PRIMO MAGGIO, UNA STORIA IRRIPETIBILE

Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio, Milano 29 marzo 2021

Andrea Bottalico e Sara Zanisi

Con questo numero OPM inaugura una nuova rubrica dedicata alle “voci militanti”: interviste a uomini e donne che praticano la storia/ricerca militante e la conricerca oggi. Uno spazio di confronto e discussione sulle metodologie, sulle ricerche e sul significato nella contemporaneità di questa pratica che affonda le sue origini negli anni Sessanta e Settanta.

Apriamo questa sezione con un’intervista, raccolta da Andrea Bottalico e Sara Zanisi il 29 marzo 2021, a due dei primi redattori della rivista Primo Maggio: Sergio Bologna e Bruno Cartosio. Seguirà un’intervista a Cesare Bermani.

Queste conversazioni non ripercorrono in modo sistematico la storia della rivista, perché questa è già stata raccontata nel volume La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di Cesare Bermani, pubblicato da DeriveApprodi nel 2010.

Zanisi: Noi vorremmo cominciare dal metodo, parlando un po’ della storia di PM, un po’ della rinascita con OPM. Come lavoravate? Come si “cucinava” la rivista?

E poi dalla questione di fondo intorno a cui ruotano più aspetti: la storia, il peso che ha avuto la storia, la storia militante, e che forse ha anche nell’esperienza di oggi. Nella lettera aperta che tu Sergio hai scritto un paio di anni fa, dopo il numero speciale dedicato a Primo Moroni, dicevi che sarebbe stato impossibile rilanciare l’esperienza di PM nel 2018 così come era stata, centrata sulla matrice operaista, mentre avremmo dovuto tenere nella cassetta degli attrezzi la storia militante: «La storia militante viene prima dell’operaismo ed è un bisogno primario», un antidoto, un’arma.

E in effetti rileggendo la rivista e il libro curato da Bermani, la storia è il nodo centrale: cosa è stata la storia militante? Perché avevate scelto questa metodologia? Perché l’avete scelta all’inizio quando siete partiti nel 1973 e perché l’avete riscelta e rivendicata anche in quel momento cruciale di crisi tra il 1980 e il 1981? 

Sergio: Io arrivo all’esperienza di PM in un momento molto difficile e molto amaro per me: avevo dedicato dieci anni della mia vita a costruire un’ipotesi organizzativa operaista e questa era andata in fumo, con la mia uscita da Potere operaio. Oltre all’amarezza c’era questo senso di spaesamento: una volta avevo una casa e adesso ero senza casa, ero politicamente un homeless. 

Il 1971 è stato un anno molto brutto, sono quelle svolte in cui poi decidi di pensare anche a te stesso, infatti ho ripreso una vita personale, mi sono sposato ed è nata mia figlia. 

Ma la situazione era veramente complessa: ero appena entrato all’università di Padova, lì il mio capo era Toni Negri, il fatto che avessimo rotto sul piano politico creava un imbarazzo non indifferente sul piano accademico, tant’è che cominciai allora un tentativo di andarmene da Padova, senza mai riuscirci. Lui stesso si rendeva conto della situazione, mi propose un compromesso che ricuciva un po’ i nostri rapporti personali: fare insieme la collana di Feltrinelli “Materiali marxisti”. All’inizio era una cosa un po’ posticcia, ed è dimostrato dal fatto che nel primo volume, Operai e stato, il mio contributo è stato solo un saggio che avevo scritto cinque anni prima.

Però mi è stato utile perché mi ha fatto tornare la voglia di studiare, di riprendere il lavoro: il saggio su Marx – «Moneta e crisi: Marx corrispondente della New York Daily Tribune» – lo concepii come un tentativo di continuazione della tradizione operaista. L’operaismo era nato con Quaderni rossi e l’articolo di Raniero Panzieri «Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», era proseguito con Operai e capitale di Mario Tronti, che era a sua volta una rilettura di Marx. Io volevo ricollegarmi a quella tradizione affrontando un elemento dell’esegesi marxista.

Lo considero l’atto fondativo di PM. Ricordo che quando feci questa cosa per il volume Crisi e organizzazione operaia, dissi a Toni che avrei voluto pubblicare l’anteprima di questo saggio su una rivista che avevo intenzione di fare… che è PM. Per me ha rappresentato la ripresa di un lavoro teorico, intellettuale, dopo il fallimento del lavoro organizzativo, fallimento che purtroppo aveva trascinato in una situazione molto spiacevole anche moltissimi compagni che avevo reclutato e che si erano trovati a seguirmi nell’uscita, anche loro a mal partito – alcuni con cui avrei lavorato, per esempio i tecnici dell’Eni di San Donato Milanese, sarebbero entrati in Lotta Continua, molti si sarebbero dispersi, pochissimi sarebbero rimasti dentro Potere Operaio.

È chiaro che il mio pregresso psicologico e politico era molto diverso da quello di Cartosio e di Mogni, mi portavo dietro questa situazione di amarezza, e di voglia di rivincita, di riprendere a pensare, perché purtroppo l’esperienza dei gruppi politici extraparlamentari di allora non ti favoriva molto il pensiero, sono subito caduti – sia noi, che Lotta Continua, che altri – in una deriva tardo-bolscevica che li ha portati un po’ a fare le caricature dei partiti rivoluzionari. Ed è finita come sappiamo. Ho vissuto così l’inizio.

La storia. Questo era già tutto dentro la storia. Di fatto il saggio su Marx non è un tentativo di esegesi di un testo, è il tentativo di capire come quegli articoli, considerati delle cose di secondaria importanza o che Marx scriveva semplicemente perché doveva campare, erano in realtà una riflessione su un periodo storico centrale, tant’è che gran parte di quel mio saggio è dedicato alla lettura della storiografia che ha interpretato quel passaggio (Landes, Bankers and Pashas), già quello non era un lavoro di esegesi del testo marxiano ma un tentativo di combinarlo con una riflessione storiografica. 

Poi tutti, Bruno Cartosio faceva lo storico, Cesare Bermani faceva lo storico, abbiamo chiamato storia militante il modo in cui noi facevamo storia, anche senza chiamarla militante. La facevamo tutti con quel tipo di tensione, quel tipo di impegno, e avevamo sempre un piede dentro l’accademia e un piede fuori. 

Poi lo abbiamo teorizzato e abbiamo dato alcune definizioni non perché siamo partiti da lì ma siamo arrivati lì: di fatto era il modo naturale per noi di fare il lavoro storico, o la storia la fai in quella maniera, con la passione che c’è nelle cose, con il legame ideale con quello che stai facendo, o non ha senso.

Non è che siamo riusciti a fare delle grandi pensate teoriche sulla metodologia della storia militante, non mi sembra che siamo stati capaci di dare particolari contributi alla metodologia.

Cartosio: Ho la mia versione dell’inizio, che ha a che fare con l’ultima parte di quello che diceva Sergio. Io mi ero avvicinato a Potere operaio attraverso Ferruccio Gambino, un amico e compagno comune. Quando sono andato a Montreal, ho scritto alcune cose per l’“ufficio internazionale” di Potere operaio. Quando sono andato via dall’Italia, a metà del 1969, la realtà dentro cui stavo era “il movimento”: mi ero laureato all’inizio del 1969, avevo fatto tutte le fasi del movimento alla Statale di Milano.

Appena sono tornato nel 1971 c’è stata una grossa manifestazione a Milano e ho trovato una realtà completamente diversa: la manifestazione era tutta organizzata a blocchi, ognuno aveva il suo, senza comunicazione reciproca e in antitesi l’uno con l’altro. La cosa mi era parsa molto sgradevole e problematica. Nel frattempo poi in Italia dopo il 1969 stava succedendo tutto quello che conosciamo.

Quella sensazione e quella situazione di cui parlava Sergio all’inizio rispetto alla sua uscita da Potere operaio io l’ho vissuta di riflesso, non essendo dentro organicamente. Per esempio con Ferruccio Gambino interloquivo abitualmente, ed è in quel periodo, tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972, che ci siamo conosciuti con Sergio. In quel periodo ho tradotto e introdotto per “Materiali marxisti” il libro di George Rawick The American Slave: A Composite Autobiography (Lo schiavo americano dal tramonto all’alba). Per cui anche sul piano intellettuale e produttivo c’era stato questo aggancio.

Nei due anni in cui sono stato in Canada ho fatto lavoro organizzativo tra gli immigrati italiani di Montreal e lavorato essenzialmente su due linee di ricerca, quella della storia e letteratura afroamericana e la storia del movimento operaio. Quando sono tornato ho visto che in Operai e capitale Tronti toccava le questioni che avevo messo autonomamente all’ordine del giorno: cioè il fatto che negli Stati Uniti non c’era un partito della classe operaia né il movimento operaio come lo si intendeva in Europa. Quando poi ci siamo trovati e Sergio ha proposto PM, per me era abbastanza ovvio starci dentro, sia per quello che era successo prima, sia perché coincideva con le ricerche e il lavoro che avevo fatto, sia perché ero molto spaesato dai connotati che aveva preso il movimento mentre non c’ero. Lavoravo in università ma il mio terreno non era quello del Movimento studentesco della Statale, e neppure quello di Avanguardia operaia con cui quelli del Ms litigavano un giorno sì e un giorno no. Per cui il terreno praticabile era quello, diciamo così, di un certo tipo di operaismo, di un’attenzione che portava la ricerca al di fuori del terreno dai cui venivo, il terreno dell’organizzazione di massa del Pci. Gli unici che parlavano un linguaggio con cui mi sentivo di entrare in sintonia erano quelli che venivano da Lotta continua e da Potere operaio. Però non mi sentivo di entrare in nessuna organizzazione in quel momento. Così PM mi è sembrato uno sbocco naturale.

Sergio diceva un piede dentro l’accademia, un piede fuori: io dentro l’accademia ci sono stato per tutti gli anni Settanta da precario, da contrattista, come si chiamava allora; per cui dovevo fare una certa quantità di altri lavori per sbarcare il lunario – voci di enciclopedie, traduzioni, cose così. E però non era certamente la parte che mi dava soddisfazione; anche per questo l’idea di fare una rivista che non si identificasse con nessuno di quei gruppi mi sembrava la destinazione ovvia.

