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale il 23 ottobre, riprendendo la mobilitazione per il rinnovo del contratto nazionale. «Nella logistica abbiamo lavorato, portandoci il contagio a casa in moltissimi magazzini, senza alcun riconoscimento a tutela del salario» si legge in una nota. Il sindacato di base rivendica tra le altre cose la partecipazione alla trattativa per il rinnovo del contratto, la clausola di salvaguardia anche per il personale viaggiante, il superamento definitivo del socio lavoratore nelle cooperative, l’estensione degli aspetti migliorativi ottenuti in alcune società all’intero comparto e gli aumenti salariali. Un altro sciopero nazionale viene proclamato il 18 dicembre. L’adesione è tra le più alte dall’inizio della pandemia. 

Un mese dopo, FedEx presenta il conto dell’assorbimento di Tnt: più di seimila posti di lavoro in meno in Europa. Si fermano le piattaforme FedEx-Tnt di Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli, per uno sciopero di due giorni dei lavoratori dell’intera filiera iniziato la notte del 18 gennaio 2021. Proteste anche a Liegi, in Belgio.

La mattina del 21 gennaio 2021 si svolge il primo incontro nazionale tra sindacati confederali e Amazon logistica Italia, assistita da Conftrasporto, per discutere delle questioni relative all’intera filiera logistica gestita dal colosso del commercio elettronico. Il 26 gennaio Giuseppe Conte rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato e si aprono le consultazioni.

Il 29 gennaio la filiera logistica subisce disagi e ritardi a causa dello sciopero generale nazionale proclamato dal SiCobas. Nello stesso giorno si svolge il secondo incontro a livello nazionale tra Amazon logistica Italia e i sindacati confederali. 

La tensione aumenta a Piacenza nei primi giorni di febbraio. Nel corso dello sciopero, dopo cinque giorni di picchetto la polizia lancia lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il presidio fuori dal magazzino di Piacenza allo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali. 

Pochi giorni dopo l’annuncio del piano di ristrutturazione europeo, FedEx illustra alle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl l’intenzione di voler tagliare in Italia almeno duecento posti di lavoro. La mobilitazione del SiCobas prosegue, in particolar modo a Piacenza e a Peschiera Borromeo. Il 9 febbraio i rappresentanti del SiCobas raggiungono un accordo con FedEx alla prefettura di Piacenza. Secondo fonti sindacali, la vertenza è costata a FedEx sette milioni in una settimana. L’accordo prevede il riconoscimento di una tantum di duecento euro, cui si aggiungono un buono pasto di sette euro e la disponibilità ad aprire una trattativa su malattia e infortunio. Durante i picchetti davanti all’ingresso della piattaforma avviene una contrapposizione tra facchini mobilitati dal SiCobas e autisti di una cooperativa mobilitati dalla Filt Cgil e dall’Ugl. 

Il 13 febbraio si insedia il governo Draghi: a sostenerlo ci sono Lega, Pd e M5s, oltre a Forza Italia, Italia viva e altre forze di centro. LeU si spacca e la sua delegazione al Senato entra nella nuova maggioranza. Nei giorni immediatamente successivi, a metà febbraio scioperano gli autisti che lavorano per cinque imprese di autotrasporto nella piattaforma Amazon di Vigonza, provincia di Padova. Indetto dalla Filt-Cgil contro i ritmi di lavoro intollerabili, lo sciopero dura per l’intero turno della distribuzione. Il volantino di rivendicazione titola: «Basta Ammazzarci!».

Verso la fine di febbraio i sindacati confederali organizzano uno sciopero degli autisti delle imprese di autotrasporto che lavorano per le piattaforme Amazon di Brandizzo, in provincia di Torino, e di Pisa. L’algoritmo che governa gli autisti li costringerebbe a compiere centoquaranta consegne all’ora. Oltre al problema del lavoro a chiamata per i driver, a Pisa i sindacati denunciano carichi di lavoro insostenibili, fino a duecento pacchi in dieci ore.

