Biblioteche in quarantena

di Scaffale aperto, Gruppo indagine biblioteche di Pisa

Il disegno è di Arpaia

Scaffale aperto è un gruppo di indagine composto da dottorandi e dottorande di area umanistica dell’Università di Pisa, che nel luglio del 2021 ha deciso di riunirsi per avviare un’inchiesta sulla situazione e sui problemi dei sistemi bibliotecari di ateneo. 

Da emergenza a eccezione permanente. Cronache dalle biblioteche dell’Università di Pisa

Nei primi mesi dell’emergenza pandemica quasi nessuno si sentiva nelle condizioni di protestare per l’interruzione dei servizi bibliotecari, anche se quei servizi erano indispensabili per il lavoro di molti. Ci sembrava normale che questo accadesse, in una situazione di emergenza; e non eravamo gli unici, del resto, a trovarsi nell’impossibilità di lavorare. Probabilmente molti di noi hanno pensato che non c’era altra soluzione, e nostro malgrado ci siamo adeguati a una situazione che percepivamo come realisticamente inevitabile. A inizio marzo 2020 il Sistema bibliotecario di ateneo (Sba) dell’Università di Pisa aveva comunicato la chiusura delle biblioteche fino a nuovo avviso e il successivo decreto rettorale dichiarava la sospensione di tutte le attività in presenza all’interno degli spazi universitari (fatta eccezione per i corsi di specializzazione di area sanitaria). Non potendo assicurare una pronta riapertura degli spazi, il decreto annunciava però soluzioni per riattivare il prima possibile almeno il servizio di prestito. Pochi giorni dopo, all’insegna dell’hashtag #iorestoacasa, una nuova comunicazione dello Sba faceva il punto della situazione: restavano sospesi i servizi di prestito (normale e interbibliotecario), di consultazione in loco e di digitalizzazione di materiale cartaceo. Erano consultabili soltanto i materiali già digitalizzati presenti nelle banche dati delle biblioteche. Le principali misure adottate per venire incontro alle necessità degli studenti nel periodo di emergenza riguardavano l’accesso libero al materiale messo a disposizione da alcuni editori, l’acquisto di libri in programma d’esame in formato digitale e il servizio di informazione e assistenza bibliografica online. Alla maggior parte di noi, tutto questo è sembrato ragionevole, anche se non inevitabile. 

La nostra percezione è cambiata nel corso della prima riapertura, nel maggio 2020. In linea con l’inizio della fase 2, un nuovo decreto rettorale dell’ateneo pisano e un protocollo di sicurezza anticontagio annunciavano le novità da ritenersi valide fino al 31 agosto. All’insegna questa volta dell’hashtag #iosonoprudente, veniva attivato il servizio di prestito su prenotazione e appuntamento, limitandolo agli utenti dell’Università di Pisa, e con priorità per determinate categorie (in generale figure precarie o a scadenza: assegnisti, dottorandi all’ultimo anno, laureandi, ecc.); veniva stabilita una quarantena di nove giorni per i libri restituiti; parte del personale rientrava in biblioteca. Rimaneva interdetto l’accesso per consultazione e studio. Questa prudenza sospetta sembrava nascondere un disinteresse fatalista: in quel periodo si è iniziato a capire quale fosse la reale importanza attribuita al servizio pubblico svolto dalle biblioteche: molto vicina allo zero. Lo dimostra quello che la gran parte di noi dottorandi ha comunque continuato a pensare, vedendo che con il passare dei mesi gli spazi della biblioteca rimanevano off limits: in fondo la situazione era ancora difficile, in fondo anche tanti altri servizi e comparti produttivi non potevano riaprire; in fondo i vaccini non c’erano, e dall’autunno ci si aspettavano dei guai. Molti di noi, crediamo, hanno pensato qualcosa di simile, e non si sono stupiti più di tanto nel constatare che l’unico servizio disponibile rimaneva il prestito su prenotazione online – anche se era impossibile non provare un po’ di sgomento osservando quanto le biblioteche in Italia, nella realtà dei fatti e al di là dei discorsi, fossero ritenute pacificamente e tacitamente sacrificabili.

Ripercorrendo la lunga catena di decreti, ordinanze e protocolli, i criteri che hanno guidato le scelte dell’ateneo pisano in merito alle biblioteche risultano chiari. Il Dpcm del 26 aprile 2020 a cui si riferiva il primo protocollo anticontagio dell’ateneo, specificava che nelle università era «altresì consentito l’utilizzo di biblioteche, a condizione che vi sia un’organizzazione degli spazi e del lavoro tale da ridurre al massimo il rischio di prossimità e di aggregazione e che vengano adottate misure organizzative di prevenzione e protezione». Sempre secondo il Dpcm, che faceva riferimento all’articolo 87, comma 1, lettera a), del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 le pubbliche amministrazioni dovevano assicurare la presenza del personale necessario allo svolgimento delle attività ritenute «indifferibili». Ma se il protocollo universitario citato decretava la riapertura di laboratori scientifici, stabulari e officine, «le sale di consultazione delle biblioteche e le sale studio ovunque ubicate rimanevano chiuse fino al 31 agosto» 2020. Non sembrava contemplato che per alcuni settori di ricerca la biblioteca e l’archivio sono luoghi di lavoro, esattamente come il laboratorio lo è per l’area tecnico-scientifica.

Con la fase 3 il Dpcm dell’11 giugno 2020 ribadiva che l’utilizzo delle biblioteche negli spazi universitari era consentito nel rispetto delle misure di sicurezza. Ma le novità previste dall’ateneo in un aggiornamento al protocollo anti-contagio non erano così radicali: la quarantena dei libri veniva ridotta a tre giorni; alcuni spazi esterni dell’Università erano attrezzati come aule studio all’aperto; riprendeva, a partire dal 15 luglio, il servizio di consultazione in biblioteca su prenotazione, riservato però (come il prestito) agli utenti dell’Università di Pisa, con priorità per determinate categorie, e limitato a «esigenze di studio che non possano essere soddisfatte con il servizio di prestito». Le regole erano queste: al momento della prenotazione l’utente doveva indicare i testi che intendeva consultare; la data e l’orario venivano stabiliti dalla biblioteca e comunicati via e-mail; all’interno della biblioteca l’eventuale consultazione di altro materiale a scaffale doveva avvenire sotto la supervisione del personale bibliotecario; non era consentito introdurre in biblioteca libri e oggetti personali a eccezione di computer, telefoni e tablet.

