Conflitti,  Numero 5. Giugno-luglio 2022,  Sociale

Il no alla quarta linea dell’inceneritore di Padova

Il progetto di costruire una nuova linea dell’inceneritore di Padova ha preso corpo e ha assunto sempre maggior rilievo nel corso del 2021, dando vita a un dibattito molto acceso e a un’opposizione netta da parte di diversi soggetti: cittadine e cittadini, collettivi, comitati, partiti e istituzioni. Da una parte ci sono le ragioni portate avanti dalla società che gestisce l’inceneritore e dalle istituzioni che la sostengono, a partire dalla Regione Veneto, che affrontano la questione in termini di necessità dell’investimento e di concretezza delle risposte; dall’altra ci sono le posizioni contrarie che mettono al centro il problema ambientale e la gestione globale dei rifiuti.

Il quadro definisce una situazione che ha dei tratti tipici degli ultimi decenni, dal punto di vista delle intersezioni fra caratteri tecnici e politici. Il punto di forza di chi sostiene la realizzazione del progetto è quello di una necessità strutturale, per la quale – si sintetizza – i rifiuti ci sono perché c’è un’economia che gira, quindi è necessario gestirli, certo è meglio costruire inceneritori piuttosto che discariche, quindi la capacità dell’inceneritore di Padova va aumentata. Il ragionamento ha una sua logica consequenziale, che rispecchia un certo senso comune secondo cui il conflitto fra sviluppo e ambiente non può che essere amministrato tecnicamente nel quadro dato. Al di là delle dichiarazioni di facciata, generalmente gli attori politici istituzionali tendono a schiacciarsi su questo ragionamento: da una parte perché nelle proposte tecnico-aziendali individuano la possibilità concreta e rapida di risoluzione a problemi complessi; dall’altra però, è da riconoscere, perché sono maturati considerando la politica secondo le lenti del capitalismo neoliberale, e quindi interpretano, più o meno consapevolmente, il proprio ruolo come amministratori del reale, senza vere prospettive trasformative.

La vertenza sull’inceneritore, al momento (marzo 2022) ancora aperta e con un ricorso giuridico all’orizzonte, dimostra invece come una mobilitazione dal basso possa parzialmente scardinare questi presupposti: il lavoro svolto dal Comitato No quarta linea assieme ad altri soggetti (fra i quali si ricordano Società della cura, Potere al popolo, Comitato acqua bene comune, Fridays for future, Isde, collettivo Catai) ha progressivamente incrinato le certezze di alcuni degli attori, aprendo una spaccatura nel campo istituzionale. Tanto da spingere, a fine 2021, il Comune di Padova, precedentemente favorevole seppur con riserve economicamente irrazionali, a schierarsi contro l’autorizzazione all’apertura della quarta linea. Questo primo risultato è stato possibile grazie a tre scelte compiute dal Comitato: la prima, di affiancare alla posizione politica di contrarietà un’inchiesta-studio, seria sul piano scientifico, all’altezza di quello della controparte, che oltre a smascherarne errori e ambiguità allarga lo sguardo a tutto il territorio della regione Veneto. La seconda, di concentrarsi, a partire da questa base, anche sul lato propositivo, avanzando come si vedrà una risposta alternativa ma sia tecnicamente che economicamente fattibile. La terza, di costruire, attraverso un confronto con altre realtà italiane in cui si danno battaglie simili, una proposta che metta in discussione su questo campo il rapporto pubblico-privato, sottolineando dati alla mano come alla base di molte scelte in fatto di politica ambientale ci sia la tutela del profitto. Che, in questo caso come in molti, ricade in parte anche sulle amministrazioni locali. L’incisività, insomma, è stata ottenuta combinando opposizione a sapere tecnico, proposta particolare a prospettiva politica generale. 

L’inceneritore oggi

Il termovalorizzatore di Padova è di proprietà della società HestAmbiente Srl che a sua volta fa parte del gruppo Hera, azienda multiservizi a partecipazione pubblica. Hera controlla anche AcegasApsAmga Spa, che a Padova si occupa di raccogliere i rifiuti. Due dati su Hera: sede a Bologna, quotata a Milano, 9000 dipendenti, 7,5 mld di fatturato, 400 mln di utile.

