Rent Strike Italia, il diritto all’abitare

di Emanuele Caon

Il disegno è di Arpaia

Stefano Portelli è un antropologo culturale, si è addottorato in urbanistica alla Sapienza Università di Roma e ha lavorato come ricercatore post doc al dipartimento di Geografia dell’università di Leicester. Dal 2002 al 2012 ha vissuto a Barcellona dove ha fatto parte dei movimenti contro sfratti e demolizioni. Attualmente è ricercatore e attivista contro gli sfratti.

L’intervista è stata raccolta il 5 ottobre 2021.

Caon: Come nasce l’idea dello sciopero degli affitti?

Portelli: L’idea del Rent Strike, cioè dello sciopero degli affitti, nasce nel marzo 2020 in diverse parti del mondo. Gruppi di inquiline e inquilini organizzati si accorgono di non essere più in grado di pagare l’affitto; prende quindi vita un movimento di mancato pagamento dell’affitto che però non è percepito come un movimento, ma è piuttosto la somma di migliaia di problematiche individuali. Detto diversamente, in tutto il mondo ci sono migliaia di persone che smettono (del tutto o in parte) di pagare l’affitto, e le organizzazioni che raccolgono queste persone decidono di dare un nome collettivo a un fatto già esistente; nessuno quindi convoca lo sciopero dell’affitto, ma si nomina in questo modo qualcosa che sta già succedendo, trasformando così un deficit individuale in un’azione collettiva finalizzata a trasformare la struttura del mercato immobiliare.

Caon: In Italia come prende piede Rent Strike?

Portelli: In diverse parti d’Italia – a Roma, Venezia, Milano, dalle Marche fino a Messina – molte persone hanno avuto grosse difficoltà a pagare l’affitto; abbiamo quindi iniziato a coordinarci informalmente tra diverse città. Abbiamo creato una chat Telegram, chiamandola Rent Strike Italia, che in pochissimo tempo ha raggiunto settecento persone. Da questo spazio sono poi nati dei rapporti territoriali; probabilmente Roma è la parte d’Italia dove lo sciopero degli affitti ha concretizzato di più, nel senso che siamo riusciti a creare un nucleo di persone abbastanza solido. In ogni caso abbiamo mantenuto rapporti anche con altre parti d’Italia.

Caon: Mi stai dicendo che la cosa è nata spontaneamente?

Portelli: In parte. A Roma stavamo caricando sulla pagina scioperodegliaffitti.noblogs.org le linee guida, strumenti utili per le persone in difficoltà che hanno bisogno di strategie legali, e non, per non rischiare lo sfratto. Eravamo nel periodo in cui non c’era pericolo di sfratti perché erano stati bloccati, noi fornivamo quindi consigli su come negoziare con il proprietario da una posizione che non fosse di debolezza. Sempre in quel momento stavamo anche creando la chat Telegram di cui ti parlavo. E ancora, negli stessi giorni, nel quartiere della Bolognina a Bologna un intero palazzo, abitato perlopiù da studenti, ha smesso di pagare l’affitto. È nato quindi Rent Strike Bologna. Un gruppo di persone che dipendevano tutte dallo stesso proprietario ha smesso di pagare l’affitto, poi si sono autoridotte il canone. Da questa azione è nato un collettivo che ha coagulato intorno a sé diversi movimenti per la casa. Tutto ciò in un momento in cui a Bologna – ma a Roma era lo stesso – i movimenti, anche per una serie di sgomberi, vivevano un momento di stanchezza e spaesamento.

A Roma è successa più o meno la stessa cosa, abbiamo iniziato a riflettere non solo sui nostri scioperi degli affitti in termini individuali, ma ci siamo subito messi in contatto con le realtà che avevano esperienza nella difesa dell’abitare: da Asia-Usb al Movimento per il diritto all’abitare, ai Blocchi precari metropolitani.

Caon: Se non sbaglio la grande novità è avere intercettato l’affitto privato.

Portelli: Sì, perché queste realtà avevano lavorato soprattutto sulle occupazioni o sull’edilizia popolare. Con il Rent Strike invece è emerso l’affitto privato come gigantesco problema sociale e quindi come terreno di mobilitazione, e questo ha coinciso con le difficoltà emerse durante la pandemia. Di conseguenza abbiamo cercato di mettere in connessione gli occupanti con gli assegnatari dell’edilizia residenziale pubblica e con gli inquilini privati. In parte ci siamo riusciti, ne è nato un percorso comune, con alti e bassi, momenti in cui eravamo tanti e altri in cui ci siamo sentiti soli; eppure questo ci ha permesso di arrivare pronti al termine del blocco degli sfratti. Il che significa che siamo riusciti a intessere una rete di relazioni che, già a maggio, ci ha messi nelle condizioni di iniziare a fare i primi picchetti antisfratto. Ti posso assicurare che era da qualche anno che non se ne vedevano di così rilevanti. Non ci siamo inventati niente di nuovo; piuttosto abbiamo riattivato diverse forze e le abbiamo messe in relazione tra di loro, oltre che con quello che stava succedendo nel resto del mondo.

Caon: Mi puoi spiegare un po’ meglio questa messa in relazione di cui parli?

Portelli: Nei primi mesi della pandemia c’è stato il blocco degli sfratti; anche se ci sono stati sgomberi di occupazioni o per fine locazione, gli sfratti per morosità erano sospesi. Per certi versi è stato un momento di maggior tranquillità che ci ha permesso di trovare il tempo per formarci. Abbiamo dato vita a cinque forum in cui abbiamo invitato gente da tutta Europa, dai sindacati di Berlino, che sono riusciti a mettere in piedi il referendum sugli espropri delle grandi proprietà immobiliari, ai sindacati inquilini di Barcellona e delle Canarie, fino al geografo urbano Tom Slater che ci ha spiegato il rent control [le forme legislative per calmierare il mercato dell’affitto, come l’“equo canone”, N.d.R.]. Ci siamo quindi formati su una serie di questioni che, a marzo 2021, ci hanno permesso di realizzare un congresso sull’abitare che ha messo insieme lo storico movimento per la casa con queste nuove forme e con persone ed esperienze da tutta Italia. Questi passaggi ci hanno portato a formulare un piano in cinque punti, una nostra proposta di legge per l’abitare. Poi noi lo intendiamo sia come una vera proposta di legge, sia come un orientamento d’azione politica. Sono le cinque cose che vogliamo e che guidano le nostre pratiche: il controllo degli affitti; il blocco degli sfratti; l’inversione della gentrificazione; la tassazione del vuoto edilizio; un piano di nuove case popolari, da realizzare attraverso il recupero dell’esistente e non con altra cementificazione.

Caon: Mi hai parlato della vostra proposta di legge, anche come piano d’azione su cui mobilitarsi. Siete riusciti a dare una cornice politica più ampia anche allo sciopero degli affitti , così da evitare che si riduca a mero strumento di sopravvivenza?

Portelli: Lo sciopero va inteso come uno strumento; come quello degli affitti, anche lo sciopero in fabbrica è uno strumento, l’obiettivo non è non lavorare o non pagare l’affitto. Lo sciopero è il mezzo con cui la parte oppressa cerca di ridurre l’entità dell’oppressione. Per cui lo sciopero degli affitti è una minaccia: se non cambia la struttura ingiusta del sistema abitativo e di detenzione della proprietà, se non vengono tutelati i bisogni abitativi allora lo strumento delle classi più vulnerabili è lo sciopero. Cioè smettere di pagare. Nel momento in cui molte persone smetteranno di pagare l’affitto, privato ma anche pubblico, sarà molto difficile mantenere questo sistema. Chiamare sciopero un insieme di mancati pagamenti individuali serve proprio a costruire un orizzonte di classe: se le persone che sono costrette a pagare affitti ingiusti smettono di pagare l’affitto o se lo autoriducono, si riescono a costruire una serie di rivendicazioni comuni, che sono appunto i cinque punti della proposta di legge di cui ti ho parlato. L’obiettivo è trasformare le relazioni di potere nell’ambito dell’abitare. Perché abitare è un diritto e lo Stato ha il dovere di provvedere; se non provvede, le case già abitate smetteranno di essere dei luoghi in cui i privati fanno profitti e diventeranno case in cui si abita gratis o comunque a prezzi ragionevoli.

Quindi lo sciopero ha questa duplice valenza, da un lato è una pressione politica, dall’altro ha anche una valenza di propaganda con i fatti: nel momento in cui io smetto di pagare l’affitto sto affermando il mio diritto di vivere in una casa sopra il diritto del proprietario di trarne un profitto. Nei fatti sto ristabilendo una giustizia all’interno del sistema economico. Il progetto politico è questo, e guarda che non è un progetto solo italiano, è portato avanti da migliaia di organizzazioni o associazioni che tutelano il diritto all’abitare. Si va dal Brasile agli Stati Uniti, dalla Spagna all’India. 

Caon: Permettimi di fare l’avvocato del diavolo. Ha fatto scalpore il caso di Berlino in cui con un referendum la popolazione berlinese ha deciso di espropriare le grandi proprietà immobiliari. Tutti dicono che qui in Italia la situazione è diversa: nel nostro paese, si dice, quasi tutti sono proprietari e il mercato degli affitti dipende da piccoli proprietari che arrotondano il loro reddito e non, come in altri paesi, da grandi concentrazioni di proprietà immobiliari. Insomma, quella sugli affitti sembra una battaglia tra poveracci e onesti cittadini.

Portelli: Secondo me, non dobbiamo credere troppo a questa versione standard sull’eccezionalità italiana, per cui qui sarebbero tutti proprietari e chi sta in affitto è una parte residuale della popolazione. Questo dato è falso, intanto perché nelle statistiche tra i proprietari rientrano tutte le persone che hanno un mutuo; mi pare tutto da discutere di chi sia la proprietà reale: della banca o di chi sta ancora pagando il muto? In questo fantomatico 68% di proprietari si deve tenere conto di questo, e poi va anche detto che non è vero che in Europa l’Italia è il paese con più proprietari. Ci superano paesi come la Spagna, la Romania, la Grecia, la Bulgaria. Insomma l’Italia non è un’eccezione. E poi quel 30% o 25% di affittuari (dipende poi dalle statistiche) rappresenta le fasce più fragili della popolazione: in affitto ci stanno soprattutto i poveri, e a noi che importa se sono il 30% o il 10%! I diritti devono essere tutelati anche se non riguardano la maggioranza. Pure gli immigrati sono il 10% della popolazione, ma questo non deve giustificare una politica di discriminazione. Se si vanno poi a vedere i dati si vede subito che in affitto ci sono il 10% dei redditi alti, il 20% dei redditi medi e il resto sono i redditi bassi. Tutelare l’affitto quindi significa tutelare i più poveri. Dire che in Italia siamo tutti piccoli proprietari che usano l’affitto per arrotondare è una falsificazione, è la propaganda di Confedilizia che mira a inventare un’enorme classe media. Il risultato è che questa categoria inventata di piccoli proprietari poi va a difendere gli interessi della classe alta, cioè dei banchieri e dei grandi proprietari. Questa retorica è costruita appositamente per separare chi non ha una casa da chi ne ha una o due; ma il vero scarto non è tra queste persone, bensì tra loro e chi ha cento o diecimila case.

E non sto esagerando. Proprio in questi giorni sto seguendo una persona sotto sfratto che vive in una casa di Enasarco. Si tratta di un ex fondo pensione degli agenti di commercio, trasformato poi in fondazione, privatizzato negli anni Novanta e progressivamente svenduto a grandi fondi immobiliari. Siamo quindi passati da un fondo tutelato dallo Stato, che aveva lo scopo di calmierare il mercato immobiliare, a un fondo immobiliare di Bnp Paribas. Enasarco ha diciassettemila case a Roma, rendiamoci conto che servono diciassettemila piccoli proprietari per compensare questa concentrazione. Allora è vero che i piccoli proprietari sono tanti, ma la maggior parte delle case in realtà è in mano a una manciata di grandissimi proprietari.

Caon: Questi grandi proprietari chi sono? Ci sono i dati per capire città per città di chi sono le proprietà immobiliari?

Portelli: I grandi proprietari spesso sono banche, fondi immobiliari, la Chiesa e, almeno a Roma, palazzinari storici. Tutto però è strutturato in un sistema di scatole cinesi: capirci qualcosa è difficile e di dati utili ce ne sono pochi. Di statistiche su proprietari e inquilini se ne trovano, ma sulla concentrazione della ricchezza, su quante case possiede ogni proprietario, si trova ben poco. Sembra che l’Istat o il ministero delle Finanze facciano di tutto per non farci capire come e quanto è concentrata la proprietà immobiliare. Ma questi dati dovremmo procurarceli, anche facendoci noi i conti, altrimenti poi ci troviamo a essere vittime della retorica “qui son tutti piccoli proprietari” e questa prospettiva non ti permette di mobilitarti. Proprio per questo abbiamo creato un Osservatorio sulla proprietà, lo si trova sempre nel sito scioperodegliaffitti.noblogs.org

Caon: Rispetto al diritto all’abitare, chi sono gli interlocutori? Cioè a quali istituzioni ci si deve rivolgere? E, in particolare, quali sono gli spazi di manovra di un’amministrazione comunale?

Portelli: Questo è un dialogo aperto e, personalmente, tendo sempre a discostarmi dalle solite pratiche dei movimenti per la casa di Roma. C’è una forte abitudine a contattare l’assessore, organizzare l’incontro con il sindaco o rivolgersi alla propria municipalità. A me pare che nessuno di questi possa essere un vero interlocutore, ma neanche la Regione e temo neanche lo Stato o l’Unione europea. L’unico nostro interlocutore sono le persone che subiscono ingiustizie. Il fine dello sciopero degli affitti o di altri strumenti di difesa non è tanto interloquire con le istituzioni, ma far capire alle persone che hanno dei diritti e che li devono riprendere dalle mani di chi glieli ha strappati. Io penso che l’interlocuzione con le istituzioni debba avvenire a partire dalla ricostruzione di una forza collettiva, altrimenti non serve a nulla garantirsi che nel proprio municipio di riferimento ci sia il candidato che ti promette di far finire gli sfratti, perché non può farlo. Poi metti che sia lo Stato a deciderlo, hai in mente la quantità di ricorsi che farebbe la grande proprietà? La questione riusciremo ad affrontarla quando ricostruiremo una coscienza collettiva capace di pretendere che ci sia un limite all’avidità del capitale immobiliare, questo limite però dipende dalla capacità di resistenza delle persone. Qua ci dicono che no, non si affitta perché c’è paura del blocco degli sfratti; poi però quegli immobili finiscono vuoti o comprati dal solito grande fondo. Se davanti a questo si cominciasse a occupare, vedresti come poi iniziano a rimettere in affitto le case, e a prezzi diversi. Non lo dico io, così, per partito preso. Proprio queste azioni sono state la forza del movimento per la casa di Berlino. Per anni i movimenti sono riusciti a tenere sotto scacco la proprietà privata, poi questa si è riorganizzata sfruttando alcune liberalizzazioni del mercato e in risposta i movimenti hanno proposto di calmierare gli affitti. Proposta bloccata perché giudicata incostituzionale, la contro risposta allora è stata il referendum sull’esproprio della grande proprietà immobiliare. Riassumo così in breve le vicende berlinesi per spiegare che l’interlocuzione con il potere va costruita alzando la posta del conflitto e non andando a cercare una mediazione con chi è nelle condizioni di decidere se schiacciarci o darci un aiutino.

