Finalmente dovranno ascoltare

Di Rachel Kushner

(Traduzione di Daniele Balicco)

È difficile credere che George Floyd sia morto solo da due settimane. E non perché la sua morte sembri già lontana, nel tempo; ma perché resta incompiuta, nella sua brutalità. Io non riesco a vederne il video, non ce la faccio. Mi basta la descrizione: George, steso a terra, che invoca ripetutamente sua madre morta, chiedendole di intervenire per salvarlo da uno sbirro che lo sta soffocando, con un ginocchio sul suo collo. È più che sufficiente questa breve descrizione per “vedere” quel filmato. È insostenibile. Diventa quasi naturale chiedersi se la vita simbolica abbia avuto inizio, nella nostra storia, a partire dalla morte, con i martiri, con la loro immagine che si trasforma in una forza che resta presente. Il volto di George Floyd è ovunque. Così come quello di Breonna Taylor, che è stata uccisa a casa sua. Aveva 26 anni, un paramedico, lavoratrice con una formazione professionale. Uccisa senza alcun motivo, solo perché la polizia ha bussato alla porta sbagliata.

A partire dal giorno dopo la morte di George Floyd, la sollevazione è iniziata e siamo tutti entrati, qui negli USA, in un’altra dimensione temporale. Sono solo passati quindici giorni ed è già difficile ricordare come vivevamo prima, quando la vita quotidiana si ripeteva lenta e ordinata, nel suo ritmo seriale. Ora, ogni giorno è un momento diverso di questa sollevazione. Il tempo scorre in modo differente: ogni ora è un nuovo capitolo di questa storia. Un giorno di settimana scorsa, non era ancora mezzogiorno, e cinquanta macchine della polizia bruciavano a Hollywood.

Ho sempre pensato che il Kairòs fosse semplicemente un’idea, qualcosa di cui hanno scritto i filosofi, un tempo fuori dal tempo, un tempo non occupato dal lavoro o dalla scuola, e nemmeno apparentemente libero, come nei fine settimana; qualcosa di indefinibile, insomma, un Evento. Ora so che ci siamo finiti dentro. E il Kairòs, a quanto pare, produce la sua atmosfera. Ha una sua coreografia. Permette alle persone di smettere, improvvisamente, di tollerare ciò che è stato apparentemente tollerato per centinaia di anni. È come se gli americani fossero americani solo ora; e tutto in una volta. Perché hanno attivato la potenza della parola BASTA.

Due giorni fa, ho visto il mio vicino di casa che camminava con il suo figlio più giovane, di ritorno da una protesta. E quello era il loro modo di dire BASTA. Che una sola parola possa raccontare ciò che sta accadendo in America oggi ci spiega bene come funziona il linguaggio: le parole possono trasmettere l’eredità della rabbia. So molto di più sul mio vicino e sul suo ragazzo osservando il loro BASTA di quanto avrei mai potuto sapere parlando normalmente con loro. In questi giorni gira su Twitter un meme che dice: “Siete fottuti con l’ultima generazione”. Sono 400 anni che i neri vengono derubati in questo paese. Non c’è mai stata una richiesta di perdono, un risarcimento e sono i neri a rendere gli Stati Uniti un paese “grande”: la cultura americana è cultura nera. Ciò che esportiamo, ciò che il resto del mondo emula e feticizza della cultura americana è semplicemente cultura americana nera; e nessuno cerca nemmeno di negarlo. Eppure, i neri, in America, possiedono una percentuale irrisoria della ricchezza nazionale, hanno molte più probabilità di morire a causa di un incontro con la polizia e vivono in una mobilità di classe difficilissima da sbloccare. Questa è una società che adora la cultura nera, ma ne ruba la vita e ne nega l’umanità.