Abbiamo ripreso a vederci, eravamo in sostanza Sergio, io e Franco Mogni, che invece era più vicino a Lotta continua, lavorava da Mondadori, era argentino e in quel momento un latinoamericano era in grado di dirci e di dire delle cose abbastanza significative: l’idea di fare una cosa a partire da noi tre mi sembrava importante.

Poi il passo ulteriore è stato il rapporto con Buonfino e quello successivo con Primo Moroni e la sua libreria. E lì abbiamo cominciato.

Bologna: Sì è andata così. Non ricordo come ho conosciuto Giancarlo Buonfino ma è sicuramente lui che ci ha presentato Primo Moroni, ci ha portato lì. Nessuno aveva capito all’inizio quale era lo spazio che Primo era riuscito ad aprire e ad aprirsi, ma di fatto poi lavorando insieme abbiamo capito che a noi stava bene, perché non era uno spazio controllato, egemonizzato da nessun gruppo: anzi, nei confronti dei gruppi aveva tendenze libertarie, quasi situazioniste, quindi il meno stalinista possibile, mentre in tutti i gruppi c’era questa cosa che ho chiamato neo-bolscevismo, delle caricature staliniste era difficile stare insieme con dei giovani che erano rimasti un po’ intrappolati in questo mito del partito e passavano il tempo a litigare tra di loro: tutti ricordano i cortei, che cominciavano con una rissa su chi pigliava la testa del corteo.

Cartosio: Non era soltanto il partito, era il partito di avanguardia.

Bologna: Una situazione così non era una situazione defilata. La capacità di Primo era di stare dentro le cose, in quella libreria passavano informazioni e correnti che ti facevano essere consapevole di essere presente, di essere dentro le cose. In un certo senso noi le cose le vedevamo meglio di quelli dei gruppi che avevano la loro lente deformata dalla loro organizzazione.

Cartosio: Aggiungo una cosa, anche perché quando andavamo in libreria da Primo, e ci andavamo abbastanza spesso, capitava di incontrare proprio di tutto, e quindi stavamo dentro un’interlocuzione e un confronto abbastanza continuo. Gente che stava in gruppi a cui noi non appartenevamo ma con cui ci trovavamo a discutere faccia a faccia, non su un piano di contrapposizione organizzativa o progettuale ma su un piano di confronto, in questo senso stavamo dentro al piatto e non ai margini del piatto.

In questo senso ci andava bene la libreria perché lì oltre a trovarci le persone, trovavi volantini e fogli di tutti i tipi. E quindi avevi questi elementi di confronto e informazione. 

Zanisi: Risfogliando la rivista ci siamo resi conto che c’era davvero un dibattito dentro e fuori, c’era tutto un intorno di grande importanza, in parte le attività che facevate convegni, seminari e molti incontri, forse anche informali, non organizzati ma situazioni in cui era possibile incontrarsi e dibattere, anche tra riviste diverse. Era effettivamente così? In libreria facevate anche le riunioni di redazione? Era uno spazio aperto, in cui facevate le riunioni ma erano aperte anche ad altri e questo permetteva questa permeabilità, questo dibattito?

E oggi? A distanza di tutti questi anni, quasi cinquanta dalle origini, sembra proprio un’altra epoca, pur essendoci un rifiorire di riviste l’impressione è che ci sia molto meno confronto. Voi scrivevate anche per altre riviste. Come costruivate questo dibattito? E oggi come lo vedete possibile?

Bologna: Bisogna fare una periodizzazione, perché tieni conto che noi ricordiamo quanto importante è stato il liberarsi dal discorso ossificato dei gruppi extraparlamentari.

A un certo punto – la rivista parte nel 1973 – questi gruppi si spaccano, si sciolgono: nel 1975 Potere operaio, e poi Lotta continua. Quindi due anni dopo la nascita della rivista lo spazio esterno è molto più complesso e frammentato, ma anche meno controllato da questi, e poi noi stessi ci diamo un minimo di struttura.

All’inizio facevamo le riunioni di redazione nelle nostre case, poi a un certo punto ma non mi ricordo esattamente se nel 1975 o 1976 abbiamo aperto assieme ad altre forze una sede in via Decembrio. Diventa un po’ il posto dove facevamo le riunioni, dove il lavoro organizzativo di redazione comincia a strutturarsi. E i compagni che venivano dalle altre regioni o province come in OPM, che non sappiamo mai dove riunirci avevamo un posto dove stare. Secondo, quando implodono i gruppi si forma un pulviscolo di esperienze che però è quello nel quale si infila anche il terrorismo e diventa uno degli altri grossi problemi, e per PM non è stato un problema secondario, anche se noi siamo stati abbastanza abili, diciamo, a tenerci fuori. Primo, diciamolo pure, aveva una certa simpatia per questi, o comunque le porte della sua libreria per loro erano aperte, quindi avevamo un problema di contiguità mica da poco da gestire. Tieni presente che l’implosione soprattutto di Potere operaio e Lotta continua per noi ha voluto dire un cambio d’epoca: quando si sono sciolti le cose sono cambiate, si è formato questo pulviscolo pieno di esperienze interessanti con le quali abbiamo cercato di entrare in contatto.

La grande curiosità era una delle nostre caratteristiche. Se sapevamo che si formava qualche comitato, qualche gruppo, non è che andavamo sempre a cercarli, a stanarli, a scovarli, ma cercavamo di sapere cosa stava succedendo. Avevamo una minima idea di questa galassia, la libreria era molto utile anche per questo. Bruno anche lo diceva: avevi tutte le pubblicazioni di questa galassia e le trovavi solo lì. Così avevi la possibilità di prendere contatti, e in quanto amico di Primo avevi già quasi un lasciapassare, non ti guardavano con sospetto. 

Cartosio: Nessuno poteva pensare che tu fossi il commissario politico di qualche gruppo. Soprattutto all’inizio, quando eravamo pochi, con Bruno Bezza e Maurizio Antonioli, facevamo le riunioni in casa, o qualche volta in libreria oppure nell’ufficio di Italo Azimonti. Poi era venuta la sede di via Decembrio sempre grazie a Italo Azimonti, che poteva essere preso come il “commissario politico” nell’ombra, che ci dava una mano.

Bologna: Via Decembrio era nata anche perché in quel periodo si stava un po’ formando l’idea delle economie alternative. Il fatto di mettere in piedi un centro era anche mettere insieme delle attività produttive: c’erano un ristorante fatto da un docente di architettura del Politecnico di Milano, una libreria, una tipografia, i fotografi. Una specie di centro multiservizi, non so come chiamarlo. Aveva anche questa valenza. 

Cartosio: Se torniamo un attimo all’inizio c’era stato quel mio pezzo del tutto introduttivo, intitolato «Note e documenti sugli Iww», di cui nessuno sapeva niente e che però ha avuto un successo travolgente, ed era uno dei riferimenti alla storia militante, una delle basi di quel discorso. L’altro era quello a cui faceva riferimento Sergio, il lavoro su Marx che poi si è incanalato nel discorso sulla moneta, queste erano le due aree principali. Poi c’era il tentativo di scoprire quello che succedeva, dove succedeva, di capire cosa voleva dire composizione di classe, come la classe si componeva o ricomponeva nelle diverse zone, nelle diverse aree, nei diversi settori. C’è stata poi tutta una serie di temi che sono diventati centrali e hanno qualificato la rivista: per esempio il discorso sulla moneta che era per la componente più intellettuale, il discorso dei trasporti o quello della storia, come dicevano negli Stati Uniti, come useful past, passato utile, usabile, che erano più nuovi e abbordabili da parte del movimento. E il lavoro sulle fabbriche aveva a che fare con il movimento, ormai polverizzato ma reale. Alcuni fuoriusciti da Potere operaio e Lotta Continua erano entrati nel Partito socialista, altri erano usciti dal giro, ma una parte era rimasta attiva dove si trovava. E noi cercavamo di interloquire con loro. Questa fisionomia composita della rivista ha preso forma dopo i primi 3/5 numeri.

Bottalico: Quali erano secondo voi i limiti dell’impianto teorico che avete utilizzato?

Bologna: Il paradigma operaista non era già più un paradigma, diciamo, in modo un po’ grossolano: con il postfordismo il paradigma operaista non reggeva più o reggeva a stento, questo volevi dire?

Bottalico: Mi spiego meglio: con il senno di poi, in quell’impianto teorico c’erano delle potenzialità che vi hanno concesso di interpretare, leggere, in maniera all’avanguardia certi fenomeni? E soprattutto, il vostro paradigma teorico vi ha fatto trascurare degli altri aspetti, dei temi? 

Bologna: Sicuramente c’erano i limiti, però quello che voglio dire è che ha contato molto di più la capacità di vedere che dentro quell’impianto c’erano molte più cose di quelle che pensavamo ci fossero. Perché tutti, compresi i compagni di Potere operaio davano per scontato che l’operaismo fosse finito con il 1968/69, e che dopo l’operazione intellettuale dell’operaismo era arrivata l’epoca della rivoluzione pratica. Noi abbiamo detto – o almeno io così l’ho vissuta – lì dentro c’e ancora tanto da scavare. E appunto il fatto di aver tirato fuori la moneta, gli Iww, non è un caso: va ascritto a merito dell’operaismo che ha sempre avuto una grande attenzione alla questione americana, mentre nella tradizione del comunismo italiano gli Stati Uniti erano il Paese dove il comunismo non aveva mai combinato niente di buono… Per noi erano un Paese che aveva un sacco di cose da insegnarci sul piano della lotta operaia. È un caso che tutti i migliori americanisti italiani abbiano scritto su PM? Il tema Iww è forse quello che più di tutti ha contribuito al mito della rivista. Abbiamo sfruttato questo aspetto che l’operaismo aveva trascurato.

Poi la storia della moneta e quella dei trasporti: l’operaismo era molto “fabbrichista”. Quando dicevamo che c’era anche altro, i facchini, i portuali, i marittimi, ricordo che mi pigliavano in giro… Dicevano che ero fissato, che mi piacevano i camionisti on the road! 