Caon: So che in alcuni casi di sfratto vi siete rivolti all’Onu. Vorrei sapere perché l’Onu interviene. Non sfiora l’assurdo doversi rivolgere proprio all’Onu perché imponga a un tribunale italiano di bloccare uno sfratto?

Portelli: Sì, è un po’ assurdo. In ogni caso nella Costituzione italiana non è previsto uno specifico diritto all’abitare, però si riconosce l’obbligo di rispettare i trattati internazionali. E l’Italia ha firmato un paio di convenzioni in cui si riconosce il diritto all’abitare come un diritto umano fondamentale. Questa iniziativa l’abbiamo imparata dai sindacati degli inquilini spagnoli, che usano questo strumento da qualche anno. Non lo intendono tanto come uno strumento rivendicativo, ma come una procedura burocratica o amministrativa con cui tutelarsi davanti a uno sfratto. Non è un atto rivoluzionario, ma è possibile fare richiesta a un tribunale superiore perché intervenga. Così abbiamo scoperto che esiste, come ultima istanza, uno strumento rapido e gratuito. Il primo ricorso all’Onu l’ho fatto il 27 maggio 2021, e l’Onu è effettivamente intervenuta chiedendo al tribunale italiano di bloccare lo sfratto. In questo modo una signora senza lavoro con due minori a carico ha potuto rimanere in casa finché non le si trova un’alternativa. Abbiamo quindi iniziato a usare questo strumento, fino ad ora l’abbiamo fatto sette volte. Si tratta di un lavoro grosso e credo che lo dovrebbero utilizzare anche gli assistenti sociali. Davanti a uno sfratto senza alternative l’Onu interviene, perché non è giusto che le persone finiscano per strada. La cosa paradossale, forse, è che dobbiamo essere noi di Rent Strike Roma a rivolgerci all’Onu.

Caon: In questo strumento vedi un possibile valore politico?

Portelli: Si tratta chiaramente di un’azione tampone, come consegnare i pacchi alimentari durante la pandemia. Eppure, anche in questo caso, è un’azione che ci permette di aggregare nuove forze e anche di far capire alle persone che si trovano in gravi difficoltà che esistono dei diritti e la possibilità di rivendicarli. Un gruppo di inquilini che grazie al ricorso all’Onu ha evitato lo sfratto ora viene ai picchetti. Poi, quale sia il futuro di questo strumento è difficile immaginarlo, stiamo però elaborando un vademecum sui modi migliori con cui resistere agli sfratti e una parte sarà dedicata proprio a questo strumento. Mi capita di sentire che il ricorso all’Onu rischierebbe di depotenziare le mobilitazioni, ma non mi pare un rischio reale. Anche quando sgomberano un centro sociale ci si mobilita, ma un avvocato lo si chiama comunque. Si tratta anche di spiegare alle persone che quando qualcuno finisce per strada siamo davanti a una violazione dei diritti umani, che abbia pagato o meno l’affitto è una questione secondaria, nessuno deve finire per strada. Il fatto che non siamo solo noi a dirlo, ma che sia un tribunale a stabilirlo, rafforza molto la legittimità del diritto all’abitare, crea fiducia e può anche dare speranza alle mobilitazioni. 

Caon: Non c’è il rischio che, se questo strumento inizia a essere utilizzato molto, l’Onu smetta di rispondere o l’Italia inizi a non rispettare le direttive dell’Onu?

Portelli: Non credo che l’Italia possa smettere di rispettare le direttive dell’Onu, i paesi europei di solito le rispettano. Dall’altra parte, invece, penso che da parte dell’Onu ci sia l’intenzione di rendere noto questo strumento. L’Onu infatti è da cinque anni che fa delle osservazioni all’Italia sulla mancanza di case popolari, sul pericolo della concentrazione della proprietà immobiliare e sulla necessità di un sistema di calmierazione degli affitti. Non credo che quindi l’Onu restringerà la possibilità di fare ricorso, anzi mi sembra un tentativo di far pressione all’Italia in modo che si adegui al diritto internazionale sugli sfratti. A Barcellona ci sono quasi quattrocento vertenze aperte con l’Onu, segnale che lo strumento forse è pensato proprio come metodo di pressione politica. 

Bibliografia e sitografia

Rent Strike Italy

Proposta di legge

«Senza casa non c’è salute! Per una legge di proposta popolare sull’abitare» change.org.

Per una panoramica europea

Tom Slater, «From displacements to rent control and housing justice», Urban Geography, 2021, vol. 42, n. 5, pp. 701-712.

S. Portelli e M. Peverini, «Dietro lo specchio. Le lotte contro la finanziarizzazione della casa in Europa», in Napoli Monitor, 9 novembre 2021.

Articoli su blocco sfratti e ricorso all’Onu

L. Martellini, «Donna sotto sfratto si appella all’Onu che risponde: “L’Italia sospenda lo sfratto e provveda”», in Corriere della Sera, 5 giugno 2021.

B. Polidori, «Prenestino: sullo sfratto di via di Silvio Latino interviene l’Onu», romatoday.it, 16 settembre 2021. 

«L’emergenza sfratti ormai è materia per l’Onu. Ai picchetti con i Caschi Blu?», contropiano.org, 12 agosto 2021.

S. Portelli, «Cos’è uno sfratto e che c’entrano i diritti umani»,  in Napoli Monitor, 7 giugno 2021. 

Su Enasarco, G. Velardi, «Enasarco, dal Parlamento accuse alle gestione e alle dismissioni immobiliari: due case acquistate da presidente», Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2016.

La Cgil e il Salario minimo legale. Un dibattito

Da tempo all’interno di Officina Primo Maggio e Acta si discute di Salario minimo legale. Per questo il 30 settembre 2021 abbiamo deciso di organizzare un dibattito in videochiamata tra Tania Scacchetti, referente sul Salario minimo legale per la Segreteria nazionale Cgil, e Andrea Garnero, economista dell’Ocse, attualmente in sabbatico di ricerca, che da tempo svolge un lavoro di ricerca e divulgazione sul tema. Per OPM e Acta hanno partecipato al dibattito anche Emanuele Caon, Mattia Cavani e Anna Soru.

Cavani: Uno dei motivi che ci ha spinto a organizzare questo dibattito è stato chiarire la posizione della Cgil sul Salario minimo legale (Sml). Dunque, la Cgil è favorevole alla sua introduzione?

Scacchetti: È una domanda complessa. Per rispondere cominciamo a capire perché, in un paese con una così ampia copertura contrattuale, abbia preso piede un dibattito del genere. Direi che possiamo individuare quattro ragioni principali: 1. l’aumento delle disuguaglianze e la crescita della povertà di chi lavora, secondo i nostri dati ci sono quasi 9 milioni di lavoratori e lavoratrici “in disagio” per diverse ragioni (part time involontario, bassi salari etc.); 2. la crescente mobilità del lavoro e del capitale che aumenta il rischio del dumping e rende fragile il sistema contrattuale locale che si trova a misurarsi con dinamiche internazionali del sistema delle imprese; 3. la diffusione di forme di lavoro più precario e meno sindacalizzato; 4. l’indebolimento delle rappresentanze associative. Mancano norme che diano attuazione all’articolo 39 della Costituzione regolando la rappresentanza, dando efficacia generale ai Ccnl, e riducendo la proliferazione contrattuale – un pezzo consistente della quale è determinata da nascita di organizzazione sindacali e datoriali non particolarmente rappresentative.

Siamo tra i pochi paesi europei senza un Sml insieme a Svezia, Austria, Danimarca e Cipro ma siamo anche privi di meccanismo generalizzato di efficacia erga omnes dei Ccnl. Ciononostante il tasso di copertura contrattuale è importante e in teoria copre la totalità dei lavoratori dipendenti. Dunque, quando si è aperta la discussione sul Sml la nostra posizione è stata questa: 1. non può essere un meccanismo alternativo alla contrattazione. È la nostra grande preoccupazione: se non fosse accompagnato da una tutela della contrattazione collettiva paradossalmente potrebbe peggiorare la condizione di molti lavoratori italiani. È vero che il valore orario di alcuni contratti è sotto la quota di 9 euro di cui si sente parlare, ma senza la contrattazione collettiva lavoratori e lavoratrici si troverebbero senza una serie di tutele (mensilità differita, ferie e permessi, trattamento di fine rapporto etc.) che qualificano la loro condizione economica; 2. crediamo che invece una proposta di introduzione del Salario minimo legale per quelli “non coperti dalla contrattazione“ sia altrettanto problematica: la contrattazione collettiva copre tutto il lavoro dipendente, quindi se non c’è copertura è per evasione od elusione contrattuale. Non va legittimata quindi la possibile scelta alternativa fra il salario minimo e il contratto; 3. infine abbiamo sempre detto: se con il Slm – uno strumento importante col quale si dovrebbe ricevere una retribuzione equa, dignitosa e “proporzionata alla qualità e alla qualità del lavoro”,  ad attuazione dell’articolo 36 della Costituzione – individuiamo una cifra fissa, potremmo determinare un’alterazione del meccanismo della contrattazione. Per questo abbiamo proposto di trasformare i minimi dei Ccnl nei rispettivi Sml, dandogli efficacia generale. È vero che alcuni di questi Ccnl hanno retribuzioni molto basse determinate da una serie di fattori e non è detto che la semplice introduzione del Sml cambi questa situazione.

Per chi ha una storia contrattuale come quella del nostro Paese non è una discussione semplice all’interno delle organizzazioni sindacali, in cui convivono sul tema anche sensibilità differenti. In fin dei conti è un tema fondamentale per le finalità dell’organizzazione. Nel merito io sono per un approccio laico, che consideri seriamente i problemi che ho elencato ma senza pensare che ci sia una soluzione che vada bene per tutti. Consideriamo che la questione sarà riaccesa dalla direttiva europea sui salari minimi e la contrattazione collettiva. Nel nostro paese il dibattito si è articolato con una serie di proposte di legge con impatti molto diversi, l’unico testo con cui ci siamo confrontati sindacalmente, il più maturo che abbiamo visto, è stato quello proposto dalla ministra Catalfo, che individuava una cifra che doveva fungere da tappeto alla contrattazione, ma prefigurava l’idea di un Sml fortemente legata alla valorizzazione dei Ccnl. Poi quella discussione si è arenata e se dovesse ripartire potrebbe ripartire su basi molto diverse. 

Garnero: Prima di cominciare vorrei mettere a verbale che in questi anni le poche discussioni di sostanza sul Sml le ho avute con i sindacati, anche all’interno del Forum diseguaglianze diversità di Fabrizio Barca. Uno dei problemi del dibattito è che si svolge sui giornali, dove si cerca la polarizzazione e dunque non si approfondisce niente. 

L’idea di un Sml per i lavoratori esclusi dalla contrattazione collettiva ce la portiamo dietro dalla legge delega del Jobs Act. Io non sono un giurista, ma mi sembra che questa dicitura non significhi niente. Come ha detto Tania, l’articolo 36 garantisce che tutti i lavoratori dipendenti siano coperti dai Ccnl; se l’azienda non li applica il lavoratore ha diritto di rivolgersi a un tribunale per fare in modo di essere pagato in modo “proporzionale e sufficiente”. Per determinare questa retribuzione è prassi che il giudice prenda come riferimento il Ccnl del settore. A dire il vero anche noi all’Ocse per molti anni abbiamo detto che a essere coperto dalla contrattazione era l’80% dei lavoratori, una stima frutto di uno studio di qualche anno fa… ma sulla carta è il 100% e la scorsa primavera abbiamo rivisto la stima. Poi, nella pratica, le cose vanno diversamente. Dunque, per quanto riguarda i lavoratori dipendenti la dicitura “Sml per lavoratori esclusi dalla contrattazione” non ha senso, forse anche per questo quella parte del Jobs Act è rimasta lettera morta.

Sull’analisi del problema concordiamo. A quello che dice Tania, aggiungo che in dieci anni il numero di Ccnl è quasi raddoppiato, e che dei 400 Ccnl (su oltre 900 totali) di cui si ha notizia incrociando i dati del Cnel con quelli dell’Inps, metà copre meno di 1000 lavoratori, un quarto meno di 100 lavoratori e alcuni, ma qui entriamo nell’aneddotica, coprono uno o due lavoratori.

Abbiamo contratti con magari sette firmatari e tre lavoratori coperti… Questa polverizzazione danneggia i lavoratori (l’obiettivo di queste stipule è pagare meno dei Ccnl esistenti) ma anche le imprese che applicano i Ccnl di riferimento, una dinamica che scuote alle fondamenta il sistema di contrattazione collettivo. Io vedo il rischio che crolli tutto come è successo in altri paesi.

Sulla direttiva europea: non vi porrei speranze né timori. Se mai passerà, sarà scritta in modo da non applicarsi ai paesi nordici, che sono molto restii a qualunque intervento di legge nel mercato del lavoro. In particolare, temono che la regolazione europea in ambito sociale interferisca col loro sistema, e una serie di passate sentenze della Corte di giustizia europea (Laval e Viking in particolare) li rende cauti e scettici in merito. È una dinamica che crea frizioni anche nella conferenza europea dei sindacati, dove le posizioni sul Sml divergono e sono difficili da spiegare al pubblico. In sintesi, in Italia la copertura dei Ccnl è al 100%, simile ai paesi nordici, dunque la direttiva non si applicherà.

Per affrontare i problemi che ho elencato nel dibattito italiano sono emerse due soluzioni: 1. l’introduzione del Sml, la cui efficacia dipende molto anche dai dettagli della sua applicazione; 2. la via proposta dai sindacati, ovvero dare valore di legge ai Ccnl esistenti.

