Cronologia logistica (giugno-ottobre 2021)

Andrea Bottalico

«Accusare di omicidio un uomo quaggiù è come fare 

contravvenzioni per eccesso di velocità 

alla 500 Miglia di Indianapolis»

Cpt. Benjamin Willard in Apocalypse Now

Giugno 

Il sindacato di base Si Cobas non molla il colpo su FedEx, contro cui ha avviato una vertenza dall’inizio dell’anno per la riapertura della piattaforma logistica di Piacenza. La mobilitazione principale avviene a San Giuliano Milanese, ma si organizzano picchetti in altri magazzini. Il sindacato comunica che la sera del 7 giugno i lavoratori hanno fermato le piattaforme di Lodi, Bologna, Ancona, Fiano Romano, Firenze e Modena. Viene indetta una manifestazione a Roma per chiedere al ministro dello Sviluppo economico l’apertura di una trattativa nazionale. Nel frattempo  viene avviata una mobilitazione anche nella piattaforma Ceva Logistics di Stradella, provincia di Pavia (su questa vertenza rimandiamo all’articolo «Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale. Il caso della Città del Libro» in questo numero). In un comunicato del sindacato di base si legge:

I lavoratori della logistica in questi anni hanno sperimentato sulla propria pelle che i subappalti servono unicamente ad abbassare al minimo i livelli salariali e le tutele sui luoghi di lavoro, a creare una fitta barriera di intermediari tra i lavoratori e le aziende committenti per aggirare i contratti collettivi nazionali e ad alimentare i volumi d’affari dei caporali e della criminalità organizzata. 

Sulla vertenza FedEx, il sindacato scrive che la società ha 

dapprima chiuso l’hub di Piacenza dalla sera alla mattina buttando per strada 272 famiglie, poi con la complicità di Cgil-Cisl-Uil ha avviato un processo di internalizzazione che cancella tutte le conquiste ottenute dai lavoratori negli ultimi dieci anni, esclude le unità affette da patologie fisiche, introduce nei magazzini un clima di terrore ed estromette il sindacalismo di base dai tavoli di trattativa, sebbene questi ultimi rappresentino la maggioranza dei lavoratori. 

Nella convocazione dello sciopero nazionale previsto per il 18 giugno il sindacato cita il rinnovo del Contratto nazionale Logistica, trasporto merce e spedizione, contestato perché porta 

aumenti di poche decine di euro che non serviranno neanche a compensare la probabile ripresa dell’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità: uno schiaffo in pieno volto per quelle centinaia di migliaia di lavoratori del settore che solo un anno fa era stato celebrato dal governo e dai padroni come strategico per far fronte al dilagare della pandemia.

L’11 giugno intorno alle 2 di notte avviene uno scontro fisico davanti ai cancelli della piattaforma logistica FedEx di Tavazzano (Lodi), tra un gruppo di manifestanti che picchettano l’ingresso per protestare contro la chiusura del magazzino di Piacenza e uomini provenienti dall’interno del magazzino. Secondo il Si Cobas si tratta di bodyguard assoldati dai padroni che avrebbero aggredito il presidio esterno con bastoni e frammenti di bancali. Bilancio finale dello scontro: un lavoratore di Piacenza ricoverato con codice rosso, tre feriti lievi e nove contusi. Qualche settimana prima davanti alla piattaforma di San Giuliano Milanese la dinamica era stata simile. Il Si Cobas denuncia l’aggressione da parte di bodyguard vestiti da lavoratori e il mancato intervento delle forze dell’ordine presenti sul posto. 

Il 18 giugno è il giorno di due scioperi: quello nazionale di ventiquattro ore della logistica indetto dal Si Cobas (cui aderiscono Adl Cobas, Usb Logistica e Cub Trasporti) e quello del trasporto aereo di quattro ore proclamato dai sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti. Un comunicato congiunto diffuso per lo sciopero nazionale della logistica sottolinea come di fronte alla violenza e a un atto cinico come la chiusura del magazzino FedEx di Piacenza con il licenziamento dei lavoratori «l’unica risposta possibile è quella del conflitto e dello sciopero, sulla difesa del diritto e un lavoro degno, all’organizzazione di classe, alla libertà di poter scegliere il sindacato cui aderire e da cui farsi rappresentare». 

La mattina del 18 giugno, durante una manifestazione davanti ai cancelli della piattaforma logistica della Lidl di Biandrate, in provincia di Novara, il conducente di un camion forza il blocco, investe e uccide Adil Belakhdim, coordinatore del sindacato di base Si Cobas, 37 anni, del Marocco, sposato con due figli. Aveva lavorato in Tnt. Dalle prime ricostruzioni emerge che dopo l’investimento l’autista del veicolo ha trascinato Adil per una decina di metri e poi ha proseguito il viaggio, per essere infine fermato dai Carabinieri in un’area di servizio autostradale dopo essersi costituito al 112. È un campano di 25 anni. Finisce prima in carcere e poi agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale. Il Si Cobas denuncia l’omicidio come l’apice di un’escalation di repressione e violenza organizzata fuori dei cancelli dei magazzini: le cariche alla FedEx Tnt di Piacenza, gli arresti, le aggressioni armate a San Giuliano e Lodi, i raid punitivi alla Texprint di Prato. I sindacati confederali si mobilitano per esprimere solidarietà: «Non è possibile morire mentre si esercita il diritto costituzionale a esprimere la propria opinione e non si devono mai mettere lavoratori contro lavoratori», si legge in una nota della Filt Cgil di Novara. «In attesa che la giustizia faccia chiarezza su quanto accaduto, serve un intervento forte, anche a livello istituzionale, per affermare legalità e diritti in un mondo che troppo spesso li ignora». Per l’occasione piovono i proclami ufficiali e istituzionali sulla legalità e il diritto di sciopero in un comparto oggetto di indagini da parte della magistratura, contraddistinto da illegalità diffusa, caporalato e sfruttamento. La Fiom Emilia-Romagna proclama due ore di sciopero a fine turno per la giornata del 23 giugno. Nel comunicato della Fiom si legge:

La morte del sindacalista Adil Belakhdim è un fatto che non solo deve indignarci, ma che deve anche farci riflettere sulle degenerazioni del neo-liberismo e ripensare rispetto all’iniziativa collettiva del sindacato insieme alle lavoratrici e ai lavoratori per rimettere al centro la dignità dell’uomo e del lavoro. Le ragioni delle proteste vanno comprese e sostenute perché sono le stesse nostre che anche in molte aziende e siti metalmeccanici abbiamo dovuto agire negli anni, ponendoci noi tutti davanti ai camion per la difesa delle condizioni e dei posti di lavoro e della continuità produttiva. 

Scioperano per solidarietà e in ricordo di Adil alla Ferrari di Maranello, alla Emmegi di Soliera, alla Keestrack di Carpi. Mobilitazioni si segnalano in particolare nel modenese, alla Cnh Industrial, alla Cms, alla Centauro, alla Italtractor Itm, alla Mec Track, alla Wam. E poi lavoratori e lavoratrici delle aziende metalmeccaniche della Dinamic Oil, Caprari, Bosch Nonantola, Bosch Pavullo, Costamp Group, Crown, Salami, T-erre, Federal Mogul, Angelo Pò, BMD, 2b box docce, Titan, Tred Carpi, Manitou, Maserati CNC, PFB, B&N, Annovi e Reverberi, Motovario.

Il 22 giugno 2021 il Si Cobas comunica alle associazioni datoriali uno sciopero nazionale di quattro ore nell’intero comparto del trasporto e della logistica. La lettera di proclamazione spiega che lo sciopero è indetto «per denunciare l’intollerabile assassinio del nostro coordinatore provinciale di Novara Adil Belalkhdim e per fermare il clima di violenza contro gli scioperi e le iniziative sindacali». 

FedEx prosegue con la strategia di assunzione del personale nelle sue piattaforme di logistica. Nel magazzino di Calenzano (Firenze), cento persone passano alle dipendenze dirette della multinazionale. Secondo la Filt Cgil questa operazione «segna l’inizio di una nuova fase sindacale nella logistica per un cambio di passo che superi la destrutturazione del settore di questi ultimi vent’anni, tra appalti e false cooperative, portando diritti ai lavoratori, legalità e buona occupazione». Il Si Cobas contesta questa strategia della multinazionale, affermando che ha lo scopo di selezionare i lavoratori, escludendo quelli che aderiscono alla sua sigla. 

Luglio 

I delegati del porto di Genova confermano lo sciopero di ventiquattro ore di tutti i portuali dello scalo ligure indetto per il 19 luglio. I sindacati Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti spiegano che al centro della protesta ci sono «la richiesta di maggior sicurezza per tutti coloro che operano nello scalo genovese e una migliore organizzazione del lavoro che tocca tutte le realtà. Due esempi su tutti: le questioni legate all’utilizzo della Compagnia Unica da parte dei terminalisti e l’organizzazione del lavoro presso Stazioni Marittime». 

Il 15 luglio al porto di Ravenna si registrano due incidenti mortali sul lavoro. Un operaio di 63 anni, dipendente di una ditta esterna, viene schiacciato da una bobina d’acciaio di una tonnellata e mezzo. Il secondo incidente avviene a bordo del cargo Argo I. Il direttore di macchina della nave, un egiziano di 44 anni, rimane vittima di un incidente causato dall’esplosione di un tubo collegato al motore. I sindacati confederali proclamano scioperi per lavoratori portuali e marittimi. «Questi ennesimi incidenti – si legge in una nota – impongono a tutto il Paese una riflessione vera e profonda che possa dare delle risposte non più procrastinabili affinché si ponga fine a questa lunga scia di sangue». 

Gli effetti dell’emergenza sanitaria insistono sull’intera filiera logistica, propagandosi come tanti cerchi concentrici. Uno di questi viene sottolineato da una ricerca del Container Census & Leasing Annual Review and Forecast 2021/22 di Drewry, da cui emerge che negli ultimi dodici mesi il prezzo dei container è raddoppiato (così come il costo del noleggio), raggiungendo il massimo storico. L’impennata dei prezzi è stata innescata dal fermo della produzione in Cina, il principale produttore mondiale di container, durante il confinamento della pandemia da Covid-19 nel 2020. 

Agosto

Il sindacato di base Si Cobas proclama uno sciopero contro il provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato ricevuto il 24 agosto da 45 lavoratori impiegati da cooperative che gestiscono la movimentazione nella piattaforma che serve la logistica Unes a Truccazzano (Milano). La sospensione, secondo il sindacato, «avviene in seguito a una serie di scioperi svolti nel magazzino di Truccazzano per mancanze riscontrate nei salari dei lavoratori». 

Settembre

Il 15 settembre i sindacati confederali, tramite le rappresentanze dei trasporti e dei lavoratori in somministrazione, firmano al ministero del Lavoro il primo contratto nazionale con Amazon, che le sigle sindacali definiscono “storico” e “unico a livello mondiale”. La firma arriva dopo una vertenza culminata lo scorso marzo con una mobilitazione di ventiquattro ore dei lavoratori della filiera Amazon. 

Aumentano le iniziative degli enti locali italiani per affrontare la carenza di autisti di veicoli industriali. La rete di Comuni campani intende contribuire alle spese di conseguimento delle patenti superiori per i giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza. L’agenzia per il lavoro Gi Group, in collaborazione con Odm Consulting, Assologistica e l’Osservatorio Contract Logistics Gino Marchet del Politecnico di Milano, pubblica una ricerca in cui si osservano le trasformazioni delle professioni nella filiera logistica. Entro tre-cinque anni, nella logistica conto terzi e nella distribuzione diventerà più importante il 39% dei 101 ruoli analizzati, a fronte di una stabilità del 55% e di un declino del 6%. Le mansioni che cresceranno maggiormente sono quelle connesse alla Comunicazione (100%), Automazione e Digitale (79%), Assistenza alla clientela (75%), seguiti dai ruoli connessi alle funzioni operative, di processo e di pianificazione (69%) e Distribuzione e Consegna a domicilio (69%). Secondo gli analisti, questa trasformazione è guidata dalle richieste del mercato, dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca di efficienza di processo e di flessibilità operativa. I fattori che stanno incidendo maggiormente sulle professioni e sulle competenze sono la digitalizzazione e l’automazione nello stoccaggio. Anche la piattaforma digitale Packlink fornisce un’analisi sull’occupazione nella filiera logistica attraverso una ricerca sulle professionalità più richieste. Al primo posto ci sono gli autisti di veicoli industriali. Altre funzioni richieste sono quelle di responsabile della catena di fornitura, analista dati, responsabile di magazzino. «Molte di queste professioni appena dieci anni fa non esistevano nella loro forma attuale», spiega il direttore di Packlink. 

Secondo Trucking Hr Canada, mancano all’appello ventimila camionisti, che entro il 2023 potrebbero diventare ventitremila a causa del progressivo pensionamento dei conducenti attivi. Un problema grave, dal momento che nel Paese nord-americano il novanta percento delle merci viaggia su strada.

Anche la Gran Bretagna è colpita dall’emergenza dei rifornimenti di alimentari e carburanti, a causa della carenza di autisti. Le associazioni degli autotrasportatori e delle imprese chiedono di far rientrare almeno quegli autisti stranieri espatriati all’inizio della pandemia e che non sono potuti ritornare dopo la Brexit. Oltre alla lettera inviata dalla sottosegretaria ai Trasporti a tutti i pensionati in possesso di patenti per tornare al volante, il ministro della Giustizia ha proposto di mettere alla guida dei camion i condannati alle pene alternative, che invece della reclusione prevedono lavori socialmente utili a titolo gratuito.

La carenza di autisti di veicoli industriali riguarda anche l’Italia. Il presidente di Federlogistica e vicepresidente di Conftrasporto, Luigi Merlo, ricorda che complessivamente in Italia mancano almeno ventimila autisti, una cifra che tende all’aumento, spiegando che ormai è impossibile trovarli anche all’Est. «Alcuni nostri associati, ditte e consorzi di trasporto con centinaia di dipendenti, li stanno cercando con affanno e hanno pubblicato un sito internet dove trovare le offerte di lavoro, ma al momento l’emergenza resta». Secondo alcuni operatori, la carenza di autisti sta causando ritardi nell’uscita dei container dal porto di Genova, ritardi che variano da sette a dieci giorni. 

Il Consiglio dei Ministri del 16 settembre approva il Decreto Legge che impone il Green Pass  ai lavoratori del settore pubblico e privato, comprendendo quindi anche l’intera filiera logistica e il trasporto delle merci. 

Ottobre

L’11 ottobre si svolge uno sciopero generale nazionale del sindacalismo di base, proclamato da quindici sigle. Parole d’ordine: opposizione allo sblocco dei licenziamenti, carovita, obbligo del Green Pass sul posto di lavoro, contratti precari. Lo sciopero interessa anche i lavoratori del trasporto merci e della logistica. Nella convocazione i promotori invitano a organizzare «ovunque picchetti e blocchi della produzione, della distribuzione, dei trasporti e dei servizi pubblici e privati». Proseguono gli scioperi nella logistica, tra cui la piattaforma FedEx di Peschiera Borromeo (Milano) e Nexive di Bologna. La Corte di Cassazione intanto respinge il ricorso presentato dal pubblico ministero di Piacenza contro l’annullamento del foglio di via per tredici lavoratori e un sindacalista della piattaforma piacentina.

Per i sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti la vertenza della piattaforma FedEx di Piacenza si è chiusa il 1° ottobre con l’approvazione da parte dei lavoratori dell’accordo siglato con la società Alba, che gestiva la movimentazione nel magazzino. L’accordo conferma la chiusura e prevede «elementi importanti in termini economici, di ricollocamento e di formazione», come recita una nota delle tre sigle. Al contrario, la vertenza resta ancora aperta per il sindacato di base Si Cobas che dal primo giorno della chiusura di Piacenza, avvenuta a marzo 2021, ha avviato una serie di scioperi a scacchiera in diverse piattaforme FedEx, ancora in corso. Il Si Cobas annuncia di proseguire le azioni di sciopero e di blocco degli accessi, e contesta la legittimità dell’assemblea, sostenendo che vi hanno partecipato solo venticinque lavoratori sugli oltre trecento interessati. 

A pochi giorni dall’introduzione del Green Pass obbligatorio sul luogo di lavoro, da Trieste il Clpt-Coordinamento lavoratori portuali comunica che il 40% dei 950 lavoratori non ha la certificazione e annuncia uno sciopero con blocco del porto per il 15 ottobre se il certificato resterà obbligatorio.

Dal primo turno di lunedì 11 ottobre al Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro, controllato dalla compagnia marittima Msc, viene proclamato uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato autonomo Orsa Porti. Il sindacato contesta il 

continuo atteggiamento di indifferenza da parte dell’azienda alle sue richieste di riorganizzare il lavoro, la mancata volontà nel voler porre rimedio alle lacune, i deficit gravi tra cui la pessima qualità della vita lavorativa che incide negativamente sullo stato psico-fisico dei dipendenti, la mancata elezione democratica della Rsu, cestinata per venti anni, solo ed esclusivamente per togliere voce ai lavoratori, favorendo interessi di segreteria sindacale, senza scordare le continue discriminazioni sulla pianificazione del lavoro.

I porti potrebbero essere uno dei nodi critici nell’introduzione dell’obbligo di certificazione verde Covid-19 (Green Pass). Il Governo nega eccezioni. Il ministero dell’Interno dirama una circolare con cui chiede alle imprese portuali di garantire tamponi per i lavoratori in modo gratuito. A questo provvedimento risponde l’associazione datoriale Assiterminal. Nella lettera, l’associazione premette che le attività complesse nei porti rendono difficile l’applicazione dell’obbligo e dei relativi controlli, e che finora le imprese hanno garantito la sicurezza dei lavoratori. Poi chiede ai ministeri di fornire dettagli su chi, nell’ambito di questo sistema complesso, dovrà fornire i tamponi gratuiti ai lavoratori che operano o entrano nei terminal. 

Il 13 ottobre alcune decine di camion bloccano completamente gli accessi al terminal container Psa di Genova Voltri, per una protesta spontanea scatenata dallo sciopero a singhiozzo proclamato all’inizio di ottobre dalla Rsu della società terminalista, nell’ambito della vertenza sul rinnovo del contratto aziendale. Lo sciopero dei portuali viene attuato per un’ora all’inizio e alla fine di ogni turno, rallentando le operazioni di carico e scarico dei veicoli industriali, in un contesto dove gli autotrasportatori lamentano le lunghe attese croniche. L’intasamento raggiunge il casello autostradale. I promotori del fermo sarebbero soprattutto i padroncini esasperati dalle perdite di tempo, e quindi di introiti, causate dalle lunghe attese. Mancando un soggetto organizzatore, non si sa quando potrà terminare la protesta dell’autotrasporto. Al prefetto manca un interlocutore. È facile prevedere che il blocco proseguirà anche il 14 ottobre e si teme un peggioramento della situazione quando il 15 ottobre entrerà in vigore l’obbligo del Green Pass. 

Alla vigilia di questa data crescono le preoccupazioni sull’intera filiera logistica, in particolare nei porti e l’autotrasporto. Da Trieste giungono segnali di allarme. L’associazione datoriale Confetra-Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, sezione del Friuli-Venezia Giulia, comunica che le società portuali che rappresenta forniranno tamponi gratuiti al personale non vaccinato fino al 31 dicembre 2021, a condizione che dal 16 ottobre il porto continui a funzionare regolarmente. La confederazione avverte che l’incertezza sta già deviando le merci su altri porti europei: «Se le operazioni verranno fermate, le merci troveranno altre strade più sicure e non ritorneranno facilmente indietro». Gli operatori si chiedono ansiosi se altri porti si trovano in questa situazione. Secondo il portavoce dei portuali triestini Stefano Puzzer potrebbe fermarsi anche Genova. Si stima che nello scalo ligure il venti percento dei lavoratori non sia vaccinato e l’impresa terminalista Psa annuncia che fornirà i tamponi gratis ai propri dipendenti per due mesi. Ma resta il problema degli esterni, come gli autisti dei camion che trasportano i container. A Livorno e Gioia Tauro i lavoratori hanno chiesto tamponi gratuiti. Più tranquilla appare la situazione a Venezia, Napoli e Salerno, dove le Autorità portuali non prevedono fermi.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste Zeno D’Agostino minaccia di dimettersi nel caso in cui il blocco dovesse effettivamente andare in scena. «Non trattateci come no vax», ribatte Puzzer ai giornalisti nel corso di un’intervista: «io sono vaccinato e credo nel vaccino. Il Green pass non è una soluzione sanitaria». L’Ancip – Associazione nazionale compagnie e imprese portuali si smarca dai portuali di Trieste in protesta contro l’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro. «Non è così che si difende il lavoro portuale», dice in una lettera aperta il presidente Luca Grilli. 

Il Gruppo multinazionale Cnh Industrial, che produce macchine agricole e di movimento terra, veicoli industriali e autobus, con una nota diffusa la mattina del 13 ottobre annuncia che chiuderà temporaneamente alcuni impianti europei «in risposta alle interruzioni in corso per l’ambiente di approvvigionamento e la carenza di componenti di base, in particolare semiconduttori». 

La vertenza che contrappone il Si Cobas e la cooperativa Sdg, che gestisce alcune piattaforme logistiche della catena di supermercati Unes, causa il licenziamento dei quaranta lavoratori del magazzino di Truccazzano, in provincia di Milano. La cooperativa annuncia il provvedimento spiegando che la decisione 

è arrivata a valle di uno stato di agitazione proclamato su presunte irregolarità, poi cadute alla verifica dei fatti. Su queste basi assolutamente inconsistenti, alcuni lavoratori hanno bloccato per ben diciotto volte in un mese le piattaforme logistiche di Truccazzano, Vimodrone e Pozzuolo Martesana in provincia di Milano, non permettendo l’entrata e l’uscita di mezzi, merci e persone, e quindi la regolarità delle operazioni commerciali.

Il porto di Trieste rimane l’osservato speciale, con una buona parte dei lavoratori che ha scelto di proclamare uno sciopero a oltranza contro l’obbligo di Green Pass, aderendo allo sciopero generale nazionale, dal 15 al 20 ottobre, proclamato dai sindacati Fisi, Confsafi, Al-Cobas e Soa, confermato nonostante la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali abbia dichiarato illegittima l’iniziativa.

Anche a Genova prosegue la protesta di chi si oppone al Green Pass davanti ai varchi del ponte Etiopia, a San Benigno e al terminal traghetti. I presidi rallentano ma non interrompono l’attività portuale. Terminata invece la protesta spontanea degli autotrasportatori al terminal container Psa di Voltri, iniziata il 12 ottobre con il blocco degli accessi. 

Dopo tre giorni di presidio davanti al Varco 4 del porto di Trieste contro l’obbligo del Green Pass, la mattina del 18 ottobre la polizia carica i manifestanti dall’interno del porto, usando gli idranti. Il presidio contava alcune centinaia di persone, tra lavoratori portuali e attivisti giunti da altre parti d’Italia. Uno dei portuali ha avuto un malore ed è stato soccorso da un’ambulanza. La protesta è iniziata il 15 ottobre, giorno dell’entrata in vigore del Green Pass, ma il blocco del Varco 4 ha permesso la continuità delle attività portuali durante il fine settimana. Il comitato dei portuali Clpt ha annunciato che lo sciopero proseguirà fino al 21 ottobre.

