Incontro: Le riviste e l’impegno culturale, una rassegna

Martedì 27 aprile 2021 ore 17, in remoto

OfficinaPrimoMaggio interviene a “Periodicamente – festival digitale delle riviste” a cura del Centro di Documentazione di Pistoia, della Fondazione Valore Lavoro e dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia.

OPM sarà presente all’incontro online intitolato “Le riviste e l’impegno culturale: una rassegna. Motivazioni, modi, formati e pubblico delle riviste di ricerca storiografica”.

Un confronto fra riviste, alcune delle quali “rinate” o che sono in fase di rilancio e ridefinizione identitaria, tutte accomunate dall’intendere l’operazione storiografica come forma di attivismo culturale. La discussione ruoterà intorno a due domande strettamente intrecciate fra loro: che senso ha oggi fare una rivista, anche alla luce delle questioni poste dalla Public History, e come si fa, con che struttura, con quali formati (elettronici o cartacei), a che pubblico ci si rivolge.

Intervengono:

  • Paolo Bagnoli («Rivista storica del socialismo»)
  • Stefano Bartolini («Farestoria»)
  • Andrea Bottalico («Officina Primo Maggio»)
  • Donata Cei (Centro di Documentazione di Pistoia)
  • Francesco Cutolo («Storia locale»)
  • Carlo De Maria («Clionet»)
  • Antonio Fanelli («Il De Martino»)
  • Omar Salani Favaro («Venetica»)
  • Francesca Tacchi («Passato & Presente»)

L’incontro è in modalità telematica, alle ore 17, ed è accompagnato da un servizio di interpretariato in Lingua dei Segni Italiana (LIS).

Per partecipare occorre registrarsi tramite il form sulla pagina dedicata al festival Periodicamente e accedere alla piattaforma di fruizione del Festival.

Informazioni, link al festival e approfondimenti sul sito della Rete REDOP.

Martedì 27 aprile 2021 ore 17

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Mutualismo a Padova. Fare Politica ai tempi del Covid.

Pubblichiamo il documentario sul mutualismo realizzato dalla redazione di Seizethetime. Il filmato non solo prova a rendere conto dell’attivazione che gruppi e organizzazioni politiche hanno messo in piedi per sostenere la popolazione, ma cerca anche di ragionare attorno alla funzione politica che può avere il mutualismo.

Cerchiamo così di osservare e dare spazio alle pratiche di mutualismo e solidarietà, in continuità con quanto fatto nel nostro primo numero:

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Riportiamo qui la presentazione al documentario scritta dalla redazione di Seizethetime.

Primavera 2020: tutto chiuso. Una grande ondata di solidarietà e di attivazione ha attraversato Padova. Singoli, gruppi, spazi, organizzazioni hanno messo a disposizione le proprie energie e risorse per provare a sostenere la popolazione, per prima cosa attraverso distribuzioni di cibo. La sinistra di movimento, in tutto questo, ha dato in città buona prova di sé, ragionando e operando attorno al concetto di mutualismo.

Il comune di Padova, assieme alla Caritas e al CSV, ha provato ad organizzare la solidarietà attorno alla rete Per Padova noi ci siamo. Alcuni hanno aderito, riconoscendo come in una situazione di crisi come quella in corso l’organizzazione e le strutture fossero essenziali. Altri, invece, hanno provato a organizzare autonomamente il mutualismo, rilevando alcune carenze nel progetto comunale – prima fra tutti, la necessità della residenza per ottenere aiuti, che lasciava fuori molti. Ciascuna scelta comportava vantaggi e punti critici, sia politicamente che dal punto di vista dell’efficacia della solidarietà.

La redazione di Seizethetime non è stata a guardare: un po’ perché, individualmente, abbiamo fatto la nostra parte; un po’ perché abbiamo girato, con microfono e videocamera, a vedere alcune delle cose che stavano accadendo. Ne è venuto fuori un documentario di una mezz’ora scarsa, che offriamo come patrimonio comune: Mutualismo a Padova. Fare politica ai tempi del Covid.

Ringraziamo tutti quelli che si sono prestati a farsi intervistare per quello che hanno fatto allora e fanno oggi, tutti i giorni.

Buona visione!

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

C. Heckscher, F. Carré, «Strength in networks: Employment rights organisations and the problem of coordination», British Journal of Industrial Relations, 44, 4, 2016.