Ritornando sulla questione dei limiti credo che sia esplosa con il 1977, che ha messo in discussione tutto: la fabbrica, il lavoro, la classe operaia come avanguardia, il partito, la politica stessa, il ritorno al privato, al personale è politico… È lì che poi anche l’operaismo salta, e infatti dentro alla redazione c’è quel dibattito tra Marchetti e un gruppo foucaultiano, chiamiamolo così, c’era anche Lapo Berti, e poi il gruppo torinese che riaffermava la centralità della classe operaia Fiat. 

Bottalico: Sì, io lo chiedevo anche in funzione del lavoro che stiamo facendo in questo presente, per raccogliere l’eredità nelle sue contraddizioni, cercando di problematizzare un contesto che in una certa letteratura viene idealizzato. Avete approfondito argomenti e questioni che erano sottovalutati, come l’approfondimento sugli Wobblies e il movimento operaio americano… Però, forse sarà anche il fatto che sono meridionale, ma ho notato che negli indici della rivista manca un’attenzione nei confronti del Sud: allora mi domandavo se ci fossero connessioni tra un impianto teorico operaista e la sottovalutazione di certi territori, di certi fenomeni che magari non erano considerati rilevanti. 

Bologna: Sai qual è secondo me il modo diverso di vedere la questione meridionale? Pensa al lavoro che ha fatto Cesare Bermani e prima di lui Ernesto de Martino, era un modo per parlare del Mezzogiorno in maniera diversa da come se ne parla di solito. Quello era il Sud nostro, un Sud con la capacità di creazione, di miti, di culture; la storia orale nasce molto di più sull’esperienza dei contadini, delle streghe, delle tarantate, se vogliamo. Al tempo stesso su questo ci portavamo dietro una tara operaista, il modo un po’ sbrigativo di dire che la questione meridionale non esisteva, perché tanto il proletariato meridionale stava a Torino. Queste erano un po’ le due cose, i nostri limiti.

Cartosio: Aggiungo qualcosa, i limiti stavano intorno a noi e ci aggredivano! Avevamo chiara la fine dell’operaismo degli anni ’60/70, avevamo capito forse che quello che avevamo di fronte sarebbe stata una realtà in cui il sistema dei partiti stava entrando in una crisi di cui non erano prevedibili gli sbocchi. Però per noi era già cominciata, era in atto e non perché a mettere in crisi il sistema dei partiti erano i gruppi, che come ricordava Sergio entro la metà degli anni ’70 avevano fatto il loro tempo, e neppure perché lo mettevano in crisi le Brigate rosse, che in quel momento avevano acquistato una presenza che prima non avevano, e non lo mettevano in crisi neppure i fascisti. Era un qualcosa di più profondo e strutturale secondo noi. Allora la nostra ricerca di temi, ambiti, terreni su cui misurare le dinamiche in atto e cercare di vedere in che direzione portavano era la risposta alla percezione di questa crisi. Non facevamo una rivista di cultura politica, non ragionavamo di cultura politica nel senso dei discorsi sui partiti, le istituzioni, i rapporti tra potere economico e potere politico, facevamo una rivista che cercava di andare alla radice, al fondo, verso il basso, a vedere che cosa si muoveva e in che direzione portava.

Poi c’erano anche limiti personali: le persone scoppiavano. Se guardate la redazione della rivista e la quantità di persone che sono passate sono molto diverse tra loro. Scoppiavamo. Da una parte per quello che succedeva intorno a noi. Dall’altra perché il lavoro che facevamo non era quello del ricercatore chiuso nel suo stanzino davanti al computer, era un lavoro di militanza, che richiedeva energie, impegno. Quel parlare con gli altri a cui abbiamo fatto riferimento significava spostarsi, andare, vedere, usare del tempo, ma poi il tempo ti serviva anche per fare altro. 

Intorno a noi succedevano un mucchio di cose con tempi rapidissimi, perché il percorso con cui si arriva al ’77 non dura dieci anni, ma due. E il ’77 è stato un trauma abbastanza grosso, più ancora che per noi per tutti quelli che hanno fatto altre strade, altri percorsi. Però abbiamo cercato di capire cosa è stato il ’77, e perfino di capire le Br e Prima linea: per sapere che non erano il nostro terreno abbiamo anche dovuto cercare di capirlo e di parlarne, e abbiamo anche scritto alcune cose, tra lotta armata e il ’77, e non sono poi molti quelli che le hanno scritte con la nostra prospettiva, nel senso di mettere le cose in prospettiva, ma anche con il rischio che comportava il non essere allineati e non dire cose che andavano bene a tutti.

Bologna: Forse varrebbe la pena un giorno tentare di capire quello che dall’esterno potrebbe sembrare un nostro modo un po’ opportunistico di barcamenarci in una situazione nella quale l’intero movimento era sempre più condizionato dalla lotta armata. Teniamo presente alcune cose. Nel 1975 iniziamo una campagna in favore di Karl Heinz Roth, finito in galera, gravemente ferito, dopo uno scontro a fuoco in cui sono morte tre persone. Abbiamo preso le difese di Karl Heinz immaginando, e avevamo ragione, che lui non fosse coinvolto nell’organizzazione armata ma si trovasse lì in quanto medico. Tuttavia all’esterno era come se avessimo difeso un terrorista, e fummo considerati dei simpatizzanti, se non proprio dei fiancheggiatori. Ce ne fregammo, per noi si trattava di difendere un amico, un compagno, uno storico militante. Poi Primo Moroni come librario mandava un sacco di libri in carcere, e ne approfittava per mandare anche centinaia di copie di PM. Ti spieghi perché a un certo punto anche noi abbiamo rischiato di finire dentro il tritacarne. Siamo andati a un pelo dal far la fine del 7 aprile. Però l’abbiamo fatto in maniera pulita, è difficile che trovi in quelle cose che abbiamo scritto un atteggiamento ambiguo. Mi ricordo il rapporto con i portuali di Genova che si erano messi nei pasticci con il volantino “Né con lo Stato, né con le Br”, siamo finiti in parecchi casini ma penso che ne siamo usciti in maniera piuttosto onorevole…Tant’è che alla fine, parliamoci chiaro, noi abbiamo avuto il rispetto di tutti, sia di quelli che hanno fatto quell’esperienza, che di quelli che la combattevano.

Bottalico: E che ci dite di Giancarlo Buonfino, il grafico della rivista?

Cartosio: Io l’ho conosciuto le prime volte che ci siamo riuniti a casa sua in Ticinese. Era un personaggio geniale, un ottimo disegnatore. Quando abbiamo parlato del primo numero si è innamorato della grafica Iww e ha fatto il suo pezzo sul primo numero – «Il muschio non cresce sui sassi che rotolano. Grafica e propaganda Iww».

È diventata la cartellina che Primo Moroni, un vero signore, ha prodotto per lanciare la rivista [la mostra]: questo è l’operaio che ha l’ignoranza di classe sulla groppa, che lo piega (mettere le due immagini). E qui sono i compagni dentro, in carcere. Questo lo ha fatto Buonfino.

Poi nel corso degli anni si è rivelato una persona molto fragile. A un certo punto ha smesso di lavorare con noi: aveva fatto il menabò, noi avevamo imparato a fare l’impaginazione. Rispetto al lavoro materiale della rivista, dopo il primo numero sui pezzi e sui temi lui non contribuì. Poi i rapporti con lui sono diventati sempre più difficili e sporadici. 

Bologna: Ha dato un imprinting grafico veramente splendido che noi abbiamo mantenuto sempre. Poi questa fine terribile… Ha finito per attaccare le figure che per un certo periodo per lui avevano rappresentato un riferimento.

Cartosio: Come se dovesse distruggere dei testimoni.

Bottalico: Mi domandavo se fosse anche rappresentativo un po’ di un’epoca, di una disgregazione in atto. C’è anche un’intervista in cui Moroni parla di molte persone, del fatto che c’è stato un periodo in cui la gente ha sclerato.

Bologna: In questo senso hai ragione, anch’io l’ho sempre vissuta come uno che ha anticipato un periodo di cupio dissolvi. C’è stato un periodo di suicidi nei primi anni ’80, e lui è stato forse uno dei primi. Aveva fatto molta impressione il suo suicidio.

Zanisi: Stiamo su quell’orribile 1980 – che poi non è un singolo anno ma il passaggio tra 1977 e gli anni successivi – che ha disgregato dentro e fuori, le persone e le organizzazioni. Voi come redazione, pur nelle difficoltà, avete navigato anche questa svolta, una penombra che avete attraversato e superato, perché poi siete andati avanti ancor quasi un decennio. Per quel che ho capito leggendo il libro curato da Bermani – Memoria operaia e nuova composizione di classe. Problemi e metodi della storiografia sul proletariato – che peraltro ci ha messo cinque anni a uscire, c’era il segno di una lacerazione tra voi, anche negli anni successivi per arrivare a una elaborazione più o meno condivisa. È stato effettivamente un momento di svolta quello dell’inizio degli anni ’80?

Cartosio: Ci ha messo tanto tempo a uscire perché c’era anche una questione di povertà. Per quanto riguarda la rivista, non c’era più una distribuzione, la gestivamo in proprio. La rivista è andata avanti, ma anche se avevamo individuato dei temi, la forza per affrontarli era diminuita enormemente: se leggi gli ultimi pezzi programmatici sono tutti intelligenti, credo, però non avevamo più la forza di farla andare avanti. Gli ultimi anni sono stati il frutto dell’ostinazione. Volete farci chiudere, e noi non chiudiamo, vi facciamo vedere che non chiudiamo! E facevamo quello che potevamo, letteralmente senza soldi, perché a quel punto lì chi ce la vendeva non ci ripagava: mi ricordo quando sono andato a cercare il distributore che girava per un certo numero di librerie, aveva una grossa familiare su cui caricava i pacchi e faceva il giro, e non ci dava mai un soldo, e sono andato a cercarlo a Roma e gli ho detto «Senti allora, che conti fai?», e sono riuscito a farci dare due soldi.

