Editoriale

Il disegno è di Arpaia

Un periodo di pandemia cambia le regole del gioco rispetto a un periodo in cui la pandemia non c’è. Il cambiamento è così forte che le parole assumono valori diversi: i termini libertà, controllo, autoritarismo, diritti mutano il loro significato perché i rapporti sociali cambiano; le relazioni tra le persone si modificano per la presa d’atto del fenomeno del contagio. Essere liberi di rifiutare un trattamento medico in tempi “normali” non è equivalente alla rivendicazione di arbitrio sul vaccinarsi o meno durante una pandemia. 

La prima misura in assoluto che qualunque governo è tenuto a adottare è quella della dichiarazione o meno dello “stato di pandemia” ed è quella spesso per cui la popolazione percepisce che i rapporti interpersonali possono alterarsi. Se a Venezia – città attrezzata per contrastare le epidemie, la prima a istituire i lazzaretti e a prevedere specifiche autorità sanitarie – la peste fu così micidiale nel 1630, fu dovuto alla dichiarazione di non esistenza del morbo da parte di un consiglio dei medici al quale il Senato diede retta malgrado la gente già morisse con i segni evidenti della peste bubbonica. 

Il Governo e i media mainstream hanno da un lato dato grande visibilità al movimento No Green Pass, favorendone l’adesione da parte dei cittadini, dall’altro lo hanno dipinto con tratti fortemente macchiettistici; spingendo sull’irrazionalità e l’irresponsabilità ne hanno fatto un pericolo pubblico, ottenendo una polarizzazione utile alla gestione del potere. Le differenze territoriali della protesta contro il Green Pass, sotto la forza di rappresentazioni stigmatizzanti, nell’opinione pubblica si sono fissate in unico fronte compatto: il movimento No Green Pass. A sinistra sono state tentate analisi più “distaccate” delle piazze e della loro composizione. In sintesi, però, chi approva le manifestazioni (o chi vi vede una speranza) tende a interpretarle come l’espressione di un accumulo di sofferenze dovute soprattutto alla condizione lavorativa (bassi salari, precariato, intensità delle prestazioni, mancanza di sicurezza, ecc.); chi le disapprova invece tende a valutarle come una pura espressione del cosiddetto movimento no-vax e delle sue paranoie.

Noi vorremmo evitare una presa di partito perché riteniamo che, nella confusione delle lingue ormai dilagante, sia assolutamente indispensabile non perdere d’occhio – e ricordare a tutti e tutte – quelle che sono le “grandi cose da cambiare”, per cui vale la pena lottare proprio oggi, in quanto il Pnrr, con la quantità di risorse di cui dispone, rappresenta forse l’ultima occasione per realizzarle. E sono, a nostro avviso, essenzialmente due: cambiare il modello di sviluppo centrato sul lavoro precario, privo di sicurezza sociale, sulla svalorizzazione delle competenze, sulla gig economy; e cambiare l’organizzazione del sistema sanitario. 

Il tema del lavoro è quello a cui siamo più sensibili, la rivista lo ha dimostrato sin dall’inizio e anche in questo numero vi abbiamo dato centralità: dalle pratiche di lotta maturate in Gkn, al terribile caso di sfruttamento di Grafica Veneta, passando per la logistica fino a una discussione sulla necessità sempre più forte di un salario minimo legale. È infatti necessario che la risvegliata conflittualità di classe degli ultimi anni, che dal settore della logistica si è estesa ad altre componenti del mondo lavorativo e che ormai ha articolato la sua battaglia anche in termini di proposta (per esempio sul mutualismo; o la proposta di legge sulle delocalizzazioni portata avanti dai lavoratori Gkn) non venga sviata dai suoi binari “sindacali” con tutto il loro accumulo di esperienze e di sapere, per correre dietro a neomisticismi di varia natura o ai contorcimenti di nuovi sciamani della geopolitica, rischi sui quali Trieste ci ha detto qualcosa. Certo, il tema del Green Pass introduce aspetti disaggreganti nel martoriato corpo sociale e pone non pochi problemi all’azione sindacale; possiamo sostenere che le piazze contro il Green Pass non siano più recuperabili, che – in altre parole – politicizzarle non basta, che non si può più intervenire per favorire uno sbocco politico che vada oltre la sola protesta.  Risulta  invece più difficile pretendere che anche nei luoghi di lavoro si metta da parte l’argomento per guardare altrove: in diversi contesti infatti si è prodotta una certa conflittualità proprio a partire dal rifiuto del Green Pass. L’intervento politico può anche tracciare delle linee, delimitare un raggio d’azione, fino a qui arrivano i miei, oltre non mi interessa: posso trattare il razzista come un nemico. L’azione sindacale invece deve fare i conti con il fatto che quel lavoratore o lavoratrice, per esempio, è anche razzista. Su questo però il Green Pass ha sollevato spaccature scomode all’interno della classe lavoratrice: che fare quando un gruppo di lavoratrici e lavoratori ti chiedono di intervenire perché rifiutando il vaccino e il tampone non possono più entrare in mensa? O si vedono costretti a casa? Un sindacalista ci diceva: «Sapete, io posso anche pensare che se uno si schianta ubriaco contro un palo sia un idiota, ma se non gli danno la malattia mica posso dirgli “Beh, ti sta bene”». I sindacati confederali hanno deciso di non relazionarsi incisivamente con questa serie di scomodi problemi (o di farlo timidamente, in ordine sparso), in parte per una presa di posizione politica rispetto alla necessità della vaccinazione (il cui obbligo per i lavoratori risale alla prima rivoluzione industriale), e in parte per mantenere un dialogo “responsabile” con il governo d’emergenza. I sindacati di base hanno provato invece a intervenire attraverso posizioni più critiche e radicali, scontrandosi poi con le loro divisioni e contraddizioni interne, venute a galla in occasione dello  sciopero unitario del sindacalismo di base dell’11 ottobre 2021.