Per quanto riguarda il minimo salariale, sono due sistemi potenzialmente equivalenti, e non è detto che il Sml sia meglio del minimo della contrattazione. Si potrebbe dire che avendo un minimo chiaro, per i lavoratori sarebbe più semplice capire se si è sottopagati. Il problema si pone in modo forte quando la contrattazione lascia buchi importanti come in Germania e Inghilterra, gli ultimi due paesi a introdurre il Sml. In questi casi il dibattito era molto simile a quello italiano, con le parti sociali non favorevoli. Poi ci si è resi conto che c’erano settori dove, per ragioni diverse (numerosi lavoratori stranieri, assenza dei sindacati, localizzazione in aree povere), c’era il far west, e proprio a partire da questi settori si è introdotto il Sml. In ogni caso le due alternative possono essere anche complementari, e convivono in molti paesi come Belgio, Francia, Spagna, Portogallo e Germania. 

D’altra parte la via della rappresentanza è del tutto legittima, ma si scontra con due problemi, uno politico e uno giuridico-tecnico. 

I sindacati hanno trovato un accordo sui criteri per definire rappresentanza e rappresentatività, ma tra le parti datoriali l’accordo manca e non appare in vista, anzi, ci sono casi di concorrenza tra sigle datoriali (sto parlando di quelle serie, non quelle che mandano al Cnel contratti in cui tutti i firmatari hanno lo stesso indirizzo, succede anche questo…). Ci sono settori in cui Confindustria è in concorrenza con Confcommercio e quest’ultima con Federdistribuzione. Negli anni scorsi tra queste due c’è stato uno scontro, dato che Federdistribuzione ha firmato un accordo da 20 euro in meno pochi mesi dopo Confcommercio. A meno di non voler usare la “forza bruta”, imponendo un accordo dall’esterno, l’accordo fra le parti datoriali è fondamentale per proseguire su questa via.

Veniamo al problema giuridico-tecnico. L’articolo 39 della Costituzione dice che si può estendere l’efficacia obbligatoria solo dei Ccnl dei sindacati “registrati”, ma per ragioni storiche i sindacati non sono e non vogliono esserlo. Questo forse può essere risolto estendendo solo il minimo retributivo e non tutto il Ccnl. Ma il problema principale rimane quello dei perimetri contrattuali. Chi definisce dove si negozia? Al momento, fatto salvo il principio della libertà sindacale (in questo caso mi riferisco a quella delle parti datoriali), ognuno è libero di decidere il proprio campo d’azione. Anche noi qui presenti potremmo trovare un accordo di natura privata che, se rispettasse i termini di legge, sarebbe valido… Il problema sorge se nel nostro ambito c’è già un contratto firmato da qualcun altro e, con le norme attuali, è molto complesso dirimere la questione di quale sia il contratto di riferimento. Nel privato non esistono i comparti come nel pubblico e, sempre per salvaguardare la libertà sindacale, non è scontato che si possano creare. Da non-giurista vedo due proposte: chi dice, come Pietro Ichino e Lucia Valente, che la situazione non può cambiare senza cambiare l’articolo 39; e altri, come Mariella Magnani, che lo ritengono possibile. La mia conclusione è che si tratta comunque di una spada di Damocle. Una volta superati i limiti politici di cui sopra, bisognerebbe comunque passare dalla Corte costituzionale per avere l’ultima parola.

Dunque la via della rappresentanza ha grande dignità ma politicamente e tecnicamente la sua realizzazione non è per nulla scontata.

Cavani: Negli ambiti in cui stiamo lavorando con Acta, parlo soprattutto dei settori culturali, avere dei minimi chiari (come un Sml) molto probabilmente migliorerebbe la situazione. I lavoratori e le lavoratrici che incontriamo spesso non hanno le idee affatto chiare riguardo a quanto sia adeguata la loro retribuzione, e finiscono per essere mal pagati anche per una sorta di assuefazione a compensi ridicoli.

Garnero: Alcuni studi su paesi in via di sviluppo forniscono evidenze in questo senso. C’è una correlazione inversa tra il numero dei minimi salariali e il rispetto degli stessi, meno ce ne sono meglio è. 

Cavani: Tania, un commento su questi problemi della “via della rappresentanza”?

Scacchetti: Quando nel 2016 la Cgil ha cominciato la sua riscrittura dello Statuto dei lavoratori, la Carta dei diritti universali del lavoro, si è posta anche il problema della mancata attuazione dell’articolo 39 e del 46 (sulla partecipazione) della Costituzione e dunque quello relativo alla mancata registrazione delle organizzazioni sindacali. Detto questo non so se si troveranno soluzioni, la regolazione della rappresentanza e la cosiddetta “definizione dei campi da gioco” non riguardano solo i contratti pirata, ma anche la sovrapposizione di perimetri fra stessi soggetti che sottoscrivono contratti che si fanno dumping. 

La discussione in merito è ripartita negli ultimi anni. Anche io credo che la rappresentanza datoriale sia il nodo vero per dare attuazione e sostegno legislativo alle intese pattizie che ci sono state sulla rappresentanza (come il Testo unico che abbiamo sottoscritto con Confindustria nel 2014, e testi analoghi sottoscritti da altre grandi associazioni). Anche in sede Cnel il punto più critico oggi è trovare gli indicatori su cui costruire gli indici di rappresentatività delle associazioni datoriali. Questo è in parte dovuto a una differenza qualitativa nel nostro sistema produttivo, in parte al fatto che i soggetti vogliono la libertà di potersi muovere in autonomia in questo campo. 

Credo sia davvero difficile non provare a mettere qualche punto di regolazione sui temi della rappresentanza e della rappresentatività. Lo dico anche perché ne va dell’autorevolezza dei soggetti sottoscrittori. In una certa fase storica è stato sufficiente il riconoscimento reciproco fra i soggetti… Questi 985 Ccnl che ricordava Andrea sono anche dettati da una crescita esponenziale della frammentazione nel sistema della rappresentanza datoriale, che è una spinta all’individualismo che ha fatto parte del cambiamento sociale, negli ultimi anni si sono allentati i legami ideologici, si parla di società liquida…. Nelle associazioni questo si riflette in un coinvolgimento sempre meno identitario, più legato a interessi, a una concentrazione su attività di servizio più che di rappresentanza politica. Mi pare di poter dire che la consapevolezza dei problemi c’è. Il confronto con le associazioni datoriali al Cnel lo stiamo facendo per individuare alcuni perimetri, è un percorso faticoso ma ineludibile.

Fa parte di questo anche il dibattito tra associazioni sui modi in cui arrivare a una regolazione della rappresentanza. Ci sono opinioni discordanti, e variabili, su un eventuale intervento legislativo. Sui giornali queste misure si trasformano in bandiere ideologiche, in cui si può essere solo a favore o contro senza confrontarsi sui dettagli. 

A quello che dice Andrea sull’Europa vorrei aggiungere questo: il fatto che l’Ue si sia avventurata nella costruzione di una direttiva su questo tema rende l’idea dell’urgenza di fare interventi. Che si parli di Sml o della via della rappresentanza, ci stiamo occupando di una grande questione, la questione salariale in Italia e in Europa, che riguarda il modello di sviluppo e di crescita. C’è un grande problema di redistribuzione della ricchezza che si produce e di condizioni di lavoro, di riconoscibilità e dignità.

Sulla semplificazione che citava Mattia: è un messaggio che non si può banalizzare. Noi facciamo molta fatica a spiegare ai lavoratori come è composta la paga oraria. Per esempio: a cosa riferiamo il valore di questi ipotetici 9 euro? Si guarda al livello più basso di ogni contratto? Al valore mediano? Trasformare un’idea semplificata ma anche immediatamente riconoscibile (e questo è importante) è un problema che si pone alla contrattazione. Lasciando perdere i 985 Ccnl, anche gli oltre 200 firmati dai confederali rendono molto complesso il rapporto con i lavoratori quando questi non sono dentro un sistema “leggibile”. 

Garnero: Io ritengo l’autonomia un valore e un punto di forza delle parti sociali. Ma non può essere un feticcio da tenere sotto una campana di vetro. Se non viene esercitata e si confonde con un “Non si fa niente finché non lo dico io” diventa un problema. Anche nei paesi nordici, dove il codice sul lavoro è “molto sottile” dato che quasi tutto passa dalla contrattazione collettiva, ci sono casi in cui lo Stato mostra il bastone e non solo la carota. Questo avviene spesso quando c’è di mezzo l’interesse pubblico. Se non sbaglio, lo Stato olandese è intervenuto su un accordo che era stato scritto in modo “un po’ allegro” sulla parte pensionistica, a danno delle casse pubbliche. Ci sono dei limiti all’autonomia, sia a quella del fare che a quella del non fare. Poi chiaramente non voglio additare dei colpevoli, sono un economista e sono abituato a ragionare sugli incentivi degli attori. Se le parti datoriali non riescono a trovare un accordo non escluderei per principio un intervento statale.

Legato a questo c’è il rischio di sostituzione della contrattazione collettiva. Se questo rischio è reale, i timori sul Sml sono giustificati, altrimenti è solo uno spauracchio. Su queste preoccupazioni io non ho certezze su quello che potrebbe succedere in Italia. Guardando ad altri paesi vedo due situazioni: 1. Paesi in cui convivono Sml elevati e contrattazione collettiva fortissima, che copre quasi il 100% dei contratti (es. Francia e Belgio). In questi casi i Ccnl sono estesi erga omnes; 2. altri Paesi, la Germania in particolare, dove è prevista l’estensione erga omnes ma di fatto viene usata poco perché le parti hanno un diritto di veto, e gli imprenditori lo esercitano spesso. Qui ci sono anche le cosiddette opening clause, che danno la possibilità di derogare la contrattazione al ribasso. In Germania la copertura della contrattazione collettiva è più bassa, intorno al 54%, ma non è colpa dell’introduzione del Sml, è il contrario: è la constatazione del crollo della copertura che ha spinto a introdurre il Sml.

A me sembra che, con tutte le differenze che conosciamo, il caso tedesco suggerisca che con l’introduzione del Sml le imprese non sono scappate dalla contrattazione collettiva. Credo ricordiamo tutti che anche in anni recenti è stato l’atteggiamento remissivo dei sindacati tedeschi ad aver portato l’allora presidente della Bce Mario Draghi a spronarli a chiedere aumenti più consistenti dei salari (una raccomandazione motivata dall’inflazione stagnante nel periodo pre Covid-19). Dunque le esperienze internazionali recenti ci dicono che il rischio di sostituzione della contrattazione non c’è, poi io non sono un futurologo, e sono consapevole che esportare istituzioni da un paese all’altro non è una cosa banale e quello che funziona sulla carta a volte fallisce nella realtà.

Guardando al dibattito attuale mi sembra evidente che ci troviamo a un’impasse. Per superarlo ho fatto una proposta di metodo, con l’obiettivo di muoverci senza il rischio di fare passi falsi da cui sarebbe difficile tornare indietro. I casi internazionali ci dicono anche che quando si distrugge la contrattazione collettiva si va a perdere un patrimonio di istituzioni, abitudini, legami personali a molti livelli, dunque serve cautela. Ma se non proviamo, non sapremo mai se il Sml può funzionare.

Propongo di cominciare a sperimentare con un Sml in certi ambiti in cui, in Italia, il rischio di fare danni è limitato, dato che la situazione attuale non è proprio rosea, settori in cui le paghe sono molto basse, la contrattazione collettiva non è applicata e i sindacati sono fragili o inesistenti. L’individuazione di questi settori la lascerei comunque alle parti. Cominciamo da qui, con tutti i caveat sottolineati da Tania sulla complessità della busta paga. Su questo: a seconda di quello che si include nel Sml (tredicesima, quattordicesima e tfr, per limitarci alle cose più semplici) le proposte attuali di Sml riguardano dal 6 al 30% dei lavoratori italiani, un dettaglio non da poco! Una volta trovata la cifra monitoriamo gli effetti che ha nel giro di qualche anno, vediamo se distrugge davvero le istituzioni o se diminuisce l’occupazione e combatte la povertà. Mi sembra un modo per migliorare la qualità del dibattito, che adesso ha delle punte parossistiche. Capita di leggere sullo stesso giornale che il Sml distrugge la contrattazione (che, per come lo intendo io, significa che il lavoro viene pagato meno perché le imprese escono dal contratto collettivo) e che aumenta i costi per le imprese… Per questo credo sia importante essere pragmatici, trovare un valore del Sml che abbia un impatto empirico positivo. Ovviamente questo metodo non l’ho inventato io ma, implicitamente, è quello che è successo in Germania, dove nel 1997 è stato fissato un primo minimo (una semplice paga oraria) in alcuni settori estremamente specifici dove le parti sociali non avevano più presa, e da lì si è via via allargato “sperimentando” su altri settori e, infine si è arrivato a un Sml federale. Non ignoro che quest’ultimo passaggio sia avvenuto anche per dinamiche politiche. 

Qualcosa di simile è avvenuto in Inghilterra, che adesso ha un Sml tra i più elevati dell’area Ocse. Tra l’altro negli ultimi anni il Sml è diventato una bandiera dei conservatori: Cameron e Osborne proponevano di alzarlo come contropartita di un taglio dei sussidi statali alle famiglie e anche il cancelliere di Theresa May, Philip Hammond, ha proposto di alzarlo per migliorare la produttività. Sono argomenti dei Tories di oggi, ma quando Blair introdusse il Sml nel 1997 la destra aveva agitato lo spauracchio della perdita di un milione di posti di lavoro…

Il segreto del caso tedesco e di quello britannico credo siano state le commissioni nelle quali sono state coinvolte le parti sociali. Non sono state solo un modo per ridurre, o governare, i conflitti, ma alla fine la decisione sul Sml è stata più informata e partecipata.

Soru: Sono dieci anni che si parla degli effetti del Sml sulla contrattazione e non abbiamo concluso nulla. Capisco che sia una preoccupazione rilevante, ma tantissime persone lavorano per pochi euro l’ora e un intervento è sempre più urgente. Sulla proposta di sperimentazione di Andrea ho un dubbio: considerando la “sportività” italiana sui contratti nel momento in cui decidiamo di sperimentare, per esempio, sul facchinaggio, vedremo i contratti passare al Ccnl delle pulizie, a dispetto della mansione. Questa è una bella differenza con la Germania, dove queste cose sono molto meno frequenti.

