Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica: una cronologia

di Andrea Bottalico

Quella che segue è una cronologia degli avvenimenti principali relativi all’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro lungo la catena logistica del trasporto merci tra febbraio e maggio 2020 in Italia. Tra le fonti principali sono stati privilegiati i quotidiani nazionali e le newsletter specialistiche. Non si tratta di una cronologia esaustiva, ma di uno strumento che può favorire, con il senno di poi, la possibilità di trovare un filo rosso capace di connettere i fatti avvenuti a un ritmo rapidissimo nei mesi che hanno cambiato la vita di tante e tanti (18 novembre 2020).

***

11 febbraio 2020 – A causa della completa interruzione dei flussi di merci da e per la Cina, l’epidemia di Covid-19 ha ripercussioni negative sull’intera filiera del trasporto e della fornitura d’impianti produttivi a livello globale.

17 febbraio 2020 – Da quando è stata annunciata l’epidemia in Cina (gennaio 2020) il trasporto marittimo di container ha subito un danno economico complessivo di 350 milioni di dollari la settimana. Sono state cancellate almeno ventuno partenze di portacontainer dalla Cina verso l’America e dieci verso l’Europa. Un altro problema rilevante è l’intasamento dei container nei porti cinesi a causa dell’annullamento delle partenze e della riduzione dei traffici in export.

19 febbraio 2020 – Sciopero degli autisti italiani di Amazon in Lombardia proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. Un migliaio gli autisti coinvolti. Sono previsti ritardi alle consegne degli acquisti online compiuti sulla piattaforma. I sindacati protestano contro gli eccessivi carichi di lavoro aggravati dalle condizioni del traffico.

23 febbraio 2020 – Primo focolaio in Italia. Il comune di Codogno, nella parte meridionale della provincia di Lodi, al confine con quella di Piacenza, è al centro di un focolaio di Coronavirus. Si tratta di una zona che comprende dieci comuni abitati da cinquantamila persone, sede di diverse imprese di produzione e di piattaforme logistiche. Per evitare la diffusione del contagio, il ministero della Salute emette un’ordinanza che vieta in questi comuni diverse attività (è la prima “zona rossa” in Italia). Emerge il problema della tutela della salute sul posto di lavoro e la necessità di usufruire di dispositivi di protezione individuale come le mascherine, coi relativi costi.

24 febbraio 2020 – Gli addetti ai lavori iniziano a parlare di emergenza logistica causata dall’epidemia. La compagnia di navigazione francese Cma Cgm in una circolare fa sapere che ha cancellato alcune partenze di servizi di trasporto di linea fra l’Asia e l’Europa, compresa l’Italia (blank sailing).

26 febbraio 2020 – Secondo gli specialisti di settore, la logistica italiana rischia il collasso. Il flusso di merci che proviene dai paesi extra-europei, e non solo dalla Cina, richiede tempi per i controlli che raggiungono livelli insostenibili. Nel principale porto gateway di Genova l’attesa media di completamento dei controlli sulle merci in ingresso passa da due a otto giorni.

27 febbraio 2020 – La Filt-Cgil indice uno sciopero contro il cambio di appalto nella logistica automotive a Verona; l’obiettivo è difendere sessanta lavoratori a rischio licenziamento di una cooperativa che svolge attività di carico e scarico di autovetture dai treni alle bisarche stradali per conto di Bertani Autotrasporti.

28 febbraio 2020 – Il sindacato di base Usb denuncia le condizioni dei camionisti al terminal container Psa di Genova Voltri. Le disposizioni per prevenire il contagio limitano la permanenza nella sala d’attesa a un massimo di venti persone e gli autisti eccedenti devono sostare in fila all’aperto, con code che possono essere lunghe.

Disegno: Zolta
Disegno: Zolta

03 marzo 2020 – I sindacati di base Adl Cobas e SiCobas inviano una comunicazione ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico per chiedere un incontro sul rinnovo del contratto nazionale Trasporto Merci, Logistica e Spedizioni. Le due sigle non partecipano alla trattativa in corso tra le parti sociali, ma non intendono restare esclusi. Il 21 febbraio 2020 Adl Cobas e SiCobas hanno organizzato un’assemblea dove è stato deciso uno sciopero nazionale della logistica per il 2 e 3 aprile se le associazioni datoriali non risponderanno alle richieste ed eviteranno un incontro con i due sindacati. Riguardo al Covid-19, i due sindacati ribadiscono che «tutte le vertenze a livello aziendale non possono essere sospese, non possiamo neppure accettare che il nostro percorso di mobilitazione sul piano nazionale possa subire grandi rinvii, visto comunque che in tutti i magazzini si continua a lavorare come se il problema coronavirus non esistesse».

04 marzo 2020 – Dopo la scoperta dei focolai in Lombardia e Veneto si diffonde una crescente diffidenza degli autisti stranieri verso l’Italia e diverse aziende di autotrasporto europee sono costrette a dichiarare esplicitamente che non serviranno le aree isolate. Le cronache riportano casi di psicosi tra gli autotrasportatori, di merci italiane rifiutate all’estero per il timore di contaminazione e di blocchi di merci alle frontiere.

05 marzo 2020 – Aumentano i blocchi dell’export dei Dispositivi di protezione individuale in Italia e all’estero. L’Italia non può esportare Dpi senza autorizzazione delle autorità competenti per sopperire a eventuali carenze interne. Sui mercati internazionali intanto le mascherine hanno raggiunto prezzi stratosferici.

06 marzo 2020 – Dopo il sindacato di base Usb, anche i sindacati confederali contestano l’esito di un provvedimento preso dal terminal container Psa di Genova Voltri che riguarda l’ingresso contingentato degli autisti nell’ufficio merci. La misura evita il sovraffollamento all’interno dell’ufficio, ma lo causa all’esterno, dove gli autisti aspettano in fila esposti alle intemperie. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla società terminalista e all’Autorità di sistema portuale, in cui contestano le misure precauzionali attuate perché causano un’interminabile colonna di autisti.

08 marzo 2020 – Il presidente del consiglio firma il decreto che estende i limiti agli spostamenti in un’ampia area del Centro-Nord, un bacino che comprende milioni di abitanti e produce una parte rilevante del Pil italiano, con migliaia di imprese che esportano in tutto il mondo e piattaforme logistiche che servono un’area molto più ampia di quella chiusa. In ogni caso le merci possono circolare. Il trasporto delle merci è considerato un’attività fondamentale. Il personale coinvolto nella conduzione di mezzi di trasporto può entrare e uscire dai territori interessati.

09 marzo 2020 – Lockdown nazionale. In seguito a una crescita importante dei contagi, e a meno di 48 ore dalla firma del decreto che ha stabilito la zona protetta in Lombardia e in quattordici province del Centro-Nord, il Presidente del consiglio annuncia in diretta televisiva che firmerà un nuovo decreto per allargare le disposizioni all’intero territorio nazionale, mantenendo la libera circolazione delle merci. 

10 marzo 2020 – Scioperi e proteste nelle piattaforme logistiche italiane. I sindacati di base intensificano le azioni per equipaggiare il personale che lavora nel trasporto e nella logistica con dispositivi di protezione e in alcuni casi avviano o proclamano azioni di protesta. Il SiCobas di Piacenza comunica che nella piattaforma logistica Xpo di Pontenure i lavoratori scioperano per pretendere la distribuzione di guanti, mascherine e disinfettante nei bagni. L’Usb indice uno sciopero alla Bartolini di Caorso per chiedere azioni immediate per la protezione dei lavoratori delle piattaforme e dei veicoli.

11 marzo 2020 – Lunghe code ai confini. L’Austria inizia i controlli sanitari mirati sui veicoli che entrano dai valichi italiani e subito si creano lunghissime code di camion in territorio italiano, in particolare sull’autostrada A22 tra Bolzano e il Brennero. Nel pomeriggio il serpentone di veicoli pesanti in direzione del confine austriaco è lungo ottanta chilometri. Difficoltà anche al confine con la Slovenia, dove le Autorità hanno introdotto controlli sanitari. L’Europa chiude progressivamente le frontiere alle persone lasciando viaggiare le merci, ma anche queste trovano difficoltà nel passare da uno Stato all’altro.

11 marzo 2020 – Dal primo decreto che poneva restrizioni alla circolazione si è registrata un’impennata di ordini telematici. I prodotti di largo consumo venduti online sono aumentati del 30% rispetto alla settimana precedente. La filiera logistica non è pronta a questa crescita repentina e la conseguenza è l’aumento dei tempi di consegna, che mette sotto stress gli operatori dell’ultimo miglio e i loro autisti. Questi sono sempre più preoccupati della propria salute e chiedono con insistenza dispositivi di protezione. La Cgil proclama lo stato di agitazione nelle piattaforme Amazon di Passo Corese (Ri) e Torrazza Piemonte (To), dove è stata rilevata la positività di una lavoratrice.

12 marzo 2020 – Prosegue il fermo al terminal container Psa di Genova Voltri. I lavoratori portuali chiedono che la sanificazione delle macchine avvenga a ogni cambio di turno. La sospensione del lavoro comporta il blocco di decine di veicoli in attesa di caricare o scaricare. Centinaia di autisti si affollano per ore davanti all’ufficio merci del terminal.

13 marzo 2020 – Dopo alcune riunioni con gli operatori portuali i sindacati confederali proclamano uno sciopero al porto della Spezia. Chiedono dispositivi di protezione per i lavoratori e provvedimenti per evitare l’affollamento. Altri scioperi coinvolgono alcuni corrieri a Genova.

14 marzo 2020 – Governo, associazioni datoriali e sindacati firmano il protocollo per la prevenzione dal Covid-19 nei luoghi di lavoro: un documento che contiene le linee guida per agevolare le aziende nell’adozione dei protocolli di sicurezza anti-contagio.

14 marzo 2020 – Aumentano le tensioni nelle piattaforme logistiche e tra gli autisti che svolgono le consegne nell’ultimo miglio, in diversi casi sfociano in scioperi locali. Le principali azioni sono organizzate dai sindacati di base, che chiedono misure di protezione per i lavoratori. Il SiCobas organizza diversi scioperi in alcune piattaforme dei corrieri e della logistica per conto terzi.

16 marzo 2020 – Amazon annuncia l’assunzione di centomila persone negli Stati Uniti e investimenti di 350 milioni di dollari a livello globale. «Stiamo assistendo a un significativo aumento della domanda, il che significa che il nostro fabbisogno di manodopera non ha precedenti in questo periodo dell’anno», afferma Dave Clark, vice presidente delle operazioni su scala globale.

16 marzo 2020 – A mano a mano che la pandemia di Covid-19 chiude in casa sempre più persone in diversi paesi del mondo, aumenta la domanda di acquisiti online; le risorse destinate alla logistica per l’ultimo miglio si rivelano sempre più inadeguate. I tempi di consegna di tutte le attività di e-commerce aumentano, anche per i generi di prima necessità. Scioperano gli autisti della Gls a Sesto San Giovanni. Il SiCobas pubblica un elenco di una quarantina di piattaforme di tutta Italia e di diverse aziende che si sarebbero fermate completamente o parzialmente.

17 marzo 2020 – Scioperi nelle piattaforme logistiche in Italia. Lo sciopero più eclatante è quello della piattaforma Amazon di Castel San Giovanni (Pc) dove i sindacati affermano di avere riscontrato la «mancata integrale applicazione da parte di Amazon a quanto si è tradotto nell’intesa siglata tra Governo e Parti Sociali, con la redazione del Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro». Ma la mappa degli scioperi nella logistica comprende altre località. Le principali proteste vengono organizzate dai sindacati di base, ma si mobilitano anche quelli confederali.

18 marzo 2020 – L’unione delle associazioni dell’autotrasporto chiede alla ministra dei Trasporti di sospendere temporaneamente le regole sui tempi di guida e di riposo degli autisti di veicoli industriali, invocando lo stato d’emergenza causato dalla pandemia. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla ministra con la richiesta opposta: non consentire alcuna deroga, mantenendo quindi in vigore le regole. Sindacati confederali e di base danno indicazione agli autisti che operano per i corrieri di astenersi dal lavoro se non sono dotati di dispositivi di protezione e se i veicoli non vengono igienizzati.

19 marzo 2020 – Le imprese straniere con cui l’Italia aveva siglato dei contratti per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale si sono viste requisire i prodotti dai loro paesi o, in alcuni casi, anche dalle nazioni per le quali sono transitati. Circa 19 milioni di mascherine destinate all’Italia sono bloccate all’estero.

19 marzo 2020 – Ripartono le portacontainer dalla Cina, ma mancano i container. Una delle conseguenze globali di questa emergenza è il drastico calo di container in uscita dai porti cinesi, a causa delle riduzioni della produzione e dell’isolamento imposto a migliaia di operatori della filiera logistica. A metà marzo le portacontainer stanno ricominciando a caricare i container nei principali porti. La ripartenza delle portacontainer cinesi non ha però ancora riequilibrato il traffico di container, molti dei quali sono rimasti nei porti asiatici e quindi mancano in quelli Europei e nordamericani. 

