Epidemiologia e luoghi di lavoro. Intervista a Benedetto Terracini

Sergio Bologna 

Benedetto Terracini, nato nel 1931, emigrato in Argentina tra il 1939 e il 1947 a causa delle leggi razziali, si è laureato in medicina a Torino. Formatosi in anatomia patologica, a partire dagli anni Settanta è stato un pioniere degli studi dei rapporti tra ambiente e salute in Italia. Professore di Epidemiologia dei Tumori e di Statistica Sanitaria all’Università di Torino, è in pensione dal 1999. È stato consulente dell’accusa o del giudice in diversi processi penali relativi a lavoratori affetti da tumori professionali. Direttore di Epidemiologia & Prevenzione dal 2000 al 2010, è Fellow emerito del Collegium Ramazzini.

L’intervista è stata raccolta il 6 ottobre 2021.


Bologna: Benedetto, con questa intervista Officina Primo Maggio intende riproporre alle nuove generazioni esperienze molto significative degli anni Settanta. Sia io che te, io in maniera molto più marginale, abbiamo partecipato a quel movimento che ha visto studiosi, scienziati, medici, biologi, ma anche sociologi, storici, economisti, avvocati, magistrati elaborare conoscenze e idee in un rapporto stretto con il movimento operaio nelle fabbriche, con le lotte sindacali. Ci siamo ritrovati in alcune riviste. Qui vorrei parlare di quelle che ebbero come promotore Giulio Maccacaro, non solo Sapere, la più conosciuta, alla quale arrivai grazie a Giovanni Cesareo, ma anche Epidemiologia & Prevenzione, di cui tu fosti uno dei fondatori. La mia prima domanda quindi è: come nasce Epidemiologia & Prevenzione e che rapporto avevi tu con Giulio Maccacaro?

Terracini: Ho conosciuto Giulio nel 1968, però la nostra amicizia è iniziata quando è caduto Pinelli. Giulio era consulente della famiglia, io ero in Anatomia patologica ed egli mi chiese un’opinione sul protocollo dell’autopsia. E di lì è nato un rapporto buono. Intanto era diventato direttore di Sapere: concepiva la rivista come una sede di incontro tra “accademici” e lavoratori. In quel momento, in Italia, era una novità, e anche poco gradita nell’ambiente accademico, che ovviamente non voleva la contaminante presenza dei lavoratori nelle aule universitarie. Uno dei momenti migliori di Sapere era stato l’incontro con i sette Consigli di fabbrica sull’inchiesta della Fulc (Federazione unitaria dei lavoratori chimici) sugli effetti del cloruro di vinile. Alle riunioni di Sapere partecipavano collaboratori diretti di Maccacaro e alcuni ricercatori come Fiorella De Rosis e come me. Una presenza fissa era quella di Giovanni Cesareo. C’era la sensazione che Sapere potesse contribuire a uscire da quella condizione tipica dell’Italia dove la politica non ha la tradizione di trovare ragioni scientifiche alle sue scelte (lo vediamo anche adesso). Dopo qualche anno è emersa l’esigenza di andare oltre Sapere e di creare anche una rivista di taglio maggiormente scientifico, che combinasse le esigenze di rigore della ricerca con le istanze di conoscenza e di giustizia che emergevano dalle condizioni di lavoro in fabbrica. E di lì è nata Epidemiologia & Prevenzione, ora arrivata al suo quarantacinquesimo anno di esistenza. 

Bologna: Tu allora cosa insegnavi?

Terracini: Era il momento della mia conversione all’epidemiologia. Sono stato assistente in anatomia patologica fino al 1976, quando il mio professore Giacomo Mottura (da non dimenticare per il suo impegno politico e per i suoi studi sulle malattie professionali) è andato in pensione. Nel suo complesso, alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, l’epidemiologia e la prevenzione interessavano poco, ma il preside era relativamente aperto e interessato. Io avevo cominciato a frequentare il Registro dei tumori del Piemonte, che arrancava in mezzo a molte difficoltà, con gli strumenti limitati che aveva a disposizione. Cominciai quindi a insegnare Epidemiologia dei tumori e smisi di qualificarmi come anatomo-patologo, bensì come epidemiologo. Come tale mi sono auto formato, ma ho avuto la fortuna di attirare giovani motivati sulla prevenzione delle malattie ambientali (avevano “fatto” il Sessantotto). Loro si sono poi formati in epidemiologia altrove, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Più tardi, ho anche avuto la fortuna di trovare un assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Sante Baiardi, consapevole della necessità di conoscere cosa era la misura dei tumori professionali in Piemonte. Infatti, negli anni Settanta, in Piemonte, si sono rese evidenti diverse epidemie di tumori professionali. Nel 1981, la Regione Piemonte ha integrato la mia posizione universitaria con posti di assistente ospedaliero.

Bologna: Il discorso sull’epidemia per Giulio Maccacaro era fondamentale in quanto era un statistico medico. 

Terracini: Beh, il disegno di Maccacaro era qualcosa di più della applicazione della statistica allo studio della salute delle popolazioni. Mi stai chiedendo per quale motivo la statistica è importante nello studio dei fenomeni epidemici.

Bologna: Certo.

Terracini: Senza venire ai tempi attuali e al Covid, direi per diversi motivi. Parliamo di malattie causate dall’inquinamento dell’ambiente generale o lavorativo, ma anche da altri fattori (fumo di tabacco in primis, ma non solo). L’importanza di contare il numero delle vittime e il numero di casi di malattia in eccesso causati da esposizioni ambientali è intuitiva. Contare vuol dire saper contare, definire a priori cosa si conta e cosa non si conta. È poi importante stimare il rischio, e quindi la probabilità che una persona si ammali. C’è poi la questione dell’interpretazione di uno studio epidemiologico, l’opinione pubblica non percepisce l’importanza della potenza statistica dello studio. Senza fare una lezione di statistica adesso, ricordo che la potenza statistica di uno studio è la probabilità che lo studio ha di riconoscere un’associazione, quando questa esiste. È intuitivo che uno studio su lavoratori esposti ad amianto è tanto più informativo quanto più numeroso è il campione studiato e quanti più anni esso viene seguito nel tempo. La stima di una potenza statistica richiede tutta una serie di parametri, che non sto qui a dire. A fronte di uno studio che apparentemente non dimostra alcuna associazione, è importante stabilire se l’associazione non esiste oppure lo studio non era in grado di riconoscerla. Esistono quindi studi “falsi negativi”, che tranquillizzano l’inquinatore e l’opinione pubblica ma beffano le vittime. Determinare la potenza statistica di uno studio è un’importante applicazione della statistica.

Bologna: Ricordo quando è successo l’incidente di Seveso, quando c’è stato lo scoppio all’Icmesa di Seveso e la fuoriuscita di una nube tossica di cui non si conosceva la natura. Allora un ruolo molto importante lo svolse il gruppo di operai e tecnici della Montedison di Castellanza riunito attorno a Luigi Mara. Interrogando gli operai dell’Icmesa – ai quali era stato raccomandato di non parlare con nessuno – riuscirono a ricostruire il ciclo di produzione e a capire che razza di sostanza poteva essere stata emessa con la nube. Arrivarono a capire che era diossina prima dell’inviato dell’Organizzazione mondiale della sanità. 

Terracini: Si è poi scoperto, fino a un certo momento, fino a quando non è avvenuto quello che tu dici, che soltanto la Roche era a conoscenza che c’era di mezzo la 2,3,7,8-tetraclorodibenzodiossina, e che questa è una sostanza tossica. 

Bologna: Sì la Givaudan, che faceva parte del gruppo La Roche. 

Terracini: Quello ha mostrato un altro aspetto della situazione. Cioè la totale impreparazione sui rischi ambientali da parte delle strutture pubbliche, dell’accademia e della sanità pubblica italiana, la totale ignoranza su quelli che erano i rischi nell’ambiente di lavoro. E anche la sudditanza rispetto alla grande industria.

Bologna: Ed è su questo che poi Epidemiologia & Prevenzione ha focalizzato il suo intervento, mi pare, sia sul tema della formazione degli operatori sul territorio, sia sul tema dei rapporti perversi tra ricerca scientifica e industria farmaceutica.

Terracini: Su questo magari torniamo un po’ più avanti, perché ci serve per le cose più attuali. Anche per collegare quello che tu hai detto di Seveso con Giulio. 

Giulio pubblicava quotidianamente su Il Giorno articoli critici e provocatori. Sottolineava che la struttura sanitaria lombarda reagiva in modo irrazionale, offrendo ogni forma di esame, clinico, ematologico, a tutta la popolazione, indiscriminatamente, senza darsi dei criteri razionali per distinguere tra chi era stato più esposto, meno esposto o non esposto. Era il miglior modo per non riuscire a collegare gli eventuali disturbi con l’esposizione. Mancava un disegno, un’ipotesi di ricerca. La sanità lombarda si voleva presentare come massima efficienza, massima efficacia, dando tutto a tutti. Senza definire perché dava tutto (ammesso che desse tutto), e senza definire chi erano tutti. Effettivamente, a distanza di quarant’anni, non tutti i risultati sono facilmente interpretabili. Lo stesso si può dire delle conoscenze su un altro episodio di intossicazione collettiva di quegli anni: quello dello scoppio all’Enichem di Manfredonia, ingiustamente meno noto e meno ricordato.

Bologna: Proseguiamo con le caratteristiche di Epidemiologia & Prevenzione.

Terracini: Partiamo dall’idea che la salute e l’ambiente, inteso come contesto sociale, sono collegati. È ormai stranoto che la salute dei poveri sia meno buona di quella dei ricchi. Il concetto è stato acquisito dall’opinione pubblica e dai media. Le malattie totalmente scollegate dall’ambiente sono una minoranza. Cosa vuol dire ambiente? Tu dici, giustamente, contesto sociale. Questo comprende, per esempio, lo stile di vita e le abitudini voluttuarie. Qui devo fare una autocritica. A quei tempi, alcuni di noi più giovani (non metterei Giulio di mezzo) hanno preso una posizione un po’ eccessiva, distinguendosi dalle montanti e corrette segnalazioni degli effetti del fumo di tabacco. C’era la sensazione che si volesse far passare l’idea che i comportamenti individuali e, in particolare, il fumo di tabacco, prevalessero sui fattori di rischio strettamente ambientali e quelli occupazionali. Anch’io, in più di una occasione, avevo sottovalutato i rischi da fumo di tabacco: me ne sono successivamente pentito e ne sono ancora pentito. Fondamentalmente per due motivi. Prima di tutto perché, numericamente, i rischi da fumo si sono rivelati effettivamente importanti: in Italia, parliamo di ottanta-novantamila morti all’anno. Ma l’errore che io (e altri) abbiamo allora commesso è stato il non renderci conto che la pressione a fumare è socialmente indotta e che dietro la pressione sociale vi sono loschi interessi economici (allora erano poco noti gli sporchi giochi dei ricercatori asserviti alle multinazionali del tabacco per alterare l’evidenza scientifica). Le disuguaglianze sociali che stanno dietro agli effetti del fumo del tabacco sono tanto inaccettabili come quelle retrostanti le malattie causate dall’ambiente di lavoro. 

Uno dei principi su cui si fonda Epidemiologia & Prevenzione è l’affermazione che la salute si protegge con la prevenzione. Mezzo secolo fa, il principio di precauzione era più nel nostro subcosciente che a fior di pelle. Successivamente, anche attraverso la diffusione di libri seminali come Primavera silenziosa di Rachel Carson, l’importanza del rapporto tra ambiente e salute si è diffusa al di fuori degli addetti ai lavori. Complessivamente, direi che ancora una volta si è dimostrato che i “non esperti” hanno una prospettiva ben più estesa degli esperti, sono più sensibili ai problemi sociali e politici e non sono vincolati da schemi precostituiti. 

Tornando alla tua domanda, i principali destinatari di Epidemiologia & Prevenzione erano gli operatori sanitari. 

Bologna: Operatori sanitari cosa vuol dire?

Terracini: La rivista è stata concepita e avviata negli anni immediatamente precedenti all’approvazione della riforma sanitaria (legge 833) del 1978. Oltre alla creazione del Servizio sanitario nazionale e alla parità di accesso alle strutture sanitarie, la riforma sottintendeva la creazione o il potenziamento delle strutture sanitarie extra-ospedaliere rivolte alla prevenzione (dalle malattie da lavoro ai servizi per le tossicodipendenze, dai servizi di assistenza psichiatrica ai consultori). Da queste strutture ci si aspettava non soltanto l’erogazione di prestazioni, ma anche la capacità di misurare la propria efficacia ed efficienza e di rapportarsi alla popolazione di riferimento. Fondamentale è poi che l’accesso alla prevenzione sia egualitario nella popolazione nonché esaustivo. Era un’importante innovazione nella mentalità della sanità italiana.

Peraltro, anche i medici e gli infermieri che lavorano in ospedale sono operatori sanitari. Anche per gli ospedali e per la medicina di base ci si aspetta(va) una modulazione dell’attività guidata da momenti di valutazione di efficacia e di efficienza. La realtà è stata diversa: ha prevalso una mentalità aziendale, come espresso dalla sostituzione del sostantivo “unità” in “azienda” per definire le unità territoriali di gestione del servizio sanitario. 

Bologna: In quel periodo la medicina del lavoro è forse quella che ha avuto i maggiori sviluppi, secondo te sono stati determinati dal fatto che allora c’era una conflittualità operaia abbastanza vivace?

Terracini: A quei tempi sì, senz’altro. E soprattutto in alcune regioni. Un importante cambiamento è stato il trasferimento di molte funzioni dall’Ispettorato del lavoro alle strutture del Servizio sanitario nazionale (in Piemonte si chiamano Spresal). In teoria, un punto di riferimento ben preciso per gli operai che percepiscono che forse in fabbrica ci sono dei fattori di rischio per la salute. È stata un’occasione di integrazione tra il “sapere operaio” e la “preparazione dei tecnici”. Nella mia expertise da “tecnico”, ha lasciato un segno la collaborazione con il Consiglio delle lavoratrici e dei lavoratori della Montedison di Castellanza nel disegno di studi epidemiologici. La compartecipazione era cruciale per la definizione dei quesiti e dei metodi. 

L’autogestione della salute nell’ambiente di lavoro da parte dei lavoratori stessi attraverso i questionari di gruppo omogeneo e la validazione consensuale trovava delle criticità per quanto riguarda il riconoscimento dei rischi di cancro professionale, dati i tempi di latenza di questa malattia. Gli anni Settanta, in Italia, hanno anche visto la creazione dei primi Registri tumori di popolazione. Questi si sono poi estesi fino a coprire, attualmente, quasi tutta la popolazione italiana. In un convegno a Firenze nella primavera del 1975, Giulio aveva auspicato che i registri di malattia venissero integrati con la registrazione delle esposizioni lavorative. A partire da venti anni più tardi, la proposta si è realizzata per quei tipi di tumori per i quali la proporzione di casi attribuibili alle esposizioni professionali (“frazione eziologica”) è alta. In particolare per i mesoteliomi, la maggior parte dei quali sono causati da esposizione ad amianto, ma anche per i tumori del naso e dei seni paranasali e gli angiosarcomi del fegato. Per i tumori a bassa frazione eziologica per le esposizioni professionali, la sistematica raccolta delle storie lavorative è più complessa. I registri di popolazione poi sono la più attendibile sorgente di casi per studi epidemiologici ad hoc, in quanto non sottoposti a distorsioni da selezione.

Bologna: Quando come Epidemiologia & Prevenzione affrontavate problemi legati all’ambiente di lavoro, lo facevate in collegamento con il sindacato, con i consigli di fabbrica, il vostro interlocutore chi era?

Terracini: Diciamo che la cosa era piuttosto variegata. Tutto questo si svolgeva successivamente alle lotte operaie e, in particolare, ad alcuni esempi come quelli della Fiat e della Montedison di Castellanza. Almeno nella mia esperienza sono stati i primi due modelli di proposta operaia sulla salute con cui sono venuto a contatto. Non so, se vogliamo parlare un attimo di questo, o vogliamo darlo per scontato. 

Bologna: Sì, io direi di sì.

Terracini: Il movimento per la salute dei lavoratori della Fiat degli anni Sessanta si basava su alcuni principi: la definizione dei gruppi omogenei, i quattro gruppi di fattori di rischio valutabili in prima persona da parte dei lavoratori, i principi della non delega e della validazione consensuale. Con il Sessantotto, si sono stabiliti legami tra lavoratori e studenti. I miei studenti, ma anche un po’ io, alla Quinta lega della Fiom di Torino eravamo quasi di casa. Il mio rapporto con il Consiglio di fabbrica di Castellanza è iniziato nel 1972-1973: lì la convergenza culturale si è estesa alla condivisione delle conoscenze scientifiche. Già allora, almeno a Castellanza, era obsoleto il concetto di “comunicazione del rischio”, con un emittente loquace e un ricevente passivo. Nel frattempo era iniziato il progetto di valutazione del rischio cancerogeno creato da singoli agenti ambientali da parte della Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro e condotto da Renzo Tomatis. Renzo era amico di Maccacaro, ha sempre avuto delle strette relazioni con Epidemiologia & Prevenzione e con Luigi Mara. 

Bologna: L’industria chimica ha delle situazioni ambientali di rischio molto diverse dall’industria metalmeccanica, dove i ritmi, l’intensità del lavoro rappresentano un rischio prevalente rispetto ad ambienti impregnati da sostanze tossiche, dove il problema della latenza è più acuto… Ricordo, quando insegnavo a Padova, uno studente lavoratore del Petrolchimico intossicato da piombo com’era ridotto… Castellanza è stata un’esperienza straordinaria, ma anche Marghera…

Terracini: Oh puoi dirlo! Mi è più facile parlare di Castellanza perché sono stato più coinvolto personalmente. Mentre a Marghera sono arrivato venti anni dopo, al momento del grande processo all’inizio di questo secolo. Hai perfettamente ragione. Si potrebbero menzionare anche diversi altri, i portuali di Genova…, non sono state esperienze uniche. All’inizio, ancora nei primi anni Settanta, c’era già il grosso studio organizzato dalla Fulc, Federazione unitaria lavoratori chimici, sul cloruro di vinile. Questo è stato uno studio gestito dai lavoratori. Alcuni tecnici avevano collaborato, non io, ma direi certamente Fiorella De Rosis e alcuni altri.

Bologna: Probabilmente anche Vladimiro Scatturin. Epidemiologia & Prevenzione lavora più sul piano accademico che su quello dei movimenti e si forma una scuola che si dirama nell’Università.

Terracini: Mi piace questa parola “diramare”, anche se allora l’accademia non era molto recettiva a una scienza che coinvolgesse in prima persona i lavoratori (attualmente lo è un po’ di più). Siamo stati prima di tutto allievi di Maccacaro e amici di alcuni allievi di Maccacaro. Ho in mente in particolare Cesare Cislaghi, che certamente ricorderai, laureato in scienze politiche e che oggi è uno degli statistici più competenti che si occupano di Covid. Comunica quasi quotidianamente sul suo blog. Tra gli allievi di Maccacaro, Cesare è senz’altro stato quello che è rimasto più legato alle scelte di Maccacaro: non sono sicuro che questa fedeltà non gli abbia procurato degli ostacoli nella sua carriera universitaria. Non sto qui a ricordare ciascuno degli allievi e collaboratori di Maccacaro che convergevano su Epidemiologia & Prevenzione, sia prima della morte di Maccacaro, sia nella famosa seduta del consiglio di redazione di Epidemiologia & Prevenzione del 17 gennaio 1977, quando Maccacaro è improvvisamente mancato e sia anche successivamente.

L’insegnamento di Maccacaro comunque non si è diramato soltanto nell’università, ma anche nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. È vero che il numero di docenti di statistica medica si è più o meno decuplicato dai tempi di Giulio, ma molta epidemiologia ora viene svolta da strutture del Servizio sanitario nazionale. Credo che molti epidemiologi – almeno quelli delle generazioni più vecchie – che lavorano in istituzioni come l’Osservatorio epidemiologico della Regione Lazio o l’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze si sentano portavoce dell’insegnamento di Maccacaro, per non parlare di molti operatori dei servizi territoriali per la salute dei lavoratori. L’esperienza dell’Istituto di statistica medica di Milano ha anche significato che a occuparsi di epidemiologia cominciassero a non essere solo medici ma anche statistici, laureati in scienze politiche, in biologia e in altre discipline. 