E. Sinibaldi, La rappresentanza del nuovo lavoro autonomo, tesi di dottorato, Università di Pavia, Pavia 2014.

Sommario

Shock and awe: così Naomi Klein descriveva l’effetto e l’intenzione del “capitalismo dei disastri”. Ma, come spieghiamo nell’Editoriale, cerchiamo di superare la “soggezione” che ci incute la pandemia da Covid-19 rileggendo sotto luce diversa le trasformazioni già avvenute e che stanno avvenendo sotto i nostri occhi. Per prima cosa, abbiamo posto al collettivo di Medicina Democratica le domande che si ritrovano ne Il costo sanitario della pandemia. Si era ancora nella “prima ondata”, e già l’Italia guidava la terribile classifica dei malati e dei decessi. Alcune interviste, raccolte in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, spiegano poi quali sono state (e rimangono) le condizioni di sicurezza o meglio, di insicurezza sui luoghi di lavoro contagiati della sanità lombarda. Del resto, proteste e conflitti nei luoghi di lavoro hanno accompagnato immediatamente il primo manifestarsi della pandemia, come riferiamo in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, sia per la generale impreparazione, sia per i tentativi padronali di scaricarne i costi sui lavoratori o, non riuscendoci, sulla collettività. In Pianificazione e controllo dei lavoratori si ragiona sul ruolo dello stato e la partecipazione operaia nei processi decisionali traendo spunto dalle esperienze del passato. Con La logistica della pandemia guardiamo a ciò che è accaduto in uno dei settori chiave dell’economia, quello che forse ha sopportato il peso maggiore lungo tutto il 2020, come ci raccontano anche le Cartoline dal porto di Genova.

Nello snodo logistico, in Italia, si sono fatte sentire le ripercussioni mondiali e le proteste e lotte locali, di cui dà conto in modo cronologico Emergenza sanitaria, lavoro e logistica. Ma forse in nessun altro campo la sofferenza è stata tanto intensa ed estesa come in quello della scuola, ne tira un primo bilancio L’effetto lockdown sulla scuola. Naturalmente la pandemia da Covid-19 si è sovrapposta a problemi e tensioni già in atto, di cui diamo una sommaria panoramica. Partiamo dal Decreto Rilancio e dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri privi di permessi, una “sanatoria” in pratica andata a vuoto nel settore agricolo, come riferisce Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Eppure le esperienze europee indicano la necessità, resa strategica dalla pandemia, di rafforzare l’autosufficienza alimentare interna e alzare i livelli salariali agricoli, come riportato in Salario e diritti nei campi italiani. L’urgenza di organizzare i lavoratori autonomi soprattutto nei settori creativi e culturali – quelli azzerati dal lockdown – viene ribadita in Lavori culturali senza rappresentanza?, così come in questa fase il metodo dell’inchiesta è servito a riconsiderare Il lavoro in Veneto, soprattutto dal punto di vista dei “precari”. Infine due sottolineature di metodo. La prima, Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe, per ribadire l’importanza del metodo storico-politico per comprendere la natura e gli obiettivi delle lotte della “nuova” classe operaia americana.

La seconda, contenuta in The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve Wright, segnala il ritorno alla consultazione delle fonti scritte da parte di uno dei maggiori conoscitori dell’operaismo italiano.

Editoriale. Sull’orlo dell’abisso?

Dicembre 2020 – Gennaio 2021

Sono trascorsi otto mesi dall’uscita del primo numero di Officina Primo Maggio. Un lasso di tempo in cui abbiamo continuato a ragionare collettivamente su alcune questioni dirimenti, che richiedono approfondimento e analisi continue. Se le contingenze ci avevano imposto di esordire in modo imprevisto, tracciando una panoramica della situazione che si andava delineando a seguito dell’emergenza pandemica, oggi ci troviamo nella condizione di poter guardare a ritroso ciò che è accaduto e interrogarci sul futuro. 