20 marzo 2020 – La situazione sindacale delle piattaforme Amazon in Italia appare ancora tesa a causa delle vertenze sulla sicurezza connessa alla pandemia. Non si trova un accordo tra Amazon e i sindacati sulle misure di prevenzione da prendere nei magazzini italiani. Le cronache parlano di sopralluoghi nei magazzini dei Nas, di tensioni nei magazzini di Passo Cortese e Castel San Giovanni. In questo magazzino è stato proclamato uno sciopero a oltranza il 17 marzo, proseguito anche il giorno successivo: si chiede un potenziamento delle misure di protezione e una riduzione del carico di lavoro tramite la sospensione degli ordini di prodotti non indispensabili.

23 marzo 2020 – Per contenere la pandemia il governo italiano ferma le attività produttive non essenziali. Il presidente di Confindustria manda una lettera al Presidente del consiglio in cui chiede alcuni correttivi al decreto di chiusura delle attività; l’obiettivo è lasciare aperte alcune attività, come il trasporto e la logistica, che non sono nell’elenco di quelle essenziali ma sono a esse funzionali.

23 marzo 2020 – La chiusura dei negozi e di alcune imprese crea problemi nelle piattaforme logistiche, nella distribuzione nell’ultimo miglio e nell’autotrasporto di linea. Gli operatori dei magazzini e gli autisti sono sottoposti a turni di lavoro pesanti e temono di contrarre la malattia. Aumentano gli scioperi e le astensioni individuali dal lavoro in diverse piattaforme italiane. Una circolare diffusa il 21 marzo 2020 dal ministero dell’Interno ai prefetti afferma che «alcune associazioni della categoria logistica, trasporto e spedizioni» hanno segnalato la conflittualità del comparto, che sta determinando «una situazione di rallentamento nella consegna di prodotti di indispensabile uso in questo contesto, quali farmaci, mascherine, camici e materiali di supporto all’attività medica» causata dalla protesta di alcune sigle sindacali. A questa situazione si aggiungono «azioni di protesta a causa dell’asserita mancata applicazione da parte delle aziende delle misure di protezione stabilite dai recenti provvedimenti». Il ministero invita i prefetti a una «rinnovata attenzione, attraverso una costante e specifica vigilanza».

23 marzo 2020 – La segreteria provinciale di Bergamo della Fit-Cisl chiede la chiusura di tutte le piattaforme di logistica per l’e-commerce, dove lavorano circa tremila persone tra facchini e autisti. Il sindacato precisa che alcuni corrieri hanno già chiuso, ma Amazon e alcune società di logistica in conto terzi tengono aperti gli impianti; nello stesso comunicato si dice anche che in alcune di queste piattaforme c’è un tasso di assenza elevato, fino al cinquanta percento, causato sia dalla diffusione della malattia tra gli operai sia dal timore del contagio, d’altra parte chi resta a lavorare lo fa con turni «massacranti». Il sindacato precisa che «le condizioni di lavoro all’interno dei magazzini di smistamento e spedizione non garantiscono il contrasto e il contenimento della diffusione del virus».

24 marzo 2020 – I distributori di carburanti minacciano la serrata. A rischio il trasporto delle merci essenziali. Le associazioni datoriali dell’autotrasporto chiedono al Governo la precettazione dei distributori.

24 marzo 2020 – Bruxelles proroga l’esenzione dalle norme antitrust alle compagnie marittime fino al 2024. L’esenzione consente agli operatori di trasporto marittimo di linea di stipulare accordi di cooperazione per la prestazione di servizi di trasporto marittimo di linea in comune, senza violare le norme antitrust dell’Unione Europea.

25 marzo 2020 – Assarmatori chiede lo stato di calamità per il trasporto marittimo. Ciò permetterebbe al comparto marittimo di ottenere i benefici previsti dal Decreto del presidente del consiglio, tra cui il supporto alla liquidità.

26 marzo 2020 – Federlogistica denuncia il rischio di collasso dei porti. Il presidente Luigi Merlo dichiara che c’è una pericolosissima sottovalutazione dello sforzo che il sistema logistico, portuale e marittimo sta facendo per garantire servizi essenziali al paese, ma questo sacrificio non può durare a lungo in assenza di provvedimenti concreti.

30 marzo 2020 – La Filt-Cgil organizza uno sciopero nella piattaforma Amazon di Calenzano, aggiungendolo così alle mobilitazioni avviate nei giorni precedenti in quelle di Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Il sindacato chiede maggiori protezioni per i lavoratori e di ridurre i carichi di lavoro, limitando l’attività ai soli beni essenziali. La Filt chiede di applicare sia il protocollo firmato da sindacati e imprese sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti, sia le linee guida del ministero dei Trasporti per quanto riguarda in modo specifico il trasporto e la logistica. I tre punti principali sono la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, il mantenimento delle distanze di sicurezza e la priorità ai prodotti di prima necessità, in un contesto dove gli acquisti online sono triplicati.

31 marzo 2020 – Gli spedizionieri lanciano l’allarme sulle migliaia di container salpati dalla Cina e diretti in Italia, che non potranno essere svuotati perché le destinazioni sono impianti chiusi per la pandemia. Le associazioni datoriali chiedono al Governo di permettere l’apertura dei magazzini anche delle fabbriche chiuse. La Filt-Cgil suggerisce invece di stoccare i container nei retroporti e negli interporti.

10 aprile 2020 – I giorni passano scanditi dai numeri sui contagi, i morti e i posti occupati in terapia intensiva. I segretari di tre confederazioni internazionali dei sindacati dei trasporti scrivono una lettera aperta ai lavoratori di Amazon di tutto il mondo. La lettera esordisce con un ringraziamento. Poi viene subito al punto: «Amazon non sta facendo abbastanza per proteggere voi o il pubblico dal Covid-19. Lavoratori di tutto il mondo sono risultati positivi nei magazzini di Amazon e in tutta la rete di trasporto e consegna dell’azienda e, a meno che non ci siano cambiamenti reali nel funzionamento dell’attività, i magazzini continueranno a presentare un rischio di contagio non solo per i lavoratori ma anche per la comunità». Sulla situazione internazionale i tre segretari affermano che molti lavoratori di tutto il mondo sono uniti: «In Italia, i lavoratori di Amazon hanno scioperato per undici giorni, sono rimasti uniti e hanno costretto Amazon ad attuare cambiamenti. In Spagna e in Francia, i lavoratori con i loro sindacati hanno lottato per rallentare i ritmi di lavoro, per garantire l’allontanamento tra le persone e ottenere altre protezioni. Questa è la democrazia in azione, e noi vogliamo ciò per tutti i lavoratori di Amazon».

18 aprile 2020 – La Filt-Cgil prosegue la mobilitazione nella piattaforma Amazon di Torrazza Piemonte, iniziata in concomitanza con l’esplosione della pandemia. Nell’impianto lavorano milleduecento persone e il sindacato afferma che l’azienda non offre trasparenza e un’adeguata prevenzione contro la malattia.

22 aprile 2020 – Dopo i provvedimenti del Governo che limitano o impediscono alcune attività produttive e commerciali, la Regione Lombardia emette una serie di ordinanze che ammettono alcune delle attività impedite dal Governo, tra cui la possibilità di distribuire numerose tipologie di merce tramite il commercio elettronico. Contrari i sindacati confederali, che chiedono la sola vendita di prodotti essenziali.

23 aprile 2020 – Il porto di Genova subisce un calo di volumi e prepara la cassa integrazione.

29 aprile 2020 – Dopo una fase di mobilitazioni in diverse piattaforme logistiche per chiedere di limitare la consegna ai soli prodotti essenziali e misure di protezione per facchini e autisti, i sindacati di base SiCobas e Adl Cobas proclamano due giorni di sciopero nazionale (giovedì 30 aprile e venerdì 1° maggio) per l’intero comparto della logistica e del trasporto merci.

05 maggio 2020 – Sciopero con occupazione alla Tnt proclamato dal sindacato di base SiCobas. La protesta è innescata dalla decisione della multinazionale di sospendere alcuni lavoratori a tempo determinato perché, secondo la sigla sindacale, avevano aderito a scioperi precedenti. Ma le motivazioni sono più ampie: il SiCobas afferma che l’azienda non ha firmato un protocollo di sicurezza per prevenire il contagio. Lo sciopero coinvolge diverse piattaforme della Tnt; in quella di Peschiera Borromeo, interessata dal licenziamento di 66 persone, viene occupato il magazzino.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.

Sommario

Shock and awe: così Naomi Klein descriveva l’effetto e l’intenzione del “capitalismo dei disastri”. Ma, come spieghiamo nell’Editoriale, cerchiamo di superare la “soggezione” che ci incute la pandemia da Covid-19 rileggendo sotto luce diversa le trasformazioni già avvenute e che stanno avvenendo sotto i nostri occhi. Per prima cosa, abbiamo posto al collettivo di Medicina Democratica le domande che si ritrovano ne Il costo sanitario della pandemia. Si era ancora nella “prima ondata”, e già l’Italia guidava la terribile classifica dei malati e dei decessi. Alcune interviste, raccolte in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, spiegano poi quali sono state (e rimangono) le condizioni di sicurezza o meglio, di insicurezza sui luoghi di lavoro contagiati della sanità lombarda. Del resto, proteste e conflitti nei luoghi di lavoro hanno accompagnato immediatamente il primo manifestarsi della pandemia, come riferiamo in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, sia per la generale impreparazione, sia per i tentativi padronali di scaricarne i costi sui lavoratori o, non riuscendoci, sulla collettività. In Pianificazione e controllo dei lavoratori si ragiona sul ruolo dello stato e la partecipazione operaia nei processi decisionali traendo spunto dalle esperienze del passato. Con La logistica della pandemia guardiamo a ciò che è accaduto in uno dei settori chiave dell’economia, quello che forse ha sopportato il peso maggiore lungo tutto il 2020, come ci raccontano anche le Cartoline dal porto di Genova.

Nello snodo logistico, in Italia, si sono fatte sentire le ripercussioni mondiali e le proteste e lotte locali, di cui dà conto in modo cronologico Emergenza sanitaria, lavoro e logistica. Ma forse in nessun altro campo la sofferenza è stata tanto intensa ed estesa come in quello della scuola, ne tira un primo bilancio L’effetto lockdown sulla scuola. Naturalmente la pandemia da Covid-19 si è sovrapposta a problemi e tensioni già in atto, di cui diamo una sommaria panoramica. Partiamo dal Decreto Rilancio e dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri privi di permessi, una “sanatoria” in pratica andata a vuoto nel settore agricolo, come riferisce Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Eppure le esperienze europee indicano la necessità, resa strategica dalla pandemia, di rafforzare l’autosufficienza alimentare interna e alzare i livelli salariali agricoli, come riportato in Salario e diritti nei campi italiani. L’urgenza di organizzare i lavoratori autonomi soprattutto nei settori creativi e culturali – quelli azzerati dal lockdown – viene ribadita in Lavori culturali senza rappresentanza?, così come in questa fase il metodo dell’inchiesta è servito a riconsiderare Il lavoro in Veneto, soprattutto dal punto di vista dei “precari”. Infine due sottolineature di metodo. La prima, Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe, per ribadire l’importanza del metodo storico-politico per comprendere la natura e gli obiettivi delle lotte della “nuova” classe operaia americana.

La seconda, contenuta in The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve Wright, segnala il ritorno alla consultazione delle fonti scritte da parte di uno dei maggiori conoscitori dell’operaismo italiano.

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.

Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe

9 ottobre 2020

Bruno Cartosio

La storia dell’ultimo mezzo secolo è «la storia della fuoruscita del capitale dalla regolamentazione sociale entro cui era stato costretto dopo il 1945». Prendo a prestito le parole di Wolfgang Streeck – e dietro le parole buona parte dell’analisi contenuta nel suo Tempo guadagnato – per racchiudere in una frase un ragionamento che ho sviluppato altrove (in Dollari e no) e che non è possibile riproporre qui se non nella forma sintetica del giudizio storico-politico. La rottura del «contratto sociale», o «patto newdealista», imperniato sul riconoscimento reciproco tra grande capitale e organizzazione operaia, tutelato dallo Stato, è stata la precondizione per la reazione neoliberista che negli Stati Uniti ha avuto in Ronald Reagan il suo eroe eponimo. Da allora l’arco temporale della Terza rivoluzione industriale ha largamente coinciso con quello del neoliberismo hayek-friedmaniano, che ha cambiato la fisionomia delle élite capitalistiche, alterato in profondità la composizione sociale del mondo del lavoro e riportato indietro l’orologio del comando padronale sui lavoratori. Poi, gli eventi che tra il 2008 e oggi hanno sollevato ogni velo residuo sulla crisi epocale in atto. Infine, Trump e ora il Covid-19, e nel dramma della pandemia la sollevazione innescata dalla risposta afroamericana al razzismo intrinseco agli omicidi polizieschi. La grande, socialmente composita sollevazione si è rarefatta – le rubano spazio le ansie preelettorali, cui si è aggiunto il contagio di Trump – ma non si è spenta. Né si sono interrotti gli scatti di conflittualità che la «nuova» classe operaia, anch’essa composita e spesso precaria, ha aperto in questi ultimi anni lontano dalle fabbriche. Sul mondo del lavoro e su questa conflittualità sarà focalizzata qui l’attenzione. (Alla politica del razzismo e alla sollevazione degli ultimi mesi Officina Primo Maggio ha dedicato nel giugno scorso l’opuscolo Uprising/Sollevazione. Voci dagli USA).