Tutte queste limitazioni, prudentemente pensate per ridurre al minimo – per non dire a zero – il flusso di persone in biblioteca, sembravano presupporre l’idea di una ricerca statica e virtuale, che facesse a meno degli spazi fisici e prescindesse dall’incontro materiale col caso e con l’imprevisto. Questo faceva sì, per esempio, che uno studente o un ricercatore tendesse a richiedere, e quindi a leggere, soltanto il materiale che già sapeva gli sarebbe servito. Se è vero che dal 15 luglio 2020 la consultazione era possibile, sembrava però vincolata ai soli materiali già indicati nella prenotazione online: l’unica menzione della possibilità di consultare materiali diversi da quelli prenotati era sepolta in un documento tecnico di trentasei pagine; nessuna menzione invece nei comunicati ufficiali dello Sba – come se si volesse evitare, pensavano molti di noi, che la notizia si spargesse troppo.

Altri ostacoli concreti dipendevano poi in primis dalle procedure cavillose o inutilmente complicate ordinate dall’ateneo: perché sottoporre a quarantena i libri che venivano consultati in biblioteca, muniti di mascherina e gel? Era davvero necessario farsi accompagnare tra gli scaffali da un bibliotecario? Perché non si è pensato a una piattaforma che permettesse all’utente di scegliere data e orario della consultazione, che gli venivano invece comunicati dalla biblioteca? Non era possibile automatizzare il servizio di prestito e restituzione, per lasciare il personale più libero di svolgere altre mansioni? Perché, una volta stabilite misure di sicurezza appropriate, i servizi dovevano essere limitati ai soli utenti dell’università? Era giusto che alcune categorie avessero la priorità? A tutto questo si aggiungeva l’ambiguità e la reticenza dei comunicati dello Sba.

L’altro grande e, almeno inizialmente, inspiegabile problema era la riduzione estrema degli orari di apertura – praticamente dimezzati. Su questo sembra che l’ateneo abbia addirittura provato a far passare la causa per l’effetto, sostenendo che siccome c’era poca affluenza, allora non aveva senso aumentare l’orario – quando era chiaro a tutti che l’affluenza era bassa perché i servizi erano minimi, e la comunicazione lacunosa.

Quando poi nella primavera del 2021 la situazione emergenziale si è fatta meno tesa ci siamo accorti di quanto fosse difficile riavere dei diritti che avevamo, magari anche ragionevolmente, rinunciato a esercitare. L’inerzia dell’Ateneo era stupefacente: di un ritorno al normale utilizzo degli spazi fisici della biblioteca, pur nel rispetto delle misure di sicurezza, neppure si parlava, mentre nei musei dell’Università e nelle aule studio si poteva accedere, muniti di mascherina e prenotando il posto, da quasi un anno.

Questa situazione è rimasta immutata almeno fino alla metà del luglio 2021, nel segno dell’hashtag #bibliotecainsicurezza. A quel punto ci sono stati alcuni timidi segnali e, paradossalmente, il problema della trasparenza e della chiarezza nelle comunicazioni è diventato ancora più centrale. Durante tutta la pandemia, la priorità nel prestito e poi nella consultazione vincolata andava ad «assegnisti, dottorandi all’ultimo anno, specializzandi, borsisti, laureandi e rtd-a [ricercatori a tempo determinato di tipo A]»; il che era una scelta discutibile, ma almeno chiara e comprensibile. Nel corso dell’estate del 2021 si è creata invece una situazione ambigua: chi andava in biblioteca per la consultazione vincolata del materiale già prenotato finiva spesso per fermarsi a studiare su materiali propri – com’è logico –, e finiva anche spesso per avere libero accesso (con gel e mascherina) alla consultazione libera di materiale non preventivato – com’era logico, e come dev’essere sembrato logico e umano a gran parte delle persone che lavoravano in biblioteca. Il problema era però la disparità di trattamento: se prima almeno le categorie privilegiate erano chiare, adesso non lo erano più: un dottorando o un assegnista che fosse “nel giro” poteva facilmente usufruire di quasi tutti i servizi, mentre una vasta maggioranza di persone non era a conoscenza di questi diritti, che quindi non lo erano. La sensazione era che si preferisse rimanere nell’ufficiosità per evitare un’impennata delle richieste, ma anche la protesta dei frequentatori scelti.

Solamente il 20 settembre 2021, dopo l’invio (il 19 settembre) di un documento di critiche puntuali al rettore e ai dirigenti del Sistema bibliotecario di ateneo è apparso sul sito dello Sba l’annuncio che ufficializzava quello che era già vero nei fatti: i servizi di consultazione libera e di studio in loco erano ripristinati. Il 30 settembre è stato poi annunciato, a partire dal 4 ottobre 2021, l’ampliamento dell’orario di tutte le biblioteche dell’Ateneo – ma non il ripristino degli orari in vigore prima dell’inizio della pandemia.