Garnero: Non è un appunto sbagliato, abbiamo visto queste dinamiche mettersi in moto anche con il picco di cambi di Ateco dopo l’approvazione dei vari decreti nel periodo del lockdown. Anche rimanendo a un livello più tecnico, quando c’è così tanta pressione e attenzione alla cosa i risultati possono essere sporcati. La mia idea è nata dalla frustrazione per il dibattito italiano. Non possiamo stracciarci le vesti ogni volta che emerge un’inchiesta sulla logistica e poi evitare di arrivare a una proposta concreta. A livello politico, e qui vado un po’ oltre l’ambito del mio “mestiere”, è sempre più urgente. È sempre più difficile spiegare perché il Sml sarebbe peggio di un sistema arzigogolato che io, dopo un po’ di anni, sono riuscito a capire, ma non è detto che sia compreso da tutti. Il rischio che prima o poi qualcuno intervenga, anche a gamba tesa, esiste e questo dovrebbe spingere a prendere l’iniziativa. 

Soru: Come si può fare per contrastare gli effetti negativi dell’introduzione del Sml, quali accortezze possono evitare che indebolisca la contrattazione collettiva?

Garnero: Idealmente ci si può muovere su entrambi i binari: si può avere un Sml e un’estensione dei Ccnl come strumento di tutela universale. Questo sarebbe il percorso ideale, che tuttavia si scontra coi problemi menzionati prima. E rimane il rischio che, estendendo i Ccnl attuali il problema potrebbe rientrare dalla finestra. 

La crescita dei contratti pirata riflette, da una parte, un modo di trovare margini “all’italiana”. Dall’altra alcuni Ccnl sono complicati da applicare da Merano a Lampedusa, giusto per citare la dimensione geografica, che è la più ovvia. Forse, nel loro modo sgraziato, i contratti pirata riflettono un problema esistente. Dunque dando forza di legge ai Ccnl il problema potrebbe tornare in una forma che ancora non immaginiamo. Tra l’altro, dare forza di legge a un accordo stretto tra privati non è un passaggio da niente. Le leggi di solito sono prodotte da degli eletti, in un sistema di pesi e contrappesi e garanzie istituzionali.

Si potrebbero trovare criteri per questa estensione. Un’idea, abbastanza generica, potrebbe essere quella di permettere di aggiustare questa griglia salariale di riferimento al livello locale, che non significa il far west, ma una decentralizzazione organizzata, diversa da quella inglese o australiana dove tutto avviene a livello della singola impresa. Il riferimento sono la Svezia e la Danimarca, dove il Ccnl rimane il riferimento ma viene “aggiustato” a livello locale.

Infine, credo che migliorando la qualità e l’accessibilità dei dati sui rinnovi dei Ccnl avremmo degli strumenti per valutare l’impatto del Sml quasi in tempo reale. Un aggiustamento in questo senso sarebbe importante anche per altri motivi.

Scacchetti: Sul tema dell’autonomia credo che per il sindacato sarebbe un errore mettersi in una posizione difensiva, soprattutto se esercitando l’autonomia non si riesce a risolvere i problemi. È la ragione per cui, come Cgil, non ci siamo mai seduti a un tavolo sul Sml con una opposizione ideologica alle discussioni che si sono aperte. Tuttavia bisogna sempre considerare la fase storica e il livello di interlocuzione politica a cui si fanno queste discussioni, per le quali mi sembra difficile costruire un percorso simile a quello tedesco, caratterizzato da un tragitto lungo ma in un contesto di solidità del processo politico, in particolare rispetto alle parti sociali. Come ho detto, io ho sempre pensato che l’ultimo testo proposto dalla Catalfo dopo una discussione articolata con le parti avesse determinato qualche punto di equilibrio. La retribuzione equa e proporzionata ai sensi dell’art. 36 era individuata nella retribuzione definita dai contratti collettivi nazionali di lavoro e in quella norma la cifra era sostanzialmente un tappeto minimo che si proponeva nella costruzione dei contratti collettivi nazionali.

Lo dico anche in relazione al fatto che con l’introduzione di un minimo più alto non si risolve la questione salariale perché noi abbiamo soprattutto un problema nella costruzione dei salari medi; tant’è che quel minimo di 9 euro, se comprensivo di tredicesima e quattordicesima, come alcuni evidenziavano nella proposta, in realtà sta già dentro la maggior parte dei Ccnl.

Come dice Andrea il tema è anche la forza contrattuale. In mancanza di questa non possiamo pensare che una norma porti a un aumento automatico di 200 o 300 euro all’anno. Tant’è che la discussione della proposta Catalfo si fermò anche in seguito alla richiesta di una parte del mondo delle imprese di compensazioni. 

Sulla sperimentazione anche io ho la preoccupazione che individuava Anna, siamo un paese molto fragile dal punto di vista del rispetto delle norme. Ma anche io credo che si potrebbe favorire una forte relazione con le parti sociali per capire quali equilibri si tengono per affrontare questo tema senza pregiudicare la tenuta del sistema contrattuale anche nei settori più deboli. Anche questa idea di un Ccnl più leggero e della contrattazione collettiva aziendale territoriale forte si scontra con la realtà dei fatti e degli ultimi 15-20 anni, in cui sono stati offerti incentivi fiscali per favorire la contrattazione di secondo livello, che ciononostante non si è allargata in una proporzione utile a determinare un cambio di passo. Infine, in un sistema dalle profonde disuguaglianze territoriali, credo che il Ccnl sia un presidio importante sia a livello economico sia nella costruzione di un sistema di diritti e di tutele. Farei attenzione a indebolirne la validità.

Per le ragioni che abbiamo citato, credo sia difficile che le parti sociali prendano autonomamente l’iniziativa: qualcuno è nettamente contrario, altri sono preoccupati dagli effetti diretti e indiretti sul sistema contrattuale. Credo sia importante capire se c’è la volontà politica di mettere mano alla regolazione del lavoro in un mondo che cambia, ovvero affrontare la questione salariale e occupazionale di petto. Se la politica è convinta di volerlo fare occorre smetterla di ragionare per spot o in base alla fase contingente, occorre un’elaborazione più chiara. Ma anche all’interno dei partiti le posizioni sono diverse e questo non aiuta. 

Per me la questione andrebbe affrontata tenendo insieme il tema della rappresentanza, legando Sml alla dinamica della contrattazione in modo che la rafforzi e la migliori in alcune basi. Ma se si aspetta che siano le parti sociali per prime a proporre questo ragionamento è tutto più complicato, bisognerebbe capire se nel ragionamento politico c’è la volontà di affrontare questi temi nell’insieme, non per singoli punti.

Garnero: Sembra che le due cose si tengano. La parte che potrebbe proporlo, che possiamo chiamare “sinistra”, si trova, usando una parola forte, “ostaggio” o comunque è molto suscettibile alla sensibilità dei sindacati. 

Scacchetti: Guarda Andrea, io all’affinità tra la sinistra e i sindacati negli ultimi dieci anni dedicherei un dibattito a parte…

Garnero: (ride) Possiamo dire che le due cose si tengono e chi prende l’iniziativa conta relativamente. La butto lì, se fossi le parti sociali (che sono tante e diverse, lo comprendo) proverei a rilanciare con una proposta alternativa più forte e “vendibile” di quelle attuali, perché ci sono anche altri rischi e certezze, come il rischio che questa cosa prima o poi si faccia comunque. Potrebbe venire da un politico “di pensiero” o semplicemente da uno che vuole fare una misura che costa quasi zero (per anni è stato detto che non si poteva fare niente perché non c’erano i soldi, mentre oggi piovono miliardi…), con l’eccezione, forse, dei costi indiretti sugli appalti. Sarebbe comunque una soluzione semplice che parla alle persone, che potrebbe arrivare con un decreto. Se fossi il governo darei un ultimatum tipo: “Avete un anno per fare una proposta oppure questa è l’alternativa”. 

Ci troviamo davanti al classico dilemma del prigioniero: le parti hanno interesse a collaborare ma l’interesse immediato le porta a non farlo. Per uscirne forse aiuterebbe sapere che se non si coopera potrebbe arrivare un altro risultato. 

E comunque occorre agire con cautela, non come un elefante in una cristalleria. Il blocco è sempre meno sostenibile, sia a livello intellettuale che pratico, il contatore dei nuovi Ccnl del Cnel si è fermato solo durante la pandemia…

Soru: Aggiungo altri due punti a favore del Sml: sarebbe fondamentale per gli ambiti fuori dal lavoro dipendente in cui la contrattazione collettiva non si applica. Con le collaborazioni occasionali c’è gente che lavora 20 ore al mese per cinquemila euro l’anno, avere un riferimento sarebbe fondamentale.

Poi quando sento che Confcommercio e Confindustria si schierano così pesantemente contro il Sml mi chiedo come faccia il sindacato a stare dalla stessa parte.

Garnero: Sul primo punto abbiamo evidenza chiara sui paesi in via di sviluppo. Il Sml funziona come “faro” (si parla di lighthouse effect) anche per i lavoratori informali che non sono coperti da esso. 

Caon: Provo a dire una serie di cose in sequenza, concedendomi di banalizzare un po’. La prima cosa è che rispetto ai pericoli della contrattazione a me, da profano, sembra che il proliferare dei Ccnl dia anche l’idea di una contrattazione che soffre. Quindi mi pare che un Sml intaccherebbe l’utilità di stipulare nuovi Ccnl per abbassare il costo del lavoro.

Poi recuperando quello che dice Anna, leggendo i giornali le parti datoriali sembrano molto contrarie. Si dice che c’è il rischio che le imprese vadano fuori mercato. Su questo: forse sarebbe un bene se uscisse dal mercato chi riesce a starci solo sfruttando i lavoratori. Mi sembra che questo atteggiamento abbia a che fare anche con un modo in cui le parti datoriali e parte della politica hanno pensato il sistema produttivo italiano, una periferia dove si fa lavoro ad alta intensità e mal pagato, e mi sembra che anche il Pnrr vada in questa direzione.

Infine: il Sml sarebbe anche un modo per costringere il settore pubblico a pagare di più, gare, appalti, anche stage volendo, e questo avrebbe un effetto rilevante anche sul resto del mercato.

Garnero: Sul rafforzamento: il titolo della legge tedesca che introdusse il salario minimo era proprio “Legge per il rafforzamento dell’autonomia della contrattazione collettiva”. Il punto che sollevi è interessante, sicuramente il Sml farebbe pulizia dei contratti pirata, dunque potrebbe anche rafforzare la contrattazione collettiva vera.

Sul secondo punto c’è un paper che fa vedere che in Germania le imprese marginali sono andate fuori mercato ma i lavoratori sono stati riallocati su imprese a maggiore valore aggiunto. In un modello statico l’effetto sull’occupazione c’è, ma a livello dinamico potrebbe cambiare.

Non piace neanche a me quando si dice che il Sml è una panacea contro: bassa produttività, compressione salariale, disagio infantile, crescita limitata etc. Una fava per 90 piccioni non basta. 

Sulla Pubblica amministrazione sfondi una porta aperta, è specializzata a offrire salari ridicoli o a zero.

Gli stage non sono contratto di lavoro, dunque il Sml potrebbe essere un riferimento ma non ci sarebbe nessun effetto diretto.

Cavani: Ecco, davanti a tutto questo, forse se la Cgil facesse una proposta concreta invece che chiedere se quelle attuali comprendono tredicesima e quattordicesima forse potrebbe trainare altri ed evitare che si pensi che non si sta ponendo il problema.

Scacchetti: Su questo precisiamo: la Cgil non ha una proposta in merito. Ha proposte su altri temi come la rappresentanza. Poi concordo che piuttosto che un intervento calato dall’alto per una materia che ha tanto a che fare con il ruolo contrattuale delle parti sociali è meglio mettersi nell’ottica di agire. Come abbiamo fatto con la proposta Catalfo, un tavolo che non si è interrotto per volontà sindacale, forse anche per problemi a trovare una mediazione politica o per il cambio di maggioranza. È un tema oggettivamente faticoso. Poi io a leggere la letteratura penso che in certi casi potrebbe essere uno stimolo, come dice Emanuele, alla contrattazione. Ma ciò non toglie che la complessità del nostro sistema e del quadro delle dinamiche dei rapporti di forza nello stesso incida moltissimo. Non si possono alzare i salari del 5% per legge senza aspettarsi conseguenze in un modello dinamico. 

Sicuramente se qualche presunto imprenditore finisse fuori dal mercato farebbe un favore al mercato stesso. 

Sugli appalti concordo che c’è un problema. Nel nostro paese che piaccia o meno c’è una parte consistente del sistema produttivo che ha una competitività basata sulla contrazione dei costi e riduzione dei salari. Questa è la questione politica. Noi, con difficoltà, abbiamo fatto proposte per dare risposte su consolidamento dei contratti, riduzione del dumping contrattuale: una strada oggettivamente più faticosa e, in assenza di un intervento normativo, anche molto lunga. 

Anche io da sindacalista penso che quando i padroni sono contro qualcosa io sono a favore, ma poi nella dinamica relazionale è un po’ semplicistica (ride)

Garnero: Una domanda sulla posizione della Cgil: negli ultimi giorni il tema è tornato improvvisamente sull’agenda. Sembrava che per la prima volta la Cgil, con Landini, avesse fatto un’apertura. È così?

Scacchetti: Partiamo da una certezza: non c’è un documento interno della Cgil sul salario minimo, proprio per le ragioni che dicevi tu all’inizio. Parlare di Sml è complesso. Tra le organizzazioni confederali, con cui abbiamo cercato di tenere una posizione unitaria sul tema, siamo stati quelli meno chiusi nella discussione. Io, ma credo anche la Cgil tutta, pur con sensibilità diverse, quando ho avuto occasione di rappresentare la posizione della Cgil non ho mai detto che il Sml è il male perché crea problemi alla contrattazione o ai sindacati, perché oggi, come abbiamo detto, la debolezza della contrattazione e le altre cose che abbiamo nominato non possono far dire a un sindacalista che il tema non vada affrontato.

Però soluzioni semplicistiche mi spaventano di più dei ragionamenti complessi. Forse una discussione potrebbe partire dall’analisi del perché alcuni sono di fatto esclusi dalla contrattazione collettiva.

Mentre la Cgil non si è mai schierata apertamente a favore del Sml, rimanendo aperta al dialogo, altri sindacati hanno avuto posizioni più rigide. Detto questo, non posso dire che la Cgil è favorevole, alcune preoccupazioni rimangono, in particolare la difesa di un sistema che ha coperto anche i lavoratori più fragili per decenni. Dire che abbiamo bloccato o impedito la riflessione non credo sia appropriato, ma è una discussione molto complessa nella vita democratica dell’organizzazione ed è un tema che oggettivamente non mettiamo tra le priorità delle nostre rivendicazioni. Ma è un tema che esiste  e le persone con cui ci confrontiamo iscritte e non ci sollecitano in questo senso, soprattutto quelli che stanno negli ambiti di contrattazione più deboli.