Il sindacato di base Usb Mare & Porti proclama per il 25 ottobre uno sciopero di 48 ore dei portuali di Genova contro l’obbligo del Green Pass e per ottenere i tamponi gratuitamente. L’inizio della protesta avviene con un presidio al varco Albertazzi. In una nota, il sindacato spiega che 

Usb e il Calp denunciano la gravità di una misura discriminatoria come il Decreto Legge 127/2021 che prevede il Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, dicono no alla volontà di governo e aziende di scaricare sulla classe lavoratrice l’onere di una misura che non tutela la salute pubblica e ribadiscono con forza la richiesta di tamponi antigenici rapidi per tutti i lavoratori, vaccinati e no, il cui costo deve essere interamente a carico delle aziende, come previsto dalla legge.

La Cgil e il Salario minimo legale. Un dibattito

Da tempo all’interno di Officina Primo Maggio e Acta si discute di Salario minimo legale. Per questo il 30 settembre 2021 abbiamo deciso di organizzare un dibattito in videochiamata tra Tania Scacchetti, referente sul Salario minimo legale per la Segreteria nazionale Cgil, e Andrea Garnero, economista dell’Ocse, attualmente in sabbatico di ricerca, che da tempo svolge un lavoro di ricerca e divulgazione sul tema. Per OPM e Acta hanno partecipato al dibattito anche Emanuele Caon, Mattia Cavani e Anna Soru.

Cavani: Uno dei motivi che ci ha spinto a organizzare questo dibattito è stato chiarire la posizione della Cgil sul Salario minimo legale (Sml). Dunque, la Cgil è favorevole alla sua introduzione?

Scacchetti: È una domanda complessa. Per rispondere cominciamo a capire perché, in un paese con una così ampia copertura contrattuale, abbia preso piede un dibattito del genere. Direi che possiamo individuare quattro ragioni principali: 1. l’aumento delle disuguaglianze e la crescita della povertà di chi lavora, secondo i nostri dati ci sono quasi 9 milioni di lavoratori e lavoratrici “in disagio” per diverse ragioni (part time involontario, bassi salari etc.); 2. la crescente mobilità del lavoro e del capitale che aumenta il rischio del dumping e rende fragile il sistema contrattuale locale che si trova a misurarsi con dinamiche internazionali del sistema delle imprese; 3. la diffusione di forme di lavoro più precario e meno sindacalizzato; 4. l’indebolimento delle rappresentanze associative. Mancano norme che diano attuazione all’articolo 39 della Costituzione regolando la rappresentanza, dando efficacia generale ai Ccnl, e riducendo la proliferazione contrattuale – un pezzo consistente della quale è determinata da nascita di organizzazione sindacali e datoriali non particolarmente rappresentative.

Siamo tra i pochi paesi europei senza un Sml insieme a Svezia, Austria, Danimarca e Cipro ma siamo anche privi di meccanismo generalizzato di efficacia erga omnes dei Ccnl. Ciononostante il tasso di copertura contrattuale è importante e in teoria copre la totalità dei lavoratori dipendenti. Dunque, quando si è aperta la discussione sul Sml la nostra posizione è stata questa: 1. non può essere un meccanismo alternativo alla contrattazione. È la nostra grande preoccupazione: se non fosse accompagnato da una tutela della contrattazione collettiva paradossalmente potrebbe peggiorare la condizione di molti lavoratori italiani. È vero che il valore orario di alcuni contratti è sotto la quota di 9 euro di cui si sente parlare, ma senza la contrattazione collettiva lavoratori e lavoratrici si troverebbero senza una serie di tutele (mensilità differita, ferie e permessi, trattamento di fine rapporto etc.) che qualificano la loro condizione economica; 2. crediamo che invece una proposta di introduzione del Salario minimo legale per quelli “non coperti dalla contrattazione“ sia altrettanto problematica: la contrattazione collettiva copre tutto il lavoro dipendente, quindi se non c’è copertura è per evasione od elusione contrattuale. Non va legittimata quindi la possibile scelta alternativa fra il salario minimo e il contratto; 3. infine abbiamo sempre detto: se con il Slm – uno strumento importante col quale si dovrebbe ricevere una retribuzione equa, dignitosa e “proporzionata alla qualità e alla qualità del lavoro”,  ad attuazione dell’articolo 36 della Costituzione – individuiamo una cifra fissa, potremmo determinare un’alterazione del meccanismo della contrattazione. Per questo abbiamo proposto di trasformare i minimi dei Ccnl nei rispettivi Sml, dandogli efficacia generale. È vero che alcuni di questi Ccnl hanno retribuzioni molto basse determinate da una serie di fattori e non è detto che la semplice introduzione del Sml cambi questa situazione.

Per chi ha una storia contrattuale come quella del nostro Paese non è una discussione semplice all’interno delle organizzazioni sindacali, in cui convivono sul tema anche sensibilità differenti. In fin dei conti è un tema fondamentale per le finalità dell’organizzazione. Nel merito io sono per un approccio laico, che consideri seriamente i problemi che ho elencato ma senza pensare che ci sia una soluzione che vada bene per tutti. Consideriamo che la questione sarà riaccesa dalla direttiva europea sui salari minimi e la contrattazione collettiva. Nel nostro paese il dibattito si è articolato con una serie di proposte di legge con impatti molto diversi, l’unico testo con cui ci siamo confrontati sindacalmente, il più maturo che abbiamo visto, è stato quello proposto dalla ministra Catalfo, che individuava una cifra che doveva fungere da tappeto alla contrattazione, ma prefigurava l’idea di un Sml fortemente legata alla valorizzazione dei Ccnl. Poi quella discussione si è arenata e se dovesse ripartire potrebbe ripartire su basi molto diverse. 

Garnero: Prima di cominciare vorrei mettere a verbale che in questi anni le poche discussioni di sostanza sul Sml le ho avute con i sindacati, anche all’interno del Forum diseguaglianze diversità di Fabrizio Barca. Uno dei problemi del dibattito è che si svolge sui giornali, dove si cerca la polarizzazione e dunque non si approfondisce niente. 

L’idea di un Sml per i lavoratori esclusi dalla contrattazione collettiva ce la portiamo dietro dalla legge delega del Jobs Act. Io non sono un giurista, ma mi sembra che questa dicitura non significhi niente. Come ha detto Tania, l’articolo 36 garantisce che tutti i lavoratori dipendenti siano coperti dai Ccnl; se l’azienda non li applica il lavoratore ha diritto di rivolgersi a un tribunale per fare in modo di essere pagato in modo “proporzionale e sufficiente”. Per determinare questa retribuzione è prassi che il giudice prenda come riferimento il Ccnl del settore. A dire il vero anche noi all’Ocse per molti anni abbiamo detto che a essere coperto dalla contrattazione era l’80% dei lavoratori, una stima frutto di uno studio di qualche anno fa… ma sulla carta è il 100% e la scorsa primavera abbiamo rivisto la stima. Poi, nella pratica, le cose vanno diversamente. Dunque, per quanto riguarda i lavoratori dipendenti la dicitura “Sml per lavoratori esclusi dalla contrattazione” non ha senso, forse anche per questo quella parte del Jobs Act è rimasta lettera morta.

Sull’analisi del problema concordiamo. A quello che dice Tania, aggiungo che in dieci anni il numero di Ccnl è quasi raddoppiato, e che dei 400 Ccnl (su oltre 900 totali) di cui si ha notizia incrociando i dati del Cnel con quelli dell’Inps, metà copre meno di 1000 lavoratori, un quarto meno di 100 lavoratori e alcuni, ma qui entriamo nell’aneddotica, coprono uno o due lavoratori.

Abbiamo contratti con magari sette firmatari e tre lavoratori coperti… Questa polverizzazione danneggia i lavoratori (l’obiettivo di queste stipule è pagare meno dei Ccnl esistenti) ma anche le imprese che applicano i Ccnl di riferimento, una dinamica che scuote alle fondamenta il sistema di contrattazione collettivo. Io vedo il rischio che crolli tutto come è successo in altri paesi.

Sulla direttiva europea: non vi porrei speranze né timori. Se mai passerà, sarà scritta in modo da non applicarsi ai paesi nordici, che sono molto restii a qualunque intervento di legge nel mercato del lavoro. In particolare, temono che la regolazione europea in ambito sociale interferisca col loro sistema, e una serie di passate sentenze della Corte di giustizia europea (Laval e Viking in particolare) li rende cauti e scettici in merito. È una dinamica che crea frizioni anche nella conferenza europea dei sindacati, dove le posizioni sul Sml divergono e sono difficili da spiegare al pubblico. In sintesi, in Italia la copertura dei Ccnl è al 100%, simile ai paesi nordici, dunque la direttiva non si applicherà.

Per affrontare i problemi che ho elencato nel dibattito italiano sono emerse due soluzioni: 1. l’introduzione del Sml, la cui efficacia dipende molto anche dai dettagli della sua applicazione; 2. la via proposta dai sindacati, ovvero dare valore di legge ai Ccnl esistenti.

Per quanto riguarda il minimo salariale, sono due sistemi potenzialmente equivalenti, e non è detto che il Sml sia meglio del minimo della contrattazione. Si potrebbe dire che avendo un minimo chiaro, per i lavoratori sarebbe più semplice capire se si è sottopagati. Il problema si pone in modo forte quando la contrattazione lascia buchi importanti come in Germania e Inghilterra, gli ultimi due paesi a introdurre il Sml. In questi casi il dibattito era molto simile a quello italiano, con le parti sociali non favorevoli. Poi ci si è resi conto che c’erano settori dove, per ragioni diverse (numerosi lavoratori stranieri, assenza dei sindacati, localizzazione in aree povere), c’era il far west, e proprio a partire da questi settori si è introdotto il Sml. In ogni caso le due alternative possono essere anche complementari, e convivono in molti paesi come Belgio, Francia, Spagna, Portogallo e Germania. 

D’altra parte la via della rappresentanza è del tutto legittima, ma si scontra con due problemi, uno politico e uno giuridico-tecnico. 

I sindacati hanno trovato un accordo sui criteri per definire rappresentanza e rappresentatività, ma tra le parti datoriali l’accordo manca e non appare in vista, anzi, ci sono casi di concorrenza tra sigle datoriali (sto parlando di quelle serie, non quelle che mandano al Cnel contratti in cui tutti i firmatari hanno lo stesso indirizzo, succede anche questo…). Ci sono settori in cui Confindustria è in concorrenza con Confcommercio e quest’ultima con Federdistribuzione. Negli anni scorsi tra queste due c’è stato uno scontro, dato che Federdistribuzione ha firmato un accordo da 20 euro in meno pochi mesi dopo Confcommercio. A meno di non voler usare la “forza bruta”, imponendo un accordo dall’esterno, l’accordo fra le parti datoriali è fondamentale per proseguire su questa via.

Veniamo al problema giuridico-tecnico. L’articolo 39 della Costituzione dice che si può estendere l’efficacia obbligatoria solo dei Ccnl dei sindacati “registrati”, ma per ragioni storiche i sindacati non sono e non vogliono esserlo. Questo forse può essere risolto estendendo solo il minimo retributivo e non tutto il Ccnl. Ma il problema principale rimane quello dei perimetri contrattuali. Chi definisce dove si negozia? Al momento, fatto salvo il principio della libertà sindacale (in questo caso mi riferisco a quella delle parti datoriali), ognuno è libero di decidere il proprio campo d’azione. Anche noi qui presenti potremmo trovare un accordo di natura privata che, se rispettasse i termini di legge, sarebbe valido… Il problema sorge se nel nostro ambito c’è già un contratto firmato da qualcun altro e, con le norme attuali, è molto complesso dirimere la questione di quale sia il contratto di riferimento. Nel privato non esistono i comparti come nel pubblico e, sempre per salvaguardare la libertà sindacale, non è scontato che si possano creare. Da non-giurista vedo due proposte: chi dice, come Pietro Ichino e Lucia Valente, che la situazione non può cambiare senza cambiare l’articolo 39; e altri, come Mariella Magnani, che lo ritengono possibile. La mia conclusione è che si tratta comunque di una spada di Damocle. Una volta superati i limiti politici di cui sopra, bisognerebbe comunque passare dalla Corte costituzionale per avere l’ultima parola.

Dunque la via della rappresentanza ha grande dignità ma politicamente e tecnicamente la sua realizzazione non è per nulla scontata.

Cavani: Negli ambiti in cui stiamo lavorando con Acta, parlo soprattutto dei settori culturali, avere dei minimi chiari (come un Sml) molto probabilmente migliorerebbe la situazione. I lavoratori e le lavoratrici che incontriamo spesso non hanno le idee affatto chiare riguardo a quanto sia adeguata la loro retribuzione, e finiscono per essere mal pagati anche per una sorta di assuefazione a compensi ridicoli.

Garnero: Alcuni studi su paesi in via di sviluppo forniscono evidenze in questo senso. C’è una correlazione inversa tra il numero dei minimi salariali e il rispetto degli stessi, meno ce ne sono meglio è. 

Cavani: Tania, un commento su questi problemi della “via della rappresentanza”?

Scacchetti: Quando nel 2016 la Cgil ha cominciato la sua riscrittura dello Statuto dei lavoratori, la Carta dei diritti universali del lavoro, si è posta anche il problema della mancata attuazione dell’articolo 39 e del 46 (sulla partecipazione) della Costituzione e dunque quello relativo alla mancata registrazione delle organizzazioni sindacali. Detto questo non so se si troveranno soluzioni, la regolazione della rappresentanza e la cosiddetta “definizione dei campi da gioco” non riguardano solo i contratti pirata, ma anche la sovrapposizione di perimetri fra stessi soggetti che sottoscrivono contratti che si fanno dumping. 

La discussione in merito è ripartita negli ultimi anni. Anche io credo che la rappresentanza datoriale sia il nodo vero per dare attuazione e sostegno legislativo alle intese pattizie che ci sono state sulla rappresentanza (come il Testo unico che abbiamo sottoscritto con Confindustria nel 2014, e testi analoghi sottoscritti da altre grandi associazioni). Anche in sede Cnel il punto più critico oggi è trovare gli indicatori su cui costruire gli indici di rappresentatività delle associazioni datoriali. Questo è in parte dovuto a una differenza qualitativa nel nostro sistema produttivo, in parte al fatto che i soggetti vogliono la libertà di potersi muovere in autonomia in questo campo. 

Credo sia davvero difficile non provare a mettere qualche punto di regolazione sui temi della rappresentanza e della rappresentatività. Lo dico anche perché ne va dell’autorevolezza dei soggetti sottoscrittori. In una certa fase storica è stato sufficiente il riconoscimento reciproco fra i soggetti… Questi 985 Ccnl che ricordava Andrea sono anche dettati da una crescita esponenziale della frammentazione nel sistema della rappresentanza datoriale, che è una spinta all’individualismo che ha fatto parte del cambiamento sociale, negli ultimi anni si sono allentati i legami ideologici, si parla di società liquida…. Nelle associazioni questo si riflette in un coinvolgimento sempre meno identitario, più legato a interessi, a una concentrazione su attività di servizio più che di rappresentanza politica. Mi pare di poter dire che la consapevolezza dei problemi c’è. Il confronto con le associazioni datoriali al Cnel lo stiamo facendo per individuare alcuni perimetri, è un percorso faticoso ma ineludibile.

Fa parte di questo anche il dibattito tra associazioni sui modi in cui arrivare a una regolazione della rappresentanza. Ci sono opinioni discordanti, e variabili, su un eventuale intervento legislativo. Sui giornali queste misure si trasformano in bandiere ideologiche, in cui si può essere solo a favore o contro senza confrontarsi sui dettagli. 

A quello che dice Andrea sull’Europa vorrei aggiungere questo: il fatto che l’Ue si sia avventurata nella costruzione di una direttiva su questo tema rende l’idea dell’urgenza di fare interventi. Che si parli di Sml o della via della rappresentanza, ci stiamo occupando di una grande questione, la questione salariale in Italia e in Europa, che riguarda il modello di sviluppo e di crescita. C’è un grande problema di redistribuzione della ricchezza che si produce e di condizioni di lavoro, di riconoscibilità e dignità.

Sulla semplificazione che citava Mattia: è un messaggio che non si può banalizzare. Noi facciamo molta fatica a spiegare ai lavoratori come è composta la paga oraria. Per esempio: a cosa riferiamo il valore di questi ipotetici 9 euro? Si guarda al livello più basso di ogni contratto? Al valore mediano? Trasformare un’idea semplificata ma anche immediatamente riconoscibile (e questo è importante) è un problema che si pone alla contrattazione. Lasciando perdere i 985 Ccnl, anche gli oltre 200 firmati dai confederali rendono molto complesso il rapporto con i lavoratori quando questi non sono dentro un sistema “leggibile”. 

Garnero: Io ritengo l’autonomia un valore e un punto di forza delle parti sociali. Ma non può essere un feticcio da tenere sotto una campana di vetro. Se non viene esercitata e si confonde con un “Non si fa niente finché non lo dico io” diventa un problema. Anche nei paesi nordici, dove il codice sul lavoro è “molto sottile” dato che quasi tutto passa dalla contrattazione collettiva, ci sono casi in cui lo Stato mostra il bastone e non solo la carota. Questo avviene spesso quando c’è di mezzo l’interesse pubblico. Se non sbaglio, lo Stato olandese è intervenuto su un accordo che era stato scritto in modo “un po’ allegro” sulla parte pensionistica, a danno delle casse pubbliche. Ci sono dei limiti all’autonomia, sia a quella del fare che a quella del non fare. Poi chiaramente non voglio additare dei colpevoli, sono un economista e sono abituato a ragionare sugli incentivi degli attori. Se le parti datoriali non riescono a trovare un accordo non escluderei per principio un intervento statale.

Legato a questo c’è il rischio di sostituzione della contrattazione collettiva. Se questo rischio è reale, i timori sul Sml sono giustificati, altrimenti è solo uno spauracchio. Su queste preoccupazioni io non ho certezze su quello che potrebbe succedere in Italia. Guardando ad altri paesi vedo due situazioni: 1. Paesi in cui convivono Sml elevati e contrattazione collettiva fortissima, che copre quasi il 100% dei contratti (es. Francia e Belgio). In questi casi i Ccnl sono estesi erga omnes; 2. altri Paesi, la Germania in particolare, dove è prevista l’estensione erga omnes ma di fatto viene usata poco perché le parti hanno un diritto di veto, e gli imprenditori lo esercitano spesso. Qui ci sono anche le cosiddette opening clause, che danno la possibilità di derogare la contrattazione al ribasso. In Germania la copertura della contrattazione collettiva è più bassa, intorno al 54%, ma non è colpa dell’introduzione del Sml, è il contrario: è la constatazione del crollo della copertura che ha spinto a introdurre il Sml.

A me sembra che, con tutte le differenze che conosciamo, il caso tedesco suggerisca che con l’introduzione del Sml le imprese non sono scappate dalla contrattazione collettiva. Credo ricordiamo tutti che anche in anni recenti è stato l’atteggiamento remissivo dei sindacati tedeschi ad aver portato l’allora presidente della Bce Mario Draghi a spronarli a chiedere aumenti più consistenti dei salari (una raccomandazione motivata dall’inflazione stagnante nel periodo pre Covid-19). Dunque le esperienze internazionali recenti ci dicono che il rischio di sostituzione della contrattazione non c’è, poi io non sono un futurologo, e sono consapevole che esportare istituzioni da un paese all’altro non è una cosa banale e quello che funziona sulla carta a volte fallisce nella realtà.

Guardando al dibattito attuale mi sembra evidente che ci troviamo a un’impasse. Per superarlo ho fatto una proposta di metodo, con l’obiettivo di muoverci senza il rischio di fare passi falsi da cui sarebbe difficile tornare indietro. I casi internazionali ci dicono anche che quando si distrugge la contrattazione collettiva si va a perdere un patrimonio di istituzioni, abitudini, legami personali a molti livelli, dunque serve cautela. Ma se non proviamo, non sapremo mai se il Sml può funzionare.

Propongo di cominciare a sperimentare con un Sml in certi ambiti in cui, in Italia, il rischio di fare danni è limitato, dato che la situazione attuale non è proprio rosea, settori in cui le paghe sono molto basse, la contrattazione collettiva non è applicata e i sindacati sono fragili o inesistenti. L’individuazione di questi settori la lascerei comunque alle parti. Cominciamo da qui, con tutti i caveat sottolineati da Tania sulla complessità della busta paga. Su questo: a seconda di quello che si include nel Sml (tredicesima, quattordicesima e tfr, per limitarci alle cose più semplici) le proposte attuali di Sml riguardano dal 6 al 30% dei lavoratori italiani, un dettaglio non da poco! Una volta trovata la cifra monitoriamo gli effetti che ha nel giro di qualche anno, vediamo se distrugge davvero le istituzioni o se diminuisce l’occupazione e combatte la povertà. Mi sembra un modo per migliorare la qualità del dibattito, che adesso ha delle punte parossistiche. Capita di leggere sullo stesso giornale che il Sml distrugge la contrattazione (che, per come lo intendo io, significa che il lavoro viene pagato meno perché le imprese escono dal contratto collettivo) e che aumenta i costi per le imprese… Per questo credo sia importante essere pragmatici, trovare un valore del Sml che abbia un impatto empirico positivo. Ovviamente questo metodo non l’ho inventato io ma, implicitamente, è quello che è successo in Germania, dove nel 1997 è stato fissato un primo minimo (una semplice paga oraria) in alcuni settori estremamente specifici dove le parti sociali non avevano più presa, e da lì si è via via allargato “sperimentando” su altri settori e, infine si è arrivato a un Sml federale. Non ignoro che quest’ultimo passaggio sia avvenuto anche per dinamiche politiche. 

Qualcosa di simile è avvenuto in Inghilterra, che adesso ha un Sml tra i più elevati dell’area Ocse. Tra l’altro negli ultimi anni il Sml è diventato una bandiera dei conservatori: Cameron e Osborne proponevano di alzarlo come contropartita di un taglio dei sussidi statali alle famiglie e anche il cancelliere di Theresa May, Philip Hammond, ha proposto di alzarlo per migliorare la produttività. Sono argomenti dei Tories di oggi, ma quando Blair introdusse il Sml nel 1997 la destra aveva agitato lo spauracchio della perdita di un milione di posti di lavoro…

Il segreto del caso tedesco e di quello britannico credo siano state le commissioni nelle quali sono state coinvolte le parti sociali. Non sono state solo un modo per ridurre, o governare, i conflitti, ma alla fine la decisione sul Sml è stata più informata e partecipata.

Soru: Sono dieci anni che si parla degli effetti del Sml sulla contrattazione e non abbiamo concluso nulla. Capisco che sia una preoccupazione rilevante, ma tantissime persone lavorano per pochi euro l’ora e un intervento è sempre più urgente. Sulla proposta di sperimentazione di Andrea ho un dubbio: considerando la “sportività” italiana sui contratti nel momento in cui decidiamo di sperimentare, per esempio, sul facchinaggio, vedremo i contratti passare al Ccnl delle pulizie, a dispetto della mansione. Questa è una bella differenza con la Germania, dove queste cose sono molto meno frequenti.