La rottura del contratto sociale del lungo secondo dopoguerra arrivò alla fine degli anni Settanta, dopo un eccezionale ciclo di lotte operaie: tra il 1967 e il 1975, il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di lavoro perdute fu il più alto della storia statunitense. La protesta operaia coincise con gli anni finali del Movimento e con la conclusione della guerra del Vietnam. Allora, la crescente automazione e la prima fase delle ristrutturazioni (re-engineering), delle esternalizzazioni (outsourcing) e delle delocalizzazioni avevano già abbassato il tasso di sindacalizzazione nel settore privato non agricolo, che dal 31,4% del 1960 era passato al 24,6% nel 1973; era poi sceso al 16,8% nel 1983, al terzo anno della presidenza Reagan; era all’8,3% nel 2003 e aveva continuato a scendere (fino al 6,2% nel 2019). Secondo l’Ufficio statistiche del lavoro, i salari reali, dopo avere raggiunto il livello massimo di 341,73 dollari settimanali nel 1972 (in dollari costanti del 1982), scesero fino ai 266,43 dollari nel 1992, al termine dei dodici anni di Reagan-Bush, per iniziare allora una lenta risalita fino ai 310,73 dollari del 2017. Ma quanto gli anni del capitalismo neoliberista abbiano tolto ai lavoratori lo dice un rapporto appena pubblicato dalla Rand Corporation: se negli ultimi 45 anni la distribuzione della ricchezza prodotta nazionalmente fosse avvenuta come negli anni compresi tra il 1945 e i primi anni Settanta, il lavoratore con il reddito mediano odierno di 50.000 dollari annui sarebbe arrivato a 92.000-102.000 dollari annui. 

Lo sconquasso sociale e la rivoluzione tecnologico-finanziaria hanno cambiato il mondo del lavoro. Il «grande capitale» si è espresso sempre meno nella grande fabbrica manifatturiera, la cui presenza nel paese si è ridotta sempre più. Nei soli anni 1998-2015 il numero delle fabbriche con oltre 1000 dipendenti si è quasi dimezzato (da 1504 a 863) e di quelle con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo. Tra il 1980 e il 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni a 327 milioni, i posti di lavoro nel manifatturiero scendevano da 18.640.000 a 12.809.000. Perfino nello hi-tech, che gelosamente trattiene la progettazione in patria, le lavorazioni «dure» sono delocalizzate, esattamente come per tutte le altre manifatture (meccanica, siderurgia, gomma, tessile, abbigliamento). Non lo sono, invece, i mestieri della sanità e dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, dei servizi pubblici, della produzione alimentare e così via.        

La General Motors non è più il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti; oggi è al ventitreesimo posto. Al primo c’è Walmart, al secondo McDonald’s. Negli ultimi anni, entrambi i colossi sono stati investiti dalle lotte per gli aumenti salariali e la sindacalizzazione. Walmart ha accettato gli aumenti a 12 dollari orari in 500 suoi punti vendita negli Stati Uniti, ma ha preferito chiuderne uno in Canada piuttosto che accettare la sindacalizzazione decisa dai suoi dipendenti. Nonostante la manodopera di McDonald’s – in gran parte assunta come autonoma – sia organizzata in modi tali da prevenire la possibilità stessa della sindacalizzazione, è stata al centro di lunghe lotte per i diritti e per i 15 dollari orari (le fights for 15$), raccogliendo vasti appoggi e successi in molte città e stati. Anche gli operai della Gm, dopo anni di silenzio, hanno fatto uno sciopero di 40 giorni nell’autunno 2019. Ma i grandi dello hi-tech restano padroni assoluti in casa loro. Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Alphabet (Google), che nel loro insieme “valgono” 7,3 trilioni di dollari, sono non-union. E dettano la linea, come sottolineava la rivista In These Times ad agosto: i sindacati sono assenti anche dalla quasi totalità delle aziende minori del settore. 

Il loro antisindacalismo, o assolutismo padronale, non è un effetto avverso della pandemia, ma un fatto strutturale, che lo sciopero (globale) di un giorno contro Google del novembre 2018 e i ripetuti tentativi di penetrazione sindacale ad Amazon non hanno scalfito. Anzi, come in altri tempi, chi ha fatto attivismo filo-sindacale è stato licenziato o emarginato. Unica eccezione significativa il voto, nel febbraio 2020, con cui i lavoratori di Kickstarter – a suo modo un’azienda hi-tech – hanno deciso di aderire al sindacato. In ogni caso, le risorse finanziarie e umane della Cwa (Communication Workers) e della Opeiu (Office and Professional Employees, protagonisti del successo a Kickstarter) sono lungi dall’essere sufficienti per lanciare una campagna su vasta scala, soprattutto se a innescarla non sono agitazioni e movimenti interni alle aziende.   

 Come sappiamo, la sindacalizzazione dei settori portanti della Seconda rivoluzione industriale – auto e siderurgia – avvenne grazie a grandi battaglie durante tutti i primi decenni del Novecento e si concluse con la «Legge Wagner» e il Committee for Industrial Organization (Cio) negli anni della Grande depressione e del New Deal. Gli spezzoni di classe alla testa di quei processi compositivi furono gli operai non qualificati delle grandi fabbriche. Oggi, ammettendo la possibilità di immaginare che nella crisi attuale la ripresa delle lotte e la sollevazione in atto possano avviare una fase di ricomposizione, potrà questa partire dai non qualificati odierni? Gli afroamericani e ispanici oggi, come gli immigrati allora? 

Tralasciando il persistere dei pregiudizi etnico-razziali (di casta), due cautele devono frenare l’immaginazione. La prima: i luoghi centrali della Terza rivoluzione industriale e del nuovo secolo sono del tutto o quasi «liberi» da antagonismi organizzati al loro interno, e non è fatta di operai unskilled la manodopera che caratterizza l’occupazione nello hi-tech. Diversamente da quelle di un secolo fa, le nuove roccaforti dovrebbero essere assediate e penetrate dall’esterno. La seconda: esercitare un’egemonia implica la capacità non solo di attuare singole lotte, ma anche di allargarle politicamente – come in questi mesi: la rivolta afroamericana diventata sollevazione generale – e farle durare, mobilitando le persone e mantenendo le continuità organizzative e i ricambi interni necessari per tenere vive nel tempo le forze per la lotta. In questo si gioca la nuova partita. Non è un caso che sempre più spesso venga richiamato proprio l’esempio del Cio, vale a dire l’interazione tra attività rivendicative organizzate e azioni di protesta autonome e scioperi selvaggi, tra forze operanti nei luoghi di lavoro e altre nella società, contro disoccupazione e sfratti: tutte le forme di mobilitazione dal basso dell’antagonismo sociale e della resistenza che portarono alla creazione dei maggiori sindacati negli anni Trenta. Non è il caso di entrare nel merito della storia successiva delle politiche sindacali. Nei decenni passati abbiamo criticato il «fabbrichismo», l’economicismo e spesso l’opportunismo politico delle unions. Ma abbiamo anche dato conto della brutale de-sindacalizzazione con cui il capitalismo neoliberista ha portato le organizzazioni operaie del settore privato alla quasi irrilevanza odierna. Per questo vale ancora il monito di un militante politico del secondo dopoguerra, che dopo avere criticato il suo sindacato, la Uaw, diceva, «un sindacato è meglio che niente sindacato»: a parità di mansione, i salari dei lavoratori non sindacalizzati sono il 70% di quelli dei sindacalizzati. Inoltre, come scrivono i ricercatori dell’Economic Policy Institute, «solo i due terzi dei lavoratori non-union hanno l’assistenza sanitaria tramite il posto di lavoro, contro il 94% dei sindacalizzati […] e l’86% di questi ultimi hanno diritto a congedi di malattia pagati per curarsi o curare i familiari, contro il 72% dei lavoratori non-union».

Questo, nel complesso, era il quadro all’inizio del 2020. La pandemia ha peggiorato le cose. Anzitutto, per i devastanti effetti sulle persone: a fine settembre i contagi avevano superato i 7,3 milioni e i decessi erano quasi 210.000. E poi per le ricadute dirette sul mondo del lavoro: la disoccupazione ha sfiorato il 20% nel mese di aprile, per ridiscendere lentamente nei mesi successivi e assestarsi intorno all’8% a fine settembre (per i bianchi è passata dal 14,2% al 7%; per i neri, dal 16,7% al 12,1%, per gli ispanici dal 18,9% all’10,3%). Le riaperture rivendicate da molte aziende e gruppi «libertari» di destra, e incoraggiate da Trump, hanno prodotto il rialzo progressivo dell’occupazione e favorito, d’altra parte, una nuova ondata di contagi, il cui picco è giunto a un’altezza doppia rispetto a quello di aprile. 

All’inizio di agosto, secondo il Dipartimento del lavoro, erano ormai venti le settimane di fila in cui le richieste di sussidio di disoccupazione superavano il milione. I percettori di sussidi erano allora 32 milioni, ma i posti disponibili sul mercato del lavoro erano in quel momento meno di 6 milioni. L’ondata di licenziamenti e sospensioni (a salario zero) ha messo in piena luce sia l’indifferenza e inadeguatezza dell’amministrazione Trump nell’affrontare la pandemia e le sue ricadute sociali, sia anche, però, la storica debolezza sindacale nel difendere l’occupazione. A questa, va detto, ha contribuito il perdurante antioperaismo della legislazione del lavoro che, riscritta decenni fa per ostacolare la sindacalizzazione dei singoli luoghi di lavoro e impedire gli scioperi di solidarietà, giace immodificata. Nonostante le perenni pressioni sindacali è rimasta tale sotto tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Ora, Joe Biden ha dichiarato che, se eletto, sarà «il presidente più vicino al mondo del lavoro che ci sia mai stato».

Il Covid-19 è stato una benedizione per i grandi dello hi-tech. I loro profitti hanno avuto un’impennata, sono cresciute l’occupazione e le paghe dei loro dipendenti. C’è chi ha scritto di un generale aumento delle retribuzioni. Ma non è stato altro che l’effetto della sparizione dei salari dei lavoratori a basse paghe che hanno perso il posto nelle attività «non necessarie» sospese o ridotte (edilizia, manifatture e trasporti), e a causa del crollo del mercato nella ristorazione e negli alberghi, nel commercio al dettaglio e nelle consegne, nel lavoro di cura, nel facchinaggio e nella manovalanza ecc. Tutti campi in cui neri e ispanici, uomini e donne, costituiscono la gran parte dei dipendenti. Per oltre i due terzi di loro, il salario è stato sostituito dai sussidi di disoccupazione, che in genere hanno una durata di 26 settimane e importi variabili (in media, 382 dollari settimanali). A chi ha perso il lavoro a causa di chiusure specificamente dovute al Covid-19, è stato reso disponibile un sussidio di emergenza – in base alla «Legge Cares» del marzo 2020 – di 600 dollari per 13 settimane. Infine, un contributo una tantum di 1200 dollari è stato assegnato da Trump a chiunque abbia dichiarato nel 2019 un reddito fino a 75.000 dollari (l’importo si è ridotto progressivamente per chi ha superato quella soglia ed è arrivato a zero per i redditi da 99.000 dollari in su). Le provvidenze di emergenza sono state volute da entrambi i partiti, ed è grazie ai democratici che sono state portate al livello minimo vitale per un paese in cui i posti di lavoro non sono protetti. Ma la loro durata è terminata il 31 luglio e i repubblicani hanno finora impedito il loro prolungamento.  

Gli effetti della pandemia sono stati e sono nefasti. Insieme ai molti che hanno perso il lavoro – e con esso anche le coperture assistenziali e previdenziali che arrivano agli occupati tramite l’azienda – tanti altri il posto lo hanno conservato negli ospedali e nelle case di cura, nei macelli e nelle aziende di trattamento delle carni, nei servizi e trasporti pubblici, luoghi dove le condizioni di lavoro, il contatto con il pubblico e le scarse misure di sicurezza hanno favorito la diffusione dei contagi. E infatti donne e uomini afroamericani e ispanici sono stati i più colpiti. Non è la genetica che spiega la maggiore diffusione delle infezioni in queste fasce di popolazione, è la collocazione lavorativa e sociale. E anche la minore possibilità delle persone di accedere a medicine, cure e strutture cliniche – sia prima, sia durante la pandemia – ha fatto salire il loro tasso di mortalità. E la loro esasperazione. Tutto ciò aiuta a capire la collera esplosiva che l’insensato ma tipico omicidio di George Floyd il 25 maggio ha innescato nella comunità nera. 