In questi mesi abbiamo seguito alcune piste di ricerca focalizzando in particolare la nostra attenzione su salute e lavoro, due degli assi su cui si giocheranno le partite più importanti. Nelle pagine che seguono proponiamo una serie di contributi e inchieste che cercano di comprendere i fenomeni più rilevanti in questa fase: l’emergenza sanitaria vista attraverso le esperienze e le testimonianze del personale medico-infermieristico in Lombardia, l’impatto della pandemia nelle fabbriche e lungo la catena logistica, le ondate di scioperi che hanno investito i luoghi di lavoro in tutta Italia, le condizioni d’impiego nelle microimprese del Veneto, e poi il lavoro nella filiera agro-alimentare, il lavoro culturale, il lavoro nella scuola. Un posto particolare è riservato a una riflessione sul ruolo dello Stato. Abbiamo seguito le tracce del conflitto guardando con interesse alle lotte e alle mobilitazioni in giro per il mondo. Sulla scia dei contributi raccolti nel numero speciale di Primo Maggio del 2018 e nell’opuscolo Uprising/Sollevazione (pubblicato a giugno e disponibile sul sito di OPM) siamo tornati a occuparci degli Stati Uniti alla vigilia della sconfitta elettorale di Trump. Chiude questo numero una nota critica a un volume di Steve Wright di prossima pubblicazione, in cui lo storico australiano dei movimenti riapre con nuovi metodi e fonti il dibattito sull’operaismo. 

La nostra è un’esperienza politico-culturale e, nei limiti imposti dall’emergenza, abbiamo continuato a organizzare incontri e spazi di discussione. Lo scorso settembre a Forte Marghera abbiamo presentato la rivista al direttivo regionale della Fiom-Veneto, mentre a metà ottobre abbiamo promosso un convegno su salute e lavoro a Padova nel quale si sono incontrati diversi comitati, sindacati, associazioni e organizzazioni politiche. A fine novembre, infine, abbiamo presentato Dollari e no di Bruno Cartosio. La crisi pandemica ci ha costretti ad annullare diverse iniziative organizzate insieme a gruppi che in varie città hanno accolto con interesse il nostro sforzo di condivisione e confronto. In ogni caso, è solo un rinvio a tempi migliori, perché crediamo che questa rivista sia un mezzo e non un fine, un pretesto per coltivare relazioni, favorire con perseveranza il dibattito e, in definitiva, organizzare il conflitto come risposta alle sfide che ci aspettano.

E le sfide, al momento, non mancano. L’Italia negli ultimi mesi è stata attraversata da scioperi e mobilitazioni di vario tipo e intensità, nei luoghi di lavoro e nelle piazze (più o meno spurie) di diverse città. C’è stato chi ha rivendicato maggiore sicurezza, chi ha espresso a gran voce la necessità di investire in istruzione e salute – dando priorità alla scuola e alla cura – e chi invece ha solo preteso di poter mantenere aperta la propria attività o, in alternativa, essere ristorato attraverso misure di sostegno.

In un paese stroncato dalla “seconda ondata” e dai relativi lockdown, l’arma finanziaria del Recovery Fund dovrebbe consentire il superamento della crisi economica e sociale facendo perno su due linee di investimento, che vanno sotto il nome di transizione verde e transizione digitale. Nei prossimi numeri valuteremo l’effetto reale di questi provvedimenti, ma guardando la gestione attuale della crisi è meglio non farsi troppe illusioni. Le misure che il Governo ha adottato e sta adottando, limitandosi a mero erogatore di risorse pubbliche alle imprese senza imporre loro alcun vincolo, appaiono del tutto inadeguate. Senza una politica industriale precisa, senza un minimo di programmazione e intervento, nel lungo periodo l’Italia rischia di essere travolta da un divario tecnologico incolmabile, dalla perdita di parti rilevanti di tessuto industriale e da licenziamenti di massa. D’altra parte, non occorre guardare troppo lontano per rendersi conto dell’impoverimento di ampie fasce di lavoratori e lavoratrici aggrappati/e agli ammortizzatori sociali forniti in questi mesi (per non parlare di quelli che ne sono rimasti/e esclusi/e). La cassa integrazione elargita in modo indiscriminato – senza tenere conto dei profitti e senza implicare un allargamento della partecipazione alla governance delle aziende – ha costituito, in poche parole, una socializzazione del rischio d’impresa.

Da parte sua, il capitale ha approfittato della situazione per aumentare gli utili e deteriorare ulteriormente le condizioni di lavoro. La ripresa “pancia a terra” delle attività produttive dopo il primo lockdown ha significato l’imposizione di ritmi e carichi di lavoro sempre più intensi per recuperare i volumi di produzione persi durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria. Allargando lo sguardo al contesto internazionale, la pandemia ha favorito la definitiva ascesa dei giganti del capitalismo digitale, tra cui spicca Amazon i cui utili e il cui valore di capitalizzazione in borsa hanno nettamente superato i concorrenti. 