Tra il 1980 e il 1981 c’è stato un punto di svolta. Sergio ricordava i suicidi… Dopo il 1980 ce ne sono stati e ogni tanto ne arrivava uno. E c’era lo sconforto, lo scoramento. Nel 1981 avevamo fatto uno sforzo enorme con l’Istituto de Martino e con l’aiuto dell’assessore alla cultura di Mantova per fare il convegno nel teatro del Bibbiena. Però era la presa d’atto del casino che ormai attraversava il movimento, o quello che rimaneva del movimento che non fosse a mano armata. L’infatuazione foucaultiana era stata uno degli elementi di scontro, come la cancellazione della memoria. Quando abbiamo fatto quella specie di documentario sulla Fiat di Torino – I 35 giorni della Fiat. Uomini in carne ed ossa. Cronache di una sconfitta operaia – brutto e mal fatto perché non c’erano i soldi per farlo meglio, c’era stato un dibattito e una discussione violenta. Lì era proprio la presa d’atto dell’esplosione.

Zanisi: Torniamo sul metodo, come veniva costruita la vostra agenda di lavoro? Come si sceglievano i temi? Come capivate quali erano le priorità? Da dove veniva quella capacità in qualche modo di previsione che avete avuto? Sfogliando l’indice è evidente come questa vostra attitudine a fare “storia immediata”, come dite nell’editoriale che poi non è mai stato pubblicato, quel documento conclusivo del 1989, in cui dite l’agenda di lavoro deve essere un collettivo di ricerca che fa storia immediata: e voi effettivamente questo avete fatto nei vent’anni di vita della rivista. Come si faceva a capire quali erano i temi rilevanti? Come si faceva ad ascoltare così bene quel tempo presente che vivevate per riuscire a uscire con un articolo su Reagan nel momento in cui quella cosa stava succedendo? 

Bologna: Sulle questioni americane eravamo il meglio di tutti perché i migliori americanisti erano con noi, eravamo campioni d’Italia! 

Per il resto non lo so, io penso che effettivamente parlavamo tanto con la gente. Al di là della Calusca, era più facile parlare con la gente perché la gente faceva le cose: quando ti trovi in una città, in qualunque città, dove ci sono decine di comitati, decine di lotte di fabbrica, le idee mi sembra ovvio che ti vengano, è la società stessa che te le dà. In questo senso è chiaro che nel momento in cui tutto questo finisce ti si sterilizza anche il cervello. Era la situazione che ti parlava, bastava avere un po’ di fiuto. Anche il ’77 lo abbiamo interpretato molto bene perché, per esempio, eravamo presenti a Bologna: la redazione lì era bellissima, c’erano compagni che si occupavano di moneta, i vecchi legami con Potere operaio, quello migliore, avevamo una serie di contatti.

Poi tieni conto che insegnavamo all’università, stando dentro l’università parli con i giovani: ricordo nettamente che quando facevo il docente a Padova facevo l’assistente sociale! In quegli anni avevi un rapporto con gli studenti: nelle mie ore di ricevimento mi raccontavano i fatti loro, non gliene fregava niente della bibliografia, venivano per sfogarsi; e lo avevamo più noi che qualunque altro docente, perché sapevano che noi eravamo quelli che avevano fatto per primi le 150 ore, venivamo riconosciuti dentro l’accademia come gente che si muoveva in maniera diversa. Quindi parlavi tantissimo con la gente, eri molto vicino a loro e questo ti dava gli spunti. 

Ho dei ricordi pazzeschi. Dall’operaio della Montedison inquinato di piombo, rovinato, un uomo di 30 anni che ne dimostrava 60, che viene lì e ti racconta come non gli riconoscevano questa cosa come malattia professionale. Alla ragazza figlia di un carabiniere con il padre che la svegliava puntandole la pistola, e questa che si era innamorata di un iraniano, e per incontrarla lui le pagava il volo per Teheran, lei andava stava lì quattro ore e tornava indietro. Una cosa che uno non può neanche immaginare, capisci, e ti raccontavano queste storie qua! Vivevi questo, vivevi una transizione giovanile non indifferente.

C’era questo particolare modo, se vogliamo fortuna, di stare in mezzo alla gente, di stare ad ascoltare, senza avere una particolare metodologia.

Cartosio: Parlavamo molto anche tra di noi, e avevamo rispetto per così dire delle idee, una parte delle quali poi cadevano, altre no. Per esempio già negli ultimi anni della rivista abbiamo pubblicato un lungo lavoro in due puntate di Bruno Carchedi sulle nuove tecnologie intitolato «Informatica, tecnologia del controllo sociale»: e quello di cui stiamo parlando adesso che cos’è? Cosa fanno Google e Facebook? Fanno controllo sociale. Che cosa fa Amazon dentro le strutture di lavoro? Questo tema non lo aveva ancora trattato nessuno, niente di speciale nel farlo ma lo abbiamo fatto.

Idem per i trasporti, nessuno si era fermato a pensare che eravamo invasi dai camion. Quando abbiamo avviato quel lavoro sono andato a Tortona, sede di uno dei maggiori gruppi di autotrasportatori d’Italia, con Bruno Zanatta, che ha fatto la tesi su questo all’Università di Padova. Lì abbiamo capito delle cose, che poi ci sono servite per capire quello che succedeva nei porti: è questo il meccanismo. 

Seconda cosa, il fatto che non facevamo volantini: questo è importante, perché ne prendevamo in mano decine ogni settimana, e la prima cosa che facevi prendendo in mano il volantino, era di guardare chi lo firmava. Noi non facevamo volantini, facevamo un altro lavoro, e avevamo la presunzione di ragionare, poi di parlare e di dire qualcosa di utile sia a quelli che firmavano in un modo, sia a quelli che firmavano in un altro, poi ognuno faceva quello che voleva. Ma la nostra presunzione era questa.

Bologna: Per tornare alla storia degli americanisti, credo che comunque questa sia stata una cosa molto importante. Avere a disposizione persone che ti trasmettevano il dibattito e la cultura americana non era una cosa disponibile a tutti, non è che tutti sapevano quali erano le migliori cose da leggere tra le riviste e gli intellettuali americani; e anche per la Germania, non c’erano molti germanisti in giro per l’Italia. Purtroppo non avevamo altrettanta familiarità con la cultura russa o araba. 

E poi c’era che non eravamo da soli, pensate a una rivista come Sapere di Maccacaro quanta cultura innovativa produceva sulla scienza, pensate ai Quaderni piacentini o a Classe, a Stefano Merli… Eravamo in un ambiente che ti dava sollecitazioni. Il lavoro che facevano gli Istituti della Resistenza, in alcuni casi era un lavoro di altissimo livello. La storiografia italiana allora, soprattutto in questa parte militante, ne ha fatte di cose di valore. Vivevamo in un ambiente ricco, non è mica detto che eravamo i meglio, assolutamente no, c’era questo scambio estremamente ricco.

Però quando chiedevi come ci venivano le idee per gli articoli, penso che molto dipendesse proprio da questo dialogo quotidiano con il sentire della gente, soprattutto in momenti come il ’77 è stato molto utile, ci ha fatto capire cose che quella generazione forse non riusciva neanche a trasmettere.

Zanisi: Ovviamente qui mi alzi la palla, questa cosa di avere le orecchie aperte sulla gente, questa capacità, questa curiosità e disponibilità a cercare che è tipica proprio della metodologia della storia orale, che aveva grande spazio nella rivista. Mi ha molto colpito una cosa che dice Santo Peli nell’articolo che ha scritto nel libro sulla storia di PM: «Era una delle novità metodologiche di maggior rilievo della rivista». Questo c’entra molto anche con tutto il lavoro degli americanisti, di Sandro Portelli e di tutto il gruppo che stava praticando questa metodologia di ricerca, l’avete praticata in America e qui. Avete scritto nella rivista che la storia orale era importante perché permetteva di fare storia militante, Bermani nel 1975 scriveva «Ci interessa la fonte orale come rapporto di militanza», Bologna nel 1983 «La storia scritta da un militante per i militanti», quindi questa capacità di andare ad ascoltare i militanti e dare loro voce, ed essere anche accolti da loro perché ti riconoscevano. 

Bologna: E comunque era la grande lezione di Danilo Montaldi, Militanti politici di base.

Zanisi: Perché in qualche modo l’avete costruito voi questo pezzo di storia! Da dove sono venuti gli spunti, quali sono state le interconnessioni?

Bologna: Per me i due nomi sono Danilo Montaldi e Romano Alquati, e la conricerca: loro sono stati i miei maestri. Poi passata attraverso il filtro di Cesare, la storia orale. 

Cartosio: Anche per me Montaldi, e poi il lavoro dell’Istituto de Martino con cui abbiamo avuto rapporti dagli anni ’70 in avanti, e Revelli padre. E naturalmente gli americani, Studs Terkel, Staughton Lynd, George Rawick, questi erano gli esempi e i modelli che avevamo a portata di mano. E poi abbiamo riscoperto quelli che nella fase della formazione li avevamo magari trascurati, come Rocco Scotellaro, a proposito di meridionalismo, L’uva puttanella. Contadini del Sud.

Questi sono stati recuperati perché non li conoscevamo in prima battuta, sono figure come quella di Cesare Bermani che hanno riproposto questo tipo di letteratura. Però è vero, a pappagallo, gli storici orali migliori d’Italia scrivevano su PM, Bermani e Portelli hanno scritto su PM le loro prime cose, che poi hanno avuto un successo universale.

Una cosa che nell’accademia era ancora molto poco tollerata, sia dal punto di vista della metodologia, sia dal punto di vista dell’utilizzo come fonte. Dicevo all’inizio che ho tradotto il libro di George Rawick nel ’73 ed era il libro introduttivo a una raccolta di quaranta volumi di testimonianze di ex schiavi. Per noi quelli erano esempi. Cosa pensavano gli schiavi? La domanda: come fai a scrivere la storia della schiavitù senza sentire le parole degli ex schiavi? Questa è una domanda di fondo che lascia il segno su tutto quello che tu farai da quel momento in avanti. La storia della schiavitù fino agli anni ’30 era stata scritta sulla base di documenti che erano soltanto dei padroni, delle loro riviste, e dei visitatori bianchi. Quando arriva uno che fa questo lavoro è chiaro che modifica la tua prospettiva da lì in avanti.