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale. In questi mesi, da parte loro, non c’è stata solo la risposta rabbiosa agli omicidi polizieschi e alla precarietà dell’esistenza. Così come negli anni scorsi, nelle fasi di stanca degli operai di fabbrica, sono stati loro a dare vita ai conflitti sociali più significativi.

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale

Ispanici e afroamericani, uomini e donne, avevano condotto e vinto l’inattesa lotta dei janitors di Los Angeles, e sono stati loro che hanno fatto di Las Vegas una delle città più sindacalizzate del paese. Negli ultimi due-tre anni le donne ispaniche e nere sono state le protagoniste principali delle lotte diffuse per l’innalzamento delle paghe orarie a 15 dollari, per il riconoscimento di mansione e inquadramento «operaio» e per il riconoscimento del sindacato nei luoghi della ristorazione veloce. Ora, nei mesi della pandemia, sono state loro a riprendere gli scioperi contro McDonald’s nelle maggiori città e le protagoniste delle lotte negli ospedali e nelle case di cura dove erano state assunte temporaneamente – in risposta alle urgenze della pandemia – e poi licenziate al calare dei contagi. Sono maschi neri, invece, gli autisti di bus urbani di Detroit e Birmingham, i netturbini di Pittsburgh e New Orleans e i manovali dei supermercati Kroger a Memphis che hanno scioperato contro l’assenza di protezioni dal contagio. 

In tanti altri casi la composizione è stata mista. Il numero delle azioni di protesta messe in atto nei mesi della pandemia, scriveva il sociologo Mike Davis su The Nation a metà giugno, «arrivano probabilmente a 500». Le loro dimensioni, salvo casi come gli scioperi dei portuali della West Coast o dei lavoratori di cantieri navali del Maine, spesso non sono state eclatanti. Ma è interessante, scrive Davis, che in esse sono stati coinvolti sia sindacati (National Nurses, Service Employees, Electrical Worker tra gli altri), sia gruppi di militanti, alcuni dei quali con nomi significativi: Amazonians United, Whole [Food] Worker, Fight for 15$, Target Workers Unite e Gig Workers Collective. 

Sono grandi la diversità dei soggetti coinvolti, la varietà delle istanze in gioco e la dimensione locale di molte proteste. Tuttavia, non va sottovalutata la ricerca di coordinamento nell’organizzazione di alcune mobilitazioni generali, nonostante la pandemia: lo sciopero in tutti i porti del Pacifico il 19 giugno e le due mobilitazioni nazionali del 1° maggio e del 20 luglio. Sono altamente simboliche le date e il titolo delle manifestazioni: nella prima è significativa la scelta del 19 giugno, per gli afroamericani, Juneteenth, che celebra il giorno in cui fu data nel Texas la notizia che la schiavitù era abolita; nella seconda, è carico di significati il richiamo ideale alla storia, nazionale e internazionale, della classe operaia; e nella terza, intitolata «Strike for Black Lives», si riconoscono in pieno le ragioni della protesta nera odierna e il radicamento nero nel mondo del lavoro e si rinforzano sia il collegamento politico, sia il carattere di casta e classe della sollevazione in atto, anch’essa così socialmente composita. Non è poco.


Bibliografia

Cartosio, Bruno, Dollari e no, DeriveApprodi, Roma 2020.

Streeck, Wolfgang, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013. 

Black Lives Matter: culmine di una resistenza decennale

La redazione di Officina Primo Maggio ha intervistato Rick Perlstein, storico e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: The Invisible Bridge: The Fall of Nixon and the Rise of Reagan (2014) e Nixonland: The Rise of a President and the Fracturing of America (2008).

10 giugno 2020

· Quali sono le forme della protesta e in che modo costituiscono un salto di qualità rispetto alla storia politica di Black Lives Matter?

A Chicago, dove vivo, ci sono stati molti cortei nel centro della città anche se il sindaco ha fatto bloccare i ponti per evitare che le persone arrivassero al quartiere finanziario. A partire dagli omicidi di afroamericani da parte della polizia del 2014, le rivolte sono sempre state circoscritte alla città in cui queste violenze hanno avuto luogo, mentre sono mancate rivolte in solidarietà altrove. Anche negli anni Sessanta i tumulti rimanevano spesso confinati nelle città in cui c’era stato un omicidio per mano della polizia. Oggi invece abbiamo proteste in solidarietà anche nel quartiere ispanico di Chicago, per esempio. In questo momento BLM vive nei cortei, nelle veglie e nei flash mob di cui siamo testimoni. A Denver migliaia di persone si sono stese per terra cantando “I can’t breathe” (“non riesco a respirare”, le ultime parole di George Floyd prima di morire). A questo si accompagnano forme di lobbying che hanno l’obiettivo di mettere fine all’uso criminale del potere della polizia.

· C’è un qualche movimento dietro alle proteste di questi giorni? Sta nascendo qualcosa di nuovo?

Non è semplice rispondere a queste domande. Senza un movimento di resistenza alle violenze della polizia che va avanti almeno da dieci anni non sarebbe successo quello che è successo. A questo proposito posso consigliare un bel film, Prossima Fermata: Fruitvale Station, ambientato a Oakland – la città in cui sono nate le Black Panthers – che racconta un episodio di violenza risalente al 2008. Dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel 2014, è cresciuto il movimento che si è chiamato Black Lives Matter, un movimento con molte facce che include cortei, atti di disobbedienza civile, ma ha anche una “sponda” istituzionale. Negli Stati Uniti i procuratori distrettuali, i District Attorney, sono cariche espressione del voto popolare. Al momento ce ne sono almeno tre – Larry Krasner, Chesa Boudin e Kim Foxx – che sono stati eletti con una piattaforma progressista che punta a riformare il sistema penale americano. L’ebreo Larry Krasner a Filadelfia. Il bianco Chesa Boudin, figlio di due membri dei Weather Underground [gruppo di sinistra radicale attivo a partire dal 1969, N.d.R.], a San Francisco. L’avvocatessa afroamericana Kim Foxx di Chicago cresciuta a “Cabrini-Green” – un quartiere di case popolari con la fama di essere un posto molto pericoloso, ora abbattuto – ha sviluppato una visione critica del sistema penale americano e della cosiddetta “guerra alla droga” anche grazie al vissuto della madre, malata psichiatrica che si curava facendo uso di droghe. Direi che BLM si manifesta in un continuum cha va da chi approfitta delle rivolte per accaparrarsi quello che può, agli atti di disobbedienza civile e alle campagne politiche fino a magistrati eletti. Dopo Ferguson ci sono state molto rivolte in cui sono state bruciate auto, distrutte vetrine ed è stato dato fuoco a luoghi più o meno simbolici delle città. La scala delle distruzioni di proprietà privata è stata comunque molto minore rispetto a quello che avveniva negli anni Sessanta. Quello che vediamo oggi è il culmine di una lotta di resistenza decennale. A tutto questo aggiungiamo l’impatto del Covid-19 sulla popolazione nera e l’elezione di un presidente autoritario come Trump.

· Pensi si possano fare paragoni tra Black Lives Matter e il Movimento per i diritti civili?

Per rispondere a questa domanda si dovrebbero scrivere libri interi… In BLM ci sono tante persone diverse… Il movimento per i diritti civili nato negli anni Cinquanta aveva come obiettivo politico la fine della segregazione legalizzata che esisteva negli stati del Sud, ed era radicato principalmente in queste zone. Nel tempo si è poi ramificato nel Black Power che ha avuto diverse gemmazioni, alcune sono andate verso le Black Panthers mentre altre sono entrate nelle istituzioni. Anche il ruolo delle chiese nei due movimenti è nettamente diverso. Anche BLM è essenzialmente fatto di persone giovani, che stanno dando nuova linfa alla tradizione del movimento per i diritti civili.

· Qual è il contesto socio-economico delle proteste?

Le conseguenze della crisi finanziaria del 2007-2008 si sono abbattute sulla popolazione afroamericana, che non se l’è mai passata particolarmente bene. A questo si è aggiunto l’impatto della pandemia di Covid-19, che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera. Contano anche le ineguaglianze sancite dal costo dell’istruzione: per entrare nella classe media serve una laurea e, nella meno esosa delle università pubbliche, le tasse del college possono costare anche 20.000 dollari, una cifra proibitiva per molte famiglie. Questo spiega in parte perché alle proteste partecipano anche molte persone non afroamericane. Ogni giorno abbiamo sotto gli occhi quanto stia divenendo imponente la massa mobilitata da BLM. E non dimentichiamo che negli Stati Uniti abbiamo un movimento antifascista, “Antifa”, che – nonostante sia diventato il capro espiatorio preferito di Donald Trump – si è coagulato attorno all’esigenza di confrontarsi con i gruppi fascisti e suprematisti che hanno il presidente come punto di riferimento.

· Nel tuo lavoro di storico hai studiato e analizzato le conseguenze che i movimenti degli anni Sessanta hanno avuto sullo scenario politico americano. In che modo le proteste attuali possono trasformare l’immaginario politico americano?

In periodi di inquietudine sociale, come sono stati gli anni tra i Sessanta e i Settanta, negli Stati Uniti l’elettorato ha votato per chi prometteva una pacificazione sociale: nel ‘68 scelsero i repubblicani Law and Order, nel ’70 invece vinsero i democratici dato che sembrava che i repubblicani stessero istigando il conflitto sociale. Nelle presidenziali del 1972 il candidato democratico George McGovern sembrava più isolazionista e vicino al movimento pacifista, mentre Nixon vinse promettendo di mettere fine alla guerra del Vietnam. Dunque non è scontato che l’elettorato si rivolga al partito più reazionario.

Nel 1992 Bush padre cercò di dare la colpa dei tumulti di Los Angeles – scatenati dall’ennesimo episodio di violenza poliziesca contro un afroamericano – all’approccio tollerante dei liberal, ma Clinton ebbe la meglio attribuendo la responsabilità di quei disordini ai repubblicani che erano stati al potere nei precedenti 12 anni.

In che modo queste proteste stanno influenzando le dinamiche istituzionali della società americana?

Questo è l’aspetto che dovremo monitorare. Molti membri dell’establishment hanno mostrato solidarietà con gli umori delle proteste, se non direttamente con chi è sceso in piazza, e la risposta autoritaria di Trump ha generato dei contraccolpi nello stesso Partito repubblicano. Nonostante Trump abbia avuto una grande influenza sul partito, ora questo potere sta cominciando a svanire. Per esempio, la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski ha dichiarato di far fatica a supportare il presidente. E non bisogna dimenticare la presa di posizione contro il presidente del generale James Mattis, un ex militare assai rispettato negli ambienti più conservatori dell’esercito. Un altro generale [Mark Milley N.d.R.] ha sottolineato che i soldati hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non sono obbligati a eseguire ordini illegali. È un momento di rottura dentro l’establishment.

La questione razziale è essenziale per definire entità e natura delle diseguaglianze negli Stati Uniti fino al punto che è complicato districare la matrice economica e quella razziale. In che modo il Partito democratico e il movimento di Bernie Sanders hanno cercato di dare un’analisi di questi problemi e di dettare un’agenda politica progressista?

Esiste un esteso dibattito sul ruolo avuto dalla schiavitù nel dare forma al capitalismo americano. La razza è un significante visuale molto potente e le divisioni che determina sono una sfida per chiunque voglia promuovere una politica di classe di massa. Il problema della “identity politics” nasce appunto da qui: ci si può identificare con le lotte degli afroamericani e appoggiare politiche economiche che sono contrarie agli interessi della classe lavoratrice. La comunità afroamericana è la spina dorsale del Partito democratico sul piano elettorale e anche coloro che tra i Democratici rappresentano le istanze delle élites neoliberali non possono non prendere le difese della causa afroamericana. Per esempio, anche una moderata come Hillary Clinton ha portato le madri dei giovani neri uccisi dalla polizia a parlare sul palco della convention democratica del 2016. Nel corso delle ultime Primarie abbiamo potuto vedere che una larga parte degli afroamericani è stata fondamentale per spingere Joe Biden verso la vittoria. Questi elettori non sono particolarmente inclini all’avventurismo politico: trovandosi ad affrontare il problema della propria sopravvivenza non sono propensi a scegliere un candidato radicale come Sanders. Negli Stati Uniti una persona di colore può essere miliardaria ma finire comunque uccisa dalla polizia. Anche se un afroamericano frequenta un college di buon livello e riesce a ottenere un buon lavoro, io come bianco avrò sempre un vantaggio su di lui perché la mia famiglia mi ha lasciato in eredità una casa, per esempio. Fino agli Sessanta, infatti, ai neri non venivano concessi mutui o prestiti. Non c’è modo di ignorare il fatto che il capitalismo americano si è organizzato attorno a questa differenziazione. Anche se per un miracolo riuscissimo a ripartire da una situazione di compiuta uguaglianza, ci sarebbero comunque poliziotti razzisti pronti a sparare, un sistema economico che non permette agli afroamericani di accumulare e trasferire ricchezza da una generazione all’altra, e qualcuno che non legge i curriculum delle persone con un nome o un indirizzo “troppo da nero”.