Il termovalorizzatore padovano ha al momento attive tre linee: la terza, moderna, risale al 2009-2010; le altre due invece hanno esaurito la propria vita produttiva e avrebbero già dovuto essere dismesse all’apertura della terza. La capacità autorizzata di smaltimento rifiuti è di 245.000 tonnellate l’anno, la capacità effettiva si attesta sulle 160-170.000. Un termovalorizzatore ricava profitto da una serie di fonti: costo di smaltimento, produzione di energia elettrica. Più brucia, più guadagna.

Il progetto presentato da HestAmbiente a fine 2020 prevede la costruzione di una quarta linea e la chiusura della prime due, per portare la capacità effettiva di bruciamento – come previsto dal piano finanziario – a 215.000 ton/anno. 

Le prime osservazioni

Il primo strumento sono le osservazioni al progetto nell’ambito della Valutazione di Impatto Ambientale (Via), cui il soggetto proponente è tenuto a rispondere. Per il progetto padovano nella primavera 2021 sono stati presentati ben 28 documenti, ciascuno contenente una o più osservazioni. Hanno preso parola realtà locali, comitati, Società della cura, organizzazioni politiche; ma anche consiglieri comunali di Padova e altri comuni della cintura urbana, nonché i comuni stessi. Fra chi ha espresso le proprie critiche al progetto al di fuori delle istituzioni c’è stata subito una forma di coordinamento, sostanzialmente attorno a due questioni:

  1. La logica di realizzazione: ci si è interrogati sulle esigenze che spingono a proporre il progetto, dato che la raccolta differenziata è in costante, seppur troppo lento, aumento, e soprattutto vista l’assenza del Prgr – Piano regionale per la gestione dei rifiuti (l’ultimo è scaduto nel 2020 e, al momento delle osservazioni, non era stato nemmeno prorogato).
  2. Gli impatti sanitari e ambientali sul territorio circostante sulla breve e lunga durata.

L’insistenza sulla necessità del Prgr, cioè del quadro in cui inserire l’ampliamento dell’inceneritore, ha messo in luce un vulnus istituzionale particolarmente grave: in pratica si propone di costruire senza una programmazione regionale sulla gestione del rifiuto. In Regione sono corsi ai ripari in fretta: l’8 giugno 2021 il Prgr è stato prorogato con delibera, e sono stati conferiti ad Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, N.d.R.) 50.000 euro per sviluppare il nuovo piano. 

Le seconde osservazioni

La Regione ha chiesto a HestAmbiente di rispondere. Aveva a disposizione 30 giorni, ne ha chiesti altri 70: le questioni sollevate evidentemente non erano semplici. Si è così ottenuta la pubblicazione delle risposte in un periodo dell’anno che scoraggia un ulteriore giro di osservazioni, per le quali c’erano due settimane: la metà di agosto.

Nel frattempo, attraverso manifestazioni, presidi, occasioni informative e soprattutto dialogo fra i proponenti delle osservazioni, la mobilitazione dal basso è andata avanti ed è cresciuta, arrivando a definire dei punti comuni sui quali dare battaglia. L’idea era di andare verso una piattaforma comune che unisse le opposizioni. Quando il 16 agosto vengono pubblicate le risposte di HestAmbiente, è quindi possibile procedere a un secondo giro di osservazioni, redatte soprattutto da soggetti non istituzionali, entro il 30 agosto. Quali sono i punti che, da questi due giri di osservazioni, emergono come maggiormente problematici?

La salute pubblica

L’incenerimento dei rifiuti comporta l’emissione di un particolato eterogeneo, misto di componenti di varia dimensione e nocività. Gli inceneritori di ultima generazione sono in grado di fermare, attraverso appositi filtri, una parte maggiore degli elementi nocivi rispetto ai decenni precedenti; ma non riescono a bloccare tutto, lasciando libere nell’atmosfera soprattutto le particelle di dimensioni ridotte, Pm10 e Pm2,5. 

La prima critica che le osservazioni (in particolare quelle di Isde Padova – Associazione di medici per l’ambiente) rivolgono al progetto riguarda la definizione della popolazione esposta: HestAmbiente ha fornito una valutazione dell’impatto delle emissioni considerando i dati di dieci comuni interessati, senza realizzare studi specifici sulla popolazione più immediatamente esposta, cioè sulle 16.000 persone che abitano nelle immediate vicinanze dell’inceneritore. Chiaramente, se si ipotizza un aumento di emissioni andando a “spalmarne” la ricaduta sul territorio di dieci comuni si ha un impatto molto meno allarmante della definizione degli effetti su un pugno di chilometri quadrati. La mancanza di studi sull’impatto sulla salute nel territorio circostante non è, evidentemente, una scusa per non procedere a una seria valutazione del rischio. 