Bologna: Questo poi si è riflettuto anche nelle testimonianze operaie. Gli articoli sul porto di Genova, per esempio, erano scritti dai portuali, in dialogo con noi, ma l’hanno scritto loro, è la loro voce. Gli articoli sulla Innocenti, non è che noi abbiamo fatto delle interviste, li hanno scritti i compagni che ci lavoravano, che a un certo punto erano parte organica della redazione, partecipavano alle riunioni, dicevano la loro su qualunque tipo di articolo, non è che l’operaio parlava solo di cose operaie. Anche questo fatto di essere riusciti a introdurre nel lavoro redazionale questi operai veri contava, il rapporto con il porto di Genova dopo quarant’anni per me non si è ancora interrotto. Non è che siamo stati i classici intellettuali di passaggio che fanno quattro inchieste e poi non li vedi più, diventi quasi organico a loro, perché acquisti nei loro confronti una fiducia che non ti molla più. E anche questo secondo me PM lo ha fatto meglio di altre riviste, insomma.

Bottalico: questo è un aspetto interessante sul discorso metodologico, è proprio il fatto di mettere insieme la fonte orale con la storia del presente, con una dimensione che intreccia diverse sollecitazioni. Prima Bruno ha parlato di Terkel. C’è da un lato la sollecitazione della storia, dall’altro l’urgenza del presente, il risultato è anche questa contaminazione tra approcci metodologici, che hanno creato un punto di vista originale rispetto alla narrazione di certi fenomeni. La conricerca, la testimonianza diretta degli interessati che agivano all’interno di contesti, conflitti, dall’altra c’erano le sollecitazioni di altri punti di vista, questo metodo con il senno di poi vi ha dato ragione, avete saputo raccontare con una certa lucidità quei fenomeni proprio perché c’era questo metodo che prendeva spunti diversi, non ortodossi.

Bologna: Non solo, se tu oggi vuoi ripartire devi ripartire da lì. Pensa a una figura come Matteo Gaddi, stamattina ho fatto una riunione con lui e altri sindacalisti che vorrebbero fare un convegno su Panzieri come Fondazione Sabattini, e dicono non ci interessa semplicemente rievocare la figura ma riproporre il suo metodo, che è il metodo dell’inchiesta. Se ci pensi il lavoro di Matteo è straordinario e perché lo può fare? Perché conosce quella metodologia e perché ha una rete di 500 delegati con cui può confrontarsi ogni giorno, è quella la linfa vitale. E comunque abbiamo visto che in cinquant’anni non abbiamo fatto molti passi avanti: il metodo che usavano allora è ancora valido, qualcuno mi deve dimostrare se c’è un metodo migliore.

Bottalico: La domanda era proprio questa: ha ancora senso fare questa conricerca oggi? Si può ancora ?

Bologna: Assolutamente sì. È quello che dicevo questa mattina: «Matteo se ci fossero 500 come te si rifonderebbe la Cgil». Perché lui sta ricostruendo una rete organizzativa, sta formando dei delegati, una volta che ha formato la gente che sa quello che fa, ha creato l’organizzazione. 

Zanisi: Su questo ho una domanda: voi avevate gli operai della Innocenti, dell’Alfa Romeo o i portuali di Genova che lavoravano con voi e poi erano anche i lettori della rivista. E oggi? Come riusciamo a innescare questa nostra ricerca per andare a raccogliere in presa diretta tra chi lavora le problematiche e le conflittualità? Ma poi anche come facciamo a riportare lì la rivista, in modo che ci sia davvero un dialogo, una andata e ritorno del confronto con loro? Oggi come facciamo a farci leggere da chi lavora? 

Per esempio una cosa che mi ha sempre entusiasmato lavorando sull’archivio di Duccio Bigazzi era scoprire che una delle primissime presentazioni che lui ha fatto de Il Portello, quando lo ha pubblicato nel 1988, da una parte lo ha discusso con voi – l’intervista con Bermani «Una storia dell’impresa e della forza lavoro Alfa Romeo» – dall’altra ha fatto una presentazione ad Arese con gli operai dell’Alfa e lo ha discusso con loro, i suoi primi lettori. Cosa rendeva possibile questo nel passato e cosa lo può rendere possibile oggi? 

Cartosio: A fare la differenza è il contesto, allora c’era una dinamica che aveva gli aspetti del frullatore, ma era un movimento continuo, e la riflessione era collettiva, anche se una parte del lavoro si faceva individualmente. Quello che manca adesso è la corona di sollecitazioni che noi e le altre riviste come noi avevamo intorno: non volevamo pubblicare il pezzo per fare il passettino in avanti nell’accademia, ma perché pensavamo che servisse a noi e a quelli per i quali e con i quali noi lavoravamo. È questa la differenza. Adesso sembra impossibile pensare alla quantità di tempo e di cose che facevamo contemporaneamente, nel corso della stessa giornata. Adesso non è più così. Non è un giudizio di valore, è descrizione della realtà. 

Bologna: Per esempio io continuo a pensare a quello che fa Matteo perché è quello più vicino alla vecchia esperienza e lo metto a confronto col lavoro che stiamo portando avanti come Acta: in questo momento stiamo facendo un’inchiesta sul settore audiovisivo. Abbiamo fatto già trenta interviste di oltre un’ora, ne abbiamo ora una sfilza da fare. Però mentre Matteo le fa dentro una struttura organizzata, che per quanto fragile, sfilacciata, smandricciata ma è sindacato, insomma, un’organizzazione. Alla fine riesce a tirare le fila, qualcosa porta a casa. Noi facciamo un’enorme fatica a portare a casa qualcosa. Nel senso che alla fine questi lavoratori sono disponibilissimi a parlare ma poi cosa fai con loro? Noi diciamo loro: «Guardate che sarebbe l’ora che voi cominciaste a muovervi…», diamo dei consigli, ma alla fine in realtà sappiamo che ci salutiamo e forse con quello non ci vediamo più. A noi rimane un grande patrimonio nostro, ma che non siamo riusciti a restituire. Come fare? Questo francamente è il vostro problema. Effettivamente può essere anche frustrante, ti dici: «Ma cosa serve tutto quello che faccio? Adesso so tantissimo di questo ma non riesco a far capire loro che bisogna fare una certa cosa per non massacrare le tariffe, eccetera». 

Poi tra l’altro scopri mondi apparentemente omogenei ma con tantissime diversità: ho scoperto che ci sono praticamente cinque mercati, con economics diversi, tariffe diverse, obiettivi diversi, come fai a metterli in piedi? La frammentazione del lavoro oggi ha raggiunto dei livelli talmente esasperati che certe volte ti dici «No, è un lavoro inutile, da Sisifo, ci rinuncio e mi occupo di Dante o di Mozart! Chi me lo fa fare… ». 

Zanisi: Temo che sia questo il problema. La potenza di fuoco che ha il capitalismo nell’aver sbriciolato e polverizzato ciascuno di noi, forse questo Bruno risponde anche alla domanda sulla differenza, di cos’era per voi: è vero che ai vostri tempi si lavorava intensamente ma anche oggi si lavora 18 ore al giorno, chi lavora oggi ha un tempo di lavoro dilatatissimo, solo che una volta riuscivi a farlo e a ritagliarti un pezzo di quel lavoro come un lavoro per te e per gli altri, un pezzo di lavoro che ti teneva insieme ad altri e ti permetteva insieme agli altri di fare un avanzamento nella direzione della difesa, dell’andare nella nostra direzione. Oggi, probabilmente proprio per questa disintegrazione totale che c’è stata, si continua a lavorare 18 ore al giorno ma le lavori per cercare di sopravvivere, per riuscire a farti pagare, per riuscire a consolidarti dentro l’università o dentro altre organizzazioni in cui provi a cercare di strutturarti. Credo che siano legate queste cose, e questa fatica che anche oggi c’è nel cercare di difendere spazi di libertà e di autorganizzazione è anche dovuta al fatto che purtroppo l’altro spazio ha dilagato e ha riempito completamente lo spazio di vita di ciascuno di noi.

Il lavoro che state facendo non è un lavoro neutro: le persone che state intervistando iniziano a vedere oltre il loro pezzettino, a vedere che siamo tanti singoli che procedono nella stessa direzione… In questo senso io do una risposta alla domanda «Che senso ha anche oggi fare il lavoro di storica o provare a cucinare una rivista militante?» perché in qualche modo esserci in quello spazio genera poi dei cambiamenti, in modo più difficile, più lontano, non hai più una risposta immediata – 4.000 abbonamenti e la gente che ti legge nelle carceri e nei porti – però quel pezzetto tu lo stai facendo, cioè se non ci fossimo sarebbe molto peggio!

Bologna: Io credo che oggi la difficoltà non riguardi solo chi utilizza lo strumento rivista ma anche chi dispone di un’organizzazione riconosciuta. Prendo sempre l’esempio di Acta, è una rappresentanza del lavoro autonomo ma lo sforzo per convincere dei freelance ad associarsi, con una quota d’iscrizione ridicola, malgrado gli evidenti vantaggi che comporta – si pensi solo all’azione svolta per abbassare i contributi Inps della Gestione separata – rimane uno sforzo grandissimo, talvolta improbo. Negli anni in cui abbiamo fatto Primo Maggio l’idea che l’unione fa la forza non solo era profondamente radicata ma era quasi “fisicamente” visibile nella grande fabbrica, nelle grandi concentrazioni operaie. Oggi con la dispersione e la polverizzazione delle unità lavorative per risvegliare quell’idea devi ricorrere ad argomentazioni complesse, dal richiamo all’interesse economico, al richiamo etico-solidaristico. 

Però credo che ci sia un minimo cambiamento di mentalità. Vi faccio questo esempio: quando abbiamo cominciato avevamo fatto il lavoro di Redacta che Mattia Cavani vi ha raccontato – «La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria» – siamo poi passati a questo lavoro sull’audiovisivo. Siccome è un mondo veramente poco noto, dobbiamo superare le diffidenze di questa gente e diciamo che siamo un gruppo di ricercatori che fa parte di Acta, un’associazione con fini sindacali che fa questo lavoro perché vorrebbe contribuire a migliorare la condizione di chi lavora in questo settore. Questo ha innescato il passaparola, ogni persona intervistata ci diceva: “Ti do il nome di quello, parlate con quell’altro…”. 

Quindi vuol dire che cambiano le cose, la gente un po’ alla volta comincia a ragionare. Se lo sciopero di Amazon è riuscito c’è qualcosa! Ecco allora che il lavoro di una rivista seria sul piano dei contenuti può tornare assai utile anche sul piano della sindacalizzazione del lavoro apolide: il lavoro che stiamo facendo secondo me lo stiamo facendo al momento giusto, non avremo subito delle soddisfazioni ma secondo me non siamo fuori tempo. 