Quali sono le sfide per i movimenti come Black Lives Matter in cui si incontrano lotte antirazziste e forme di lotte di classe interne al mondo del lavoro?

Questa è una domanda da un milione di dollari. Se in America avessimo sindacati più forti forse potremmo avere qualche giorno di malattia o di vacanza in più o diritto ai congedi parentali in tutti gli stati. Nel nostro sistema politico chi vince piglia tutto – e chi perde non prende niente. Anche per questo non abbiamo un Labor Party o un Black Party. Tutti i movimenti politici di sinistra fanno poca strada nelle istituzioni e il Partito democratico può, per esempio, permettersi di dare per scontato il voto degli afroamericani. A meno che tu non distrugga della proprietà privata è molto difficile trovare un politico disposto a darti retta. Anche i sindacati più forti non hanno modo di far valere il loro peso politico se non appoggiano uno dei due partiti maggioritari.

Una polveriera ancora umida

09 giugno 2020

Ferruccio Gambino

La scena dell’omicidio appare in filigrana come l’ultimo atto di un fatale linciaggio con mancata impiccagione. Al centro sta un boia in divisa da poliziotto, sprovvisto, suo malgrado, di una forca o di un albero a cui appendere il malcapitato: e quindi George Floyd viene soffocato dal boia che per quasi nove minuti gli tiene il ginocchio sul collo e, con noncuranza, ha la mano sinistra in tasca, mentre tre colleghi presidiano e assicurano l’ordine pubblico contro gli astanti indignati. Un linciaggio alla spicciolata, in presenza di alcune persone ostili al boia, e non più, come un tempo, di una folla di linciatori assetati di sangue. La scena è stata ripresa e ha fatto il giro del mondo.

Negli Usa gli antichi soprusi si legano ai nuovi, gli omicidi della polizia corrono sotto traccia con i morti di pandemia, l’indignazione di fronte alle angherie e alle disuguaglianze va intensificandosi e a fine maggio sfocia in vaste rivolte e dimostrazioni urbane. È la più ampia ondata di sollevazioni dopo gli anni Sessanta ed è scatenata dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, una delle dieci città più vivibili degli Stati Uniti.

George Floyd, afroamericano, era uno dei quasi 40 milioni di individui rimasti senza lavoro né salario, né assicurazione sanitaria, né assistenza pubblica a seguito del Covid-19. Floyd era stato recentemente licenziato dal suo posto in un supermercato. Il corpo del reato che ha portato al fermo di Floyd è una sua banconota da 20 dollari che il cassiere di un negozio ha sospettato essere falsa. A fronte di una banconota sospetta la polizia lo ha arrestato. Questo è uno dei tanti omicidi di routine da parte delle polizie locali.

Negli Stati Uniti le forze di polizia dipendono in gran parte dai poteri locali e in particolare dal sindaco. Si tratta di circa 800.000 agenti, di cui il 13,3 % afroamericani (in linea con la loro incidenza demografica), e soltanto il 12 % donne. Dunque, si tratta di una rete organizzativa capillare e con forti legami conservatori, a schiacciante predominanza maschile: impiegati municipali remunerati convenientemente e dotati del potere di sparare e di arrestare, mentre le polizie federali contano circa 120.000 effettivi. Nei 233 anni che ci separano dal varo della Costituzione degli Stati Uniti, così come non è ancora stata approvata una legge federale contro il linciaggio, non si è trovata l’occasione di stabilire un protocollo federale per il reclutamento, i criteri di selezione e di formazione, i limiti degli interventi delle polizie locali e la rendicontazione del loro operato. La combinazione di un potere federale cinicamente remoto con il dominio delle consorterie locali è il frutto bacato di una struttura decentrata nell’immensa provincia statunitense. Le polizie locali sono sorte verso la metà dell’Ottocento in formazioni sociali differenziate al Nord, al Sud e all’Ovest, ma quasi dappertutto intorno al patriziato danaroso e ci restano abbarbicate.

Prima dell’Indipendenza, nel Nord coloniale i maschi abili erano sempre reclutabili per il mantenimento dell’ordine, e ancor più per l’accaparramento di terre e per la difesa della sicurezza degli europei contro le popolazioni native. Verso la metà dell’Ottocento, quando l’immigrazione dall’Europa diventa massiccia, i poteri locali strutturano le prime forze di polizia. I penultimi immigrati devono tenere a bada gli ultimi arrivati, sicché gli anglo-sassoni sorvegliano irlandesi e tedeschi, poi questi sorvegliano russi, polacchi e italiani. Infine, nel Novecento, durante la Grande migrazione dal Sud degli ex-schiavi afroamericani (1910-1970), i gendarmi di origine europea sorvegliano strettamente i ghetti. Tuttavia dagli anni Cinquanta, grazie alle lotte per i diritti civili, si apre un varco di accesso agli afroamericani nei corpi di polizia, anche se con forti differenze tra città.

Fin dai tempi coloniali nel Sud schiavista e nei territori di confine i maschi bianchi abili erano reclutabili non soltanto contro le fughe e le insurrezioni di schiavi, ma anche contro i loro innocui assembramenti. Un bianco ordinario poteva essere amico del singolo afroamericano ma si allarmava e diventava minaccioso quando ne notava un gruppo in uno spazio pubblico. Nelle campagne del Sud le cosiddette “pattuglie schiaviste”, prima della Guerra civile, erano mobilitabili a un cenno delle autorità locali, anticipando di qualche decennio il Ku Klux Klan e le altre organizzazioni suprematiste, sorte in reazione all’abolizione della schiavitù.

Insieme con il pattugliamento, il linciaggio, sovente un linciaggio popolare bianco, è stato l’altro cardine della “legge e ordine” a sfondo razzista, un fenomeno endemico, prima nel West contro chi era etichettato come intruso e malfattore, e poi nel Sud contro gli afroamericani non più schiavi e contro altre minoranze, in un crescendo che toccò il suo picco alla fine dell’Ottocento. Durante la Grande migrazione afroamericana verso il Nord, come qui spiega Ferdinando Fasce, i riots dei bianchi contro gli insediamenti degli afroamericani in quartieri misti hanno progressivamente terrorizzato e rinchiuso gli afroamericani e le afroamericane nei ghetti. La rendita immobiliare fondata sul razzismo si è incrinata soltanto dopo le rivolte antirazziste degli anni Sessanta.

Il Tuskegee Institute ha contato 4473 linciaggi tra il 1882 e il 1968, di cui 3446 contro afroamericani, una cifra che pecca per difetto. Nel Novecento gli organi federali hanno spinto a favore della pena di morte legale per diminuire il numero dei linciaggi e mitigare la cattiva fama degli Stati Uniti in proposito; al contempo, il governo ha lasciato alle polizie locali ampio margine alle esecuzioni per le spicce sul luogo del presunto crimine. Così è andato quasi azzerandosi il numero dei linciaggi dopo gli anni Cinquanta, mentre diminuiva anche il numero delle esecuzioni capitali legali fino agli anni Settanta e poi ancora nello scorso ventennio. In compenso, aumentava il numero degli omicidi da parte delle polizie. Studiando la storia dei linciaggi lo storico Michael Pfeiffer ha scritto che i moderni eccessi razzisti delle polizie urbane del ventesimo secolo e anche dopo hanno caratteristiche da linciaggio.

Le uccisioni di uomini e donne da parte delle polizie locali statunitensi suppliscono ai linciaggi e soddisfano non solo i suprematisti bianchi in senso stretto, ma anche i difensori a oltranza della proprietà, che viene prima della vita degli altri, come argomenta qui l’articolo di Bruno Cartosio. In particolare, chi è maschio, giovane e afroamericano deve prendere continue precauzioni per evitare l’incidente, lo scontro e l’arresto con le polizie, anche per futili motivi, così come hanno sempre fatto i suoi antenati negli scorsi 350 anni. Dal canto loro, fin dall’inizio della Grande migrazione, come dimostrano le statistiche, le donne afroamericane hanno preso la via dell’emigrazione dal Sud ancor prima dei loro fratelli e mariti, al fine di sfuggire agli stupri e alle violenze dei padroni bianchi.

Anche nel Nord e nell’Ovest la vigilanza costante è d’obbligo per evitare guai con le polizie. Nel confronto con l’Europa, il reclutamento e la formazione delle forze locali negli Stati Uniti lasciano a desiderare. Contro un periodo di circa due anni di tirocinio richiesto in Europa, negli Stati Uniti bastano in media 16-20 settimane di addestramento per prendere servizio in molte polizie locali. La paga è sicura e conveniente e neppure l’omicidio intenzionale da parte di un poliziotto può diventare un reato federale.

Il degno rappresentante democratico al Congresso Hank Johnson, afroamericano e buddhista, ha un bel presentare e ripresentare il suo disegno di legge (Police Accountability Act) fin dal 2017 per rendere reati federali gli omicidi premeditati e preterintenzionali da parte di poliziotti, ma finora senza alcun successo. Inoltre, le forze di polizia statunitensi possiedono un armamento inimmaginabile per le polizie di molti altri paesi. Con il cosiddetto Programma 1033 della presidenza Clinton (1997) la linea di demarcazione tra l’armamento delle forze armate federali e quello delle polizie locali è sempre più sfocata. Il Programma 1033 ha perfezionato la collaudata consuetudine dei conferimenti gratuiti di surplus militare – comprensivo di armi da guerra – alle polizie locali. Il Programma, calcolato in 6,8 miliardi di dollari di conferimenti, è stato parzialmente interrotto sotto la presidenza Obama (2015). Con l’avvento di Trump il Programma 1033 è ripreso a tutto vapore (2017). In breve, le polizie locali sono militarizzate e generalmente dimostrano di esserne fiere e appagate.

Quando, com’è accaduto di recente, un senatore repubblicano di Washington ha richiesto «una soverchiante dimostrazione di forza per disperdere, arrestare e in definitiva dissuadere i facinorosi», ossia «gli infiltrati Antifa, i criminali nichilisti e i radicali di sinistra», tutti hanno capito che il suo ovvio riferimento non è certamente alle armi leggere. In una recente intervista concessa al londinese Guardian, l’attivista californiano di Black Lives Matter, Cephus X Johnson ha così riassunto la situazione: «Il suprematismo bianco non vincerà ma l’aspetto doloroso è che diventerà ancora più malvagio». E tuttavia va notato che albeggia la fine dell’isolamento e della solitudine dei “popoli scuri” negli Stati Uniti, che il mito della classe media statunitense è in crisi profonda e che le enormi sperequazioni di classe sono diventate insopportabili per tanti/e giovani, quale che sia il colore della loro pelle. La solidarietà internazionale contro la discriminazione induce anche giovani di altri continenti a dimostrare e a fare i conti con il passato coloniale e il presente neocoloniale, non soltanto in Europa ma anche – pur tra enormi rischi di repressione – in Africa e altrove: un potenziale fino a poco tempo fa pressoché invisibile. Anche queste scene sono state riprese e hanno fatto il giro del mondo.

Conflitti nel Taylorismo Digitale

Le lotte dei drivers di Amazon a Milano

Riccardo Emilio Chesta

Abstract

Gli scioperi dei corrieri milanesi di Amazon hanno acceso i primi segnali di conflitto in uno dei settori più sconvolti dalla digitalizzazione, il lavoro di consegna a domicilio. L’introduzione degli algoritmi si basa su un vecchissimo imperativo, saturare i tempi di lavoro calcolando automaticamente le rotte di consegna e quindi tempi e distanze: una forma di “taylorismo digitale”. Attraverso un’analisi delle modalità di mobilitazione e dei contenuti di lotta dei corrieri milanesi, si mostra l’evolversi del conflitto in un settore chiave dell’e-commerce.

Introduzione

Introduzione

La mobilitazione dei drivers di Amazon costituisce un caso rilevante nel panorama lavorativo e sindacale contemporaneo attraversato dai nuovi processi di digitalizzazione [1]. Gli scioperi e le azioni di protesta dei corrieri milanesi mettono in luce problematiche e tendenze di un settore, quale quello delle consegne a domicilio, la cui organizzazione è stata ristrutturata dalle innovazioni digitali che hanno permesso l’avvento dell’e-commerce di massa.