Il secondo punto riguarda il sistema sanitario pubblico e al di là di questo la pubblica igiene intesa come insieme di comportamenti collettivi volti alla prevenzione della malattia. Per avviare una riflessione su questo aspetto, oltre ai materiali già pubblicati nei numeri precedenti, riteniamo sia utile ripercorrere l’esperienza di quel movimento di lotta per la salute, che in Italia, dagli anni Settanta in poi, ha prodotto tali e tante esperienze concrete di cui sarebbe follìa non tener conto in un momento come questo. Perché questo movimento ha potuto ottenere tanti risultati positivi? Perché ha ancorato il suo intervento all’organizzazione del lavoro, perché ha tenuto insieme in un legame strettissimo salute e lavoro. L’intervista con Benedetto Terracini, uno dei fondatori di questo movimento, già direttore della rivista Epidemiologia & Prevenzione, è la prima di una serie che intendiamo continuare. 

In questa prospettiva ci sembra che il problema non sia riducibile all’analisi della  decisione di vaccinarsi o meno, ma di interrogarsi  sull’impatto della pandemia sulle disuguaglianze sociali nel lungo termine, su quale sistema e quale organizzazione sanitaria, che tipo di operatori e di presidi sanitari ci vorranno per affrontare una situazione complessa che riguarda pazienti affetti da Covid, pazienti affetti da patologie gravi e tendenzialmente trascurati, persone con obblighi di lavoro, persone con un lavoro precario, mal pagato, oppure senza lavoro.

Finché nelle manifestazioni di protesta si butta dentro solo il disagio collettivo si va alla cieca, se invece vi si inseriscono idee orientate a una direzione politica incisiva, forse qualche risultato si porta a casa e si riesce, dal nostro punto di vista, a cambiare di segno certe pratiche politiche, che oggi sono costrette nel logorante esercizio di distanziarsi da compagni di strada non graditi.

Mutualismo a Padova. Fare Politica ai tempi del Covid.

Pubblichiamo il documentario sul mutualismo realizzato dalla redazione di Seizethetime. Il filmato non solo prova a rendere conto dell’attivazione che gruppi e organizzazioni politiche hanno messo in piedi per sostenere la popolazione, ma cerca anche di ragionare attorno alla funzione politica che può avere il mutualismo.

Cerchiamo così di osservare e dare spazio alle pratiche di mutualismo e solidarietà, in continuità con quanto fatto nel nostro primo numero:

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Riportiamo qui la presentazione al documentario scritta dalla redazione di Seizethetime.

Primavera 2020: tutto chiuso. Una grande ondata di solidarietà e di attivazione ha attraversato Padova. Singoli, gruppi, spazi, organizzazioni hanno messo a disposizione le proprie energie e risorse per provare a sostenere la popolazione, per prima cosa attraverso distribuzioni di cibo. La sinistra di movimento, in tutto questo, ha dato in città buona prova di sé, ragionando e operando attorno al concetto di mutualismo.

Il comune di Padova, assieme alla Caritas e al CSV, ha provato ad organizzare la solidarietà attorno alla rete Per Padova noi ci siamo. Alcuni hanno aderito, riconoscendo come in una situazione di crisi come quella in corso l’organizzazione e le strutture fossero essenziali. Altri, invece, hanno provato a organizzare autonomamente il mutualismo, rilevando alcune carenze nel progetto comunale – prima fra tutti, la necessità della residenza per ottenere aiuti, che lasciava fuori molti. Ciascuna scelta comportava vantaggi e punti critici, sia politicamente che dal punto di vista dell’efficacia della solidarietà.

La redazione di Seizethetime non è stata a guardare: un po’ perché, individualmente, abbiamo fatto la nostra parte; un po’ perché abbiamo girato, con microfono e videocamera, a vedere alcune delle cose che stavano accadendo. Ne è venuto fuori un documentario di una mezz’ora scarsa, che offriamo come patrimonio comune: Mutualismo a Padova. Fare politica ai tempi del Covid.

Ringraziamo tutti quelli che si sono prestati a farsi intervistare per quello che hanno fatto allora e fanno oggi, tutti i giorni.