Garnero: Quando si valutano le posizioni dei sindacati spesso si sottovaluta il peso della loro politica interna. Per essere chiari: le sezioni con molti iscritti che rappresentano settori dove la contrattazione collettiva è forte vedono più rischi nel Sml e non lo ritengono una priorità. Ma non è il momento di pesare le tessere, è il momento di parlare a chi non è rappresentato. Poi, in soldoni, quando si parla di possibilità di danni del Sml per la contrattazione si parla del settore metalmeccanico e chimico, negli altri nel peggiore dei casi non succede niente. 

C’è la possibilità di tenere insieme tutti questi pezzi, anche perché la paura per la fuga dalla contrattazione collettiva c’è già. Ci sono aziende che la evitano per sottopagare, altre che ne escono per motivi diversi, come Fiat e Luxottica. Comunque io non ho la sfera di cristallo ma credo che i danni sarebbero comunque inferiori ai possibili vantaggi. E neanche lo stallo è a rischio zero, anzi…

Cavani: Intervengo per riportare il punto di vista di chi, come noi in Acta e Redacta, prova a creare un’organizzazione da zero in ambiti scoperti dalla contrattazione. Che gli sforzi siano di volontariato o meno, la disponibilità di tempo delle persone è una variabile fondamentale e, ancor di più in settori in cui si lavora a cottimo, questa è direttamente collegata ai compensi. Dunque con un Sml di riferimento capace di alzare le retribuzioni si libererebbe più tempo da dedicare a mobilitazione e rappresentanza con cui si potrebbe arrivare a conquiste più sostanziali.

Scacchetti: Tutta questa discussione ha a che fare con la storia delle organizzazioni tradizionali, che hanno avuto l’apice della propria autorevolezza in epoche in cui il lavoro era configurato in un modo ben preciso. La sfida è mantenere intatto il nostro sistema valoriale rappresentando fasce che non stanno nel sistema fordista. Una questione enorme, di come si evolve la rappresentanza.

Tuttavia, la forza contrattuale non dipende solo dal livello di partecipazione, ma anche da come è costruito il mercato del lavoro. Noi non siamo sempre più forti negli ambiti dove abbiamo una percentuale maggiore di iscritti, ma anche in ambiti dove c’è una storia di relazioni sindacali, mentre nei settori nuovi ci manca riconoscibilità. È un tema in cui si è sempre in ritardo rispetto alle urgenze, ma abbiamo lavorato tanto e abbiamo portato a casa qualche risultato. 

Ma è vero che a volte siamo tarati sul modello industrialista, e questo non è sempre negativo, uno dei nostri obiettivi è rilanciare l’industria… Ma è vero che ci sono modelli sindacali diversi ma non meno forti o riconoscibili. Sul tema mi interrogo molto. 

Concordo che i tempi siano maturi per fare questo salto. Penso ad alcune campagne che abbiamo fatto in questi anni, anche sul lavoro autonomo. Abbiamo accompagnato altre associazioni sul tema dell’equo compenso, per il lavoro autonomo che, a livello di necessità di tutele, ha caratteristiche di dipendenza. 

Parlavate di tirocini: dovrebbero essere un modello di formazione ma stanno cannibalizzando l’ingresso nel mondo del lavoro e vengono spesso usati in modo improprio. Se quello è il livello, se la concorrenza è giocata sul non riconoscere il lavoro come tale, è tutto molto difficile. Insomma la questione salariale ha molti aspetti che interrogano il sindacato e credo che dobbiamo essere aperti a queste discussioni.

Soru: Possiamo concludere che la Cgil non è contraria a Sml?

Scacchetti: Dipende Anna, se ci viene fatta una proposta di Sml che è contraria alla contrattazione…. Capisco la sollecitazione, veramente, su questi argomenti non sono sempre maggioritaria in Cgil. Sono d’accordo che dobbiamo affrontare i temi che stiamo discutendo. Se la domanda è se sono favorevole a una regolazione della rappresentanza e della rappresentatività e, legato a questo, il rafforzamento della contrattazione, allora la risposta è affermativa. Ma la domanda messa così è un po’ troppo semplificata e la risposta non può esserlo allo stesso modo. Me la cavo così!

Soru: Allora provo a riformulare: possiamo dire che la Cgil non è contraria in linea di principio al Sml se questa misura è accompagnata da altri strumenti di rafforzamento della contrattazione?

Scacchetti: Sì, così lo puoi dire.

Soru: Mi sembra un bel passo avanti, fino a qualche anno fa la posizione era diversa.

Scacchetti: Diciamo che è una discussione a cui, se è impostata così, l’organizzazione non si deve sottrarre. D’altra parte può venire un altro che in Cgil ha una storia diversa dalla mia e rispondere di no, perché vede solo i rischi. Se il disegno di legge Catalfo fosse andato avanti sarei stata una di quelle che, nell’organizzazione, avrebbe fatto una riflessione sul sostenerlo.

Soru: La Cgil fa proposte su tutto, ne ha fatte anche sul lavoro autonomo quando ne sapevate molto poco, perché non la fate qui? C’è il rischio che il Sml vi cada sulla testa… 

Scacchetti: Allora il tuo ragionamento è un altro: visto che c’è una discussione sul Sml la 

Cgil deve fare una proposta. Ma visto che questa discussione non c’è, nel senso che ce ne sono centoquaranta diverse… 

Se mi chiedi le dieci priorità della Cgil, il salario minimo non c’è, noi ne vediamo altre. Ma se il dibattito individua alcune proposte che stanno in quell’alveo io credo che, se non è uno strumento di opposizione alla contrattazione collettiva, la Cgil deve sfidare anche se stessa e la propria capacità di fare contrattazione su questi temi. La contrattazione non è che la facciamo da soli…

Soru: Capisco benissimo, siete voi che decidete le vostre priorità. Quello che posso dire da osservatrice esterna è che la posizione sul Sml del sindacato è sempre meno capita. Molti, tra cui noi, non riescono a capire.

Scacchetti: Di questo sono consapevole, per questo credo che i dibattiti servano, perché quando lo schema è sei contro / sei a favore è davvero difficile rispondere se si vuole affrontare la complessità in cui ci troviamo. Se mi chiedi: sei d’accordo che la gente non possa lavorare per meno di 4, 5, 6, anche 7-8 euro/ora viste le condizioni di alcuni… sono d’accordo. Ma la risposta è solo l’introduzione del Sml? Forse, ma io dubito che la risposta sia solo questa, perché non ce lo daranno gratis… nella dinamica della relazione negoziale non è a costo zero. C’è sempre un datore di lavoro che lo deve dare. 

Sarei un po’ cauta. Non posso dire sono a favore del Sml anche perché ci sono tanti modi per farlo, in Europa se ne trovano di ogni tipo. Per me i minimi contrattuali erga omnes possono essere un Sml. Poi, se alcuni di questi sono troppo bassi affrontiamo questo tema e capiamo il perché, ma è un altro tema.  

La lettura che proponi tu: la gente non capisce la posizione della Cgil sul Sml, sembra voglia dire che la gente crede che non vogliamo aumentare i salari o riconoscere un salario dignitoso. Il rischio è che si faccia questa associazione, e così non è.

Soru: La lettura non è solo questa, quanto che la Cgil pensa a proteggere il suo ruolo e non i lavoratori.

Scacchetti: Su questo la tranquillità non ce l’ho, un ruolo lo riesci a difendere se lo riesci ad agire. La condizione di bassi salari, lavoro povero, svilito, non è la migliore per fare i sindacalisti. Se devo difendere un sistema per difenderlo non difendo questo… Poi sulle implicazioni dei cambiamenti c’è il dibattito che abbiamo fatto finora.

Garnero: Interessante questo ultimo scambio. Sono emersi gli equilibri in gioco. Voglio essere ottimista, qualche anno fa la risposta del sindacato non sarebbe stata questa. Non sembra ma il magma sotto la superficie si muove, diciamo così… Il problema è solo quanto tempo c’è da aspettare, è stato così anche in altri paesi e dunque questo non mi stupisce. Il dibattito si sta evolvendo, siamo partiti da posizioni molto semplici come “il Sml deve essere una determinata cifra, 7, 8 o 9 euro e basta” mentre oggi, mi ci metto io per primo, abbiamo una posizione più elaborata. Quindi vedo degli avanzamenti. Certo chi oggi lavora in un settore in cui è pagato 3 euro all’ora di questi avanzamenti intellettuali non se ne fa niente, però guardiamo al bicchiere… un quarto pieno: il dibattito non è fermo a dieci anni fa.

Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi

Emanuele Caon

Rosella Franconi: è biologa e si occupa di biotecnologie, negli ultimi anni ha lavorato allo sviluppo di vaccini sperimentali con nuove piattaforme tecnologiche; per quest’ultimo motivo ha avuto modo di conoscere da vicino la ricerca scientifica cubana. L’intervista risale al 22 aprile 2021.

Come sei entrata in contatto con la ricerca scientifica cubana? Quali sono state le tue prime impressioni?

Per spiegarti le mie prime impressioni devo partire dal senso di frustrazione che spesso prova il ricercatore pubblico in Italia. Qualche anno fa, in collaborazione con ricercatori di un altro ente pubblico, abbiamo sviluppato un vaccino terapeutico contro i tumori causati dal papillomavirus umano (Hpv). Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funzionava e poi lo abbiamo brevettato, questo era il massimo che potevamo fare. Il successivo sviluppo sarebbe stato fare i trial clinici e trovare un’industria interessata alla produzione. Noi abbiamo fatto mille presentazioni, ma arrivavamo sempre allo stesso punto morto, e cioè l’industria di turno ci chiedeva se avevamo fatto i trial clinici che ovviamente non potevamo aver fatto.

Perché no?

Per fare i test clinici avremmo dovuto trovare qualcuno che mettesse a disposizione qualche milione di euro, impossibile. Questo ha generato un senso di forte impotenza, mi sono chiesta, ma come? Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funziona, ora si tratta di verificare se può andare bene per l’essere umano e proprio su questo arriva l’ostacolo del mercato. Io lì ho pensato di aver sbagliato tutto, avrei dovuto fare altro. Per dirti, sarebbe stato più facile e più remunerativo mettersi a sviluppare integratori alimentari. Proprio in quel momento conobbi Cuba. Era il 2004, durante un congresso in Francia incontrai alcuni ricercatori cubani. In seguito ho scoperto che a Cuba non c’è l’industria farmaceutica privata e il brevetto è statale (come quello da noi sviluppato), in questo senso lo intendono come collettivo. A Cuba infatti c’è un’impostazione sociale, ossia la scienza è finalizzata al bene pubblico; si parte sempre dalle esigenze sociali anche per fare ricerca. 

Credo che per mezzo mondo scoprire che Cuba stava approntando un suo vaccino sia stato quasi uno shock. Insomma, è un’isola con undici milioni di abitanti. E poi sono i Paesi sviluppati che producono conoscenza, no? 

Guarda io questo shock (molto positivo!) l’ho avuto anni fa, mi sono proprio chiesta: ma come fanno? Allora insieme ad Angelo Baracca ho ricostruito la storia e il ruolo della ricerca cubana. Tutto inizia con la Rivoluzione. I cubani hanno avuto un intellettuale importantissimo, José Marti (1853-1895), che spiegava che il presupposto per essere liberi è proprio quello di essere colti, nel senso che la conoscenza è un prerequisito fondamentale per rendersi indipendenti. Quindi con la Rivoluzione viene presa di petto la questione culturale, si combatte l’analfabetismo, le caserme vengono trasformate in scuole. Si intuisce che la scuola e la sanità pubbliche sono fondamentali, e si dà enfasi alla ricerca e allo sviluppo scientifico. Pensa che Fidel Castro dirà già nel 1960 che il futuro di Cuba dovrà essere un futuro di uomini (e donne!) di scienza. Il problema è che nel 1962 arriva l’embargo e diventa subito chiaro che Cuba deve essere indipendente, che poi significa che per avere una vera sanità pubblica è necessario dotarsi di una propria industria farmaceutica. 

Quindi l’educazione, la salute, la ricerca vengono messe insieme, coordinate perché siano al servizio dei bisogni del popolo cubano, e attorno a questo progetto si mobilita tutta la società. Nel primo decennio della Rivoluzione sostanzialmente si preparano le basi per costruire un popolo di pensatori e scienziati.

Nel campo della fisica Cuba ha avuto l’appoggio dell’Urss, lì andavano a formarsi gli studenti cubani; però l’Unione Sovietica era arretrata nel campo delle biotecnologie. Anche in questo caso i cubani sono originali, perché senza farsi troppi problemi iniziano a collaborare con altre nazioni, infatti tanti ricercatori andranno a studiare e a formarsi in Paesi come la Francia, l’Italia ecc. cioè nel campo avversario, quello del blocco capitalista.

Cuba quindi entra fin da subito nel settore delle biotecnologie grazie a un’intuizione di Fidel sull’interferone, che all’epoca era considerato una molecola antitumorale. Fidel prende contatto con Kari Cantell, colui che in Finlandia aveva sviluppato il modo di produrlo, e gli chiede di poter mandare lì un gruppo di ricercatori cubani. In soli due mesi i cubani riusciranno a riprodurre autonomamente il processo per la sintesi dell’interferone (era il 1981); in quel periodo a Cuba ci fu un’epidemia di dengue emorragica. I medici decidono di applicare questa molecola per controllare l’epidemia, mentre tutto il mondo la stava usando contro il cancro. Iniziarono successivamente a produrre interferone ricombinante con le tecniche dell’ingegneria genetica, e intorno a questa molecola i cubani fanno palestra, sia come farmaco sia come occasione di mettere in piedi un’impresa di Stato ad alta tecnologia. E mentre nel mondo le biotecnologie sono nate come occasione per fare profitto, a Cuba sono un modello alternativo. Ancora oggi i ricercatori cubani lavorano a ciclo chiuso, cioè il ricercatore ha l’idea, sviluppa la molecola e poi la si produce, anche a fini di esportazione.

Fammi un esempio concreto di come funziona l’intero ciclo.