Bibliografia e sitografia

C. Bermani, «Dieci anni di lavoro con le fonti orali», in Primo Maggio, n. 5, 1975, pp. 35-50.

C. Bermani, D. Bigazzi, «Una storia dell’impresa e della forza lavoro Alfa Romeo», in Primo maggio, n. 29, 1988, pp. 49-52.

Memoria operaia e nuova composizione di classe. Problemi e metodi della storiografia sul proletariato, a cura di C. Bermani, F. Coggiola, Maggioli, Rimini 1986.

C. Bermani (a cura di), La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma 2010.

D. Bigazzi, Il Portello. Operai, tecnici e imprenditori all’Alfa Romeo 1906-1926, FrancoAngeli, Milano 1988.

S. Bologna, «Operaismo e “nuovi movimenti” in Germania», in Primo Maggio, n. 19-20, 1983, pp. 1-50. 

S. Bologna, «Moneta e crisi: Marx corrispondente della “New York Daily Tribune”», in S. Bologna, P. Carpignano, A. Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1973, (ripubblicato in S. Bologna Banche e crisi. Dal petrolio al container, Derive&Approdi, Roma 2013).

S. Bologna, A. Negri (a cura di),Operai e Stato: lotte operaie e riforme dello Stato capitalistico tra rivoluzione d’Ottobre e New Deal, Feltrinelli, Milano 1975.

G. Buonfino, «Il muschio non cresce sui sassi che rotolano. Grafica e propaganda Iww», in Primo Maggio, n. 1, 1973, pp. 67-88.

B. Carchedi, «Informatica, tecnologia del controllo sociale. 1», in Primo Maggio, n. 19-20, 1983-1984, pp. 28-38. 

B. Carchedi, «Informatica, tecnologia del controllo sociale. 2», in Primo Maggio, n. 22, 1984, pp. 3-16.

B. Cartosio, «Note e documenti sugli Iww-Industrial Workers of the World», in Primo Maggio, n. 1, 1973, pp. 43-56. 

B. Cartosio, «Memoria e composizione di classe: dal Convegno di Mantova in poi», in Primo Maggio, n. 17, 1982, pp. 55-58. 

M. Cavani, «La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria» in Officina Primo Maggio, n. 1, a. 1, 2020. 

F. Coggiola, G. Grasso, P. Perotti, M. Revelli, I 35 giorni della Fiat. Uomini in carne ed ossa. Cronache di una sconfitta operaia, 110 min., 1981.

D. S. Landes, Bankers and Pashas. International Finance and Economic Imperialism in Egypt, Harvard University Press, Cambridge, Mass 1958.

D. Montaldi, Militanti politici di base, Einaudi, Torino 1971.

P. Moroni, «Ma l’amor mio non muore», in Maledetti compagni, vi amerò. La sinistra antagonista nelle parole dei protagonisti degli ultimi vent’anni di conflitto, a cura di R. Giuffrida con la collaborazione di Marco De Filippi, Datanews, Roma 1993, pp. 15-44.

Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di classe. Numero speciale, Marzo 2018, Supplemento a “Altronovecento”.

R. Panzieri, «Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», in Quaderni rossi, n. 1, anno 1, settembre 1961.

S. Peli, «Perché rileggere Primo Maggio», in La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di C. Bermani, DeriveApprodi, Roma 2010, pp. 143-150.

G. P. Rawick, The American Slave: A Composite Autobiography, 1972, trad. it. Lo schiavo americano dal tramonto all’alba. La formazione della comunità nera durante la schiavitù negli Stati Uniti. Prefazione di B. Cartosio, Feltrinelli, Milano 1973.

R. Scotellaro L’uva puttanella. Contadini del sud. Prefazione di Carlo Levi, Laterza, Bari 1964.

M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1977.

Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe

9 ottobre 2020

Bruno Cartosio

La storia dell’ultimo mezzo secolo è «la storia della fuoruscita del capitale dalla regolamentazione sociale entro cui era stato costretto dopo il 1945». Prendo a prestito le parole di Wolfgang Streeck – e dietro le parole buona parte dell’analisi contenuta nel suo Tempo guadagnato – per racchiudere in una frase un ragionamento che ho sviluppato altrove (in Dollari e no) e che non è possibile riproporre qui se non nella forma sintetica del giudizio storico-politico. La rottura del «contratto sociale», o «patto newdealista», imperniato sul riconoscimento reciproco tra grande capitale e organizzazione operaia, tutelato dallo Stato, è stata la precondizione per la reazione neoliberista che negli Stati Uniti ha avuto in Ronald Reagan il suo eroe eponimo. Da allora l’arco temporale della Terza rivoluzione industriale ha largamente coinciso con quello del neoliberismo hayek-friedmaniano, che ha cambiato la fisionomia delle élite capitalistiche, alterato in profondità la composizione sociale del mondo del lavoro e riportato indietro l’orologio del comando padronale sui lavoratori. Poi, gli eventi che tra il 2008 e oggi hanno sollevato ogni velo residuo sulla crisi epocale in atto. Infine, Trump e ora il Covid-19, e nel dramma della pandemia la sollevazione innescata dalla risposta afroamericana al razzismo intrinseco agli omicidi polizieschi. La grande, socialmente composita sollevazione si è rarefatta – le rubano spazio le ansie preelettorali, cui si è aggiunto il contagio di Trump – ma non si è spenta. Né si sono interrotti gli scatti di conflittualità che la «nuova» classe operaia, anch’essa composita e spesso precaria, ha aperto in questi ultimi anni lontano dalle fabbriche. Sul mondo del lavoro e su questa conflittualità sarà focalizzata qui l’attenzione. (Alla politica del razzismo e alla sollevazione degli ultimi mesi Officina Primo Maggio ha dedicato nel giugno scorso l’opuscolo Uprising/Sollevazione. Voci dagli USA).

La rottura del contratto sociale del lungo secondo dopoguerra arrivò alla fine degli anni Settanta, dopo un eccezionale ciclo di lotte operaie: tra il 1967 e il 1975, il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di lavoro perdute fu il più alto della storia statunitense. La protesta operaia coincise con gli anni finali del Movimento e con la conclusione della guerra del Vietnam. Allora, la crescente automazione e la prima fase delle ristrutturazioni (re-engineering), delle esternalizzazioni (outsourcing) e delle delocalizzazioni avevano già abbassato il tasso di sindacalizzazione nel settore privato non agricolo, che dal 31,4% del 1960 era passato al 24,6% nel 1973; era poi sceso al 16,8% nel 1983, al terzo anno della presidenza Reagan; era all’8,3% nel 2003 e aveva continuato a scendere (fino al 6,2% nel 2019). Secondo l’Ufficio statistiche del lavoro, i salari reali, dopo avere raggiunto il livello massimo di 341,73 dollari settimanali nel 1972 (in dollari costanti del 1982), scesero fino ai 266,43 dollari nel 1992, al termine dei dodici anni di Reagan-Bush, per iniziare allora una lenta risalita fino ai 310,73 dollari del 2017. Ma quanto gli anni del capitalismo neoliberista abbiano tolto ai lavoratori lo dice un rapporto appena pubblicato dalla Rand Corporation: se negli ultimi 45 anni la distribuzione della ricchezza prodotta nazionalmente fosse avvenuta come negli anni compresi tra il 1945 e i primi anni Settanta, il lavoratore con il reddito mediano odierno di 50.000 dollari annui sarebbe arrivato a 92.000-102.000 dollari annui. 

Lo sconquasso sociale e la rivoluzione tecnologico-finanziaria hanno cambiato il mondo del lavoro. Il «grande capitale» si è espresso sempre meno nella grande fabbrica manifatturiera, la cui presenza nel paese si è ridotta sempre più. Nei soli anni 1998-2015 il numero delle fabbriche con oltre 1000 dipendenti si è quasi dimezzato (da 1504 a 863) e di quelle con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo. Tra il 1980 e il 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni a 327 milioni, i posti di lavoro nel manifatturiero scendevano da 18.640.000 a 12.809.000. Perfino nello hi-tech, che gelosamente trattiene la progettazione in patria, le lavorazioni «dure» sono delocalizzate, esattamente come per tutte le altre manifatture (meccanica, siderurgia, gomma, tessile, abbigliamento). Non lo sono, invece, i mestieri della sanità e dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, dei servizi pubblici, della produzione alimentare e così via.        

La General Motors non è più il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti; oggi è al ventitreesimo posto. Al primo c’è Walmart, al secondo McDonald’s. Negli ultimi anni, entrambi i colossi sono stati investiti dalle lotte per gli aumenti salariali e la sindacalizzazione. Walmart ha accettato gli aumenti a 12 dollari orari in 500 suoi punti vendita negli Stati Uniti, ma ha preferito chiuderne uno in Canada piuttosto che accettare la sindacalizzazione decisa dai suoi dipendenti. Nonostante la manodopera di McDonald’s – in gran parte assunta come autonoma – sia organizzata in modi tali da prevenire la possibilità stessa della sindacalizzazione, è stata al centro di lunghe lotte per i diritti e per i 15 dollari orari (le fights for 15$), raccogliendo vasti appoggi e successi in molte città e stati. Anche gli operai della Gm, dopo anni di silenzio, hanno fatto uno sciopero di 40 giorni nell’autunno 2019. Ma i grandi dello hi-tech restano padroni assoluti in casa loro. Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Alphabet (Google), che nel loro insieme “valgono” 7,3 trilioni di dollari, sono non-union. E dettano la linea, come sottolineava la rivista In These Times ad agosto: i sindacati sono assenti anche dalla quasi totalità delle aziende minori del settore. 

Il loro antisindacalismo, o assolutismo padronale, non è un effetto avverso della pandemia, ma un fatto strutturale, che lo sciopero (globale) di un giorno contro Google del novembre 2018 e i ripetuti tentativi di penetrazione sindacale ad Amazon non hanno scalfito. Anzi, come in altri tempi, chi ha fatto attivismo filo-sindacale è stato licenziato o emarginato. Unica eccezione significativa il voto, nel febbraio 2020, con cui i lavoratori di Kickstarter – a suo modo un’azienda hi-tech – hanno deciso di aderire al sindacato. In ogni caso, le risorse finanziarie e umane della Cwa (Communication Workers) e della Opeiu (Office and Professional Employees, protagonisti del successo a Kickstarter) sono lungi dall’essere sufficienti per lanciare una campagna su vasta scala, soprattutto se a innescarla non sono agitazioni e movimenti interni alle aziende.   