Nella tarda serata del 24 febbraio, i sindacati confederali firmano con le associazioni datoriali il rinnovo del Contratto nazionale dei lavoratori portuali. Una sfera di applicazione che interessa circa ventimila persone. Quasi contemporaneamente, i sindacati interrompono le trattative per il rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto nel dicembre 2019. «Chiediamo l’immediato ritiro delle pretestuose e inaccettabili richieste delle parti datoriali e qualora l’atteggiamento non venisse modificato saremo costretti a mettere in campo ogni azione utile affinché si proceda al rinnovo del contratto scaduto.» Le associazioni datoriali richiedono la revisione dell’articolo 42 del contratto collettivo nazionale sulla clausola sociale, la riduzione del trattamento economico di malattia, l’ampliamento del lavoro a chiamata, interventi sul regolamento relativo al diritto di sciopero ecc. 

Il mese di marzo inizia con uno sciopero di ventiquattro ore al porto di Genova, dopo la lettera di diffida nei confronti della compagnia portuale Culmv che i terminalisti aderenti a Confindustria hanno presentato all’Autorità portuale. 

Mentre a Roma le trattative stagnano, Piacenza torna a essere l’epicentro del conflitto. La mattina del 10 marzo la polizia esegue perquisizioni nelle abitazioni di ventuno lavoratori e arresta i due coordinatori provinciali del SiCobas con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesione personale aggravata e violenza privata. La polizia notifica anche sanzioni per violazioni della normativa anti Covid-19 per un totale di circa tredicimila euro e avvia cinque procedimenti per revoca del permesso di soggiorno. Le accuse risalgono allo sciopero contro la FedEx-Tnt tra gennaio e febbraio 2021 nella piattaforma di Piacenza. Lo stesso giorno la procuratrice capo di Piacenza Pradella, dichiara in conferenza stampa, affiancata dal questore e del dirigente locale della Digos: 

Siamo di fronte a condotte particolarmente violente che avevano un trend di pericolosità in crescita, quindi è stato opportuno l’intervento delle forze dell’ordine e anche la risposta sul fronte giudiziario a fronte di comportamenti violenti e privi di ogni valenza sindacale. Tanto è vero che i sindacati che hanno sempre mantenuto un dialogo aperto e leale con la Tnt, come la Cisl, hanno con forza stigmatizzato il comportamento di questi soggetti. 

In pochi condannano questa ingerenza della Procura nell’esercizio delle libertà sindacali. Nel frattempo Fedex-Tnt si prepara a sconfessare l’accordo siglato pochi giorni prima in prefettura e a chiudere l’hub piacentino, che si era “lealmente” impegnata a preservare. Lo stesso giorno i sindacati confederali proclamano uno sciopero nazionale di ventiquattro ore per il 22 marzo 2021 contro Amazon, coinvolgendo per la prima volta tutti i lavoratori della filiera distributiva del colosso americano, comprese tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon logistica e Amazon transport. 

SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale del trasporto e della logistica per il 26 marzo. Alla base della protesta, la richiesta di partecipare con una propria piattaforma al rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. 

I sindacati confederali proclamano lo sciopero nazionale di ventiquattr’ore della logistica per il 29 marzo 2021. «Le associazioni datoriali hanno insistito nel presentare richieste non solo irricevibili ma addirittura mortificanti nei confronti di un mondo del lavoro che tanto ha dato in questi tempi duri di pandemia». La trattativa sul rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione è ancora in stallo. 

In un comunicato FedEx illustra la riorganizzazione della rete italiana, annunciando la chiusura dell’hub di Piacenza. I sindacati di base SiCobas e AdlCobas rilanciano la mobilitazione contro la multinazionale, dopo il lungo sciopero tra gennaio e febbraio 2021, la carica della polizia, e l’accordo in cui FedEx assicurava la salvaguardia dell’occupazione. Il 26 marzo, intanto, il Tribunale del Riesame di Bologna revoca le misure restrittive nei confronti dei due sindacalisti del SiCobas piacentino. 