Siamo davvero sull’orlo dell’abisso? Forse sì, ma deve essere chiaro che nella storia dell’umanità non c’è mai stato un fondo da toccare, un punto più basso oltre il quale si finisce di cadere. Occorre dunque continuare a seguire le faglie del conflitto, sulle quali è possibile individuare le possibilità e gli spazi aperti dalla congiuntura. Tornando ad Amazon, per esempio, la pandemia ha scatenato anche una serie di mobilitazioni su condizioni e organizzazione del lavoro, salute e diritti, che hanno avuto come protagonisti i lavoratori e le lavoratrici in diversi Paesi al mondo. Ne è sorta anche una campagna internazionale, MakeAmazonPay, che può fornire qualche suggerimento per capire le lotte a venire.

Ricucendo nessi con il passato, è impossibile dimenticare che la medicina del lavoro e la prevenzione sono scaturite dalle esperienze nate dalla relazione tra medici, lavoratori e lavoratrici, che hanno avuto il loro apice negli anni Settanta. Il movimento di democratizzazione della medicina ha varcato i cancelli delle fabbriche e ha coinvolto le strutture territoriali portando, nel 1978, alla creazione del Servizio sanitario nazionale. L’istituzionalizzazione non ha rappresentato un traguardo stabile, e man mano che il controllo popolare è venuto meno gran parte di queste conquiste sono state lentamente smantellate sotto il peso delle privatizzazioni. I pazienti sono stati trasformati in clienti, la medicina di base è stata erosa. Oggi in tutta Italia attorno alla salute girano soldi e si costituiscono clientele funzionali al consenso politico. Alla prevenzione si è sostituito, quando va bene, il risarcimento. 

L’emergenza pandemica ha mostrato la fragilità di questo sistema, riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato, eppure non si sono viste in campo proposte di riforme in grado di correggere le contraddizioni del nostro sistema sanitario. Neanche per i tamponi – fondamentali per il tracciamento dei contagiati – si è voluta una gestione pienamente pubblica, preferendo lasciare mano libera al profitto privato. Le stesse dinamiche si ritrovano a livello globale, dove decenni di neoliberismo hanno riconfigurato un campo dominato dai colossi dell’industria farmaceutica e un modello di capitalismo in cui il ruolo degli Stati e delle organizzazioni internazionali è ridotto a quello di erogatori di risorse e produttori di regolamentazioni per favorire i profitti. 

In questo contesto si osservano comunque alcune esperienze di autorganizzazione, come l’emergere di forme di coordinamento tra alcune centinaia di medici di base che si scambiano informazioni e concordano misure di prevenzione comunicandosi i risultati sul medio periodo. In alcune occasioni questi gruppi hanno ottenuto ottimi risultati in termini di prevenzione.

Queste e altre esperienze di autorganizzazione ci mostrano che l’attivazione dal basso è fondamentale per farci uscire dall’emergenza – o per non perderci a fissare l’abisso. Dal mutualismo al conflitto (sindacale, sociale), l’attivazione può avere la potenzialità di produrre coalizioni capaci di favorire lo scambio di saperi e la condivisione di obiettivi. Occorre però evitare le scorciatoie e la tendenza a schiacciare la complessità delle contraddizioni sociali. Detto questo, non possiamo accontentarci di forme di attivazione e coalizione che, in quanto nate dal basso, si limitino a “restare in basso”, disarticolate e velleitarie. Se così avessero fatto, le lotte degli anni Settanta non sarebbero arrivate a produrre una riforma del Sistema sanitario nazionale (e di esempi simili la storia ce ne offre anche altri). Il conflitto di classe non può limitarsi a essere esercitato solo a livello di esperienze di base, pur essendo necessariamente radicato in esse. Quanto incide in termini più generali una lotta, anche vincente, confinata sul luogo di lavoro? In che modo un’esperienza di mutualismo limitata ai soli obiettivi solidali sposta gli equilibri? 

Perché è di questo che stiamo parlando. Della possibilità di “alzare il tiro”, di cogliere l’occasione derivante dall’incertezza generata dall’emergenza sanitaria per compiere uno sforzo organizzativo in grado di portare il conflitto a livelli più alti. L’alternativa è accontentarsi di scrutare il fondo dell’abisso, mentre subiamo gli effetti devastanti di un’altra crisi.