Bologna: Però poi ci sono tutti i tuoi allievi.

Terracini: A casa ho una placca sulla quale, quando sono andato in pensione, sono state incise le firme di oltre una ventina di miei allievi, quelli che hanno ritenuto che io abbia avuto qualche impatto sulla loro formazione professionale. Per cominciare dall’inizio, la prima esperienza, a partire dai primi anni Settanta, è stata quella dell’Ipca. Questa fabbrica (Industria piemontese di coloranti di anilina) era ubicata a Ciriè, a quindici chilometri da Torino. L’ambiente di lavoro (aerazione degli ambienti, scolo degli scarichi, indumenti di lavoro ecc.) era medievale. Produceva coloranti a base di amine aromatiche notoriamente cancerogene, senza fornire i mezzi di protezione che all’epoca erano considerati adeguati. Infatti, una epidemia di tumori della vescica è emersa alla fine degli anni Sessanta, riconosciuta grazie a due lavoratori intelligenti, bravissimi epidemiologi a piedi scalzi. Albino Stella e Gino Franza avevano lavorato all’Ipca in due periodi diversi e si sono conosciuti casualmente in un tempo successivo. Due uomini giovani, sulla quarantina, ambedue di Cirié, ambedue affetti da un cancro vescicale: scoprire che ambedue avevano lavorato all’Ipca fece accendere una lampadina. Istintivamente, fecero un’indagine tra gli ex lavoratori dell’Ipca di loro conoscenza per capire se vi erano stati altri casi. Questo, in mezzo a grandi difficoltà. Molte vittime non volevano mettere in discussione se stessi e la fabbrica che aveva dato loro un salario per anni. Inoltre, il cancro della vescica veniva considerato una cosa vergognosa, brutta e sporca. Alla fine poi Stella e Franza sono arrivati alla Cisl, hanno fatto le denunce, e di lì la storia è diventata “un caso”, il primo di quel genere in Italia. A partire dal 1950, i deceduti con certificato di morte che indicava il cancro della vescica come prima causa del decesso sono stati cinquantasette. Ma molti altri casi sono stati certificati come morti con cancro della vescica o sono stati attribuiti ad altra causa di morte. Quello dell’Ipca è stato il primo processo in sede penale in Italia per malattia da lavoro. Ha avuto luogo a Torino tra il 1977 e il 1978, si è concluso con la condanna di tutti i direttori e del medico di fabbrica.

Per me, l’Ipca ha segnato una svolta. Avevo studiato in laboratorio quelle stesse sostanze, somministrandole alle cavie. Rendermi conto che a quindici chilometri da casa mia c’erano degli uomini che le producevano, venendone esposti ed ammalandosi, mi ha aperto gli occhi. Ero consulente delle parti civili al processo e ho imparato molto dalle vittime e dalle loro famiglie, dalla lucidità dei loro ragionamenti, dalla solidarietà tra loro e dal rispetto (non privo di giustificata diffidenza) per il mondo della ricerca. In quegli anni iniziavo a insegnare epidemiologia dei tumori, alcuni dei miei allora giovani allievi hanno percepito l’umanità che c’era nella storia dell’Ipca e sono venuti a lavorare con me, consapevoli che non ero un professore che offrisse molti sbocchi professionali. Da questo punto di vista, fortunatamente negli anni successivi, con la riforma sanitaria e l’appoggio dell’assessore Baiardi le cose sono migliorate. 

Bologna: Se posso aggiungere, il mio primo incontro con questi problemi di pesante nocività in fabbrica è avvenuto quando insegnavo a Trento. C’era uno studente, poi diventato docente, il cui padre era stato intossicato o aveva contratto il cancro, non ricordo esattamente, in una fabbrica che produceva antidetonanti per la benzina, credo si trattasse di piombo tetraetile. Il movimento studentesco intervenne con grande efficacia per denunciare la situazione e venne fuori che c’erano state decine di morti silenziose. 

Terracini: La stessa storia l’ho sentita raccontare più volte da Franco Carnevale, successivamente medico del lavoro a Firenze. Credo che lo studente di cui parli sia andato a finire a Verona, in un momento in cui il professore di medicina del lavoro era Massimo Crepet, bravissimo docente e medico. Vi sono due modi di fare ricerca sulle malattie professionali croniche come i tumori. Uno consiste nella raccolta dei documenti pertinenti (libro matricola, cartelle cliniche, dati giacenti presso i registri tumori, certificati di morte), l’applicazione di alcuni metodi statistici e pubblicazione delle stime di rischio in qualche rivista scientifica. L’altro consiste nel fare le stesse cose, ma con l’aggiunta della raccolta delle testimonianze operaie e di un approfondimento del contesto locale e della storia dell’azienda, il contatto con il sindacato e con i lavoratori stessi, una condivisione con loro delle difficoltà e dei limiti della ricerca e dei risultati. Dopo l’esperienza dell’Ipca, noi abbiamo scelto questa seconda strada. A Casale Monferrato, dove la nostra ricerca sugli effetti dell’amianto utilizzato dalla Eternit e il nostro rapporto con l’Associazione famigliari e vittime dell’amianto (Afeva) ci hanno arricchiti. Il nostro è un atteggiamento un po’ diverso da quello della medicina del lavoro italiana. Basti dire che è ancora diffusa l’abitudine di non menzionare nome e cognome delle aziende studiate. Per esempio, nelle pubblicazioni dei medici del lavoro di Torino l’Ipca non è mai nominata in prima persona: diventa regolarmente “un’azienda che produce coloranti nell’Italia nordoccidentale”. Né, ovviamente, gli autori hanno ritenuto di informare la popolazione o il sindaco di Cirié delle dimensioni della tragedia che emerge dalle loro pubblicazioni più recenti. 

Noi abbiamo sempre cercato di seguire la seconda strada, e con noi molta parte degli epidemiologi italiani. Certamente, non tutti trovano il giusto equilibrio tra i risultati disponibili e le possibili prospettive di metodi innovativi nella ricerca epidemiologica (personalmente, trovo talora eccessiva l’attenzione che viene data ai big data, raccolti in modo non omogeneo). 

Bologna: Penso si possa dire che quel grande fermento e quella grande capacità di innovazione forse già verso la fine degli anni Settanta hanno cominciato a spegnersi e il sindacato stesso, che prima aveva appoggiato la lotta sull’ambiente di lavoro, è tornato, come si diceva allora, a monetizzare la salute, in particolare dopo la sconfitta alla Fiat nell’ottobre del 1980. Quando tu prendi la direzione della rivista, nel 1999, il clima è molto cambiato. 

Terracini: Non saprei dire se e quanto vi sia stato un ritorno alla monetizzazione della salute e alle indennità di rischio. Certamente, da parte della rivista, l’attenzione si è estesa dall’ambiente lavorativo a quello extra lavorativo. In questo Maria Luisa Clementi è stata una grande collaboratrice. Sono anche successe diverse cose. Una è lo studio Sentieri, tuttora in corso. svolto dagli epidemiologi dell’Istituto superiore di sanità, il responsabile è stato Pietro Comba fino a quando è andato in pensione. La legge che ha riconosciuto una cinquantina di “siti di interesse nazionale” inquinati in Italia è degli anni Ottanta. I siti complessivamente coprono circa un quinto della popolazione italiana. Sistematicamente, Sentieri monitora i dati delle statistiche sanitarie disponibili, confrontando la frequenza di malattie in ciascun sito con quello che ci si poteva aspettare che succedesse se non ci fossero differenze di esposizione tra i rischi a cui è esposta la popolazione di quel sito e quelli della popolazione della regione dove quel sito è collocato. Dove disponibili, i dati delle statistiche sanitarie sono integrati con i risultati di studi ad hoc. Oramai Sentieri è arrivato al sesto aggiornamento. Ovviamente l’obiettivo non è quello di contare i morti o i ricoverati per causa, bensì quello di bonificare e di quantificare l’efficacia della bonifica in termini di salute. Epidemiologia & Prevenzione pubblica regolarmente questi risultati. La rivista inoltre è attenta ai non pochi processi penali per malattie professionali, agli studi che vengono portati in tribunale e alle sentenze. L’epidemiologia in tribunale trova molte difficoltà, anche perché di fronte a un focolaio di tumori in una fabbrica la giustizia italiana richiede che il rapporto di causa a effetto venga stabilito caso per caso. Ai tempi del processo dell’Ipca, un avvocato della difesa mi chiese: «Ma se le statistiche ci dicono che si sarebbe comunque dovuto verificare un caso, come facciamo a escludere, per ogni lavoratore ammalato che non sia proprio quello che si sarebbe verificato comunque?». Molti procedimenti conclusi con condanna in primo grado o in appello finiscono successivamente con la prescrizione o con l’assoluzione dei possibili colpevoli da parte della Cassazione. Su questo la storia dei processi di amianto è abbastanza esemplare. 

Per continuare con quello che fa la rivista, essa va alla ricerca di quelle situazioni in cui c’è un movimento di popolazione nei confronti della salute. Ce ne sono stati diversi, dalla popolazione che risiede attorno ai ricevitori, ai radiotrasmettitori della televisione, a possibili sorgenti di campi elettromagnetici. Certamente si è omologata un po’ alle riviste di Epidemiologia internazionale. Adesso pubblica anche in inglese, mentre prima pubblicava soltanto in italiano.

Bologna: L’altra cosa che vi ha caratterizzato è la battaglia contro la ricerca succube delle case farmaceutiche, quindi tutto il discorso sull’etica professionale del ricercatore.

Terracini: Su questo vale la pena di soffermarsi. Il caso del ricercatore assoldato dagli interessi dell’industria non è esclusivo dell’industria farmaceutica, né in Italia, né altrove. In ogni settore della ricerca tra ambiente e malattia lo standard etico della produzione scientifica è radicalmente peggiorato negli ultimi trenta o quarant’anni. Un primo motivo è la quantità di danaro che parte dell’industria inquinante investe per produrre quello che noi chiamiamo “scienza a difesa del prodotto”. Questa mira principalmente a influenzare la normativa sulla produzione e l’utilizzo di sostanze pericolose. Viene anche usata nei tribunali – soprattutto in Italia – per convincere i giudici della fragilità delle conoscenze (e quindi in dubio pro reo). 

La scienza a difesa del prodotto viene creata nei paesi ricchi, ma le prime vittime sono i paesi poveri, privi di competenze utili per contrastare le valutazioni di rischio che le industrie intendono fare passare. Negli Stati Uniti, e anche in Europa, vi sono imprese finanziate dall’industria per finanziare ricerca a difesa del prodotto da parte di ricercatori consenzienti (e ben retribuiti). Mettere in discussione l’evidenza scientifica è lo strumento principale della scienza a difesa del prodotto. L’industria e i suoi consulenti sono consapevoli che l’utilizzo che essi fanno dell’incertezza per sfidare la scienza sfrutta la stessa natura della scienza, in cui la conoscenza si accumula in tempi molto lunghi e la comprensione della conoscenza evolve nel tempo. Gli scienziati non hanno la verità, essi cercano la verità. Abbiamo a che fare non con assolute certezze, bensì con il peso dell’evidenza. Sono parole di David Michaels, che alle strategie (di parte) dell’industria per produrre scienza a difesa del prodotto ha dedicato due libri, Il dubbio è il loro mestiere nel 2008 e, più recentemente Il trionfo del dubbio, che abbiamo presentato l’anno scorso su Epidemiologia & Prevenzione. Il titolo del primo libro è spiegato dallo stesso Michaels, citando un memoriale del 1969 di un anonimo pezzo grosso dell’industria del tabacco, inteso a contrastare la crescente evidenza dei danni alla salute causati dal tabacco: «Il dubbio è il nostro prodotto poiché è il miglior mezzo per competere con le conoscenze che esistono nella mente del pubblico». 

Altra causa del degrado medio della qualità della produzione scientifica su salute e ambiente è stata la conversione, almeno parziale, di molte riviste alla strategia dell’open access, che rende gratuito l’accesso ai singoli articoli. Un risvolto positivo di questa pratica è che essa allarga la fruizione dei contenuti degli articoli ai non addetti ai lavori. Ma c’è un preoccupante risvolto negativo: le spese di pubblicazione degli articoli open access sono a carico degli autori, o meglio delle istituzioni dove essi operano e dei loro “sponsor”. Purtroppo, almeno nel campo della salute, questo ha portato parte dell’editoria scientifica a convertirsi progressivamente in imprese commerciali a fine di lucro, meno rigorose nella valutazione della qualità degli studi sottoposti per pubblicazione e meno attente alla dichiarazione di conflitti di interesse da parte degli autori. 

Bologna: Benedetto, credo che non possiamo chiudere questa intervista senza aver prima accennato alla questione dell’amianto. 

Terracini: L’amianto esemplifica bene le ramificazioni della scienza per la difesa del prodotto, anche se lo stesso si potrebbe dire per il fumo passivo, il glifosato, le emissioni diesel e di tanti altri materiali tipici della nostra società. Una variabile in più: in sessantasette paesi vige il divieto di estrazione, commercio, importazione ed esportazione di amianto o materiali contenenti amianto. Il bando ha una sua logica: tutte le forme di amianto sono cancerogene per l’uomo (lo ha detto quasi mezzo secolo fa l’Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro); non vi è una dose al di sotto della quale non vi sia rischio; l’amianto è un materiale persistente e difficile da smaltire. Al momento del bando del 1992, in Italia erano presenti trenta milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (mezza tonnellata per italiano). Altri due elementi hanno precipitato i tempi della messa al bando. Da una parte, il riscontro di epidemie di tumori causate dalla contaminazione con amianto dell’ambiente esterno a quello lavorativo (biasimevolmente, una morte “da ambiente” commuove l’opinione pubblica e i media di più di una morte “da lavoro”). Dall’altra parte, da mezzo secolo, negli Stati Uniti le cause civili per danni lavorativi da amianto, promosse dai sindacati, con indennizzi milionari, hanno portato alla bancarotta non solo le imprese che lavoravano l’amianto ma anche le loro compagnie di assicurazione. 

Alcune dozzine di paesi continuano a usare l’amianto, guidati dai principali produttori e consumatori: Russia, Cina, India, Kazakistan, Indonesia. 

La scienza a difesa dell’amianto mira a dare una mano alle autorità dei paesi che non hanno bandito l’amianto e a proteggere i responsabili nei tribunali dai quali le vittime e i loro congiunti aspettano giustizia. Gli argomenti sono ricorrenti; la possibilità di un (inapplicabile) “uso controllato” dell’amianto, il ruolo della suscettibilità individuale nella cancerogenesi da amianto, l’incertezza delle singole diagnosi, la forma del rapporto tra dose ed effetto, la potenza cancerogena relativa delle diverse forme di amianto, le modalità della interazione tra fumo di tabacco e amianto nella produzione di tumori polmonari e altri. Le inevitabili lacune nella conoscenza di tali argomenti vengono di volta in volta usate in modo ambiguo per screditare le evidenze di rischio. Nelle pubblicazioni scientifiche a difesa dell’amianto, i nomi dei committenti e i conflitti di interesse vengono celati, gli strafalcioni vengono corretti con difficoltà e tardivamente. 

Per quanto riguarda l’Italia, non credo che sia realistico pensare a un ritorno all’amianto. È invece preoccupante la difficoltà che le vittime (quasi sempre si tratta di loro congiunti) trovano per ottenere giustizia. Vorrei citare due circostanze, riguardanti rispettivamente i mesoteliomi pleurici e i tumori del polmone causati da amianto (congiuntamente, parliamo di almeno duemilacinquecento morti all’anno). Per i primi, soltanto nei tribunali italiani viene negato il fatto che il rischio di mesotelioma per gli esposti sia proporzionale alla esposizione cumulativa ad amianto e si pretende che venga indicato in quale periodo il tumore si è iniziato ed è evoluto fino alla fase della irreversibilità (date impossibili da determinare). Per i secondi, da mezzo secolo si sa che amianto e fumo di tabacco potenziano reciprocamente il rischio: eppure nei tribunali italiani passa la linea che ogni caso di tumore ha una, e una sola causa: la cultura popolare ha preso coscienza degli effetti del fumo, per cui se il malcapitato fumava, il suo cancro del polmone non può essere stato causato dall’amianto. 

Bibliografia e sitografia

V. Armanni, «“Un giorno di questi scriverò un libro apposta perché sia un altro a prefarlo”. Giulio Maccacaro e la collana “Medicina e potere” di Feltrinelli», Fondazionefeltrinelli.it, 18 marzo 2020. 

Associazione italiana cristallografia, «Vladimiro Scatturin (1922-2008)», cristallografia.org. 

S. Bologna, «Giovanni Cesareo, un “nobile” della sinistra», it.scribd.com, 18 marzo 2015.

M. Cardiroli, «Luigi Mara, a cinque anni dalla scomparsa», medicinademocratica.org.

R. Carson, Primavera silenziosa (1962), Feltrinelli, Milano 2016. 

«Come sta la sanità? Il blog di Cesare Cislaghi», in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Epidemiologia & Prevenzione. Rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, epiprev.it. 

“MADE in blog. Interpretare e discutere i dati dell’epidemia di COVID-19”, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it. 

Scienzainrete.it. 

Sentieri – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Sezione «Il Sapere collettivo di Maccacaro», sapere.galileonet.it.

B. Terracini, «Renzo Tomatis. Uno scienziato scomodo», in Epidemiologia & Prevenzione, 25 settembre 2007.

B. Terracini «Fiorella De Rosis. Una donna generosa», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 32 (4-5), luglio-ottobre 2008. 

B. Terracini, D. Mirabelli, «Asbestos and product defence science», in International Journal of Epidemiology, ottobre 2016. 

B. Terracini «E il dubbio continua a trionfare… anche in Italia», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 44 (2-3) marzo-giugno 2020.

Sulla categoria di paternalismo e il caso triestino

Sergio Bologna

18 ottobre 2021

Diverse versioni di questo articolo sono uscite anche su Il Manifesto (18-10-2021) e Il Fatto Quotidiano (19-10-2021).

Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.

Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.

Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.

Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.

I porti e il caso di Trieste

In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto benissimo continuare così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.

Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.

Può essere definito questo “paternalismo”?

Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. É stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.

Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.

Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.

Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.

“No al Green Pass” come obbiettivo unificante

Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. É quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.

Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.

Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? É proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.

E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.

Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider…

In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.

Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:

a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);

b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e

c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e

d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.

Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.

Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.

Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.

Il movimento no vax non può che essere di estrema destra

Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).

Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. É una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. É un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?

No grazie.                                   

Non regaliamo all’estrema destra l’idea di libertà!

Sergio Bologna

L’articolo che pubblichiamo qui di seguito è un intervento personale di Sergio Bologna, scritto come documento da utilizzare per stimolare il dibattito interno alla redazione in vista della pubblicazione del numero 4. Accidentalmente è stato reso pubblico, per questo motivo lo rendiamo disponibile alla lettura.

Chi ha seguito con qualche attenzione la fase della presidenza Trump e in particolare, nei mesi della pandemia, la campagna elettorale che ha portato alla sua sconfitta avrà notato con quanta insistenza lui stesso e l’ambiente dei suoi sostenitori dichiaravano di voler difendere la libertà degli individui.

Freedom, libertà, è un mantra nella storia americana, che in certi periodi viene evocato con maggiore enfasi, in altri con una tensione minore. Durante tutto il confronto con il comunismo, per esempio, la parola libertà veniva identificata con è stata usata per identificare tutto ciò che il comunismo non era. Libertà di mercato anzitutto, l’opposto del dirigismo comunista. Il concetto di libertà che la Rivoluzione francese aveva istituito come valore supremo e principio fondamentale dell’essere civile si è tramutato già nel corso dell’Ottocento in un concetto di libertà come essenza di un determinato ordine economico, di un determinato assetto istituzionale. È passato dall’essere valore che ha dato identità a una classe, la classe borghese, a valore che ha dato identità al capitale, mentre le classi subalterne innalzavano il vessillo dov’era scritto “solidarietà”.