Buona visione!

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Emanuele Caon
Disegno: Giada Peterle

Pubblichiamo una testimonianza raccolta da Emanuele Caon, redattore di Officina Primo Maggio e militante della Casetta del Popolo Berta, tra gli attivisti e le attiviste che hanno animato questo laboratorio di mutualismo a Padova: una conversazione collettiva che è anche un tentativo di trarne un bilancio provvisorio e di condividere pratiche e idee che da quell’esperienza sono sorte. L’intervista è nata a dicembre 2019, all’interno dello spazio Catai a Padova, da novembre 2017 sede della sezione locale di Potere al Popolo!.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un luogo di solidarietà e organizzazione popolare. Lo spazio ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico. Il 12 settembre 2019 lo stabile è stato sgomberato.

Un’occupazione non nasce mai dal nulla; che cosa c’è alle spalle di Berta?

Il nostro collettivo, ovviamente, non nasce con Berta: da più di tre anni portiamo avanti il Catai, uno spazio politico e culturale situato nel centro di Padova, città universitaria, e frequentato soprattutto da giovani, in larga parte studenti, per rispondere a bisogni di riflessione, aggregazione e politicizzazione. Il Catai era ed è necessario, ma non sufficiente: per incidere davvero non è possibile limitarsi al contesto studentesco, che pure è fondamentale e che abbiamo sempre cercato di connettere con tutti gli altri ambiti della vita sociale e cittadina. Per la sua collocazione nel centro storico della città e per la composizione di chi lo frequenta, in Catai le attività mutualistiche (uno sportello contro lo sfruttamento sul lavoro, uno di supporto a migranti e richiedenti asilo, un’aula studio) hanno di fatto avuto un ruolo secondario, proprio nel momento stesso in cui ci facevano comprendere la loro importanza in termini generali e ci imponevano l’urgenza di un salto di qualità.

Perché avete scelto proprio il quartiere 2 Nord, comunemente chiamato Arcella?

La Casetta del Popolo Berta si trovava in Arcella, quartiere popoloso e multietnico di Padova, per molti solo un dormitorio. La riflessione che ci ha portati qui (nonostante lo sgombero, non abbiamo smesso le attività) è quasi banale: il nostro soggetto di riferimento vive qui. Chi fa fatica ad arrivare a fine mese, chi fa turni su turni anche i giorni festivi, chi è in cerca di lavoro, chi studia e lavora, nuovi proletari, famiglie immigrate, noi stessi: la classe lavoratrice vive qui, ed è qui che dobbiamo stare.

La Casetta del Popolo Berta nasce in questo contesto, proprio per inserirsi nelle sue contraddizioni e aprire altri orizzonti di vita e socialità. Una Casa del Popolo, uno spazio sociale, è infatti un luogo dove sperimentare forme dello stare assieme che creino comunità contro l’isolamento, che facciano leva sulla cooperazione anziché sulla competizione, che utilizzino ogni mezzo a disposizione per rispondere concretamente ai problemi creati da un sistema fondato sul profitto privato e lo sfruttamento – denunciandoli per quello che sono.

Un’occupazione solleva sempre polemiche, espone a molte critiche e rischia di allontanare una fetta del consenso dalle pratiche che si mettono in campo. Perché occupare?

Occupare per noi non è un fine in sé, bensì un mezzo come tanti altri, da impiegare a seconda delle condizioni in cui ci si trova ad agire. Abbiamo occupato e restituito al quartiere (dopo averlo lungamente e invano chiesto in affitto) uno stabile abbandonato di proprietà dell’ateR e destinato alla vendita: l’occupazione nel nostro caso è un modo per sollevare un nodo politico, ossia la gestione aziendalistica e speculativa del patrimonio edilizio pubblico da parte dell’ente regionale che gestisce le case popolari in Veneto, commissariato per anni e legato in modo clientelare alla Lega.

Spesso il Nordest è raccontato (e si racconta) come una zona produttiva e competitiva, in fin dei conti ricca. Non stona quindi il mutualismo nel bel mezzo del “ricco” Nordest?

Alla luce dei quattro mesi di occupazione, crediamo che il mutualismo abbia senso e valore anche qui. Centinaia di persone sono passate alla Casetta del Popolo, prendendo parte alle diverse attività. E non tanto a quelle culturali, che comunque ne costituivano la parte più piccola, ma soprattutto a quelle mutualistiche.