Garnero: Non è un appunto sbagliato, abbiamo visto queste dinamiche mettersi in moto anche con il picco di cambi di Ateco dopo l’approvazione dei vari decreti nel periodo del lockdown. Anche rimanendo a un livello più tecnico, quando c’è così tanta pressione e attenzione alla cosa i risultati possono essere sporcati. La mia idea è nata dalla frustrazione per il dibattito italiano. Non possiamo stracciarci le vesti ogni volta che emerge un’inchiesta sulla logistica e poi evitare di arrivare a una proposta concreta. A livello politico, e qui vado un po’ oltre l’ambito del mio “mestiere”, è sempre più urgente. È sempre più difficile spiegare perché il Sml sarebbe peggio di un sistema arzigogolato che io, dopo un po’ di anni, sono riuscito a capire, ma non è detto che sia compreso da tutti. Il rischio che prima o poi qualcuno intervenga, anche a gamba tesa, esiste e questo dovrebbe spingere a prendere l’iniziativa. 

Soru: Come si può fare per contrastare gli effetti negativi dell’introduzione del Sml, quali accortezze possono evitare che indebolisca la contrattazione collettiva?

Garnero: Idealmente ci si può muovere su entrambi i binari: si può avere un Sml e un’estensione dei Ccnl come strumento di tutela universale. Questo sarebbe il percorso ideale, che tuttavia si scontra coi problemi menzionati prima. E rimane il rischio che, estendendo i Ccnl attuali il problema potrebbe rientrare dalla finestra. 

La crescita dei contratti pirata riflette, da una parte, un modo di trovare margini “all’italiana”. Dall’altra alcuni Ccnl sono complicati da applicare da Merano a Lampedusa, giusto per citare la dimensione geografica, che è la più ovvia. Forse, nel loro modo sgraziato, i contratti pirata riflettono un problema esistente. Dunque dando forza di legge ai Ccnl il problema potrebbe tornare in una forma che ancora non immaginiamo. Tra l’altro, dare forza di legge a un accordo stretto tra privati non è un passaggio da niente. Le leggi di solito sono prodotte da degli eletti, in un sistema di pesi e contrappesi e garanzie istituzionali.

Si potrebbero trovare criteri per questa estensione. Un’idea, abbastanza generica, potrebbe essere quella di permettere di aggiustare questa griglia salariale di riferimento al livello locale, che non significa il far west, ma una decentralizzazione organizzata, diversa da quella inglese o australiana dove tutto avviene a livello della singola impresa. Il riferimento sono la Svezia e la Danimarca, dove il Ccnl rimane il riferimento ma viene “aggiustato” a livello locale.

Infine, credo che migliorando la qualità e l’accessibilità dei dati sui rinnovi dei Ccnl avremmo degli strumenti per valutare l’impatto del Sml quasi in tempo reale. Un aggiustamento in questo senso sarebbe importante anche per altri motivi.

Scacchetti: Sul tema dell’autonomia credo che per il sindacato sarebbe un errore mettersi in una posizione difensiva, soprattutto se esercitando l’autonomia non si riesce a risolvere i problemi. È la ragione per cui, come Cgil, non ci siamo mai seduti a un tavolo sul Sml con una opposizione ideologica alle discussioni che si sono aperte. Tuttavia bisogna sempre considerare la fase storica e il livello di interlocuzione politica a cui si fanno queste discussioni, per le quali mi sembra difficile costruire un percorso simile a quello tedesco, caratterizzato da un tragitto lungo ma in un contesto di solidità del processo politico, in particolare rispetto alle parti sociali. Come ho detto, io ho sempre pensato che l’ultimo testo proposto dalla Catalfo dopo una discussione articolata con le parti avesse determinato qualche punto di equilibrio. La retribuzione equa e proporzionata ai sensi dell’art. 36 era individuata nella retribuzione definita dai contratti collettivi nazionali di lavoro e in quella norma la cifra era sostanzialmente un tappeto minimo che si proponeva nella costruzione dei contratti collettivi nazionali.

Lo dico anche in relazione al fatto che con l’introduzione di un minimo più alto non si risolve la questione salariale perché noi abbiamo soprattutto un problema nella costruzione dei salari medi; tant’è che quel minimo di 9 euro, se comprensivo di tredicesima e quattordicesima, come alcuni evidenziavano nella proposta, in realtà sta già dentro la maggior parte dei Ccnl.

Come dice Andrea il tema è anche la forza contrattuale. In mancanza di questa non possiamo pensare che una norma porti a un aumento automatico di 200 o 300 euro all’anno. Tant’è che la discussione della proposta Catalfo si fermò anche in seguito alla richiesta di una parte del mondo delle imprese di compensazioni. 

Sulla sperimentazione anche io ho la preoccupazione che individuava Anna, siamo un paese molto fragile dal punto di vista del rispetto delle norme. Ma anche io credo che si potrebbe favorire una forte relazione con le parti sociali per capire quali equilibri si tengono per affrontare questo tema senza pregiudicare la tenuta del sistema contrattuale anche nei settori più deboli. Anche questa idea di un Ccnl più leggero e della contrattazione collettiva aziendale territoriale forte si scontra con la realtà dei fatti e degli ultimi 15-20 anni, in cui sono stati offerti incentivi fiscali per favorire la contrattazione di secondo livello, che ciononostante non si è allargata in una proporzione utile a determinare un cambio di passo. Infine, in un sistema dalle profonde disuguaglianze territoriali, credo che il Ccnl sia un presidio importante sia a livello economico sia nella costruzione di un sistema di diritti e di tutele. Farei attenzione a indebolirne la validità.

Per le ragioni che abbiamo citato, credo sia difficile che le parti sociali prendano autonomamente l’iniziativa: qualcuno è nettamente contrario, altri sono preoccupati dagli effetti diretti e indiretti sul sistema contrattuale. Credo sia importante capire se c’è la volontà politica di mettere mano alla regolazione del lavoro in un mondo che cambia, ovvero affrontare la questione salariale e occupazionale di petto. Se la politica è convinta di volerlo fare occorre smetterla di ragionare per spot o in base alla fase contingente, occorre un’elaborazione più chiara. Ma anche all’interno dei partiti le posizioni sono diverse e questo non aiuta. 

Per me la questione andrebbe affrontata tenendo insieme il tema della rappresentanza, legando Sml alla dinamica della contrattazione in modo che la rafforzi e la migliori in alcune basi. Ma se si aspetta che siano le parti sociali per prime a proporre questo ragionamento è tutto più complicato, bisognerebbe capire se nel ragionamento politico c’è la volontà di affrontare questi temi nell’insieme, non per singoli punti.

Garnero: Sembra che le due cose si tengano. La parte che potrebbe proporlo, che possiamo chiamare “sinistra”, si trova, usando una parola forte, “ostaggio” o comunque è molto suscettibile alla sensibilità dei sindacati. 

Scacchetti: Guarda Andrea, io all’affinità tra la sinistra e i sindacati negli ultimi dieci anni dedicherei un dibattito a parte…

Garnero: (ride) Possiamo dire che le due cose si tengono e chi prende l’iniziativa conta relativamente. La butto lì, se fossi le parti sociali (che sono tante e diverse, lo comprendo) proverei a rilanciare con una proposta alternativa più forte e “vendibile” di quelle attuali, perché ci sono anche altri rischi e certezze, come il rischio che questa cosa prima o poi si faccia comunque. Potrebbe venire da un politico “di pensiero” o semplicemente da uno che vuole fare una misura che costa quasi zero (per anni è stato detto che non si poteva fare niente perché non c’erano i soldi, mentre oggi piovono miliardi…), con l’eccezione, forse, dei costi indiretti sugli appalti. Sarebbe comunque una soluzione semplice che parla alle persone, che potrebbe arrivare con un decreto. Se fossi il governo darei un ultimatum tipo: “Avete un anno per fare una proposta oppure questa è l’alternativa”. 

Ci troviamo davanti al classico dilemma del prigioniero: le parti hanno interesse a collaborare ma l’interesse immediato le porta a non farlo. Per uscirne forse aiuterebbe sapere che se non si coopera potrebbe arrivare un altro risultato. 

E comunque occorre agire con cautela, non come un elefante in una cristalleria. Il blocco è sempre meno sostenibile, sia a livello intellettuale che pratico, il contatore dei nuovi Ccnl del Cnel si è fermato solo durante la pandemia…

Soru: Aggiungo altri due punti a favore del Sml: sarebbe fondamentale per gli ambiti fuori dal lavoro dipendente in cui la contrattazione collettiva non si applica. Con le collaborazioni occasionali c’è gente che lavora 20 ore al mese per cinquemila euro l’anno, avere un riferimento sarebbe fondamentale.

Poi quando sento che Confcommercio e Confindustria si schierano così pesantemente contro il Sml mi chiedo come faccia il sindacato a stare dalla stessa parte.

Garnero: Sul primo punto abbiamo evidenza chiara sui paesi in via di sviluppo. Il Sml funziona come “faro” (si parla di lighthouse effect) anche per i lavoratori informali che non sono coperti da esso. 

Caon: Provo a dire una serie di cose in sequenza, concedendomi di banalizzare un po’. La prima cosa è che rispetto ai pericoli della contrattazione a me, da profano, sembra che il proliferare dei Ccnl dia anche l’idea di una contrattazione che soffre. Quindi mi pare che un Sml intaccherebbe l’utilità di stipulare nuovi Ccnl per abbassare il costo del lavoro.

Poi recuperando quello che dice Anna, leggendo i giornali le parti datoriali sembrano molto contrarie. Si dice che c’è il rischio che le imprese vadano fuori mercato. Su questo: forse sarebbe un bene se uscisse dal mercato chi riesce a starci solo sfruttando i lavoratori. Mi sembra che questo atteggiamento abbia a che fare anche con un modo in cui le parti datoriali e parte della politica hanno pensato il sistema produttivo italiano, una periferia dove si fa lavoro ad alta intensità e mal pagato, e mi sembra che anche il Pnrr vada in questa direzione.

Infine: il Sml sarebbe anche un modo per costringere il settore pubblico a pagare di più, gare, appalti, anche stage volendo, e questo avrebbe un effetto rilevante anche sul resto del mercato.

Garnero: Sul rafforzamento: il titolo della legge tedesca che introdusse il salario minimo era proprio “Legge per il rafforzamento dell’autonomia della contrattazione collettiva”. Il punto che sollevi è interessante, sicuramente il Sml farebbe pulizia dei contratti pirata, dunque potrebbe anche rafforzare la contrattazione collettiva vera.

Sul secondo punto c’è un paper che fa vedere che in Germania le imprese marginali sono andate fuori mercato ma i lavoratori sono stati riallocati su imprese a maggiore valore aggiunto. In un modello statico l’effetto sull’occupazione c’è, ma a livello dinamico potrebbe cambiare.

Non piace neanche a me quando si dice che il Sml è una panacea contro: bassa produttività, compressione salariale, disagio infantile, crescita limitata etc. Una fava per 90 piccioni non basta. 

Sulla Pubblica amministrazione sfondi una porta aperta, è specializzata a offrire salari ridicoli o a zero.

Gli stage non sono contratto di lavoro, dunque il Sml potrebbe essere un riferimento ma non ci sarebbe nessun effetto diretto.

Cavani: Ecco, davanti a tutto questo, forse se la Cgil facesse una proposta concreta invece che chiedere se quelle attuali comprendono tredicesima e quattordicesima forse potrebbe trainare altri ed evitare che si pensi che non si sta ponendo il problema.

Scacchetti: Su questo precisiamo: la Cgil non ha una proposta in merito. Ha proposte su altri temi come la rappresentanza. Poi concordo che piuttosto che un intervento calato dall’alto per una materia che ha tanto a che fare con il ruolo contrattuale delle parti sociali è meglio mettersi nell’ottica di agire. Come abbiamo fatto con la proposta Catalfo, un tavolo che non si è interrotto per volontà sindacale, forse anche per problemi a trovare una mediazione politica o per il cambio di maggioranza. È un tema oggettivamente faticoso. Poi io a leggere la letteratura penso che in certi casi potrebbe essere uno stimolo, come dice Emanuele, alla contrattazione. Ma ciò non toglie che la complessità del nostro sistema e del quadro delle dinamiche dei rapporti di forza nello stesso incida moltissimo. Non si possono alzare i salari del 5% per legge senza aspettarsi conseguenze in un modello dinamico. 

Sicuramente se qualche presunto imprenditore finisse fuori dal mercato farebbe un favore al mercato stesso. 

Sugli appalti concordo che c’è un problema. Nel nostro paese che piaccia o meno c’è una parte consistente del sistema produttivo che ha una competitività basata sulla contrazione dei costi e riduzione dei salari. Questa è la questione politica. Noi, con difficoltà, abbiamo fatto proposte per dare risposte su consolidamento dei contratti, riduzione del dumping contrattuale: una strada oggettivamente più faticosa e, in assenza di un intervento normativo, anche molto lunga. 

Anche io da sindacalista penso che quando i padroni sono contro qualcosa io sono a favore, ma poi nella dinamica relazionale è un po’ semplicistica (ride)

Garnero: Una domanda sulla posizione della Cgil: negli ultimi giorni il tema è tornato improvvisamente sull’agenda. Sembrava che per la prima volta la Cgil, con Landini, avesse fatto un’apertura. È così?

Scacchetti: Partiamo da una certezza: non c’è un documento interno della Cgil sul salario minimo, proprio per le ragioni che dicevi tu all’inizio. Parlare di Sml è complesso. Tra le organizzazioni confederali, con cui abbiamo cercato di tenere una posizione unitaria sul tema, siamo stati quelli meno chiusi nella discussione. Io, ma credo anche la Cgil tutta, pur con sensibilità diverse, quando ho avuto occasione di rappresentare la posizione della Cgil non ho mai detto che il Sml è il male perché crea problemi alla contrattazione o ai sindacati, perché oggi, come abbiamo detto, la debolezza della contrattazione e le altre cose che abbiamo nominato non possono far dire a un sindacalista che il tema non vada affrontato.

Però soluzioni semplicistiche mi spaventano di più dei ragionamenti complessi. Forse una discussione potrebbe partire dall’analisi del perché alcuni sono di fatto esclusi dalla contrattazione collettiva.

Mentre la Cgil non si è mai schierata apertamente a favore del Sml, rimanendo aperta al dialogo, altri sindacati hanno avuto posizioni più rigide. Detto questo, non posso dire che la Cgil è favorevole, alcune preoccupazioni rimangono, in particolare la difesa di un sistema che ha coperto anche i lavoratori più fragili per decenni. Dire che abbiamo bloccato o impedito la riflessione non credo sia appropriato, ma è una discussione molto complessa nella vita democratica dell’organizzazione ed è un tema che oggettivamente non mettiamo tra le priorità delle nostre rivendicazioni. Ma è un tema che esiste  e le persone con cui ci confrontiamo iscritte e non ci sollecitano in questo senso, soprattutto quelli che stanno negli ambiti di contrattazione più deboli.

Garnero: Quando si valutano le posizioni dei sindacati spesso si sottovaluta il peso della loro politica interna. Per essere chiari: le sezioni con molti iscritti che rappresentano settori dove la contrattazione collettiva è forte vedono più rischi nel Sml e non lo ritengono una priorità. Ma non è il momento di pesare le tessere, è il momento di parlare a chi non è rappresentato. Poi, in soldoni, quando si parla di possibilità di danni del Sml per la contrattazione si parla del settore metalmeccanico e chimico, negli altri nel peggiore dei casi non succede niente. 

C’è la possibilità di tenere insieme tutti questi pezzi, anche perché la paura per la fuga dalla contrattazione collettiva c’è già. Ci sono aziende che la evitano per sottopagare, altre che ne escono per motivi diversi, come Fiat e Luxottica. Comunque io non ho la sfera di cristallo ma credo che i danni sarebbero comunque inferiori ai possibili vantaggi. E neanche lo stallo è a rischio zero, anzi…

Cavani: Intervengo per riportare il punto di vista di chi, come noi in Acta e Redacta, prova a creare un’organizzazione da zero in ambiti scoperti dalla contrattazione. Che gli sforzi siano di volontariato o meno, la disponibilità di tempo delle persone è una variabile fondamentale e, ancor di più in settori in cui si lavora a cottimo, questa è direttamente collegata ai compensi. Dunque con un Sml di riferimento capace di alzare le retribuzioni si libererebbe più tempo da dedicare a mobilitazione e rappresentanza con cui si potrebbe arrivare a conquiste più sostanziali.

Scacchetti: Tutta questa discussione ha a che fare con la storia delle organizzazioni tradizionali, che hanno avuto l’apice della propria autorevolezza in epoche in cui il lavoro era configurato in un modo ben preciso. La sfida è mantenere intatto il nostro sistema valoriale rappresentando fasce che non stanno nel sistema fordista. Una questione enorme, di come si evolve la rappresentanza.

Tuttavia, la forza contrattuale non dipende solo dal livello di partecipazione, ma anche da come è costruito il mercato del lavoro. Noi non siamo sempre più forti negli ambiti dove abbiamo una percentuale maggiore di iscritti, ma anche in ambiti dove c’è una storia di relazioni sindacali, mentre nei settori nuovi ci manca riconoscibilità. È un tema in cui si è sempre in ritardo rispetto alle urgenze, ma abbiamo lavorato tanto e abbiamo portato a casa qualche risultato. 

Ma è vero che a volte siamo tarati sul modello industrialista, e questo non è sempre negativo, uno dei nostri obiettivi è rilanciare l’industria… Ma è vero che ci sono modelli sindacali diversi ma non meno forti o riconoscibili. Sul tema mi interrogo molto. 

Concordo che i tempi siano maturi per fare questo salto. Penso ad alcune campagne che abbiamo fatto in questi anni, anche sul lavoro autonomo. Abbiamo accompagnato altre associazioni sul tema dell’equo compenso, per il lavoro autonomo che, a livello di necessità di tutele, ha caratteristiche di dipendenza. 

Parlavate di tirocini: dovrebbero essere un modello di formazione ma stanno cannibalizzando l’ingresso nel mondo del lavoro e vengono spesso usati in modo improprio. Se quello è il livello, se la concorrenza è giocata sul non riconoscere il lavoro come tale, è tutto molto difficile. Insomma la questione salariale ha molti aspetti che interrogano il sindacato e credo che dobbiamo essere aperti a queste discussioni.

Soru: Possiamo concludere che la Cgil non è contraria a Sml?

Scacchetti: Dipende Anna, se ci viene fatta una proposta di Sml che è contraria alla contrattazione…. Capisco la sollecitazione, veramente, su questi argomenti non sono sempre maggioritaria in Cgil. Sono d’accordo che dobbiamo affrontare i temi che stiamo discutendo. Se la domanda è se sono favorevole a una regolazione della rappresentanza e della rappresentatività e, legato a questo, il rafforzamento della contrattazione, allora la risposta è affermativa. Ma la domanda messa così è un po’ troppo semplificata e la risposta non può esserlo allo stesso modo. Me la cavo così!

Soru: Allora provo a riformulare: possiamo dire che la Cgil non è contraria in linea di principio al Sml se questa misura è accompagnata da altri strumenti di rafforzamento della contrattazione?

Scacchetti: Sì, così lo puoi dire.

Soru: Mi sembra un bel passo avanti, fino a qualche anno fa la posizione era diversa.

Scacchetti: Diciamo che è una discussione a cui, se è impostata così, l’organizzazione non si deve sottrarre. D’altra parte può venire un altro che in Cgil ha una storia diversa dalla mia e rispondere di no, perché vede solo i rischi. Se il disegno di legge Catalfo fosse andato avanti sarei stata una di quelle che, nell’organizzazione, avrebbe fatto una riflessione sul sostenerlo.

Soru: La Cgil fa proposte su tutto, ne ha fatte anche sul lavoro autonomo quando ne sapevate molto poco, perché non la fate qui? C’è il rischio che il Sml vi cada sulla testa… 

Scacchetti: Allora il tuo ragionamento è un altro: visto che c’è una discussione sul Sml la 

Cgil deve fare una proposta. Ma visto che questa discussione non c’è, nel senso che ce ne sono centoquaranta diverse… 

Se mi chiedi le dieci priorità della Cgil, il salario minimo non c’è, noi ne vediamo altre. Ma se il dibattito individua alcune proposte che stanno in quell’alveo io credo che, se non è uno strumento di opposizione alla contrattazione collettiva, la Cgil deve sfidare anche se stessa e la propria capacità di fare contrattazione su questi temi. La contrattazione non è che la facciamo da soli…

Soru: Capisco benissimo, siete voi che decidete le vostre priorità. Quello che posso dire da osservatrice esterna è che la posizione sul Sml del sindacato è sempre meno capita. Molti, tra cui noi, non riescono a capire.

Scacchetti: Di questo sono consapevole, per questo credo che i dibattiti servano, perché quando lo schema è sei contro / sei a favore è davvero difficile rispondere se si vuole affrontare la complessità in cui ci troviamo. Se mi chiedi: sei d’accordo che la gente non possa lavorare per meno di 4, 5, 6, anche 7-8 euro/ora viste le condizioni di alcuni… sono d’accordo. Ma la risposta è solo l’introduzione del Sml? Forse, ma io dubito che la risposta sia solo questa, perché non ce lo daranno gratis… nella dinamica della relazione negoziale non è a costo zero. C’è sempre un datore di lavoro che lo deve dare. 

Sarei un po’ cauta. Non posso dire sono a favore del Sml anche perché ci sono tanti modi per farlo, in Europa se ne trovano di ogni tipo. Per me i minimi contrattuali erga omnes possono essere un Sml. Poi, se alcuni di questi sono troppo bassi affrontiamo questo tema e capiamo il perché, ma è un altro tema.  

La lettura che proponi tu: la gente non capisce la posizione della Cgil sul Sml, sembra voglia dire che la gente crede che non vogliamo aumentare i salari o riconoscere un salario dignitoso. Il rischio è che si faccia questa associazione, e così non è.

Soru: La lettura non è solo questa, quanto che la Cgil pensa a proteggere il suo ruolo e non i lavoratori.

Scacchetti: Su questo la tranquillità non ce l’ho, un ruolo lo riesci a difendere se lo riesci ad agire. La condizione di bassi salari, lavoro povero, svilito, non è la migliore per fare i sindacalisti. Se devo difendere un sistema per difenderlo non difendo questo… Poi sulle implicazioni dei cambiamenti c’è il dibattito che abbiamo fatto finora.

Garnero: Interessante questo ultimo scambio. Sono emersi gli equilibri in gioco. Voglio essere ottimista, qualche anno fa la risposta del sindacato non sarebbe stata questa. Non sembra ma il magma sotto la superficie si muove, diciamo così… Il problema è solo quanto tempo c’è da aspettare, è stato così anche in altri paesi e dunque questo non mi stupisce. Il dibattito si sta evolvendo, siamo partiti da posizioni molto semplici come “il Sml deve essere una determinata cifra, 7, 8 o 9 euro e basta” mentre oggi, mi ci metto io per primo, abbiamo una posizione più elaborata. Quindi vedo degli avanzamenti. Certo chi oggi lavora in un settore in cui è pagato 3 euro all’ora di questi avanzamenti intellettuali non se ne fa niente, però guardiamo al bicchiere… un quarto pieno: il dibattito non è fermo a dieci anni fa.

La digitalizzazione secondo il Recovery

Francesco Garibaldo

Matteo Gaddi ha analizzato l’insieme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Data l’importanza della digitalizzazione, può essere utile un approfondimento specifico di tale strategia applicata alle imprese.