Tutto questo in un territorio già fortemente inquinato: la centralina di rilevamento Aps1 di via dell’Internato Ignoto, nelle vicinanze e nella direzione prevalente dei venti rispetto all’inceneritore, fornisce dati che si collocano, negli ultimi anni, al secondo posto in regione per numero di sforamenti annui del limite giornaliero di polveri sottili e per concentrazioni di Pm2,5. 

Il rischio determinato da questa esposizione, in assenza di studi specifici, non è valutabile statisticamente; certo è però il pericolo di malattie cardiovascolari e neurodegenerative (Parkinson, Alzheimer); cancro al polmone ed alla vescica; adenocarcinoma polmonare; cancro allo stomaco, in particolare per le donne; cancro del colon retto in maschi e femmine. Studi condotti in Emilia Romagna hanno mostrato un aumento significativo di nati pre-termine nelle aree più vicine agli inceneritori della Regione, nonché un incremento della abortività spontanea del 44% nelle donne più esposte e senza precedenti aborti. 

Il problema Pfas

Nelle nuove osservazioni presentate si è contestato molte volte l’approccio sommario delle risposte di HestAmbiente, in particolare sulla questione dei Pfas, purtroppo molto sentita in Veneto per l’enorme danno provocato dagli sversamenti della Miteni (Vicenza). Nella richiesta di autorizzazione a smaltire anche rifiuti liquidi contenenti Pfas, cioè percolati di discariche, HestAmbiente propone un trattamento per incenerimento: i liquidi contenenti Pfas saranno spruzzati nel punto di fiamma massima dell’impianto. Tuttavia gli studi che ci sono sul tema, per ammissione stessa di HestAmbiente, sono contraddittori: non ci sono ricerche definitive sulla possibilità di decomporre i Pfas attraverso un’azione termica; e, comunque, si afferma che si dovrebbero superare i 1400 °C, mentre nell’inceneritore si sta fra gli 850 e 1000 °C. È inoltre presente il rischio che, nel bruciamento dei Pfas, il legame fluoro-carbonio, quello che conferisce le caratteristiche specifiche alla molecola, non si degradi, finendo una volta in atmosfera a creare nuovi, e non controllabili, composti Pfas.

Su questo tema il documento di HestAmbiente è grossolano. Per esempio, parla di «qualche centinaio di composti», mentre in realtà sono molte migliaia, 4.730 secondo un inventario del 2018, ma forse più di 9000 secondo l’Epa (Environmental protection agency), tutti estremamente persistenti nell’ambiente e nell’organismo umano. L’azienda assume la contraddittorietà degli studi come un via libera e afferma che comunque ne saranno bruciati pochi. Cosa vuol dire pochi?

Termini relativi o termini assoluti?

Questo è un criterio che vale in generale per tutto il dibattito sull’inceneritore, e che l’azione dei comitati ha messo subito in evidenza. L’azienda afferma che gli inquinanti emessi restano sotto i limiti di legge, che addirittura migliorerebbero rispetto alle attuali linee 1 e 2, oppure presenta alcune stime in cui media l’impatto emissivo sul territorio della provincia di Padova (e qui la cosa è semplicemente insensata, considerando che l’impatto è maggiore su un’area più circoscritta). L’azienda insomma considera le emissioni solo in termini relativi.

Non si arriva mai, invece, a studiare un punto fondamentale, oltre che di buon senso, cioè che l’impatto ambientale deve essere visto in termini assoluti, in relazione al contributo di questa nuova linea sull’inquinamento. 

Per chiarire: il territorio di Padova è sottoposto a un fortissimo stress, dal punto di vista di polveri sottili e composti vari. Per anni la città è stata, ed è tuttora, ai primi posti fra le città più inquinate d’Europa. Naturalmente a questa situazione contribuisce anche la conformazione geografica, la direzione dei venti e la collocazione. In generale, se anche in termini relativi la nuova linea dell’inceneritore andasse a rispettare le norme, in termini assoluti passare da 160.000 tonnellate a 215.000-240.000 significa immettere più inquinanti nell’atmosfera, e aumentare lo stress sul territorio. 

Quindi che si fa?

L’argomento di chi lavora per portare avanti la costruzione dell’inceneritore è semplice ed efficace: i rifiuti ci sono, che ne facciamo? Riempiamo il Veneto di discariche? Nella contestazione politica e tecnica di questo ragionamento sta uno dei punti di forza dell’azione dei comitati.