Dalla prima settimana di occupazione abbiamo attivato:

  • doposcuola, due ore e mezzo per tre pomeriggi a settimana. Al termine dell’anno scolastico risultavano iscritti cinquanta bambini/e e ragazzi/e di elementari e medie, con una frequenza media di venti-venticinque presenze per incontro;
  • sportello psicologico, una volta a settimana. Con la collaborazione di due giovani psicoterapeuti che lavorano nel quartiere abbiamo aperto uno spazio di ascolto, indirizzamento e aiuto psicologico, che è stato frequentato fin dal primo giorno. Lo sportello collaborava anche con alcune cooperative sociali attive nella zona, non aveva quindi l’intenzione di sostituirsi ai servizi esistenti, ma voleva rappresentare piuttosto un punto di osservazione ed elaborazione indipendente, estraneo a ogni logica reificante, disumanizzante e mercificante in tema di salute mentale;
  • distribuzione frutta/verdura e vestiti. Recuperiamo frutta e verdura che al mercato ortofrutticolo verrebbero altrimenti buttate e  allestiamo un banchetto, affiancandolo a uno di indumenti usati. Chiunque passi può prendere ciò che vuole lasciando un’offerta anche simbolica. L’afflusso è variabile ma sempre positivo, alle volte riusciamo a restituire il carico di due macchine. Questa attività continua anche ora;
  • pranzo sociale. Per favorire la vita comunitaria, abbiamo organizzato pranzi popolari cui hanno partecipato fino a cinquanta persone per volta. Il pranzo è un momento di convivialità ma anche di discussione, fondamentale per conoscersi ed entrare in contatto con chi, nel quartiere, cerca forme  di socialità alternativa ed è disponibile a costruirne di nuove. Siamo talmente convinti dell’utilità dello stare insieme che abbiamo allestito anche merende per i bambini e una vera e propria sagra per tutti, con tanto di giochi;
  • sportelli sociali, una volta a settimana ciascuno. Era attivo uno sportello per le problematiche sul lavoro (lettura busta paga, informazioni su contratto e diritti ecc.) e uno per le problematiche del quartiere, che ha visto alcuni accessi soprattutto in tema di sfratti e altre questioni abitative;
  • corsi vari, in base alla disponibilità di persone competenti, abbiamo organizzato un corso di yoga e uno di spagnolo;
  • sportello di salute popolare. Lo sportello è gestito da qualche membro del collettivo insieme a giovani dottori/esse o infermieri/e volontari/e. Svolge funzioni di indirizzamento e orientamento ai servizi presenti sul territorio, di confronto e prevenzione sui temi legati alla salute e all’accesso alle cure, di monitoraggio e inchiesta sui servizi sanitari disponibili. Periodicamente, organizza anche giornate di screening medico di base in vari luoghi del quartiere: alla prima di queste giornate sono passate novanta persone, consentendo un ampio dialogo;
  • corsi di italiano per stranieri sei volte a settimana. Sono stati attivati sei corsi estivi di italiano che hanno avuto luogo in molti momenti diversi, ai quali partecipavano in totale circa quaranta persone non madrelingua, seguite da dieci volontari;
  • attività culturali e politiche: naturalmente anche le attività di discussione politica e culturale hanno avuto la propria parte. Abbiamo ospitato le figlie di Berta Cáceres (attivista honduregna uccisa nel 2016, cui la Casetta è intitolata), dialogato con una delle autrici del volume Femminismo per il 99%[1], discusso collettivamente con lavoratori e lavoratrici di diversi settori, organizzato eventi musicali aperti al quartiere. Una sera a settimana, inoltre, proiettavamo un film – anch’esso gratuitamente, come ogni altra cosa.

Con qualche nostro stupore, nessuna di queste attività è andata male. Nessuno sportello senza utenti – anche quando mal pubblicizzato per difficoltà organizzative –, nessun evento deserto. Rispetto al senso di proporre attività mutualistiche nel Nordest, ci sembra che questo breve resoconto sia sufficiente ad affermarne la potenzialità.

Disegno: Giada Peterle

Chi ha frequentato la Casetta del Popolo Berta? Inoltre, qualcuno vi ha aiutato o il gruppo iniziale si occupato di tutta la gestione delle varie attività? Innanzitutto, alle attività mutualistiche la presenza di persone di origine straniera è solitamente maggiore, in percentuale, rispetto a molti altri contesti cittadini. Le ragioni naturalmente sono varie: si tratta di abitanti del quartiere che come reddito si collocano nelle fasce medio-bassa o bassa, di coloro che più soffrono discriminazioni e barriere sociali (troppo spesso anche istituzionali), e che maggiormente ricercano spazi di socialità per aprire le proprie reti relazionali. D’altra parte, per scalfire l’individualismo connaturato alla società veneta ci sarà bisogno di molto lavoro, e questo è uno dei nostri obiettivi. A esso se ne affianca un altro forse ancor più decisivo: rispondere alla xenofobia e alla guerra tra poveri attraverso lo stare fianco a fianco e l’unirsi intorno a comuni bisogni sociali di persone di nazionalità e origini diverse.

A dare la disponibilità come volontari/e, invece, sono soprattutto giovani studenti/esse e lavoratori/trici di origine italiana, provenienti però in gran parte da fuori provincia. Insieme agli immigrati internazionali sono coloro che hanno meno legami storici con la città e meno reti famigliari, ma dispongono spesso di grandi risorse intellettuali e materiali (specializzazione in un certo campo, professionalità tecnica o artigianale, maggior tempo libero a disposizione, esperienze di ricerca, lavoro o attivismo in altri contesti).