 Come sappiamo, la sindacalizzazione dei settori portanti della Seconda rivoluzione industriale – auto e siderurgia – avvenne grazie a grandi battaglie durante tutti i primi decenni del Novecento e si concluse con la «Legge Wagner» e il Committee for Industrial Organization (Cio) negli anni della Grande depressione e del New Deal. Gli spezzoni di classe alla testa di quei processi compositivi furono gli operai non qualificati delle grandi fabbriche. Oggi, ammettendo la possibilità di immaginare che nella crisi attuale la ripresa delle lotte e la sollevazione in atto possano avviare una fase di ricomposizione, potrà questa partire dai non qualificati odierni? Gli afroamericani e ispanici oggi, come gli immigrati allora? 

Tralasciando il persistere dei pregiudizi etnico-razziali (di casta), due cautele devono frenare l’immaginazione. La prima: i luoghi centrali della Terza rivoluzione industriale e del nuovo secolo sono del tutto o quasi «liberi» da antagonismi organizzati al loro interno, e non è fatta di operai unskilled la manodopera che caratterizza l’occupazione nello hi-tech. Diversamente da quelle di un secolo fa, le nuove roccaforti dovrebbero essere assediate e penetrate dall’esterno. La seconda: esercitare un’egemonia implica la capacità non solo di attuare singole lotte, ma anche di allargarle politicamente – come in questi mesi: la rivolta afroamericana diventata sollevazione generale – e farle durare, mobilitando le persone e mantenendo le continuità organizzative e i ricambi interni necessari per tenere vive nel tempo le forze per la lotta. In questo si gioca la nuova partita. Non è un caso che sempre più spesso venga richiamato proprio l’esempio del Cio, vale a dire l’interazione tra attività rivendicative organizzate e azioni di protesta autonome e scioperi selvaggi, tra forze operanti nei luoghi di lavoro e altre nella società, contro disoccupazione e sfratti: tutte le forme di mobilitazione dal basso dell’antagonismo sociale e della resistenza che portarono alla creazione dei maggiori sindacati negli anni Trenta. Non è il caso di entrare nel merito della storia successiva delle politiche sindacali. Nei decenni passati abbiamo criticato il «fabbrichismo», l’economicismo e spesso l’opportunismo politico delle unions. Ma abbiamo anche dato conto della brutale de-sindacalizzazione con cui il capitalismo neoliberista ha portato le organizzazioni operaie del settore privato alla quasi irrilevanza odierna. Per questo vale ancora il monito di un militante politico del secondo dopoguerra, che dopo avere criticato il suo sindacato, la Uaw, diceva, «un sindacato è meglio che niente sindacato»: a parità di mansione, i salari dei lavoratori non sindacalizzati sono il 70% di quelli dei sindacalizzati. Inoltre, come scrivono i ricercatori dell’Economic Policy Institute, «solo i due terzi dei lavoratori non-union hanno l’assistenza sanitaria tramite il posto di lavoro, contro il 94% dei sindacalizzati […] e l’86% di questi ultimi hanno diritto a congedi di malattia pagati per curarsi o curare i familiari, contro il 72% dei lavoratori non-union».

Questo, nel complesso, era il quadro all’inizio del 2020. La pandemia ha peggiorato le cose. Anzitutto, per i devastanti effetti sulle persone: a fine settembre i contagi avevano superato i 7,3 milioni e i decessi erano quasi 210.000. E poi per le ricadute dirette sul mondo del lavoro: la disoccupazione ha sfiorato il 20% nel mese di aprile, per ridiscendere lentamente nei mesi successivi e assestarsi intorno all’8% a fine settembre (per i bianchi è passata dal 14,2% al 7%; per i neri, dal 16,7% al 12,1%, per gli ispanici dal 18,9% all’10,3%). Le riaperture rivendicate da molte aziende e gruppi «libertari» di destra, e incoraggiate da Trump, hanno prodotto il rialzo progressivo dell’occupazione e favorito, d’altra parte, una nuova ondata di contagi, il cui picco è giunto a un’altezza doppia rispetto a quello di aprile. 

All’inizio di agosto, secondo il Dipartimento del lavoro, erano ormai venti le settimane di fila in cui le richieste di sussidio di disoccupazione superavano il milione. I percettori di sussidi erano allora 32 milioni, ma i posti disponibili sul mercato del lavoro erano in quel momento meno di 6 milioni. L’ondata di licenziamenti e sospensioni (a salario zero) ha messo in piena luce sia l’indifferenza e inadeguatezza dell’amministrazione Trump nell’affrontare la pandemia e le sue ricadute sociali, sia anche, però, la storica debolezza sindacale nel difendere l’occupazione. A questa, va detto, ha contribuito il perdurante antioperaismo della legislazione del lavoro che, riscritta decenni fa per ostacolare la sindacalizzazione dei singoli luoghi di lavoro e impedire gli scioperi di solidarietà, giace immodificata. Nonostante le perenni pressioni sindacali è rimasta tale sotto tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Ora, Joe Biden ha dichiarato che, se eletto, sarà «il presidente più vicino al mondo del lavoro che ci sia mai stato».

Il Covid-19 è stato una benedizione per i grandi dello hi-tech. I loro profitti hanno avuto un’impennata, sono cresciute l’occupazione e le paghe dei loro dipendenti. C’è chi ha scritto di un generale aumento delle retribuzioni. Ma non è stato altro che l’effetto della sparizione dei salari dei lavoratori a basse paghe che hanno perso il posto nelle attività «non necessarie» sospese o ridotte (edilizia, manifatture e trasporti), e a causa del crollo del mercato nella ristorazione e negli alberghi, nel commercio al dettaglio e nelle consegne, nel lavoro di cura, nel facchinaggio e nella manovalanza ecc. Tutti campi in cui neri e ispanici, uomini e donne, costituiscono la gran parte dei dipendenti. Per oltre i due terzi di loro, il salario è stato sostituito dai sussidi di disoccupazione, che in genere hanno una durata di 26 settimane e importi variabili (in media, 382 dollari settimanali). A chi ha perso il lavoro a causa di chiusure specificamente dovute al Covid-19, è stato reso disponibile un sussidio di emergenza – in base alla «Legge Cares» del marzo 2020 – di 600 dollari per 13 settimane. Infine, un contributo una tantum di 1200 dollari è stato assegnato da Trump a chiunque abbia dichiarato nel 2019 un reddito fino a 75.000 dollari (l’importo si è ridotto progressivamente per chi ha superato quella soglia ed è arrivato a zero per i redditi da 99.000 dollari in su). Le provvidenze di emergenza sono state volute da entrambi i partiti, ed è grazie ai democratici che sono state portate al livello minimo vitale per un paese in cui i posti di lavoro non sono protetti. Ma la loro durata è terminata il 31 luglio e i repubblicani hanno finora impedito il loro prolungamento.  

Gli effetti della pandemia sono stati e sono nefasti. Insieme ai molti che hanno perso il lavoro – e con esso anche le coperture assistenziali e previdenziali che arrivano agli occupati tramite l’azienda – tanti altri il posto lo hanno conservato negli ospedali e nelle case di cura, nei macelli e nelle aziende di trattamento delle carni, nei servizi e trasporti pubblici, luoghi dove le condizioni di lavoro, il contatto con il pubblico e le scarse misure di sicurezza hanno favorito la diffusione dei contagi. E infatti donne e uomini afroamericani e ispanici sono stati i più colpiti. Non è la genetica che spiega la maggiore diffusione delle infezioni in queste fasce di popolazione, è la collocazione lavorativa e sociale. E anche la minore possibilità delle persone di accedere a medicine, cure e strutture cliniche – sia prima, sia durante la pandemia – ha fatto salire il loro tasso di mortalità. E la loro esasperazione. Tutto ciò aiuta a capire la collera esplosiva che l’insensato ma tipico omicidio di George Floyd il 25 maggio ha innescato nella comunità nera. 

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale. In questi mesi, da parte loro, non c’è stata solo la risposta rabbiosa agli omicidi polizieschi e alla precarietà dell’esistenza. Così come negli anni scorsi, nelle fasi di stanca degli operai di fabbrica, sono stati loro a dare vita ai conflitti sociali più significativi.

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale

Ispanici e afroamericani, uomini e donne, avevano condotto e vinto l’inattesa lotta dei janitors di Los Angeles, e sono stati loro che hanno fatto di Las Vegas una delle città più sindacalizzate del paese. Negli ultimi due-tre anni le donne ispaniche e nere sono state le protagoniste principali delle lotte diffuse per l’innalzamento delle paghe orarie a 15 dollari, per il riconoscimento di mansione e inquadramento «operaio» e per il riconoscimento del sindacato nei luoghi della ristorazione veloce. Ora, nei mesi della pandemia, sono state loro a riprendere gli scioperi contro McDonald’s nelle maggiori città e le protagoniste delle lotte negli ospedali e nelle case di cura dove erano state assunte temporaneamente – in risposta alle urgenze della pandemia – e poi licenziate al calare dei contagi. Sono maschi neri, invece, gli autisti di bus urbani di Detroit e Birmingham, i netturbini di Pittsburgh e New Orleans e i manovali dei supermercati Kroger a Memphis che hanno scioperato contro l’assenza di protezioni dal contagio. 

In tanti altri casi la composizione è stata mista. Il numero delle azioni di protesta messe in atto nei mesi della pandemia, scriveva il sociologo Mike Davis su The Nation a metà giugno, «arrivano probabilmente a 500». Le loro dimensioni, salvo casi come gli scioperi dei portuali della West Coast o dei lavoratori di cantieri navali del Maine, spesso non sono state eclatanti. Ma è interessante, scrive Davis, che in esse sono stati coinvolti sia sindacati (National Nurses, Service Employees, Electrical Worker tra gli altri), sia gruppi di militanti, alcuni dei quali con nomi significativi: Amazonians United, Whole [Food] Worker, Fight for 15$, Target Workers Unite e Gig Workers Collective. 