Il discorso sui rifiuti si fa a livello regionale. Perché in Veneto dobbiamo costruire un’altra linea di incenerimento? Innanzitutto, perché la raccolta differenziata è bassa – in particolare a Padova, siamo al 59%, molto sotto a quel che era previsto nel Prgr per il 2020, e molto più in basso alle punte d’eccellenza regionali (i due bacini del trevigiano, con una media dell’82%). La situazione di Padova è così negativa anche perché sia chi raccoglie rifiuti, cioè AcegasApsAmga Spa, che dovrebbe lavorare a diminuire il rifiuto residuo (il secco), sia chi li brucia, che ha interesse a mantenere alta la quantità di rifiuti per ricavare profitto dall’impianto, sono della stessa proprietà, Hera Spa.

C’è inoltre un’altra leva che il potere istituzionale dovrebbe utilizzare: la necessità di disaccoppiare l’andamento dei rifiuti dall’andamento del Pil. Storicamente, una crescita del Pil comporta una maggiore produzione e un maggior rifiuto. Per esempio, la crisi del 2008-2010 ha portato a una diminuzione netta della produzione di rifiuti negli anni immediatamente seguenti. Nel 2015 la Regione aveva previsto azioni per una pianificazione in questi termini, con normative riguardanti la produzione, ma poi non se n’è fatto nulla: nessuna azione, nessun risultato.

Si dovrebbe poi agire sul rifiuto, applicando le cosiddette best available techniques (Bat), le migliori tecnologie disponibili per la differenziazione del rifiuto. Quando va in discarica il rifiuto oggi passa da un impianto di trattamento meccanico-biologico in cui ci sono batteri che, digerendo il materiale organico, diminuiscono il volume del rifiuto da conferire (di circa il 25%) e rendendolo più inerte. Investendo ulteriormente in questi impianti, inserendo cicli di recupero di materia, si potrebbe arrivare a una diminuzione del rifiuto da conferire fino al 50%. Non sono cose tecnicamente semplicissime, e richiedono investimenti, però avviarsi in questa direzione significa avere un piano verosimile per il medio termine.

La soluzione dunque esce, per ragioni tecniche, economiche e politiche, dal problema per cui se ci sono rifiuti serve un posto dove metterli, e affronta la questione nella sua globalità, a livello di produzione, raccolta e trattamento. I conti sono stati fatti dai comitati: se si obbligassero le imprese a un’azione seria su imballaggi e prodotti di confezionamenti; se arrivassimo agli obiettivi del Prgr del 2015, con il 76% regionale di differenziazione, e magari agendo sui conflitti di interesse fra chi raccoglie il rifiuto e chi lo brucia, lo superassimo, arrivando all’87%; se impostassimo davvero una strategia industriale basata sulle Bat e non solo sull’inceneritore, come fa attualmente HestAmbiente, dunque sul trattamento più generale del rifiuto: in tal caso in Veneto potremmo mantenere attivi la terza linea di Padova e l’altro inceneritore in funzione, quello di Schio, chiudere la prima e la seconda di Padova, non fare la quarta, mantenere una quota minima da conferire in discarica (necessario per ragioni tecniche di gestione degli impianti).

Tabella 1: Veneto – produzione rifiuti urbani – anno 2019 con raccolta differenziata al 69,5% e proiezioni al 76-84- 87%

 RIFIUTORIFIUTODifferenziataSECCOInceneritoDiscaricaTot. secco
 tonnellate/abitantekg/abitante/annokg/abitante/annoton./abitanteton./abitante ton./abitante
   Padova Linea 3 91.380 
   Schio 84.155 
dati 20192.310.597 47169,50%143,66175.535476.465 652.000
entro 20252.038.030 42076%100,80175.535 276.993 452.528 
entro 20302.038.030 42084%67,20175.535126.150 301.685 
prima possibile1.455.736 30084%48,00175.53539.955 215.490 
prima possibile1.455.736 30087%39,00175.085-450175.085

Piano economico finanziario 

L’altro argomento, in relazione alla necessità di costruire una nuova linea di incenerimento, riguarda il costo della gestione. È ovvio, si potrebbe dire, che esistono delle ottime tecnologie per differenziare il rifiuto, però hanno dei costi proibitivi, è necessario bruciare. Anche questa affermazione, scontata all’interno del senso comune che domina la politica ambientale, non solo del Veneto, è stata messa in discussione, dati alla mano.