Prendiamo il caso di un vaccino, innanzitutto si decide che tipo di vaccino sviluppare, lo si sperimenta per verificare che sugli animali funziona, poi bisogna produrlo su larga scala per fare i trial clinici con l’approvazione degli enti regolatori cubani. Prima però si brevettano le molecole, pure all’estero, mica solo a Cuba, questo per difendere le invenzioni cubane. Poi c’è la fase di esportazione, ma solo se le dosi non servono a Cuba. Perché per Cuba il mercato è quello esterno, non quello interno. Queste fasi negli ultimi anni sono state organizzate in una struttura superiore che è quella di BioCubaFarma, l’industria di Stato ad alta tecnologia, che è l’unione di istituti di ricerca (per esempio, il Centro di ingegneria genetica e biotecnologie, Cigb, con il suo impianto di produzione interna) e industria farmaceutica. Questa struttura è quella che cura tutti i rapporti commerciali con l’estero. Cuba punta quindi a sviluppare un’industria di Stato ad alta tecnologia anche con appoggi esterni, insomma poi ci sono le fabbriche pure in Cina e Vietnam. 

Tu mi descrivi un sistema molto coeso, gestito dallo Stato, in cui si studiano i bisogni, si stabiliscono degli obiettivi e poi si perseguono. La popolazione però alla fine ha veramente accesso a una sanità di qualità?

Ti do un po’ di numeri. Tieni a mente che Cuba ha una popolazione di undici milioni di abitanti. Dall’inizio della pandemia al 21 aprile 2021, se noi prendiamo i casi di Covid-19 confermati Cuba aveva 95.000 casi, l’Italia 3.891.000; i morti: Cuba 538, l’Italia 117.633. Guardiamo il tasso di mortalità, su 100 infetti l’Italia ha cinque volte più morti di Cuba. Oppure a Cuba i morti sono 4,75 su 100.000 abitanti contro i nostri 195,09, quindi abbiamo circa quarantuno volte i morti di Cuba. 

Come lo spieghi?

Per i dati che ti ho citato ancora non si vedevano gli effetti del vaccino, quindi lasciamo stare questo discorso, anche se in Italia non abbiamo pensato ad altro. Constatiamo che Cuba è tra i Paesi che meglio hanno difeso la popolazione, questo perché Cuba ha un medico ogni 122 abitanti, noi ne abbiamo uno ogni 1.132 abitanti. 

Il Sistema sanitario cubano si basa su tre livelli amministrativi e tre di servizio: nazionale, provinciale, municipale. Il livello di base, quello municipale, è costituito da consultori con medici e infermieri attivi 24h/24h che provvedono a circa l’80% dei problemi di salute. Poi al secondo livello abbiamo gli ospedali provinciali che coprono il 15% dei problemi di salute, quindi il loro bacino d’utenza è di qualche migliaio di persone. Avere una buona medicina del territorio significa che ci sono gli ambulatori che in qualsiasi ora del giorno ti accolgono con i loro medici e i loro infermieri. Inoltre, l’infermiere viene dalla comunità, si tratta di una persona che conosce la gente ed è il riferimento per tutti. Aggiungici pure che il medico vive spesso sopra l’ambulatorio. Inoltre, i medici fanno regolarmente visite a casa dei pazienti.

Durante la pandemia 28.000 studenti e studentesse di medicina hanno visitato la popolazione nelle case per capire se stava bene e se c’erano casi da segnalare. Quando riscontravano pazienti con episodi di febbre o infezioni respiratorie li segnalavano, li ricoveravano e poi iniziava subito il tracciamento. Insomma questo insieme di medici, infermieri, studenti ha il compito di sostenere un sistema di vigilanza attiva, la prevenzione è possibile proprio perché la medicina del territorio funziona.

Di nuovo vorrei tornare sul ruolo dello Stato. La medicina del territorio è efficiente, ma rispetto al piano locale che ruolo ha lo Stato?

Lo Stato è presente e organizzato, i medici sono stati avvisati e coordinati quando a Cuba ancora non c’era stato ancora il primo caso di Covid-19. I medici specialisti per ogni provincia sono stati selezionati e formati perché poi tornassero sul territorio a formare gli altri medici. Penso a come invece è andata da noi la comunicazione; io, che pure sono del campo, ho davvero dovuto faticare perché all’inizio non si capiva nulla. A Cuba invece anche la comunicazione è stata gestita con rigore, poi certo i cubani stessi sono un popolo abituato alle epidemie. La stessa BioCubaFarma si è riconvertita a produrre mascherine e a riparare ventilatori, c’è stato uno sforzo collettivo di riorganizzazione. Gli stessi dirigenti sono stati mandati negli ambulatori di base per supportare il territorio. 

In Italia fino a un certo punto sembrava che nessuno sapesse quel che si doveva fare, infatti arrivavano tantissime informazioni contrastanti. Cuba ha avuto gli stessi problemi?

A difesa dell’Italia potremmo dire che nemmeno l’Oms è riuscita a dare delle linee guida chiare. Cuba però ha avuto sicuramente un approccio originale. Innanzitutto l’industria biofarmaceutica cubana ha fatto sì che tutti farmaci di base fossero garantiti, infatti ha puntato a prevenire l’infezione nelle categorie deboli, per farlo sono stati distribuiti agli anziani e alle persone più sensibili degli integratori ad attività immunostimolante. Sappiamo che per contrastare il Covid-19 è fondamentale il buon funzionamento del sistema immunitario, qui Cuba si è giocata la sua grande esperienza. Cuba infatti ha un vaccino terapeutico contro il tumore al polmone che è basato proprio su l’immunoterapia, i cubani sono stati tra i primi a sviluppare questo approccio, e cioè di attivare la risposta immunitaria dell’organismo contro i tumori e contro le malattie infettive. 

Tornando al Covid-19, al di là della prevenzione, Cuba ha provato a utilizzare sostanze antivirali, somministrandole nella prima fase dell’infezione, qui ritorna in gioco l’interferone. Se l’infezione nel paziente proseguiva, i medici utilizzavano degli anticorpi, sempre di produzione nazionale. Non l’ho detto prima, ma tutto ciò si capisce meglio se si pensa che Cuba ha ricevuto diverse medaglie d’oro per i suoi prodotti farmaceutici, una l’ha presa nel 2015 per l’anticorpo monoclonale utilizzato nel trattamento della psoriasi che è una malattia autoimmune. Questo anticorpo è stato utilizzato anche per la tempesta di citochine che si ha nel Covid-19. Ci sarebbero poi tante altre molecole da citare, ma questo esempio è utile per riuscire a capire come è stata impostata la prevenzione. Si è lavorato molto sia sui meccanismi di contorno all’infezione del virus, sia nello stimolo della risposta del sistema immunitario, questa doppia azione ha sicuramente ridotto molto la mortalità. 

Veniamo ora ai vaccini.

I vaccini (o meglio, finché non approvati, sarebbe meglio dire: candidati vaccinali) sono stati sviluppati da due istituti, uno è l’Istituto Finlay che, storicamente, si occupa di vaccini tradizionali. Però collaborando con il centro di immunologia molecolare (Cim) ha fatto anche vaccini ricombinanti di nuova generazione, si è arrivati così allo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19, si chiamano Soberana. Il Soberana II è in fase avanzata (fase 3). L’altro istituto è il Cigb, già citato in precedenza, che ha sviluppato i due candidati Abdala e Mambisa, di cui il primo anche in fase 3. Questi candidati vaccinali sono presenti sul sito dell’Organizzazione Mondiale della salute (Oms).

In modo più generale possiamo dire che Cuba sta approntando vaccini proteici, piattaforme che utilizza da decine di anni e che sono già state impiegate per altri vaccini. Sono quindi tecnologie collaudate, a differenza di quelle impiegate per alcuni dei vaccini attualmente disponibili contro il Covid-19, che sono utilizzate su larga scala per la prima volta. Un vaccino proteico è quello che sta alla base di tutti i vaccini moderni, per esempio il vaccino per il papillomavirus umano o quello contro l’epatite B si basano su tecnologie di questo tipo e sono vaccini a subunità proteica. Inoltre, Cuba ha riconvertito parte dei suoi impianti per produrre vaccini contro il Covid-19, si tratta di impianti di produzione statale del Cim, che fa parte anch’esso di BioCubaFarma e messi a disposizione dell’istituto Finlay. Si tratta quindi un complesso incastro di strutture e competenze differenti che collaborano tra di loro.

Senti, da decenni ci raccontano che l’intervento statale è troppo costoso e poco efficiente. Eppure, Cuba sembra dimostrare che lo Stato può darsi un ruolo di pianificazione, progettazione e coordinamento, impiegando risorse in modo virtuoso, che anzi forse è meno dispendioso delle logiche competitive del privato.

In Italia, in piena pandemia, lo Stato ha deciso di regalare i soldi all’industria: infatti anche se si parla di vaccino italiano nei fatti l’Italia ha regalato ottanta milioni alla Reithera che è un’impresa di biotecnologie svizzera, anche se con una sede in Lazio [successivamente il finanziamento è stato bloccato dalla Corte dei Conti, N.d.R.]. E per di più per sviluppare un vaccino basato su un adenovirus, la stessa tecnologia di Astrazeneca. Tutto ciò mentre i ricercatori pubblici non hanno avuto accesso a un singolo bando per sviluppare un vaccino contro il Covid-19. Questo dovrebbe farci arrabbiare, perché i ricercatori pubblici avrebbero potuto fare quello che hanno fatto Moderna o BioNTech o altro, saremmo stati benissimo capaci di sviluppare candidati vaccinali. Lo Stato avrebbe potuto sostenere un sistema pubblico di ricerca e poi semmai andare a negoziare con il privato la fase di produzione. Io mi chiedo a cosa serva la ricerca pubblica, forse tengono i ricercatori, così, per giocare. Perché ora che il gioco si è fatto serio lo Stato non ci ha chiesto nulla, ha completamente scavalcato i suoi ricercatori. Certo è molto più semplice appaltare all’esterno, ma quando faccio il paragone con Cuba, che appunto è un Paese piccolo e povero, non posso fare a meno di sentire che in Italia i ricercatori non hanno nessun ruolo sociale.

Voglio anche citare alcuni riconoscimenti ottenuti da Cuba, servono a contraddire la classica correlazione diretta tra Pil e indicatori di salute. Save the Children nel 2010 definì Cuba il miglior Paese dove essere madre; nel 2015 l’Oms nominò Cuba come esempio, primo Paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione di Hiv e sifilide tra madre e figlio con farmaci prodotti a Cuba. Nel febbraio 2019 Bloomberg ha incluso Cuba tra i trenta Paesi più sani al mondo, più in alto di tutta l’America Latina, ma anche degli Stati Uniti e la lista potrebbe continuare. Cuba è proprio la dimostrazione del fatto che non servono risorse enormi, si tratta piuttosto di usarle bene.

Ti segnalo questi riconoscimenti anche per spiegarti che non sono invasata di Cuba, ma ci sono proprio dei dati oggettivi in grado di testimoniare il livello raggiunto dall’isola. Queste sono informazioni che sarebbe importante far conoscere alle persone, perché farsi un’idea meno artefatta di Cuba può essere uno stimolo per rivedere il nostro sistema, credo che la pandemia ce ne abbia mostrato le fragilità. Non si tratta infatti solo di riuscire a vaccinare tutta la popolazione, questa dovrebbe essere un’occasione per ripensare la nostra società, per recuperare la riforma del Sistema sanitario del 1978. 

Cuba è ben inserita in un sistema di scambi commerciali sud-sud, e lo fa soprattutto attraverso i farmaci. Come mai questa scelta? Anche alla luce del fatto che le principali case farmaceutiche mondiali sembrano poco interessate a direzionare la loro ricerca scientifica verso le urgenze dei Paesi meno ricchi, ci dicono infatti che quel mercato non è redditizio; in questo modo tante malattie restano senza una cura.

Penso che Cuba prima faccia le cose per sé e poi le venda. Per esempio, una delle cose più avanzate che hanno, un farmaco per il piede diabetico, prima ci curano i cubani poi lo vendono anche all’esterno. Anche a guardare il listino di BioCubaFarma si vede che partono dalle loro esigenze e non dal mercato. Va detto che nei Paesi ricchi non si muore più tanto per malattie infettive; abbiamo imparato a controllare l’Aids, ma non ci interessiamo più alla malaria o alla tubercolosi, sono malattie che non sembra ci riguardino. Invece Cuba ci deve fare i conti; per esempio, per l’Hiv produce i suoi biosimilari, quindi degli inibitori con cui per prima al mondo è riuscita a bloccare la trasmissione madre/figlio. Prodotti come questi in alcuni Paesi – penso a tanti stati africani – sono utilissimi, anche perché Cuba fa profitti ma direi in modo etico, vende a prezzi calmierati.

Mi dici qualcosa a proposito delle brigate mediche cubane? Tutta propaganda?

Cuba ha sviluppato la sua politica estera e parte della sua diplomazia attraverso la cooperazione medica con Paesi in via di sviluppo. Le missioni mediche internazionali sono attuate sulla base dell’art. 16 della nuova Costituzione dedicato alle relazioni internazionali basate su principi antimperialisti e in funzione dell’interesse del popolo; nella lettera g) si afferma l’impegno di Cuba nella difesa dei diritti umani. Cuba invia medici in tutto il mondo, negli ultimi 47 anni sono stati sviluppati diversi programmi. Tra questi ricordo almeno l’Operación Milagro, che ha assistito 600.000 persone con problemi di vista provenienti da 30 Paesi tra Caraibi, America Latina e Africa; tutto gratis. Un altro pilastro fondamentale della cooperazione è rappresentato dalla scuola latino americana di medicina (Escuela Latino Americana de Medicina, Elam) in cui si sono formati finora 35.000 medici provenienti da Paesi di tutto il mondo. Il patto poi è questo, che chi va a formarsi in questa scuola per diventare medico deve tornare nel proprio Paese povero a fare attività. Questa operazione è sotto attacco da tempo da parte degli Stati Uniti (e non solo), basti ricordare i tre milioni di dollari stanziati dall’agenzia dello sviluppo internazionale (la cosiddetta Usaid, US agency for international development) e destinati a progetti contro le brigate mediche di Cuba all’estero, si tratta di campagne facilmente riconoscibili come false e denigratorie. Ricordiamoci che i medici cubani sono venuti l’anno scorso in Italia, dalle testimonianze emerge l’aiuto e l’umanità che hanno portato, anche perché sapevano come affrontare una pandemia. Alcuni di loro infatti avevano lavorato in Africa contro l’ebola. Teniamo a mente che, alle regioni interessate (Piemonte e Lombardia) sono costati pochissimo, praticamente solo le spese di vitto e alloggio (circa 50 euro al giorno). Poi chiaramente è la loro diplomazia, Cuba esporta sia farmaci sia servizi medici. Per esempio Cuba dava medici al Venezuela in cambio del petrolio, ma non ne farei uno scandalo, diciamo che è un po’ il loro capitale, capitale umano però. Dopotutto non esportano bombe.