Arbitrio e definanziamento: alla ricerca di un criterio

Questa situazione, e i disagi che ha inevitabilmente comportato su noi come singoli e come comunità, ci ha posto di fronte all’esigenza di comprendere l’entità di un fenomeno che, come ogni esperienza legata alla pandemia, ha avuto una portata transnazionale. Innanzitutto, dunque, siamo usciti dalla prospettiva locale dell’ateneo pisano, attraverso un’indagine sui regolamenti dei sistemi bibliotecari umanistici di quarantanove università italiane. Ci ha guidato una convinzione: ragionare su diversi esempi di gestione degli spazi e dei servizi bibliotecari avrebbe permesso di individuare un criterio d’azione comune adottato dai vari sistemi – o, per lo meno, alcuni criteri facilmente individuabili e altrettanto facilmente giustificabili. Ciò che invece l’indagine ha dimostrato è che la nostra idea guida era in fondo sbagliata: questi criteri non c’erano. Costrette ad autoregolamentarsi sulla gestione dei materiali, degli spazi, degli orari e dello svolgimento del lavoro del personale, le biblioteche hanno adottato soluzioni disparate: il periodo di quarantena dei libri, a volte del tutto assente, variava da due a cinque giorni; gli orari di apertura sono stati ridotti in modi molto diversi, fino ai casi più estremi in cui ci si è spinti oltre il drastico dimezzamento; là dove consentito, l’accesso era regolamentato da differenti sistemi (form online, mail, applicazioni per smartphone ecc.) e logiche (consultazione riservata ai materiali esclusi dal prestito, possibilità di studiare in loco a prescindere dalla richiesta dei libri, ingresso riservato a determinate categorie ecc.). Dall’indagine, l’unica coerenza emersa riguarda l’arbitrarietà delle scelte. Ci si potrebbe quindi interrogare sul valore reale dell’autonomia: se da un lato gli spazi di azione lasciati alle singole università potrebbero consentire scelte più mirate, in virtù della vicinanza ai problemi contingenti e concreti, dall’altro comporta confusione, asimmetrie, e il rischio di una dispersione di energie e risorse. Spinta all’estremo e introiettata dagli stessi regolamenti, la retorica dell’emergenza ha portato a fare dell’arbitrio l’unico criterio praticabile: di fronte a una situazione in perenne cambiamento, l’adeguamento progressivo alle circostanze è apparsa la sola soluzione possibile. Ogni progettualità è stata sacrificata all’estemporaneo.

Persino le logiche economiche non sono state sempre confermate: se infatti le biblioteche con i finanziamenti degli istituti di eccellenza (come la Scuola Normale superiore di Pisa) o dei dipartimenti di eccellenza (come quello di Scienze umane dell’Aquila) sono state indubbiamente più rapide ed efficaci nella riattivazione degli orari di apertura consueti e della consultazione a scaffale aperto, non sempre più fondi hanno significato condizioni migliori. È indicativo che in questo caso la classica disparità economica tra Nord e Sud non ha avuto le ricadute attese: la situazione degli atenei settentrionali non è affatto più rosea di quella degli atenei meridionali, tanto più perché, in quest’ultimo caso, a giocare un ruolo determinante è stato il numero degli iscritti: un elevato numero di studenti e ricercatori causa problemi di gestione che non possono essere facilmente risolti con investimenti economici (al di là dei finanziamenti, è chiaro che casi come quello della Scuola Normale si spiegano anche con il ridotto numero di studenti e personale che deve gestire).

Ma un minimo comun denominatore economico possiamo individuarlo, e questo non ci sorprende affatto: le chiusure in blocco e le soluzioni a ribasso sono il riflesso del definanziamento che da anni affligge il sistema universitario italiano. Non si tratta semplicemente del fatto che non si impiegano fondi per incrementare e migliorare le strutture bibliotecarie. Al riguardo basterà richiamare un dato su tutti: pochissime sono le università che hanno investito su uno strumento tanto semplice quanto funzionale come le postazioni automatizzate per il prestito e la restituzione dei libri. Il problema principale riguarda le modalità di reclutamento del personale bibliotecario. Una sua componente significativa non è assunta dalla pubblica amministrazione, ma è formata da dipendenti di cooperative o società private. Nel pieno dell’emergenza, il ricorso all’outsourcing ha mostrato una volta di più di non essere una buona strategia. Molti contratti con le cooperative sono stati sospesi e dal 2019, per molto tempo, non sono state indette nuove gare d’appalto per riattivarli. Dall’indagine effettuata dall’Associazione italiana biblioteche nel maggio 2020 emerge che «gli incarichi di lavoro sono stati cancellati o rinviati per la maggior parte da enti pubblici (enti pubblici 47,15%, enti statali 4,26%, Mibact 1,84%) e per il 14,41% da enti privati, ma mentre questo non ha comportato per i dipendenti pubblici nessun mancato introito, si è tradotto invece in mancati guadagni per i dipendenti privati o di cooperative». I disagi, tanto per chi fruisce dei servizi bibliotecari quanto per chi li eroga, sono evidenti: in questo senso, l’emergenza ha fatto emergere con ancora più forza i problemi strutturali.

Riflessioni per un buon uso delle biblioteche 

Il problema particolare del Sistema bibliotecario dell’Università di Pisa è generalizzabile a partire da una constatazione: l’Italia non ha mai adottato una politica coerente nella gestione delle biblioteche. È sufficiente dare un’occhiata alle denominazioni in uso per le diverse tipologie di biblioteche presenti sul territorio nazionale: ci sono le biblioteche pubbliche di enti territoriali, variamente definite “comunali”, “civiche”, “di pubblica lettura”, o “mediateche” o “centri culturali”; ci sono le due Biblioteche nazionali centrali (Roma e Firenze); le sette Biblioteche nazionali (ma non centrali); e le trentasette Biblioteche statali non centrali, definite anche Biblioteche universitarie. Ma attenzione a non confondere le Biblioteche universitarie con le Biblioteche delle università! Solo quest’ultima, infatti, è la categoria cui fanno riferimento le biblioteche del Sistema bibliotecario di ateneo dell’Università di Pisa e di tutti i sistemi bibliotecari delle università italiane.