Nel Pnrr la digitalizzazione e l’innovazione sono uno dei tre assi strategici del piano che prevede sei missioni articolate in sedici componenti. Essa informa la Missione 1 dal titolo “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” che a sua volta registra tre componenti: la pubblica amministrazione, le imprese e il turismo. Mi concentrerò sulla seconda componente che viene classificata come “Transizione 4.0”.

Vale la pena riportare per intero la descrizione del compito di “Transizione 4.0”: 

La seconda componente riguarda l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese (Transizione 4.0), ivi comprese quelle del comparto editoria e della filiera della stampa, la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare. In quest’ottica, gli incentivi fiscali inseriti nel Pnrr sono riservati alle imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, necessari a un’effettiva trasformazione digitale dei processi produttivi, nonché alle attività di ricerca e sviluppo connesse a questi investimenti. Si prevedono inoltre progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Sotto un’unica voce, quindi, sono ricompresi sia l’obiettivo della digitalizzazione, interpretato come processo innovativo, sia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare in modo efficace le potenzialità del digitale, avendo come platea tutte le imprese, ma con una particolare attenzione alle catene del valore e alle filiere strategiche. 

La sola componente riservata alle imprese vale 24,3 miliardi cioè quasi il 60% della Missione 1 che a sua volta rappresenta poco più del 21% del totale del Piano. Se si considerano sia i progetti nuovi che quelli in essere, risulta la seconda più rilevante in termini di risorse, dopo la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”, delle sei missioni del Piano. D’altra parte, considerando solo i nuovi progetti le prime due risultano equivalenti. 

Questa componente prevede cinque interventi: la vera e propria “Transizione 4.0”, che impegna circa il 60% dei 24,3 miliardi previsti, e poi, in ordine di importanza: “reti ultraveloci”, “politiche industriali di filiera e internazionalizzazione”, “tecnologie satellitari ed economia spaziale”, “investimenti ad alto contenuto tecnologico” (cioè sostanzialmente l’industria dei microprocessori).

A parte vengono trattati gli interventi pubblici infrastrutturali per sviluppare, come viene sottolineato, azioni orizzontali e automatiche in una logica di neutralità tecnologica. Qui lo strumento principe è il credito di imposta, seguito da incentivi mirati, come nei casi delle filiere e dell’internazionalizzazione delle imprese.

Già dai titoli dei capitoli si comprende che il processo viene concepito come un adeguamento in itinere a un modello competitivo le cui caratteristiche fondamentali sono, tuttavia, di fatto già parte di uno standard definito: quello del progetto tedesco Industria 4.0 che, nella sua gestazione, risale al 2011.

Alla base c’è il concetto di sistemi cyber-fisici, che su scala macro sono costituiti da reti globali che incorporano macchinari, sistemi di stoccaggio e siti produttivi attraverso la cosiddetta “Internet delle cose” (Internet of Things, IoT), che collega “oggetti intelligenti” in grado di connettersi a una rete per elaborare dati e scambiare informazioni con altri oggetti. 

 Nella manifattura una delle idee chiave del nuovo standard è stata così riassunta da Hirsch-Kreinsen nel 2014: 

Raggiungere un nuovo livello di automazione che è basato sulla ottimizzazione continua di componenti di sistema decentrati e intelligenti e sulla loro capacità di autoregolarsi rispetto a condizioni esterne che cambiano dinamicamente, per esempio le condizioni dei mercati di sbocco, della produzione e delle catene logistiche, o a richieste in tempo reale dell’ambiente esterno [..], in altre parole i limiti attuali tecnologici ed economici dell’automazione stanno per essere spezzati ed estesi in risposta alle nuove domande poste dalla flessibilità.

Si tratta cioè di conquistare per via tecnologica una flessibilità estrema, in tempo reale, senza dover sacrificare i vantaggi storici della produzione di massa; di qui la teorizzazione del cosiddetto lotto zero o lotto uno, a seconda dei termini che vengono preferiti. 

Di cosa si tratta? La produzione di massa del Novecento si è basata sull’idea di ridurre i costi di produzione con la catena di montaggio e la riduzione di lavori complessi a lavori più semplici, dove possibile elementari. Questo ha funzionato benissimo finché si è trattato di produzione di beni uguali tra loro o con ridottissime differenze. La catena di montaggio, infatti, presuppone di potere programmare quantità significative di produzione per periodi definiti con notevole anticipo: nella programmazione entrano quindi un numero minimo di pezzi da realizzare e la dimensione dei lotti da produrre, che cambia a seconda dei prodotti. 

I pezzi necessari al processo produttivo, o le parti premontate utilizzate nell’assemblaggio finale, vengono fatti affluire alla catena con regolarità e precisione. Il limite di questo sistema produttivo è determinato dal fatto che a ogni cambio significativo di prodotto la catena va riorganizzata anche fisicamente: cambiano le distanze tra le singole postazioni, cambiano i componenti utilizzati, cambiano gli strumenti necessari. 

Questi cambiamenti per l’impresa comportano un doppio costo: da una parte quello costituito dal tempo perso per riattrezzare e risettare la catena, dall’altra la necessità di disporre di nuove attrezzature. Si pensi che nell’industria automobilistica ci sono 20.000 parti dettagliate con circa 1.000 componenti chiave da gestire, il che significa che le possibili configurazioni dei prodotti finali sono, in teoria, milioni; mentre nella realtà concreta della produzione si può comunque parlare di diverse migliaia di prodotti che vengono realizzati e che differiscono in base alle varianti e agli optional.

L’idea di personalizzare in maniera spinta il prodotto con questo modello era quindi irrealizzabile, al massimo la customizzazione poteva avvenire tramite attività di post produzione di tipo estetico o tramite l’aggiunta di parti non funzionali. La possibilità offerta della digitalizzazione consiste nel riuscire a gestire e processare, sulla stessa linea di montaggio, prodotti anche molto differenti tra loro, concepiti e progettati per soddisfare la richiesta di un singolo cliente, senza dovere riattrezzare la linea a ogni cambio di prodotto. Per esempio, una motocicletta personalizzata per un cliente specifico può essere prodotta sulla stessa linea di montaggio dove vengono alternati prodotti diversi, sino al caso estremo in cui vengono inseriti in essa prodotti tutti diversi, avviati alla produzione in modo casuale, cioè senza alcuna pianificazione preventiva, ma semplicemente sulla base degli ordini di produzione che vengono acquisiti.

Sostanzialmente la programmazione della produzione avviene in tempo reale, sulla base delle richieste che pervengono dai singoli clienti. Un esempio personale: ho comprato un’auto nuova e mi è stato comunicato che la “mia auto” con le “mie specifiche” era stata messa in produzione, ovviamente assieme ad altre diverse da essa, ma sulla stessa linea di montaggio. In questo modo il lotto che è possibile realizzare sia tecnicamente che economicamente è il lotto di un solo prodotto: quello che in precedenza è stato indicato come il “lotto uno” o, enfaticamente, il “lotto zero”. Questa riconfigurazione continua e flessibile dei processi produttivi, tramite le innovazioni tecnologiche della digitalizzazione, consente di combinare i vantaggi della produzione di massa, cioè di sfruttare le economie di scala derivanti dai grandi volumi, con quelli di una produzione di tipo “artigianale”, cioè in grado di garantire un prodotto personalizzato.

La seconda idea chiave è costituita dalla riorganizzazione delle catene di subfornitura che, tramite queste nuove tecnologie, verrebbero organicamente integrate nel modello flessibile delle imprese centrali, a costo ovviamente di una oggettiva subordinazione strutturale. Una conseguenza di tale processo è la possibilità di integrare organicamente anche attività geograficamente disperse, arrivando sino al singolo individuo: fenomeno al quale comunemente ci si riferisce con il termine di “economia delle piattaforme”. 

Cosa si intende quando, parlando di nuovo tipo di impresa, si utilizza il termine “piattaforma”? In sostanza si tratta di un’attività economica di intermediazione online; quando questa attività riguarda il lavoro vi è la possibilità di lavorare senza un orario predefinito e senza una sede specifica – come accade oggi per chi lavora da casa – e, cosa molto rilevante, la paga può essere calcolata sulla base di una retribuzione a pezzo per un singolo compito da svolgere o per il singolo bene da produrre. I giganti di questo nuovo settore sono Google, Apple, Facebook, Netflix e Amazon. Queste attività mediate dalla rete consentono alle imprese di esercitare dei livelli molto elevati di controllo sulle prestazioni di chi lavora, e anche sugli utenti, tanto che che questa possibilità ha dato origine ad una nuovo fenomeno definito da alcuni come “capitalismo della sorveglianza”.

La nuova forma di impresa, intesa come piattaforma, è importante perché non riguarda solo le aziende che dominano la rete, ma diventa il modello di riferimento trasversale a tutti i settori, da quelli industriali tradizionali a quelli puramente finanziari, attraversando anche i servizi e le attività commerciali tradizionali.

Infine, la terza idea chiave è costituita dalla valorizzazione estrema dei prodotti fisici attraverso l’integrazione diretta di servizi a richiesta, i cosiddetti “prodotti intelligenti”, resi tali dall’inserimento di tecnologie digitali ed Ict che consentono loro di ricevere, immagazzinare, elaborare e trasmettere dati e informazioni.

Il punto è che tale processo non è solo e principalmente tecnologico, infatti non è nemmeno omogeneo e lineare; più che di uno standard si tratta di obiettivi perseguiti e ottenuti con percorsi alternativi e da un punto di vista sociale con risultati opposti.

Vale la pena, inoltre, sottolineare che la formula di interventi automatici e orizzontali esclude, in teoria, un ruolo selettivo e di orientamento strategico da parte del potere pubblico, in modo coerente con l’idea di perseguire modelli e standard ben definiti.

Un’analisi anche superficiale di quanto già realizzato da aziende innovative non solo in Germania, ma anche in Italia, evidenzia come la situazione sia tutt’altra.

Il motore trainante non è la tecnologia ma una trasformazione radicale del rapporto tra produzione e mercato, con una preminenza della domanda in tempo reale come criterio fondante dei modelli di impresa e della loro organizzazione; la tecnologia è lo strumento per implementare questo modello. In assenza di condizionamenti sociali importanti, come per esempio i sindacati, la trasformazione è guidata dall’imperativo di eliminare ogni tempo morto e di disciplinare la forza lavoro in modi senza precedenti, grazie alla possibilità di un monitoraggio costante della prestazione lavorativa tramite, appunto, questi dispositivi e le tecnologie della rete. Parallelamente è stato costruito il mondo delle piattaforme logistiche, del crowd-working, dei lavoretti, di quei lavori cioè, legati alle piattaforme online in cui i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a chiunque desideri candidarsi a svolgere quel lavoro.

Analogamente i rapporti tra imprese centrali e rete produttiva – specialmente di fornitura, in assenza di poteri pubblici interventisti – spostano il rapporto di potere in maniera radicale a favore delle aziende centrali; in una situazione di reti globali o, nella nuova versione post pandemia, di reti per grandi aree geo-economiche, questi sbilanciamenti di potere si traducono in sentieri di crescita industriale depauperati per i Paesi e le zone satellite.

Non si intende mettere in discussione la necessità di implementare processi di digitalizzazione dei processi produttivi, ma nel perseguirli occorre mettere al centro dei criteri sociali selettivi su come realizzarla, in particolare dal punto di vista del lavoro. Un conto, per esempio, è l’introduzione di strumenti che alleggeriscono, tramite interfacce intelligenti e robot connessi, il carico fisico e mentale di chi lavora, o la capacità di leggere in anticipo i segnali inerenti alla fatica della prestazione lavorativa e/o afferenti il rischio per la salute e sicurezza nelle attività svolte, tanto da individuare gli oggettivi elementi di pericolo. Completamente un altro conto è l’algoritmo che controlla i fattorini di Amazon, o che definisce il taglio dei tempi di lavoro e che viene realizzato grazie a un controllo diffuso e in tempo reale del processo produttivo, teso all’eliminazione di tutti i “tempi morti”, considerando tali anche i tempi fisiologici di recupero tra i compiti lavorativi. 

Ciò richiede un’iniziativa sindacale che non può essere ristretta, come sta accadendo, solo ai punti forti della presenza sindacale. Questo presuppone che vi siano delle linee guida pubbliche, che sia sancito il diritto all’informazione anche nelle aziende minori nel momento dell’introduzione di tali trasformazioni, e che si sviluppi una discussione pubblica nazionale sulle modalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Analogamente serve un intervento di orientamento e sostegno attivo, da parte dei poteri pubblici, sulla riorganizzazione delle catene di fornitura con particolare attenzione alle Pmi e alle microimprese. Questi interventi, per ora insufficienti, hanno bisogno di trovare una spinta nei movimenti sociali, oltre alla sfera del sindacato.

Vi è infine il problema dell’occupazione. È troppo presto per riuscire a trarre conclusioni fondate sugli impatti occupazionali di un esteso processo di digitalizzazione. I risultati oggi disponibili sono inconcludenti e certamente fortemente differenziati da un settore all’altro, ma è certamente prevedibile che tali effetti dipenderanno anche da come si realizzerà il processo e ancora una volta il potere pubblico deve maturare delle opinioni fondate su cosa va incentivato e cosa no, e su un nuovo corso di politiche per la piena occupazione.

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, gli obiettivi sono da raggiungere il più rapidamente possibile poiché costituiscono il presupposto materiale di ogni possibile scelta. Ma anche in questo caso si assiste a un grave ritardo, come nel caso delle rete a banda ultralarga, imputabile in gran parte alla dismissione di un ruolo attivo dello Stato. 

Bibliografia

D. Freddi, «Gli effetti occupazionali della digitalizzazione – una rassegna della letteratura», fondazionesabattini.it. 

F. Garibaldo, «Un documento di impostazione su Industria 4.0», fondazionesabattini.it. 

F. Garibaldo, E. Rebecchi (a cura di), AI&Society, volume 33, numero 3, agosto 2018.

F. Garibaldo (a cura di), «Divisione del lavoro, reti di impresa e flessibilità del lavoro: modelli alternativi», in Atti dei convegni dei Lincei 172, Accademia Nazionale di Lincei, Roma, 2001.

F. Garibaldo, «Il capitalismo delle piattaforme», in Lavoro alla spina, welfare à la carte – Lavoro e Stato sociale della gig economy, a cura di A. Somma, Meltemi, Milano 2019.

F. Garibaldo, «Recensione di Il Capitalismo della Sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri», in Quaderni di rassegna Sindacale, n. 1-2, 2020.

F. Garibaldo, «Una nuova fase del capitalismo, una nuova classe operaia. Quali conseguenze politiche?», in Economia& Lavoro, n. 2, 2020.

N. Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge 2017.

Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro

Matteo Gaddi

Recovery  plan: di cosa si tratta e di quali risorse parliamo

Sono occorsi quattro mesi alle istituzione comunitarie per arrivare, il 21 luglio 2020, a definire un documento di conclusioni che combina il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp, sostanzialmente il “bilancio” europeo) con uno strumento per fronteggiare la crisi straordinaria provocata dalla pandemia da Covid-19, chiamato Next Generation Eu, cioè con quello che nel dibattito corrente è passato come Recovery plan.

Se il Qfp costituisce uno strumento ordinario, il Next Generation Eu dovrebbe essere inteso e progettato come un piano straordinario, in grado di fronteggiare la natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19: infatti, lo scopo di questo strumento è quello di definire un piano per la ripresa europea costituito da investimenti pubblici e privati a livello europeo; tuttavia, come vedremo, il rischio di fallire rispetto alle intenzioni dichiarate è molto elevato. Ancora una volta, quindi, le lungaggini delle trattative in sede comunitaria, ma soprattutto gli atteggiamenti profondamente diversi tra Paesi membri, hanno pesantemente segnato gli esiti della discussione. 

Per finanziare tale piano, la Commissione potrà contrarre prestiti sui mercati dei capitali: tali importi serviranno a sostenere i programmi dell’Unione in conformità al Next Generation Eu; si tratta, indubbiamente, di una novità di grande rilievo che rompe un tabù, ossia per la prima volta la Commissione europea accetta di finanziare un programma di spesa indebitandosi. Nonostante non si possa parlare di eurobond, questo aspetto rappresenta sicuramente un elemento molto importante, che se non altro consente di parlare di una rottura, almeno temporanea con l’approccio precedente. 

I prestiti da contrarre sul mercato dei capitali potranno arrivare a 750 miliardi di euro; la raccolta di queste risorse cesserà alla fine del 2026: 360 miliardi di euro saranno erogati come prestiti agli Stati membri, e mentre gli altri 390 miliardi come sovvenzioni. Quindi non tutte le risorse saranno concesse “a fondo perduto” agli Stati membri per realizzare gli investimenti e gli interventi previsti dai rispettivi Piani nazionali: i 360 miliardi, essendo prestiti, dovranno essere restituiti al livello comunitario dagli Stati che ne usufruiranno. 

Questo aspetto si presta a una riflessione, in quanto le risorse del Recovery europeo non saranno nemmeno “gratuite”: i piani nazionali devono essere approvati dalla Commissione europea, sia per quanto riguarda i progetti di investimento, sia per quanto riguarda le riforme da attuare, che sostanzialmente dovrebbero corrispondere alle Raccomandazioni che le istituzioni comunitarie rivolgono ai Paesi membri. 

Il governo italiano ha deciso di utilizzare l’intero ammontare di risorse previsto per il nostro Paese, ovvero sia i 68,9 miliardi di sovvenzioni, sia i 122,6 miliardi di prestiti: in questo senso l’utilizzo di tutti i 191,5 miliardi sarà assoggettato alle regole europee, cioè alle “condizionalità” (che poi vedremo). Questa è la probabile ragione per la quale alcuni Stati (Spagna e Portogallo) hanno manifestato perplessità, tanto che in un primo momento si sono detti non interessati a richiedere l’ammontare dei prestiti previsti per i loro Paesi. 

In effetti si accede a un prestito se le condizioni sono favorevoli, intese sia come la piena possibilità di decidere in merito all’utilizzo delle risorse ottenute, sia come costo del finanziamento. Da quest’ultimo punto di vista, che costituisce il vero tema del debito, è utile sottolineare che le ultime aste del Tesoro italiano, come si vede a titolo di esempio dalla tabella seguente, sono andate benissimo.

DataTitoloImporto collocatoImporto richiestoCedolaRendimento lordo
14 ottobre 2020Btp 7 anni225039490.95%0.34%
12-13 novembre 2020Btp 7 anni175027700.95%0.35%
10-11 dicembre 2020Btp 7 anni300041930.95%0.19%
14-15 gennaio 2021Btp 7 anni450064300.25%0.30%
11-12 febbraio 2021Btp 7 anni400058700.25%0.18%
11-12 marzo 2021Btp 7 anni300045790.25%0.31%
7 aprile 2021Btp 7 anni7000649320.25%0.36%

Per fare qualche ulteriore esempio, l’asta di aprile di Bot a 12 mesi ha consentito di collocare 7 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 9,599 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,436%; mentre quella di Bot a 6 mesi ha consentito di collocare 6,5 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 8,694 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,48%. Anche sulle scadenze più lunghe i risultati sono molto positivi. Il 3 marzo 2021 il Btp “Green” con scadenza al 30 aprile 2045 ha raccolto richieste per 83,309 miliardi di euro (8,5 miliardi assegnati) con un rendimento lordo dell’1,547%. Analoghi risultati positivi sono stati conseguiti con l’emissione del Btp “Futura”. 

Come si vede, l’importo collocato è stato sempre inferiore a quello richiesto, segno che vi è un’elevata domanda, con cedole decisamente basse, il che significa un basso costo di finanziamento del debito. Ovviamente, si dovrebbe monitorare l’andamento della domanda nei prossimi mesi e la composizione dei soggetti richiedenti (retail, investitori istituzionali, italiani o stranieri, ecc.). 

Sicuramente, al di là di questa verifica, è possibile affermare che non esiste (né è mai esistito) un problema di pagamento del debito italiano e della sua collocazione. Il sistema di collocamento dei titoli di debito dello Stato italiano ha sempre funzionato molto bene (anche dal punto di vista dell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche: in Italia è dagli anni Novanta che viene pienamente utilizzato il Mercato telematico). La domanda di Btp è sempre stata piuttosto elevata: per le banche commerciali i Btp rappresentano un rendimento sicuro e privo di rischi (anche con cedole basse il guadagno per le banche è sempre piuttosto rilevante). Quando nel 2011-2012 diverse banche straniere, prese dal panico, iniziarono a vendere titoli di Stato italiani, questi vennero acquisiti dalle banche italiane realizzando rilevanti guadagni.

Difficile dire se lo Stato italiano possa emettere di più, ma sicuramente la sua velocità di emissione (e quindi di raccolta delle risorse) è molto più elevata dei meccanismi europei. Potrebbe essere interessante verificare se esistono tendenze in aumento del rapporto tra quantità offerta e quantità domandata, come sembrano indicare i dati da parecchio tempo a questa parte.

Indubbiamente a questi risultati ha contribuito la politica monetaria della Bce, in particolare mediante l’utilizzo del Pepp (Pandemic emergency purchase programme), cioè una misura di politica monetaria “non-standard” attivata dal marzo 2020 per fronteggiare gli effetti della pandemia sul piano monetario. Tramite questo programma la Bce acquista titoli emessi tanto dal settore pubblico quanto da quello privato: la dote iniziale di 750 miliardi di euro è stata aumentata di 600 miliardi nel giugno del 2020 e di ulteriori 500 nel dicembre del 2020 portando la disponibilità complessiva a 1850 miliardi di euro. 

La Bce non sembra affatto intenzionata a ridurre la portata di questo intervento. L’11 marzo il Consiglio direttivo della Bce, comunicando le decisioni di politica monetaria, ha sottolineato che «continuerà a condurre gli acquisti netti di attività nell’ambito del Pepp almeno sino alla fine di marzo 2022 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al Coronavirus»; sottolineando che nel prossimo trimestre gli acquisti nell’ambito del Pepp sarebbero stati condotti a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi del 2021, per preservare condizioni di finanziamento favorevoli che contribuiscono a contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Inoltre, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito almeno fino alla fine del 2023. 

Anche sui tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento e sui depositi presso la Bce, la stessa ha previsto livelli molto bassi (attorno allo 0%) e ha confermato la fornitura di abbondante liquidità attraverso le sue operazioni di rifinanziamento, tra cui la terza serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Omrlt-III) dedicata alle banche, al fine di sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Tali decisioni sono state pienamente confermate dal Consiglio della Bce il 22 aprile con la Presidente Lagarde che in conferenza stampa ha definito come “prematura” una diversa strategia. Le politiche monetarie della Bce, quindi, possono essere considerate come espansive e nel medio periodo non dovrebbero esserci inversioni di rotta. 

Secondo le statistiche mensilmente diffuse dalla Banca d’Italia, il sistema Bce-Bankitalia a marzo 2021 deteneva oltre 580 miliardi di euro di debito italiano (cioè poco meno del 25% dell’ammontare complessivo, una quota incomparabilmente più elevata rispetto a 10 anni fa, quando si trattava di pochi punti percentuali), e secondo alcune proiezioni nei prossimi mesi questa cifra potrebbe arrivare a circa 800 miliardi. Insomma l’intervento della Banca centrale ha spuntato le armi di chi, da sempre, lancia allarmi sull’insostenibilità del debito pubblico.

L’austerità è definitivamente sconfitta?