Questo contributo parte da una domanda specifica. Che cosa mostrano le lotte dei drivers riguardo alla nuova relazione tra autonomia e controllo sul lavoro allo stadio attuale di riconfigurazione tecnologica? Dalla stessa domanda ne consegue un’altra: questo caso si identifica o si discosta dal modello generale di impresa Amazon, che tiene insieme diversi attori, quali clienti, altre imprese di fornitura e lavoratori (dalla logistica di magazzino a quella delle consegne)? Il modello è definibile come «taylorismo digitale», estensione di alcuni punti del tradizionale taylorismo e riedizione della one best way attraverso le nuove tecnologie digitali che rendono possibile: 1) calcolare e intensificare in maniera automatizzata tempi e ritmi della prestazione di lavoro, 2) ridurre deviazioni e tempi morti dovuti ad autonomia e discrezione nell’espletamento della funzione lavorativa. In ultima, l’applicazione degli algoritmi permette di superare la compresenza spazio-temporale in un luogo e il tramite di un supervisore umano per il monitoraggio. Con le tecnologie digitali l’azienda può aggiornare direttamente le procedure sulla base di conoscenze possedute dal lavoratore – ad es. le strategie di aggiustamento delle rotte di consegna – tramite l’estrazione automatica dei dati.

Partendo da una prospettiva di “determinismo tecnologico temperato” [2], la lotta dei corrieri è un caso di mobilitazione capace di porre una sfida al modello organizzativo di Amazon. Pur nella sua parzialità settoriale, l’importanza della posta in gioco e le questioni sollevate paiono di interesse generale, in quanto il modello applicato alle consegne è in linea di continuità con il neo-taylorismo algoritmico applicato all’interno dei magazzini.

Per fare ciò, questo contributo è articolato come segue. Dopo aver introdotto alcuni elementi strutturali di economia politica, che guardano all’espansione dell’azienda e al suo modello d’impresa, questo saggio si concentra su una prospettiva agentica, ovvero sul processo di lavoro[3]. Questa prospettiva evita le impasse del «determinismo tecnologico» classico e mostra la funzione critica del lavoro dentro il modello organizzativo definito dall’ordine d’impresa. Mettendo in luce le potenzialità aperte dalle nuove forme di conflitto, suggerisce così nuove possibilità per una contrattazione collettiva in grado di porre limiti alla mercificazione e al controllo del lavoro.

1. L’espansione di Amazon

In quanto multinazionale dell’e-commerce, Amazon ha naturalmente i caratteri dell’azienda innovativa, con una filosofia d’impresa tutta concepita a Seattle e che costantemente ripensa, riaggiorna il proprio modello organizzativo così come i campi di estensione dello stesso[4]. L’impresa nata nel luglio del 1994 per la vendita online di libri si è espansa in venti anni di attività a livello globale arrivando a coprire tutto lo spettro dell’e-commerce e persino a creare dei propri canali video con cui produrre e distribuire serie televisive, film e documentari. Se nel 2004, a dieci anni dalla propria nascita, Amazon aveva un fatturato annuo di 6,92 miliardi di dollari, l’ultimo bilancio disponibile del 2018 chiude a 232,89 miliardi di ricavi netti [5].

La gigantesca crescita del colosso si misura anche nel valore del brand che in assoluto svetta al primo posto su tutte le imprese mondiali con 315,51 miliardi di dollari, in un podio che vede al secondo posto Apple a 309,53 e Google a 309. Seguono appena sotto Microsoft a 251,34 miliardi, il gruppo Visa a 177,92 e poi Facebook a 158,97. Subito dopo queste multinazionali americane c’è The Alibaba Group, la multinazionale dell’e-commerce cinese, il cui valore di brand di 131,25 miliardi di dollari è meno della metà di quello di Amazon [6].

Da impresa che si impone come leader mondiale nell’e-commerce, la multinazionale di Bezos diviene anche un attore direttamente rilevante nel campo dell’informazione con l’acquisto del Washington Post nel 2013 e soprattutto con la fusione con il servizio di Posta federale, lo United States Postal Service (USPS) che parte nel dicembre 2013 da New York e Los Angeles e si estende progressivamente alle aree metropolitane maggiori degli USA[7]. È questa una svolta decisiva, come si legge nelle dichiarazioni della stessa portavoce di Amazon Kelly Cheeseman: «Da ora, ogni giorno può essere un giorno di consegna Amazon» [8].

Se infatti Internet ha eroso una parte consistente del business dei servizi postali, in quanto le lettere di carta sono state sostituite dalle email, i servizi di consegna a domicilio aumentano invece esponenzialmente. Con il servizio di consegna Prime Now, Amazon si propone come operatore che abbatte la frontiera delle consegne durante i festivi. L’entità di questo passaggio eccede il perimetro degli Stati Uniti e riguarda in primis i maggiori paesi occidentali, riscrivendo le modalità di impiego in nome di una flessibilità generale della forza lavoro su cui si fondano i servizi di consegna 24h/24.

La potenza del gigante dell’e-commerce sta nell’imporre il proprio controllo su sempre nuove sfere: mentre copre ormai la quasi totalità delle attività di acquisto e consumo online, ridisegna gli stessi parametri antropologici imponendo una visione accelerazionista dell’immediatezza e della disponibilità di un bene o servizio, così come del lavoro necessario per la fruizione dello stesso. Al contempo, Amazon dispone dei dati dei clienti, gli utilizzatori della piattaforma, essendo così in grado di produrre sia anticipazioni di acquisto, sia modelli algoritmici in grado di suggerire ulteriori prodotti o servizi.

A dispetto di tutto ciò, a livello pubblico non sono disponibili informazioni dettagliate sull’entità dei guadagni di Amazon e sulla sua composizione d’impresa. È questo un caso comune, ma assai paradossale per un’impresa che ha a disposizione la totalità dei dati dei propri clienti. Nei report annuali i pochi dati disponibili riguardano soprattutto la composizione del gruppo. Si tratta però di “dati selezionati” sulla posizione finanziaria e il fatturato, quest’ultimo però indicato genericamente e non scomposto per fonti di guadagno. I dati riguardanti il lavoro sono limitati a una nota («Investment & Job Creation») allegata alla lettera introduttiva del Chief Executor indirizzata agli investitori.

Così, Amazon dichiara di essere una multinazionale capace di impiegare 560.000 lavoratori “Amazzoniani” a livello globale, di cui 130.000 assunti dal 2017. Assai difficile è reperire dati riguardanti le diverse aree del mondo in cui vengono impiegate le diverse tipologie di forza lavoro e le diverse tipologie contrattuali delle stesse.

Per quanto riguarda l’Italia, l‘azienda dichiara di aver investito nel nostro paese 1,6 miliardi di euro e aver creato 5.500 posti di lavoro[9]. Dopo il primo centro di distribuzione aperto nel 2011 a Castel San Giovanni (Piacenza), Amazon ha aperto nel 2015 un centro di distribuzione urbana ad Affori (Milano), nel 2017 a Passo Corese (Rieti) e a Vercelli (Novara). Dal 2017 in poi ha aperto altri depositi di smistamento in Piemonte, Lombardia, Toscana, Veneto, Lazio.

Il caso milanese è rilevante per ragioni che allo stesso tempo potrebbero definirne una eccezionalità rispetto agli altri casi. I dati sono alquanto volatili a causa dell’alta mortalità di imprese che operano in consegna per conto di Amazon. Questo ovviamente si ripercuote in una inevitabile imprecisione nella quantificazione dei volumi di assorbimento e dispersione della forza lavoro del settore. Sarebbero circa 1.500 i lavoratori impiegati in Lombardia, una regione che copre il 18% dell’intero mercato dell’ecommerce italiano, per la maggior parte concentrato nell’area metropolitana milanese. Se Amazon è un attore che entra in scena recentemente, proponendo un modello prepotentemente nuovo nella distribuzione, così è nuova la maggior parte della forza lavoro socializzata alla sua organizzazione del lavoro. Ne consegue che anche l’azione sindacale resta una dimensione tutta da costruire[10]. È questo il quadro dentro il quale nasce e si sviluppa il primo ciclo di mobilitazioni e scioperi dei drivers milanesi.

2. Emersione del conflitto e contenuti di lotta dei drivers milanesi

È il 3 novembre 2015 quando Amazon apre il primo magazzino ad Affori, nell’hinterland di Milano Nord, dedicato al servizio Amazon Prime Now, promettendo un «servizio di consegne in un’ora» attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7[11]. Amazon raddoppia ancora nel 2016 con un altro stabilimento a Porto di Mare in zona Rogoredo.

Tra il 2012 e il 2016 Amazon aumenta i propri dipendenti, apre sempre nel 2016 un altro magazzino a Origgio, al confine tra Varese e Milano e poi nel maggio 2018 a Buccinasco, periferia di Milano Sud. Il posizionamento agli estremi della città permette non solo di operare in punti chiave per la concentrazione e distribuzione di merci, ma anche di attirare manodopera da tutto l’hinterland milanese.

Amazon recluta i cosiddetti drivers, la cui definizione professionale e contrattuale è già oggetto di contenzioso, con contratti d’operatore postale, attraverso società o consorzi che gestiscono il servizio delle consegne in appalto, spesso utilizzando ulteriori subappalti per gestire ordini particolarmente impegnativi. La capacità delle aziende di sostenersi nel tempo e di garantire i servizi è già un tema.

Frammentazione e discontinuità nella domanda di consegne comportano per le aziende numerose difficoltà, motivo ben presente tra gli stessi lavoratori:

La rotta è pagata un tot, 200/210 euro. L’azienda paga la persona, il furgone, la benzina e il resto lo guadagna. Ma siccome il meccanismo è ancora in evoluzione, non ci stanno dentro – secondo me – con le cifre che gli danno. È un’idea che ci siamo fatti. Per questo poi vanno a fare magheggi per rimanere a galla (INT 3) [12].

Le oscillazioni dei volumi di consegna si traducono per molte aziende che stipulano contratti con Amazon in una difficoltà nel sostenere i costi del servizio e del lavoro, spesso causa di cessazione di attività e licenziamenti. Inoltre, Amazon non partecipa a tavoli di concertazione, negando esplicitamente ogni coinvolgimento in questioni di natura sindacale. Questo è esplicitamente indicato in una nota ufficiale dell’azienda sul proprio sito:

Amazon stipula i contratti con i fornitori di servizi di consegna. I fornitori impiegano degli autisti della loro azienda e sono gli unici responsabili del loro personale. Il personale del fornitore non può partecipare a qualsivoglia piano di benefici o ad altri benefici disponibili per i dipendenti Amazon. I fornitori dei servizi di consegna e il relativo personale non hanno l’autorità per obbligare Amazon o qualsivoglia sua affiliata a firmare qualsivoglia contratto o obbligo. (Come potete immaginare, questa risposta è stata scritta dai nostri legali…) [13].

Di conseguenza, le problematiche inerenti al lavoro sono a carico delle aziende che gestiscono le consegne in appalto[14].

I primi scioperi dei corrieri di Amazon Italia si manifestano nel maggio 2017, con un presidio davanti allo stabilimento di Origgio, dove si concentrano e confezionano i pacchi che poi vengono smistati a tutti gli stabilimenti. I lavoratori denunciano la presenza di «orari massacranti e lavoro nero». Secondo i lavoratori, l’azienda impone carichi di lavoro insostenibili che arrivano anche a 14-15 ore al giorno.

Tre sono le richieste sindacali: «Il rispetto del contratto nazionale della logistica, la riduzione della filiera e una maggiore chiarezza sul fronte delle retribuzioni, sia per quanto riguarda gli straordinari sia per la corrispondenza tra i bonifici e le buste paga»[15].

Un’azione che, partita spontaneamente da circa settanta lavoratori, innesca un tentativo di «primo accordo nella pancia del gigante», come commentano in seguito i sindacati – e in particolare    il principale interlocutore dei drivers milanesi, la FILT-CGIL[16], che attraverso la mobilitazione porta a sindacalizzare circa un terzo dei corrieri lombardi.

I fornitori dei servizi di consegna e il relativo personale non hanno l’autorità per obbligare Amazon a firmare qualsivoglia contratto o obbligo

Il 27 giugno un altro evento di protesta si lega allo stabilimento di Affori e Origgio, dove i drivers di alcune società protestano contro un inquadramento contrattuale che li equipara a operatori postali, non riconoscendo le tipologie di mansioni e riducendone così il costo del lavoro[17]. Le rivendicazioni riguardano innanzitutto il riconoscimento della propria professionalità che garantirebbe non solo un incremento salariale ma anche un inquadramento contrattuale stabile, in quanto operatori del trasporto merci.

Nonostante un dialogo si inneschi con le imprese appaltatrici, gli scambi tra lavoratori e i diversi operatori avvengono in totale assenza di Amazon che non si presenta alle trattative, ma risponde solo con dichiarazioni a mezzo stampa. Parallelamente a questi episodi si espandono gli eventi di protesta in altri poli Amazon Italia – come lo sciopero durante il Black Friday del novembre 2017 allo stabilimento di Castel San Giovanni a Piacenza.