La più recente riorganizzazione dell’assetto delle università, stabilita dalla Legge 30 dicembre 2010, n. 240 (la riforma Gelmini), ha reso effettiva una netta separazione tra gli organi di controllo (Rettore, Senato accademico e Consiglio di amministrazione) e gli organi di indirizzo (Collegio dei revisori dei conti, Nucleo di valutazione, Direttore generale). Questa separazione si ritrova anche al livello delle biblioteche, dirette da una commissione di cui fa parte anche il responsabile della biblioteca, ma sempre presieduta da un docente. È sufficiente dare un’occhiata all’organico dei sistemi bibliotecari di ateneo per comprendere che le funzioni coordinative e i comitati scientifici dei cosiddetti Poli (bibliotecari) possono avere una rappresentanza molto diseguale: per esempio, nel caso dell’Università di Pisa ci sono sei rappresentanti dei docenti contro due rappresentanti dei bibliotecari. Forse il primo punto su cui dovremmo interrogarci è proprio questo: i docenti hanno un ruolo fondamentale in rapporto alle biblioteche, ma quanto importa ai docenti delle università italiane del futuro delle loro biblioteche?

Quando abbiamo iniziato questa nostra piccola indagine non pensavamo esistessero queste distinzioni e queste gerarchie: ci sembrano sintomatiche di una burocrazia che rende incomprensibili agli utenti, a cui teoricamente dovrebbe rivolgersi, la forma e il funzionamento di quelle strutture che sarebbe suo compito organizzare. Non è stupidità, è volontaria sospensione della chiarezza. 

Nonostante le trasformazioni dell’ultimo decennio, per lo più legate alla rivoluzione digitale e alle riforme dell’istruzione superiore, la funzione delle biblioteche delle università è rimasta sostanzialmente la stessa. Si tratta di una funzione di supporto alle missioni che l’Università decide di perseguire: principalmente la ricerca e la didattica, ma anche la “Terza missione”: quell’insieme di attività – presentazioni di libri, incontri culturali, laboratori di ogni genere e attività non specializzate – che l’università dovrebbe rivolgere all’esterno, a una comunità più ampia di quella accademica. Sarebbe bello se gli spazi delle biblioteche accademiche diventassero anche degli spazi sociali, avvicinandosi così alle attività che sono più proprie delle biblioteche civiche e comunali. La visione sociale della biblioteca può trovare un modello nelle public libraries dei paesi anglosassoni e scandinavi: strutture finanziate dalle tasse dei cittadini, e che adottano spazi multifunzionali per la lettura silenziosa, per lo studio di gruppo, spazi per gli eventi culturali, spazi di gioco per i più piccoli. Questo genere di biblioteca è raro in Italia, e si può trovare in qualche grande città del Nord o nei comuni di alcune regioni particolarmente virtuose (e ricche) – e in ogni caso, lo standard è molto distante dal resto dell’Europa occidentale.

Si fatica a immaginare una funzione simile per le biblioteche delle università: spesso collocate in strutture vecchie, dove gli spazi sono insufficienti, le connessioni a Internet molte lente e completamente assenti le dotazioni necessarie perché la Terza missione smetta di essere solo uno spauracchio.

D’altra parte, viene da chiedersi se non abbia più senso che i sistemi bibliotecari di ateneo si concentrino sul supporto alla ricerca e alla didattica, considerando che per ricerca non si dovrebbe intendere solo la ricerca specializzata, ma anche lo studio personale. Sia perché esistono modi di fare ricerca e didattica, metodi di formazione per imparare a fare analisi e a educare, assai meno sterili di quelli dominanti. Sia perché lo studio personale può essere necessario per motivi che non sono unicamente legati alla ricerca specialistica: si può voler o dover studiare per superare un esame e acquisire un titolo di studio, per partecipare a un concorso pubblico o anche per imparare a vivere. Tutte e tutti, in qualche modo, abbiamo iniziato per questi motivi.

Lo studente o il ricercatore hanno bisogno di un luogo materiale dove formarsi o svolgere il proprio lavoro di studio e ricerca. Gli studenti, in particolare, non risiedono sempre  nella città dove ha sede l’università a cui sono iscritti, e se sono domiciliati lì vivono in coabitazione in appartamenti piccoli, costosi e non adatti allo studio – e questo discorso vale sempre di più anche per i dottorandi e per i precari della ricerca. Per queste categorie di utenti la biblioteca è sala studio, ma anche luogo fisico capace di innescare le potenzialità cognitive che si sprigionano dall’atto materiale della lettura. A oggi, infatti, la tridimensionalità del libro non è ancora accessibile virtualmente, e non esistono software o dispositivi, disponibili ai più, capaci di simulare le stesse funzioni del libro, della mano umana e dei molteplici strumenti di cui uno studioso o uno studente può servirsi per ricordare, annotare, confrontare ecc. Ed è piuttosto inutile ripetere il mantra della letteratura specializzata in biblioteconomia, secondo il quale dopo la rivoluzione digitale le biblioteche si sarebbero trasformare «da fornitrici di documenti a fornitrici di accesso» (ai materiali digitalizzati). La digitalizzazione dei servizi bibliotecari appare molto più grande di quanto non sia in realtà: un mero accomodamento, sia dal punto di vista della fisica che dell’economia. Dal momento in cui i grandi progetti di digitalizzazione dei fondi librari sono stati affidati dalle università alle grandi aziende private come Google (pensiamo al progetto Google Books), le biblioteche fisiche restano l’unico luogo in cui si può accedere gratuitamente a materiali che altrimenti sarebbero a pagamento. E non ci vengano a dire che quelle collezioni sono accessibili digitalmente, perché la maggior parte delle università italiane di piccole e medie dimensioni sottoscrive sempre meno abbonamenti, e i pochi o molti abbonamenti disponibili nelle università maggiori sono tali solo per gli iscritti a quella specifica università. Non si contano i dottorandi e gli assegnisti di ricerca che scrivono all’amico lontano per chiedergli i dati di accesso di quell’università, così da poter consultare quel volume digitalizzato di cui hanno bisogno. 