Nelle risposte di HestAmbiente alle prime osservazioni si faceva riferimento al Pef (Piano economico finanziario), che era secretato (le ragioni che l’azienda aveva fornito alla Regione per la riservatezza riguardavano questioni di segreto industriale): importante perché da qui verrà fuori la composizione della tariffa di smaltimento dei rifiuti, in euro alla tonnellata per anno. Tra l’altro, proprio dalla tariffa è nata la richiesta di una quarta linea: HestAmbiente nel 2019 ha chiesto di aumentarla, la Regione ne ha chiesto i motivi, e dalle valutazioni in merito è scaturito il progetto, che dovrebbe portare a un abbassamento della tariffa a 130 euro/tonnellata.

In realtà alcuni dei comitati avevano già avuto modo di visionare il Pef, dato che la Regione aveva, per errore, pubblicato il link alla cartella in cui è raccolta la documentazione segreta; erano così emerse le prime evidenze macroscopiche di problemi nella stesura del piano. Nei 15 giorni agostani dopo le risposte alle osservazioni non c’era però il tempo di analizzarla bene, e c’era anche il dubbio che non si potesse fare riferimento alla documentazione secretata: si è così chiesto di fare ricorso agli atti, HestAmbiente si è opposta ma alla fine la Regione ha acconsentito. Ne emerge che il Pef è calcolato su 20 anni; che in quanto lock-in investment vincola a mantenere per questi due decenni le 215000 tonnellate/anno; e che così si garantisce una tariffa di 130 euro/tonnellata.

Riassumendo: si costruisce una nuova linea e per 20 anni si brucia 1/3 in più dei rifiuti, si produce 1/3 in più di inquinamento, si ritarda l’ampliamento della raccolta differenziata (altrimenti non ci sarebbero rifiuti da bruciare: le Regioni italiane possono bruciare solo quel che è prodotto al loro interno) per risparmiare, secondo quanto dice l’azienda, l’1,1% sul costo alla tonnellata di rifiuto.

Tra l’altro emerge l’inconsistenza delle osservazioni presentate dal Comune di Padova, il quale chiede di fare la quarta linea, ma di restare ai livelli di bruciamento del 2019, cioè a 160.000 tonnellate. Si è calcolato che, in questo caso, la tariffa salirebbe a 165 euro/tonnellata, facendo schizzare le bollette.

Sviluppi

L’azione politica dei comitati si è sviluppata parallelamente sui piani dell’inchiesta-studio, delle osservazioni e delle azioni pubbliche di sensibilizzazioni, con raccolte firme, volantinaggi, striscionate, manifestazioni anche in occasione degli appuntamenti di Fridays for future. Ci si è interessati ad altre esperienze in Italia, come la scelta di Forlì di riportare in house la gestione della raccolta dei rifiuti partendo da una situazione simile a quella padovana. La partecipazione e il consenso sono andati lentamente crescendo, fino a costringere il Comune di Padova a rivedere le proprie posizioni ed esprimere, in sede di conferenza dei servizi, il parere negativo alla costruzione della nuova linea dell’inceneritore – un segno forte, che tuttavia non va a intaccare la maggioranza della conferenza, che ha approvato il nuovo impianto.

Con il 2022 quindi la lotta del Comitato contro la quarta linea, assieme agli altri soggetti che contrastano l’ampliamento dell’inceneritore, entra in una nuova fase, in cui all’orizzonte si presenta, come spesso accade, un ricorso giuridico, con i suoi tempi (e i suoi costi). Il bagaglio di conoscenze e di radicamento maturato nell’ultimo anno ha consentito di arrivare fin qui, dove non sarebbero giunte né un’opposizione semplicemente movimentista né una critica scientifico-accademica; l’unione fra politica e inchiesta-studio sarà ancora una volta, nei mesi che verranno, ciò che consentirà di muovere i prossimi passi.

Questo articolo, così come l’opposizione alla quarta linea dell’inceneritore, è stato possibile grazie al lavoro di tutti i compagni e le compagne dei Comitati e di varie organizzazioni politiche e di movimento, che sono i veri autori di queste pagine.

Sitografia

I contenuti delle osservazioni, così come tutti gli altri documenti ufficiali relativi al progettato ampliamento, si trovano nella cartella condivisa creata dalla Regione Veneto.

Lo studio Moniter realizzato grazie al contributo della Regione Emilia-Romagna a partire dal 2009.

Lo studio di Isde (2018) sui depositi di metalli pesanti nelle unghie dei bambini. 

Il Comitato contro la quarta linea ha attiva una pagina facebook.