Dopo l’annuncio della chiusura della piattaforma FedEx di Piacenza, il sindacato di base SiCobas in un incontro alla prefettura ricorda alla controparte l’impegno preso nell’accordo siglato a febbraio scorso. La mobilitazione riprende forma. Ondivago l’atteggiamento dei sindacati confederali. Il SiCobas il 1° aprile proclama uno sciopero nelle piattaforme di San Giuliano Milanese e Parma, con picchetti ai cancelli. La protesta prosegue con la formula dello sciopero a scacchiera. Il 3 aprile si fermano gli impianti di Bologna e di Peschiera Borromeo, poi a Teverola (Napoli) e Fiano Romano (Roma). 

Cresce la tensione tra SiCobas e Filt Cgil, tanto che il SiCobas di Piacenza annuncia una manifestazione davanti alla Camera del lavoro per il 12 aprile. I due schieramenti si fronteggiano davanti alla Camera del lavoro, separati da un cordone di polizia. 

Il prefetto di Piacenza chiede l’istituzione di un tavolo interministeriale sulla vicenda FedEx, che a marzo ha annunciato la chiusura della piattaforma logistica di Piacenza. La decisione della chiusura è irrevocabile. FedEx annuncia un nuovo piano di assunzioni, con l’internalizzazione di 800 lavoratori, di cui 200 nella regione. Non c’è possibilità di ricollocare i 280 lavoratori della piattaforma di Piacenza. Lo sciopero a scacchiera proclamato dal SiCobas contro il piano di ristrutturazione e la chiusura di Piacenza prosegue.

A Padova e Bologna la Filt Cgil firma un accordo con FedEx-Tnt per l’internalizzazione della manodopera. I sindacati di base contestano questi accordi. il 26 aprile il Si Cobas convoca a Bologna un presidio davanti alla Camera del Lavoro. 

Mentre in Italia la stagione delle lotte nella logistica continua, in Germania, malgrado la feroce opposizione delle organizzazioni imprenditoriali, il Parlamento approva il Lieferkettengesetz (“legge sulle catene di fornitura”) che ritiene responsabile l’azienda committente o capofila per qualunque violazione dei diritti umani che possa essere commessa da una delle aziende coinvolte nella filiera di fornitura.

Note a margine del conflitto 

Le contraddizioni che attraversano il settore, tuttavia, rimangono irrisolte. Proviamo ad analizzarle qui, come esito di un dialogo costante e di una riflessione in corso tra gli autori di questi appunti.

Le cronache degli avvenimenti sopra accennati hanno in comune l’appartenenza a ciò che viene convenzionalmente chiamato “logistica”, un comparto destinato alla spedizione e consegna di merci, nonché al loro relativo stoccaggio e manipolazione. La centralità acquisita della logistica è tale che ormai essa è diventata la lente con cui guardare all’intero mondo della produzione, ancor di più in tempo di pandemia. Noi preferiamo guardare la logistica come se fosse un gioco a incastro da montare e smontare, da assemblare e da decifrare con lenti che vanno aggiornate costantemente per poter leggere certi fenomeni eterogenei e in rapida evoluzione. 

Siamo di fronte a dimensioni che appaiono solo apparentemente separate, legate tra loro da molti vasi comunicanti e accomunate da fenomeni come l’internazionalizzazione, la concentrazione del capitale e la conseguente riorganizzazione produttiva. Qualche esempio a nostro avviso emblematico: la concentrazione dei vettori di trasporto navale e le relative pressioni sempre più insostenibili sui terminalisti e sul lavoro portuale (e retroportuale). L’oligopolio nella corrieristica, con pochi grandi vettori in America ed Europa (Ups, FedEx, Dhl, Gls, Depo), che hanno poi cominciato a confrontarsi con il crescente peso dell’aspirante monopolista del commercio online.

Se dalla parte del capitale internazionalizzazione vuol dire concentrazione, dalla parte del lavoro vuol dire estrema frammentazione. Troviamo la frammentazione del lavoro sul ciglio banchina dei porti, nei magazzini tra i facchini di movimentazione, tra gli autisti di consegna, tra i camionisti. 