Quel che succede oggi è ancora diverso, perché l’idea di libertà che l’estrema destra porta avanti – e Trump appartiene all’area dell’estrema destra – deve potersi tradurre in un comportamento riconosciuto proprio da quella “moltitudine” senza connotati di classe che è il risultato sia della fine della contrapposizione tra modello di democrazia occidentale e modello di regime comunista, poi divenuto genericamente contrapposizione tra “destra” e “sinistra”, sia della dissoluzione della middle class e della frammentazione e scomposizione della working class.

Non deve più rappresentarsi immediatamente come sinonimo di un determinato ordine sociale, economico e istituzionale, ma come sostanza biologica, “naturale”, di una umanità in cerca del puro benessere. Quindi la libertà diventa semplicemente il diritto del singolo individuo di fare ciò che vuole per il proprio utile, non solo al di fuori di ogni regola, ordine e principio istituzionale – ancora Trump, come esempio – ma anche al di fuori della considerazione per l’altro da sé: l’individuo ha il diritto di fare ciò che vuole, senza preoccuparsi se il suo agire può essere di vantaggio o di detrimento di altri. Perché l’altro esiste soltanto se gli si contrappone, alla pari, esercitando lo stesso diritto a proprio vantaggio. Se non è mio pari, prevalgo; se lo è lo combatto, per prevalere. È evidente la regressione: dalla società di Locke, dal contratto sociale di Rousseau e dal liberalismo di Stuart Mills (l’esercizio della mia libertà non può limitare la libertà altrui) all’homo homini lupus di Hobbes e al darwinismo sociale intrinseco alla storia otto-novecentesca del capitalismo prevaricatore, razzista colonialista e neoliberista.

L’idea di libertà sottesa al comportamento e alla propaganda no-vax è di questo genere: faccio quello che voglio; voglio poter fare quello che voglio dove voglio. Per questo riteniamo che il movimento no-vax sia un’espressione di estrema destra (ed è paradossale vedere i neofascisti e neonazisti al suo interno che danno del fascista e del nazista a chi è pro-vax). Riteniamo che esso abbia le idee molto confuse sui vaccini e sulla loro gestione (anche noi non le abbiamo chiarissime e nemmeno l’Oms le ha…); al suo interno sono presenti persone di differenti e anche opposte idee politiche, ma tutte sono fermamente convinte che l’idea giusta di libertà è quella: chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole e nessuno, tanto meno quel dispositivo che chiamiamo stato ha il diritto di impedirglielo.

(Non confondiamo il movimento no vax con la protesta contro il green pass, sono due cose diverse che tratteremo separatamente. Averle mischiate ha consegnato la leadership delle manifestazioni di piazza all’estrema destra. E questo dimostra quanta confusione regna nella testa di tanti compagni, di tanti operai e brave persone…).

È sempre più evidente che il movimento no-vax è essenzialmente un movimento anti-stato. Non è solo, in questo. Si capisce che anche tendenze anarchiche abbiano potuto trovare affinità con quel movimento. Ma non è l’anti-stato anarchico la matrice dominante. Negli Stati Uniti, destra “trumpista” e movimento no-vax hanno avuto, insieme, una grande forza. L’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 ne è stato la rappresentazione più compiuta ed eloquente. Se poi dalla manifestazione no-vax a Roma scaturiscono l’assalto fascista alla sede nazionale della Cgil e il tentativo di arrivare a Palazzo Chigi il cerchio si chiude: dall’’assalto al Campidoglio di Washington il 6 gennaio all’assalto alla Cgil di Roma il 9 ottobre; dal “ci prendiamo Washington” al “ci prendiamo Roma”. In più, a Roma, l’attacco anti-sindacale che non può non ricordare le Camere del lavoro devastate e incendiate dai fascisti cent’anni fa.

Il movimento no-vax non ha connotati di classe, anzi s’inserisce perfettamente nel fenomeno della dissoluzione della middle class e della working class, della crisi dei ceti medi e della trasformazione del mondo del lavoro. Ma proprio qui si svela come movimento che sembra non avere riferimenti in un determinato ordine economico, mentre in realtà ne ha uno preciso: quello del modello neoliberista. Negare lo stato significa negare il servizio pubblico e quindi affermare implicitamente che la gestione della sanità, dell’acqua, della scuola, dei trasporti, dell’assistenza ecc. non deve o può essere pubblica. Perché, se lo è, il sostenerne i costi implica togliere qualcosa a me a beneficio di altri da me. Tutto deve essere consegnato ai privati, e chi non è in grado di pagare, peggio per lui o per lei.

*        *        *

Dobbiamo liberarci dai prototipi che abbiamo sempre usato per definire l’estrema destra, in particolare dal prototipo del nazismo o del fascismo. Dobbiamo parlare oggi di un “neonazismo senza Hitler”, perché il nazionalsocialismo degli anni Trenta come l’abbiamo conosciuto prima e dopo le sue mostruosità, era tutt’altro che un’ideologia individualista, anzi, si fondava sull’idea di Volksgemeinschaft, di comunità di popolo (certo, del popolo “tedesco”). Oggi l’autoritarismo trumpiano si sposa perfettamente con l’individualismo: è individualismo nella sua proiezione globale, all’altezza di Internet, e poiché l’universo virtuale del web è un universo di individui senza vincoli istituzionali, senza un ordine istituzionale, senza un’autorità regolatoria superiore, si presta a meraviglia come spazio nel quale l’immaginario dell’individuo della moderna “moltitudine” proietta i suoi comportamenti materiali. Nello spazio virtuale del web l’individuo pensa di poter fare ciò che vuole, nessun governo – o istituzione, o “corpo intermedio” – può dettargli le regole, nessun potere può disciplinarlo.

Perfino il capitalismo delle multinazionali, stadio che pensavamo supremo della sua evoluzione, è roba vecchia. L’ordine imposto dai nuovi Leviatani – Google, Amazon, Facebook e pochi altri loro simili, il Big Tech – costituisce un nuovo stadio di sviluppo capitalistico con caratteristiche assai diverse. Una delle sue caratteristiche è proprio la “democratizzazione” dell’accesso alla comunicazione, la possibilità offerta all’individuo di comunicare con il mondo e teoricamente di agire nel mercato. Il vecchio modello capitalistico delle multinazionali conservava i caratteri dichiaratamente gerarchici del comando e manteneva per l’impresa l’esclusiva dell’accesso al mercato. L’esclusiva sulla possibilità di sopravvivenza materiale, economica dell’individuo, restava all’impresa, produttrice di lavoro dipendente, subordinato. Oggi l’inclinazione naturale all’individualismo – in questo senso il freelance è la figura-simbolo della nostra epoca – è enormemente potenziata dalla convinzione che l’accesso al web possa diventare accesso al mercato e dunque alla sopravvivenza, senza la mediazione di alcuna istituzione, senza la mediazione del lavoro subordinato e del salario. Corpi intermedi come quello sindacale sono presentati dalle imprese e percepiti dagli individualisti come intralci alla realizzazione di sé.

Bisogna assolutamente risalire alle radici sociali del comportamento individualistico, per capire la sua predisposizione ad accettare determinate idee di libertà.

Fondare il proprio comportamento sulla convinzione che ciascuno ha diritto di fare ciò che vuole è il modo più radicale per negare tutti i valori su cui è stato costruito il movimento operaio, il socialismo, in una parola “la sinistra”, negare il valore del mutualismo, della solidarietà, della comunità, valori sui quali si sono costruiti tessuto sociale e conflitto sociale. Valori ai quali si ispira la nostra rivista, così, semplicemente, senza tanti fronzoli né bisogno di spiegazioni.

*        *        *

Detto questo, possiamo anche entrare nel merito delle questioni riguardanti la salute pubblica, questioni che il movimento no-vax risolve con la semplificazione: ciascuno si regola come vuole, la salute pubblica non è un mio problema, io debbo pensare solo alla mia salute, non esiste una scienza della salute, anzi non esiste la scienza, dunque non può esistere un potere regolatore fondato su una presunta maggiore conoscenza di quella che l’individuo già possiede e che è tutta contenuta nell’affermazione della sua libertà individuale.

L’idea che la libertà dell’individuo di pensare da sé e per sé sia conoscenza e per di più conoscenza superiore a quella di presunti “tecnici” – individuati come funzionari o intermediari di un potere statale o come servitori di multinazionali farmaceutiche – equivale a negare valore alla competenza, alla formazione, alla ricerca scientifica. Non significa però tornare all’idea del “buon selvaggio” roussoviano, ma alla condizione di essere alla mercé del mercato. Gli individui che pensano se stessi come entità indipendenti, che non hanno bisogno di nessuno, che non fondano la loro esistenza sulla relazione ma sull’individualismo, sono proprio quelli che perdono maggiormente la loro libertà, in particolare nei rapporti di lavoro: negando la solidarietà, la comunità e il mutualismo, si presentano nella condizione di essere oggetto del più sfrenato sfruttamento, perché si sono posti nella condizione di maggiore debolezza contrattuale sul mercato, quella dell’individuo singolo.

Il fanatico difensore delle proprie libertà individuali, che non riconosce nessuna entità o istituzione regolatrice e quindi nemmeno il welfare state, si affida interamente e incoscientemente al mercato, che non mancherà di stritolarlo condannandolo a un’esistenza precaria da working poor. E il pensarsi liberi e il trovarsi poi deboli di fronte non al vecchio padrone, ma a poteri senza volto e spesso senza nome per i quali l’individuo da solo è nulla facilita la nascita di fantasmi: non le dinamiche intrinseche ai concreti rapporti di potere nella società, ma oscure presenze ostili che cambiano il mondo intorno a me e sono, anzi complottano “contro di me”. Non so chi sono, ma so che ci sono, perché qualcuno dovrà ben essere responsabile del danno che subisco. L’entità superiore più immediatamente riconoscibile, anche se inafferrabile, è lo stato. Ma è qui che scattano anche la diffidenza, l’aggressività, la violenza verso chi è diverso da me, tanto maggiori quanto più lui e lei sono fisicamente vicini, riconoscibili (per il colore della pelle o per la foggia degli abiti o per il profumo della cucina) e socialmente deboli.  

Il movimento no-vax non ha alcuna idea di salute o di igiene pubblica. Perché la dimensione del collettivo gli è completamente estranea, oltre ad essergli estraneo il concetto di servizio pubblico. Per quale ragione, quindi, persone che si richiamano a valori molto diversi da quelli trumpiani, a valori più o meno vagamente “di sinistra”, finiscono per accodarsi a questa banda di irresponsabili? Questo comportamento subalterno è tanto più incomprensibile, in quanto nella nostra tradizione di esperienze, lotte, ragionamenti, ricerche, sia il problema della salute pubblica, sia il problema delle epidemie, è stato lungamente affrontato e sviscerato.

Un solo esempio. È dalla metà degli anni Settanta che esiste la rivista Epidemiologia e prevenzione, espressione di quel “movimento di lotta per la salute” che ha condotto le battaglie politiche e legali che hanno portato al riconoscimento dei rischi per i lavoratori esposti a sostanze tossiche – come l’amianto, il piombo tetraetile, il cloruro di vinile, la betanaftilamina ecc. – e il diritto al risarcimento. Ricordiamo i nomi di Giulio Maccacaro e di Ivar Oddone. La rivista è nata per formare operatori sanitari sul territorio, per combattere l’arroganza delle case farmaceutiche e delle industrie che negano l’evidenza dei danni prodotti dalle loro lavorazioni e che finanziano abbondantemente studi volti a dimostrare l’inesistenza del rischio, per combattere un modello di sanità pubblica fondato solo su grandi centri ospedalieri superspecializzati e su cliniche private, al servizio di chi si può permettere cure costose.

Questo è il grande patrimonio di esperienze e di conoscenze che ci ha lasciato in eredità il movimento di lotte sociali degli anni Settanta, un patrimonio che si rinnova di generazione in generazione. Noi non abbiamo bisogno di ricorrere a confuse teorie del complotto per denunciare certi veri e propri crimini commessi dalle case farmaceutiche, ci basta ricorrere al concetto marxiano di profitto. Né abbiamo bisogno di accodarci all’azione anti-governo di Fratelli d’Italia per denunciare il preoccupante taglio alla spesa sanitaria pubblica del governo Draghi. La battaglia per una sanità al servizio di tutti i cittadini, con un presidio costante del territorio, per una prevenzione basata sul senso di responsabilità verso gli altri, è una nostra battaglia da mezzo secolo, non è roba da apprendisti stregoni

P.S. Dopo l’assalto fascista alla sede Cgil di Roma da più parti si è levata la richiesta di mettere fuori legge Forza Nuova. Da parecchi anni il problema di una rinascita della fede fascista in Italia è un problema serio. La sinistra, la stampa, gran parte delle forze intellettuali, la magistratura, hanno non solo ignorato questo problema ma hanno in certi casi assecondato la peggiore deriva di estrema destra, come nel caso delle foibe. Mettendo fuori legge Forza Nuova pensano magari di aver risolto il problema? Così continueranno a ignorarlo, a far finta che non esista? Prima di metterli fuori legge cominci la polizia a trattarli come tratta gli operai in sciopero. E allora l’assalto alla Cgil non sarebbe riuscito. Non si tratta di metterli fuori legge, ma di metterli fuori gioco politicamente. E questo è affare nostro, è nostra responsabilità creare le premesse perché vengano isolati e sconfitti.

Due libri, un solo autore

Sergio Bologna

I sociologi ci avevano abituato a guardare a fondo la stratificazione sociale, attenti a seguire le complesse frammentazioni e segmentazioni di un tessuto che dall’inizio del postfordismo si è fatto sempre più variegato, facendo saltare completamente la nozione stessa di “classe”. 

Paolo Perulli nel suo libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, pubblicato da Il Mulino nel 2021, imprime una forte sterzata a questa tendenza e riprende a parlare per grandi aggregati, la neoplebe da un lato e la classe creativa dall’altro. Concetti che possono suscitare più di una perplessità ma che in realtà funzionano benissimo nella logica della sua argomentazione, che è tutta rivolta a costruire uno scudo contro il populismo, nemico non solo del confronto globale ma soprattutto del sapere. Il populismo esalta l’ignoranza, per mettere “il popolo esperto” ancora più ai margini di quanto già non lo sia. Quello che Perulli chiama la classe creativa non è tanto una fotocopia dell’idealtipo costruito da Florida quanto l’insieme delle persone che attraverso gli studi hanno acquisito competenze specifiche, specialistiche e che sono sottoposte a un continuo processo di svalorizzazione e delegittimazione – basti pensare a certi nostri dibattiti televisivi sul tema Covid dove vengono messi a confronto illustri scienziati con improbabili personaggi (cantanti, gestori di discoteche, blogger) che si permettono di discettare su virus e vaccini e di contestare i pareri dello scienziato. Se uno segue con un po’ d’attenzione la strategia comunicativa della Lega nota immediatamente come essa sia fondata sulla delegittimazione del sapere in quanto tale.

Perulli ha perfettamente ragione, questo odio per il sapere è gemello dell’odio di razza, per contrastarlo necessariamente occorre alzare lo sguardo sul mondo, perché il sapere, la conoscenza o sono universali e universalistici o non esistono. Il punto però è: riesce la classe “esperta” a recuperare la neoplebe quando non è riuscita nemmeno a difendere il proprio potere? Si ripete fino alla noia che viviamo in una knowledge society ma il lavoro intellettuale, tecnico-scientifico, non ha nessun potere reale in questa società. Il pensiero intellettuale questa situazione umiliante se l’è cercata. È da quando ha cominciato ad espellere il pensiero critico dal suo perimetro che non ha fatto altro che perdere terreno. «Il pensiero critico oggi è in un angolo», scrive Perulli a pagina 68:

L’idea che “non c’è alternativa” al mondo attuale è stata propagandata e diffusa al punto da diventare un luogo comune. Anche il pensiero progressista fa parte di questa resa al dato di fatto: globalizzazione inevitabile, mercato intoccabile. Il pensiero critico è invece essenziale per indicare vie nuove alla società, e impedire la distruzione della ragione nelle forme che oggi assumono l’anomia dei mercati e il caos planetario. 

D’accordo, ma come si rimette in moto un pensiero critico? Risposta facile: con l’azione collettiva. E qui Perulli ricorda come il concetto di azione collettiva sia stato completamente stravolto dalle teorie olsoniane che hanno ridotto l’azione collettiva a un fenomeno puramente economico, di difesa corporativa degli interessi. Il pensiero critico rinasce quando «movimenti di protesta e saperi specializzati, domanda di cambiamento e soluzioni tecnico-scientifiche all’altezza dell’epoca» si incontrano. C’è però da fare un passaggio molto difficile ed è quello di recuperare una dimensione locale, come dimensione di specificità e concretezza, per evitare che il globale diventi solo lo spazio della delocalizzazione ovvero del non rispetto delle regole e in primo luogo dei diritti umani. Il ragionamento di Perulli non è diverso da chi ha concepito quella Legge sulle catene di fornitura (LsKG) che il Parlamento tedesco ha appena approvato e che accolla all’impresa committente o capofila la responsabilità del rispetto delle regole in tutta la catena di appalti e subappalti (per cui un lavoro minorile utilizzato in Perù nella prima lavorazione del litio destinato alle batterie in uso dalle auto elettriche Volkswagen può essere portato in una causa civile davanti a una corte tedesca). Pensata come strumento per incoraggiare il re-shoring questa norma entrerà in vigore solo nel 2023. Avrà effetto? Forse in termini di “accorciamento” delle catene di fornitura ne avrà di più l’aumento dei costi di trasporto. La re-internalizzazione è un aspetto limitato, si dirà, oggi le dimensioni del cambiamento sono enormemente più vaste, a cominciare dalla transizione energetica, sulla quale Perulli chiude il suo scritto in termini di speranza. A me sembra che il problema sia lo stesso. Non si tratta di capire qual è la via maestra perché possa esserci un “ritorno alla ragione”, si tratta di capire se le misure che vengono prese in funzione di “rimediare” alcuni guasti che minacciano la sopravvivenza della specie contengono o meno in sé degli elementi che possano far finire la storia in maniera diversa dalla semplice restaurazione degli attuali assetti di potere. È chiaro che la transizione energetica è prima di tutto un colossale business ma per farla marciare il capitalismo ha bisogno di rilegittimare certi valori che l’umanità può prendere in mano e rivoltarglieli contro. Allo stesso modo non si possono evocare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici pensando di farla franca, coniugando greenwashing con socialwashing. Perulli nelle ultime pagine dà per scontato che «la svolta valoriale» sia già avvenuta, anche nelle convenzioni internazionali (del trade, per esempio). Pur essendo meno ottimisti di lui non possiamo nasconderci che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi non può essere liquidato come il solito trasformismo capitalista, qui si apre un nuovo terreno di gioco, in questa scommessa il capitalismo accetta una piccola dose di rischio. Proprio per questo il populismo e l’estremismo di destra gli servono, sono un’assicurazione contro quel rischio.

Nelle ultime pagine del libro, parlando di distruzione della razionalità, Perulli accenna al problema della finanziarizzazione dell’economia e dell’indebitamento, temi ai quali ha dedicato un lavoro più impegnativo di quello che abbiamo appena segnalato: Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, pubblicato da La nave di Teseo nel 2020. Le prime cento pagine del libro sono dedicate a una rassegna delle principali teorie sulla crisi del capitalismo e sulla formazione di quell’ideologia del successo imprenditoriale che ha acquistato le caratteristiche di una vera e propria «religione sociale», cioè di una credenza, di una fiducia illimitata in un sistema che si pensa infallibile. Le due teorie, quella dell’inevitabile crollo e quella della «non pensabilità» di un crollo sono cresciute assieme. È curioso per esempio, come annota Perulli, che la teoria dell’etica protestante di Weber ai giorni nostri si sia trasformata in credenza, per cui al progredire del pensiero unico neoliberale, ha corrisposto un revival della chiesa evangelica non solo negli Stati Uniti ma soprattutto in Cina dove i protestanti sono ormai ottanta milioni. Uno dei punti di riferimento in questa rassegna non può che essere Karl Polany e la sua idea del denaro come istituzione. La finanza è un’istituzione sui generis perché a differenza dello Stato non si regge su un sistema di leggi, non dispone di una costituzione, bensì di costumi, di pratiche e proprio per questo è al tempo stesso inafferrabile e non regolabile, dunque più forte dello Stato. Lo Stato non è in grado di tenerla sotto controllo, specialmente oggi che la massa di capitali della finanza mondiale supera largamente il Pil mondiale. La finanza non solo non è riconducibile a un controllo da parte degli Stati ma essa stessa controlla gli Stati con il meccanismo dell’indebitamento.