Evidentemente ciò comporta, da una parte, il rischio di chiudersi in cerchie semi-isolate e incapaci di relazionarsi effettivamente con la realtà locale, dall’altra, però, ci sono le potenzialità racchiuse nell’incontro con persone di grande valore pronte a investire tempo ed energie in un progetto condiviso.

Quindi non è stato il gruppo che ha dato vita a Berta a gestire tutte le attività, ma avete chiesto aiuto…

Nessuna delle attività in essere, e tanto meno tutte insieme, sarebbe stata possibile senza che molte altre persone si aggiungessero al gruppo che ha inizialmente dato vita alla Casetta. Ogni attività ha infatti necessità umane, tecniche e logistiche: per il doposcuola non basta una persona, per gli sportelli servono medici, giuristi, psicologi ecc. La risposta in termini di attivazione spontanea e disponibilità a contribuire è uno dei dati più positivi ed essenziali di questa esperienza. È fondamentale tenerne conto sia in quanto è parte integrante del suo senso complessivo, sia poiché troppo spesso – lo diciamo per esperienza diretta – si corre il rischio di non provare neanche ad avviare alcune iniziative perché “mancano le forze”: mai sottovalutare la generosità di chi si riconosce in una prospettiva comune.

Ci sembra particolarmente importante notare come le persone contribuiscano con entusiasmo soprattutto quando è chiaro che cosa possono fare: abbiamo organizzato incontri specifici per ogni attività, preceduti da chiamate per volontari, nei quali era indicato con chiarezza che tipo di contributo era richiesto e a quale scopo. I riscontri hanno superato ogni nostra aspettativa: basta ricordare che gli sportelli medico e psicologico sono potuti partire solo grazie a contributi esterni, dato che fra noi non ci sono né medici né psicoterapeuti formati.

Le attività che avete descritto sembrano rispondere a una logica assistenziale, molto simile al volontariato. Se sull’utilità concreta di queste pratiche non ci sono dubbi, viene però da chiedersi quale sia la loro potenzialità in termini politici.

Disegno: Giada Peterle

Le attività di mutualismo hanno una doppia caratteristica, di fine ma anche di mezzo. Di fine perché rispondono a bisogni concreti, aiutando a migliorare la vita quotidiana delle persone, che possono inoltre incontrarsi, riconoscersi in ciò che ci unisce e affratella, scoprire la forza dell’agire collettivo. Si tratta quindi di un processo di presa di coscienza politica e di costruzione di un potere e un controllo popolari. Ciò vale tanto per chi si rivolge alle attività che la Casa del Popolo organizza, quanto per chi le rende possibili: questa reciprocità costituisce uno spazio di uso comune, la base di una reale comunità e la caratteristica principale di un’autogestione o autogoverno. Di mezzo perché ogni attività mutualistica è un formidabile strumento di conoscenza e politicizzazione: attraverso ognuna di esse – dagli sportelli, ai corsi, ai momenti di socialità – stiamo conoscendo il territorio sempre più a fondo nelle sue problematiche, nei suoi punti di forza e di debolezza dal punto di vista delle classi popolari. Detto altrimenti, mutualismo è anche inchiesta: comprensione della realtà e capacità di individuare i punti critici (e le proposte) intorno a cui organizzare denunce, rivendicazioni e lotte più complessive. Proprio in questo senso, stiamo costruendo un’indagine sulle condizioni di vita e di lavoro da rivolgere al quartiere attraverso questionari e iniziative pubbliche, con l’obiettivo di integrare e sistematizzare le conoscenze raccolte con tutte le attività e, inoltre, di raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

Rispetto alla domanda se sia possibile dare a queste attività un carattere politico più generale, la sola risposta adeguata è quella che si mostra nella pratica, alla prova dei fatti, ed è per questo che gli obiettivi non possono rimanere nel vago, bensì devono essere concreti e messi a verifica. Tentiamo dunque di far sì che ciascuna attività abbia una propria progettualità che tenga in considerazione la dimensione collettiva complessiva, e che ogni singola/o volontaria/o (e tendenzialmente ogni persona che frequenta la Casetta del Popolo) sia consapevole del progetto nella sua interezza e con il tempo possa contribuire direttamente alla sua gestione e direzione. I segnali erano buoni, ma lo sgombero è giunto troppo presto: la risposta definitiva rimane aperta, da costruire giorno per giorno.

Il Catai, a vederlo da fuori, sembra aderire alle logiche del movimento: aggregazione giovanile, autoformazione, mobilitazioni. La Casetta del Popolo stravolge questa immagine. Qual è la strategia politica che vi guida?

In Veneto le destre hanno un dominio ideologico e politico fortissimo, nella regione non esiste alcuna opposizione politica istituzionale a questa egemonia. La sinistra radicale è disorientata e impegnata tutt’al più a sopravvivere, ciò anche per via della mancanza di grandi mobilitazioni e, nel caso dei partiti, di una crisi che ha radici lontane. In questo scenario ci pare necessario elaborare e sperimentare una diversa prassi politica, né politicista né esclusivamente movimentista, che immagini la propria azione a partire dal problema del radicamento nei territori e nei bisogni della classe lavoratrice.