Nella tradizione delle relazioni industriali, è la contrattazione il luogo di ricomposizione. Il Contratto collettivo nazionale dei porti è stato rinnovato di recente dopo un periodo di trattative estenuanti, mentre quello Logistica, trasporto merci e spedizione è in fase di stallo da tempo. Finora l’occasione del rinnovo contrattuale non è stata interpretata dai sindacati in una modalità “ambiziosa” di filiera, eppure il clima creato dalle mobilitazioni in corso aprirebbe opportunità a questa linea per imporsi. Senza il clima politico creato dalle mobilitazioni dei collettivi dei rider non si sarebbe mai giunti alla sentenza del Tribunale di Milano; senza il movimento dei facchini animato dal sindacalismo di base non si sarebbe mai giunti agli accordi migliorativi. Modalità di partecipazione e delega, pratiche, strutture organizzative, composizione degli iscritti: questi soggetti collettivi portano avanti da tempo strategie sindacali e di mobilitazione alternative a quelle dei sindacati titolari della contrattazione collettiva nazionale. Sarebbe opportuno iniziare a prendere seriamente in considerazione il contributo portato da queste esperienze sindacali in termini di conflitto, negoziazione e miglioramento delle condizioni di lavoro. 

È invece nella vicenda Amazon che il sindacalismo confederale tenta di assorbire l’esempio di quanto successo negli anni scorsi nella corrieristica, mettendo in campo un approccio “di filiera”. Tuttavia, per quanto ambiziosa e avanzata rispetto alle parallele esperienze europee (si vedano le difficoltà del sindacato tedesco Ver.Di), questa strategia mostra i suoi limiti, sia teorici che pratici. Il sindacato confederale, infatti, ma in realtà principalmente la Cgil, punta a una contrattazione di secondo livello che abbracci non solo i magazzinieri ma anche i driver. Il problema è che le filiere Amazon e di FedEx, così come quelle di Ups, Brt e Sda non sono isolate l’una dall’altra. Eppure, al momento sono in corso due lotte parallele che non convergono: quella in Amazon, che a tre mesi dagli scioperi sembra tornata dormiente, e quella in FedEx, che invece non cessa di inasprirsi. Lo sciopero “di filiera” di Amazon promosso dai confederali è sicuramente un avanzamento, un salto di qualità necessario per pretendere un’interlocuzione con la multinazionale di Seattle. E finora i sindacati italiani, diversamente dai colleghi tedeschi o francesi, sono stati gli unici a teorizzare e a mettere in pratica un approccio di filiera. Ma il perimetro indicato da quello sciopero è in realtà solo la punta dell’iceberg. Non esiste infatti solo la filiera diretta Amazon (grandi hub, come quelli di Piacenza, Rieti e Torino; centri di smistamento, come quello di Piacenza; delivery station, che al momento sono almeno venticinque; stazioni dell’ultimo miglio da dove partono i driver esternalizzati). Questa è la rete di ultima generazione che Amazon ha costruito solo a partire dal 2017. Parallelamente, Amazon si è sempre appoggiata alle reti dei grandi corrieri (Ups, Bartolini, Sda e FedEx-Tnt) che svolgono un numero imprecisato ma rilevante di consegne, e per finire alla rete di Poste italiane – che nel 2019 ha chiuso un accordo con i sindacati confederali per ristrutturare la propria rete e adattarla alle esigenze dell’e-commerce. L’accordo di Poste italiane implica l’aumento dei ritmi di lavoro e l’allungamento della giornata lavorativa. A questo si aggiunge un’ulteriore compressione dell’organico. In effetti, a fronte di quindicimila uscite volontarie o incentivate, si prevedono seimila assunzioni, ma queste unità non corrispondono a un aumento dell’occupazione: saranno in gran parte forme di stabilizzazione da tempo determinato a indeterminato o semplici trasformazioni orarie da tempo parziale a tempo pieno. Se i picchi di lavoro lo richiederanno, inoltre, Poste si rivolgerà alle agenzie di somministrazione. 