L’ammontare dei debiti pubblici raggiunti da tutti i Paesi, nonché i piani di spesa che si stanno definendo (e in parte attuando), stanno indubbiamente segnando un cambiamento rispetto alle politiche di stretta austerità di qualche tempo fa. 

In Italia, oltre alle risorse del Recovery, nei mesi scorsi sono state messe in campo notevoli risorse da parte del governo con una serie di decreti (“Cura Italia”, “Rilancio”, “Ristori” ecc.) che si sono succeduti dal marzo 2020 a oggi per fronteggiare le conseguenze della crisi. Per esempio, nel documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio viene evidenziato l’elenco dei provvedimenti assunti dal governo per far fronte alla crisi Covid-19 che, nel solo 2020, hanno comportato un saldo netto da finanziare pari 214,8 miliardi di euro, con oltre 108 miliardi di indebitamento: cifre che hanno determinato revisioni continue in rialzo del rapporto deficit/Pil.

Nel Documento di economia e finanza (Def) viene infatti riportato l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel 2020, attestatosi al 9,5%, con un incremento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2019 (1,6%), per effetto sia dell’eccezionale calo del Pil, sia delle misure di spesa adottate per mitigare l’impatto economico-sociale della crisi pandemica (in termini assoluti, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato di 156,9 miliardi, un livello superiore di 129 miliardi rispetto al 2019). Il rapporto debito/Pil nel 2020 ha raggiunto il 155,8%, a fronte del 134,6% del 2019. 

In aprile, presentando il Def, il governo ha chiesto al Parlamento di elevare il limite di indebitamento netto e di saldo netto da finanziare per il 2021, modificando il sentiero di rientro verso l’Obiettivo di medio termine (Omt) per i prossimi anni; per finanziare ulteriori spese a contrasto della crisi Covid è stato pertanto definito un ulteriore scostamento di 40 miliardi (parte dei quali destinati a costituire un fondo complementare a supporto delle risorse del Pnrr). 

In base all’entità di questa manovra, lo scenario programmatico, quello cioè che incorpora le decisioni prese dal governo, prevede un deficit più elevato del tendenziale nel 2021, pari all’11,8% (9,5% tendenziale) del Pil, mentre per quanto riguarda il rapporto fra debito della pubbliche amministrazioni e Pil, nello scenario viene previsto un ulteriore aumento di 4 punti percentuali al 159,8% (mentre il tendenziale colloca questo rapporto al 157,8%).

Aldilà delle differenze tra quadro tendenziale e programmatico, questi numeri indicano livelli importanti tanto nel rapporto deficit/Pil, quanto in quello debito/Pil: si tratta di conseguenze inevitabili dovute alla necessità di finanziare tramite spesa pubblica la risposta alla crisi Covid-19 (sul contenuto di queste misure il ventaglio di critiche è molto ampio, e in parte le esprimeremo in questo articolo; quello che qui rileva sottolineare è il ritorno a politiche di spesa pubblica di una certa importanza). E soprattutto si tratta di scelte che tutti i governi stanno assumendo. 

Detto questo, si impongono alcune considerazioni, che suggeriscono di mantenere alta la guardia contro i tentativi di ritornare a un quadro di finanza pubblica pesantemente condizionato dall’austerità. 

Nel Def, nella tavola degli indicatori di finanza pubblica viene indicato un percorso di riduzione tanto del rapporto deficit/Pil (dall’11,8% del 2021 al 3,4% del 2024) quanto del rapporto debito/Pil (dal 159,8% del 2021 al 152,7% del 2024). È vero che il miglioramento di questi rapporti può essere attribuito alla crescita del Pil (stimata in +4,5% nel 2021, +4,8% nel 2022, +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024), ma non è detto che questa sia sufficiente a conseguire risultati sul piano occupazionale e sociale e che pertanto non si rendano necessari ulteriori interventi espansivi. Alcuni passaggi del Def, quindi, lasciano presagire alcune preoccupazioni rispetto alle quali potrebbero aprirsi conflitti di una certa portata. 

La Commissione europea ha attivato la Clausola di salvaguardia generale nel marzo 2020, poi confermata anche nel 2021: rispetto agli obiettivi del Patto di stabilità e crescita, questa clausola in sostanza prevede che «in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa».

Gli Stati membri sono quindi autorizzati a deviare temporaneamente, come testualmente dice il documento sul Recovery licenziato nel luglio scorso dal Consiglio europeo, dal percorso previsto dal Patto di stabilità e crescita, ma il richiamo a quelle che il livello comunitario considera come condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche è continuo. Per esempio, i piani nazionali sono soggetti al rispetto e all’implementazione delle raccomandazioni espresse dalla Commissione europea ai governi; si tratta delle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate annualmente. Nel caso di piani nazionali di Recovery, questi devono rispettare le raccomandazioni espresse sia nel 2020 che nel 2019; mentre le prime sono abbastanza “leggere” essendo state definite in piena crisi pandemica, le seconde sono assai più severe. 

Per l’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici viene prescritto di assicurare una riduzione nominale della spesa pubblica primaria dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuale dello 0,6% del Pil sulla base dei requisiti del Patto di stabilità e crescita. La Commissione ebbe modo di sottolineare che sulla base delle proprie previsioni per l’Italia sussiste il rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento, e che pertanto sarebbe stato necessario utilizzare eventuali spazi (windfall gains) per ridurre l’indebitamento. Analoghe preoccupanti raccomandazioni vennero espresse in riferimento alla spesa pensionistica, considerata come la più elevata dell’Unione europea: sostanzialmente venne indicata la necessità della piena implementazione della riforma Fornero. 

Ovviamente queste raccomandazioni saranno oggetto di negoziazione con l’Italia quando verrà preso in esame, per l’approvazione, il Pnrr (il Recovery plan italiano); il fatto che siano state espresse non rappresenta di per sé la certezza della loro piena implementazione, ma il loro tenore lascia trasparire come sulla vicenda della spesa pubblica si debba continuamente mantenere alta la guardia. 

Il grande assente: il lavoro

Per comprendere come il Pnrr guardi al lavoro sarebbe sufficiente leggere la parte dedicata a come il governo italiano intende rispondere alle Raccomandazioni della Commissione europea. Mentre buona parte di queste Raccomandazioni, come spiegato in questo articolo, hanno contenuti e caratteri molto preoccupanti, quella sul carico fiscale sul lavoro appare interessante: la Commissione, infatti, raccomanda all’Italia di «spostare la pressione dal lavoro». 

La risposta del Pnrr è disarmante: dopo aver richiamato, anche correttamente, la riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, poi diventati 100), il governo non trova di meglio che rivendicare una serie di misure di sgravi fiscali per le imprese. Si tratta della fiscalità di vantaggio al Sud, che riduce del 30% i contributi sociali alle imprese del Mezzogiorno, e dell’azzeramento dei versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani. 

Appare chiaro che non esiste nemmeno l’idea che lo Stato possa farsi creatore di nuova occupazione, ma che al contrario questa debba essere unicamente lasciata alle decisioni delle imprese, ovviamente dietro finanziamento pubblico. Lo Stato, in questa visione, non scompare, ma diventa funzionale a un progetto economico-sociale. Più in generale gli unici riferimenti al tema dell’occupazione vengono risolti con il classico schema neoliberale di creare opportunità di lavoro: in questo senso vanno letti gli «investimenti in attività di upskilling, reskilling e life-long learning di lavoratori e imprese, che mirano a far ripartire la crescita della produttività e migliorare la competitività delle Pmi e delle microimprese italiane».

Insomma, il problema di trovare lavoro sembra ridursi al tema di fornire ai lavoratori un’adeguata formazione in modo che il loro “capitale umano” (termine orribile, che ritorna continuamente nel Piano) possa essere speso sul mercato. Si tratterebbe, quindi, di fornire le giuste competenze, tramite appunto formazione e riqualificazione, in modo da sostenere “l’occupabilità” dei lavoratori: insomma si tratta, nella migliore tradizione neoliberale, di creare opportunità, non di garantire diritti (e il diritto al lavoro in Italia è sancito dalla Costituzione). 

Gli oltre sei miliardi previsti per questa parte verranno in sostanza impiegati in attività di formazione, riqualificazione, profilazione e presa in carico di chi cerca lavoro. Gli obiettivi strategici di questa missione sono due. Il primo è quello di favorire le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata. Il termine transizioni lavorative, inserito in sordina, lascia presagire come il governo si attenda un significativo incremento di licenziamenti nei prossimi mesi; in una versione precedente del Pnrr questo veniva detto a chiare lettere: «Alcuni posti di lavoro potrebbero essere definitivamente perduti – anche per il progredire della rivoluzione tecnologica digitale – e sarà necessario affrontare un processo di riallocazione tra settori e località. I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo».

Questo passaggio, evidentemente tolto per evitare che il Pnrr si prestasse a ulteriori critiche, è particolarmente grave: il governo sembra riconoscere che la rivoluzione tecnologica, i cui investimenti intende finanziare direttamente (vedasi il paragrafo successivo), avranno come effetto quello di una riduzione occupazionale, ma immagina di risolvere questo problema non facendosi carico della creazione di nuovi posti di lavoro, bensì demandando il tema ai servizi di collocamento, oltretutto in coordinamento con le agenzie private; come se la questione della disoccupazione fosse risolvibile facendo semplicemente incontrare l’offerta di lavoro – dei lavoratori – e la domanda di lavoro delle imprese (che evidentemente si colloca su livelli troppo bassi).

Ecco quindi il secondo obiettivo strategico: quello di ridurre il mismatch di competenze, come se il tema della disoccupazione fosse riducibile a un disallineamento tra le competenze richieste e quelle disponibili ai lavoratori. Il problema, invece, in presenza dei tassi di disoccupazione che conosciamo, è quello della mancanza di lavoro, che andrebbe creato. E allora, sostanzialmente gli unici interventi previsti riguardano il finanziamento del Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) e l’adozione del Piano nazionale nuove competenze. 

La retorica sull’occupazione femminile si riduce a ben poca cosa nel Pnrr: la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostegno a progetti aziendali innovativi (digitalizzazione, energia verde ecc.) per imprese già costituite a conduzione femminile, il Sistema di certificazione della parità di genere. Dulcis in fundo, con 650 milioni di euro verrà finanziato il Servizio civile universale: cioè, in buona parte dei casi, lo svolgimento di lavoro non pagato.

Un Piano a misura di impresa

Il Pnrr, come del resto i principali provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid da marzo in avanti, sono stati pensati avendo come unico riferimento le esigenze dell’impresa. 

Più in generale, l’impianto complessivo risponde alla classica definizione di politiche industriali neo-liberali di tipo “orizzontale”: cioè di politiche finalizzate a creare il miglior ambiente possibile (“improve the business environment”) per le attività delle imprese private, bandendo ogni intervento pubblico in quanto considerato distorsivo del mercato. All’interno di questo quadro teorico, i migliori strumenti di “politica industriale” riguardano la defiscalizzazione o comunque il vantaggio fiscale per le imprese, policy di concorrenza e anti-trust, incentivi per attrarre investimenti esteri, politiche di deregolazione (meglio, di diversa regolazione) di alcuni “mercati” tra i quali ovviamente quello del lavoro (formazione per i lavoratori, a carico del pubblico), nel finanziamento (pubblico) di attività di ricerca e sviluppo i cui risultati verranno poi utilizzati dalle imprese ecc. Le scelte strategiche e di investimento sono di stretta competenza delle imprese, senza nessun ruolo di programmazione o di indirizzo da parte del pubblico; di proprietà pubblica, quindi, neanche a parlarne. 

Questo impianto è chiaramente ravvisabile nel Pnrr. Addirittura la parte relativa alla ricerca viene significativamente titolata “Dalla ricerca all’impresa”: i principali progetti di ricerca previsti dovranno essere condotti da partenariati pubblico-privati, i cosiddetti “campioni nazionali di R&S” su alcune “Key Enabling Technologies” dovranno nascere attraverso università, centri di ricerca e imprese; gli “ecosistemi dell’innovazione” dovranno fornire attività formative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; l’obiettivo assegnato ai Centri di trasferimento tecnologico è «quello di aumentare i servizi tecnologici avanzati a beneficio delle aziende». Gli esempi potrebbero continuare: quasi l’intera parte di Pnrr dedicata alla ricerca la declina come funzionale alle esigenze dell’impresa. 

Lo stesso approccio di funzionalità al mondo imprenditoriale viene assunto nelle parti del Pnrr dedicate alla riforma della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Il medesimo ragionamento potrebbe farsi a proposito di molti interventi infrastrutturali, si pensi per esempio al modo in cui si parla della connessione veloce e ultraveloce: si sottolinea che le imprese potrebbero «usufruire di diverse “tecnologie 4.0” (sensori, l’Internet of Things, stampanti tridimensionali, ecc.) che richiedono collegamenti veloci e con bassi tempi di latenza». Vengono cioè menzionate tecnologie in uso presso le imprese e finalizzate ad aumentare esclusivamente la redditività delle stesse, con effetti spesso critici sul mondo del lavoro.

Ancora più esplicito è il Pnrr quando si tratta di destinare contributi pubblici alle imprese per realizzare investimenti: le risorse pubbliche verranno concesse in maniera molto generosa e senza imporre nessun vincolo ai beneficiari. Si tratta dell’investimento “Transizione 4.0”, al quale sono destinati 13,97 miliardi di euro (a cui si aggiungono oltre 5 miliardi del Fondo complementare nazionale, cioè risorse con le quali il governo italiano ha integrato la portata del Recovery. In totale, quindi, 18,461 miliardi). Si tratta di risorse destinate a incentivi fiscali a favore delle imprese che decidono di investire in macchinari e impianti 4.0 «per aumentare la produttività, la competitività e la sostenibilità delle imprese italiane». 

Questo intervento, rispetto al precedente Piano “Industria 4.0” introdotto dall’allora ministro Calenda, conferma l’ampliamento (già in essere a partire dal 2020) dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con il meccanismo del credito di imposta: mentre il primo determina vantaggi fiscali solo per le imprese con base imponibile positiva, il secondo vale indistintamente per tutte. Inoltre, in maniera assai generosa, il Pnrr amplia il ventaglio degli investimenti immateriali agevolabili e aumenta le percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati: cioè alzando tutti i massimali aumenta le risorse pubbliche a favore della singola impresa. 

Poiché nel Pnrr non ci sono ulteriori chiarimenti di come verranno utilizzate queste risorse, per comprendere meglio di cosa si tratta è necessario consultare un documento redatto dal Servizio studi della Camera e del Senato. Per il credito d’imposta per beni strumentali, che riguarda beni strumentali 4.0 e beni capitali immateriali (sia 4.0 che tradizionali), il Pnrr prevede un aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazioni fiscali: entrambe misure vantaggiose per le imprese, in quanto l’incremento dell’aliquota significa un incremento del vantaggio fiscale (cioè del credito di imposta) e quello del massimale significa un incremento delle spese massime ammissibili all’agevolazione fiscale. Infatti, per i beni strumentali 4.0 sono previsti notevoli incrementi: a) per spese inferiori a 2,5 milioni di euro, è indicata una nuova aliquota al 50% nel 2021 e al 40% nel 2022; b) per spese superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, è indicata un’aliquota al 30% nel 2021 e al 20% nel 2022; c) per le spese superiori a 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro, è evocato un nuovo massimale, con un’aliquota del 10% nel 2021 e nel 2022. Invece, per quanto riguarda i beni strumentali immateriali 4.0: a) il tasso aumenta dal 15% al 20%; b) l’aumento del tetto delle spese ammissibili passerebbe da 700.000 euro a 1 milione di euro; c) i crediti d’imposta sono estesi anche ai beni immateriali tradizionali, con il 10% per gli investimenti realizzati nel 2021 e del 6% per gli investimenti effettuati nel 2022. Per fare un esempio concreto, se un’impresa investe in un macchinario 4.0, la fruizione di un aliquota al 50% come credito di imposta significa che la metà dell’investimento realizzato produrrà un vantaggio all’impresa nei termini di una riduzione del carico fiscale; quindi un macchinario del valore di un milione di euro, di fatto, è come se venisse pagato mezzo milione di euro, il resto sarà coperto dalla fiscalità generale tramite credito d’imposta.

Analoghi vantaggi fiscali per le imprese sono previsti anche alle spese in ricerca, sviluppo e innovazione, le schede progettuali indicano azioni di sostegno per attività legate a innovazione 4.0, green economy e design. In particolare, prevedono la maggiorazione delle seguenti aliquote e dei seguenti massimali agevolabili: a) R&S: l’aliquota di agevolazione fiscale aumenterebbe dal 12% al 20% con un tetto di 4 milioni euro (in precedenza 3 milioni di euro); b) Innovazione tecnologica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un tetto di 2 milioni (precedentemente 1,5 milioni); c) Innovazione verde e digitale: il tasso aumenterebbe dal 10% al 15% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni); d) Design e concezione estetica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni). 

Come si nota, quindi, aumentano sia le percentuali di credito d’imposta (vantaggio fiscale) che i massimali di spesa. La prima tipologia di crediti è riconosciuta per l’investimento in tre tipi di beni capitali: i beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0”) nonché i beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa. Il Pnrr prevede che, nell’arco del triennio 2020-2022, il credito d’imposta per beni materiali e immateriali 4.0 venga utilizzato mediamente da circa 15.000 imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione venga utilizzato mediamente da circa 10.000 imprese ogni anno. 

Nel primo numero di OPM abbiamo ampiamente descritto quali sono le conseguenze per i lavoratori derivanti dall’adozione di queste tecnologie da parte delle imprese in termini di intensificazione della prestazione lavorativa, di controllo ecc. In questa sede vale la pena sottolineare come queste risorse (in questo specifico caso si tratta di oltre 20 miliardi di euro) verranno elargite alle imprese senza imporre loro nessun vincolo di tipo sociale o industriale: per esempio il divieto di procedere con licenziamenti, di delocalizzare la produzione, di esternalizzare parti del ciclo e di appaltare ecc. O ancora si sarebbero potute introdurre altre condizionalità quali per esempio la necessità di garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali (quante di queste imprese sono disponibili alla contrattazione di secondo livello?), di contrattare qualità e volumi degli investimenti, di garantire la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.), di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Nulla di tutto questo è stato previsto: le imprese potranno così ricevere ingenti finanziamenti pubblici senza essere soggette ad alcun tipo di impegno sociale e industriale. Si tratta di un film già visto: anche l’ingente massa di finanziamenti pubblici alle imprese prevista dai vari decreti varati per fronteggiare la crisi era pressoché completamente scevra da qualsiasi condizionalità sociale; addirittura nel caso degli strumenti di patrimonializzazione (cioè i fondi istituiti per rafforzare il capitale delle imprese) è stato previsto che tale intervento avvenga tramite la sottoscrizione, da parte dello Stato, di titoli di debito delle imprese che non danno diritto di voto al pubblico, in modo da non alterare la governance delle stesse. 

Oltre a questi aspetti, è necessario sottolineare come l’ideologia neoliberista pervada ogni forma di intervento pubblico ammesso. Tutti i provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid-19 assumono come impianto quello definito dal quadro comunitario degli aiuti di Stato dai quali sono escluse le cosiddette “imprese in difficoltà”. 

Si tratta di tutte le imprese che, prima del 31 dicembre 2019, venivano classificate come “in difficoltà”. Per esempio si tratta di imprese che:

  • nel caso di una società a responsabilità limitata, quando più della metà del suo capitale sociale sottoscritto è venuto meno a causa delle perdite accumulate; 
  • quando l’impresa è sottoposta a una procedura collettiva d’insolvenza; 
  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o cessato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;
  • nel caso di un’impresa che non sia una Pmi, se negli ultimi due anni (a) il rapporto tra debito contabile e capitale proprio dell’impresa è stato superiore a 7,5 e (b) l’indice di copertura degli interessi Ebidta dell’impresa è stato inferiore a 1,0. 

Come si è visto, l’elenco delle circostanze che permettono di classificare un’impresa come “in difficoltà” è molto ampio e, soprattutto, coinvolge anche imprese che possono essere in fase di ristrutturazione. Questa disposizione rischia di limitare molto la capacità di risolvere le crisi industriali dell’intervento pubblico, come ad esempio prevede la normativa italiana con procedure concorsuali espressamente finalizzate a evitare il fallimento (vedi il caso dell’amministrazione straordinaria). 

Ancora una volta prevalgono le logiche neo-neoliberiste, a prescindere da qualsiasi considerazione sociale e industriale: queste regole escludono dal regime degli aiuti di Stato le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019 (il 2019 non è stato un anno positivo per l’economia europea, quindi è possibile che molte imprese siano cadute in una situazione di difficoltà già in quell’anno; queste regole europee precludono loro di beneficiare degli aiuti del Quadro temporaneo per cercare di recuperare una situazione meno negativa).

Sembrerebbe un paradosso: gli aiuti di Stato, secondo queste regole, possono essere concessi solo ad aziende “sane”. Non si tratta di un paradosso, ma di una precisa scelta politica: l’intervento pubblico nella struttura industriale, compreso quello classificato come aiuto di Stato, è considerato di per sé dalla Commissione europea come una distorsione del mercato e della concorrenza, ed è quindi da impedire a ogni costo (anche di fronte a pesanti ricadute sociali). Se invece l’intervento pubblico è finalizzato a garantire l’agibilità, la profittabilità e la competitività dell’impresa privata, allora va bene.

In questo caso, le imprese in difficoltà sono in sostanza quelle che nel documento del G30, al tempo presieduto da Mario Draghi, vengono definite come “imprese zombie” («Zombie firms: The dangers of the walking dead»). Per queste ultime le uniche policy che andrebbero previste riguardano gli aggiustamenti del loro business o la chiusura: il termine di “imprese zombie” è stato coniato in Giappone e, a supporto della necessità di far fallire queste imprese, viene citato il fatto che diversi studi dimostrerebbero che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti nelle aziende sane. Il report del G30 teme che l’aumento dei debiti delle imprese, nella risposta alla crisi Covid-19, potrebbe creare una nuova ondata di aziende zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica. Il rischio di una apocalisse (letterale!) di “imprese zombie” (la cui presenza abbasserebbe investimenti, produttività ecc.) è dovuto alle politiche di bassi tassi di interesse e di interventi governativi a supporto delle imprese in difficoltà. 

Secondo il G30, l’intervento dei governi attraverso programmi di credito nella fase iniziale di risposta della crisi, così come la pressione affinché le banche garantissero prestiti alle imprese, hanno ridotto i tradizionali approcci di valutazione del merito creditizio, compresi gli strumenti più complessi come quelli del pricing approach. In questo modo il debito verrebbe “caricato” su alcune imprese che non possono utilizzarlo al meglio o che possono diventare aziende zombie. Questo vincolerebbe le risorse senza generare un corrispondente valore economico, e creerebbe il potenziale problema delle imprese che falliranno in futuro: i programmi di credito dovrebbero focalizzarsi sulle imprese fondamentalmente sane, e per le quali un ulteriore debito sarebbe sostenibile; le scelte politiche, inoltre, dovrebbero migliorare l’equilibrio tra rischi e ritorni per i prestatori, e far uso delle competenze dei fondi privati e del settore privato per sottoscrivere e prezzare il credito laddove questo non verrebbe elargito senza un intervento a causa di un’eccessiva percezione del rischio.