Una caratteristica specifica del Kairòs, qui a Los Angeles, è il suono degli elicotteri della polizia che sorvolano il centro. Vivo a quindici minuti a piedi dalla zona dei tribunali penali, del palazzo di giustizia e del municipio dove lavora il sindaco. Il Kairòs si manifesta con un rombo turbolento e incessante. Parte all’inizio della giornata e continua fino a tardi. È intervallato da un flusso continuo di sirene e da esplosioni rumorose. Ma le esplosioni provengono dalle granate che gli sbirri usano per cercare di disperdere la folla, o dai petardi M80, che i bambini usano per divertirsi e gli adulti come arma di difesa popolare?

Su Internet, dopo la protesta, guardiamo la polizia affollata nell’atrio del quartier generale mondiale della CNN ad Atlanta. Fuori i manifestanti usano gli ombrelli per difendersi, come ad Hong Kong, e lanciano piccoli petardi all’interno dell’atrio dove la polizia è arroccata. I petardi esplodono. Gli sbirri si spaventano. Il giornalista della CNN, rannicchiato dietro di loro con il suo cameraman, non riesce a capire perché le persone stiano attaccando proprio la CNN. È stupito. E anch’io sono stupita che sia così ingenuo da non rendersi conto che la CNN, così come ogni altro simbolo del potere che ha dominato sulla nostra vita per anni, sia diventato ora un obiettivo giusto. In ogni caso, la CNN resta quasi intoccabile. Il loro enorme logo, le tre lettere dell’alfabeto rosso, che i giovani deturpano per poi farsi riprendere, in piedi, con i pugni alzati inneggiando alla vittoria, vengono riverniciati il giorno successivo. È incredibile pensare che questo tipo di danno alla proprietà venga preso per “violenza”. Fa quasi tenerezza pensare ai graffiti come ad una forma di violenza in questa battaglia ad armi impari, in cui la polizia ha vinto per decenni.

La Guardia nazionale che occupa le nostre strade con grandi mezzi corazzati color sabbia del deserto l’ha chiamata il nostro sindaco, Eric Garcetti, un democratico – è stata un’altra caratteristica del Kairòs, ma questa volta fuori dal tempo. I militari devono mostrarsi come incarnazione del concetto di “ordine”, un ordine che deriva dalla legge. Ma sappiamo tutti la verità – e lo sappiamo soprattutto ora – che è la legge che proviene dall’ordine; e non viceversa. I mezzi blindati annunciano a gran voce che lo Stato ha perso la sua sovranità, come se la funzione vera di questo dispiegamento di truppe e dei loro veicoli fosse quella di farci sapere che lo Stato ha paura. I militari della Guardia nazionale sembrano annoiati, mentre si fermano vicino al municipio, con in mano i loro grossi scudi, con le loro uniformi mimetiche che, in città, invece di farli confondere nel contesto, li fanno risaltare. Non credo che la Guardia nazionale sia pericolosa, anche se, come è noto, nel 1970 assassinarono quattro studenti universitari in Ohio. Eppure, mio figlio di dodici anni non è tranquillo e, mentre marciamo davanti a loro, mi dice che tutto quello a cui riesce a pensare è il numero di colpi che un M16 può sparare al secondo e poi si mette a contare quante persone ci sono nella folla che manifesta insieme a noi. Mio figlio percepisce istintivamente il pericolo potenziale di una morte di massa che la mia troppo calcificata fiducia nella vita non riesce a capire, come se l’età mi avesse reso più stupida, piuttosto che più saggia. Per un ragazzo di dodici anni, la presenza di una forza occupante armata di M16 è chiara come un’equazione: 800 colpi al minuto, per il numero di minuti necessari a sparare, divisi per il numero di persone presenti, noi, la folla.