Nel gergo del settore questo ricorso alle reti postali da parte delle aziende di e-commerce viene chiamato “Postal injection” ed è una strategia utilizzata da Amazon per ampliare la propria rete anche alle zone più remote, che sono servite solo dalla rete pubblica dei servizi nazionali di posta, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Ma dall’alto della sua posizione monopolistica/monopsonistica Amazon può imporre le sue condizioni. Questa posizione di vantaggio cresce dal momento in cui l’azienda di Seattle punta a completare la sua rete estendendola all’ultimo miglio. A questo punto Amazon è allo stesso tempo maggior cliente e concorrente dei gruppi di corrieristica. L’impatto sulle condizioni di lavoro è al ribasso, perché Amazon fa dumping: trascina in giù i costi (e quindi il valore del lavoro) dell’insieme del settore delle consegne, come nel caso di Poste italiane.

Da un lato le grandi aziende di corrieristica, nonché Poste italiane, si ritrovano a essere fornitori di Amazon. Ma dall’altro Amazon ha anche la sua rete: l’azienda di Seattle ha scelto di internalizzare una parte delle consegne di ultimo miglio esattamente sulla considerazione che i costi di questo servizio dai corrieri non erano comprimibili all’infinito attraverso il sistema di appalti (di qui la scelta di un modello alternativo alle cooperative: quello delle agenzie interinali, dalla funzione disciplinante ancora più insidiosa rispetto alle cooperative). 

Da questa prospettiva, concentrare gli sforzi su Amazon per migliorare le condizioni di lavoro nella sua rete rischia di essere velleitario se nel frattempo si firmano accordi che deteriorano le condizioni di lavoro nel resto del settore. Inoltre, organizzare uno sciopero di filiera in Amazon (il 22 marzo) e una settimana dopo lo sciopero nazionale di settore (il 29 marzo) è una scelta difficile da comprendere se l’obiettivo è la ricomposizione e non il micro-corporativismo. Separando di fatto le lotte dei driver e dei magazzinieri Amazon da quelle più generali per il rinnovo del contratto della logistica, rende anche la vita più facile ad Amazon dal punto di vista organizzativo: è abbastanza evidente che con un preavviso di 12 giorni l’azienda abbia potuto dirottare gli ordini sui corrieri, così riducendo l’impatto dello sciopero del 22 marzo sulle consegne. 

L’obiettivo dello sciopero del 22 marzo è stato quello di riaprire la trattativa con l’azienda, e i sindacati hanno avuto soddisfazione: il tavolo, convocato dal ministro del Lavoro Orlando, è stato riaperto, ma i tempi sembrano essere lunghi e i contenuti incerti. Uno dei nodi cruciali su cui è maturato lo stallo nelle trattative è stata la condizione dei driver, sui quali Amazon ha un potere di controllo diretto attraverso i software di gestione e il potere di mercato (è Amazon che stabilisce le rotte, è Amazon che stabilisce standard e ritmi), ma verso i quali rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità negoziale, trattandosi di lavoratori in appalto. Il tavolo ministeriale si aggiornerà nei prossimi mesi, e nel frattempo delegazioni sindacali e aziendali sono invitate a trovare un compromesso. Ma intanto Amazon prosegue nella sua espansione e soprattutto nella strategia di “uberizzazione”: stop ai driver con contratti di lavoro dipendenti e via libera a driver reclutati come lavoratori autonomi, ma sempre eterodiretti via algoritmo. Di fronte alla velocità con cui Amazon ristruttura permanentemente la propria filiera, le organizzazioni dei lavoratori possono permettersi di attendere? Più in generale, la proposta dei sindacati confederali di una piattaforma contrattuale di secondo livello per tutta la filiera logistica targata Amazon (che non include i più di mille operatori del call center Amazon di Cagliari) lascia intravedere la volontà di negoziare con l’azienda parte del surplus da monopolio di Amazon, che andrebbe condivisa con i dipendenti, rischiando però di creare una sorta di aristocrazia operaia protetta dal monopolio e isolata rispetto al resto. 