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Emanuele Caon
Disegno: Giada Peterle

Pubblichiamo una testimonianza raccolta da Emanuele Caon, redattore di Officina Primo Maggio e militante della Casetta del Popolo Berta, tra gli attivisti e le attiviste che hanno animato questo laboratorio di mutualismo a Padova: una conversazione collettiva che è anche un tentativo di trarne un bilancio provvisorio e di condividere pratiche e idee che da quell’esperienza sono sorte. L’intervista è nata a dicembre 2019, all’interno dello spazio Catai a Padova, da novembre 2017 sede della sezione locale di Potere al Popolo!.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un luogo di solidarietà e organizzazione popolare. Lo spazio ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico. Il 12 settembre 2019 lo stabile è stato sgomberato.

Un’occupazione non nasce mai dal nulla; che cosa c’è alle spalle di Berta?

Il nostro collettivo, ovviamente, non nasce con Berta: da più di tre anni portiamo avanti il Catai, uno spazio politico e culturale situato nel centro di Padova, città universitaria, e frequentato soprattutto da giovani, in larga parte studenti, per rispondere a bisogni di riflessione, aggregazione e politicizzazione. Il Catai era ed è necessario, ma non sufficiente: per incidere davvero non è possibile limitarsi al contesto studentesco, che pure è fondamentale e che abbiamo sempre cercato di connettere con tutti gli altri ambiti della vita sociale e cittadina. Per la sua collocazione nel centro storico della città e per la composizione di chi lo frequenta, in Catai le attività mutualistiche (uno sportello contro lo sfruttamento sul lavoro, uno di supporto a migranti e richiedenti asilo, un’aula studio) hanno di fatto avuto un ruolo secondario, proprio nel momento stesso in cui ci facevano comprendere la loro importanza in termini generali e ci imponevano l’urgenza di un salto di qualità.

Perché avete scelto proprio il quartiere 2 Nord, comunemente chiamato Arcella?

La Casetta del Popolo Berta si trovava in Arcella, quartiere popoloso e multietnico di Padova, per molti solo un dormitorio. La riflessione che ci ha portati qui (nonostante lo sgombero, non abbiamo smesso le attività) è quasi banale: il nostro soggetto di riferimento vive qui. Chi fa fatica ad arrivare a fine mese, chi fa turni su turni anche i giorni festivi, chi è in cerca di lavoro, chi studia e lavora, nuovi proletari, famiglie immigrate, noi stessi: la classe lavoratrice vive qui, ed è qui che dobbiamo stare.

La Casetta del Popolo Berta nasce in questo contesto, proprio per inserirsi nelle sue contraddizioni e aprire altri orizzonti di vita e socialità. Una Casa del Popolo, uno spazio sociale, è infatti un luogo dove sperimentare forme dello stare assieme che creino comunità contro l’isolamento, che facciano leva sulla cooperazione anziché sulla competizione, che utilizzino ogni mezzo a disposizione per rispondere concretamente ai problemi creati da un sistema fondato sul profitto privato e lo sfruttamento – denunciandoli per quello che sono.

Un’occupazione solleva sempre polemiche, espone a molte critiche e rischia di allontanare una fetta del consenso dalle pratiche che si mettono in campo. Perché occupare?

Occupare per noi non è un fine in sé, bensì un mezzo come tanti altri, da impiegare a seconda delle condizioni in cui ci si trova ad agire. Abbiamo occupato e restituito al quartiere (dopo averlo lungamente e invano chiesto in affitto) uno stabile abbandonato di proprietà dell’ateR e destinato alla vendita: l’occupazione nel nostro caso è un modo per sollevare un nodo politico, ossia la gestione aziendalistica e speculativa del patrimonio edilizio pubblico da parte dell’ente regionale che gestisce le case popolari in Veneto, commissariato per anni e legato in modo clientelare alla Lega.

Spesso il Nordest è raccontato (e si racconta) come una zona produttiva e competitiva, in fin dei conti ricca. Non stona quindi il mutualismo nel bel mezzo del “ricco” Nordest?

Alla luce dei quattro mesi di occupazione, crediamo che il mutualismo abbia senso e valore anche qui. Centinaia di persone sono passate alla Casetta del Popolo, prendendo parte alle diverse attività. E non tanto a quelle culturali, che comunque ne costituivano la parte più piccola, ma soprattutto a quelle mutualistiche.

Dalla prima settimana di occupazione abbiamo attivato:

  • doposcuola, due ore e mezzo per tre pomeriggi a settimana. Al termine dell’anno scolastico risultavano iscritti cinquanta bambini/e e ragazzi/e di elementari e medie, con una frequenza media di venti-venticinque presenze per incontro;
  • sportello psicologico, una volta a settimana. Con la collaborazione di due giovani psicoterapeuti che lavorano nel quartiere abbiamo aperto uno spazio di ascolto, indirizzamento e aiuto psicologico, che è stato frequentato fin dal primo giorno. Lo sportello collaborava anche con alcune cooperative sociali attive nella zona, non aveva quindi l’intenzione di sostituirsi ai servizi esistenti, ma voleva rappresentare piuttosto un punto di osservazione ed elaborazione indipendente, estraneo a ogni logica reificante, disumanizzante e mercificante in tema di salute mentale;
  • distribuzione frutta/verdura e vestiti. Recuperiamo frutta e verdura che al mercato ortofrutticolo verrebbero altrimenti buttate e  allestiamo un banchetto, affiancandolo a uno di indumenti usati. Chiunque passi può prendere ciò che vuole lasciando un’offerta anche simbolica. L’afflusso è variabile ma sempre positivo, alle volte riusciamo a restituire il carico di due macchine. Questa attività continua anche ora;
  • pranzo sociale. Per favorire la vita comunitaria, abbiamo organizzato pranzi popolari cui hanno partecipato fino a cinquanta persone per volta. Il pranzo è un momento di convivialità ma anche di discussione, fondamentale per conoscersi ed entrare in contatto con chi, nel quartiere, cerca forme  di socialità alternativa ed è disponibile a costruirne di nuove. Siamo talmente convinti dell’utilità dello stare insieme che abbiamo allestito anche merende per i bambini e una vera e propria sagra per tutti, con tanto di giochi;
  • sportelli sociali, una volta a settimana ciascuno. Era attivo uno sportello per le problematiche sul lavoro (lettura busta paga, informazioni su contratto e diritti ecc.) e uno per le problematiche del quartiere, che ha visto alcuni accessi soprattutto in tema di sfratti e altre questioni abitative;
  • corsi vari, in base alla disponibilità di persone competenti, abbiamo organizzato un corso di yoga e uno di spagnolo;
  • sportello di salute popolare. Lo sportello è gestito da qualche membro del collettivo insieme a giovani dottori/esse o infermieri/e volontari/e. Svolge funzioni di indirizzamento e orientamento ai servizi presenti sul territorio, di confronto e prevenzione sui temi legati alla salute e all’accesso alle cure, di monitoraggio e inchiesta sui servizi sanitari disponibili. Periodicamente, organizza anche giornate di screening medico di base in vari luoghi del quartiere: alla prima di queste giornate sono passate novanta persone, consentendo un ampio dialogo;
  • corsi di italiano per stranieri sei volte a settimana. Sono stati attivati sei corsi estivi di italiano che hanno avuto luogo in molti momenti diversi, ai quali partecipavano in totale circa quaranta persone non madrelingua, seguite da dieci volontari;
  • attività culturali e politiche: naturalmente anche le attività di discussione politica e culturale hanno avuto la propria parte. Abbiamo ospitato le figlie di Berta Cáceres (attivista honduregna uccisa nel 2016, cui la Casetta è intitolata), dialogato con una delle autrici del volume Femminismo per il 99%[1], discusso collettivamente con lavoratori e lavoratrici di diversi settori, organizzato eventi musicali aperti al quartiere. Una sera a settimana, inoltre, proiettavamo un film – anch’esso gratuitamente, come ogni altra cosa.

Con qualche nostro stupore, nessuna di queste attività è andata male. Nessuno sportello senza utenti – anche quando mal pubblicizzato per difficoltà organizzative –, nessun evento deserto. Rispetto al senso di proporre attività mutualistiche nel Nordest, ci sembra che questo breve resoconto sia sufficiente ad affermarne la potenzialità.

Disegno: Giada Peterle

Chi ha frequentato la Casetta del Popolo Berta? Inoltre, qualcuno vi ha aiutato o il gruppo iniziale si occupato di tutta la gestione delle varie attività? Innanzitutto, alle attività mutualistiche la presenza di persone di origine straniera è solitamente maggiore, in percentuale, rispetto a molti altri contesti cittadini. Le ragioni naturalmente sono varie: si tratta di abitanti del quartiere che come reddito si collocano nelle fasce medio-bassa o bassa, di coloro che più soffrono discriminazioni e barriere sociali (troppo spesso anche istituzionali), e che maggiormente ricercano spazi di socialità per aprire le proprie reti relazionali. D’altra parte, per scalfire l’individualismo connaturato alla società veneta ci sarà bisogno di molto lavoro, e questo è uno dei nostri obiettivi. A esso se ne affianca un altro forse ancor più decisivo: rispondere alla xenofobia e alla guerra tra poveri attraverso lo stare fianco a fianco e l’unirsi intorno a comuni bisogni sociali di persone di nazionalità e origini diverse.

A dare la disponibilità come volontari/e, invece, sono soprattutto giovani studenti/esse e lavoratori/trici di origine italiana, provenienti però in gran parte da fuori provincia. Insieme agli immigrati internazionali sono coloro che hanno meno legami storici con la città e meno reti famigliari, ma dispongono spesso di grandi risorse intellettuali e materiali (specializzazione in un certo campo, professionalità tecnica o artigianale, maggior tempo libero a disposizione, esperienze di ricerca, lavoro o attivismo in altri contesti).

Evidentemente ciò comporta, da una parte, il rischio di chiudersi in cerchie semi-isolate e incapaci di relazionarsi effettivamente con la realtà locale, dall’altra, però, ci sono le potenzialità racchiuse nell’incontro con persone di grande valore pronte a investire tempo ed energie in un progetto condiviso.

Quindi non è stato il gruppo che ha dato vita a Berta a gestire tutte le attività, ma avete chiesto aiuto…

Nessuna delle attività in essere, e tanto meno tutte insieme, sarebbe stata possibile senza che molte altre persone si aggiungessero al gruppo che ha inizialmente dato vita alla Casetta. Ogni attività ha infatti necessità umane, tecniche e logistiche: per il doposcuola non basta una persona, per gli sportelli servono medici, giuristi, psicologi ecc. La risposta in termini di attivazione spontanea e disponibilità a contribuire è uno dei dati più positivi ed essenziali di questa esperienza. È fondamentale tenerne conto sia in quanto è parte integrante del suo senso complessivo, sia poiché troppo spesso – lo diciamo per esperienza diretta – si corre il rischio di non provare neanche ad avviare alcune iniziative perché “mancano le forze”: mai sottovalutare la generosità di chi si riconosce in una prospettiva comune.

Ci sembra particolarmente importante notare come le persone contribuiscano con entusiasmo soprattutto quando è chiaro che cosa possono fare: abbiamo organizzato incontri specifici per ogni attività, preceduti da chiamate per volontari, nei quali era indicato con chiarezza che tipo di contributo era richiesto e a quale scopo. I riscontri hanno superato ogni nostra aspettativa: basta ricordare che gli sportelli medico e psicologico sono potuti partire solo grazie a contributi esterni, dato che fra noi non ci sono né medici né psicoterapeuti formati.

Le attività che avete descritto sembrano rispondere a una logica assistenziale, molto simile al volontariato. Se sull’utilità concreta di queste pratiche non ci sono dubbi, viene però da chiedersi quale sia la loro potenzialità in termini politici.

Disegno: Giada Peterle

Le attività di mutualismo hanno una doppia caratteristica, di fine ma anche di mezzo. Di fine perché rispondono a bisogni concreti, aiutando a migliorare la vita quotidiana delle persone, che possono inoltre incontrarsi, riconoscersi in ciò che ci unisce e affratella, scoprire la forza dell’agire collettivo. Si tratta quindi di un processo di presa di coscienza politica e di costruzione di un potere e un controllo popolari. Ciò vale tanto per chi si rivolge alle attività che la Casa del Popolo organizza, quanto per chi le rende possibili: questa reciprocità costituisce uno spazio di uso comune, la base di una reale comunità e la caratteristica principale di un’autogestione o autogoverno. Di mezzo perché ogni attività mutualistica è un formidabile strumento di conoscenza e politicizzazione: attraverso ognuna di esse – dagli sportelli, ai corsi, ai momenti di socialità – stiamo conoscendo il territorio sempre più a fondo nelle sue problematiche, nei suoi punti di forza e di debolezza dal punto di vista delle classi popolari. Detto altrimenti, mutualismo è anche inchiesta: comprensione della realtà e capacità di individuare i punti critici (e le proposte) intorno a cui organizzare denunce, rivendicazioni e lotte più complessive. Proprio in questo senso, stiamo costruendo un’indagine sulle condizioni di vita e di lavoro da rivolgere al quartiere attraverso questionari e iniziative pubbliche, con l’obiettivo di integrare e sistematizzare le conoscenze raccolte con tutte le attività e, inoltre, di raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

Rispetto alla domanda se sia possibile dare a queste attività un carattere politico più generale, la sola risposta adeguata è quella che si mostra nella pratica, alla prova dei fatti, ed è per questo che gli obiettivi non possono rimanere nel vago, bensì devono essere concreti e messi a verifica. Tentiamo dunque di far sì che ciascuna attività abbia una propria progettualità che tenga in considerazione la dimensione collettiva complessiva, e che ogni singola/o volontaria/o (e tendenzialmente ogni persona che frequenta la Casetta del Popolo) sia consapevole del progetto nella sua interezza e con il tempo possa contribuire direttamente alla sua gestione e direzione. I segnali erano buoni, ma lo sgombero è giunto troppo presto: la risposta definitiva rimane aperta, da costruire giorno per giorno.

Il Catai, a vederlo da fuori, sembra aderire alle logiche del movimento: aggregazione giovanile, autoformazione, mobilitazioni. La Casetta del Popolo stravolge questa immagine. Qual è la strategia politica che vi guida?

In Veneto le destre hanno un dominio ideologico e politico fortissimo, nella regione non esiste alcuna opposizione politica istituzionale a questa egemonia. La sinistra radicale è disorientata e impegnata tutt’al più a sopravvivere, ciò anche per via della mancanza di grandi mobilitazioni e, nel caso dei partiti, di una crisi che ha radici lontane. In questo scenario ci pare necessario elaborare e sperimentare una diversa prassi politica, né politicista né esclusivamente movimentista, che immagini la propria azione a partire dal problema del radicamento nei territori e nei bisogni della classe lavoratrice.