Sono grandi la diversità dei soggetti coinvolti, la varietà delle istanze in gioco e la dimensione locale di molte proteste. Tuttavia, non va sottovalutata la ricerca di coordinamento nell’organizzazione di alcune mobilitazioni generali, nonostante la pandemia: lo sciopero in tutti i porti del Pacifico il 19 giugno e le due mobilitazioni nazionali del 1° maggio e del 20 luglio. Sono altamente simboliche le date e il titolo delle manifestazioni: nella prima è significativa la scelta del 19 giugno, per gli afroamericani, Juneteenth, che celebra il giorno in cui fu data nel Texas la notizia che la schiavitù era abolita; nella seconda, è carico di significati il richiamo ideale alla storia, nazionale e internazionale, della classe operaia; e nella terza, intitolata «Strike for Black Lives», si riconoscono in pieno le ragioni della protesta nera odierna e il radicamento nero nel mondo del lavoro e si rinforzano sia il collegamento politico, sia il carattere di casta e classe della sollevazione in atto, anch’essa così socialmente composita. Non è poco.


Bibliografia

Cartosio, Bruno, Dollari e no, DeriveApprodi, Roma 2020.

Streeck, Wolfgang, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013. 

Le strade della sollevazione

9 giugno 2020

Bruno Cartosio

L’omicidio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio ha innescato una sollevazione generale. Una conflittualità sociale dispiegata e duratura come nessun’altra da decenni, violenta e non violenta, afroamericana e non, di uomini e donne di “colori”, età e condizione diverse. Una ragnatela di centinaia di manifestazioni di massa, constatava il New York Times il 7 giugno, che ha avvolto gli Stati Uniti in un «coerente movimento nazionale contro il razzismo del sistema». Gli afroamericani sono alla testa della protesta, come lo erano stati negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, quando l’ultimo loro grande movimento aveva imposto cambiamenti radicali – contro il razzismo istituzionale e contro la povertà – nella società statunitense. Ma dopo quest’ultimo mezzo secolo di reazione la storia si deve ripetere. E stavolta la rabbia per gli omicidi da parte delle polizie locali, già allora scintilla delle rivolte urbane, è esasperata dall’innalzamento drammatico della disoccupazione e dalla devastazione dei contagi da Covid-19 degli ultimi mesi.

La polizia è violenta sempre, ma il numero degli afroamericani ammazzati dai poliziotti negli anni recenti – gli ultimi noti tra marzo e maggio: George Floyd in Minnesota, Ahmaud Arbery in Georgia (da ex poliziotti), Breonna Taylor in Kentucky e Manuel Ellis nello stato di Washington – è insopportabilmente alto: 755 tra il 2017 e oggi, quasi la metà dei bianchi (1308), nonostante che i neri siano il 13% della popolazione. È in risposta a questa brutalità selettiva che sono venute, storicamente, le rivolte più distruttive. “Occhio per occhio” era scritto su un cartello illuminato dalle fiamme: stazioni e auto della polizia incendiate, vetrine infrante e negozi saccheggiati. E quindi repressione con forze di polizia militarizzate e Guardia nazionale (e con l’esercito dispiegato come forza di occupazione interna, se i militari avessero obbedito a Trump). Il quale ha scritto con sincerità tanto rivelatrice quanto provocatoria: «Quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare»; citando le parole del capo razzista della polizia di Miami, Walter Headley (1967) e del razzista segregazionista governatore dell’Alabama George Wallace (1968) ed evocando quelle con cui nel 1970 Ronald Reagan – allora governatore della California – aveva invocato un “bagno di sangue” per ridurre al silenzio il movimento contro la guerra.

Nella rabbia di oggi c’è un condensato di verità storica. Le parole di Tamika Mallory a Minneapolis, una delle organizzatrici della prima grande “Women’s March” del 2017 contro Trump, sono state taglienti: «La ragione per cui gli edifici bruciano è perché questa città, questo stato hanno preferito conservare [il] nazionalismo bianco e [la] mentalità suprematista bianca… I giovani rispondono. Sono arrabbiati… Siate coerenti con quando dite che l’America è la terra dei liberi; non è stata libera per la gente nera. Siamo stanchi. Non parlateci di saccheggi, siete voi i saccheggiatori. L’America ha saccheggiato la gente nera; ha saccheggiato le terre dei nativi americani… Saccheggiare è quello che avete sempre fatto. E’ da voi che abbiamo imparato la violenza, quindi se volete che siamo migliori, allora siate voi a essere migliori».

Meno taglienti e altrettanto vere sono state le parole di Kareem Adbul-Jabbar, indimenticata superstar del basket: tu bianco vedi i neri che saccheggiano le vetrine di Target e pensi, non va bene, è una cosa che danneggia la vostra causa. «Non hai torto», ha scritto Kareem, «ma non hai neppure ragione»: il «razzismo in America è come il pulviscolo nell’aria. Sembra invisibile, anche se ti sta soffocando, fino a che non lasci entrare il sole. Allora vedi che è dappertutto».

Tuttavia, per la prima volta, la realtà di questa contraddizione non diventa un ostacolo insormontabile alla solidarietà e alla condivisione della piazza. La spiegazione c’è. Il crescere dei diversi antagonismi contro Trump e i drammi sociali degli ultimi mesi, direttamente e indirettamente legati alla pandemia, hanno fatto da catalizzatore. Pressoché ovunque al seguito dell’iniziale ribellione nera si è formata una composita corona di solidarietà politica combattiva e largamente non violenta. Tanto rappresentativa che non potrà essere ignorata, né ridotta a “delinquenti” (thugs), come li ha bollati Trump. Sufficientemente grande prima da accerchiare la Casa Bianca e costringere Trump a chiudersi nel bunker sotterraneo, e poi da riempire la capitale con un milione di dimostranti.

È forte la preoccupazione che le immagini di incendi e saccheggi possano giocare a favore della rielezione di Trump a novembre. E allora i grandi media, dopo lo sconcerto iniziale, hanno puntato cronache e immagini sulla tranquillizzante non violenza della protesta e le vaste solidarietà trasversali, tra cui quelle dei poliziotti “buoni” in ginocchio con i dimostranti. In tanti temono il ripetersi dei supposti effetti negativi che agitazioni e proteste ebbero sul voto del novembre 1968, quando Nixon vinse per un pelo sul candidato democratico Humphrey. Più che equivoco, quel richiamo è sbagliato: Nixon e la sua “maggioranza silenziosa” non vinsero per colpa del Movimento, ma grazie al 13,5% dei voti “sottratti” ai democratici nel Sud razzista da George Wallace, candidato indipendente dopo essere uscito dal Partito democratico contro la svolta johnsoniana a favore dei diritti civili e di voto dei neri.

Il pulviscolo razzista è presente «nel sistema educativo e giudiziario e nel mondo del lavoro»; è sempre lì, dice Kareem, l’ago dell’ingiustizia «non smette di pungere». Per i neri, anche se nelle strade è tanta la gente di buona volontà, alla violenza poliziesca si sovrappongono le altre due grandi crisi, disoccupazione e pandemia. La comunità afroamericana ne è stata investita più di ogni altra. L’Economic Policy Institute dà le cifre della realtà che i neri denunciano e contro cui hanno allargato la conflittualità attuale: sono il 13% della popolazione, ma i casi di Covid-19 sono per loro al 22% e le morti al 23%, e nel crollo verticale dell’occupazione la loro disoccupazione è di quattro-cinque punti più alta che per i bianchi.

Il prolungato disinteresse di Trump per le minacce della pandemia e le sue incoerenti decisioni ed esternazioni hanno avuto effetti devastanti su lavoro e salute. Tutte le rilevazioni hanno mostrato che gli afroamericani sono stati i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono in maggioranza). Poi, ad aprile, si sono aggiunte le chiusure e la crescita repentina dei licenziamenti, che in meno di due mesi hanno lasciato a casa 40 milioni di persone. Tra chi ha perso il lavoro la percentuale di afroamericani e latinoamericani, uomini e donne, è stata sproporzionatamente alta. Molti di loro non hanno risparmi accantonati e, perdendo il lavoro, hanno perso anche le coperture assistenziali (che arrivano tramite il datore di lavoro). I sussidi non bastano.

Non tutti i licenziamenti saranno definitivi, si dice, e alla lunga probabilmente sarà così: nelle ultime settimane di allentamento del lockdown quasi tre milioni di persone sono tornate a lavorare. Una parte saranno riassunzioni, ma molti posti di lavoro – sia nuovi, sia tra quelli che non sono stati cancellati – saranno a tempo parziale e a salari più bassi di prima. Nelle catene di fast food si rischia di perdere le conquiste salariali ottenute con le lotte degli ultimi anni. Lo stesso vale per i lavoratori e le lavoratrici che nel commercio, nella ristorazione, nell’alberghiero, nell’edilizia, nelle manifatture, nelle consegne erano riusciti a strappare condizioni di lavoro migliori e in qualche caso la sindacalizzazione. Gli assunti e le assunte negli ospedali e negli istituti di cura – anche lì salutati come gli “eroi del Covid-19” – hanno cominciato a essere tagliati, con l’attenuarsi dei contagi, e già in questi mesi hanno dato vita a significative forme di resistenza.

Tutti questi sono i settori a più alta occupazione di afroamericani e ispanici, quelli in cui le lotte salariali e per la sindacalizzazione sono state condotte con maggiore forza negli anni passati. Dovranno tutti tornare a lottare. Del resto, i maschi neri sono da decenni la componente di lavoratori più sindacalizzata e le donne nere e ispaniche sono state le protagoniste delle rivendicazioni degli ultimi anni. Non è un caso che siano stati i primi a essere licenziati e molti non saranno più assunti. Ma proprio la decisione con cui hanno lottato negli anni recenti ha dato anche ora a tanti di loro la motivazione necessaria per scendere nelle strade. La loro è una rabbia lucida, che coniuga l’insopportabilità delle violenze poliziesche con la risposta all’insulto razziale e l’inaccettabilità della condizione sociale. In prima linea nelle azioni di fuoco sono i più giovani, ma come in tutte le resistenze i meno giovani sono il retroterra necessario per dare peso politico, fare coalizione e tenere la barra del movimento.