Per provare a rassicurarlo, chiedo ad alcuni membri della Guardia nazionale se punteranno i loro M16 contro di noi, gente per strada, nel caso in cui gli arrivasse l’ordine. Tutti scuotono la testa: no, non useranno le loro pistole contro di noi. Sono giovani. Si può accedere alla Guardia nazionale senza un diploma di scuola superiore. L’unico requisito è quello di avere almeno diciassette anni. Non vorrei fare troppo affidamento sulla loro disaffezione, né su una loro possibile defezione in massa, ma è chiaro che esiste una divisione tra loro e la polizia. La polizia è un fronte unificato, con le proprie convinzioni e valori. La Guardia nazionale è fatta per lo più di persone che si sono unite ai militari nella speranza di ripagare il debito scolastico o di acquisire una formazione tecnica che si possa trasformare in un lavoro, una volta terminati gli otto anni di servizio.  Questi ragazzi non si sono arruolati per andare in guerra contro noi civili, ma per aiutarci nella pandemia, o con gli uragani, o per proteggerci durante la stagione degli incendi, che è prematuramente alle porte. La polizia invece non svolge altro ruolo, se non quello che gli stiamo chiedendo con forza di rifiutare: vale a dire, gestire la diseguaglianza e i suoi effetti, soprattutto sulla massa dei senzatetto, dei malati mentali, di chi è costretto a lavorare nei mercati illegali a causa della precarietà economica. La polizia gestisce tutto questo esercitando forza bruta. E lo fa affidandosi ad un’ideologia, che è stata pervasiva nell’era dell’austerità del ventesimo e del ventunesimo secolo, che gli riconosce il potere di controllare la classe più povera. Ma all’improvviso tutto questo sta iniziando a frantumarsi.

Sono cresciuta con bambini i cui padri erano poliziotti. Alcuni di loro sono poi diventati sbirri a loro volta. Forse sta qui la ragione per cui mi sono sempre sentita a disagio quando attivisti cresciuti da genitori benestanti e laureati, persone che non hanno mai dovuto prendere in considerazione una carriera umile nelle forze dell’ordine, gridano contro la polizia. Una parte di me è sempre stata in conflitto con lo slogan “All Cops Are Bastards”. Ma c’era un’evidente confusione nel mio modo di pensare: non importa come siano i poliziotti presi uno per uno, individualmente. Come persone, sicuramente non sono né buoni né cattivi. Il problema è quello che rappresentano, la loro funzione, l’uniforme che indossano; chiunque entra in quegli abiti diventa parte di ciò che deve essere abolito. Come lavoratori potrebbero essere riqualificati e svolgere un mestiere pieno di senso e di dignità, invece di essere costretti ad esercitare violenza e soprusi.

Ieri sera ho riletto il famoso poema di Pasolini su Valle Giulia. Perché in questi ultimi giorni sono due le domande che rimbalzano ovunque in rete: la prima (a lungo senza risposta) è se la polizia fa parte della classe lavoratrice. La seconda, se è necessario che abbia un sindacato generale (i loro sindacati hanno per lo più una base urbana e tengono in ostaggio i sindaci delle grandi città). Ho sempre pensato che Pasolini avesse ragione, anche se non avevo mai compreso del tutto la sua tesi. Per Pasolini, la polizia ha “torto” e gli studenti “hanno ragione”, ma gli studenti sono i borghesi e gli sbirri la classe operaia. Ora però questa lotta è diversa, perché è un conflitto fra lo strato più oppresso della nostra società e la polizia e così l’argomentazione di Pasolini quasi si rafforza, ma al contrario: la polizia ha “torto” e i neri “hanno ragione” perché gli americani neri sono i veri soggetti di questa sollevazione di classe dal basso. La polizia li combatte e invece dovrebbe stare al loro fianco e combattere i potenti; che questo non accada discende della logica per cui la loro funzione è stata progettata. Come si vantava Jay Gould, magnate farabutto del diciannovesimo secolo, un capitalista può “assumere metà della classe lavoratrice per uccidere l’altra metà”.