Manifesto – Officina Primo Maggio

Tutto era pronto, il primo numero impacchettato, il manifesto rivisto e limato. Stavamo per andare in stampa e ci siamo ritrovati – come tutta Italia, come mezzo mondo – nel bel mezzo dell’emergenza da Covid-19, con tutte le sue conseguenze sanitarie, economiche, sociali e culturali. Per il primo numero sono stati necessari piccoli ritocchi e qualche aggiustamento. Gli obiettivi e i metodi del progetto, invece, ci sono sembrati ancora più necessari.

Il lavoro capitalistico, il lavoro per conto terzi nelle sue molte forme è ancora il rapporto sociale fondamentale, la base delle disuguaglianze. Non si può parlare di società oggi senza tenere in considerazione lo squilibrio tra chi vende la propria forza lavoro e chi la acquista, senza cogliere le mille forme di sfruttamento, autosfruttamento, diseguaglianza negli interstizi della produzione e della riproduzione sociale. Da qui la necessità di superare questo squilibrio ricorrendo alle forme praticabili di conflitto con molteplici tipologie di coalizione.

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che alcune delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti/e che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente, e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale. La domanda a cui tenteremo di volta in volta di rispondere è: come e dove produrre conflitto oggi, in particolare nei rapporti di lavoro e nelle prestazioni di natura tecnico-intellettuale?

A tale domanda non si può rispondere individualmente e unicamente in modo teorico. Chi ha la pretesa di cambiare il mondo che gli si presenta davanti deve inserirsi in un complesso di attività tutte necessarie e nessuna autosufficiente. È per tali ragioni che questo manifesto vuole essere un invito alla partecipazione rivolto a realtà e singoli/e che si ritrovano su questi punti e vogliono unirsi per aprire uno spazio di confronto critico prendendo parte attiva alla costituzione dell’Officina Primo Maggio. Sappiamo che si tratterà di un lavoro lungo: la realtà va analizzata e le idee si devono elaborare, in contemporanea con la mediazione culturale, necessaria per evitare che analisi e concetti finiscano per essere autoreferenziali. E la mediazione deve interagire con azioni politiche e sociali, che a loro volta devono rimodulare e orientare le analisi; fare e sapere o procedono assieme o si riducono a passatempi di cui è già pieno il mondo. Queste fasi (analisi, mediazione, azione) sono tutte necessarie e si interrogano reciprocamente in continuazione, senza una di esse il resto o non serve o viene male.

Officina Primo Maggio vuol essere un luogo di confronto e di dialogo come operazione politico-culturale, che parte da esperienze concrete di azione sociale: al di là delle conoscenze del singolo/a e del suo ruolo sociale, è solo il confronto collettivo a permettere un’operazione di pulizia del pensiero e di sua verifica incessante. La redazione, ma anche il multiforme ventaglio di autori e autrici che riusciremo ad attivare, vuol essere una vera officina in cui interagiscono persone che portano con sé esperienze e idee di altri soggetti plurali, rendendosi quindi connettori di una rete. La dichiarazione di voler fare rete è scontata e abusata, bisognerà metterla in pratica. Bisognerà creare uno spazio di partecipazione, ma anche avere l’umiltà di partecipare, senza pretendere che la rete si formi attorno a noi. Senza una rete – sparsa e radicata (anche fisicamente) nei territori – l’affermazione che teoria e prassi devono procedere assieme sarebbe solo un enunciato; così come senza una rete vengono meno le basi materiali su cui fondare la solidarietà e organizzare il conflitto.

Ci siamo ritrovati e ritrovate per la prima volta a Milano sabato 9 febbraio 2019: il gruppo è composto da persone di età, formazione, provenienza geografica, culturale e politica differenti. Ci si è riuniti attorno all’ipotesi di ripensare collettivamente che cosa ha lasciato l’esperienza della rivista Primo Maggio, che cessava le sue pubblicazioni nel 1989. Numerosi segnali spingevano la riflessione in questa direzione anche perché nel 2018 la rivista aveva pubblicato un numero speciale di bilancio e discussione. Durante l’incontro abbiamo dovuto chiederci quale fosse il vero scopo del nostro riunirci. L’ipotesi iniziale di dare continuità a quel progetto editoriale è stata presto accantonata. È infatti emerso che non abbiamo la necessità di riproporre la storica rivista Primo Maggio, i suoi intenti e presupposti. Piuttosto vogliamo provare a capire quello che sta succedendo oggi, sia attraverso gli elementi ancora attuali di quella formidabile elaborazione teorico-politica, sia tramite l’elaborazione di nuove categorie, di un nuovo modo di affrontare la mutata realtà. Ciò è necessario per uscire dall’impasse cui sembra votata la maggior parte dei tentativi di comprensione critica del nostro presente – per non parlare dei tentativi di organizzazione politica a essi frequentemente connessi – vuoi per il pervicace ancoraggio a schemi, metodi e parole d’ordine ormai logori, vuoi, al contrario, per la loro totale e irriflessa dismissione.