Sempre nel Milanese è da ricordare un altro sciopero a Origgio, Affori e la nuova station di Buccinasco nel settembre 2018[18]. A ottobre viene firmato il primo accordo di filiera che garantisce l’inquadramento dei contratti dei corrieri nel CCNL logistica, riconosce il problema dei carichi di lavoro, mette per iscritto i primi diritti di organizzazione sindacale (che tuttavia riguarda solo aziende del servizio di consegna e lavoratori, ma non coinvolge ancora Amazon). L’ondata di scioperi dà l’impressione di crescere, sino a consolidarsi simbolicamente il 24 febbraio 2019 quando è proclamato il primo sciopero regionale in Lombardia, evento che culmina con il comizio di Maurizio Landini, neoeletto segretario generale della CGIL[19].

A seguito di questo ciclo di mobilitazione e di scioperi, il 27 maggio 2019 una nuova ipotesi di accordo[20] viene firmata tra Assoespressi, il rappresentante FEDIT delle imprese aderenti alla filiera dell’e-commerce, i sindacati dei trasporti FILT-CGIL, FIT-CISL, UIL Trasporti e i nuovi Rappresentati Sindacali Aziendali, tra le file dei quali si trovano molti dei protagonisti della mobilitazione, per la maggior parte alla prima esperienza sindacale.

3. L’azione collettiva oltre la frammentazione: il sindacato tra conflitto e riconoscimento

Diverse sono le problematiche che l’azione collettiva dei drivers di Amazon ha contribuito a sollevare. Certo non si può dare a oggi una lettura esaustiva di un fenomeno in continua espansione e trasformazione, sia a livello strutturale – nuovi stabilimenti che sorgono, appalti, accordi e condizioni contrattuali che mutano – sia in termini di forme di azione collettiva e obiettivi sindacali raggiunti[21]. Si può comunque riscontrare come il sindacato sia stato uno strumento che drivers privi di appartenenze ed esperienze sindacali pregresse hanno scoperto come importante collettore di bisogni e rivendicazioni collettive in grado di superare la questione della frammentazione contrattuale.

Questo appare significativo per tre motivi. In primis, perché si impone in un terreno dove in presenza di contratti precari e instabili i costi di mobilitazione sembravano alti.

Secondo, perché i drivers svolgono un’attività lavorativa individualizzata, la cui performance è determinata individualmente dal dispatcher nonché sorvegliata da tecnologie digitali che determinano “le rotte” – i tracciati elaborati da un algoritmo su dati di geolocalizzazione finalizzati all’ottimizzazione dei tempi di consegna degli ordini. Il controllo dei cosiddetti devices che tracciano i movimenti dei lavoratori è stato oggetto di un contenzioso che ha portato alla ridefinizione del controllo escludendo i motivi disciplinari, come descrive uno dei corrieri:

Noi abbiamo il device, che è un braccialetto: sanno tutto. All’inizio ci chiamavano: «Cosa fai fermo al bar?». E come fai a saperlo? Andavano su Google Maps e vedevano dove eri e capivano che eri fermo al bar. Ci controllavano come dei detenuti prima, lo fanno ancora adesso, ma abbiamo fatto un accordo che il gps non può essere usato come disciplinare. Se no controllavano tutto, perché sei fermo lì, perché ci hai messo un quarto d’ora, perché sei lì e perché ti sei spostato di là? Perché hai fatto un’altra strada? (INT 3) [22].

Ti controllano tutto, anche quando vai in bagno. Io, ad esempio, ho due gps sul furgone e uno sul cellulare: capisco la sicurezza e per questo vi voglio bene, ma mi pare un tantino morbosa […] loro vogliono avere il polso della situazione: ti pagano per 9 ore e vogliono che tu non lavori 8 ore e 50 minuti, ma al massimo 9 ore e 10 minuti (INT 5) [23].

Lo scontento legato ai carichi e alla degradazione del lavoro ha innescato una serie di dato il via alle trattative e alla sindacalizzazione

I drivers provengono inoltre da storie lavorative assai diverse. C’è chi è al primo impiego, chi proviene da altri lavori nella logistica o in altri settori a bassa qualifica o chi cerca nel lavoro di corriere la stabilità che non aveva da padroncino. Prevalentemente hanno famiglia a carico e cercano un lavoro stabile in grado di garantire uno stipendio dignitoso. Da poco condividono un’esperienza lavorativa che, oltre all’individualizzazione della prestazione, alla precarietà contrattuale e alla saturazione dei tempi dovuta ai carichi di lavoro, offre pochi momenti di socializzazione, limitati al raduno mattutino per la raccolta ordini e al rientro pomeridiano con il furgone aziendale alla station di riferimento. Al di là di queste condizioni, che teoricamente limiterebbero le opportunità di azione collettiva, lo scontento legato all’insostenibilità dei carichi e alla degradazione del lavoro generata dalle rotte algoritmiche ha innescato una serie di episodi di mobilitazione che hanno dato il via a tavoli di trattative tra Assoespressi e lavoratori, e alla sindacalizzazione del settore. Questi processi hanno portato in un paio di anni a sviluppi sostanziali su diversi fronti, partendo da quello contrattuale – il riconoscimento del Contratto Collettivo Nazionale della Logistica con relative garanzie riguardo a diritti, orari di lavoro e reddito corrispettivo.

Di fronte a una situazione di “tabula rasa” sindacale come quella di Amazon Logistics, lo spazio di azione sindacale si è espanso in parte ricomponendo un ambiente caratterizzato dalla frammentazione determinata dal settore, contraddistinto da bassi standard di regolazione tanto per i lavoratori quanto per le imprese in subappalto. Uno degli aspetti più rilevanti dell’azione collettiva dei lavoratori è stata la critica a retoriche aziendali volte a legittimare al ribasso status professionali e condizioni lavorative:

Dopo quattro mesi che lavoravamo 12 ore al giorno, senza permessi, senza riposi, senza niente… eravamo tornati indietro di 50 anni […] come se non avessimo neanche il passaporto o non fossimo italiani che ci potevano ricattare. All’inizio abbiamo detto: diamo una mano all’azienda, è una start up, diamogli modo di crescere, ma il secondo e il terzo mese ci siamo detti di calmarci perché lavoravamo 12 ore al giorno, dalle 6 di mattina (non si capisce) e ci pagavano 900 euro al mese! […] Loro ci dicevano: è una start up. Stiamo iniziando, diamoci una mano. E ancora adesso, dopo due anni e mezzo, ci dicono che sono una start-up (INT 3) [24]

La protesta è stata uno strumento necessario per essere riconosciuti come soggetto collettivo tanto nei confronti dell’impresa quanto all’esterno, tentando di attirare l’attenzione sia dell’opinione pubblica sia delle istituzioni, in un discorso che sui media e da parte istituzionale privilegiava semplicemente la questione occupazionale ed enfatizzava il prestigio del brand Amazon come fattore automatico di riqualificazione e sviluppo urbano.

Lo spazio sindacale ha fornito un’utile piattaforma a individui privi di appartenenze collettive per aggregare una domanda spontanea e per organizzare così piani di rivendicazione che si sono progressivamente estesi nel tempo. A tal riguardo è utile la spiegazione data da alcuni drivers coinvolti con ruoli di leadership nell’azione collettiva:

Sono entrato per la prima volta con la FILT perché prima non è che avessi questa grande fiducia nel sindacato, anzi, tutt’altro. Oggi secondo me il sindacato non è visto come dovrebbe essere visto. È visto come un partito politico, cosa che, secondo me, se devi tutelare un lavoratore non è corretto. È giusto che tu abbia una tua idea, ma fuori dalle scuole, nei parchetti, nei centri commerciali quando parli di sindacato, si rapportano come ad un partito politico. Non si rapportano più come ad un’istituzione del lavoratore. E questo ti dimostra che in Italia le aziende fanno quel che vogliono. Io mi rifaccio a quello che ha fatto il mio bisnonno: la guerra, i partigiani. Hanno combattuto, hanno fatto l’età del ferro, quindi la Magneti Marelli e lì avevi veramente il sindacato, quello che dovrebbe tornare oggi, soprattutto per governare queste multinazionali che pensano solo ed esclusivamente al loro profitto (INT 5) [25].

Io prima lavoravo per una ditta di consegne, poi ho lavorato come rider per una piattaforma di food-delivery, ma è andata male. Mi sono rivolto al sindacato per risolvere questi problemi e poi reincontrando un ex collega con cui avevo lavorato per una ditta di consegne, lui mi ha mandato da un sindacalista Cgil che mi ha detto che gli serviva una rappresentanza in uno stabilimento e sono andato (INT 2) [26].

Noi delle RSA siamo uniti, non abbiamo colori. Siamo tutti colleghi. Io sono apartitico, un’idea politica ce l’ho, però tra di noi, CISL, UIL o CGIL, per noi è una tutela avere un sindacato che ci possa difendere. Tra RSA siamo uniti, c’è coesione. I problemi li vediamo tutti uguali e insieme (INT 3) [27].

In diverse testimonianze come queste emergono diversi spunti che riguardano il rapporto tra lavoro e azione sindacale. Innanzitutto, nella vertenza specifica che ha portato in circa un anno a riconoscere il passaggio dal contratto di operatore postale al contratto collettivo nazionale di lavoro, il sindacato è stato riconosciuto come un attore importante in quanto «associazione di lavoratori per i lavoratori», capace di incidere direttamente sui bisogni degli stessi.   

Allo stesso tempo però, come emerge dalla prima intervista e da altre testimonianze, questa visione di utilità, capacità di azione e appartenenza collettiva del sindacato non si traduce in una collocazione politica. Anzi, la dimensione politica è investita di una generale sfiducia, viene vista come una sfera distante e poco capace di incidere in maniera rilevante sulle condizioni di lavoro e di vita.

Nella totale assenza di riconoscimento sindacale nella quale si è mossa Amazon a Milano, il sindacato si è costituito come una piattaforma aperta che partiva da bisogni dei lavoratori. Ha utilizzato modalità di azione di protesta e scioperi per poter sollevare questioni lavorative che partendo da bisogni diretti – dai carichi di lavoro, oltre alla proprietà dei dati del lavoro vivo, la vertenza non è ancora arrivata così a incidere sulla “testa” della filiera, da cui conseguono tutti i nodi della questione.

4. I drivers e i conflitti sul lavoro nel capitalismo digitale: alcuni appunti parziali

La propensione ad agire collettivamente o individualmente per ridiscutere e ottenere miglioramenti nelle condizioni di lavoro è spesso descritta come una caratteristica di lavoratori dotati di maggiori competenze professionali. Se indubbiamente la professionalità è una condizione che può facilmente tradursi in maggiore capacità di influenza nella contrattazione, essa tuttavia non è immediatamente una condizione che va da sé, né necessaria né sufficiente. Non solo il cosiddetto “potere dei lavoratori” (worker power) apre a diverse definizioni di competenza e professionalità, ma la conversione delle competenze in potere di controllo sul processo lavorativo, di conflitto e contrattazione con l’impresa è un processo tutt’altro che scontato. È un processo sociale di riconoscimento che si realizza nell’interazione tra lavoratori, nel processo lavorativo e nella dialettica con l’impresa.

Nello specifico, i drivers milanesi dispongono di una professionalità difficilmente riducibile dentro i rigidi tracciati elaborati dalle rotte algoritmiche. Dal suo riconoscimento conseguono diverse implicazioni sindacali:

La ragione per cui siamo forti qui è la professionalità. Ci sono lavoratori che sono forti del loro saper fare e questo costituisce un elemento identitario prima del sindacato e che chiedono al sindacato di rappresentare. Questo è il punto di vertenza aperta con l’algoritmo di Amazon. Il punto è che i lavoratori sanno fare un mestiere laddove c’è un algoritmo che nel migliore dei casi gli dice cosa fare e nel peggiore gli ruba il mestiere. Nel primo caso, l’algoritmo non conosce veramente il territorio – se c’è un portinaio in un palazzo che facilita la consegna, se c’è una signora che può aprire o no ecc. – quella componente umana che il lavoratore è in grado di leggere. Questa relazione con il territorio e con i clienti non viene tenuta in conto dall’algoritmo. Non tenendolo in conto peggiora la qualità del lavoro e del servizio. Nel peggiore dei casi, l’algoritmo ruba il lavoro perché recupera tutta una serie di dati mentre il lavoratore tracciando un nuovo percorso, più rapido perché legato all’esperienza, fornisce informazioni e dati all’algoritmo che le registra. In tal modo, riprocessando non solo si riappropria della conoscenza del lavoratore ma lo rende anche sostituibile, in quanto lo può sostituire anche in futuro non dico con robot, ma semplicemente con altri lavoratori. Tutto questo è professionalità lavorativa che non viene retribuita (INT FILT-CGIL) [28].