Vedere tutta la polizia mobilitata mentre lavora per il sindaco che ha imposto, dalla sera alla mattina, il coprifuoco a partire dall’una del pomeriggio, come se stesse mandando a letto l’intera cittadinanza senza cena e senza pranzo; e vederla all’azione, mentre lancia lacrimogeni, spara contro la folla e arresta migliaia di persone solo per il fatto di aver sfidato questo coprifuoco arbitrario, tutto questo rende incredibilmente chiara una verità con cui conviviamo da sempre, ma che rimuoviamo: le tasse sul reddito prelevate dagli stipendi della gente comune, come me e i miei vicini, servono a questo. Paghiamo perché la polizia disponga di attrezzature militari letali e molto costose, il cui unico scopo è quello di fare la guerra contro di noi, quella stessa popolazione che paga per i loro armamenti. Li paghiamo per attaccarci. Nelle ultime due settimane, le armi che abbiamo finanziato con le nostre tasse hanno accecato persone; bambini sono stati colpiti da gas lacrimogeni. Una signora anziana che protestava a La Mesa, in California, è in coma per il proiettile di un’arma “non letale” che l’ha colpita direttamente in mezzo agli occhi. Una giovane donna colpita di notte da un lacrimogeno è morta la mattina dopo.

Vedere le immagini di altre città oltre alla mia, in particolare Minneapolis, ma anche New York, Chicago, Detroit, Filadelfia, Louisville, Portland, Seattle; così come vedere gente che protesta anche in città più piccole, in ogni singolo stato della nostra federazione, giorno dopo giorno, è storicamente senza precedenti. Chiedo ai miei parenti anziani: è stato così dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968? “No”, rispondono tutti rapidamente e con enfasi. “Non è stato così. Nessuno può ricordare un momento come questo, nemmeno nel passato più remoto.”

Quaranta milioni di americani hanno perso il lavoro da marzo. Centodiecimila sono morti per Covid-19 e il virus ha colpito la popolazione nera più duramente di qualsiasi altra. Il gangster alla Casa Bianca ha cercato di usare a proprio vantaggio il caos con discorsi da dittatore alla Rodrigo Duterte. Ha fatto lanciare lacrimogeni contro manifestanti per farsi scattare una fotografia. E ciò ha prodotto, oltre ad un’immagine di pessimo gusto – con lui, osceno, in posa mentre tiene in mano una bibbia – la vera rappresentazione di quello che siamo oggi: un paese con un maldestro “caudillo” che si mette in posa con le spalle rigide contro un muro pieno di insulti in vernice spray nera e rossa. Il surrealismo della sua finta America, la sua nostalgia per la supremazia bianca e per una grandezza che non è mai esistita, è ora sopraffatto dalla realtà; che sta esplodendo nel furore.

Ieri, il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, noto razzista nonché ministro della Giustizia di Trump, ha ritwittato un articolo che ho scritto l’anno scorso per il New York Times sull’abolizione del carcere e sull’insegnamento e sull’attivismo politico di Ruth Wilson Gilmore (l’articolo è stato tradotto in italiano per Internazionale). Ruth ha commentato: “Se uno come Jeff Sessions parla dell’abolizione del carcere, forse inizia davvero ad aver paura di noi”.

Ogni giorno c’è una nuova manifestazione a cui ci si può unire e ogni giorno la riflessione politica sul da farsi si modifica e si trasforma. I Democratici, anche se in modo diverso, problematici quanto è problematico Trump, si stanno arrampicando sugli specchi per trovare una posizione pubblica condivisa; posizione che di fatto resta quella in cui sono già impegnati, quella per cui non devono rinunciare a nulla. Vogliono che lo status quo continui, anche se galvanizzano e perfezionano l’apparenza di un cambiamento, come per esempio nella proposta di “diversificazione” razziale delle forze di polizia o nell’imporre agli sbirri telecamere corporee; chiedono perfino il divieto di soffocare… I Democratici sperano che questa ripulitura e lucidatura possa effettivamente impedire i cambiamenti che loro non vogliono fare.

Su Twitter gira questa battuta:

Democratici bianchi: “Ascoltiamo le donne nere!” [emoji a forma di cuore].

Donne di colore: “Aboliamo la polizia!”.

Democratici bianchi: “Ascolta” [emoji a forma cuore].