Non si tratta ovviamente di criticare quella esperienza in quanto tale, ma di prendere atto dello smottamento che abbiamo vissuto in questi decenni; dunque di ripulire il nostro sguardo dalle incrostazioni che gravano su di esso, per renderlo capace di cogliere ciò che effettivamente viviamo. Si tratta, in sostanza, di portare le nostre intelligenze e le nostre categorie al livello dello scontro che quotidianamente ci è imposto.

Anche per questo motivo l’idea di ricostruire una rivista scioltasi tre decenni fa è stata accantonata: tale atto sarebbe destinato a produrre niente più che un’etichetta comune da apporre a materiali disomogenei e aggregati solo esteriormente. La priorità va data alla creazione di un’officina di pensiero critico radicale capace di dar vita a un confronto collettivo. Intendiamo infatti il dialogo come operazione di pulizia del pensiero, da tradursi anche in lavoro redazionale; solo in questo modo può nascere un progetto politico-culturale capace di essere rilevante. Quel che seguirà sarà lo strumento con cui il gruppo – aperto e in costituzione – deciderà di perseguire i suoi obiettivi. In sintesi si tratta di comporre un nucleo di elaborazione teorica che sia in reciproco scambio con la prassi politica della sinistra e dei movimenti sociali esistenti o potenziali. Di Primo Maggio vogliamo raccogliere e rilanciare la capacità di porsi come zona di discussione franca, perché schierata politicamente senza essere però il megafono di un soggetto politico particolare. Di Primo Maggio vogliamo richiamare la capacità di analisi, il suo fare teoria in maniera sistematica, innovativa e controcorrente ma senza accademismi, il suo sapere fare politica e prendere posizione in senso forte senza cadere però nella agitazione, nella propaganda.

Ma perché oggi? Esiste una congiuntura temporale che rende necessario e urgente tentare tale operazione politico-culturale? Ci pare di sì se pensiamo di trovarci alla vigilia di un nuovo salto tecnologico del sistema capitalistico, quello che va sotto il nome di digitalizzazione. Lavoreremo quindi sul presente a partire da un approccio che si articola nelle due facce della stessa, proverbiale, medaglia. Muovere dall’analisi concreta della realtà e da esperienze di conflitto reali per non restare semplici osservatori – e qui di Primo Maggio ci torna utile la vocazione all’inchiesta; allontanarci nel tempo, seguendo lo sguardo obliquo che Primo Maggio era capace di portare sull’attualità appoggiandosi ad altri tempi e altri luoghi, con un’attenzione alla storia e alla memoria che va sotto il nome di storia militante. Inchiesta, conricerca e ricerca militante sono le chiavi di volta che mettiamo al centro per trasformare i germi dei conflitti presenti in vera e propria strategia.

Per mettersi in contatto con Officina Primo Maggio o essere inseriti e inserite nella mailing list e ricevere la newsletter, è possibile scrivere alla redazione: info@officinaprimomaggio.eu


Capitalist work, or contract work for a third party in its various forms, remains the ubiquitous relationship between worker and employer. Yet it represents the very basis of inequality. We must recognise that at the core of our society there exists an imbalance between those who sell their labour and those who buy it. This exploitation, self-exploitation, and inequality at the interstice of production and social reproduction, take a myriad of forms. The imbalance must be overcome, and it can be done by incorporating realistic forms of conflict using various types of coalition.

Officina Primo Maggio is a partisan cultural and political project, consciously aimed at exploring the conditions that make the conflict practicable. The nature of this conflict is to be understood as the ability to be mobilised by the those directly involved in the processes of production, distribution, settlement, and so on. While it is clear that some of the ways in which social conflict has expressed itself in Fordism have become obsolete, we remain convinced that much still remains to be done and experimented with in the field of labour. We take into account not only the traditional notion of conflict that is being overtly enacted by workers all around the world, but also the tacit conflict, that remains hidden, unconscious, and latent, and its possibilities of expression in the digital universe. From time to time the question we will try to answer is: how and where to inspire conflict today, especially in worker-employer relations and technical-intellectual services?