Chiaramente un approccio di questo tipo preclude qualsiasi politica industriale pubblica degna di questo nome, a prescindere dalle conseguenze sociali e industriali delle dinamiche di “epurazione”, cioè di un “sano” mercato che espelle le imprese in difficoltà per “epurarsi”. Quanto siano “sane” le imprese che restano, il più delle volte generosamente sussidiate dal pubblico (tramite contributi, agevolazioni fiscali ecc.) ovviamente non è mai oggetto di discussione. 

In Italia stiamo vedendo le vittime di questo approccio: su tutte il progetto Italcomp, cioè il tentativo di costituire un polo italiano (che avrebbe potuto essere a maggioranza pubblica) per la produzione di compressori per elettrodomestici; operazione che, se realizzata, avrebbe potuto salvare gli stabilimenti Embraco di Torino e Acc di Belluno. Mentre il polo italiano (e parzialmente pubblico) del compressore per elettrodomestici viene ucciso nella culla, le politiche antitrust e sulla concorrenza dell’Unione europea si voltano dall’altra parte, consentendo alla multinazionale Nidec di condurre operazioni di concentrazione ed espansione.
Meglio togliere di mezzo il pubblico (tramite tonnellate di regolazioni e decisioni politiche), per lasciare spazio alle multinazionali private e al loro business. Anche in questo caso, quindi, lo Stato non scompare ma rinuncia a esercitare un suo ruolo autonomo di politica industriale, limitandosi al ruolo di finanziatore passivo delle imprese. 

La transizione verde e quella digitale: e la struttura industriale italiana?

La Commissione europea ha pubblicato il documento Guidance for Member States il 17 settembre 2020. Oltre all’insistenza sulla realizzazione delle riforme, intese come misure per il raggiungimento degli obiettivi del Recovery plan, sono previste indicazioni precise anche a proposito degli investimenti. Tra gli obiettivi stabiliti dal documento Guidance compare anche quello di rafforzare la resilienza economica e sociale, anche alla luce del fatto che la crisi Covid-19 ha esacerbato gli squilibri macroeconomici e il supporto alla transizione verde e digitale. Per queste due transizioni il documento della Commissione europea ha stabilito che i piani nazionali debbano spiegare la loro coerenza con il piano “European green deal” e con gli obiettivi stabiliti in “Shaping Europe’s digital future”, in particolare devono evidenziare come intendono sostenere iniziative nel pieno rispetto delle priorità climatiche, ambientali, sociali e digitali dell’Unione europea. Sostanzialmente la Commissione europea prescrive agli Stati membri che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione con il Recovery fund nei piani nazionali vengano impiegate per il conseguimento di obiettivi climatici e ambientali (dimostrando la coerenza con i piani nazionali su clima ed energia), e che il 20% delle risorse venga impiegato sulla transizione digitale. 

Questo punto è molto importante in quanto è direttamente legato ai nuovi investimenti che il Recovery plan dovrebbe stimolare e finanziare: riduzione delle emissioni clima-alteranti, diffusione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, nuove energie pulite, nuove tecnologie “pulite”, interconnessione dei sistemi energetici, nonché altri obiettivi ambientali quali la protezione e l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione all’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, la protezione e il recupero degli ecosistemi ecc. La stessa cosa per quanto concerne la trasformazione digitale: il miglioramento della connettività, la diffusione di reti ultra-veloci, fibra ottica e 5G.

Nel Pnrr italiano questi due obiettivi sono chiaramente esplicitati nelle prime due missioni. La Missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, alla quale sono destinati 40,73 miliardi di euro di risorse, prevede interventi nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione, nella digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (sostanzialmente la ripresa del piano Industria 4.0) e turismo e cultura 4.0. La Missione 2, invece, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinati 59,33 miliardi di euro, prevede interventi nell’economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e tutela del territorio e della risorsa idrica. Aldilà di queste due missioni specifiche, gli obiettivi ambientali e digitali attraversano anche altre missioni, per esempio alcuni interventi nel settore delle infrastrutture e della sanità. La mole di risorse destinate a questi interventi, quindi, sarà significativa. 

La domanda che ci si deve porre è: questi investimenti saranno in grado di trainare attività produttiva nel nostro Paese, e quindi occupazione? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere qual è lo stato della nostra struttura produttiva in questi settori. Ci sono cioè aziende, localizzate in Italia, che producono impianti e tecnologie necessarie per le energie “pulite”? In maniera analoga: ci sono imprese localizzate in Italia che producono impianti, apparati e tecnologie Ict e Tlc necessari per la transizione digitale? Quali di queste produzioni sono localizzate, o sono state delocalizzate, all’estero? 

È evidente, infatti, che non è sufficiente che ci siano imprese capaci di fornire servizi energetici o digitali, ma è altrettanto necessario che ci siano imprese industriali in grado di produrre questi impianti (e loro parti e componenti) e queste tecnologie. Altri interrogativi riguardano la localizzazione in Europa di queste imprese: infatti qualora non esistesse una distribuzione più o meno equilibrata di queste produzione tra i Paesi membri è chiaro che si aggraverebbero ulteriormente gli squilibri all’interno dell’area Ue. E ancora ci si dovrebbe chiedere quali sono i poteri che lo Stato o le imprese pubbliche dispongono per realizzare, direttamente, questi obiettivi o se, al contrario, prevarrà la logica degli appalti pubblici, cioè dell’assegnazione mediante bandi di tali risorse; questo comporta il rischio che per determinate produzioni, qualora siano imprese multinazionali ad aggiudicarsele, possano poi decidere di allocare queste produzioni in altre aree geografiche, ovviamente caratterizzate dal basso costo del lavoro. 

Gli squilibri commerciali (industriali) in Europa

Per cercare di capire la capacità del sistema industriale italiano di realizzare questi prodotti abbiamo fatto un banale calcolo. Abbiamo utilizzato i dati del database Comtrade (Un comtrade database) e abbiamo aggregato i prodotti necessari per ciascuna delle due transizioni, utilizzando due strumenti di classificazione. La prima classificazione è tratta da UnctadStat (United nations conference on trade and development Statistics), sono “Ict goods categories and composition (Hs 2017)” che riguardano ovviamente la transizione digitale e includono quattro macro-tipi di prodotti:

  • Computer e periferiche, che comprende diciassette famiglie di prodotti: per esempio macchine per processare dati, unità di processo, unità input/output e di storage, altre macchine per ufficio, parti e accessori ecc.;
  • Impianti di comunicazione, che comprende dieci famiglie di prodotti: per esempio linee telefoniche, telefoni per reti cellulari, stazioni base, apparati di telecomunicazione (macchine per la ricezione, la conversione e la trasmissione o la rigenerazione di voce, immagini o altri dati, inclusi apparati di switching e routing), apparati di trasmissione per radio-broadcasting o televisione, apparati di segnalazione ecc.;
  • Impianti di elettronica di consumo, che comprende trentaquattro famiglie di prodotti tra cui microfoni, altoparlanti, cuffie e auricolari, apparecchi di registrazione sonora e video, ricevitori di radiodiffusione, monitor, proiettori, apparecchi di ricezione ecc.;
  • Componenti elettronici, che coinvolge ventisette famiglie di prodotti: per esempio, semiconduttori, circuiti stampati, transistor, tubi, valvole, circuiti elettronici integrati; processori e controllori, memorie, parti di circuiti elettronici integrati ecc; e Varie con altre sei famiglie.

La seconda classificazione deriva da un documento della Commissione europea (Jcr, Eu energy technology trade) e classifica i beni nel modo seguente (in questo caso includendo solo i beni relativi alle tecnologie “pulite”):

  • Energy storage (accumulatori);
  • Riscaldamento;
  • Impianti idroelettrici (turbine e ruote idrauliche);
  • Isolamento (articoli di isolamento termico, unità isolanti di vetro a pareti multiple ecc.);
  • Contatori intelligenti (contatori elettrici);
  • Solare fotovoltaico;
  • Solare termico;
  • Eolico (generazione e gruppi elettrici alimentati dal vento, torri e tralicci).

Per le merci che entrano nelle due transizioni abbiamo calcolato:

  • le esportazioni e le importazioni totali relative a ogni transizione; e la differenza tra queste (per mostrare se un Paese è un esportatore netto o un importatore netto di questi beni);
  • i volumi di importazione ed esportazione per ogni macrotipo/famiglia di prodotti; e la differenza (per mostrare se un Paese è un esportatore o un importatore di questi beni);
  • il rapporto tra esportazioni e importazioni.

Quest’ultimo rapporto è un indicatore (molto) grezzo che ci dice fino a che punto un Paese è sbilanciato verso le esportazioni o le importazioni. Questo indicatore ci può fornire comunque un’indicazione di massima.

Poiché il rapporto è calcolato come esportazioni/importazioni:

  • se il rapporto è uguale a 1, significa che c’è equilibrio tra esportazioni e importazioni (i due valori sono uguali);
  • se il rapporto è maggiore di 1, è presumibile che il Paese sia esportatore netto: ovviamente più alto è il rapporto, più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è esportatore netto;
  • se il rapporto è inferiore a 1, è presumibile che il Paese sia importatore netto: ovviamente più basso è il rapporto più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è importatore netto.

Guardando al totale dei beni necessari per la transizione digitale (come definito e classificato sopra), vediamo che l’intera Unione europea (calcolata ancora come Ue-28, cioè pre-Brexit) ha uno squilibrio di importazioni di 160,8 miliardi di euro e un rapporto esportazioni/importazioni pari a 0,38, quindi significativamente lontano da 1. Nel caso dell’Italia lo squilibrio a favore delle importazioni è pari a 12,8 miliardi di euro, con un rapporto pari a 0,44. La Germania, pur essendo importatore netto per 30,5 miliardi di euro, ha un rapporto meno negativo dell’Italia (0,7).

Se guardiamo più nel dettaglio la situazione dell’Italia dal punto di vista dei quattro macro-tipi di prodotti sopra descritti, otteniamo la seguente tabella che consente di evidenziare parecchi elementi di preoccupazione. 

Differenza esportazioni-importazioni(in euro)Rapporto esportazioni-importazioni
Computer e periferiche -4.314.872.6360,40
Impianti di comunicazione -5.634.034.9820,37
Impianti di elettronica di consumo-2.152.028.3600,33
Componenti elettronici e Varie-701.430.2720,81

Dal punto di vista della transizione verde abbiamo considerato i beni energetici (quindi il nostro calcolo non include altri settori importanti, come i trasporti e la mobilità in generale). Anche in questo caso l’Ue-28 si trova in una situazione di deficit con l’estero, anche se in misura meno rilevante rispetto ai beni Ict, dato che il rapporto complessivo è di 0,89.

Questa classificazione, tuttavia, include beni molto diversi, compresi alcuni molto tradizionali (per esempio i prodotti per l’isolamento termico ecc.). Quindi, se consideriamo solo le tecnologie energetiche alternative (idroelettrico, solare, eolico, contatori intelligenti), troviamo un quadro diverso, poiché il rapporto scende significativamente a 0,55 e in termini assoluti è pari a meno 44,6 miliardi di euro. 

In particolare il rapporto è molto basso per il solare fotovoltaico (che comprende prodotti come diodi, transistor e dispositivi simili a semiconduttori; dispositivi a semiconduttore fotosensibili, comprese le cellule fotovoltaiche anche assemblate in moduli o costituite in pannelli; diodi emettitori di luce; cristalli piezoelettrici montati ecc.). 

La situazione è piuttosto diversa tra Paesi. Mentre la Germania è esportatrice netta per oltre 1,3 miliardi di euro (le esportazioni tedesche sono superiori a 3,7 miliardi di euro) con un rapporto pari a 1,3, al contrario l’Italia è importatore netto per quasi mezzo miliardo di euro, con un rapporto pari a 0,6 (l’Italia importa oltre 1 miliardo di euro di questi prodotti).

Il Pnrr italiano prevede diversi interventi sul settore delle energie rinnovabili proponendosi, complessivamente, di aumentare la capacità produttiva di 6 GW: per esempio 1,5 miliardi sono destinati alla realizzazione del Parco agrisolare (sui tetti delle imprese agricole, zootecniche e agroindustriali, con potenza pari a 0,43 GW), altri 1,1 miliardi per lo sviluppo dell’agrovoltaico (capacità produttiva di 2 GW), 2,2 miliardi per la promozione di energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, 680 milioni per la promozione di impianti innovativi inclusi quelli offshore (490 GWh annui di produzione) ecc. Altri interventi sono destinati a potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete (Smart Grid, 4,11 miliardi), a promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno (3,19 miliardi), oltre a interventi sulla mobilità sostenibile che vedremo in seguito. 

Ma l’attenzione posta alla produzione industriale di questi impianti e prodotti è molto bassa: viene soltanto citata una generica volontà di sviluppare in Italia delle supply chain competitive che consentano di ridurre la dipendenza da importazioni tecnologiche nei seguenti settori: a) tecnologie per la generazione rinnovabile (es. moduli fotovoltaici innovativi, aerogeneratori di nuova generazione e taglia medio-grande) e per l’accumulo elettrochimico; b) tecnologie per la produzione di elettrolizzatori; c) mezzi per la mobilità sostenibile (es. bus elettrici); d) batterie per il settore dei trasporti.

Lasciando al momento in secondo piano gli ultimi due punti, che verranno ripresi nella parte dedicata alla mobilità, nell’ambito energetico si prevede che in Europa la capacità fotovoltaica installata passerà da 152 GW a 442 GW entro il 2030 e che l’incremento, per quanto riguarda l’Italia segnerà il passaggio dagli attuali 21 GW a oltre 52. Il Pnrr si limita a riconoscere che l’attuale mercato è dominato da produttori asiatici e cinesi con oltre il 70% della produzione, e l’Europa ridotta al 5% nella produzione di pannelli (tra i primi dieci produttori mondiali di pannelli ci sono sette società cinesi, una sudcoreana, una americana e una canadese).

Una precedente versione del Pnrr era ancor più esplicita nel riconoscere che la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici era pari a circa 200 MW annui (cioè 0,2 GW) e si proponeva di portare tale produzione a 2 GW entro il 2025 e a 3 GW negli anni successivi. L’Italia, quindi, mettendo assieme i dati sulle importazioni e sulla capacità industriale installata, rischia – senza interventi sul proprio apparato produttivo – di utilizzare le risorse del Pnrr per incrementare la quota di importazioni dall’estero.

Questo aspetto, cioè la produzione industriale di questi prodotti e di queste tecnologie, dovrebbe essere centrale per fare in modo che la transizione ecologica consenta di creare capacità produttiva e occupazione.

Lo stesso ragionamento vale a proposito dell’eolico e dell’idrogeno o delle tecnologie eoliche, o per gli impianti energetici che dovrebbero essere a supporto delle rinnovabili. Si pensi per esempio alle centrali cosiddette “peakers” a gas, cioè quelle centrali in grado di coprire la domanda di picco sulla rete e che assumono un ruolo rilevante in presenza di parchi fotovoltaici o eolici la cui generazione di energia è soggetta alle condizioni climatiche (si tratta, infatti, di fonti non programmabili). Terna ha già emanato bandi per il 2022 e il 2023 per quasi 6 GW di potenza; molte società hanno presentato progetti in tal senso per complessivi 16 GW: dieci progetti di centrali da Enel, quattro da Ep Produzione, quattro da A2A e altri da Sorgenia, Engie, Arvedi ecc.

Le parti principali di questi impianti sono costituite da turbine, generatori, trasformatori set-up, sistemi di controllo e ausiliari: tra i principali produttori vi sono General Electric, Siemens, Mitsubishi, Abb, Schneider, Hyundai, Yokogawa ecc. Tra questi anche l’italiana Ansaldo per turbine con potenza superiore a 80 MW. La domanda da porsi è: dove verranno costruiti questi impianti? Alcune di queste imprese non hanno presenza produttiva in Italia, mentre altre (vedi per esempio Abb) essendo multinazionali possono localizzare in qualsiasi parte del mondo queste produzioni. Dopo la distruzione dell’elettromeccanica (Ercole Marelli, Breda Termomeccanica ecc.) sarebbe stato il caso, visti gli ingenti investimenti previsti nei prossimi anni, di pensare a un piano industriale per questo settore. 

Lo stesso ragionamento è facilmente estendibile ai progetti di digitalizzazione e di sviluppo di sistemi di telecomunicazione. Per esempio la digitalizzazione della Pubblica amministrazione prevede 6,14 miliardi di euro per realizzare, tra gli altri, infrastrutture digitali (razionalizzazione e consolidamento di molti data center), la realizzazione di un Polo strategico nazionale (una nuova infrastruttura cloud) verso la quale potranno migrare le amministrazioni centrali (in alternativa ai cloud di mercato), l’interoperabilità delle banche dati e la realizzazione della Piattaforma nazionale dati, progetti di cybersecurity e di digitalizzazione delle procedure e dei servizi ecc. 

Poco o nulla viene detto su quali saranno i soggetti realizzatori di questi interventi, e quando il Pnrr si esprime lo fa per garantire ambiti di intervento alle società private: per esempio per il delicatissimo processo di migrazione verso il cloud il governo definirà un elenco di provider certificati (cioè di imprese private) ai quali dovranno ricorrere le amministrazioni. Così nonostante la preoccupazione, fondata, che viene espressa a proposito di una crescente dipendenza dai servizi software, e quindi dagli sviluppatori/proprietari degli stessi, e dell’aumento della crescente interdipendenza delle “catene del valore digitali”, il Pnrr si limita a indicare uno strumento di mercato per digitalizzare la Pa con tutto il portato di banche dati, sensibilità e riservatezza degli stessi, rischi per privacy e sicurezza: una delle principali riforme in questo senso prevede di rinnovare le procedure di acquisto dei servizi Ict da parte della Pa, creando appunto la “white list” di fornitori certificati. Insomma: queste sono le risorse pubbliche che verranno spese, e queste sono le imprese private che vi potranno accedere. Nessuna proposta, come ovvio, di istituire un soggetto Ict pubblico, in grado di digitalizzare e guidare questa transizione per la Pa.

Per gli investimenti nel settore più propriamente Tlc, per quanto possa essere distinto dall’Ict, vanno segnalati i 6,31 miliardi di euro per realizzare reti ultraveloci (banda ultralarga e 5G) per garantire la connettività a 1 Gbps anche nelle aree grigie e nere (cioè quelle a fallimento di mercato), alle scuole, agli edifici del Servizio sanitario nazionale, alle isole minori e per incentivare la diffusione dell’infrastruttura 5G.

Anche in questo caso abbiamo visto quanto siano preoccupanti i dati relativi alle importazioni di questi prodotti: ancora una volta, dopo lo smantellamento dell’industria italiana che produceva impianti e apparati per le telecomunicazioni (si vedano gli esempi di Italtel, ormai ridotta a società di servizi, o di Telettra), l’Italia è rimasta in balia di produttori stranieri, con stabilimenti localizzati in altri Paesi. I principali produttori di impianti e apparati per telecomunicazione, infatti, sono i cinesi di Zte o Huawei, o le multinazionali Nokia, Ericsson e Cisco. Anche in questo caso, quindi, senza un apparato industriale nazionale, le risorse dedicate a questi investimenti non faranno altro che incrementare le importazioni; senza contare il fatto che non è ancora stata fatta chiarezza rispetto al progetto di rete, con la società in house Infratel che si limita a definire bandi di gara per la posa della rete, e Open fiber e Telecom impegnate in una contesa senza esclusione di colpi (a cui spesso si aggiungono anche altri operatori telefonici). I ritardi infrastrutturali del Paese non dovrebbero stupire più di tanto.

Anche il settore della mobilità sostenibile non sfugge a questa logica. Il Pnrr destina 3,64 miliardi per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi: per aumentare gli autobus a basso impatto ambientale viene previsto l’acquisto di 3360 autobus ecologici entro il 2026 e di 53 treni a propulsione elettrica e a idrogeno. Queste risorse si aggiungono a quelle previste dal Piano per la mobilità sostenibile e a quello del Fondo per il trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro. 

Per ragioni di spazio ci limitiamo al settore degli autobus. Anche in questo caso ci si limita a indicare come obiettivo industriale quello di creare sufficiente capacità produttiva nel settore autobus e la trasformazione tecnologica della sua filiera. Ma andiamo a vedere come stanno veramente le cose. 

In Italia la produzione nazionale di autobus ha conosciuto un crollo drammatico nel corso degli anni, come è possibile constatare dalla seguente tabella (dati tratti dal database Anfia, Associazione nazionale filiera industria automobilistica):

Autobus prodotti in ItaliaAutobus immatricolati in ItaliaDi cui Autobus di linea (Tpl)
19806945
19906460
20003163
20101065
20157652381950
20166402869915
201739034271416
201813044952473
201914843572208

Le rilevanti differenze tra gli autobus prodotti e quelli immatricolati mettono in evidenza la quota di veicoli che viene importata; anche dal punto di vista degli autobus di linea (sia urbani che interurbani) utilizzati per il trasporto pubblico locale è evidente come in gran parte non siano prodotti su territorio nazionale.

Infatti, guardando alla marca di veicoli immatricolati per l’anno 2019, ci si rende conto di come la produzione nazionale giochi un ruolo molto marginale. Si assiste quindi a questo fenomeno paradossale: le risorse pubbliche che vengono investite per produrre autobus da dedicare al servizio di trasporto pubblico vanno a finanziare la produzione di stabilimenti esteri, tra i quali molti localizzati in Paesi a basso costo del lavoro (Repubblica ceca, Polonia, Turchia). Questo è dovuto sia alle regole europee sul public procurement, sia alla carenza di capacità produttiva in Italia.

I primi due costruttori che hanno realizzato gli autobus immatricolati in Italia sono Iveco (1651 mezzi, quota di mercato 37,9%) e Mercedes (901 mezzi, quota di mercato 20,7%); entrambi producono interamente all’estero. Tra i primi dieci costruttori di autobus immatricolati, l’unico con presenza italiana è quello a marchio Menarini, ma con volumi rilevanti realizzati in Turchia. 

Mercedes, Neoman, Setra (Evobus, di proprietà Daimler AG) e Volkswagen sono imprese tedesche, Otokar è un’azienda turca, Scania è svedese, Ford americana, Opel fa parte del gruppo Psa, Irizar è spagnola. Iveco, pur essendo italiana, produce autobus soltanto negli stabilimenti esteri in Repubblica ceca e Francia.

Questa situazione si trascina da anni e aveva raggiunto il culmine nel 2011, quando entrambi i principali produttori nazionali di autobus hanno deciso di cessare la produzione. 

Irisbus (del Gruppo Iveco/Fca-Cnh), il principale produttore italiano, nel 2011 decise di chiudere la produzione nel sito campano di Flumeri, ma questo non ha significato la fuoriuscita di Fiat dal settore degli autobus, avendo mantenuto la produzione in Francia e Repubblica Ceca. Inoltre negli anni successivi Fiat ha continuato a partecipare alle gare bandite dagli enti italiani vincendo importanti commesse (vedi i dati relativi alle immatricolazioni). Una decisione simile è stato preso anche dal secondo produttore nazionale di autobus, Breda Menarini (stabilimento localizzato a Bologna). 

Grazie a un progetto presentato dalla Fiom-Cgil nel 2012 – costituire un polo pubblico nazionale della produzione di autobus – e alle lotte dei lavoratori nel dicembre 2014 si riuscì a costituire Industria italiana autobus (Iia). Tuttavia, a capo di questo soggetto, emerse la figura di un imprenditore privato che aveva una natura più commerciale che industriale ed era partecipata dalla società turca Karsan. 