Perché usare questo lessico? Perché coglie nel segno: chi sostiene la società sono le lavoratrici e i lavoratori: per se stessi, per i propri figli e per i propri genitori. Noi dobbiamo fornire delle risposte verosimili e verificabili che partano da qui e che misurino la propria tenuta e credibilità con il metro di chi, per vivere, deve lavorare. Non c’è altro modo per contribuire all’affermarsi di un’alternativa alla falsa contrapposizione che caratterizza questa fase storica, quella tra capitalismo neoliberista “progressista” (la dittatura dei mercati finanziari condita però con politiche centrate sui diritti civili e con un antifascismo di facciata) e capitalismo neoliberista reazionario (la finta opposizione alla dittatura dei mercati finanziari imperniata su nazionalismo, razzismo, sessismo).

L’alternativa però non basta immaginarla, cosa di per sé già complessa. Bisogna produrla, almeno in parte, nelle cose. Bisogna costruire degli spazi, anche minimi, in cui siano visibili e tangibili anticipazioni di un altro modo di vivere e gestire le cose, a confronto con cui le forme di socialità individualiste e competitive – in cui il nemico del povero è il più povero – si rivelino come parziali e storiche. Se una cosa è storica vuol dire che è prodotta dall’uomo, si può cambiare. Così, è storica la mancanza di diritti e tutele per chi lavora, ma anche le forme patriarcali e misogine della nostra società, le discriminazioni razziali: tutto si può prendere in mano e cambiare.

Per fare questo serve un’egemonia diversa, che sappia scalzare quella delle destre, così forte nella regione, ma anche nel paese. Per provarci, bisogna proporre contemporaneamente (e concretamente) azione politica, denuncia sociale, riflessione collettiva, forme di mutualismo, aggregazione, organizzazione, una cultura diversa e modi nuovi di relazione fra le persone. Tutto assieme, non si scappa.

Il Catai ha aderito fin da subito a Potere al Popolo!, perché costruire quello che si mostra anche come un partito?

La Casetta del Popolo Berta può pensare nella direzione che abbiamo descritto perché non è e non si concepisce come una singola esperienza, come un’isola felice in Arcella, ma nasce all’interno di una progettualità politica più ampia, che per noi prende il nome di Potere al Popolo!. Tutte le attività di cui sopra non mirano soltanto a rispondere a bisogni immediati o a creare una comunità circoscritta, ma si inseriscono in un orizzonte più complessivo e concorrono a svilupparlo, a concretizzarlo. Una prassi politica che si voglia radicale, materialista e dialettica, cioè che intenda partire dalle condizioni materiali di vita e dalle ideologie sedimentate nel senso comune per provare a cambiare il mondo, deve infatti contrastare a ogni altezza (anche istituzionale) la tendenza alla parcellizzazione e all’isolamento che vige nella società. Occorrono le sperimentazioni locali, situate e radicate, ma occorre anche un orizzonte comune che dia forza e respiro alle molte esperienze sparse nei territori più diversi, affinché a partire da molteplici esperienze di resistenza disseminate in ogni dove si possa, al momento opportuno, passare al contrattacco.

Disegno: Giada Peterle

Non pensiamo di avere alcuna verità in tasca, tranne una, che ci guida a ogni passo: «il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione». Ovvero, parafrasando questa frase di Brecht, se non fai non sai, e non fai. Proprio perché non esiste nessuna “ricetta per la rivoluzione”, l’unica possibilità è partire da un punto e mettersi alla prova. Per noi il mutualismo è proprio quel punto, un’azione politica basata sul radicamento e l’inchiesta – sul fare e il conoscere facendo – attraverso cui, a nostro parere, si può provare a tessere le fila per costruire un’altra egemonia a quella delle destre e del pensiero unico neoliberista, anche qui e ora, nel profondo Nordest leghista. Con umiltà e determinazione, senza farsi illusioni ma anche senza scoraggiarsi.

Quali vi sembrano siano state le reazioni allo sgombero? Sia istituzionali, sia dell’opinione pubblica.

La nostra esperienza era illegale, su questo i partiti e i giornali (non solo di destra) ci hanno subito incalzato. Alcuni soggetti appartenenti ai partiti della destra locale avevano immediatamente avviato una raccolta firme per chiedere lo sgombero; la giunta che governa a Padova infatti è di sinistra, formata da una coalizione tra il pD e una lista civica. La raccolta firme per loro è andata malissimo; e dopo i primi mesi istituzioni e giornali hanno dovuto riconoscere la bontà della nostra esperienza, tanto che alcuni militanti leghisti hanno commentato lo sgombero dicendo: «Finalmente ristabilito l’ordine, ora speriamo che Berta continui le sue attività nella legalità». Tutto sommato non male, se a dirlo sono personaggi che pensano che la parola sinistra valga di per sé come un insulto.