Secondo lo studio di Maria Cassella «I sistemi bibliotecari di ateneo nella svolta della legge 240/2010» [http://www.bibliotecheoggi.it/rivista/article/view/321/163], tra il 2011 e il 2012, quando gli effetti della crisi economica del 2007-2008 iniziano a farsi sentire anche in Europa, i sistemi bibliotecari sono stati sottofinanziati secondo una percentuale che va dal 5 al 50%. D’altra parte, questi dati registrano semplicemente una linea di tendenza stabilita già dal decreto del Miur n.17 del 22 settembre 2010 (la riforma Gelmini), che su una questione strategica per il futuro delle università recita così: «È altresì necessario che siano disattivati i percorsi formativi non essenziali e sia resa più razionale l’organizzazione delle attività didattiche». La diretta conseguenza di questo processo di definanziamento è stata una drastica riduzione del personale, per altro già piuttosto anziano, e una progressiva diminuzione dei fondi dedicati ai nuovi acquisti. Le collezioni invecchiano, i fondi già posseduti marciscono in qualche magazzino fuori città (per le università che possono permetterselo), e le biblioteche restano aperte grazie a qualche coraggioso bibliotecario, grazie ai lavoratori precari delle cooperative private e grazie agli studenti che svolgono le «150 ore», previste dal diritto allo studio come «attività di collaborazione a tempo parziale». Ci sono più membri nelle Commissioni di ateneo per le biblioteche (Cab) che membri del personale tecnico-amministrativo che lavorano realmente nelle biblioteche: uno dei molti paradossi che ci è capitato di osservare.

Se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che il problema del progressivo definanziamento torna inevitabilmente a connettersi con l’ambiguità, l’arbitrarietà, e la paradossale logica delle politiche adottate dai sistemi bibliotecari di ateneo. E si può capire come una situazione così instabile e frammentaria non poteva che peggiorare nel suo impatto con l’evento pandemico.

* Ringraziamo tutte le dottorande e i dottorandi dell’Università di Pisa che hanno partecipato attivamente all’indagine e ringraziamo in particolare Adi-Pisa (Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia) per averla supportata e resa possibile. 

Bibliografia e sitografia 

«Bibliotecari ai tempi del COVID – 19» Report a cura di M. A. Ruiu, F. Cadeddu, aib.it, 26 marzo 2021. 

A. Agnoli, «Le biblioteche tra conservazione e rinnovamento», in l’Italia e le sue regioni, a cura di M. Salvati e L. Sciolla, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, Roma 2015. Disponibile anche online.

M. Cassella, «I sistemi bibliotecari di ateneo nella svolta della legge 240/2010», in Biblioteche oggi, n. 31, 2013, pp. 16-20. 

D. Deana, «I sistemi bibliotecari delle università italiane», in Biblioteche oggi, n. 37, 2019, pp. 7–24. 

R. Graziano, «Biblioteche e Università in Toscana nel nuovo millennio», in Per una storia delle biblioteche in Toscana. Fonti, casi, interpretazioni, convegno nazionale di studi (Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, 7-8 maggio 2015), a cura di P. Traniello, Settegiorni, Pistoia 2016, pp. 141-152. 

«Bibliotecari ai tempi del COVID – 19» Report a cura di M. A. Ruiu, F. Cadeddu, aib.it, 26 marzo 2021. 

Decreto-legge 17 marzo 2020 n. 18. 

Decreto Ministeriale 22 settembre 2010 n. 17, attiministeriali.miur.it. 

Dpcm 26 aprile 2020.

Protocollo di sicurezza anti-contagio sulle misure di contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro nell’Università di Pisa nella Fase 2.

Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi

Emanuele Caon

Rosella Franconi: è biologa e si occupa di biotecnologie, negli ultimi anni ha lavorato allo sviluppo di vaccini sperimentali con nuove piattaforme tecnologiche; per quest’ultimo motivo ha avuto modo di conoscere da vicino la ricerca scientifica cubana. L’intervista risale al 22 aprile 2021.

Come sei entrata in contatto con la ricerca scientifica cubana? Quali sono state le tue prime impressioni?

Per spiegarti le mie prime impressioni devo partire dal senso di frustrazione che spesso prova il ricercatore pubblico in Italia. Qualche anno fa, in collaborazione con ricercatori di un altro ente pubblico, abbiamo sviluppato un vaccino terapeutico contro i tumori causati dal papillomavirus umano (Hpv). Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funzionava e poi lo abbiamo brevettato, questo era il massimo che potevamo fare. Il successivo sviluppo sarebbe stato fare i trial clinici e trovare un’industria interessata alla produzione. Noi abbiamo fatto mille presentazioni, ma arrivavamo sempre allo stesso punto morto, e cioè l’industria di turno ci chiedeva se avevamo fatto i trial clinici che ovviamente non potevamo aver fatto.

Perché no?

Per fare i test clinici avremmo dovuto trovare qualcuno che mettesse a disposizione qualche milione di euro, impossibile. Questo ha generato un senso di forte impotenza, mi sono chiesta, ma come? Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funziona, ora si tratta di verificare se può andare bene per l’essere umano e proprio su questo arriva l’ostacolo del mercato. Io lì ho pensato di aver sbagliato tutto, avrei dovuto fare altro. Per dirti, sarebbe stato più facile e più remunerativo mettersi a sviluppare integratori alimentari. Proprio in quel momento conobbi Cuba. Era il 2004, durante un congresso in Francia incontrai alcuni ricercatori cubani. In seguito ho scoperto che a Cuba non c’è l’industria farmaceutica privata e il brevetto è statale (come quello da noi sviluppato), in questo senso lo intendono come collettivo. A Cuba infatti c’è un’impostazione sociale, ossia la scienza è finalizzata al bene pubblico; si parte sempre dalle esigenze sociali anche per fare ricerca. 

Credo che per mezzo mondo scoprire che Cuba stava approntando un suo vaccino sia stato quasi uno shock. Insomma, è un’isola con undici milioni di abitanti. E poi sono i Paesi sviluppati che producono conoscenza, no? 