Perché usare questo lessico? Perché coglie nel segno: chi sostiene la società sono le lavoratrici e i lavoratori: per se stessi, per i propri figli e per i propri genitori. Noi dobbiamo fornire delle risposte verosimili e verificabili che partano da qui e che misurino la propria tenuta e credibilità con il metro di chi, per vivere, deve lavorare. Non c’è altro modo per contribuire all’affermarsi di un’alternativa alla falsa contrapposizione che caratterizza questa fase storica, quella tra capitalismo neoliberista “progressista” (la dittatura dei mercati finanziari condita però con politiche centrate sui diritti civili e con un antifascismo di facciata) e capitalismo neoliberista reazionario (la finta opposizione alla dittatura dei mercati finanziari imperniata su nazionalismo, razzismo, sessismo).

L’alternativa però non basta immaginarla, cosa di per sé già complessa. Bisogna produrla, almeno in parte, nelle cose. Bisogna costruire degli spazi, anche minimi, in cui siano visibili e tangibili anticipazioni di un altro modo di vivere e gestire le cose, a confronto con cui le forme di socialità individualiste e competitive – in cui il nemico del povero è il più povero – si rivelino come parziali e storiche. Se una cosa è storica vuol dire che è prodotta dall’uomo, si può cambiare. Così, è storica la mancanza di diritti e tutele per chi lavora, ma anche le forme patriarcali e misogine della nostra società, le discriminazioni razziali: tutto si può prendere in mano e cambiare.

Per fare questo serve un’egemonia diversa, che sappia scalzare quella delle destre, così forte nella regione, ma anche nel paese. Per provarci, bisogna proporre contemporaneamente (e concretamente) azione politica, denuncia sociale, riflessione collettiva, forme di mutualismo, aggregazione, organizzazione, una cultura diversa e modi nuovi di relazione fra le persone. Tutto assieme, non si scappa.

Il Catai ha aderito fin da subito a Potere al Popolo!, perché costruire quello che si mostra anche come un partito?

La Casetta del Popolo Berta può pensare nella direzione che abbiamo descritto perché non è e non si concepisce come una singola esperienza, come un’isola felice in Arcella, ma nasce all’interno di una progettualità politica più ampia, che per noi prende il nome di Potere al Popolo!. Tutte le attività di cui sopra non mirano soltanto a rispondere a bisogni immediati o a creare una comunità circoscritta, ma si inseriscono in un orizzonte più complessivo e concorrono a svilupparlo, a concretizzarlo. Una prassi politica che si voglia radicale, materialista e dialettica, cioè che intenda partire dalle condizioni materiali di vita e dalle ideologie sedimentate nel senso comune per provare a cambiare il mondo, deve infatti contrastare a ogni altezza (anche istituzionale) la tendenza alla parcellizzazione e all’isolamento che vige nella società. Occorrono le sperimentazioni locali, situate e radicate, ma occorre anche un orizzonte comune che dia forza e respiro alle molte esperienze sparse nei territori più diversi, affinché a partire da molteplici esperienze di resistenza disseminate in ogni dove si possa, al momento opportuno, passare al contrattacco.

Disegno: Giada Peterle

Non pensiamo di avere alcuna verità in tasca, tranne una, che ci guida a ogni passo: «il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione». Ovvero, parafrasando questa frase di Brecht, se non fai non sai, e non fai. Proprio perché non esiste nessuna “ricetta per la rivoluzione”, l’unica possibilità è partire da un punto e mettersi alla prova. Per noi il mutualismo è proprio quel punto, un’azione politica basata sul radicamento e l’inchiesta – sul fare e il conoscere facendo – attraverso cui, a nostro parere, si può provare a tessere le fila per costruire un’altra egemonia a quella delle destre e del pensiero unico neoliberista, anche qui e ora, nel profondo Nordest leghista. Con umiltà e determinazione, senza farsi illusioni ma anche senza scoraggiarsi.

Quali vi sembrano siano state le reazioni allo sgombero? Sia istituzionali, sia dell’opinione pubblica.

La nostra esperienza era illegale, su questo i partiti e i giornali (non solo di destra) ci hanno subito incalzato. Alcuni soggetti appartenenti ai partiti della destra locale avevano immediatamente avviato una raccolta firme per chiedere lo sgombero; la giunta che governa a Padova infatti è di sinistra, formata da una coalizione tra il pD e una lista civica. La raccolta firme per loro è andata malissimo; e dopo i primi mesi istituzioni e giornali hanno dovuto riconoscere la bontà della nostra esperienza, tanto che alcuni militanti leghisti hanno commentato lo sgombero dicendo: «Finalmente ristabilito l’ordine, ora speriamo che Berta continui le sue attività nella legalità». Tutto sommato non male, se a dirlo sono personaggi che pensano che la parola sinistra valga di per sé come un insulto.

In ogni caso gli aspetti più interessanti di questa vicenda sono tre. Innanzitutto, nessun giornale ha potuto fare il solito racconto dei militanti brutti, sporchi e violenti; hanno tutti dovuto riconoscere l’utilità della nostra attività e in alcuni casi hanno persino mosso critiche all’ateR che ha tenuto chiuso uno spazio pubblico per tre anni. Nessuno ha potuto ricondurci ai soliti schemi binari per cui estrema sinistra ed estrema destra si equivalgono in quanto esterne alla società civile. Tale impressione è fissata icasticamente da un abitante del quartiere, leghista anche lui, che il giorno dello sgombero ha dichiarato ai giornali: «Ha fatto più casino la polizia stamattina che loro in quattro mesi».

Il secondo aspetto positivo è la grande solidarietà che abbiamo ricevuto subito dopo lo sgombero, le dimostrazioni di affetto e di rabbia degli stessi abitanti del quartiere. Si è visto che per loro la Casetta Berta era diventata nel tempo un punto di riferimento.

Ultimo rilievo: la stessa amministrazione comunale ha riconosciuto pubblicamente la validità della nostra iniziativa. Certo si tratta di una giunta di sinistra, che in parte ha sposato formalmente la nostra causa per motivi sia di scontro con la destra e l’ATER (leghista), sia interni alla coalizione stessa che governa a Padova; ma in parte la solidarietà è stata reale. Purtroppo non abbiamo ancora ottenuto dal Comune uno spazio e non è certo se lo otterremo o meno; però nel caso di una seconda occupazione per la giunta riuscire a ignorarci politicamente sarà una bella sfida di equilibrismo.

In ogni caso anche dopo lo sgombero non abbiamo smesso le nostre attività, e ora stiamo avviando un’inchiesta popolare nel quartiere, inchiesta che verrà fatta dagli stessi abitanti e sarà uno strumento sia di conoscenza che di organizzazione politica.


[1] C. Arruzza, T. Bhattacharya, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2019.

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Emanuele Caon

Negli ultimi decenni in Italia (ma non solo) è stata totalmente egemone la narrazione post-ideologica della società, incarnata dalle soluzioni neoliberiste, dal tramonto delle parole destra e sinistra, e dallo schema del bipolarismo partitico: due grandi formazioni politiche di centro-destra e centro-sinistra che si alternano al potere. Tale narrazione non è del tutto tramontata, ma le contraddizioni sociali esplose nell’ultimo decennio sembrano aver riabilitato le divisioni ideologiche; purtroppo a pieno favore delle destre.

A noi – che vorremmo un mondo non capitalistico, più giusto, equo e anche economicamente democratico – tutto è venuto a mancare. Non abbiamo partiti di massa di riferimento; non abbiamo un movimento che sposti gli equilibri sociali; ci mancano analisi, parole d’ordine, strutture in grado di farle circolare; se riusciamo a produrre idee e materiali non abbiamo il potere mediatico di tv, radio, giornali che le supporti e diffonda, anzi, ci appoggiamo a piattaforme che potrebbero oscurarci e farci tacere al primo conflitto: Google, Facebook, YouTube ecc.

Ci manca uno spazio di convincimento e organizzazione tale da permetterci azioni politiche – istituzionali o meno – in grado di pesare realmente. Siamo quindi ben lontani dalla possibilità di costruire un’egemonia culturale che si sostanzi in potere economico e politico in misura tale da concretizzare, se non la fuoriuscita dal capitalismo, almeno l’opportunità di assestargli qualche duro colpo che ci permetta di negoziare in modo favorevole. In questo contesto ritorna interessante una soluzione che ha il sapore dell’Ottocento: il mutualismo come pratica di solidarietà che si fa strumento di autorganizzazione politica.

Il primo problema che il mutualismo affronta è quello di canalizzare le energie in un progetto concreto capace di fornire risultati tangibili. Il mutualismo dimostra che se si offrono reali possibilità di azione ci sono molte persone disposte a impegnarsi. Si tratta di soggetti che, anche quando politicizzati, non trovano la loro dimensione in una pratica politica diretta: dalla militanza in un partito a quella in un sindacato, fino alla partecipazione   a mobilitazioni, vertenze, assemblee. Spesso però ad attivarsi nel mutualismo sono soggetti restii a riflettere in termini politici, persone a cui le parole uguaglianza, libertà, solidarietà (o antisessismo, antirazzismo, ambientalismo) risultano ideali astratti e irraggiungibili. Soggetti quindi molto lontani da un lessico in vario modo anticapitalista e a cui un’analisi della realtà basata su concetti classici come capitalismo, conflitto di classe, lotta ecc. è totalmente avulsa, se non addirittura allontanante.

Il mutualismo mostra due potenzialità nella capacità di attivare una simile soggettività depoliticizzata. Innanzitutto, prima coinvolgere e dimostrare materialmente, poi fare teoria: vieni, prova, partecipa; ecco questa è solidarietà e quella è la macelleria della competizione liberista. In secondo luogo, a contatto con pratiche quotidiane e con persone povere di coscienza politica, è la stessa sinistra che scopre di dover riformulare la sua analisi e di dover mettere a verifica la propria grammatica della realtà: questa parola la scartiamo, questo termine funziona ancora, questo va usato con moderazione. In un momento in cui tutta la sinistra – da quella più radicale a quella più moderata, e nonostante il movimento delle Sardine – si mostra in crisi, incapace di chiamare le piazze, bloccare le strade o anche solo chiedere un voto, la soluzione migliore pare quella di ripartire dalle pratiche. E quindi scegliere di rieducarci politicamente frequentando il mondo delle cose, riconfermando il vecchio adagio per cui teoria e prassi o marciano insieme o non sono efficaci, cioè utili. È un modo per ricordarci (e imparare) che non solo dobbiamo convincere e persuadere la società della validità dei nostri valori e ideali, ma anche offrire un’alternativa realistica e praticabile al dominio incontrastato del mercato.

Per evitare gli sproloqui, passiamo all’analisi di un caso concreto di mutualismo, in uno dei territory dove apparentemente sembra più difficile da realizzarsi.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un’occasione di solidarietà e organizzazione popolare. Berta si era presentato come un tentativo di intervento sociale, voluto dai militanti di Potere al Popolo! e del Catai, quest’ultimo è un luogo di aggregazione utilizzato soprattutto per attività culturali e politiche. Tale spazio è diventato poi la sede di Potere al Popolo! Padova. Berta ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico.

Mutualismo per noi significa partire dai bisogni e dalle necessità degli abitanti di un territorio e cercare di darvi una risposta collettiva, senza paternalismo né assistenzialismo. Significa darsi una mano a vicenda, riconoscendo che i problemi che ciascuno affronta nella propria vita sono comuni a molti e hanno radici sociali. Significa prendere coscienza, nella pratica, del fatto che se uniamo le forze possiamo tanto migliorare fin da subito le nostre condizioni di vita, quanto organizzarci e fare pressione dal basso perché si produca un cambiamento ai livelli più alti della società [1]

Se in Veneto la disoccupazione ha morso meno che in altre parti d’Italia, il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’impoverimento generalizzato e l’incapacità di affrontare collettivamente i problemi sono ugualmente gravi, anche per la mancanza di comunità di riferimento e riconoscimento. Il venir meno del mondo contadino e delle sue forme comunitarie ha riversato l’ideologia del fasso tutto mi nel Veneto della piccola e media impresa, lasciando spazio libero (e terreno fertile) all’individualismo più spinto e orgoglioso, con tutto il suo portato di auto-sfruttamento, auto-colpevolizzazione, solitudine, aggressività. In tempi di crisi tutto ciò presenta il conto, e se vi aggiungiamo la tendenza sempre più drastica alla privatizzazione dei servizi essenziali, sanità e trasporti in primis, otteniamo il quadro di un territorio tutt’altro che idilliaco, caratterizzato piuttosto da numerose tensioni e contraddizioni.

A oggi il dominio ideologico della Lega è pressoché incontrastato. In Veneto d’altronde l’amministrazione leghista riesce bene ad attribuire le colpe dei mali regionali a nemici esterni (meridionali, immigrati, lo Stato centrale, l’Europa dei mercati e delle banche), e contemporaneamente però si presenta come un partito apparentemente moderato, fatto di buoni amministratori (alla Luca Zaia) che si preoccupano degli interessi dei veneti e sprecano poco tempo in chiacchiere. Così facendo la Lega è riuscita a conquistarsi il consenso sia della destra, sia dei moderati – talvolta pure di sinistra.

Se la sinistra riesce ancora a governare in qualche amministrazione comunale (tendenzialmente coalizioni civiche moderate), nessuna delle sue parole d’ordine fa vacillare il feudo leghista. In questo scenario il discorso anticapitalista risulta drammaticamente marginale, non solo per la confusione con cui viene formulato, ma anche per la sostanziale assenza di strutture di trasmissione in grado di condurlo a quei soggetti che dovrebbero accoglierlo. Eppure il Veneto è anche una regione densa di associazioni, gruppi di volontari e volontarie, centri di assistenza che – pur con mille contraddizioni e spesso di area cattolica – sembrano desiderare e alludere a una società fondata su principi di uguaglianza e solidarietà. In un simile contesto un luogo di mutualismo – pur con una bandiera rossa in bella vista – si è presentato immediatamente come qualcosa di familiare e accettabile. La duplicità interessante della Casetta del popolo Berta è stata quella di offrire una possibilità di azione a coscienze in vario modo di sinistra, che hanno potuto sentirsi utili scoprendo che la loro attività era anche politica, e contemporaneamente attirare persone che mai avevano sentito parlare di conflitto con il capitale.


[1] Brano tratto dal manifesto Mutualismo a Nordest di Potere al Popolo! Padova (N.d.R).