Il cinquantaquattro percento degli americani crede che l’incendio del piano terra del distretto di polizia a Minneapolis sia giustificato. Ed è una percentuale di persone più alta di quella di chi sostiene la candidatura di Donald Trump o di Joe Biden. La verità è che l’establishment democratico non è pronto a rinunciare alla polizia. E non è nemmeno pronto a pagare risarcimenti alla comunità nera. Però ora si vestono con magliette con la mappa dell’Africa e si inginocchiano. Vogliono che la polizia si inginocchi. Noi non vogliamo che i poliziotti si inginocchino. Vogliamo che la polizia si sciolga.

Inizialmente i Democratici hanno cercato di sostenere che i saccheggi erano portati avanti per lo più da “gruppi esterni”. Ma con quello che è accaduto, con devastazioni in ogni città del paese, era un discorso privo di senso: se ci sono rivolte ovunque, da dove dovrebbero arrivare mai questi “gruppi esterni”? Quindi hanno rapidamente cambiato posizione, sostenendo che i saccheggiatori erano per lo più bianchi. Ma la rivoluzione, a differenza di quanto dicono le canzoni di Gil Scott Heron, è ormai trasmessa in televisione e possiamo vedere da soli che questo enorme e multi-prospettico sollevamento politico sta coinvolgendo ogni tipo di persone, e non mancano certo anche gruppi inquietanti, come i suprematisti bianchi o i neonazi; di fatto ogni persona che si senta in diritto di essere furiosa sta bruciando macchine della polizia (https://www.fox29.com/video/689878) e negozi simbolo di questo sistema; non solo i “saccheggiatori bianchi”.

L’altro giorno, il capo della polizia qui a Los Angeles ha dichiarato che sono i manifestanti i responsabili della morte di George Floyd. È incredibile! E il sindaco ha subito difeso il capo della polizia. Entrambi devono dimettersi. Nel frattempo, i Democratici rimangono concentrati su “novembre”, sulle nostre elezioni presidenziali. “Speriamo che questi rivoltosi votino”, dicono. Ma l’uccisione di neri disarmati da parte della polizia, così come il continuo assalto alla vita dei neri qui in America, non ha nulla a che fare con “novembre”. La polizia ha continuato ad uccidere neri disarmati – e perfino bambini neri – anche negli otto anni in cui Obama è stato presidente. Inoltre, questi omicidi, questa violenza generalizzata contro la vita dei neri, è più acuta e visibile proprio nelle nostre città più importanti, quelle che hanno tutte sindaci democratici e “progressisti”. Non c’è nulla per cui votare che possa rispondere a questa richiesta, al nostro “BASTA”. È la rivolta che sta facendo sentire il nostro BASTA. È la rivolta che sta costringendo le persone ad agire. Chiara e semplice, è la rivolta che sta parlando. E finalmente dovranno ascoltare.

Il ginocchio sul collo

9 giugno 2020

Alessandro Portelli

Il  5  giugno 2020, mentre tutti gli Stati Uniti ribollivano di proteste contro la violenza razzista della polizia per l’assassinio di George Floyd a Minneapolis, Bruce Springsteen ha aperto il suo programma sulla radio Syrius XM con una delle sue canzoni più controverse: American Skin (41 Shots), sull’assassinio di un giovane immigrato africano, Amadou Diallo, crivellato con 41 colpi di arma da fuoco da una squadra di poliziotti di New York: «Questa canzone dura quasi otto minuti», ha aggiunto: «il tempo che il poliziotto [Derek Chauvin] ha tenuto il ginocchio sul collo di George Floyd».

Springsteen ha definito questo delitto come un «linciaggio visuale», e lo ha sottolineato mandando in onda Strange Fruit, la canzone di Billie Holiday e Nina Simone sui linciaggi nel Sud: «Incombe ancora su di noi, generazione dopo generazione», ha aggiunto, «il fantasma della schiavitù, il nostro peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana».