Il problema del debito sovrano oggi, con il cosiddetto Recovery plan, ritorna in primo piano, lo Stato italiano sotto la guida di un ex banchiere centrale si sta accollando altri cento miliardi di debito, mentre – Perulli lo ricorda nell’altro libro – «in pochi anni la percentuale di mutui e debiti finanziari delle famiglie italiane incide per il 90% del reddito disponibile». Il debito ormai è incistato nella vita quotidiana degli individui tanto da dar luogo a una vera e propria antropologia dell’«uomo indebitato», per dirla con Lazzarato, che riprende alcune delle acutissime riflessioni di Benjamin sul rapporto tra “debito” e “colpa” (Schuld in tedesco per l’uno e per l’altra). 

Perulli prosegue il suo ragionamento analizzando le tre crisi del 1929, del 1973 e del 2008, dicendosi convinto che «la prossima crisi sarà una crisi da debito privato, come e più di quella precedente e altrettanto sarà una crisi da sregolazione». Dopo l’ultima crisi, quella del 2008, nessuno strumento è stato messo in atto dalle istituzioni internazionali per evitare che essa possa ripetersi. Può riscoppiare da un momento all’altro a seguito dell’incredibile rialzo dei titoli dopo il Covid oppure a causa delle criptovalute oppure per colpa degli investitori freelance o per altro ancora. «Ma quello che non è stato previsto è il sommarsi di crisi finanziaria del debito e di catastrofe ambientale, qualcosa che non è ancora mai avvenuto e rispetto a cui il mondo è immobile, totalmente impreparato». In realtà a ben vedere il concetto di crisi associato a quello di crack finanziario è un concetto puerile, la crisi è la normalità, quella per cui ai resti del vecchio contratto sociale non si è sostituita nessuna nuova forma di contratto e la finanza può continuare il suo percorso nella più totale imperscrutabilità, «i dati relativi alle banche, in particolare le banche d’affari e d’investimento, e l’intera attività di erogazione e di emissione sono avvolti da un’impenetrabile cortina informativa». Lo stesso senso di completa perdita di controllo e d’orientamento ci viene dal mondo virtuale del web, dove sembra che ci sia stata concessa la connettività totale in cambio di una perdita completa dell’autonomia. Forse una via d’uscita non esiste ma almeno si può provare a praticare strategie di resistenza («puntare a beni open source, open access, servizi sanitari e sociali gratuiti e universali, beni comuni verso cui si orienterà la società di domani»). Dopo aver dedicato un capitolo a una rassegna di autori che hanno tentato di «riformare il capitalismo» fino ad arrivare alla forma moderna di «socialismo di mercato» che in Cina riproduce tutte le contraddizioni del capitalismo neoliberale (ivi compreso l’insostenibile indebitamento delle famiglie), Perulli prova a individuare quelle che sono le possibili «linee di frattura», la prima è tra «economia ed ecologia», la seconda è tra «flussi e insediamenti, tra migrazioni e habitat», la terza è tra «divisione del lavoro e bisogni sociali», la quarta tra «competizione e sopravvivenza», la quinta è tra economia e politica, tra «irresponsabilità economica e responsabilità ecumenica». Che cosa sono queste linee di frattura? Sono le faglie dove la società capitalistica entra in contraddizione con se stessa, ammette di aver creato meccanismi autodistruttivi. In effetti ci sono parecchi segnali in questo senso, il capitalismo è entrato in una fase in cui «cerca di rimediare»: la transizione energetica è l’esempio più eclatante soprattutto se la si considera in tutti i suoi aspetti, non ultimo quello finanziario degli Esg principles (environment, social, governance).

Credo che i meriti principali dei due testi di Paolo Perulli siano questi: da un lato di averci fornito una rivisitazione originale della letteratura che problematizza la società del capitale, dall’altro di aver colto un passaggio d’epoca: il capitalismo, incapace di riforma, cerca il rimedio e questo cambiamento di rotta non è una pagliacciata, va preso sul serio, è un nuovo terreno di gioco. Lui conclude dicendo «stavolta il capitalismo non ce la farà, stavolta le forze distruttive che ha messo in moto avranno la meglio sulla sua capacità di trasformismo, la faglia si sta staccando». Vedremo se la sua profezia si avvererà o meno, quello che ci hanno fatto capire i suoi testi è che siamo entrati in una fase dove l’apocalittico non appartiene più alla sfera del pensiero metaforico, ma alla sfera del quotidiano.

Bibliografia

P. Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, Milano 2020.

P. Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, il Mulino, Bologna 2021.

PRIMO MAGGIO, UNA STORIA IRRIPETIBILE

Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio, Milano 29 marzo 2021

Andrea Bottalico e Sara Zanisi

Con questo numero OPM inaugura una nuova rubrica dedicata alle “voci militanti”: interviste a uomini e donne che praticano la storia/ricerca militante e la conricerca oggi. Uno spazio di confronto e discussione sulle metodologie, sulle ricerche e sul significato nella contemporaneità di questa pratica che affonda le sue origini negli anni Sessanta e Settanta.

Apriamo questa sezione con un’intervista, raccolta da Andrea Bottalico e Sara Zanisi il 29 marzo 2021, a due dei primi redattori della rivista Primo Maggio: Sergio Bologna e Bruno Cartosio. Seguirà un’intervista a Cesare Bermani.

Queste conversazioni non ripercorrono in modo sistematico la storia della rivista, perché questa è già stata raccontata nel volume La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di Cesare Bermani, pubblicato da DeriveApprodi nel 2010.

Zanisi: Noi vorremmo cominciare dal metodo, parlando un po’ della storia di PM, un po’ della rinascita con OPM. Come lavoravate? Come si “cucinava” la rivista?

E poi dalla questione di fondo intorno a cui ruotano più aspetti: la storia, il peso che ha avuto la storia, la storia militante, e che forse ha anche nell’esperienza di oggi. Nella lettera aperta che tu Sergio hai scritto un paio di anni fa, dopo il numero speciale dedicato a Primo Moroni, dicevi che sarebbe stato impossibile rilanciare l’esperienza di PM nel 2018 così come era stata, centrata sulla matrice operaista, mentre avremmo dovuto tenere nella cassetta degli attrezzi la storia militante: «La storia militante viene prima dell’operaismo ed è un bisogno primario», un antidoto, un’arma.

E in effetti rileggendo la rivista e il libro curato da Bermani, la storia è il nodo centrale: cosa è stata la storia militante? Perché avevate scelto questa metodologia? Perché l’avete scelta all’inizio quando siete partiti nel 1973 e perché l’avete riscelta e rivendicata anche in quel momento cruciale di crisi tra il 1980 e il 1981? 

Sergio: Io arrivo all’esperienza di PM in un momento molto difficile e molto amaro per me: avevo dedicato dieci anni della mia vita a costruire un’ipotesi organizzativa operaista e questa era andata in fumo, con la mia uscita da Potere operaio. Oltre all’amarezza c’era questo senso di spaesamento: una volta avevo una casa e adesso ero senza casa, ero politicamente un homeless. 

Il 1971 è stato un anno molto brutto, sono quelle svolte in cui poi decidi di pensare anche a te stesso, infatti ho ripreso una vita personale, mi sono sposato ed è nata mia figlia. 

Ma la situazione era veramente complessa: ero appena entrato all’università di Padova, lì il mio capo era Toni Negri, il fatto che avessimo rotto sul piano politico creava un imbarazzo non indifferente sul piano accademico, tant’è che cominciai allora un tentativo di andarmene da Padova, senza mai riuscirci. Lui stesso si rendeva conto della situazione, mi propose un compromesso che ricuciva un po’ i nostri rapporti personali: fare insieme la collana di Feltrinelli “Materiali marxisti”. All’inizio era una cosa un po’ posticcia, ed è dimostrato dal fatto che nel primo volume, Operai e stato, il mio contributo è stato solo un saggio che avevo scritto cinque anni prima.

Però mi è stato utile perché mi ha fatto tornare la voglia di studiare, di riprendere il lavoro: il saggio su Marx – «Moneta e crisi: Marx corrispondente della New York Daily Tribune» – lo concepii come un tentativo di continuazione della tradizione operaista. L’operaismo era nato con Quaderni rossi e l’articolo di Raniero Panzieri «Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», era proseguito con Operai e capitale di Mario Tronti, che era a sua volta una rilettura di Marx. Io volevo ricollegarmi a quella tradizione affrontando un elemento dell’esegesi marxista.

Lo considero l’atto fondativo di PM. Ricordo che quando feci questa cosa per il volume Crisi e organizzazione operaia, dissi a Toni che avrei voluto pubblicare l’anteprima di questo saggio su una rivista che avevo intenzione di fare… che è PM. Per me ha rappresentato la ripresa di un lavoro teorico, intellettuale, dopo il fallimento del lavoro organizzativo, fallimento che purtroppo aveva trascinato in una situazione molto spiacevole anche moltissimi compagni che avevo reclutato e che si erano trovati a seguirmi nell’uscita, anche loro a mal partito – alcuni con cui avrei lavorato, per esempio i tecnici dell’Eni di San Donato Milanese, sarebbero entrati in Lotta Continua, molti si sarebbero dispersi, pochissimi sarebbero rimasti dentro Potere Operaio.

È chiaro che il mio pregresso psicologico e politico era molto diverso da quello di Cartosio e di Mogni, mi portavo dietro questa situazione di amarezza, e di voglia di rivincita, di riprendere a pensare, perché purtroppo l’esperienza dei gruppi politici extraparlamentari di allora non ti favoriva molto il pensiero, sono subito caduti – sia noi, che Lotta Continua, che altri – in una deriva tardo-bolscevica che li ha portati un po’ a fare le caricature dei partiti rivoluzionari. Ed è finita come sappiamo. Ho vissuto così l’inizio.

La storia. Questo era già tutto dentro la storia. Di fatto il saggio su Marx non è un tentativo di esegesi di un testo, è il tentativo di capire come quegli articoli, considerati delle cose di secondaria importanza o che Marx scriveva semplicemente perché doveva campare, erano in realtà una riflessione su un periodo storico centrale, tant’è che gran parte di quel mio saggio è dedicato alla lettura della storiografia che ha interpretato quel passaggio (Landes, Bankers and Pashas), già quello non era un lavoro di esegesi del testo marxiano ma un tentativo di combinarlo con una riflessione storiografica. 

Poi tutti, Bruno Cartosio faceva lo storico, Cesare Bermani faceva lo storico, abbiamo chiamato storia militante il modo in cui noi facevamo storia, anche senza chiamarla militante. La facevamo tutti con quel tipo di tensione, quel tipo di impegno, e avevamo sempre un piede dentro l’accademia e un piede fuori. 

Poi lo abbiamo teorizzato e abbiamo dato alcune definizioni non perché siamo partiti da lì ma siamo arrivati lì: di fatto era il modo naturale per noi di fare il lavoro storico, o la storia la fai in quella maniera, con la passione che c’è nelle cose, con il legame ideale con quello che stai facendo, o non ha senso.

Non è che siamo riusciti a fare delle grandi pensate teoriche sulla metodologia della storia militante, non mi sembra che siamo stati capaci di dare particolari contributi alla metodologia.

Cartosio: Ho la mia versione dell’inizio, che ha a che fare con l’ultima parte di quello che diceva Sergio. Io mi ero avvicinato a Potere operaio attraverso Ferruccio Gambino, un amico e compagno comune. Quando sono andato a Montreal, ho scritto alcune cose per l’“ufficio internazionale” di Potere operaio. Quando sono andato via dall’Italia, a metà del 1969, la realtà dentro cui stavo era “il movimento”: mi ero laureato all’inizio del 1969, avevo fatto tutte le fasi del movimento alla Statale di Milano.

Appena sono tornato nel 1971 c’è stata una grossa manifestazione a Milano e ho trovato una realtà completamente diversa: la manifestazione era tutta organizzata a blocchi, ognuno aveva il suo, senza comunicazione reciproca e in antitesi l’uno con l’altro. La cosa mi era parsa molto sgradevole e problematica. Nel frattempo poi in Italia dopo il 1969 stava succedendo tutto quello che conosciamo.

Quella sensazione e quella situazione di cui parlava Sergio all’inizio rispetto alla sua uscita da Potere operaio io l’ho vissuta di riflesso, non essendo dentro organicamente. Per esempio con Ferruccio Gambino interloquivo abitualmente, ed è in quel periodo, tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972, che ci siamo conosciuti con Sergio. In quel periodo ho tradotto e introdotto per “Materiali marxisti” il libro di George Rawick The American Slave: A Composite Autobiography (Lo schiavo americano dal tramonto all’alba). Per cui anche sul piano intellettuale e produttivo c’era stato questo aggancio.

Nei due anni in cui sono stato in Canada ho fatto lavoro organizzativo tra gli immigrati italiani di Montreal e lavorato essenzialmente su due linee di ricerca, quella della storia e letteratura afroamericana e la storia del movimento operaio. Quando sono tornato ho visto che in Operai e capitale Tronti toccava le questioni che avevo messo autonomamente all’ordine del giorno: cioè il fatto che negli Stati Uniti non c’era un partito della classe operaia né il movimento operaio come lo si intendeva in Europa. Quando poi ci siamo trovati e Sergio ha proposto PM, per me era abbastanza ovvio starci dentro, sia per quello che era successo prima, sia perché coincideva con le ricerche e il lavoro che avevo fatto, sia perché ero molto spaesato dai connotati che aveva preso il movimento mentre non c’ero. Lavoravo in università ma il mio terreno non era quello del Movimento studentesco della Statale, e neppure quello di Avanguardia operaia con cui quelli del Ms litigavano un giorno sì e un giorno no. Per cui il terreno praticabile era quello, diciamo così, di un certo tipo di operaismo, di un’attenzione che portava la ricerca al di fuori del terreno dai cui venivo, il terreno dell’organizzazione di massa del Pci. Gli unici che parlavano un linguaggio con cui mi sentivo di entrare in sintonia erano quelli che venivano da Lotta continua e da Potere operaio. Però non mi sentivo di entrare in nessuna organizzazione in quel momento. Così PM mi è sembrato uno sbocco naturale.

Sergio diceva un piede dentro l’accademia, un piede fuori: io dentro l’accademia ci sono stato per tutti gli anni Settanta da precario, da contrattista, come si chiamava allora; per cui dovevo fare una certa quantità di altri lavori per sbarcare il lunario – voci di enciclopedie, traduzioni, cose così. E però non era certamente la parte che mi dava soddisfazione; anche per questo l’idea di fare una rivista che non si identificasse con nessuno di quei gruppi mi sembrava la destinazione ovvia.

Abbiamo ripreso a vederci, eravamo in sostanza Sergio, io e Franco Mogni, che invece era più vicino a Lotta continua, lavorava da Mondadori, era argentino e in quel momento un latinoamericano era in grado di dirci e di dire delle cose abbastanza significative: l’idea di fare una cosa a partire da noi tre mi sembrava importante.

Poi il passo ulteriore è stato il rapporto con Buonfino e quello successivo con Primo Moroni e la sua libreria. E lì abbiamo cominciato.

Bologna: Sì è andata così. Non ricordo come ho conosciuto Giancarlo Buonfino ma è sicuramente lui che ci ha presentato Primo Moroni, ci ha portato lì. Nessuno aveva capito all’inizio quale era lo spazio che Primo era riuscito ad aprire e ad aprirsi, ma di fatto poi lavorando insieme abbiamo capito che a noi stava bene, perché non era uno spazio controllato, egemonizzato da nessun gruppo: anzi, nei confronti dei gruppi aveva tendenze libertarie, quasi situazioniste, quindi il meno stalinista possibile, mentre in tutti i gruppi c’era questa cosa che ho chiamato neo-bolscevismo, delle caricature staliniste era difficile stare insieme con dei giovani che erano rimasti un po’ intrappolati in questo mito del partito e passavano il tempo a litigare tra di loro: tutti ricordano i cortei, che cominciavano con una rissa su chi pigliava la testa del corteo.

Cartosio: Non era soltanto il partito, era il partito di avanguardia.

Bologna: Una situazione così non era una situazione defilata. La capacità di Primo era di stare dentro le cose, in quella libreria passavano informazioni e correnti che ti facevano essere consapevole di essere presente, di essere dentro le cose. In un certo senso noi le cose le vedevamo meglio di quelli dei gruppi che avevano la loro lente deformata dalla loro organizzazione.

Cartosio: Aggiungo una cosa, anche perché quando andavamo in libreria da Primo, e ci andavamo abbastanza spesso, capitava di incontrare proprio di tutto, e quindi stavamo dentro un’interlocuzione e un confronto abbastanza continuo. Gente che stava in gruppi a cui noi non appartenevamo ma con cui ci trovavamo a discutere faccia a faccia, non su un piano di contrapposizione organizzativa o progettuale ma su un piano di confronto, in questo senso stavamo dentro al piatto e non ai margini del piatto.

In questo senso ci andava bene la libreria perché lì oltre a trovarci le persone, trovavi volantini e fogli di tutti i tipi. E quindi avevi questi elementi di confronto e informazione. 

Zanisi: Risfogliando la rivista ci siamo resi conto che c’era davvero un dibattito dentro e fuori, c’era tutto un intorno di grande importanza, in parte le attività che facevate convegni, seminari e molti incontri, forse anche informali, non organizzati ma situazioni in cui era possibile incontrarsi e dibattere, anche tra riviste diverse. Era effettivamente così? In libreria facevate anche le riunioni di redazione? Era uno spazio aperto, in cui facevate le riunioni ma erano aperte anche ad altri e questo permetteva questa permeabilità, questo dibattito?

E oggi? A distanza di tutti questi anni, quasi cinquanta dalle origini, sembra proprio un’altra epoca, pur essendoci un rifiorire di riviste l’impressione è che ci sia molto meno confronto. Voi scrivevate anche per altre riviste. Come costruivate questo dibattito? E oggi come lo vedete possibile?

Bologna: Bisogna fare una periodizzazione, perché tieni conto che noi ricordiamo quanto importante è stato il liberarsi dal discorso ossificato dei gruppi extraparlamentari.

A un certo punto – la rivista parte nel 1973 – questi gruppi si spaccano, si sciolgono: nel 1975 Potere operaio, e poi Lotta continua. Quindi due anni dopo la nascita della rivista lo spazio esterno è molto più complesso e frammentato, ma anche meno controllato da questi, e poi noi stessi ci diamo un minimo di struttura.

All’inizio facevamo le riunioni di redazione nelle nostre case, poi a un certo punto ma non mi ricordo esattamente se nel 1975 o 1976 abbiamo aperto assieme ad altre forze una sede in via Decembrio. Diventa un po’ il posto dove facevamo le riunioni, dove il lavoro organizzativo di redazione comincia a strutturarsi. E i compagni che venivano dalle altre regioni o province come in OPM, che non sappiamo mai dove riunirci avevamo un posto dove stare. Secondo, quando implodono i gruppi si forma un pulviscolo di esperienze che però è quello nel quale si infila anche il terrorismo e diventa uno degli altri grossi problemi, e per PM non è stato un problema secondario, anche se noi siamo stati abbastanza abili, diciamo, a tenerci fuori. Primo, diciamolo pure, aveva una certa simpatia per questi, o comunque le porte della sua libreria per loro erano aperte, quindi avevamo un problema di contiguità mica da poco da gestire. Tieni presente che l’implosione soprattutto di Potere operaio e Lotta continua per noi ha voluto dire un cambio d’epoca: quando si sono sciolti le cose sono cambiate, si è formato questo pulviscolo pieno di esperienze interessanti con le quali abbiamo cercato di entrare in contatto.

La grande curiosità era una delle nostre caratteristiche. Se sapevamo che si formava qualche comitato, qualche gruppo, non è che andavamo sempre a cercarli, a stanarli, a scovarli, ma cercavamo di sapere cosa stava succedendo. Avevamo una minima idea di questa galassia, la libreria era molto utile anche per questo. Bruno anche lo diceva: avevi tutte le pubblicazioni di questa galassia e le trovavi solo lì. Così avevi la possibilità di prendere contatti, e in quanto amico di Primo avevi già quasi un lasciapassare, non ti guardavano con sospetto. 