Guarda io questo shock (molto positivo!) l’ho avuto anni fa, mi sono proprio chiesta: ma come fanno? Allora insieme ad Angelo Baracca ho ricostruito la storia e il ruolo della ricerca cubana. Tutto inizia con la Rivoluzione. I cubani hanno avuto un intellettuale importantissimo, José Marti (1853-1895), che spiegava che il presupposto per essere liberi è proprio quello di essere colti, nel senso che la conoscenza è un prerequisito fondamentale per rendersi indipendenti. Quindi con la Rivoluzione viene presa di petto la questione culturale, si combatte l’analfabetismo, le caserme vengono trasformate in scuole. Si intuisce che la scuola e la sanità pubbliche sono fondamentali, e si dà enfasi alla ricerca e allo sviluppo scientifico. Pensa che Fidel Castro dirà già nel 1960 che il futuro di Cuba dovrà essere un futuro di uomini (e donne!) di scienza. Il problema è che nel 1962 arriva l’embargo e diventa subito chiaro che Cuba deve essere indipendente, che poi significa che per avere una vera sanità pubblica è necessario dotarsi di una propria industria farmaceutica. 

Quindi l’educazione, la salute, la ricerca vengono messe insieme, coordinate perché siano al servizio dei bisogni del popolo cubano, e attorno a questo progetto si mobilita tutta la società. Nel primo decennio della Rivoluzione sostanzialmente si preparano le basi per costruire un popolo di pensatori e scienziati.

Nel campo della fisica Cuba ha avuto l’appoggio dell’Urss, lì andavano a formarsi gli studenti cubani; però l’Unione Sovietica era arretrata nel campo delle biotecnologie. Anche in questo caso i cubani sono originali, perché senza farsi troppi problemi iniziano a collaborare con altre nazioni, infatti tanti ricercatori andranno a studiare e a formarsi in Paesi come la Francia, l’Italia ecc. cioè nel campo avversario, quello del blocco capitalista.

Cuba quindi entra fin da subito nel settore delle biotecnologie grazie a un’intuizione di Fidel sull’interferone, che all’epoca era considerato una molecola antitumorale. Fidel prende contatto con Kari Cantell, colui che in Finlandia aveva sviluppato il modo di produrlo, e gli chiede di poter mandare lì un gruppo di ricercatori cubani. In soli due mesi i cubani riusciranno a riprodurre autonomamente il processo per la sintesi dell’interferone (era il 1981); in quel periodo a Cuba ci fu un’epidemia di dengue emorragica. I medici decidono di applicare questa molecola per controllare l’epidemia, mentre tutto il mondo la stava usando contro il cancro. Iniziarono successivamente a produrre interferone ricombinante con le tecniche dell’ingegneria genetica, e intorno a questa molecola i cubani fanno palestra, sia come farmaco sia come occasione di mettere in piedi un’impresa di Stato ad alta tecnologia. E mentre nel mondo le biotecnologie sono nate come occasione per fare profitto, a Cuba sono un modello alternativo. Ancora oggi i ricercatori cubani lavorano a ciclo chiuso, cioè il ricercatore ha l’idea, sviluppa la molecola e poi la si produce, anche a fini di esportazione.

Fammi un esempio concreto di come funziona l’intero ciclo.

Prendiamo il caso di un vaccino, innanzitutto si decide che tipo di vaccino sviluppare, lo si sperimenta per verificare che sugli animali funziona, poi bisogna produrlo su larga scala per fare i trial clinici con l’approvazione degli enti regolatori cubani. Prima però si brevettano le molecole, pure all’estero, mica solo a Cuba, questo per difendere le invenzioni cubane. Poi c’è la fase di esportazione, ma solo se le dosi non servono a Cuba. Perché per Cuba il mercato è quello esterno, non quello interno. Queste fasi negli ultimi anni sono state organizzate in una struttura superiore che è quella di BioCubaFarma, l’industria di Stato ad alta tecnologia, che è l’unione di istituti di ricerca (per esempio, il Centro di ingegneria genetica e biotecnologie, Cigb, con il suo impianto di produzione interna) e industria farmaceutica. Questa struttura è quella che cura tutti i rapporti commerciali con l’estero. Cuba punta quindi a sviluppare un’industria di Stato ad alta tecnologia anche con appoggi esterni, insomma poi ci sono le fabbriche pure in Cina e Vietnam. 

Tu mi descrivi un sistema molto coeso, gestito dallo Stato, in cui si studiano i bisogni, si stabiliscono degli obiettivi e poi si perseguono. La popolazione però alla fine ha veramente accesso a una sanità di qualità?

Ti do un po’ di numeri. Tieni a mente che Cuba ha una popolazione di undici milioni di abitanti. Dall’inizio della pandemia al 21 aprile 2021, se noi prendiamo i casi di Covid-19 confermati Cuba aveva 95.000 casi, l’Italia 3.891.000; i morti: Cuba 538, l’Italia 117.633. Guardiamo il tasso di mortalità, su 100 infetti l’Italia ha cinque volte più morti di Cuba. Oppure a Cuba i morti sono 4,75 su 100.000 abitanti contro i nostri 195,09, quindi abbiamo circa quarantuno volte i morti di Cuba. 

Come lo spieghi?

Per i dati che ti ho citato ancora non si vedevano gli effetti del vaccino, quindi lasciamo stare questo discorso, anche se in Italia non abbiamo pensato ad altro. Constatiamo che Cuba è tra i Paesi che meglio hanno difeso la popolazione, questo perché Cuba ha un medico ogni 122 abitanti, noi ne abbiamo uno ogni 1.132 abitanti. 

Il Sistema sanitario cubano si basa su tre livelli amministrativi e tre di servizio: nazionale, provinciale, municipale. Il livello di base, quello municipale, è costituito da consultori con medici e infermieri attivi 24h/24h che provvedono a circa l’80% dei problemi di salute. Poi al secondo livello abbiamo gli ospedali provinciali che coprono il 15% dei problemi di salute, quindi il loro bacino d’utenza è di qualche migliaio di persone. Avere una buona medicina del territorio significa che ci sono gli ambulatori che in qualsiasi ora del giorno ti accolgono con i loro medici e i loro infermieri. Inoltre, l’infermiere viene dalla comunità, si tratta di una persona che conosce la gente ed è il riferimento per tutti. Aggiungici pure che il medico vive spesso sopra l’ambulatorio. Inoltre, i medici fanno regolarmente visite a casa dei pazienti.