Springsteen ha ragione; ma la scena del poliziotto col ginocchio piantato sul collo della vittima ha evocato altre immagini, che rinviano non solo alla storia degli Stati Uniti, ma alle radici mitologiche dell’identità occidentale: San Giorgio che calpesta il drago, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’animale ucciso in safari… Sono figure della vittoria della virtù sulla bestia, dello spirito sulla natura, della civiltà sul mondo selvaggio – e del bianco sul nero.  Così deve essersi sentito il poliziotto Derek Chauvin, essere supremo, domatore sul corpo prostrato di George Floyd in mezzo alla strada, davanti agli occhi di tutti e tutte.

Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e insieme il più simbolico dei diritti: il respiro, vita del corpo e soffio dello spirito. Jack London lo chiamava il Tallone di ferro; stavolta è un ginocchio, a New York al collo di Eric Garner era un braccio; ma la sostanza è la stessa. Il ginocchio sul collo è la materializzazione della forma attuale dei rapporti di dominio, nuda violenza, senza finzioni, né filtri tra chi sta sopra (superior stabat lupus…) e i “subalterni”.

La crisi economica svuota le classi medie, i populismi autoritari svuotano le intermediazioni fra il potere e i cittadini. Anche per questo in strada non sono scesi solo i fratelli e le sorelle afroamericani, i più prossimi alla vittima, ma anche tanti di quelli – bianchi e ispanici, uomini e donne, in gran parte giovani – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà, della sussistenza e dello svuotamento della democrazia (l’assassinio di George Floyd accade sulla scia di una pandemia in cui il tasso di morti fra gli afroamericani e le afroamericane è stato il doppio della  media nazionale, ma non ci sono statistiche affidabili sul tasso di morti fra i poveri e le povere di tutti i colori. In Gran Bretagna, è stimato al 110 per cento della media nazionale).

 Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere. Il respiro spezzato di George Floyd e di Eric Garner è anche una figura della voce negata di una parte degli Stati Uniti senza diritto di parola, senza voto e senza rappresentanza, che come sempre ha dovuto ricorrere a mezzi estremi per farsi sentire (per citare un apostolo della non violenza, Martin Luther King: «i riots sono la voce di chi non riesce a farsi sentire»).

In un saggio di qualche anno fa (The Wrecking Crew: How Conservatives Rule, 2008), Thomas Frank affermava che la destra americana, da Reagan a Bush, si è impadronita dello stato con il programma di distruggerlo. La realtà è anche più articolata: come è diventato sempre più chiaro con l’elezione di Trump, la destra repubblicana effettivamente lavora a smontare lo stato come responsabilità di governo, e tiene invece moltissimo allo stato come esercizio di dominio e monopolio della forza. Così, quando il paese diventa ingovernabile, Trump non sa immaginare altro che sparatorie, “cani feroci”, gas lacrimogeni, mobilitazione dell’esercito. Il gesto di rifugiarsi nel bunker evoca un dittatorello spaventato dai suoi stessi sudditi, ma è anche un gesto calcolato: aveva fatto la stessa cosa il vicepresidente Cheney dopo l’11 settembre. Imitandolo, Trump ha lanciato il messaggio che la crisi di questi giorni è della stessa gravità di allora, che c’è una guerra in corso, che il paese che lui rappresenta è minacciato (dagli “antifa”, nuovi terroristi) – e quindi che è necessario, come allora, sospendere democrazia e diritti in nome della “sicurezza”.

Né l’alternativa possono essere le parole flebili e convenzionali che sono venute, in un momento che avrebbe bisogno piuttosto di azioni e di proposte concrete, da Joe Biden e dal partito cosiddetto democratico, che peraltro di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi. Biden è andato a trovare la famiglia di Floyd, ma non ha partecipato al funerale; e non ha perso tempo a dirsi contrario alla riduzione dei finanziamenti alle forze di polizia, come chiedono settori crescenti dell’opinione pubblica e come stanno cominciando a mettere in atto alcune amministrazioni locali. Fino a pochi giorni fa, la più plausibile candidata democratica alla vicepresidenza era Amy Klobuchar, che quando era district attorney a Minneapolis aveva sempre rifiutato di perseguire i casi di violenza poliziesca, tra cui almeno una volta lo stesso Derek Chauvin. Anche se la sua candidatura è ormai tramontata, il fatto che si fosse pensato a lei come vicepresidente (e quindi in futuro addirittura come possibile candidato alla presidenza) ci dice quanto questi temi fossero lontani dalla sensibilità dei e delle dirigenti del Partito democratico.