Anche il sindacalismo di base si ritrova ad affrontare la questione delle alleanze e della ricomposizione. Una strategia di allargamento che forse poteva essere già messa in atto il mese scorso, durante lo sciopero Amazon. La questione non è tanto quella di aderire allo sciopero nella rete Amazon, dove il sindacato di base non ha una presenza significativa. Durante lo sciopero del Black friday del 2017 al magazzino Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) il SiCobas, che è il principale sindacato nei magazzini della provincia (da Tnt a Leroy-Merlin, da Gls a Geodis) ha portato una sua corposa delegazione, che però è rimasta isolata dagli scioperanti di Amazon. Al contrario sarebbe forse più efficace portare in sciopero i lavoratori delle grandi aziende di corrieristica che consegnavano i pacchi per conto di Amazon, e in cui il sindacato di base ha una presenza maggioritaria. A distanza di cinque anni il sindacato di base non è riuscito a espugnare il fortino Amazon, malgrado il suo fantasma si aggiri nei suoi magazzini, ma la sua presenza nel resto del settore si è consolidata. Così il 22 marzo scorso avrebbe comunque potuto aderire allo sciopero dei confederali mobilitando i lavoratori di aziende come FedEx-Tnt, Gls, Brt o Sda, che movimentano una parte importante dei volumi di Amazon. Aprire un fronte nella filiera allargata potrebbe avere una portata politico-strategica di rottura: il sindacato di base potrebbe rendere più efficace lo sciopero in Amazon (che il 22 marzo ha con ogni probabilità dirottato parte dei volumi nella rete di queste aziende partner), mostrare la reale ampiezza della filiera Amazon allargata, contribuire alla sua ricomposizione e così posizionarsi all’avanguardia del movimento nella logistica. Questa occasione non è stata colta e il rischio ora è di scontare questo isolamento sul fronte della vertenza FedEx-Tnt. 

Dalla nostra prospettiva appaiono particolarmente problematici gli accordi stipulati in FedEx che da un lato prevedono l’internalizzazione dei dipendenti delle cooperative ma che dall’altro mettono in difficoltà il sindacato di base e con esso anni di lotte e di conquiste sociali. Tutto questo come se il sindacato di base e le sue pratiche di lotta, che si sono rivelate non solo efficaci ma anche in vari casi riconosciute come legittime dalla giurisprudenza, sorgessero dalla cospirazione di qualche militante di base o dall’indisciplina dei facchini immigrati, e non da un problema strutturale di rappresentanza del sindacato confederale alla periferia del mercato del lavoro. 

È banale ma forse necessario ricordarlo: se il sindacalismo alternativo si è imposto in un settore cruciale come quello della logistica è perché la politica concertativa dei sindacati confederali aveva lasciato uno spazio vuoto, in un assetto che ingabbia il conflitto e non riesce a contrastare precarietà e svalutazione salariale. Nella logistica questo assetto è saltato e non potrà essere ripristinato, se non al prezzo di licenziamenti di massa e repressione poliziesca. Il piano di FedEx è quello di liberarsi del sindacato di base e dei suoi lavoratori iscritti, di abrogare gli accordi migliorativi che il sindacato di base ha strappato in dieci anni di lotte; infine, di superare il sistema di appalti alle cooperative e internalizzare circa metà della manodopera, abbandonando il resto alle agenzie interinali. 

Il modello all’orizzonte è quindi quello di Amazon (un nucleo di manodopera stabile e un esercito di riserva a chiamata, condannato a precarietà e subordinazione e disciplinato dalla possibilità di un lavoro stabile in un’azienda monopolistica) che, a dieci anni dal suo arrivo in Italia, sembra poter indurre gli attori a ridisegnare a sua immagine l’intero comparto. Le altre aziende stanno alla finestra: se il piano di FedEx passa, non è detto che le altre non seguiranno. I costi sociali di questa battaglia saranno altissimi: migliaia di lavoratori verranno licenziati e i rimanenti dovranno accettare condizioni di lavoro peggiori delle attuali. Il rischio di questa strategia è quello di avere non solo costi sociali elevati ma anche effetti paradossali: da un lato il sindacato confederale lotta in Amazon contro il suo modello, e dall’altro promuove la sua estensione in FedEx e, in prospettiva, nel resto del settore. 