Cartosio: Nessuno poteva pensare che tu fossi il commissario politico di qualche gruppo. Soprattutto all’inizio, quando eravamo pochi, con Bruno Bezza e Maurizio Antonioli, facevamo le riunioni in casa, o qualche volta in libreria oppure nell’ufficio di Italo Azimonti. Poi era venuta la sede di via Decembrio sempre grazie a Italo Azimonti, che poteva essere preso come il “commissario politico” nell’ombra, che ci dava una mano.

Bologna: Via Decembrio era nata anche perché in quel periodo si stava un po’ formando l’idea delle economie alternative. Il fatto di mettere in piedi un centro era anche mettere insieme delle attività produttive: c’erano un ristorante fatto da un docente di architettura del Politecnico di Milano, una libreria, una tipografia, i fotografi. Una specie di centro multiservizi, non so come chiamarlo. Aveva anche questa valenza. 

Cartosio: Se torniamo un attimo all’inizio c’era stato quel mio pezzo del tutto introduttivo, intitolato «Note e documenti sugli Iww», di cui nessuno sapeva niente e che però ha avuto un successo travolgente, ed era uno dei riferimenti alla storia militante, una delle basi di quel discorso. L’altro era quello a cui faceva riferimento Sergio, il lavoro su Marx che poi si è incanalato nel discorso sulla moneta, queste erano le due aree principali. Poi c’era il tentativo di scoprire quello che succedeva, dove succedeva, di capire cosa voleva dire composizione di classe, come la classe si componeva o ricomponeva nelle diverse zone, nelle diverse aree, nei diversi settori. C’è stata poi tutta una serie di temi che sono diventati centrali e hanno qualificato la rivista: per esempio il discorso sulla moneta che era per la componente più intellettuale, il discorso dei trasporti o quello della storia, come dicevano negli Stati Uniti, come useful past, passato utile, usabile, che erano più nuovi e abbordabili da parte del movimento. E il lavoro sulle fabbriche aveva a che fare con il movimento, ormai polverizzato ma reale. Alcuni fuoriusciti da Potere operaio e Lotta Continua erano entrati nel Partito socialista, altri erano usciti dal giro, ma una parte era rimasta attiva dove si trovava. E noi cercavamo di interloquire con loro. Questa fisionomia composita della rivista ha preso forma dopo i primi 3/5 numeri.

Bottalico: Quali erano secondo voi i limiti dell’impianto teorico che avete utilizzato?

Bologna: Il paradigma operaista non era già più un paradigma, diciamo, in modo un po’ grossolano: con il postfordismo il paradigma operaista non reggeva più o reggeva a stento, questo volevi dire?

Bottalico: Mi spiego meglio: con il senno di poi, in quell’impianto teorico c’erano delle potenzialità che vi hanno concesso di interpretare, leggere, in maniera all’avanguardia certi fenomeni? E soprattutto, il vostro paradigma teorico vi ha fatto trascurare degli altri aspetti, dei temi? 

Bologna: Sicuramente c’erano i limiti, però quello che voglio dire è che ha contato molto di più la capacità di vedere che dentro quell’impianto c’erano molte più cose di quelle che pensavamo ci fossero. Perché tutti, compresi i compagni di Potere operaio davano per scontato che l’operaismo fosse finito con il 1968/69, e che dopo l’operazione intellettuale dell’operaismo era arrivata l’epoca della rivoluzione pratica. Noi abbiamo detto – o almeno io così l’ho vissuta – lì dentro c’e ancora tanto da scavare. E appunto il fatto di aver tirato fuori la moneta, gli Iww, non è un caso: va ascritto a merito dell’operaismo che ha sempre avuto una grande attenzione alla questione americana, mentre nella tradizione del comunismo italiano gli Stati Uniti erano il Paese dove il comunismo non aveva mai combinato niente di buono… Per noi erano un Paese che aveva un sacco di cose da insegnarci sul piano della lotta operaia. È un caso che tutti i migliori americanisti italiani abbiano scritto su PM? Il tema Iww è forse quello che più di tutti ha contribuito al mito della rivista. Abbiamo sfruttato questo aspetto che l’operaismo aveva trascurato.

Poi la storia della moneta e quella dei trasporti: l’operaismo era molto “fabbrichista”. Quando dicevamo che c’era anche altro, i facchini, i portuali, i marittimi, ricordo che mi pigliavano in giro… Dicevano che ero fissato, che mi piacevano i camionisti on the road! 

Ritornando sulla questione dei limiti credo che sia esplosa con il 1977, che ha messo in discussione tutto: la fabbrica, il lavoro, la classe operaia come avanguardia, il partito, la politica stessa, il ritorno al privato, al personale è politico… È lì che poi anche l’operaismo salta, e infatti dentro alla redazione c’è quel dibattito tra Marchetti e un gruppo foucaultiano, chiamiamolo così, c’era anche Lapo Berti, e poi il gruppo torinese che riaffermava la centralità della classe operaia Fiat. 

Bottalico: Sì, io lo chiedevo anche in funzione del lavoro che stiamo facendo in questo presente, per raccogliere l’eredità nelle sue contraddizioni, cercando di problematizzare un contesto che in una certa letteratura viene idealizzato. Avete approfondito argomenti e questioni che erano sottovalutati, come l’approfondimento sugli Wobblies e il movimento operaio americano… Però, forse sarà anche il fatto che sono meridionale, ma ho notato che negli indici della rivista manca un’attenzione nei confronti del Sud: allora mi domandavo se ci fossero connessioni tra un impianto teorico operaista e la sottovalutazione di certi territori, di certi fenomeni che magari non erano considerati rilevanti. 

Bologna: Sai qual è secondo me il modo diverso di vedere la questione meridionale? Pensa al lavoro che ha fatto Cesare Bermani e prima di lui Ernesto de Martino, era un modo per parlare del Mezzogiorno in maniera diversa da come se ne parla di solito. Quello era il Sud nostro, un Sud con la capacità di creazione, di miti, di culture; la storia orale nasce molto di più sull’esperienza dei contadini, delle streghe, delle tarantate, se vogliamo. Al tempo stesso su questo ci portavamo dietro una tara operaista, il modo un po’ sbrigativo di dire che la questione meridionale non esisteva, perché tanto il proletariato meridionale stava a Torino. Queste erano un po’ le due cose, i nostri limiti.

Cartosio: Aggiungo qualcosa, i limiti stavano intorno a noi e ci aggredivano! Avevamo chiara la fine dell’operaismo degli anni ’60/70, avevamo capito forse che quello che avevamo di fronte sarebbe stata una realtà in cui il sistema dei partiti stava entrando in una crisi di cui non erano prevedibili gli sbocchi. Però per noi era già cominciata, era in atto e non perché a mettere in crisi il sistema dei partiti erano i gruppi, che come ricordava Sergio entro la metà degli anni ’70 avevano fatto il loro tempo, e neppure perché lo mettevano in crisi le Brigate rosse, che in quel momento avevano acquistato una presenza che prima non avevano, e non lo mettevano in crisi neppure i fascisti. Era un qualcosa di più profondo e strutturale secondo noi. Allora la nostra ricerca di temi, ambiti, terreni su cui misurare le dinamiche in atto e cercare di vedere in che direzione portavano era la risposta alla percezione di questa crisi. Non facevamo una rivista di cultura politica, non ragionavamo di cultura politica nel senso dei discorsi sui partiti, le istituzioni, i rapporti tra potere economico e potere politico, facevamo una rivista che cercava di andare alla radice, al fondo, verso il basso, a vedere che cosa si muoveva e in che direzione portava.

Poi c’erano anche limiti personali: le persone scoppiavano. Se guardate la redazione della rivista e la quantità di persone che sono passate sono molto diverse tra loro. Scoppiavamo. Da una parte per quello che succedeva intorno a noi. Dall’altra perché il lavoro che facevamo non era quello del ricercatore chiuso nel suo stanzino davanti al computer, era un lavoro di militanza, che richiedeva energie, impegno. Quel parlare con gli altri a cui abbiamo fatto riferimento significava spostarsi, andare, vedere, usare del tempo, ma poi il tempo ti serviva anche per fare altro. 

Intorno a noi succedevano un mucchio di cose con tempi rapidissimi, perché il percorso con cui si arriva al ’77 non dura dieci anni, ma due. E il ’77 è stato un trauma abbastanza grosso, più ancora che per noi per tutti quelli che hanno fatto altre strade, altri percorsi. Però abbiamo cercato di capire cosa è stato il ’77, e perfino di capire le Br e Prima linea: per sapere che non erano il nostro terreno abbiamo anche dovuto cercare di capirlo e di parlarne, e abbiamo anche scritto alcune cose, tra lotta armata e il ’77, e non sono poi molti quelli che le hanno scritte con la nostra prospettiva, nel senso di mettere le cose in prospettiva, ma anche con il rischio che comportava il non essere allineati e non dire cose che andavano bene a tutti.

Bologna: Forse varrebbe la pena un giorno tentare di capire quello che dall’esterno potrebbe sembrare un nostro modo un po’ opportunistico di barcamenarci in una situazione nella quale l’intero movimento era sempre più condizionato dalla lotta armata. Teniamo presente alcune cose. Nel 1975 iniziamo una campagna in favore di Karl Heinz Roth, finito in galera, gravemente ferito, dopo uno scontro a fuoco in cui sono morte tre persone. Abbiamo preso le difese di Karl Heinz immaginando, e avevamo ragione, che lui non fosse coinvolto nell’organizzazione armata ma si trovasse lì in quanto medico. Tuttavia all’esterno era come se avessimo difeso un terrorista, e fummo considerati dei simpatizzanti, se non proprio dei fiancheggiatori. Ce ne fregammo, per noi si trattava di difendere un amico, un compagno, uno storico militante. Poi Primo Moroni come librario mandava un sacco di libri in carcere, e ne approfittava per mandare anche centinaia di copie di PM. Ti spieghi perché a un certo punto anche noi abbiamo rischiato di finire dentro il tritacarne. Siamo andati a un pelo dal far la fine del 7 aprile. Però l’abbiamo fatto in maniera pulita, è difficile che trovi in quelle cose che abbiamo scritto un atteggiamento ambiguo. Mi ricordo il rapporto con i portuali di Genova che si erano messi nei pasticci con il volantino “Né con lo Stato, né con le Br”, siamo finiti in parecchi casini ma penso che ne siamo usciti in maniera piuttosto onorevole…Tant’è che alla fine, parliamoci chiaro, noi abbiamo avuto il rispetto di tutti, sia di quelli che hanno fatto quell’esperienza, che di quelli che la combattevano.

Bottalico: E che ci dite di Giancarlo Buonfino, il grafico della rivista?

Cartosio: Io l’ho conosciuto le prime volte che ci siamo riuniti a casa sua in Ticinese. Era un personaggio geniale, un ottimo disegnatore. Quando abbiamo parlato del primo numero si è innamorato della grafica Iww e ha fatto il suo pezzo sul primo numero – «Il muschio non cresce sui sassi che rotolano. Grafica e propaganda Iww».

È diventata la cartellina che Primo Moroni, un vero signore, ha prodotto per lanciare la rivista [la mostra]: questo è l’operaio che ha l’ignoranza di classe sulla groppa, che lo piega (mettere le due immagini). E qui sono i compagni dentro, in carcere. Questo lo ha fatto Buonfino.

Poi nel corso degli anni si è rivelato una persona molto fragile. A un certo punto ha smesso di lavorare con noi: aveva fatto il menabò, noi avevamo imparato a fare l’impaginazione. Rispetto al lavoro materiale della rivista, dopo il primo numero sui pezzi e sui temi lui non contribuì. Poi i rapporti con lui sono diventati sempre più difficili e sporadici. 

Bologna: Ha dato un imprinting grafico veramente splendido che noi abbiamo mantenuto sempre. Poi questa fine terribile… Ha finito per attaccare le figure che per un certo periodo per lui avevano rappresentato un riferimento.

Cartosio: Come se dovesse distruggere dei testimoni.

Bottalico: Mi domandavo se fosse anche rappresentativo un po’ di un’epoca, di una disgregazione in atto. C’è anche un’intervista in cui Moroni parla di molte persone, del fatto che c’è stato un periodo in cui la gente ha sclerato.

Bologna: In questo senso hai ragione, anch’io l’ho sempre vissuta come uno che ha anticipato un periodo di cupio dissolvi. C’è stato un periodo di suicidi nei primi anni ’80, e lui è stato forse uno dei primi. Aveva fatto molta impressione il suo suicidio.

Zanisi: Stiamo su quell’orribile 1980 – che poi non è un singolo anno ma il passaggio tra 1977 e gli anni successivi – che ha disgregato dentro e fuori, le persone e le organizzazioni. Voi come redazione, pur nelle difficoltà, avete navigato anche questa svolta, una penombra che avete attraversato e superato, perché poi siete andati avanti ancor quasi un decennio. Per quel che ho capito leggendo il libro curato da Bermani – Memoria operaia e nuova composizione di classe. Problemi e metodi della storiografia sul proletariato – che peraltro ci ha messo cinque anni a uscire, c’era il segno di una lacerazione tra voi, anche negli anni successivi per arrivare a una elaborazione più o meno condivisa. È stato effettivamente un momento di svolta quello dell’inizio degli anni ’80?

Cartosio: Ci ha messo tanto tempo a uscire perché c’era anche una questione di povertà. Per quanto riguarda la rivista, non c’era più una distribuzione, la gestivamo in proprio. La rivista è andata avanti, ma anche se avevamo individuato dei temi, la forza per affrontarli era diminuita enormemente: se leggi gli ultimi pezzi programmatici sono tutti intelligenti, credo, però non avevamo più la forza di farla andare avanti. Gli ultimi anni sono stati il frutto dell’ostinazione. Volete farci chiudere, e noi non chiudiamo, vi facciamo vedere che non chiudiamo! E facevamo quello che potevamo, letteralmente senza soldi, perché a quel punto lì chi ce la vendeva non ci ripagava: mi ricordo quando sono andato a cercare il distributore che girava per un certo numero di librerie, aveva una grossa familiare su cui caricava i pacchi e faceva il giro, e non ci dava mai un soldo, e sono andato a cercarlo a Roma e gli ho detto «Senti allora, che conti fai?», e sono riuscito a farci dare due soldi.

Tra il 1980 e il 1981 c’è stato un punto di svolta. Sergio ricordava i suicidi… Dopo il 1980 ce ne sono stati e ogni tanto ne arrivava uno. E c’era lo sconforto, lo scoramento. Nel 1981 avevamo fatto uno sforzo enorme con l’Istituto de Martino e con l’aiuto dell’assessore alla cultura di Mantova per fare il convegno nel teatro del Bibbiena. Però era la presa d’atto del casino che ormai attraversava il movimento, o quello che rimaneva del movimento che non fosse a mano armata. L’infatuazione foucaultiana era stata uno degli elementi di scontro, come la cancellazione della memoria. Quando abbiamo fatto quella specie di documentario sulla Fiat di Torino – I 35 giorni della Fiat. Uomini in carne ed ossa. Cronache di una sconfitta operaia – brutto e mal fatto perché non c’erano i soldi per farlo meglio, c’era stato un dibattito e una discussione violenta. Lì era proprio la presa d’atto dell’esplosione.

Zanisi: Torniamo sul metodo, come veniva costruita la vostra agenda di lavoro? Come si sceglievano i temi? Come capivate quali erano le priorità? Da dove veniva quella capacità in qualche modo di previsione che avete avuto? Sfogliando l’indice è evidente come questa vostra attitudine a fare “storia immediata”, come dite nell’editoriale che poi non è mai stato pubblicato, quel documento conclusivo del 1989, in cui dite l’agenda di lavoro deve essere un collettivo di ricerca che fa storia immediata: e voi effettivamente questo avete fatto nei vent’anni di vita della rivista. Come si faceva a capire quali erano i temi rilevanti? Come si faceva ad ascoltare così bene quel tempo presente che vivevate per riuscire a uscire con un articolo su Reagan nel momento in cui quella cosa stava succedendo? 

Bologna: Sulle questioni americane eravamo il meglio di tutti perché i migliori americanisti erano con noi, eravamo campioni d’Italia! 

Per il resto non lo so, io penso che effettivamente parlavamo tanto con la gente. Al di là della Calusca, era più facile parlare con la gente perché la gente faceva le cose: quando ti trovi in una città, in qualunque città, dove ci sono decine di comitati, decine di lotte di fabbrica, le idee mi sembra ovvio che ti vengano, è la società stessa che te le dà. In questo senso è chiaro che nel momento in cui tutto questo finisce ti si sterilizza anche il cervello. Era la situazione che ti parlava, bastava avere un po’ di fiuto. Anche il ’77 lo abbiamo interpretato molto bene perché, per esempio, eravamo presenti a Bologna: la redazione lì era bellissima, c’erano compagni che si occupavano di moneta, i vecchi legami con Potere operaio, quello migliore, avevamo una serie di contatti.

Poi tieni conto che insegnavamo all’università, stando dentro l’università parli con i giovani: ricordo nettamente che quando facevo il docente a Padova facevo l’assistente sociale! In quegli anni avevi un rapporto con gli studenti: nelle mie ore di ricevimento mi raccontavano i fatti loro, non gliene fregava niente della bibliografia, venivano per sfogarsi; e lo avevamo più noi che qualunque altro docente, perché sapevano che noi eravamo quelli che avevano fatto per primi le 150 ore, venivamo riconosciuti dentro l’accademia come gente che si muoveva in maniera diversa. Quindi parlavi tantissimo con la gente, eri molto vicino a loro e questo ti dava gli spunti. 

Ho dei ricordi pazzeschi. Dall’operaio della Montedison inquinato di piombo, rovinato, un uomo di 30 anni che ne dimostrava 60, che viene lì e ti racconta come non gli riconoscevano questa cosa come malattia professionale. Alla ragazza figlia di un carabiniere con il padre che la svegliava puntandole la pistola, e questa che si era innamorata di un iraniano, e per incontrarla lui le pagava il volo per Teheran, lei andava stava lì quattro ore e tornava indietro. Una cosa che uno non può neanche immaginare, capisci, e ti raccontavano queste storie qua! Vivevi questo, vivevi una transizione giovanile non indifferente.

C’era questo particolare modo, se vogliamo fortuna, di stare in mezzo alla gente, di stare ad ascoltare, senza avere una particolare metodologia.

Cartosio: Parlavamo molto anche tra di noi, e avevamo rispetto per così dire delle idee, una parte delle quali poi cadevano, altre no. Per esempio già negli ultimi anni della rivista abbiamo pubblicato un lungo lavoro in due puntate di Bruno Carchedi sulle nuove tecnologie intitolato «Informatica, tecnologia del controllo sociale»: e quello di cui stiamo parlando adesso che cos’è? Cosa fanno Google e Facebook? Fanno controllo sociale. Che cosa fa Amazon dentro le strutture di lavoro? Questo tema non lo aveva ancora trattato nessuno, niente di speciale nel farlo ma lo abbiamo fatto.

Idem per i trasporti, nessuno si era fermato a pensare che eravamo invasi dai camion. Quando abbiamo avviato quel lavoro sono andato a Tortona, sede di uno dei maggiori gruppi di autotrasportatori d’Italia, con Bruno Zanatta, che ha fatto la tesi su questo all’Università di Padova. Lì abbiamo capito delle cose, che poi ci sono servite per capire quello che succedeva nei porti: è questo il meccanismo. 

Seconda cosa, il fatto che non facevamo volantini: questo è importante, perché ne prendevamo in mano decine ogni settimana, e la prima cosa che facevi prendendo in mano il volantino, era di guardare chi lo firmava. Noi non facevamo volantini, facevamo un altro lavoro, e avevamo la presunzione di ragionare, poi di parlare e di dire qualcosa di utile sia a quelli che firmavano in un modo, sia a quelli che firmavano in un altro, poi ognuno faceva quello che voleva. Ma la nostra presunzione era questa.

Bologna: Per tornare alla storia degli americanisti, credo che comunque questa sia stata una cosa molto importante. Avere a disposizione persone che ti trasmettevano il dibattito e la cultura americana non era una cosa disponibile a tutti, non è che tutti sapevano quali erano le migliori cose da leggere tra le riviste e gli intellettuali americani; e anche per la Germania, non c’erano molti germanisti in giro per l’Italia. Purtroppo non avevamo altrettanta familiarità con la cultura russa o araba. 