Il defunding della polizia è una delle rivendicazioni uscite da questa ondata di proteste. Dopo le guerre del Golfo e l’11 settembre, le varie polizie locali hanno avuto a disposizione risorse sempre più abbondanti per armarsi letteralmente come un esercito in guerra. Come ha scritto Tod Nolan, sociologo ed ex poliziotto, le forze di polizia scese in campo a Minneapolis erano munite di «armi e veicoli da guerra» e disponevano di «un arsenale di cui sarebbe andato orgoglioso qualunque piccolo esercito». Fin dagli anni Sessanta, Stokely Carmichael e i militanti del Black Power parlavano della polizia nei ghetti come di un esercito d’occupazione; oggi, poliziotti armati come in guerra sono incentivati a sentirsi in guerra. Come scrisse a suo tempo il Guardian, dopo l’assassinio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel 2014 la Guardia Nazionale usava «un linguaggio altamente militarizzato, parlando di “forze nemiche” e di “avversari”», o «”forze nemiche” delle quali facevano parte, a quanto pare, i “manifestanti in genere”».

Per fortuna, nelle strade d’America ci sono gesti concreti che allargano l’area della protesta a protagonisti inaspettati. A Harlan, Kentucky, un luogo mitico per la sua storia di lotte ma invisibile per i media (o bollato come parte dello zoccolo duro bianco e proletario di Trump), una ragazza straordinaria e normale ha detto basta. Si chiama Bree Carr, ha 17 anni, va a scuola, lavora in un fast food: «Voglio far sapere alle persone che stanno lottando», ha detto, «che qui nell’Appalachia rurale hanno degli alleati. E che sappiano che per ogni persona di qui che è razzista e piena di pregiudizi – perché il pregiudizio qui è antico come il nostro dialetto – ce ne sono tante che vedono come stanno le cose e sono con loro». L’hanno insultata e minacciata, ma quando lei e altre 116 ragazze e ragazzi sono scesi in strada, anche i camionisti che passavano coi carichi di carbone hanno suonato il clacson in segno di solidarietà.

Gesti concreti di nuova opposizione sono venuti da gruppi imprevisti di altre lavoratrici e altri lavoratori: gli autobus di Minneapolis che hanno rifiutato di portare in carcere i manifestanti arrestati; o quelli dell’azienda cittadina di trasporti di Boston che hanno rifiutato di condurre la polizia sui luoghi della protesta. Il fatto più nuovo e inaspettato è venuto da quello che sarebbe il campo avverso: i poliziotti che solidarizzano con la protesta, che dicono basta a crimini e violenze commessi in loro nome. Gli episodi più clamorosi sono venuti da realtà con un forte potere simbolico: Camden, New Jersey (città di Walt Whitman, poeta della democrazia, e periferia disastrata); Flint, Michigan (la città operaia della General Motors e Michael Moore, avvelenata dagli scarichi industriali nelle acque col silenzio del governo federale); Lincoln, Nebraska (cuore delle badlands springsteeniane); e persino da Ferguson (campo di battaglia nel 2014, ora con una sindaca nera). Che poliziotti di Ferguson si inginocchino in omaggio a un afroamericano ammazzato da uno come loro significa che c’è un limite a tutto, che questo limite è stato oltrepassato, e che qualche coscienza comincia a cambiare. Forse non basta, ma non era mai successo prima; e sta succedendo in territori e in gruppi sociali che teoricamente sono la base elettorale di Donald Trump. Forse non basteranno a rovesciare l’esito delle elezioni, almeno per ora, ma suggeriscono che la strategia dello scontro di Trump potrebbe cominciare a sgretolarsi. Forse, adesso che il drago si scuote, anche San Giorgio comincia ad avere qualche dubbio.