Durante la pandemia 28.000 studenti e studentesse di medicina hanno visitato la popolazione nelle case per capire se stava bene e se c’erano casi da segnalare. Quando riscontravano pazienti con episodi di febbre o infezioni respiratorie li segnalavano, li ricoveravano e poi iniziava subito il tracciamento. Insomma questo insieme di medici, infermieri, studenti ha il compito di sostenere un sistema di vigilanza attiva, la prevenzione è possibile proprio perché la medicina del territorio funziona.

Di nuovo vorrei tornare sul ruolo dello Stato. La medicina del territorio è efficiente, ma rispetto al piano locale che ruolo ha lo Stato?

Lo Stato è presente e organizzato, i medici sono stati avvisati e coordinati quando a Cuba ancora non c’era stato ancora il primo caso di Covid-19. I medici specialisti per ogni provincia sono stati selezionati e formati perché poi tornassero sul territorio a formare gli altri medici. Penso a come invece è andata da noi la comunicazione; io, che pure sono del campo, ho davvero dovuto faticare perché all’inizio non si capiva nulla. A Cuba invece anche la comunicazione è stata gestita con rigore, poi certo i cubani stessi sono un popolo abituato alle epidemie. La stessa BioCubaFarma si è riconvertita a produrre mascherine e a riparare ventilatori, c’è stato uno sforzo collettivo di riorganizzazione. Gli stessi dirigenti sono stati mandati negli ambulatori di base per supportare il territorio. 

In Italia fino a un certo punto sembrava che nessuno sapesse quel che si doveva fare, infatti arrivavano tantissime informazioni contrastanti. Cuba ha avuto gli stessi problemi?

A difesa dell’Italia potremmo dire che nemmeno l’Oms è riuscita a dare delle linee guida chiare. Cuba però ha avuto sicuramente un approccio originale. Innanzitutto l’industria biofarmaceutica cubana ha fatto sì che tutti farmaci di base fossero garantiti, infatti ha puntato a prevenire l’infezione nelle categorie deboli, per farlo sono stati distribuiti agli anziani e alle persone più sensibili degli integratori ad attività immunostimolante. Sappiamo che per contrastare il Covid-19 è fondamentale il buon funzionamento del sistema immunitario, qui Cuba si è giocata la sua grande esperienza. Cuba infatti ha un vaccino terapeutico contro il tumore al polmone che è basato proprio su l’immunoterapia, i cubani sono stati tra i primi a sviluppare questo approccio, e cioè di attivare la risposta immunitaria dell’organismo contro i tumori e contro le malattie infettive. 

Tornando al Covid-19, al di là della prevenzione, Cuba ha provato a utilizzare sostanze antivirali, somministrandole nella prima fase dell’infezione, qui ritorna in gioco l’interferone. Se l’infezione nel paziente proseguiva, i medici utilizzavano degli anticorpi, sempre di produzione nazionale. Non l’ho detto prima, ma tutto ciò si capisce meglio se si pensa che Cuba ha ricevuto diverse medaglie d’oro per i suoi prodotti farmaceutici, una l’ha presa nel 2015 per l’anticorpo monoclonale utilizzato nel trattamento della psoriasi che è una malattia autoimmune. Questo anticorpo è stato utilizzato anche per la tempesta di citochine che si ha nel Covid-19. Ci sarebbero poi tante altre molecole da citare, ma questo esempio è utile per riuscire a capire come è stata impostata la prevenzione. Si è lavorato molto sia sui meccanismi di contorno all’infezione del virus, sia nello stimolo della risposta del sistema immunitario, questa doppia azione ha sicuramente ridotto molto la mortalità. 

Veniamo ora ai vaccini.

I vaccini (o meglio, finché non approvati, sarebbe meglio dire: candidati vaccinali) sono stati sviluppati da due istituti, uno è l’Istituto Finlay che, storicamente, si occupa di vaccini tradizionali. Però collaborando con il centro di immunologia molecolare (Cim) ha fatto anche vaccini ricombinanti di nuova generazione, si è arrivati così allo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19, si chiamano Soberana. Il Soberana II è in fase avanzata (fase 3). L’altro istituto è il Cigb, già citato in precedenza, che ha sviluppato i due candidati Abdala e Mambisa, di cui il primo anche in fase 3. Questi candidati vaccinali sono presenti sul sito dell’Organizzazione Mondiale della salute (Oms).

In modo più generale possiamo dire che Cuba sta approntando vaccini proteici, piattaforme che utilizza da decine di anni e che sono già state impiegate per altri vaccini. Sono quindi tecnologie collaudate, a differenza di quelle impiegate per alcuni dei vaccini attualmente disponibili contro il Covid-19, che sono utilizzate su larga scala per la prima volta. Un vaccino proteico è quello che sta alla base di tutti i vaccini moderni, per esempio il vaccino per il papillomavirus umano o quello contro l’epatite B si basano su tecnologie di questo tipo e sono vaccini a subunità proteica. Inoltre, Cuba ha riconvertito parte dei suoi impianti per produrre vaccini contro il Covid-19, si tratta di impianti di produzione statale del Cim, che fa parte anch’esso di BioCubaFarma e messi a disposizione dell’istituto Finlay. Si tratta quindi un complesso incastro di strutture e competenze differenti che collaborano tra di loro.

Senti, da decenni ci raccontano che l’intervento statale è troppo costoso e poco efficiente. Eppure, Cuba sembra dimostrare che lo Stato può darsi un ruolo di pianificazione, progettazione e coordinamento, impiegando risorse in modo virtuoso, che anzi forse è meno dispendioso delle logiche competitive del privato.

