Per Danilo Oliva
1978, numero 9/10 di Primo Maggio. Inizia da qui il nostro rapporto con la comunità operaia dei portuali di Genova. È passato quasi mezzo secolo e quel rapporto è rimasto intatto. Proviamo perciò un grande senso di vuoto per la morte di Danilo Oliva. Chi non lo ha conosciuto potrà trovare nei tanti ricordi che in queste ore sono stati scritti le informazioni essenziali sulla sua vita. Noi vorremmo proporre qualche riflessione in più.
Intanto sul significato di “comunità operaia”.
A Genova il mestiere di portuale si tramanda di padre in figlio, ancora oggi. Il nonno di Danilo pare fosse vicino a Pietro Chiesa, il leggendario capo dei carbuné, gli scaricatori di carbone che all’inizio del secolo scorso erano migliaia. Il senso di comunità dunque è più forte se il mestiere rimane dentro la famiglia per generazioni.
La cosa straordinaria del caso genovese – ma non l’unico – è che quella comunità, che poteva apparire un ambiente chiuso, ha saputo dare moltissimo alla città, anzi, ha segnato certe svolte della storia di Genova e del nostro paese: nel luglio ‘60, quando si trattò di cacciare i fascisti con le barricate, nei mesi scorsi quando dal porto è partito il movimento di popolo contro il genocidio.
Comunità operaia vuol dire valori, e può voler dire rivoluzione. Proprio martedì prossimo a Milano ricorderemo la rivoluzione nella medicina e nel sistema della sanità, opera di scienziati come Maccacaro, che sono riusciti a elaborarne i principi in stretto dialogo con la comunità operaia della Montedison di Castellanza o di medici come Ivar Oddone, in stretto dialogo con la comunità operaia della Fiat di Mirafiori.
Danilo questo senso della comunità di mestiere che diventa punto di riferimento per un’intera comunità urbana lo ha saputo coltivare, arricchire, con la sua Presidenza del CAP, Circolo Autorità Portuale.
Era innanzitutto una casa, com’erano state le Case del Popolo di una volta, era una casa aperta, come dev’essere un luogo dell’oggi dove si cerca di arginare la frammentazione, le divisioni interne alle classi sociali. Non era la casa dei portuali, era la casa delle diverse anime del porto. Non era la casa della retorica democratica, era un luogo a disposizione della società civile, uno spazio di cultura. Non era solo una casa dei diritti di chi lavora ma un presidio del lavoro cosciente della propria forza.
Danilo è stato un sindacalista ed è stato un comunista, di un comunismo che non dà lezioni ma esempi. Memoria storica, certo, ma nel senso che è riuscito a conservare vive le migliori tradizioni del movimento operaio. Ha voluto uscire dalla casa per anziani, dove aveva dovuto ritirarsi dopo gli interventi chirurgici, per salutare Greta Thunberg e Francesca Albanese, un’altra volta per andare alla mensa del CAP coi collaboratori e amici più stretti. Non ha mollato il timone del Circolo nemmeno per un istante. Un’autorevolezza, una guida, di quelle che non si discute.
Eppure era un uomo di una dolcezza, di un’attenzione verso l’altro, di una capacità d’ascolto, di una naturalezza di modi, che chiunque, immagino, l’ha avuto amico o avversario non potrà dimenticare.
“Qui sei a casa tua, professore!”, mi diceva con quel fondo d’ironia che c’è sempre quando hai un rapporto con gente che vale.
Speriamo, ciascuno per conto proprio, di non disperdere la sua eredità.