E poi c’era che non eravamo da soli, pensate a una rivista come Sapere di Maccacaro quanta cultura innovativa produceva sulla scienza, pensate ai Quaderni piacentini o a Classe, a Stefano Merli… Eravamo in un ambiente che ti dava sollecitazioni. Il lavoro che facevano gli Istituti della Resistenza, in alcuni casi era un lavoro di altissimo livello. La storiografia italiana allora, soprattutto in questa parte militante, ne ha fatte di cose di valore. Vivevamo in un ambiente ricco, non è mica detto che eravamo i meglio, assolutamente no, c’era questo scambio estremamente ricco.

Però quando chiedevi come ci venivano le idee per gli articoli, penso che molto dipendesse proprio da questo dialogo quotidiano con il sentire della gente, soprattutto in momenti come il ’77 è stato molto utile, ci ha fatto capire cose che quella generazione forse non riusciva neanche a trasmettere.

Zanisi: Ovviamente qui mi alzi la palla, questa cosa di avere le orecchie aperte sulla gente, questa capacità, questa curiosità e disponibilità a cercare che è tipica proprio della metodologia della storia orale, che aveva grande spazio nella rivista. Mi ha molto colpito una cosa che dice Santo Peli nell’articolo che ha scritto nel libro sulla storia di PM: «Era una delle novità metodologiche di maggior rilievo della rivista». Questo c’entra molto anche con tutto il lavoro degli americanisti, di Sandro Portelli e di tutto il gruppo che stava praticando questa metodologia di ricerca, l’avete praticata in America e qui. Avete scritto nella rivista che la storia orale era importante perché permetteva di fare storia militante, Bermani nel 1975 scriveva «Ci interessa la fonte orale come rapporto di militanza», Bologna nel 1983 «La storia scritta da un militante per i militanti», quindi questa capacità di andare ad ascoltare i militanti e dare loro voce, ed essere anche accolti da loro perché ti riconoscevano. 

Bologna: E comunque era la grande lezione di Danilo Montaldi, Militanti politici di base.

Zanisi: Perché in qualche modo l’avete costruito voi questo pezzo di storia! Da dove sono venuti gli spunti, quali sono state le interconnessioni?

Bologna: Per me i due nomi sono Danilo Montaldi e Romano Alquati, e la conricerca: loro sono stati i miei maestri. Poi passata attraverso il filtro di Cesare, la storia orale. 

Cartosio: Anche per me Montaldi, e poi il lavoro dell’Istituto de Martino con cui abbiamo avuto rapporti dagli anni ’70 in avanti, e Revelli padre. E naturalmente gli americani, Studs Terkel, Staughton Lynd, George Rawick, questi erano gli esempi e i modelli che avevamo a portata di mano. E poi abbiamo riscoperto quelli che nella fase della formazione li avevamo magari trascurati, come Rocco Scotellaro, a proposito di meridionalismo, L’uva puttanella. Contadini del Sud.

Questi sono stati recuperati perché non li conoscevamo in prima battuta, sono figure come quella di Cesare Bermani che hanno riproposto questo tipo di letteratura. Però è vero, a pappagallo, gli storici orali migliori d’Italia scrivevano su PM, Bermani e Portelli hanno scritto su PM le loro prime cose, che poi hanno avuto un successo universale.

Una cosa che nell’accademia era ancora molto poco tollerata, sia dal punto di vista della metodologia, sia dal punto di vista dell’utilizzo come fonte. Dicevo all’inizio che ho tradotto il libro di George Rawick nel ’73 ed era il libro introduttivo a una raccolta di quaranta volumi di testimonianze di ex schiavi. Per noi quelli erano esempi. Cosa pensavano gli schiavi? La domanda: come fai a scrivere la storia della schiavitù senza sentire le parole degli ex schiavi? Questa è una domanda di fondo che lascia il segno su tutto quello che tu farai da quel momento in avanti. La storia della schiavitù fino agli anni ’30 era stata scritta sulla base di documenti che erano soltanto dei padroni, delle loro riviste, e dei visitatori bianchi. Quando arriva uno che fa questo lavoro è chiaro che modifica la tua prospettiva da lì in avanti.

Bologna: Questo poi si è riflettuto anche nelle testimonianze operaie. Gli articoli sul porto di Genova, per esempio, erano scritti dai portuali, in dialogo con noi, ma l’hanno scritto loro, è la loro voce. Gli articoli sulla Innocenti, non è che noi abbiamo fatto delle interviste, li hanno scritti i compagni che ci lavoravano, che a un certo punto erano parte organica della redazione, partecipavano alle riunioni, dicevano la loro su qualunque tipo di articolo, non è che l’operaio parlava solo di cose operaie. Anche questo fatto di essere riusciti a introdurre nel lavoro redazionale questi operai veri contava, il rapporto con il porto di Genova dopo quarant’anni per me non si è ancora interrotto. Non è che siamo stati i classici intellettuali di passaggio che fanno quattro inchieste e poi non li vedi più, diventi quasi organico a loro, perché acquisti nei loro confronti una fiducia che non ti molla più. E anche questo secondo me PM lo ha fatto meglio di altre riviste, insomma.

Bottalico: questo è un aspetto interessante sul discorso metodologico, è proprio il fatto di mettere insieme la fonte orale con la storia del presente, con una dimensione che intreccia diverse sollecitazioni. Prima Bruno ha parlato di Terkel. C’è da un lato la sollecitazione della storia, dall’altro l’urgenza del presente, il risultato è anche questa contaminazione tra approcci metodologici, che hanno creato un punto di vista originale rispetto alla narrazione di certi fenomeni. La conricerca, la testimonianza diretta degli interessati che agivano all’interno di contesti, conflitti, dall’altra c’erano le sollecitazioni di altri punti di vista, questo metodo con il senno di poi vi ha dato ragione, avete saputo raccontare con una certa lucidità quei fenomeni proprio perché c’era questo metodo che prendeva spunti diversi, non ortodossi.

Bologna: Non solo, se tu oggi vuoi ripartire devi ripartire da lì. Pensa a una figura come Matteo Gaddi, stamattina ho fatto una riunione con lui e altri sindacalisti che vorrebbero fare un convegno su Panzieri come Fondazione Sabattini, e dicono non ci interessa semplicemente rievocare la figura ma riproporre il suo metodo, che è il metodo dell’inchiesta. Se ci pensi il lavoro di Matteo è straordinario e perché lo può fare? Perché conosce quella metodologia e perché ha una rete di 500 delegati con cui può confrontarsi ogni giorno, è quella la linfa vitale. E comunque abbiamo visto che in cinquant’anni non abbiamo fatto molti passi avanti: il metodo che usavano allora è ancora valido, qualcuno mi deve dimostrare se c’è un metodo migliore.

Bottalico: La domanda era proprio questa: ha ancora senso fare questa conricerca oggi? Si può ancora ?

Bologna: Assolutamente sì. È quello che dicevo questa mattina: «Matteo se ci fossero 500 come te si rifonderebbe la Cgil». Perché lui sta ricostruendo una rete organizzativa, sta formando dei delegati, una volta che ha formato la gente che sa quello che fa, ha creato l’organizzazione. 

Zanisi: Su questo ho una domanda: voi avevate gli operai della Innocenti, dell’Alfa Romeo o i portuali di Genova che lavoravano con voi e poi erano anche i lettori della rivista. E oggi? Come riusciamo a innescare questa nostra ricerca per andare a raccogliere in presa diretta tra chi lavora le problematiche e le conflittualità? Ma poi anche come facciamo a riportare lì la rivista, in modo che ci sia davvero un dialogo, una andata e ritorno del confronto con loro? Oggi come facciamo a farci leggere da chi lavora? 

Per esempio una cosa che mi ha sempre entusiasmato lavorando sull’archivio di Duccio Bigazzi era scoprire che una delle primissime presentazioni che lui ha fatto de Il Portello, quando lo ha pubblicato nel 1988, da una parte lo ha discusso con voi – l’intervista con Bermani «Una storia dell’impresa e della forza lavoro Alfa Romeo» – dall’altra ha fatto una presentazione ad Arese con gli operai dell’Alfa e lo ha discusso con loro, i suoi primi lettori. Cosa rendeva possibile questo nel passato e cosa lo può rendere possibile oggi? 

Cartosio: A fare la differenza è il contesto, allora c’era una dinamica che aveva gli aspetti del frullatore, ma era un movimento continuo, e la riflessione era collettiva, anche se una parte del lavoro si faceva individualmente. Quello che manca adesso è la corona di sollecitazioni che noi e le altre riviste come noi avevamo intorno: non volevamo pubblicare il pezzo per fare il passettino in avanti nell’accademia, ma perché pensavamo che servisse a noi e a quelli per i quali e con i quali noi lavoravamo. È questa la differenza. Adesso sembra impossibile pensare alla quantità di tempo e di cose che facevamo contemporaneamente, nel corso della stessa giornata. Adesso non è più così. Non è un giudizio di valore, è descrizione della realtà. 

Bologna: Per esempio io continuo a pensare a quello che fa Matteo perché è quello più vicino alla vecchia esperienza e lo metto a confronto col lavoro che stiamo portando avanti come Acta: in questo momento stiamo facendo un’inchiesta sul settore audiovisivo. Abbiamo fatto già trenta interviste di oltre un’ora, ne abbiamo ora una sfilza da fare. Però mentre Matteo le fa dentro una struttura organizzata, che per quanto fragile, sfilacciata, smandricciata ma è sindacato, insomma, un’organizzazione. Alla fine riesce a tirare le fila, qualcosa porta a casa. Noi facciamo un’enorme fatica a portare a casa qualcosa. Nel senso che alla fine questi lavoratori sono disponibilissimi a parlare ma poi cosa fai con loro? Noi diciamo loro: «Guardate che sarebbe l’ora che voi cominciaste a muovervi…», diamo dei consigli, ma alla fine in realtà sappiamo che ci salutiamo e forse con quello non ci vediamo più. A noi rimane un grande patrimonio nostro, ma che non siamo riusciti a restituire. Come fare? Questo francamente è il vostro problema. Effettivamente può essere anche frustrante, ti dici: «Ma cosa serve tutto quello che faccio? Adesso so tantissimo di questo ma non riesco a far capire loro che bisogna fare una certa cosa per non massacrare le tariffe, eccetera». 

Poi tra l’altro scopri mondi apparentemente omogenei ma con tantissime diversità: ho scoperto che ci sono praticamente cinque mercati, con economics diversi, tariffe diverse, obiettivi diversi, come fai a metterli in piedi? La frammentazione del lavoro oggi ha raggiunto dei livelli talmente esasperati che certe volte ti dici «No, è un lavoro inutile, da Sisifo, ci rinuncio e mi occupo di Dante o di Mozart! Chi me lo fa fare… ». 

Zanisi: Temo che sia questo il problema. La potenza di fuoco che ha il capitalismo nell’aver sbriciolato e polverizzato ciascuno di noi, forse questo Bruno risponde anche alla domanda sulla differenza, di cos’era per voi: è vero che ai vostri tempi si lavorava intensamente ma anche oggi si lavora 18 ore al giorno, chi lavora oggi ha un tempo di lavoro dilatatissimo, solo che una volta riuscivi a farlo e a ritagliarti un pezzo di quel lavoro come un lavoro per te e per gli altri, un pezzo di lavoro che ti teneva insieme ad altri e ti permetteva insieme agli altri di fare un avanzamento nella direzione della difesa, dell’andare nella nostra direzione. Oggi, probabilmente proprio per questa disintegrazione totale che c’è stata, si continua a lavorare 18 ore al giorno ma le lavori per cercare di sopravvivere, per riuscire a farti pagare, per riuscire a consolidarti dentro l’università o dentro altre organizzazioni in cui provi a cercare di strutturarti. Credo che siano legate queste cose, e questa fatica che anche oggi c’è nel cercare di difendere spazi di libertà e di autorganizzazione è anche dovuta al fatto che purtroppo l’altro spazio ha dilagato e ha riempito completamente lo spazio di vita di ciascuno di noi.

Il lavoro che state facendo non è un lavoro neutro: le persone che state intervistando iniziano a vedere oltre il loro pezzettino, a vedere che siamo tanti singoli che procedono nella stessa direzione… In questo senso io do una risposta alla domanda «Che senso ha anche oggi fare il lavoro di storica o provare a cucinare una rivista militante?» perché in qualche modo esserci in quello spazio genera poi dei cambiamenti, in modo più difficile, più lontano, non hai più una risposta immediata – 4.000 abbonamenti e la gente che ti legge nelle carceri e nei porti – però quel pezzetto tu lo stai facendo, cioè se non ci fossimo sarebbe molto peggio!

Bologna: Io credo che oggi la difficoltà non riguardi solo chi utilizza lo strumento rivista ma anche chi dispone di un’organizzazione riconosciuta. Prendo sempre l’esempio di Acta, è una rappresentanza del lavoro autonomo ma lo sforzo per convincere dei freelance ad associarsi, con una quota d’iscrizione ridicola, malgrado gli evidenti vantaggi che comporta – si pensi solo all’azione svolta per abbassare i contributi Inps della Gestione separata – rimane uno sforzo grandissimo, talvolta improbo. Negli anni in cui abbiamo fatto Primo Maggio l’idea che l’unione fa la forza non solo era profondamente radicata ma era quasi “fisicamente” visibile nella grande fabbrica, nelle grandi concentrazioni operaie. Oggi con la dispersione e la polverizzazione delle unità lavorative per risvegliare quell’idea devi ricorrere ad argomentazioni complesse, dal richiamo all’interesse economico, al richiamo etico-solidaristico. 

Però credo che ci sia un minimo cambiamento di mentalità. Vi faccio questo esempio: quando abbiamo cominciato avevamo fatto il lavoro di Redacta che Mattia Cavani vi ha raccontato – «La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria» – siamo poi passati a questo lavoro sull’audiovisivo. Siccome è un mondo veramente poco noto, dobbiamo superare le diffidenze di questa gente e diciamo che siamo un gruppo di ricercatori che fa parte di Acta, un’associazione con fini sindacali che fa questo lavoro perché vorrebbe contribuire a migliorare la condizione di chi lavora in questo settore. Questo ha innescato il passaparola, ogni persona intervistata ci diceva: “Ti do il nome di quello, parlate con quell’altro…”. 

Quindi vuol dire che cambiano le cose, la gente un po’ alla volta comincia a ragionare. Se lo sciopero di Amazon è riuscito c’è qualcosa! Ecco allora che il lavoro di una rivista seria sul piano dei contenuti può tornare assai utile anche sul piano della sindacalizzazione del lavoro apolide: il lavoro che stiamo facendo secondo me lo stiamo facendo al momento giusto, non avremo subito delle soddisfazioni ma secondo me non siamo fuori tempo. 

Bibliografia e sitografia

C. Bermani, «Dieci anni di lavoro con le fonti orali», in Primo Maggio, n. 5, 1975, pp. 35-50.

C. Bermani, D. Bigazzi, «Una storia dell’impresa e della forza lavoro Alfa Romeo», in Primo maggio, n. 29, 1988, pp. 49-52.

Memoria operaia e nuova composizione di classe. Problemi e metodi della storiografia sul proletariato, a cura di C. Bermani, F. Coggiola, Maggioli, Rimini 1986.

C. Bermani (a cura di), La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma 2010.

D. Bigazzi, Il Portello. Operai, tecnici e imprenditori all’Alfa Romeo 1906-1926, FrancoAngeli, Milano 1988.

S. Bologna, «Operaismo e “nuovi movimenti” in Germania», in Primo Maggio, n. 19-20, 1983, pp. 1-50. 

S. Bologna, «Moneta e crisi: Marx corrispondente della “New York Daily Tribune”», in S. Bologna, P. Carpignano, A. Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1973, (ripubblicato in S. Bologna Banche e crisi. Dal petrolio al container, Derive&Approdi, Roma 2013).

S. Bologna, A. Negri (a cura di),Operai e Stato: lotte operaie e riforme dello Stato capitalistico tra rivoluzione d’Ottobre e New Deal, Feltrinelli, Milano 1975.

G. Buonfino, «Il muschio non cresce sui sassi che rotolano. Grafica e propaganda Iww», in Primo Maggio, n. 1, 1973, pp. 67-88.

B. Carchedi, «Informatica, tecnologia del controllo sociale. 1», in Primo Maggio, n. 19-20, 1983-1984, pp. 28-38. 

B. Carchedi, «Informatica, tecnologia del controllo sociale. 2», in Primo Maggio, n. 22, 1984, pp. 3-16.

B. Cartosio, «Note e documenti sugli Iww-Industrial Workers of the World», in Primo Maggio, n. 1, 1973, pp. 43-56. 

B. Cartosio, «Memoria e composizione di classe: dal Convegno di Mantova in poi», in Primo Maggio, n. 17, 1982, pp. 55-58. 

M. Cavani, «La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria» in Officina Primo Maggio, n. 1, a. 1, 2020. 

F. Coggiola, G. Grasso, P. Perotti, M. Revelli, I 35 giorni della Fiat. Uomini in carne ed ossa. Cronache di una sconfitta operaia, 110 min., 1981.

D. S. Landes, Bankers and Pashas. International Finance and Economic Imperialism in Egypt, Harvard University Press, Cambridge, Mass 1958.

D. Montaldi, Militanti politici di base, Einaudi, Torino 1971.

P. Moroni, «Ma l’amor mio non muore», in Maledetti compagni, vi amerò. La sinistra antagonista nelle parole dei protagonisti degli ultimi vent’anni di conflitto, a cura di R. Giuffrida con la collaborazione di Marco De Filippi, Datanews, Roma 1993, pp. 15-44.

Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di classe. Numero speciale, Marzo 2018, Supplemento a “Altronovecento”.

R. Panzieri, «Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», in Quaderni rossi, n. 1, anno 1, settembre 1961.

S. Peli, «Perché rileggere Primo Maggio», in La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di C. Bermani, DeriveApprodi, Roma 2010, pp. 143-150.

G. P. Rawick, The American Slave: A Composite Autobiography, 1972, trad. it. Lo schiavo americano dal tramonto all’alba. La formazione della comunità nera durante la schiavitù negli Stati Uniti. Prefazione di B. Cartosio, Feltrinelli, Milano 1973.

R. Scotellaro L’uva puttanella. Contadini del sud. Prefazione di Carlo Levi, Laterza, Bari 1964.

M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1977.

Il canale di Suez e i bulli del nuovo Millennio

Di Sergio Bologna

Nel libro “tempesta perfetta sui mari” (2017, alle pp. 170-176) avevo parlato dell’incidente occorso il 3 febbraio 2016 nel canale di accesso al porto di Amburgo a una grossa nave portacontainer da 184 mila tonnellate. A causa di un guasto al timone, si era messa di traverso e si era incagliata, per fortuna non aveva ostruito tutto il passaggio ma era necessario toglierla da dov’era. Ci vollero giorni e furono impiegati 26 mezzi navali. Sarebbe stato più rapido se fosse stato possibile alleggerirla del carico, ma di gru montate su chiatta in grado di raggiungere il top dei container stivati in coperta pare che all’epoca ce ne fosse una sola in Europa.

Mi è venuto subito alla mente questo episodio quando è giunta notizia che la portacontenitori da 240 mila tonnellate “Ever Given” della compagnia taiwanese Evergreen, al mattino del 24 marzo 2021, causa un colpo di vento e, pare, un blackout a bordo, si è messa di traverso nel Canale di Suez ostruendo del tutto il passaggio con i suoi 400 metri di lunghezza. Decine e decine di navi di tutti i tipi che la seguivano in direzione nord e altre che si apprestavano a entrare nel Canale in direzione sud restavano bloccate.

I primi comunicati dell’Autorità del Canale parlavano di una “questione di giorni” per riuscire a spostarla e liberare almeno uno spazio sufficiente al passaggio di altre navi, ma 30 ore dopo l’incidente la società incaricata di affrontare il problema e di trovare una soluzione, la stessa, di nazionalità olandese, che era stata capace di realizzare il capolavoro di raddrizzare la “Costa Concordia” e di permetterle di esser trainata a Genova per la demolizione, faceva sapere che ci sarebbero volute forse “delle settimane” per venirne a capo, precisando che alleggerirla del carico era, allo stato, molto difficile se non impossibile.