Proprio nel resto del settore procedono le trattative per il rinnovo del contratto nazionale e anche i settori di base del sindacato confederale (in particolare nella filiera Ups lombarda) stanno esprimendo insoddisfazione per il modo in cui i vertici stanno conducendo i negoziati. Le prospettive per una ricomposizione dal basso potrebbero quindi allargarsi.

D’altro canto il sindacalismo di base in un solo settore (qualunque esso sia) rischia di rivelarsi insufficiente a rendere durature ed espansive le conquiste ottenute. Se il pendolo continuerà a oscillare tra tentazioni di autosufficienza e progetti effimeri di restaurare una strategia sindacale riformista in assenza di riformismo, la ricomposizione resta lontana e l’azione sindacale rischierà di ritrovarsi in un’impasse, a scapito dei lavoratori. 

Post Scriptum

A un anno e mezzo dalla scadenza, il 18 maggio 2021 i sindacati confederali e ventitré associazioni datoriali hanno firmato la parte economica del rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. L’accordo, per volontà di entrambe le parti, ha riguardato solo la parte economica. Voci insistenti parlavano del tentativo, da parte padronale, di provare a fare entrare l’intero settore del trasporto merci su strada all’interno dei servizi pubblici essenziali regolati dalla L. 146, ai fini del contenimento delle mobilitazioni che si sono concentrate nel settore. L’accordo economico prevede 230€ (all’incirca 10€ al mese netti) di una tantum, da corrispondere in tre rate, per colmare la vacanza contrattuale. L’aumento contrattuale sarà poco meno di 90€ lordi per un V livello (quello più comune nella movimentazione merci), poco più di 100€ per i livelli che prevedono le mansioni di personale viaggiante. A queste soglie di aumento ci si arriverà però solo per gradi dilazionati, l’ultimo scaglione di aumento è previsto solo nel 2024. Il rinnovo è giunto ad articolo già steso e non c’è la possibilità di soffermarci adeguatamente, come faremo in seguito, sul dibattito generato dalle assemblee di ratifica dell’accordo. È una chiusura di contratto che viene dopo quella del dicembre 2017, che era superiore di 70€ nell’una tantum, e di almeno una decina di euro nei minimi tabellari. Va detto che le cifre di aumento non sono insostenibili, dato che il trasporto merci (nello specifico il settore poste e corrieri) secondo le analisi sul fatturato dei servizi è l’unico settore (insieme all’It) che è continuato a crescere nel 2020.

Un aggiornamento ulteriore arriva ancora dalla Procura di Milano, dove i pubblici ministeri Giovanna Cavalleri e Paolo Storari hanno disposto un sequestro preventivo di venti milioni nei confronti di Dhl supply chain nell’ambito di un’indagine su frodi fiscali attuate da un consorzio e ventitré cooperative che hanno lavorato per la multinazionale tedesca. Il sequestro è avvenuto il 7 giugno ed è stato convalidato dal Gip il 21 giugno. Secondo gli inquirenti, la Dhl avrebbe usato i servizi di un consorzio di cooperative come schermo per evitare assunzioni o contratti di somministrazione di manodopera. I pubblici ministeri sostengono che tali contratti di esternalizzazione del lavoro nelle piattaforme logistiche avevano lo scopo di evadere imposte e contributi. Nel testo del verbale di sequestro, i magistrati hanno scritto che «la società committente, azienda leader nell’ambito della logistica abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi». I magistrati aggiungono che dall’indagine è emersa «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture soggettivamente inesistenti, da parte della multinazionale, e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera, effettuata in violazione della normativa di settore». L’inchiesta della Procura conferma da un lato l’inquinamento del tessuto imprenditoriale nel settore della logistica e dall’altro la frammentazione e la capacità dei soggetti collettivi organizzati e istituzionalizzati di contrastare l’illegalità strutturale che caratterizza il mondo della logistica. 

Il 18 giugno Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas, viene travolto da un camion e muore durante uno sciopero davanti a un centro di distribuzione alla Lidl di Biandrate, in provincia di Novara.

Sitografia

«FedEx-Tnt, i corrieri contro il picchetto: “Vogliamo lavorare”», Libertà, 5 febbraio 2021.