This question can be addressed neither in isolation nor in a purely theoretical way. Anyone who claims to want to change the world must engage in the necessary activity without cutting themselves off from outside influence. For these reasons this manifesto responds to its call to open up a space for critical engagement by actively taking part in the establishment of Officina Primo Maggio. We know we have a long journey ahead: the reality of our situation must be analyzed and ideas must be developed together with cultural mediation. This is a necessary process as to avoid the analysis, outcomes, and concepts becoming inward looking and self-referential. Moreover, this mediation must interact with the political and the social realm, which in turn will guide the formulation of our analysis. Practical and theoretical work must be conceptualised and carried out in parallel, otherwise we risk indulging in these ideas as if it were merely our pastime.  These steps (analysis, mediation, action) are all necessary and are constantly informing the dialogue. Each element is vital to the next, and to omit one of them would be to render the others pointless.

Officina Primo Maggio aims to be a place of conversation, confrontation, and dialogue as a political and cultural operation, which starts from concrete experiences and social interactions. We seek to go beyond the knowledge of the individual and his particular role in society. Rather it is only via collective debate that we can allow an operation of clarification and verification of our ideas. The editorial staff, but also the multifaceted team of writers will function as the interlocutors of a network. It is within this network that people will be able to contribute and interact in a workshop of ideas and experience. The word ‘network’ is one that has of course been co-opted and abused in recent decades.  However we employ it in its true literal sense: an intersection of people and knowledge that we believe is necessary to move from theory to practice.  We will be creating a space for participation, but also have the will and humility to participate ourselves. Without a network – physically scattered and embedded across regions – the statement that theory and practice must proceed together would remain just that… a statement. Without a network the material basis on which to ground solidarity and organize the conflict is nonexistent.

On Saturday the 9th of February 2019, we met for the first time in Milan. The group was diverse, made up of people of different ages, experiences, and geographical, cultural, and political backgrounds. We gathered around the idea of collectively rethinking the remaining legacy of the magazine Primo Maggio, which ceased its publications in 1989. Several things prompted us, not only because in the last year the magazine had published a one-off commemorative issue. Primarily we asked ourselves what the real purpose of our meeting was. The initial presumption of simply reviving that editorial project was soon dismissed. We realized we do not need to reboot the magazine Primo Maggio: its historical mission and the assumptions that drove its making belong to well-situated political season that is way behind us.

What now needs to be done is to understand our present reality, but drawing on the vital and serviceable remnants of the Primo Maggio movement.  However, we must also create and develop new schemas that are capable of describing and analysing today’s changed world, for it is necessary now for us now to break free from the worn out and obsolete frameworks, vocabularies, and methods, that will inevitably keep us tethered to the past.

The tectonic shift that we have experienced over the course of the last three decades obliges us to liberate ourselves from our proud tradition. That is to say we need to use our intellect and creativity to address the reality of the present conflict head on, and in a way that is not outmoded. Our priority is to create a workshop space of radical critical thinking in which a collective dialogue and perhaps confrontation can take place. The premise that underlines our editorial work is that dialogue will illuminate and refine collective thought. It is through this process that our political and cultural operation will become relevant.

That said Primo Maggio remains our source of inspiration, primarily for its ability to give the floor to any voice and political topic, albeit one that is within the general realm of the movement’s partisan identity. In the same spirit of breadth and accessibility we wish to promote and develop ideas that, whilst systematic, original, and contrarian, are devoid of unnecessary academic jargon. It is our wish to inherit Primo Maggio’s political identity, and along with it its innate ability to take strong and distinctive positions without falling into unthinking propaganda.

But why now? Is there something about our present juncture that makes this precise political and cultural mission particularly urgent and necessary? We are on the brink of a technological leap in the capitalist system: we may call this its digital transition. There will be two sides to our approach. On the one hand there will be the concrete analysis of our lived reality, whilst on the other we will be bearing witness to the conflict as it is experienced. At the same time, we will be careful to avoid the epochal perspective, and replace it with the worker enquire that was so characteristic of Primo Maggio. Likewise, we will be indebted to an approach that is careful to utilise the past as a learning experience. In our path to understanding present struggles we will inform ourselves with the collective memory of our militant history.  Investigation, research, and militant research that we will push to the fore as we transform present conflicts into a future strategy.