In ogni caso gli aspetti più interessanti di questa vicenda sono tre. Innanzitutto, nessun giornale ha potuto fare il solito racconto dei militanti brutti, sporchi e violenti; hanno tutti dovuto riconoscere l’utilità della nostra attività e in alcuni casi hanno persino mosso critiche all’ateR che ha tenuto chiuso uno spazio pubblico per tre anni. Nessuno ha potuto ricondurci ai soliti schemi binari per cui estrema sinistra ed estrema destra si equivalgono in quanto esterne alla società civile. Tale impressione è fissata icasticamente da un abitante del quartiere, leghista anche lui, che il giorno dello sgombero ha dichiarato ai giornali: «Ha fatto più casino la polizia stamattina che loro in quattro mesi».

Il secondo aspetto positivo è la grande solidarietà che abbiamo ricevuto subito dopo lo sgombero, le dimostrazioni di affetto e di rabbia degli stessi abitanti del quartiere. Si è visto che per loro la Casetta Berta era diventata nel tempo un punto di riferimento.

Ultimo rilievo: la stessa amministrazione comunale ha riconosciuto pubblicamente la validità della nostra iniziativa. Certo si tratta di una giunta di sinistra, che in parte ha sposato formalmente la nostra causa per motivi sia di scontro con la destra e l’ATER (leghista), sia interni alla coalizione stessa che governa a Padova; ma in parte la solidarietà è stata reale. Purtroppo non abbiamo ancora ottenuto dal Comune uno spazio e non è certo se lo otterremo o meno; però nel caso di una seconda occupazione per la giunta riuscire a ignorarci politicamente sarà una bella sfida di equilibrismo.

In ogni caso anche dopo lo sgombero non abbiamo smesso le nostre attività, e ora stiamo avviando un’inchiesta popolare nel quartiere, inchiesta che verrà fatta dagli stessi abitanti e sarà uno strumento sia di conoscenza che di organizzazione politica.


[1] C. Arruzza, T. Bhattacharya, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2019.

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Emanuele Caon

Negli ultimi decenni in Italia (ma non solo) è stata totalmente egemone la narrazione post-ideologica della società, incarnata dalle soluzioni neoliberiste, dal tramonto delle parole destra e sinistra, e dallo schema del bipolarismo partitico: due grandi formazioni politiche di centro-destra e centro-sinistra che si alternano al potere. Tale narrazione non è del tutto tramontata, ma le contraddizioni sociali esplose nell’ultimo decennio sembrano aver riabilitato le divisioni ideologiche; purtroppo a pieno favore delle destre.

A noi – che vorremmo un mondo non capitalistico, più giusto, equo e anche economicamente democratico – tutto è venuto a mancare. Non abbiamo partiti di massa di riferimento; non abbiamo un movimento che sposti gli equilibri sociali; ci mancano analisi, parole d’ordine, strutture in grado di farle circolare; se riusciamo a produrre idee e materiali non abbiamo il potere mediatico di tv, radio, giornali che le supporti e diffonda, anzi, ci appoggiamo a piattaforme che potrebbero oscurarci e farci tacere al primo conflitto: Google, Facebook, YouTube ecc.

Ci manca uno spazio di convincimento e organizzazione tale da permetterci azioni politiche – istituzionali o meno – in grado di pesare realmente. Siamo quindi ben lontani dalla possibilità di costruire un’egemonia culturale che si sostanzi in potere economico e politico in misura tale da concretizzare, se non la fuoriuscita dal capitalismo, almeno l’opportunità di assestargli qualche duro colpo che ci permetta di negoziare in modo favorevole. In questo contesto ritorna interessante una soluzione che ha il sapore dell’Ottocento: il mutualismo come pratica di solidarietà che si fa strumento di autorganizzazione politica.

Il primo problema che il mutualismo affronta è quello di canalizzare le energie in un progetto concreto capace di fornire risultati tangibili. Il mutualismo dimostra che se si offrono reali possibilità di azione ci sono molte persone disposte a impegnarsi. Si tratta di soggetti che, anche quando politicizzati, non trovano la loro dimensione in una pratica politica diretta: dalla militanza in un partito a quella in un sindacato, fino alla partecipazione   a mobilitazioni, vertenze, assemblee. Spesso però ad attivarsi nel mutualismo sono soggetti restii a riflettere in termini politici, persone a cui le parole uguaglianza, libertà, solidarietà (o antisessismo, antirazzismo, ambientalismo) risultano ideali astratti e irraggiungibili. Soggetti quindi molto lontani da un lessico in vario modo anticapitalista e a cui un’analisi della realtà basata su concetti classici come capitalismo, conflitto di classe, lotta ecc. è totalmente avulsa, se non addirittura allontanante.