Ipotizziamo che ci vogliano due settimane per riuscire a spostarla, significherebbe che circa 700 navi debbono riprogrammare i loro itinerari sconvolgendo intere filiere, creando problemi di approvvigionamento energetico, alimentare e tanto altro, con danni incalcolabili. Molti porti mediterranei con perdite di traffico e di giornate di lavoro superiori al 50%. Il porto di Trieste perderebbe le toccate dei servizi diretti al Molo VII, il VTE a Genova Voltri avrebbe un danno ancora maggiore. Insomma, un disastro che si aggiunge a una situazione caotica nel traffico container che dura dall’inizio della pandemia. Una seconda tempesta perfetta.

Sento dire: “Finalmente il gigantismo navale verrà messo in discussione!” Si spera. La mia opinione sull’argomento ho avuto modo di esprimerla da tempo, anche davanti agli studenti dell’Università di Genova (si veda il mio “Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019”) e non intendo tornare sull’argomento. Altri, più autorevoli di me, come Olaf Merk dell’OCSE, hanno dimostrato che le presunte economie di scala del gigantismo navale sono più apparenti che reali ma che per contro i costi per la comunità e i rischi che la navigazione di questi behemoth comporta sono tali per cui il gioco non vale la candela.

Ma perché allora le compagnie marittime continuano a gareggiare ordinando navi sempre più grandi? Ormai sembra che anche il limite dei 24 mila TEU di portata non sia considerato sufficiente – la nave arenatasi sull’Elba e quella sul Canale di Suez hanno una portata rispettivamente di 19 mila e di 20 mila TEU.

Che cosa trascina delle proprietà e dei management di alto livello in questa assurda gara?

“It is a question of ego”.

Questa fulminante risposta è stata data da un noto imprenditore marittimo-portuale mediterraneo sei o sette anni fa quando gli chiesero perché la compagnia, di cui aveva deciso di acquisire una consistente quota azionaria, continuava a perseguire il sogno della “nave più grande di quella del vicino”. Strategia alla quale inizialmente s’era opposto ma che negli anni successivi ha finito per accettare.

Io purtroppo continuo a credere che avesse dato la risposta giusta allora, sono convinto cioè che nella mentalità del turbocapitalismo del nuovo Millennio ci sia una componente di puro e semplice volgare “bullismo” maschile del tipo… ometto la frase che voi tutti potete immaginare e inizia con “ce l’ho…” ecc. Quel tipo di bullismo idiota che Chaplin ha meravigliosamente immortalato nella celebre scena del barbiere de “Il grande dittatore”.

Sigmund Freud invece in “Totem e tabù” parlava della fascinazione per qualcosa che ha delle dimensioni insolite come un qualcosa di “infantile” (kindisch). Ecco: questi signori che si credono padroni del mondo sono in realtà dei bulli infantili. Ovvero degli irresponsabili.

The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaismo. Un libro di Steve Wright

di Daniele Balicco

Steve Wright è noto in Italia per essere l’autore della migliore monografia esistente sulla storia dell’operaismo: Storming Heaven (trad. it. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Puerto Alegre, Roma 2008). A distanza di quasi vent’anni da questo primo volume – l’edizione inglese è del 2002, ma sappiamo dall’autore che quel saggio è in realtà un’elaborazione di una tesi di laurea precedente, scritta addirittura alla fine degli anni Ottanta’80 – Wright torna di nuovo a occuparsi del movimento anti-sistemico italiano. Questa volta però lo fa osservandolo da un’angolatura teorica originale e, mi pare, relativamente inedita.

Il precedente lavoro era organizzato come un saggio storico-politico tradizionale: Storming Heaven seguiva infatti l’itinerario dell’autonomia italiana, ricostruendolo attraverso l’analisi della nascita dei gruppi, dell’elaborazione ideologica di alcuni suoi protagonisti (su tutti: Panzieri, Tronti, Alquati, Negri, Bologna), attraverso la messa a fuoco di una metodologia originale (l’inchiesta operaia) e di un attrezzo teorico guida – il concetto di composizione di classe. Con questo nuovo lavoro – intitolato The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaism, (in uscita per le edizioni Brill nel 2021) – l’operaismo viene invece studiato come fosse un soggetto collettivo impersonale, con uno sguardo a metà strada fra storia sociale e antropologia politica. Il punto di osservazione scelto è infatti quello della scrittura stampata come documento materiale. Wright la analizza seguendo molteplici ipotesi di ricerca: anzitutto come forma di elaborazione teorica individuale, come strumento di auto-consapevolezza di gruppo, come arma simbolica orientata a galvanizzare il conflitto, come “impalcatura” per l’edificazione selettiva del ceto politico militante; ma la scrittura stampata è anche un testo fisico, un oggetto materiale che necessita di piccoli o grandi investimenti per essere prodotto, così come della creazione di una rete di distribuzione capillare – autonoma, ma a volte anche sovrapponibile a quella dell’editoria tradizionale – per raggiungere la comunità di militanti, per coinvolgerla, appassionarla e attivarla. Infine, il testo scritto può essere osservato nella sua materialità anche come oggetto di consumo individuale, come un segno di appartenenza identitaria e come uno strumento di relazione fra attivisti.

Organizzato in sette sezioni distinte, questo saggio analizza – dividendolo per tipologie, funzioni e contesti – uno sconfinato repertorio di documenti eterogenei: saggi, corrispondenze epistolari, volantini, pamphlet, giornali, riviste, articoli, inchieste, interviste, documenti interni, manifesti, romanzi, testi radiofonici. Impressiona la mole dei materiali studiati; impressiona la cura minuziosa dei dettagli con cui lo studio è condotto. Le prime due sezioni del volume – tutto sommato tradizionali nell’oggetto d’analisi – affrontano, di questa tradizione politica, i documenti stampati più noti. Il lavoro di Wright parte infatti dallo studio della forma di comunicazione distintiva dell’operaismo italiano: l’inchiesta di fabbrica. Wright ricostruisce minuziosamente la storia di come è nata la prima inchiesta alla Fiat del 1960-1961 attraverso lo studio delle discussioni interne al primo nucleo di attivisti torinese (Rieser, Mottura, Accornero, Gallino, i Lanzardo, Alquati e Gobbi), presentando i testi preparatori dell’inchiesta, il rapporto con Montaldi, gli scambi epistolari mediati da Panzieri con il gruppo romano e infine la progressiva divaricazione fra gruppo “sociologico” e gruppo “politico”. La seconda sezione si occupa invece della forma saggio, quindi dei testi stampati degli autori più noti; collocandola però all’interno dello sviluppo dell’industria culturale italiana e della rete di riviste politiche che, a partire dagli anni ’50, preparano la teoria che guiderà la stagione del conflitto nel successivo ventennio; molto originale, in questa sezione, la ricostruzione della rete di relazioni che intreccia la storia dell’operaismo con il mondo dell’editoria (partendo da Panzieri con Einaudi e Negri con Feltrinelli, fino allo sviluppo delle case editrici di movimento) e con quello della ricerca universitaria.

Disegno: Malov
Disegno: Malov

A partire dalla terza sezione, il volume entra nel vivo dell’analisi dei testi scritti privi di firma individuale, fra cui molti articoli su rivista, ma soprattutto volantini, manifesti, ciclostile, opuscoli. Sono queste le tracce impersonali della vita politica di un soggetto collettivo, le forme elementari della sua soggettivazione. Grande risalto viene giustamente dato all’analisi del contenuto della forma e a come quest’ultima orienti significativamente la relazione politica fra soggetti e contesti, come nel caso del costituirsi dell’Assemblea studenti/operai a Torino nel 1969. La produzione di volantini, ciclostile e manifesti, per lo più affidata agli studenti, servì in questo contesto a sperimentare una alleanza di tipo nuovo fra ceto operaio e ceto politico; un’alleanza anzitutto di tipo conoscitivo, dove la reciproca sollecitazione creò uno spazio comunicativo inedito fra mondo esterno e mondo interno ai luoghi della produzione industriale. Furono soprattutto i volantini a galvanizzare il conflitto, a orientarlo, informando sulle azioni intraprese e su tutto quello che stava accadendo, fuori e dentro la fabbrica. Il volume continua ricostruendo l’ecosistema mediatico di Potere operaio, a partire dalla riflessione interna sulla strutturazione del partito per arrivare fino allo studio delle strategie di comunicazione esterna, nella lotta per l’egemonia sugli altri gruppi extra-parlamentari (fra cui il progetto fallito di un quotidiano con il gruppo del Manifesto, la creazione del periodico Potere operaio del lunedì, gli opuscoli marxisti Feltrinelli). La parte finale del saggio è dedicata invece all’analisi della scrittura stampata di una serie di gruppi minori dell’Autonomia, soffermandosi in particolare sull’esperienza di Rosso, sull’impatto dell’avvento delle radio libere (su tutte, Radio Onda Rossa), sui testi del Comitato operaio di Porto Marghera, di Lavoro Zero e di Lotta femminista.

La ricostruzione minuziosa di questo intero universo di scrittura stampata si chiude con una riflessione amara sul suo annientamento: è a partire dall’inchiesta giudiziaria “7 aprile” infatti che iniziò in Italia una sistematica distruzione di tutti questi materiali, nella maggior parte dei casi ridotti a semplici documenti sequestrabili in quanto prove indiziarie di appartenenza politica. Con la distruzione della scrittura stampata non sparì però solo la memoria di quello che fu, ma anche la possibilità di capire per quale ragione la potenza impressionante di questo laboratorio politico si sia dissolta così rapidamente, in uno scontro giocato ad armi impari, come un’impronta lasciata improvvidamente sulla sabbia una volta salita la marea. Potremmo forse leggere questo nuovo lavoro di Steve Wright anche come un saggio di archeologia politica. E per almeno due ragioni. Perché ci mostra la forma di vita elementare – che cosa ha significato essere liberi – all’interno dell’ultima comunità anti-sistemica di massa, prima della rivoluzione digitale. E perché ci costringe però, nello stesso tempo, ad alzare lo sguardo ben al di là dei confini di quella comunità e del nostro Paese se vogliamo capire il senso del suo annientamento.

Bibliografia

Steve Wright, Storming Heaven. Class Composition and Struggle in Italian Autonomist Marxism, Pluto Press, London 2002 (trad. it. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Edizioni Alegre, Roma 2008).

Steve Wright, The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaismo, Brill, London 2021.

Inaccettabili falsificazioni

Di Sergio Bologna


E’ stata una pessima idea quella del giornalista e saggista Carlo Formenti a voler indottrinare i lettori del suo blog sulla discussione avvenuta in questi ultimi vent’anni sul tema dei knowledge workers e del rapporto tra ruoli professionali e tecnologia, perché ha dimostrato o di averla seguita assai male questa discussione o di non averci capito nulla. Scrive in un suo post intitolato Dalla IBM alla gig economy :


“Con la rivoluzione digitale e gli anni Novanta abbiamo assistito a un potente ritorno di attenzione sul rapporto fra innovazione tecnologica e lotta di classe. Purtroppo nella gran parte dei casi questa attenzione è coincisa con l’esaltazione acritica del presunto potenziale emancipativo delle nuove tecnologie (….) A seguire è subentrata la versione post operaista del sogno hacker: i lavoratori della conoscenza (le classi creative in altre versioni) vennero battezzati come la nuova avanguardia rivoluzionaria, pronta a raccogliere il testimone delle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta. “

Per quanto ne so, la discussione all’interno del pensiero cosiddetto post-operaista, fu lanciata da un volume collettaneo curato dal sottoscritto e da Andrea Fumagalli e pubblicato nel 1997 in coedizione tra Feltrinelli e Shake Editore, una casa editrice che aveva dato molto spazio alla cultura hacker, dal titolo Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia.

Carta canta, come si dice. Ebbene, sfido qualunque lettore a trovare in quel volume un benché minimo accenno a una definizione dei lavoratori della conoscenza “come la nuova avanguardia rivoluzionaria”. In quel volume, ed in particolare nei due saggi scritti dal sottoscritto, si diceva che a) il lavoro indipendente che si stava diffondendo aveva uno stretto rapporto con le nuove tecnologie digitali e con gli strumenti di lavoro che queste tecnologie avevano messo a disposizione, come il personal computer, b) che questa condizione non aveva creato dei lavoratori più “liberi” o più “autonomi” perché essi si trovavano sempre in un rapporto di forza diseguale con il committente, c) che essi dovevano prendere coscienza di questa loro debolezza sul mercato e quindi dovevano pensare a coalizzarsi, a tutelarsi.

Cosa che puntualmente avvenne agli inizi degli anni 2000, sia negli USA con la costituzione della Freelancers Union, sia in Italia con la costituzione di ACTA (www.actainrete.it), sia con la creazione di altre iniziative di carattere sindacale o mutualistico a livello europeo, p.es. la cooperativa SMArt, con sede a Bruxelles e filiali in nove paesi europei. Ossia, si era messo in moto finalmente – forse anche grazie a quella nostra analisi – un processo di coalizione, di riconoscimento della propria identità lavorativa, da parte di lavoratori che fino a quel momento avevano pensato di non essere lavoratori ma imprese, anche perché così li definiva l’Unione Europea, negando loro il diritto a un collective bargaining. Formenti ignora tutto questo, oppure vuole semplicemente oscurare una realtà che smentisce i suoi giudizi?

Questo vero e proprio “risveglio” di una disponibilità alla solidarietà tra lavoratori, che si assomigliano per tutta una serie di condizioni spazio-temporali e di rapporto con le nuove tecnologie, ha impresso una dinamica virtuosa, che sta portando alla luce sempre nuove soluzioni e nuove iniziative. Una di queste è la Tech Workers Coalition, oggi presente anche in Italia. Che cosa ha portato di nuovo rispetto alle esperienze precedenti? Prima di tutto il fatto di rivolgersi ai lavoratori salariati dell’industria high tech, non soltanto a quelli freelance, costruendo in tal modo le premesse per allargare un certo “blocco sociale”. In secondo luogo – com’è chiaramente espresso nel loro sito USA – quello di mettere in piedi non una Union ma una Coalition, cioè una struttura flessibile e trasversale che dialoga e collabora con tutte le Unions o le associazioni professionali che in un modo o nell’altro intendono tutelare i lavoratori che hanno a che fare con le tecnologie digitali latu sensu, quindi programmatori ma anche rider, lavoratori delle piattaforme e così via (we work in solidarity with existing movements towards social justice, workers’ rights, and economic inclusion).

Detto questo, non so se vale la pena, visto che Formenti ha le idee così confuse, ricordare che il pensiero cosiddetto “operaista” in Italia nasce all’interno di una rivista che si chiamava ”Quaderni Rossi” e che uno dei primi testi, se non il primo, su cui si sono formati i partecipanti a quella esperienza era un testo di Raniero Panzieri che negava la presunta “neutralità” della tecnologia (lettura del ’Frammento sulle macchine’ di Marx). Era il 1961.

Postfazione

Scrivevamo nel nostro Manifesto pubblicato un mese e mezzo fa:

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che molte delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale.

Oggi chi ci legge può legittimamente chiedere: avete evocato la parola “conflitto” che era un po’ passata di moda e sostituita da altre (per esempio “diseguaglianze”) e ora vi trovate dinanzi a una forma di conflitto che rasenta la guerra civile. Come vi ponete di fronte a questi avvenimenti? Rientrano nella vostra idea di conflitto?

Certo che rientrano, ma per capirci meglio sarà necessario fare una precisazione.

La rivista “Primo Maggio” alla cui tradizione e impostazione si ispira questo nostro progetto, utilizzava criteri di analisi elaborati da quel sistema di pensiero che va sotto il nome di “operaismo italiano”.  Una delle sue caratteristiche era quella di chiedersi se il conflitto sociale, in particolare il conflitto industriale, potesse essere concepito non come un’eruzione cutanea di una società imperfetta, né tantomeno come un atto simbolico che mette in scena la divisione di classe, ma come un fenomeno storico di comportamento collettivo con delle leggi intrinseche di sviluppo, riconoscibili nelle loro categorie, come quelle che vengono normalmente chiamate “le leggi dell’economia”. Sicché, se pare esagerato poter parlare per l’operaismo italiano di una “scienza del conflitto”, non sembra azzardato poter parlare di una ratio sottostante a una serie di avvenimenti nel tempo che presentano determinate costanti e dunque possono essere ricomposte in una sequenza, in un codice genetico riconoscibile.

La realtà non è mai uguale a se stessa, ma la dinamica del conflitto – che va concepito sempre come processo di eventi concatenati, non come episodio avulso da una logica di medio periodo – non è meno “razionale” o meno prevedibile della dinamica dell’economia. In questo senso l’operaismo ha sottratto il conflitto sia alla pura sfera del volontarismo che al mero manifestarsi degli interessi materiali. Ne ha fatto una disciplina “politica” a tutto campo. Infatti, quando si definisce frettolosamente l’operaismo italiano come quella corrente del marxismo critico che ha messo al centro la classe operaia e ne ha fatto quasi il motore dello sviluppo capitalistico, si dice una cosa imprecisa perché non è la classe operaia ma la lotta operaia che viene assunta come categoria fondamentale. Il conflitto è il punto di partenza, non quello di arrivo. La lotta operaia però, così come tutti i movimenti con radici di classe, è un processo che ha una lunga maturazione, un processo che cambia nel tempo, anche perché può cambiare la tipologia di attore collettivo. Nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Venti il processo di maturazione della lotta operaia è passato per le prime forme di coalizione, le prime società di mutuo soccorso, ed è arrivato all’organizzazione sindacale e poi a quella politica. Ma la lotta degli afroamericani – per tornare al nostro argomento – o la lotta delle donne per l’emancipazione femminile non hanno seguito lo stesso percorso, non hanno adottato lo stesso lessico e non avevano nemmeno lo stesso nemico. Ciononostante, il punto di vista operaista ritiene che anche nelle lotte dei neri d’America o delle donne sia possibile riconoscere una dinamica con proprie leggi di sviluppo riconoscibili. La ragione è molto semplice: la lotta nel rapporto di lavoro, la lotta alla segregazione razziale e la lotta per la liberazione della donna sono strettamente intrecciate, quasi si alimentano a vicenda.

Molti si sono meravigliati per l’estensione e la durezza degli scontri in una cinquantina di città americane, ma se qualcuno avesse avuto attenzione a quanto è successo negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni avrebbe potuto vedere senza difficoltà che il conflitto, in particolare il conflitto nei rapporti di lavoro, è diventato una costante, un fenomeno quotidiano, ed è quello che ha contribuito a far crescere una tensione che, unita ad altre tensioni – vedremo quali – ha finito per costituire la miscela esplosiva che aspettava solo l’uccisione di George Floyd per deflagrare. Quando qualcuno si meraviglia di vedere tanti bianchi a protestare e a battersi con la polizia vuol dire che ha dimenticato la composizione etnica, sociale, di genere, della massa di persone confinate nella gig economy, nel lavoro nero, nella disoccupazione. I saccheggi di negozi alimentari non sono fatti solo da vandali ma da gente che letteralmente ha fame, che normalmente ha fame.

L’evento imprevisto è stata l’epidemia da Coronavirus, unico nel suo genere, non tanto nei suoi aspetti pandemici quanto nei metodi per contenerli, lockdown, distanziamento sociale. Ma è anche l’evento che meglio di qualunque altro, di qualunque analisi marxista, ha fatto capire agli stessi afroamericani, agli stessi lavoratori della gig economy, a tutti i milioni di emarginati, la tragica dimensione della loro condizione. Si sono visti morire di Coronavirus in proporzione enormemente maggiore, si sono visti seppellire in fosse comuni. Si sono visti allo specchio. E a quelli tra di loro che ancora non avevano capito di non avere nulla da perdere, ci ha pensato l’irresponsabile comportamento di Trump a farglielo capire. Le conseguenze del virus e la follia del Presidente sono state come due lunghe micce che, bruciando, si sono avvicinate inesorabilmente al punto di scoppio.