Queste problematiche mostrano come la “conoscenza tacita” e il “fattore umano” fondino una professionalità e un saper fare che sono necessari per svolgere una mansione lavorativa apparentemente semplice, come la consegna a domicilio, ma complessa nella sua interazione con il territorio e con la crescente individualizzazione del servizio richiesto dai clienti.

In questo caso, il controllo algoritmico dei carichi e delle rotte è una estensione peggiorativa dei modelli di gestione “scientifica” di stampo taylorista, in quanto occulta dietro “operazioni tecniche” delle scelte organizzative interessate – l’appropriazione di dati derivanti da esperienza professionale e l’eventuale sostituibilità del lavoratore. Così facendo non aumenta solo i carichi, i ritmi di lavoro e i rischi professionali per i lavoratori (stress individuale, rischio incidenti di guida ecc.), ma aumenta la sorveglianza della performance lavorativa riducendo lo spazio di contrattazione. L’unica figura con cui comunicare rimane il dispatcher o una piccola impresa di subappalto il cui potere di negoziazione con Amazon è a sua volta, a causa delle dimensioni e della frammentazione del mercato, assai ridotto.

Ecco qui dunque uno degli aspetti chiave di questo settore del capitalismo digitale. Dietro l’aura dell’innovazione tecnologica che supera i vincoli, accelera i servizi e crea nuove opportunità lavorative, l’organizzazione algoritmica non solo elude la questione dei diritti e del riconoscimento lavorativo, tanto della sua professionalità quanto della sua giusta retribuzione, ma monitora e misura digitalmente in maniera accurata e con precisione analitica solo alcune dimensioni di parte: la performance lavorativa e i tempi delle operazioni lavorative. Il neo-taylorismo digitale delle rotte algoritmiche dei corrieri assume così i tratti di una “linea di montaggio nella testa”, così come era stato definito il potere  delle ICT nella modellizzazione del lavoro da call center[29].

Ciò che la lotta dei corrieri ha riconosciuto è che qualità del lavoro e qualità del servizio sono strettamente legati. L’insostenibilità di una media di 120 stop su una giornata lavorativa di 8 ore e 45 minuti si basa su rotte – non negoziate con lavoratori e sindacati – che propongono una logica efficientista unidimensionalmente definita da protocolli d’impresa decisi a monte da una “testa” (Amazon) che si esclude dalla contrattazione. Questa identifica come valore, da cui dipendono i propri profitti, la velocità di consegna, non considerando rischi individuali per il lavoratore (stress psicofisico e incolumità) e collettivi (incidenti stradali).

Prima di “contrattare l’algoritmo” – usando un’espressione tanto ormai di rito quanto vaga – è da stabilire l’entità del riconoscimento delle competenze dei lavoratori. In seguito sono da definire i limiti dell’algoritmo nel processo lavorativo, non solo in termini di privacy e autonomia del lavoratore, ma soprattutto come strumento programmato dall’azienda Amazon, la vera responsabile delle scelte di fronte ai lavoratori stessi e con cui aprire la contrattazione. Le condizioni di applicazione dell’algoritmo sono infatti tutt’altro che tecnologicamente determinate e dipendono da un insieme di fattori intrinsecamente sociali per cui si accettano o meno a seguito di accordi tra le parti in gioco[30]. Non è certo solo Amazon a rendere possibile il suo modello, ma esso si impone laddove vi sono istituzioni del mondo del lavoro deboli e bassi livelli di regolazione, che specie nel settore della logistica presentano ulteriori dimensioni di opacità quando non di irregolarità[31]. È lì che istituzioni e rappresentanti dei lavoratori dovrebbero agire congiuntamente.

Un’altra dimensione importante risiede nel legame tra cittadino-cliente e lavoratori: la qualità del servizio è infatti inversamente proporzionale alla rapidità della consegna.

Rinegoziare le rotte su basi più sostenibili non andrebbe solo a tutelare lavoratori e clienti, ma anche cittadini che ogni giorno attraversano fisicamente gli spazi urbani. Le rotte tracciate dagli algoritmi non tengono in conto infatti della miriade di imprevisti dovuti alla conformazione umana e sociale della città. Lo spazio urbano e i territori sono dimensioni troppo complesse e imprevedibili per essere gestite con macchine che leggono in astratto rotte e tragitti attraverso analytics, per quanto continuamente aggiornati. In tal senso anche l’apertura di stabilimenti o la loro espansione andrebbe inserita in programmi pubblici di pianificazione urbanistica che ne leggano la complessità territoriale.

In conclusione, tre sono forse le dimensioni cruciali che emergono dalla vertenza dei drivers. In primis, la necessità di legare un sindacalismo tradizionale con un sindacalismo più di movimento tra lavoratori che apra una coalizione con altri soggetti come associazioni di consumatori e comitati territoriali. In secondo luogo, provare a legare le lotte dei corrieri con quelle degli altri lavoratori Amazon soggetti alle forme di controllo neo-taylorista definito dagli algoritmi. In ultima, lavorare a un coordinamento sindacale transnazionale. È infatti assai difficile confrontarsi con un attore multinazionale come Amazon senza un coordinamento tra lavoratori che abbia la stessa scala.


[1] Il presente lavoro è parte di un progetto di ricerca attualmente in corso sulle conseguenze sociali del capitalismo digitale. Il materiale empirico è stato raccolto in tre diversi momenti lungo il 2019. È costituito prevalentemente da un dossier contenente la copertura degli eventi di protesta sui principali media, documenti sindacali e soprattutto materiale da fieldwork composto da tre osservazioni con partecipanti ad assemblee sindacali spontanee di lavoratori e dieci interviste con corrieri aventi un ruolo di rilievo nella mobilitazione. Tali dati sono registrati e sottoposti a lavoro di codifica e analisi. Ringrazio i colleghi Loris Caruso e Lorenzo Cini con cui ho collaborato dal 2018 a oggi e dalle cui discussioni questo lavoro ha beneficiato. Ripetuti confronti con Alfredo Alietti, Luca Carollo, Marco De Seriis, Guglielmo Meardi, e la redazione di Officina Primo Maggio hanno ulteriormente arricchito le seguenti riflessioni. Eventuali errori e sviste sono invece da attribuire esclusivamente all’autore.

[2] W.J. Orlikowski, «The Duality of Technology: Rethinking the Concept of Technology in Organizations», in Organization Science, n. 3 (1992). In linea di continuità con il determinismo tecnologico classico, la prospettiva del soft determinism definisce la tecnologia una forza esterna che gioca un ruolo determinante sugli attori sociali, riconoscendo il maggior peso degli strumenti tecnologici nel rendere possibile il perseguimento di uno scopo (in questo caso, ad esempio, la riduzione dei tempi di spostamento dei corrieri e di consegna). Tuttavia, il soft determinism riconosce agli attori sociali la possibilità di intervenire sugli apparati tecnici e negoziarne l’applicazione. Se, ad esempio, il perseguimento dello scopo è possibile solo grazie alle nuove tecnologie algoritmiche, è comunque sempre l’interesse sociale a definire il senso dello scopo – il profitto legato alla velocità di consegna e alla riduzione dei costi del lavoro. Inoltre, il determinismo temperato introduce l’elemento dell’incertezza intrinseca all’innovazione. Se la tecnologia è mediata da progetti organizzativi determinati da attori sociali portatori di interessi, va anche riconosciuta la limitata capacità degli attori di conoscere in anticipo tutti i potenziali effetti della tecnologia (attesi e inattesi), che rimangono incerti e possono aprire a conseguenze anche disfunzionali rispetto agli scopi dei progettatori.

[3] La prospettiva di ricerca del processo lavorativo (labour process theory) si riferisce a un approccio alla sociologia industriale che, all’interno di un determinato modo di produzione, parta dall’elemento critico del lavoro, come fattore d’importanza preminente su cui si poggia l’attività produttiva, il cui funzionamento dipende dall’accettabilità o meno di un modello organizzativo e dalle condizioni che ne conseguono. Per questo, lo studio del processo lavorativo permette di mostrare le condizioni di consenso o conflitto che strutturano o modificano una determinata distribuzione del potere, considerando il luogo di lavoro e produzione come la dimensione preminente di una determinata distribuzione del potere su cui poggia più in generale l’ordine di una società. Per una rassegna del dibattito, si veda D. Knights e H. Willmott (a cura di), Labour Process Theory, MacMillan, London 1990.

[4] N. Berg, M. Knights, Amazon. How the World’s Most Relentless Retailer Will Continue to Revolutionize Commerce, Kogan Page, London 2019.

[5]  Amazon Annual Report, 2018 pubblicato nel gennaio 2019, consultabile al link: www.annualreports.com/Company/amazoncom- inc.

[6] Dati sui 100 brand globali elaborati dal gruppo Kantar Milward Brown, disponibili al link: http://online.pubhtml5.com/bydd/ ksdy/#p=1.

[7] In Italia, il primo accordo tra Poste Italiane e Amazon è siglato nel giugno del 2018.

[8] www.nytimes.com/2013/11/11/business/postal-service-and-ama-zon-strike-deal.html

[9] https://www.aboutamazon.it/centri-di-distribuzione/investimenti-locali/investimenti-locali

[10] Da un’ottica comparata, in Europa Amazon è presente sin dal 1999 quando si insedia in Germania con lo stabilimento di Bad Hersfeld che rimane l’unico fino al 2006, per poi programmare una nuova espansione con l’apertura di altri nove stabilimenti su suo lo tedesco. Anche per ragioni geografiche, la Germania infatti è il principale centro logistico d’Europa. Pur tuttavia, Amazon risulta un’impresa de-sindacalizzata, per lo meno fino al 2011, quando il sindacato tedesco dei servizi VeR.Di inizia la mobilitazione e organizzazione sindacale negli stabilimenti per richiedere l’adesione al contratto collettivo del commercio. Si veda J. Boewe, J. Schulten, The Long Struggle of The Amazon Employees, Rosa LuxemburgStiftung, Brussels 2017; B. Cattero, V. D’Onofrio, «Orfani delle Istituzioni. Lavoratori, Sindacati e le “Fabbriche Terziarie Digitalizzate” di Amazon», in Quaderni Rassegna Sindacale, n. 1 (2018), pp. 7-28.

[11] La Repubblica-Milano, 3 novembre 2015.

[12] Intervista 3, Driver, Milano 18 marzo 2019.

[13] Estratto dalla sezione “Domande frequenti”, alla domanda «Quali sono i rapporti giuridici tra Amazon e corrieri?», indicato dalla stessa azienda sul suo sito ufficiale: https://logistics.amazon.it/

[14] Come riferisce un rappresentante sindacale dei corrieri: «Amazon ha un contratto con queste società e ha dei criteri loro di assegnazione degli appalti e i lavoratori sono esclusivamente dipendenti dalle aziende presso le quali lavorano. Non firmano niente con Amazon. Se ne guarda bene Amazon dal fargli firmare qualcosa. Però stanno dentro degli schemi, nel senso che l’azienda sa quali sono le condizioni di servizio che deve prestare e quindi poi le ribalta sui lavoratori». Intervista Sindacale 8, Milano, 27 settembre 2019.

[15] La Repubblica-Milano, 11 maggio 2017.

[16] La Repubblica-Milano, 12 maggio 2017.

[17] La Repubblica-Milano, 28 giugno 2017.

[18] La Repubblica-Milano, 14 settembre 2018.

[19] La Repubblica-Milano, 25 febbraio 2019.

[20] Il testo completo dell’accordo è disponibile al link: www.startmag.it/wp-content/uploads/IPOTESI-ACCORDO-AMAZON.pdf

[21]  Proprio nel momento in cui l’autore scrive è in atto l’ennesimo sciopero proclamato per 48 ore dal 19 al 20 febbraio 2020, con presidi di corrieri fuori dalle stations lombarde di Buccinasco, Burago e Origgio che chiedono ad Amazon di entrare nella contrattazione, di superare la differenziazione dei trattamenti contrattuali legata alla frammentazione delle imprese di consegna ridefinendo criteri omogenei riguardanti inquadramenti professionali, stipendi e carichi di lavoro.

[22] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[23] Intervista 5, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[24] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[25] Intervista 5, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[26] Intervista 2, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[27] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[28] Intervista a Luca Stanzione, segretario generale Filt-Cgil Lombardia, Milano, 13 marzo 2019.

[29] P. Bain, P. Taylor, «An Assembly Line In The Head? Work and Employee Relations in the Call Centre», in Industrial Relations Journal, vol. 30, n. 2, (1999); J. Woodcock, Working the Phones: Control and Resistance in Call Centres, Pluto Press, London 2017.

[30] P. Edwards, P. Ramirez, «When Should Workers Embrace or Resist New Technology?», in New Technology, Work and Employment, vol. 31, n. 2, (2016).

[31] S. Bologna, S. Curi, «Relazioni industriali e servizi di logistica. Uno studio preliminare», in Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, n. 161, 1, (2019).

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