La presenza di Karsan anche nella nuova società Iia si rivelò decisiva per spostare volumi di produzione in Turchia: a fronte dei ritardi negli investimenti per riavviare le linee produttive degli stabilimenti di Flumeri e Bologna, i livelli di produzione crollarono al minimo in Italia e il grosso della produzione venne spostato negli stabilimenti turchi. Solo la riorganizzazione societaria di Iia, anche questa avvenuta a seguito delle lotte dei lavoratori, ha salvato la possibilità di mantenere un costruttore nazionale, la cui capacità produttiva però non eccede i 700 veicoli all’anno. È chiaro che senza un intervento sulla capacità produttiva dell’unico costruttore nazionale, buona parte delle risorse pubbliche messe a finanziamento del rinnovo del parco autobus finiranno per aumentare l’importazione di veicoli da altri Paesi, soprattutto da quelli a basso costo del lavoro.

Da ultimo, nemmeno una parola viene spesa a proposito del settore automobilistico che pure dovrebbe avere un ruolo centrale nella transizione ecologica, soprattutto dal punto di vista delle nuove propulsioni elettriche. Nulla di concreto viene previsto per il tema centrale delle batterie, i cui grandi stabilimenti di produzione in Europa si stanno concentrando soltanto in determinati Paesi, con l’esclusione dell’Italia. Viene soltanto menzionato il problema dello «sviluppo di una filiera europea delle batterie alla quale dovrebbe partecipare anche l’Italia insieme ad altri Paesi come Francia e Germania…». L’utilizzo del condizionale (“dovrebbe”) non è casuale: mentre il governo francese ha deciso di intervenire direttamente a sostegno di un progetto di produzione di batterie per auto elettriche e in Germania sono già stati confermati investimenti in questa direzione, in Italia siamo ben lontani da qualsiasi prospettiva concreta. Il miliardo di euro allocato nel Pnrr per sostenere filiere produttive nei settori delle batterie e delle rinnovabili rischia così di tradursi nei classici interventi di politica industriale orizzontale, finalizzati a creare le migliori condizioni per le imprese finanziando ricerca, formazione, innovazione, ma senza un intervento pubblico in grado di garantire anche la realizzazione di impianti produttivi. 

Questa situazione non è il risultato di un libero dispiegarsi delle dinamiche di mercato: si tratta del risultato di un processo di lunga lena che, guidato dal potere politico (Stati nazionali, Unione europea, organismi sovranazionali), ha determinato questa particolare configurazione della struttura industriale internazionale. 

E le filiere industriali?

Nel Pnrr, nella Missione “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” viene previsto un interessante investimento (il numero 5) dedicato a “Politiche Industriali di filiera e internazionalizzazione”, per il quale sono previsti 1,95 miliardi di euro.

Indubbiamente questo investimento potrebbe consentire di affrontare uno dei mali cronici che affliggono il sistema industriale italiano, cioè la piccola o piccolissima dimensione industriale che determina difficoltà di ottenere finanziamenti, di progettare e realizzare investimenti ecc. La dimensione della piccola e della micro-impresa, tanto incensata dal punto di vista della produzione flessibile, ha soltanto significato peggioramento delle condizioni di lavoro con bassi salari, orari di lavoro dilatabili, condizioni di salute e sicurezza in molti casi assai critiche, pesanti carichi e ritmi di lavoro, determinati in toto dalle imprese committenti.

La debolezza industriale e le criticità sociali sopra richiamate dovrebbero pertanto indurre a perseguire l’obiettivo di un superamento della piccola dimensione d’impresa, promuovendo vere e proprie aggregazioni, con soggetti pubblici che fungano da polo aggregante.

Questo obiettivo nel Pnrr viene indicato in maniera molto generica, anche se alcune indicazioni possono essere colte: «Rafforzare il Paese […] significa sostenere la crescita e la resilienza delle Pmi […]. Molti settori d’eccellenza del Made in Italy sono oggi caratterizzati da una forte incidenza di micro e piccole imprese. Queste ultime rappresentano quasi il 70 per cento del valore aggiunto industriale non finanziario e l’80 per cento della forza lavoro».

Giustamente viene sottolineato il potenziale impatto sulle filiere produttive, in quanto molti produttori dipendono da fornitori di piccole dimensioni. Tuttavia, nonostante queste importanti sottolineature che dovrebbero aprire una strada diversa rispetto a quella seguita da decenni, che ha visto moltiplicarsi le esternalizzazioni, gli appalti, la subfornitura e l’aumento della polverizzazione del sistema produttivo, nel Pnrr non vengono indicati strumenti utili. 

Sembra essere passato in secondo piano lo strumento del Fondo dei fondi, nell’ambito del quale si sarebbe potuto stabilire un Fondo espressamente dedicato all’aggregazione delle micro-imprese, con un soggetto pubblico che svolga funzione aggregante entrando nel capitale sociale della nuova società da costituire mediante l’aggregazione delle micro-imprese. 

Questo Fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio il Fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto rilancio e la cui gestione è stata affidata alla società pubblica Invitalia; sempre dal punto di vista del soggetto pubblico, si potrebbe pensare a qualche braccio operativo di Cassa depositi e prestiti. 

Per esempio all’interno del Fondo di investimento italiano (Cdp) opera il Fondo consolidamento e crescita che è dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive, con focalizzazione prevalente nei settori agrifood, meccatronica/industria meccanica avanzata e italian design

In questo ambito, quindi, una politica industriale degna di questo nome dovrebbe individuare puntualmente quali sono le piccole e micro-imprese impegnate nella produzione di:

  • stesso prodotto (stessa tipologia);
  • prodotti complementari tra loro o parti di prodotti sequenziali tra loro;
  • prodotti destinati a uno stesso cliente (o a un gruppo ristretto di clienti).

Una volta individuate queste imprese si tratterebbe di costruire un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda il supporto di politiche industriali di filiera, cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura; meccanismi finalizzati a garantire, sul versante dei diritti dei lavoratori, la contrattazione inclusiva e di filiera; nonché misure di stabilizzazione, formazione e qualificazione di lavoratrici e lavoratori, di crescita occupazionale ecc.

Ben altra attenzione, invece, sempre in questo investimento, viene dedicata alla cosiddetta “internazionalizzazione” delle Pmi, un termine che sovente ha mascherato il finanziamento pubblico di processi di delocalizzazione. Viene infatti espressamente citato il fondo della Legge 394 del 1981, che prevede la concessione di finanziamenti alle imprese per realizzare interventi che prevedono, tra gli altri, anche studi di fattibilità per valutare l’ingresso in mercati esteri collegati a investimenti produttivi o commerciali, delle spese sostenute per la formazione del personale operativo nelle iniziative di investimento in altri Paesi Ue ecc. A questo si aggiungono anche i bandi di alcune Regioni, quali ad esempio la Lombardia, che con la linea “Internazionalizzazione Plus” spingono nella stessa direzione, lasciando aperti spiragli molto pericolosi alla possibilità che tali risorse vengano utilizzate per spostare all’estero volumi di produzione. 

Questa scarsa attenzione alle filiere non sembra cogliere almeno due aspetti.

Il primo è riferito alla sostanziale inesistenza di fenomeni di presunto reshoring che avrebbe portato le imprese ad accorciare le filiere, re-internalizzando o comunque riportando sul territorio fasi del processo produttivo in precedenza delocalizzate. Il reshoring, nonostante l’ampia retorica diffusasi in piena fase pandemica, non appare ancora un fenomeno diffuso, come dimostrano i dati della recente Nota della Banca d’Italia: «Lo shock pandemico ha rinnovato il dibattito sulla possibilità che il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring) stia contribuendo a un più ampio processo di de-globalizzazione. I risultati del Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, suggeriscono che, in linea con quanto registrato in altri Paesi avanzati, anche in Italia non siano in atto diffusi fenomeni di reshoring».

Questo appare in linea con quanto accade a livello internazionale: nella Nota viene citata una indagine condotta da Allianz che ha coinvolto circa 1200 multinazionali, secondo la quale meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità del reshoring, mentre circa il 30% potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in Paesi limitrofi (nearshoring). 

I dati raccolti dalla Banca d’Italia tramite interviste alle imprese condotte tra settembre e ottobre del 2020 indicano che oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; mentre il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero, il 5,7% delle imprese ha dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia; ma negli ultimi tre anni solo l’1,9% ha fatto operazioni di reshoring. Il reshoring, quindi, è un’operazione che deve essere costruita concretamente tramite politiche industriali finalizzate a ricostruire i cicli produttivi sul territorio, e ovviamente non avverrà in base a meccanismi di mercato.

A fronte di questi aspetti ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare anche il tema della mancanza di materiali, che sta interrompendo le catene di produzione determinando la sospensione di molte attività produttive. Uno dei casi più dibattuti a livello pubblico riguarda la mancanza di microchip per il settore automotive: si tratta di un prodotto sempre più necessario man mano che i nuovi modelli di auto diventano sempre più elettrificati e digitalizzati. Si tenga presente che ci sono più di cento tipi di microchip nelle automobili, utilizzati per una varietà di funzioni che vanno dal controllo della velocità alla comunicazione, dalla trasmissione di potenza ai sistemi di controllo, ecc.

Già nel dicembre 2020, i costruttori e i principali fornitori hanno lanciato il primo allarme sulla carenza di semiconduttori, annunciando che avrebbe avuto un forte impatto sulla produzione pianificata di veicoli. Durante il lockdown, le case automobilistiche hanno chiuso le loro fabbriche, la domanda di automobili è scesa, ma poi è ripresa molto più velocemente del previsto. La riduzione dei loro ordini di semiconduttori è stata significativa e così, quando la domanda automobilistica è ripartita, le case automobilistiche non disponevano dei volumi di microchip necessari per far fronte a una maggior produzione.

La crescente domanda di prodotti di elettronica personale, come tablet, computer e smartphone, ha assorbito una quota crescente di semiconduttori, rendendoli meno disponibili per l’industria automobilistica. Per esempio, durante il blocco aziende come Apple e Samsung hanno aumentato la domanda di microchip per produrre i loro smartphone. Inoltre, nell’ottobre 2020 un incendio alla fabbrica Asahi Kansei Microdevices nel sud del Giappone ha colpito la catena di approvvigionamento.

Diversi grandi stabilimenti automobilistici europei hanno così dovuto ridurre i volumi di produzione. Volkswagen ha dovuto ridurre i volumi di produzione nei suoi stabilimenti di Wolfsburg e Emden e in uno stabilimento di componenti a Brunswick, e ha anche richiamato i suoi principali fornitori Bosch e Continental perché, a suo dire, avrebbero ordinato volumi insufficienti di microchip nei mesi precedenti. Ford (stabilimento di Saarlouis, dove viene prodotta la Focus), Daimler (negli stabilimenti di Brema e Rastatt in Germania e Kecskemet in Ungheria) e Audi (che ha messo i lavoratori in orario ridotto a Ingolstadt e Neckarsulm) sono state anche costrette a tagliare la produzione. Anche Stellantis ha dichiarato di aver perso la produzione di almeno 190.000 veicoli. 

La catena di approvvigionamento dei microchip ha mostrato tutti i suoi elementi di fragilità, soprattutto quando si passa da un anello all’altro. Per esempio, uno dei fornitori di primo livello delle case automobilistiche è Continental, i cui principali fornitori di microchip sono Nxp, Infineon e Nvidia, che – a loro volta – sono forniti da una fonderia taiwanese chiamata Tsmc, che sta limitando le sue forniture.

I produttori di semiconduttori non sono integrati, e la produzione di elementi per l’elettronica è diffusa in tutto il mondo. La Bosch di Reutlingen, per esempio, ha una propria produzione di semiconduttori e sta aprendo una seconda fabbrica di chip a Dresda ma, come altri produttori, acquista sul mercato mondiale circuiti integrati di commutazione (Asics) e microcontrollori standardizzati.

L’Europa appare piuttosto esposta a queste fragilità, soprattutto se si considerano i principali produttori mondiali di microchip. Tra i primi 50 produttori 17 sono americani, 10 di Taiwan, 8 giapponesi, 2 coreani (ma di dimensioni molto rilevanti, trattandosi di Samsung e Sk Hynix, rispettivamente al secondo e al quarto posto) e 7 europei; ma la prima impresa europea – Infineon – si trova solo al decimo posto, e nelle prime 20 ne troviamo soltanto altre due (St al tredicesimo posto e Nxp al diciottesimo). Autoforecsat Solutions ha stimato l’impatto sulla produzione di veicoli a livello globale a causa di questa carenza di microchip. Più di 705.000 veicoli sono già stati persi, mentre l’impatto complessivo dovrebbe essere di 1,4 milioni di veicoli; questi sono i numeri raccolti ed elaborati da Automotive News:

PerdutiPrevisti
Nord America239.000402.000
Europa210.000520.000
Cina128.000247.000
Resto dell’Asia105.000192.000
Medio Oriente/Africa800016.000

A fronte di questi dati appare del tutto inadeguato l’intervento del Pnrr italiano (gli investimenti nella produzione di microchip in carburo di silicio, SiC, erano già stati previsti dalle imprese), così come il problema della carenza di altre materie prime non viene nemmeno affrontato.

 La situazione, infatti, è altrettanto preoccupante nel settore delle materie plastiche, come si evince dagli avvertimenti lanciati nel gennaio 2021 dalla Polymers for europe alliance, secondo la quale le aziende di trasformazione della plastica in tutta Europa stanno trovando grandi difficoltà nell’ottenere le materie prime necessarie. Infatti la domanda di polimeri è ripresa in Europa nella seconda metà del 2020 dopo un forte calo della produzione dovuto alla pandemia di Covid-19 e al blocco.

C’è una somiglianza con il settore automobilistico: anche i trasformatori di materie plastiche hanno aumentato nuovamente la loro produzione, ma l’offerta di materia prima non è stata in grado di farvi fronte. La situazione è particolarmente preoccupante per l’offerta di poliolefine e pvc. Stesse preoccupazioni anche per la gomma, con carenze di forniture e prezzi schizzati alle stelle: il prezzo dell’Sbr utilizzato per gli pneumatici è aumentato del 40%, per l’Epdm (per profilati e guarnizioni) del 25%, per la plastica Nbr (per guanti e tubi) del 16-17%.

Mentre accade tutto questo in Italia Versalis, la società chimica del Gruppo Eni, ha deciso di chiudere l’impianto di cracking di Marghera, che produce etilene e propilene, cioè le materie prime necessarie ad alimentare le fasi successive del ciclo chimico. L’analisi svolta dalla Filctem-Cgil di Venezia consente di comprendere la portata del problema: l’impianto di cracking di Porto Marghera, infatti, attraverso pipeline rifornisce i petrolchimici di Ferrara e Mantova delle materie prime utilizzate sia dagli stessi impianti di Versalis che delle altre multinazionali (come Basell); chiudendo questo impianto si creerebbe un problema di approvvigionamento. Ma non solo, oltre alla filiera dell’etilene e del propilene, la fermata degli impianti avrà ripercussioni in modo sostanziale sulla filiera del butadiene, venendo meno la produzione di miscela C4 normalmente inviata allo stabilimento di Ravenna, così come si dovrà ricorrere all’approvvigionamento sul mercato del benzene, necessario allo stabilimento di Mantova per il ciclo degli stirenici. 

Analoghi problemi riguardano la disponibilità siderurgica: in particolare alluminio (quello primario in Europa viene prevalentemente importato) e i laminati piani, coils e lamiere, con tempi di consegna allungati e quindi con volumi di produzione a rischio, complice la crisi dell’Ilva. 

Ma di queste filiere il Pnrr non si occupa affatto.

Conclusioni

Il Recovery  plan quindi, nonostante la retorica che lo accompagna, rischia di rivelarsi poca cosa rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno.

Innanzitutto la portata dello strumento appare ben lontana dalle reali necessità di una ripresa economica che metta al centro gli obiettivi di creazione di nuova occupazione, riduzione delle diseguaglianze sociali e degli squilibri industriali/produttivi fra gli Stati membri, e rafforzamento della capacità produttiva nei settori chiave del Piano. 

Lo Stato italiano, ancora una volta, rinuncia a mettere in campo una politica industriale degna di questo nome, preferendo mantenere il classico approccio neoliberale fatto di sussidi alle aziende, assenza di vincoli sociali e industriali al loro operato, riforme di ricerca, scuola e pubblica amministrazione (così come di politiche infrastrutturali) pienamente funzionali alle esigenze delle imprese. In questo modo si rinuncia a fare delle politiche industriali uno strumento di creazione di nuova occupazione e di intervento sulla struttura produttiva, segnata dalla polverizzazione in piccole e micro imprese, dalla dipendenza dall’estero di forniture essenziali, dalla mancanza di quella capacità produttiva necessaria alla transizione verde e digitale. 

Questa scelta non appare imputabile a una mancanza di visione; anzi semmai sembra rispondere a un disegno preciso: quello di confermare l’attuale struttura industriale europea, segnata dalla frammentazione geografica delle catene di produzione, con la parte “core” concentrata nell’orbita tedesca e con localizzazione delle fasi a maggior intensità di lavoro nei Paesi low cost, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. Mentre la Francia sembra maggiormente intenzionata a un intervento statale sulla struttura produttiva, quantomeno in alcuni settori (vedi il piano francese dell’automotive), l’Italia fa scelte completamente diverse, complice anche lo smantellamento dell’industria pubblica e del sistema di partecipazioni statali che nel tempo è stato scientemente perseguito.

Non è affatto vero che con il neoliberismo lo Stato scompare, come vuole una vulgata molto diffusa anche all’interno della cosiddetta sinistra radicale. Semmai cambia funzione: creando un certo tipo di regolazione (al servizio delle imprese), creando loro nuovi mercati e opportunità di business, modificando la disciplina dei rapporti di lavoro e delle relazioni commerciali ecc. In tutto questo, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sovranazionali è determinante. Il neoliberismo non chiede meno Stato: i mercati dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, per fare alcuni esempi, sono stati creati per mezzo di decisioni politiche e regolatorie, non esistevano in natura. Così come gli interventi di finanziamento, diretto o per via fiscale, alle imprese sono il risultato di decisioni politiche, di atti normativi e regolamentari che rispondono a un certo tipo di intervento statale. 

Ecco che in questo quadro si colloca il totale svilimento del lavoro, inteso come un costo da abbattere per le aziende, come un elemento da rendere flessibile e subalterno (vedi la trasformazione 4.0), e al massimo destinatario di qualche misura di formazione che sia comunque funzionale all’impresa. La vicenda della rimozione del blocco dei licenziamenti è esemplare.

Il quadro è sconfortante, ma sarebbe sbagliato pensare che sia immodificabile, condannandoci così all’impotenza. Anche sulle condizionalità imposte dal livello comunitario, per quanto possano apparire immodificabili, un atteggiamento confinato esclusivamente all’ennesima denuncia del carattere neoliberale dell’Europa rischierebbe di risultare paralizzante: ogni decisione politica è segnata da dinamiche, e in queste deve entrare il conflitto di classe. La critica deve accompagnarsi all’iniziativa, concreta, per cambiare lo stato di cose esistenti, dandosi degli obiettivi. Vanno messe in campo idee e proposte, ma soprattutto queste andranno fatte marciare sulle gambe del conflitto, l’unico strumento in grado di restituire protagonismo al mondo del lavoro.

Bibliografia

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Servizio Studi della Camera e del Senato, Dossier del Parlamento relativo a note tecniche analitiche elaborate dal MEF, marzo 2021.

Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di Bilancio 2021, dicembre 2021.

Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition italiana

Riccardo Emilio Chesta

Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.

Già l’adozione del termine “coalizione” li identifica come un soggetto aperto, non corporativo che tenta di andare oltre un’opera pur necessaria di sindacalizzazione e organizzazione, ponendosi come obiettivo un’opera più generale di acculturazione all’azione collettiva e alla costruzione di solidarietà tra i lavoratori tech, in primis sul proprio posto di lavoro ma anche al di là, invitando a riflettere sui legami tra la propria professionalità e le implicazioni più generali in società. Legando azione locale e transnazionale, opera di critica e costruzione di alternative tecnologiche, costruzione di solidarietà sui luoghi di lavoro e sperimentazione di forme di lavoro cooperativo. Quella che segue è un’intervista collettiva gentilmente concessa dalla Twc a Officina Primo Maggio.

Come è nata e qual è la composizione sociale di Tech workers coalition Italia?

Anche se la nostra aspirazione è creare una coalizione con categorie come magazzinieri o rider, in realtà nella nostra coalition ce ne sono pochi, più che altro perché sono già organizzati e anche perché noi non abbiamo granché da insegnargli. Ma sarebbe bello unire le forze.

Il grosso delle persone che partecipano sono programmatori e sistemisti, un mix tra lavoratori in consulenza, poco privilegiati, e poi un blocco che galleggia meglio, che lo fa per spirito di solidarietà. Nel mezzo dell’associazione ci sono anche alcuni rider, qualche ricercatore, o qualche sociologo prestato all’industria, anche se sono più l’eccezione che la regola. Lo zoccolo duro di Tech workers coalition Italia è costituito da tecnici dediti allo sviluppo e gestione di software. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti c’è maggiore commistione. C’è anche lì grande aspirazione a essere qualcosa di più ecumenico, ma i tecnici sono comunque la maggioranza. Da noi, la distinzione è tra il livello più tecnico – il grafico, il sistemista – e quello più culturale – come il social media manager, il copywriter o l’art worker. Il grosso sono persone impiegate a tempo indeterminato o determinato. Quello di precari e “atipici” è uno spazio che vorremmo sfondare perché è pertinente, ma per il momento abbiamo pochi freelance e pochi stagisti.

L’iniziativa di far creare la Tech workers coalition è nata perché alcuni di noi avevano contribuito a fondare quella berlinese – lavorando a Berlino – ma poi il Covid ha fatto sorgere con forza la necessità di lanciare una sezione italiana. Ognuno ha coinvolto reti di cui faceva parte, ma il tutto è nato spontaneamente senza che ci conoscessimo di persona.

È stata sin dall’inizio una rete transnazionale?