Che cosa si vuole dire con questo? Che le rivolte di oggi stavano iscritte nella situazione sociale dell’America da lungo tempo. E chi di noi aveva esperienza di dinamiche di conflitto, chi aveva assistito alle rivolte del 1967-68 e aveva partecipato a quelle italiane, quasi le “sentiva” venire, capiva – come il marinaio che fiuta il vento – che qualcosa sarebbe dovuto succedere, se non altro perché Trump stava tirando troppo la corda. E proprio per questo, oggi che bruciano i fuochi della rivolta, non siamo per niente portati a contemplare con estetizzante compiacimento la ribellione di un popolo, sappiamo quanta sofferenza, quanto dolore sta in quella protesta, quanti morti, arresti, processi, licenziamenti dovranno subire ancora gli afroamericani e le afroamericane e chi lotta al loro fianco. Sappiamo soprattutto come sia difficile governare una ribellione spontanea, come sia facile infiltrarla.

Già ora, mentre scriviamo e aumentano i saccheggi, sappiamo bene come una parte dell’opinione pubblica, inizialmente favorevole, prenderà le distanze, e magari ci sarà spaccatura nel fronte della protesta e allora in queste fratture si butterà a capofitto quella che non sappiamo nominare altrimenti che con il suo vecchio nome, la reazione. Per non parlare dell’incognita rappresentata dal suprematismo bianco, armato fino ai denti. Tuttavia, comunque vada a finire, dopo queste giornate di rabbia, dopo questi cortei pacifici di massa, un poliziotto ci penserà due volte prima di mettere le mani addosso a un nero. Comunque vada a finire, il monito è stato lanciato: attenzione a non tirare troppo la corda! Attenzione che non potete lasciare la gente senza assistenza sanitaria! Attenzione che non potete licenziare senza pagare un prezzo! Attenzione che, volendo, sappiamo farci rispettare! Per queste e altre ragioni riteniamo che quei moti di rivolta, in tutte le loro manifestazioni, anche quelle più estreme, siano stati salutari, siano stati un gesto di dignità, di giustizia, di civiltà.

Nancy Goldring, History teacher, New York 2020.

Che insegnamento ne possiamo trarre per la nostra situazione?

Innanzitutto che resta confermata la tesi che il conflitto, inteso come processo collettivo, deve essere un comportamento individuale permanente – mentre in una certa cultura sindacale viene considerato come “ultima ratio” – perché la pressione del capitale per aumentare lo sfruttamento non ha un “punto di equilibrio” oltre il quale lo stesso capitale si ferma, no, continua in assenza di resistenza fino all’estinzione di certi strati di forza lavoro, potendo disporre, grazie alle nuove tecnologie informatiche, di una riserva praticamente illimitata. Non ci sarà mai un salario “sufficientemente basso”, no, ci sarà il lavoro gratuito. Questo è particolarmente vero per il lavoro intellettuale, dove il conflitto è rimasto assente o si è manifestato in maniera del tutto insufficiente o scollegato, con effetti particolarmente devastanti sulla qualità del ceto politico. Qui da noi non dobbiamo scimmiottare i riots americani, dobbiamo riprendere la tradizione di lotte del lavoro intellettuale e professionale che, anche quando espongono rivendicazioni puramente economiche, sanno proporre una radicale riforma della disciplina d’appartenenza. Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel mondo della sanità con l’esperienza del coronavirus e con il rilancio di una medicina di base in grado soprattutto di prevenire, ci sembra l’esempio più calzante. Ma se questa cosa entra in fabbrica o magari prorompe dalla fabbrica mediante il veicolo della medicina del lavoro, già si comincia a intravvedere una ricomposizione sociale di largo respiro. Se poi il problema lo spostiamo sulla formazione, sugli insegnanti, sulla scuola nella doppia veste di macchina educativa e di ammortizzatore sociale, e da qui a cascata su tutti i campi in cui il lavoro cognitivo, creativo, può mobilitarsi, l’orizzonte che ci si apre davanti con il conflitto è sconfinato. E ricchissimo il patrimonio storico cui possiamo attingere.

Lo sguardo del drone su Milano

Sergio Bologna

Demolire il mito del “modello Milano”. Sembrerebbe una buona cosa, se fatta con ragionamenti di spessore in grado di recuperare quella stagione irripetibile di pensiero critico al quale alcuni docenti della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano hanno dato il loro contributo negli anni Settanta con la rivista Quaderni del territorio. Aggredire il “modello Milano” con superficialità fa soltanto il gioco di quelli che hanno governato la città nei suoi periodi più bui. Si viene indotti a queste riflessioni da un lato da certe prese di posizione (v. l’articolo di Lucia Tozzi su Lo stato delle città, n. 3, ottobre 2019), dall’altro da letture come Against Urbanism di Franco La Cecla che, pur mettendo in risalto alcuni percorsi perversi delle politiche urbane e la mitologia degli “archistar”, è ancora largamente insufficiente ad affrontare determinate problematiche tipiche degli spazi metropolitani.

Probabilmente lo sguardo dell’urbanista ha acquistato la valenza di “sguardo generale” alla fine dell’Ottocento, quando i piani regolatori urbani hanno iniziato a fare scuola e quindi i suoi criteri di giudizio si sono poco alla volta imposti come scienza della città e della società che la vive. È indubbio che molte trasformazioni sociali nella città possono essere ricondotte a scelte urbanistiche, è indubbio che la disposizione dell’abitare determina in maniera notevole le stratificazioni sociali ma è altrettanto vero che l’epoca che stiamo attraversando, in particolare l’epoca che ha visto la nascita dell’informatica e di Internet, ha prodotto degli agenti di trasformazione sociale che sembrano assai più potenti del fattore urbanistico nel cambiare le persone e il loro modo di pensare e di agire. Pertanto lo sguardo dell’urbanista sembra essere sempre meno convincente nell’individuare le ragioni che determinano il cambiamento di una città, sembra essere sempre più “specialistico” e aver perso quella capacità (o pretesa) di rappresentare l’intera complessità di una trasformazione urbana. Sembra sempre più lo sguardo di un drone che dall’alto riesce a vedere e distinguere bene i volumi ma sempre meno riesce a vedere e a distinguere gli uomini.

Per tornare a Milano. La facciata ingannevole che nasconde le sua fragilità non può essere demolita con ragionamenti puramente urbanistici, nello spazio ristretto del binomio speculazione-espulsioni. Né una città può essere letta solo attraverso le scelte delle politiche urbanistiche di Giunta. È un’operazione stolida appiattire lo sguardo al punto da mettere sullo stesso piano l’epoca dei Formentini-Albertini-Moratti con il periodo Pisapia-Sala perché nei progetti di Rogoredo o di City Life o dell’Expo c’è stata continuità: è un’operazione improduttiva politicamente ma soprattutto inadeguata a capire quali sono le fragilità vere di Milano che si nascondono sotto la facciata del mito di città “viva, dinamica, innovatrice, efficiente”.

Facciamo un piccolo passo indietro. Per ricordare ai troppi che se lo sono scordato che Milano dagli anni Ottanta a tutto il primo decennio del nuovo secolo, cioè per la bellezza di trent’anni – un periodo più lungo di quello del regime fascista – è stata la città che ha prodotto i fenomeni più deleteri della politica italiana, la città che ha segnato il degrado della nostra vita pubblica come nessun’altra città italiana, la città-laboratorio della crisi della democrazia così com’era stata concepita dai padri costituenti nel 1946. È la città che ha promosso il fenomeno del tardo craxismo, chiamato frivolamente “Milano da bere”, che ha portato all’ascesa di Berlusconi, di Bossi e infine di Salvini. E di Formigoni: Milano è stata la città-laboratorio di Comunione e Liberazione, cioè di un movimento ecclesiale capace di spaccare il mondo cattolico (spunto che Salvini ha ripreso in pieno). Se nel 2011, dopo trent’anni la città ha saputo ritrovare dignità e orgoglio, mettendo in piazza quel movimento plebiscitario che ha portato alla Giunta Pisapia – un movimento molto più ricco di quanto Pisapia sia stato capace di rappresentare istituzionalmente [1] – non possiamo classificare quella svolta come mero episodio elettorale: dobbiamo inserire quel movimento in una sequenza storica che va dalle Cinque Giornate all’insurrezione del 25 aprile 1945 alla lotta degli elettromeccanici del 1960, le grandi date in cui Milano ha saputo scrollarsi di dosso i diversi gioghi che le sono stati imposti. L’entusiasmo, la determinazione di quei cortei, di quelle manifestazioni che invadevano la città, la tensione morale e culturale delle decine di incontri, seminari, dibattiti – quell’atmosfera, quella partecipazione, quel risveglio di un popolo che sembrava ormai narcotizzato per sempre – erano cose che non si vedevano dal 1945. E c’era gioia, non c’era il lutto pesante dei funerali per le vittime di piazza Fontana. Quel movimento è stato lo spartiacque, non l’elezione della nuova Giunta. Quel movimento ha interrotto la sequenza trentennale dell’abbrutimento. Ed è da quel punto alto di democrazia che dobbiamo ripartire. Chi non l’ha vissuto può averne una pallida idea dal film che una cinquantina di registi ha girato in quei giorni: Milano 55.1 Cronaca di una settimana di passioni[2], presentato al Festival di Locarno. Per rispettare il contenuto di quel movimento, per rendere giustizia alla tensione di rinnovamento che esso portava con sé, Pisapia avrebbe dovuto governare chiamando continuamente la piazza a partecipare alle scelte, facendo appello incessante alla democrazia diretta. Invece l’“ordine istituzionale” ha finito per prevalere: cinque anni dopo in occasione dell’elezione di Sala quel movimento s’era imbucato in vari rivoli sotterranei, Sala è stato eletto con le solite alchimie della politica di corridoio, senza entusiasmi. Malgrado ciò, onestamente, si può dire che poteva andar peggio, molto peggio, vista la piega che aveva assunto nel frattempo la politica nazionale: ci siamo già dimenticati dell’atteggiamento di Matteo Renzi e del suo governo? Se non ha sparato a zero contro Pisapia come ha fatto a Roma, cacciando dal Campidoglio il povero e onesto Marino, poco ci è mancato.

Nei tentativi di demolizione del “modello Milano” che sono in circolazione di questo passaggio non c’è traccia: sembra ci sia consapevolezza di cosa sia stato il “modello nero di Milano”, quello dei Craxi, dei Berlusconi, dei Bossi, dei Formigoni. No, se vogliamo togliere la maschera al mito di Milano “città viva, dinamica, efficiente”, se vogliamo mettere il dito sui punti nevralgici, dobbiamo percorrere altre strade, non abbiamo bisogno di quattro architetti che mettono insieme un piano regolatore alternativo, né abbiamo bisogno dei grandi affreschi sulle “espulsioni” alla Saskia Sassen. Dovremmo chiederci semmai com’è nato il mito del “modello Milano”, perché è nato, dove è nato? E perché quel mito ha potuto attecchire? Se pensiamo che quel mito sia pura opera di abili comunicatori, spalleggiati da un po’ di energumeni mediatici che mettono a tacere le voci contrarie, ci sbagliamo di grosso. Un mito non nasce dal nulla. Una Giunta di amministratori pubblici che non pensano solo agli affari propri o a mettersi i soldi in tasca non è fenomeno usuale nel nostro paese. Un’amministrazione di opere pubbliche che rispettano scadenze e costi preventivati è fenomeno ancora più raro. Una rete di trasporti che cresce e che funziona anche come riduzione del rischio d’isolamento delle periferie non è poi un fatto così scontato. Ci sono vari al tri motivi che c’inducono a pensare che Milano la buona fama se la sia guadagnata e che buona parte del merito vada alla gestione del Comune. Ma anche alla lungimiranza di privati. La zona della moda e del design, la cosiddetta “zona Tortona” che durante il Salone del Mobile diventa teatro del cosiddetto “Fuorisalone” [3], oggi esteso anche a Lambrate, è nata da un’operazione condotta da privati che invece di radere al suolo le decine di fabbriche dismesse (era un polo da 25/30.000 operai, tanto per intenderci) e sostituirle con palazzoni e centri commerciali, ha avuto il buon senso di trasformarla in centro di attività terziarie, lasciando intatti parecchi volumi dei grandi stabilimenti abbandonati, dalla CGE, chiamata erroneamente ex Ansaldo, alla Riva Calzoni, alla Richard Ginori, alla Loro Parisini. Gli immobili hanno riacquistato valore, il tessuto urbano è stato rispettato, nuove occasioni di lavoro sono state create, ecco una brillante operazione urbanistica. È un percorso che abbiamo seguito con il documentario di 38’ Oltre il ponte, realizzato nel 2006-07[4]. Avremmo potuto accontentarci e dire «bravi!». Ma a noi non bastava lo sguardo dell’urbanista. Noi ci siamo chiesti: «Ok, tutto bene, ma come si lavora là dentro? Come si lavorava una volta?».

Le trasformazioni urbane derivano dalle scelte di specializzazione produttiva del nostro sistema economico, di cui la speculazione immobiliare è un aspetto

 

Siamo ben consapevoli che quelle che abbiamo chiamato le “fragilità”, le caratteristiche della città che rappresentano un rischio di degrado se non addirittura d’imbarbarimento, sono altrettanto consistenti quanto le caratteristiche positive. Ma se non vengono alla luce non è certo perché si è preferito fare City Life invece di un quartiere di case popolari, le scelte urbanistiche c’entrano pochissimo. Le trasformazioni sono avvenute con processi che hanno coinvolto principalmente il fattore lavoro, declinato in tutte le sue modalità, non soltanto il lavoro industriale rispetto al lavoro nei servizi ma soprattutto il lavoro tecnico-intellettuale, il lavoro professionale, il lavoro con le tecniche digitali: non si è trattato solo di un problema di costi – anche se rimane centrale oggi la questione delle retribuzioni con la proliferazione di working poor – ma si tratta di una partita con una posta in gioco molto più alta, che è quella della modificazione degli assetti mentali, della modificazione del cervello umano – apertamente dichiarata come obiettivo aziendale da giganti come Google, Facebook, Amazon. Si dice che oggi il problema è quello dell’accaparramento delle risorse della natura, in realtà il problema è quello dell’accaparramento of the human brain. È la capacità raziocinante dell’essere autonomo e indipendente, capace di resistere al bombardamento di mistificazioni della realtà, di selezionare l’informazione dalle fake news, è la possibilità di provare ancora sentimenti di solidarietà coi propri simili – sono queste le cose che vogliono estirpare dal nostro DNA, dal nostro sentire, dal nostro agire. La presenza di questi agenti “predatori”, che non  a caso scelgono come primo terreno di conquista  il nostro patrimonio cognitivo, configura uno scenario molto più drammatico di quello che Saskia Sassen ci propone con le sue teorie sulle espulsioni, anche perché l’arena in cui questa partita si gioca non è solo la città o la città globale ma è anche il più sperduto borgo dell’Appennino. Semmai è il vecchio discorso di suo marito Richard Sennett su the corrosion of character a essere più pertinente, più utile per capire come mai tanti giovani newcomers sono disposti ad accettare di lavorare per un euro di meno dei loro colleghi già inseriti nel mercato. Fenomeno questo capace di produrre più working poor di qualunque padrone avido, capace di svalorizzare il cosiddetto “capitale umano” come nessuna crisi economica è capace di fare.

La costituzione di ACTA, la creazione di reti europee dei freelance e il loro gemellaggio con la Freelancers Union degli Stati Uniti, cioè le attività militanti di organizzazione per arginare l’individualismo esasperato, per rendere consapevoli i lavoratori della conoscenza dei loro diritti, per convincerli a difendere il loro valore di mercato, gli appelli a non lavorare gratis per l’EXPO: sono tutte esperienze con cui abbiamo di fatto attraversato la città con una specie d’inchiesta permanente. Con questo bagaglio di esperienze affrontiamo il nodo del mito ingannevole di Milano, nella speranza di arrivare in tempo a introdurre dei correttivi prima che la prossima scadenza elettorale ci riporti all’epoca buia dei Formentini-Albertini-Moratti.

Oggi il downgrading della città e di certi suoi quartieri lo si legge nel privato, assai più che nel pubblico, le trasformazioni urbane di una città “globale” come Milano sono riconducibili alle scelte di specializzazione produttiva del nostro sistema economico di cui la speculazione immobiliare è solo uno degli aspetti e non dei più devastanti. Sono fenomeni che hanno acquistato una forte accelerazione dopo la crisi del 2008 e che una volta di più ci fanno capire che “la città” come unità concettuale è una pura mistificazione. Milano come entità omogenea non esiste, non può essere trattata come un soggetto, è semplicemente un segmento di uno spazio: qui si ritrovano, magari esaltate, tutte le fragilità del sistema-Italia, le quali hanno il loro punto di coagulo in una classe imprenditoriale e manageriale che, pur di salvare i suoi margini di profitto, ha condannato il paese al declino (qualunque settore si prenda in considerazione, dalla logistica al ciclo dell’auto), un paese che nella transizione verso Industria 4.0 probabilmente si staccherà definitivamente dal novero di quelli cosiddetti “avanzati”.

L’Italia è il paese dove in questi anni si è formata la nuova categoria di ricchi che prosperano sul mercato delle braccia e offrono la loro merce di moderni schiavi alle grandi multinazionali della logistica o ai grandi gruppi partecipati da Cassa Depositi e Prestiti, come Fincantieri. Se ne parla perché magistratura e Guardia di Finanza hanno deciso finalmente di intervenire. Ma questi delinquenti hanno dei cugini non troppo lontani, quelli che prosperano con le loro agenzie d’intermediazione di lavori tecnico-intellettual-creativi di cui Milano è forse la piazza più importante d’Italia. Sono la “faccia pulita” del commercio di forza lavoro qualificata low cost. Essi costituiscono il lato oscuro del “modello Milano” ma per stanarli non possiamo certo ricorrere a parametri urbanistici. E questo vale per Milano come per Napoli, per Firenze come per Torino. Ma se le amministrazioni comunali volessero prendere in mano direttamente l’iniziativa per contrastare il fenomeno mondiale del degrado delle condizioni di lavoro ben venga! Questo ci fa guardare con interesse l’iniziativa Decent Work Cities lanciata un paio d’anni fa dal sindaco di Seul su incoraggiamento dell’ILO e alla quale si stanno aggregando metropoli quali New York, Parigi, Dakar, Bangkok.


[1] Nel 2011 uno degli elementi decisivi per l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano è stata la straordinaria partecipazione di cittadini e cittadine organizzati nei “Comitati x Pisapia”: dopo la vittoria elettorale si sono trasformati in Comitati x Milano e si prefiggono di proseguire il confronto con l’Amministrazione comunale in collaborazione con associazioni, enti e organismi della cittadinanza attiva.

[2] Si tratta di un film collettivo che racconta il ballottaggio per le elezioni a sindaco di Milano nel 2011, che si conclude il 30 maggio con la vittoria di Giuliano Pisapia contro Letizia Moratti: l’idea è stata proposta da Luca Mosso e Bruno Oliviero, all’indomani del primo turno elettorale, per poter raccontare con il cinema quel vento di cambiamento che stava dando un nuovo volto politico alla città; il progetto ha coinvolto 50 videomaker ed è stato sostenuto da Associazione Filmmaker attraverso una campagna di crowdfunding.

[3] Con il termine “Fuorisalone” si indica l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano organizzati in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile, la manifestazione per il settore dell’arredo e del design avviata nel 1961. Il Fuorisalone, nato nei primi anni Ottanta per iniziativa di alcune imprese, è stato istituzionalizzato nel 1991 quando la rivista Interni ha creato il logo e promosso la prima guida a tutti gli eventi. Nell’ultimo quindicennio durante la Milano Design Week interi quartieri vengono popolati da esposizioni e attività temporanee e dai numerosissimi visitatori: si tratta spesso di ex aree industriali dismesse che le aziende del design affittano per il periodo e che sono state riconvertite e ripensate per questi usi provvisori. Il quartiere di Porta Genova è uno dei primi esempi del “Design District” sorti intorno al Salone del Mobile.

[4] La casa editrice DeriveApprodi di Roma ha pubblicato negli stessi anni il volume Dalla classe operaia alla creative class. La trasformazione di un quartiere di Milano, che conteneva il DVD del documentario. Il materiale di ricerca, molte ore di registrazione audio e riprese video, che non è stato utilizzato è stato depositato presso la Fondazione Micheletti di Brescia, dove si trova a disposizione del pubblico. Il volume purtroppo è esaurito, copie sono consultabili presso la Biblioteca della Fondazione.