Il mutualismo mostra due potenzialità nella capacità di attivare una simile soggettività depoliticizzata. Innanzitutto, prima coinvolgere e dimostrare materialmente, poi fare teoria: vieni, prova, partecipa; ecco questa è solidarietà e quella è la macelleria della competizione liberista. In secondo luogo, a contatto con pratiche quotidiane e con persone povere di coscienza politica, è la stessa sinistra che scopre di dover riformulare la sua analisi e di dover mettere a verifica la propria grammatica della realtà: questa parola la scartiamo, questo termine funziona ancora, questo va usato con moderazione. In un momento in cui tutta la sinistra – da quella più radicale a quella più moderata, e nonostante il movimento delle Sardine – si mostra in crisi, incapace di chiamare le piazze, bloccare le strade o anche solo chiedere un voto, la soluzione migliore pare quella di ripartire dalle pratiche. E quindi scegliere di rieducarci politicamente frequentando il mondo delle cose, riconfermando il vecchio adagio per cui teoria e prassi o marciano insieme o non sono efficaci, cioè utili. È un modo per ricordarci (e imparare) che non solo dobbiamo convincere e persuadere la società della validità dei nostri valori e ideali, ma anche offrire un’alternativa realistica e praticabile al dominio incontrastato del mercato.

Per evitare gli sproloqui, passiamo all’analisi di un caso concreto di mutualismo, in uno dei territory dove apparentemente sembra più difficile da realizzarsi.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un’occasione di solidarietà e organizzazione popolare. Berta si era presentato come un tentativo di intervento sociale, voluto dai militanti di Potere al Popolo! e del Catai, quest’ultimo è un luogo di aggregazione utilizzato soprattutto per attività culturali e politiche. Tale spazio è diventato poi la sede di Potere al Popolo! Padova. Berta ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico.

Mutualismo per noi significa partire dai bisogni e dalle necessità degli abitanti di un territorio e cercare di darvi una risposta collettiva, senza paternalismo né assistenzialismo. Significa darsi una mano a vicenda, riconoscendo che i problemi che ciascuno affronta nella propria vita sono comuni a molti e hanno radici sociali. Significa prendere coscienza, nella pratica, del fatto che se uniamo le forze possiamo tanto migliorare fin da subito le nostre condizioni di vita, quanto organizzarci e fare pressione dal basso perché si produca un cambiamento ai livelli più alti della società [1]

Se in Veneto la disoccupazione ha morso meno che in altre parti d’Italia, il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’impoverimento generalizzato e l’incapacità di affrontare collettivamente i problemi sono ugualmente gravi, anche per la mancanza di comunità di riferimento e riconoscimento. Il venir meno del mondo contadino e delle sue forme comunitarie ha riversato l’ideologia del fasso tutto mi nel Veneto della piccola e media impresa, lasciando spazio libero (e terreno fertile) all’individualismo più spinto e orgoglioso, con tutto il suo portato di auto-sfruttamento, auto-colpevolizzazione, solitudine, aggressività. In tempi di crisi tutto ciò presenta il conto, e se vi aggiungiamo la tendenza sempre più drastica alla privatizzazione dei servizi essenziali, sanità e trasporti in primis, otteniamo il quadro di un territorio tutt’altro che idilliaco, caratterizzato piuttosto da numerose tensioni e contraddizioni.

A oggi il dominio ideologico della Lega è pressoché incontrastato. In Veneto d’altronde l’amministrazione leghista riesce bene ad attribuire le colpe dei mali regionali a nemici esterni (meridionali, immigrati, lo Stato centrale, l’Europa dei mercati e delle banche), e contemporaneamente però si presenta come un partito apparentemente moderato, fatto di buoni amministratori (alla Luca Zaia) che si preoccupano degli interessi dei veneti e sprecano poco tempo in chiacchiere. Così facendo la Lega è riuscita a conquistarsi il consenso sia della destra, sia dei moderati – talvolta pure di sinistra.

Se la sinistra riesce ancora a governare in qualche amministrazione comunale (tendenzialmente coalizioni civiche moderate), nessuna delle sue parole d’ordine fa vacillare il feudo leghista. In questo scenario il discorso anticapitalista risulta drammaticamente marginale, non solo per la confusione con cui viene formulato, ma anche per la sostanziale assenza di strutture di trasmissione in grado di condurlo a quei soggetti che dovrebbero accoglierlo. Eppure il Veneto è anche una regione densa di associazioni, gruppi di volontari e volontarie, centri di assistenza che – pur con mille contraddizioni e spesso di area cattolica – sembrano desiderare e alludere a una società fondata su principi di uguaglianza e solidarietà. In un simile contesto un luogo di mutualismo – pur con una bandiera rossa in bella vista – si è presentato immediatamente come qualcosa di familiare e accettabile. La duplicità interessante della Casetta del popolo Berta è stata quella di offrire una possibilità di azione a coscienze in vario modo di sinistra, che hanno potuto sentirsi utili scoprendo che la loro attività era anche politica, e contemporaneamente attirare persone che mai avevano sentito parlare di conflitto con il capitale.


[1] Brano tratto dal manifesto Mutualismo a Nordest di Potere al Popolo! Padova (N.d.R).