In Italia, in piena pandemia, lo Stato ha deciso di regalare i soldi all’industria: infatti anche se si parla di vaccino italiano nei fatti l’Italia ha regalato ottanta milioni alla Reithera che è un’impresa di biotecnologie svizzera, anche se con una sede in Lazio [successivamente il finanziamento è stato bloccato dalla Corte dei Conti, N.d.R.]. E per di più per sviluppare un vaccino basato su un adenovirus, la stessa tecnologia di Astrazeneca. Tutto ciò mentre i ricercatori pubblici non hanno avuto accesso a un singolo bando per sviluppare un vaccino contro il Covid-19. Questo dovrebbe farci arrabbiare, perché i ricercatori pubblici avrebbero potuto fare quello che hanno fatto Moderna o BioNTech o altro, saremmo stati benissimo capaci di sviluppare candidati vaccinali. Lo Stato avrebbe potuto sostenere un sistema pubblico di ricerca e poi semmai andare a negoziare con il privato la fase di produzione. Io mi chiedo a cosa serva la ricerca pubblica, forse tengono i ricercatori, così, per giocare. Perché ora che il gioco si è fatto serio lo Stato non ci ha chiesto nulla, ha completamente scavalcato i suoi ricercatori. Certo è molto più semplice appaltare all’esterno, ma quando faccio il paragone con Cuba, che appunto è un Paese piccolo e povero, non posso fare a meno di sentire che in Italia i ricercatori non hanno nessun ruolo sociale.

Voglio anche citare alcuni riconoscimenti ottenuti da Cuba, servono a contraddire la classica correlazione diretta tra Pil e indicatori di salute. Save the Children nel 2010 definì Cuba il miglior Paese dove essere madre; nel 2015 l’Oms nominò Cuba come esempio, primo Paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione di Hiv e sifilide tra madre e figlio con farmaci prodotti a Cuba. Nel febbraio 2019 Bloomberg ha incluso Cuba tra i trenta Paesi più sani al mondo, più in alto di tutta l’America Latina, ma anche degli Stati Uniti e la lista potrebbe continuare. Cuba è proprio la dimostrazione del fatto che non servono risorse enormi, si tratta piuttosto di usarle bene.

Ti segnalo questi riconoscimenti anche per spiegarti che non sono invasata di Cuba, ma ci sono proprio dei dati oggettivi in grado di testimoniare il livello raggiunto dall’isola. Queste sono informazioni che sarebbe importante far conoscere alle persone, perché farsi un’idea meno artefatta di Cuba può essere uno stimolo per rivedere il nostro sistema, credo che la pandemia ce ne abbia mostrato le fragilità. Non si tratta infatti solo di riuscire a vaccinare tutta la popolazione, questa dovrebbe essere un’occasione per ripensare la nostra società, per recuperare la riforma del Sistema sanitario del 1978. 

Cuba è ben inserita in un sistema di scambi commerciali sud-sud, e lo fa soprattutto attraverso i farmaci. Come mai questa scelta? Anche alla luce del fatto che le principali case farmaceutiche mondiali sembrano poco interessate a direzionare la loro ricerca scientifica verso le urgenze dei Paesi meno ricchi, ci dicono infatti che quel mercato non è redditizio; in questo modo tante malattie restano senza una cura.

Penso che Cuba prima faccia le cose per sé e poi le venda. Per esempio, una delle cose più avanzate che hanno, un farmaco per il piede diabetico, prima ci curano i cubani poi lo vendono anche all’esterno. Anche a guardare il listino di BioCubaFarma si vede che partono dalle loro esigenze e non dal mercato. Va detto che nei Paesi ricchi non si muore più tanto per malattie infettive; abbiamo imparato a controllare l’Aids, ma non ci interessiamo più alla malaria o alla tubercolosi, sono malattie che non sembra ci riguardino. Invece Cuba ci deve fare i conti; per esempio, per l’Hiv produce i suoi biosimilari, quindi degli inibitori con cui per prima al mondo è riuscita a bloccare la trasmissione madre/figlio. Prodotti come questi in alcuni Paesi – penso a tanti stati africani – sono utilissimi, anche perché Cuba fa profitti ma direi in modo etico, vende a prezzi calmierati.

Mi dici qualcosa a proposito delle brigate mediche cubane? Tutta propaganda?

Cuba ha sviluppato la sua politica estera e parte della sua diplomazia attraverso la cooperazione medica con Paesi in via di sviluppo. Le missioni mediche internazionali sono attuate sulla base dell’art. 16 della nuova Costituzione dedicato alle relazioni internazionali basate su principi antimperialisti e in funzione dell’interesse del popolo; nella lettera g) si afferma l’impegno di Cuba nella difesa dei diritti umani. Cuba invia medici in tutto il mondo, negli ultimi 47 anni sono stati sviluppati diversi programmi. Tra questi ricordo almeno l’Operación Milagro, che ha assistito 600.000 persone con problemi di vista provenienti da 30 Paesi tra Caraibi, America Latina e Africa; tutto gratis. Un altro pilastro fondamentale della cooperazione è rappresentato dalla scuola latino americana di medicina (Escuela Latino Americana de Medicina, Elam) in cui si sono formati finora 35.000 medici provenienti da Paesi di tutto il mondo. Il patto poi è questo, che chi va a formarsi in questa scuola per diventare medico deve tornare nel proprio Paese povero a fare attività. Questa operazione è sotto attacco da tempo da parte degli Stati Uniti (e non solo), basti ricordare i tre milioni di dollari stanziati dall’agenzia dello sviluppo internazionale (la cosiddetta Usaid, US agency for international development) e destinati a progetti contro le brigate mediche di Cuba all’estero, si tratta di campagne facilmente riconoscibili come false e denigratorie. Ricordiamoci che i medici cubani sono venuti l’anno scorso in Italia, dalle testimonianze emerge l’aiuto e l’umanità che hanno portato, anche perché sapevano come affrontare una pandemia. Alcuni di loro infatti avevano lavorato in Africa contro l’ebola. Teniamo a mente che, alle regioni interessate (Piemonte e Lombardia) sono costati pochissimo, praticamente solo le spese di vitto e alloggio (circa 50 euro al giorno). Poi chiaramente è la loro diplomazia, Cuba esporta sia farmaci sia servizi medici. Per esempio Cuba dava medici al Venezuela in cambio del petrolio, ma non ne farei uno scandalo, diciamo che è un po’ il loro capitale, capitale umano però. Dopotutto non esportano bombe.