La Tech workers coalition Italiana nasce sicuramente ispirandosi a esperienze come quella tedesca, che a sua volta è nata ispirandosi al modello di attivismo americano. Molti attivisti della Twc Germania sono americani espatriati. Chiaramente va tenuta presente la distinzione, perché il contesto tedesco è diversissimo da quello americano. Così alcuni di noi hanno capito che bisognava fare qualcosa anche in Italia, ma su basi diverse. A livello di idee, di contenuti e di comunicazione ereditiamo tantissimo dalle sezioni americane. Poi l’organizzazione sul terreno deve ancora arrivare veramente, visto che a causa del Covid-19 gli spazi fisici sono sospesi, per cui non siamo ancora arrivati nelle aziende. Altre esperienze hanno poi contribuito a creare questa rete. Alcuni di noi si sono incontrati con l’esperienza di Game workers unite, il sindacato dei programmatori dei videogiochi, organizzazione cugina della Tech workers coalition, con varie sezioni in città come San Francisco o New York. A Londra ci sono altre sezioni, con alcune parti legate ai sindacati di base – assieme a rider e lavoratori migranti di seconda generazione – e alcune realtà ispirate più da logiche autonome del sindacato. In Italia, l’organizzazione nel mondo reale segue aspettative e standard molto diversi da quelli americani e tedeschi. In Germania il focus è sostenere i lavoratori con i work councils, che in Italia non sono tutelati dalla legge. Nonostante l’erosione di questo strumento a seguito di processi di deregolamentazione e della spinta da parte delle multinazionali, non da ultima Amazon, per aggirarlo, il modello tedesco pare resistere in parte in diversi settori tech. Forme di rappresentanza sindacale garantite a livello aziendale che in Germania hanno una lunga e consolidata tradizione, tanto che in diversi settori permettono livelli di democrazia definiti di “co-gestione”. In Germania puoi farli e spiegare direttamente l’esperienza attraverso questi spazi, investendo su tali pratiche. Negli Stati Uniti invece non esistono, e si formano delle rappresentanze sindacali come farebbero in Italia ma su parametri assolutamente diversi, per esempio intorno a temi come l’antimilitarismo, l’ecologismo o il femminismo che usano come leva per introdurre le persone ai temi del lavoro. In Italia non so quanto queste strategie potrebbero funzionare. È comunque un dibattito che vorremmo aprire, anche se questo tentare di attirare i liberal sui temi del lavoro, non so quanto possa risultare convincente come negli Stati Uniti.

Qual è il modello di organizzazione a cui vi ispirate? Quello delle guilds o delle unions?

Sicuramente non ci poniamo nello stesso spazio dei sindacati. Ci consideriamo dentro la logica dell’Alt-Labor che è un po’ una forma innovativa, da sperimentare. In parte cerchiamo di fare da complemento alle forme di sindacalismo tradizionale, ma l’obiettivo è anche crearne di nuove, visto che alcune non sono riuscite a entrare nell’It italiano nonostante questo settore sia rilevante da trent’anni. A livello di identità, di comunicazione, di pratiche, di idee, per ora c’è un gap da colmare. Non credo nessuno abbia delle risposte concrete, quindi si tratta di fare analisi e di creare pratiche sperimentando assieme, anche con il rischio di diventare poco d’impatto. Ma fa parte del gioco. Non ci interessa porci sullo stesso piano dei sindacati, ma aprire un dialogo con la loro parte più sana. Ci vediamo come un ponte comunicativo, che spieghi ai tecnici e agli informatici in generale quel mondo, ovvero il conflitto per conquistare o mantenere diritti sul lavoro, che i genitori capivano e loro non capiscono più. È uno spazio difficile perché la realtà del lavoro è veramente cambiata, vediamo persone che notano problemi, fanno iniziative specifiche, facendo sondaggi e inchieste sulle condizioni di lavoro, ma serve qualcosa di più.

Tra di noi c’è anche chi è invece più avvezzo al sindacalismo tradizionale, sia quello meno conflittuale come i confederali, sia quello più di base, ma che non ha molta conoscenza dei tech-workers, specialmente i tecnici. Come Twc stiamo diventando degli interlocutori perché non facciamo attività sindacale pura, ma svolgiamo la parte di sensibilizzazione, comunicazione e di prima organizzazione. Speriamo che questo riesca a sensibilizzare i sindacati su tali questioni. Abbiamo avuto interlocuzioni sia con i sindacati confederali che di base, perché vediamo un interesse, anche solo di conoscerci. Questa attività di comunicazione e sensibilizzazione aiuta a sentire parlare di diritti del lavoro anche in luoghi dove qualcuno non ne ha mai sentito parlare, specie in un mondo come questo, molto competitivo, dove di questo non si riesce a parlare nemmeno tra colleghi nella stessa stanza.

Far capire cosa fare nel senso più largo del termine sindacale, imparare a leggere un contratto, che differenza c’è tra un permesso e un giorno di ferie. Non è solo ignoranza, ma la mole di lavoro spesso è talmente grande che non si ha nemmeno il tempo di discuterne. Le aziende poi non la discutono perché chiaramente hanno tutto l’interesse a non farlo. Lo facciamo spesso noi attraverso i social e ci sono persone che ci scrivono esplicitamente per questioni simili.

Ci sono delle vertenze che reputate particolarmente importanti o prioritarie?

Ci sono vertenze che vanno avanti da tempo. Il mondo italiano è costellato di micro-aziende di consulenza di cui nemmeno noi siamo a conoscenza, che si fondano nella maggior parte dei casi sul body-rental. Ovvero, sulla pratica di essere dislocati con un contratto da parte di un’azienda A per lavorare alle dipendenze di un’azienda B, come consulenti e non come dipendenti, quando in realtà questa pratica dovrebbe essere normata attraverso i contratti interinali, ma in realtà è prassi nel mondo dell’informatica, sia nel privato che nel pubblico, aggirando così tutte le tutele che dovrebbero esserci. Un vero meccanismo di scatole cinesi. Tutto questo è legato a processi di esternalizzazione dei servizi, a cui anche quelli informatici sono soggetti. È lo stesso meccanismo che avviene ad esempio anche nelle cooperative dei servizi di mensa scolastica. I ministeri ad esempio, tuttora non fanno assunzioni, non fanno concorsi, però spendono tantissimi soldi perché chiamare aziende esterne per fare questo servizio ti costa più del doppio di quanto costerebbe avere lavoratori competenti all’interno. Tutta la parte che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione, come ad esempio l’ex Formez Pa, ha lasciato partire un sacco di persone competenti che, visto il meccanismo degli appalti, se ne sono andate. Un’altra vertenza importante è quella legata all’Agile: una forma di organizzazione del lavoro che attraverso le potenzialità delle tecnologie digitali introduce un aspetto di flessibilità temporale nell’espletamento delle prestazioni lavorative. Organizzato per “obiettivi”, la forma di lavoro agile può in teoria favorire una crescente autonomia del lavoratore, ma se non è negoziata coinvolgendo il prestatore d’opera introduce nuovi rischi riguardo alla difficoltà di misurare l’entità di sforzo lavorativo richiesto per una specifica opera o progetto, favorendo lavoro sottopagato, forme di stress, confusione tra tempi di vita e lavoro.

Quanto la Twc si inserisce più in generale in un discorso sul ruolo critico dei tech worker nelle grandi imprese del capitalismo digitale?

Soprattutto negli Stati Uniti, la Tech workers coalition ha una strategia di meta-organizzazione: su vertenze specifiche ha un ruolo di coordinamento di altre organizzazioni, come Alphabet workers union o Amazon employees for climate justice. L’obiettivo non è fare una organizzazione grossa ma creare un luogo di incontro per organizzatori o potenziali organizzatori. Non si entra mai con il nome di Twc. A volte è la Twc a condurre, a volte è solo di supporto, però tutte queste iniziative vedono coinvolta la Twc. Per fare un esempio, KickStarter, la prima azienda It americana ad avere una rappresentanza sindacale di soli informatici, ha tra gli organizzatori principali Clarissa Redwine, un’esponente di primo piano di Tech workers coalition New York. 

Tech workers coalition è nata in Google nel 2014 da scioperi e organizzazioni preesistenti nate per chiedere l’assunzione dei lavoratori della mensa esternalizzati. Dal 2018 l’organizzazione di San Francisco si è specializzata in vertenze più specifiche da cui sono nate organizzazioni di lavoratori in aziende come Facebook e Google. Stessa cosa a Londra, dove tutti sono confluiti dentro un sindacato tradizionale. Questa strategia è pienamente supportata da Twc perché l’obiettivo non è crescere o fare tessere. Ci sentiamo parte di questi processi senza prenderci meriti o senza mostrare i muscoli. Diverso è il discorso per l’Italia, dove questa non pare essere la strategia migliore. Questo è uno dei motivi per cui siamo un’organizzazione nazionale, mentre altrove sono tutte sezioni più locali. Al momento la nostra prospettiva è di fare massa perché, a differenza che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Italia al momento c’è un vuoto. Da noi c’è molto più immobilismo mentre da loro ci sono un sacco di esperienze spontanee.

Concretamente come si può definire uno sciopero nel settore It?

Questo è un ragionamento che stiamo facendo da tempo. A livello di danno economico, nel nostro settore non esiste la stessa modalità di sciopero che potevi fare nella fabbrica fordista, con dieci persone a monte della catena che ne bloccavano mille a valle, e questo per le caratteristiche del processo produttivo nell’It. In più, se tu non lavori 8 ore oggi, lavori il doppio domani con straordinari non pagati, con il lavoratore che per di più si assorbe il danno. Si possono immaginare atti clamorosi in cui ci si ferma per mesi o non si fa manutenzione per settimane, però non ci può essere una gradualità. Lo sciopero perciò è protesta, il danno è più che altro d’immagine, ed è comunque di nicchia. Questo aspetto simbolico, d’identità – come l’estetica del picchetto – non arriva alla maggioranza dei tech worker, ma solo a una nicchia di lavoratori già radicalizzati. Lo sciopero non può quindi essere lo strumento principale. Su questo c’è un vuoto di elaborazione che va riempito anche con il lavoro teorico. Sicuramente mancano dei metodi aggiornati per il lavoro cognitivo.

Invece come è possibile creare spazi di socialità condivisa che superino l’individualizzazione del modo di lavorare e del luogo del lavoro? 

Lo spazio nell’ufficio It non è quello della fabbrica. È difficile avere qualcosa di più del discorso uno a uno. Le pratiche di organizzazione sul luogo di lavoro cercano di sviluppare relazioni uno a uno per arrivare a formare un gruppo capace poi di espandersi tra le varie reti. È difficile avere uno spazio per i lavoratori, in generale. In alcune aziende magari esiste, ma è più legato alla socialità esterna, tra colleghi che si frequentano nel tempo libero. 

Chat, social, mezzi di comunicazione digitale sono strumenti che voi tech worker in primis siete in grado di mobilitare per superare la frammentazione e l’atomizzazione lavorativa. In che modo diventano strumenti di socialità critica?

I tecnici si organizzano online, si parlano online, socializzano online molto più della gente comune, anche adesso che i mezzi sono diventati di massa. La situazione era la stessa decenni fa quando questi erano mezzi di nicchia. L’idea di interagire online con sconosciuti per i tech worker è una cosa comune. Capire come comunicare con un pubblico It, con una comunità di lavoratori è un lavoro vero e proprio. Il limite di questi strumenti è che portano a poca densità. Conosci qualche sparuto lavoratore per azienda ed è impossibile fare una vertenza con numeri così bassi. In questa fase, a nemmeno un anno dalla nostra nascita, non ci interessa avere un impatto nell’immediato, ma semmai costruire qualcosa più sul lungo termine. Già lo sviluppo di queste pratiche è fondamentale. Quello che varie vertenze a livello internazionale ci ha insegnato è che l’elemento fondamentale è lavorare sulle relazioni uno a uno, sviluppare fiducia tra i lavoratori, capire di chi fidarsi, visto che è facilissimo incontrare qualcuno che magari mette i bastoni tra le ruote. Quello che dà fiducia è che in questi pochi mesi abbiamo raggiunto persone che non pensavamo di raggiungere mai. C’è chi si affaccia in forma anonima anche a seconda di quanto teme per eventuali ritorsioni e chiede, si informa. Anche persone che provengono dai giganti della consulenza italiana. A volte ci sono persone che non hanno la consapevolezza delle ritorsioni e siamo noi a mettere in guardia i lavoratori, se sono connessi esplicitamente con il loro nome e cognome. Alcuni di noi non hanno problemi con la loro azienda e possono esporsi, specie quelli con maggiore esperienza e competenze, anche per esempio condividendo istanze esplicitamente su social come LinkedIn. Diversa è chiaramente la situazione di chi si trova nel vortice della consulenza, non per scelta, ma per farsi qualche anno di formazione e poi andare con un buon curriculum verso aziende migliori. C’è chi invece rimane invischiato dopo dieci anni e non avendo avuto il tempo di formarsi il dovuto, di aggiornarsi, magari finendo in progetti legati a trend che sono spinti da fornitori e non sono realmente innovativi tecnologicamente. Se uno rimane arretrato su questi, poi viene tagliato fuori. Per esempio come chi è tagliato fuori dallo sviluppo Web perché non è formato alle tecnologie FrontEnd, il codice che gira sui browser degli utenti, o BackEnd, il codice che gira sui server, la logica del programma che riguarda poi i dati da registrare, validare ed analizzare. Se dovesse ributtarsi sul mercato del lavoro come Developer Web non riuscirebbe a farlo. E questo viene spesso fatto di proposito dalle aziende per schiacciare le ambizioni di andarsene dei lavoratori. C’è una platea di lavoratori molto diversa, per questo tendiamo a sensibilizzare anche i lavoratori a essere cauti, per tutelarne la privacy, perché sappiamo che potrebbero esserci ritorsioni.

In che modo la piattaformizzazione può avere avuto un impatto su tipologie di lavoratori tech?

Sicuramente è rilevante per grafici e designer, molto meno per programmatori e sistemisti. Il sistemista è una categoria che ha bisogno di un rapporto più duraturo con l’azienda, mentre qualche programmatore, specie tra quelli più precari, quando le cose vanno male, va sulle piattaforme e prende degli stipendi ridicoli. Ce ne sono una marea, ma Fiberr o Upwork vanno per la maggiore. È più che altro un lavoro semi-qualificato, poco pagato, per chi si accontenta, che non può catturare la grossa fetta di mercato. Se sei una grande azienda non puoi farti fare un sito da una persona con poca esperienza. La qualità e l’estetica contano. Semmai, quel tipo di lavoro semi-qualificato e poco pagato può andar bene per piccole aziende che si affidano a piattaforme per cercare quel tipo di lavoro senza pretese. Ma questo, che dà anche forma a un processo di deskilling e di spersonalizzazione del rapporto di lavoro, alla lunga non tiene. Già alcuni decenni fa molte grandi aziende fecero outsourcing in massa in Paesi come l’India e alla fine si arresero all’evidenza di un esperimento fallito, perché perdevano in qualità del lavoro. Tuttora esiste l’outsourcing ma è appunto confinato ad alcune nicchie. 

Quali sono nella fase attuale le rivendicazioni principali della Tech Workers Coalition?

Una migliore legislazione sul body-rental è un obiettivo concreto, sul breve, che si può ottenere. L’annoso tema del Contratto collettivo nazionale del lavoro per gli informatici non ci convince, nel senso che in questo momento non farebbe altro che cristallizzare la debolezza della categoria, anche se a livello comunicativo, o a livello di feedback, tutti lo vogliono. Se tu vai sulle varie comunità, tutti ne parlano e lo vogliono, anche chi non sa cosa realmente significhi. Noi attualmente non la consideriamo una priorità. Quello che ci poniamo poi è anche un lavoro più ampio, di stimolazione di una cultura del sistema produttivo, della produzione di tecnologia tramite cooperative, di nuove forme di organizzazione del lavoro o anche nuovi mercati. Non abbiamo solo una prospettiva di critica a ciò che non va. Non c’è solo il lato sindacale, ma ci proponiamo anche di formare una generazione di tecnici che abbia gli strumenti per porsi in maniera conflittuale non solo con il datore di lavoro ma anche col sistema produttivo in sé. Abbiamo iniziato un ciclo di seminari sul cooperativismo, su come distinguere forme autentiche di cooperative da quelle farlocche e malsane. Una parte di questa critica i lavoratori non la vuole investire nel picchetto o nella protesta ma nel programmare diversamente. 

Quali sono le esperienze di cooperativismo che sentite vicine, o a cui collaborate? 
Quello delle piattaforme cooperative è un tema che i sociologi conoscono meglio di noi tecnici. Noi siamo in contatto con una realtà come Hypernova, che fa lo stesso lavoro di altri consulenti ma con dei margini che vengono lasciati al lavoratore, in un ambiente di lavoro più sano, con una selezione etica dei progetti che vai a prendere. All’estero ci sono esperienze tra le più variegate, come Lumioo, una cooperativa neozelandese che “fa prodotto”, ovvero compete sul mercato con una tecnologia o software di cui detiene la proprietà. In Spagna e in Nuova Zelanda il cooperativismo è forte, ma anche negli Stati Uniti ci sono molte piccole cooperative che fanno le cose più disparate, da videogiochi come Dead Cells, prodotto da una cooperativa anarchica dove tutti i lavoratori hanno lo stesso stipendio, capace di creare un videogioco premiatissimo e vendutissimo, anche se è una realtà piccola. Serve molta consapevolezza per creare una cosa così. La startup è molto più semplice da fare, essendo immersa in un ecosistema più grande e anche perché ha una narrazione per cui vedono quello sveglio in università, lo pigliano come se avessero un braccio meccanico, lo piazzano in un incubator ed esce la startup. Questo non esiste con le cooperative, anche se è un obiettivo che ci dovremmo porre. Incubator di cooperative ce ne sono, fondi di investimento in cooperative ci sono, ma manca la catena di trasmissione con i tecnici. Tech workers coalition vuole essere un ponte su questo. Abbiamo cooperative che vengono da noi a dirci che non riescono a trovare programmatori, quando noi in primis abbiamo persone che premono per andare a lavorare in una cooperativa, anche se non sanno bene cosa andranno a fare. C’è una disconnessione. Essenzialmente queste sono tutte cose che compongono il nostro obiettivo principale, che è quello di creare consapevolezza tra i lavoratori, una cultura del lavoro, quindi di fare meta-organizzazione, formare a costituire una rappresentanza sindacale, forme di azione collettiva in azienda.

Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica: una cronologia

di Andrea Bottalico

Quella che segue è una cronologia degli avvenimenti principali relativi all’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro lungo la catena logistica del trasporto merci tra febbraio e maggio 2020 in Italia. Tra le fonti principali sono stati privilegiati i quotidiani nazionali e le newsletter specialistiche. Non si tratta di una cronologia esaustiva, ma di uno strumento che può favorire, con il senno di poi, la possibilità di trovare un filo rosso capace di connettere i fatti avvenuti a un ritmo rapidissimo nei mesi che hanno cambiato la vita di tante e tanti (18 novembre 2020).

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11 febbraio 2020 – A causa della completa interruzione dei flussi di merci da e per la Cina, l’epidemia di Covid-19 ha ripercussioni negative sull’intera filiera del trasporto e della fornitura d’impianti produttivi a livello globale.

17 febbraio 2020 – Da quando è stata annunciata l’epidemia in Cina (gennaio 2020) il trasporto marittimo di container ha subito un danno economico complessivo di 350 milioni di dollari la settimana. Sono state cancellate almeno ventuno partenze di portacontainer dalla Cina verso l’America e dieci verso l’Europa. Un altro problema rilevante è l’intasamento dei container nei porti cinesi a causa dell’annullamento delle partenze e della riduzione dei traffici in export.

19 febbraio 2020 – Sciopero degli autisti italiani di Amazon in Lombardia proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. Un migliaio gli autisti coinvolti. Sono previsti ritardi alle consegne degli acquisti online compiuti sulla piattaforma. I sindacati protestano contro gli eccessivi carichi di lavoro aggravati dalle condizioni del traffico.

23 febbraio 2020 – Primo focolaio in Italia. Il comune di Codogno, nella parte meridionale della provincia di Lodi, al confine con quella di Piacenza, è al centro di un focolaio di Coronavirus. Si tratta di una zona che comprende dieci comuni abitati da cinquantamila persone, sede di diverse imprese di produzione e di piattaforme logistiche. Per evitare la diffusione del contagio, il ministero della Salute emette un’ordinanza che vieta in questi comuni diverse attività (è la prima “zona rossa” in Italia). Emerge il problema della tutela della salute sul posto di lavoro e la necessità di usufruire di dispositivi di protezione individuale come le mascherine, coi relativi costi.

24 febbraio 2020 – Gli addetti ai lavori iniziano a parlare di emergenza logistica causata dall’epidemia. La compagnia di navigazione francese Cma Cgm in una circolare fa sapere che ha cancellato alcune partenze di servizi di trasporto di linea fra l’Asia e l’Europa, compresa l’Italia (blank sailing).

26 febbraio 2020 – Secondo gli specialisti di settore, la logistica italiana rischia il collasso. Il flusso di merci che proviene dai paesi extra-europei, e non solo dalla Cina, richiede tempi per i controlli che raggiungono livelli insostenibili. Nel principale porto gateway di Genova l’attesa media di completamento dei controlli sulle merci in ingresso passa da due a otto giorni.

27 febbraio 2020 – La Filt-Cgil indice uno sciopero contro il cambio di appalto nella logistica automotive a Verona; l’obiettivo è difendere sessanta lavoratori a rischio licenziamento di una cooperativa che svolge attività di carico e scarico di autovetture dai treni alle bisarche stradali per conto di Bertani Autotrasporti.

28 febbraio 2020 – Il sindacato di base Usb denuncia le condizioni dei camionisti al terminal container Psa di Genova Voltri. Le disposizioni per prevenire il contagio limitano la permanenza nella sala d’attesa a un massimo di venti persone e gli autisti eccedenti devono sostare in fila all’aperto, con code che possono essere lunghe.

Disegno: Zolta
Disegno: Zolta

03 marzo 2020 – I sindacati di base Adl Cobas e SiCobas inviano una comunicazione ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico per chiedere un incontro sul rinnovo del contratto nazionale Trasporto Merci, Logistica e Spedizioni. Le due sigle non partecipano alla trattativa in corso tra le parti sociali, ma non intendono restare esclusi. Il 21 febbraio 2020 Adl Cobas e SiCobas hanno organizzato un’assemblea dove è stato deciso uno sciopero nazionale della logistica per il 2 e 3 aprile se le associazioni datoriali non risponderanno alle richieste ed eviteranno un incontro con i due sindacati. Riguardo al Covid-19, i due sindacati ribadiscono che «tutte le vertenze a livello aziendale non possono essere sospese, non possiamo neppure accettare che il nostro percorso di mobilitazione sul piano nazionale possa subire grandi rinvii, visto comunque che in tutti i magazzini si continua a lavorare come se il problema coronavirus non esistesse».

04 marzo 2020 – Dopo la scoperta dei focolai in Lombardia e Veneto si diffonde una crescente diffidenza degli autisti stranieri verso l’Italia e diverse aziende di autotrasporto europee sono costrette a dichiarare esplicitamente che non serviranno le aree isolate. Le cronache riportano casi di psicosi tra gli autotrasportatori, di merci italiane rifiutate all’estero per il timore di contaminazione e di blocchi di merci alle frontiere.

05 marzo 2020 – Aumentano i blocchi dell’export dei Dispositivi di protezione individuale in Italia e all’estero. L’Italia non può esportare Dpi senza autorizzazione delle autorità competenti per sopperire a eventuali carenze interne. Sui mercati internazionali intanto le mascherine hanno raggiunto prezzi stratosferici.

06 marzo 2020 – Dopo il sindacato di base Usb, anche i sindacati confederali contestano l’esito di un provvedimento preso dal terminal container Psa di Genova Voltri che riguarda l’ingresso contingentato degli autisti nell’ufficio merci. La misura evita il sovraffollamento all’interno dell’ufficio, ma lo causa all’esterno, dove gli autisti aspettano in fila esposti alle intemperie. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla società terminalista e all’Autorità di sistema portuale, in cui contestano le misure precauzionali attuate perché causano un’interminabile colonna di autisti.

08 marzo 2020 – Il presidente del consiglio firma il decreto che estende i limiti agli spostamenti in un’ampia area del Centro-Nord, un bacino che comprende milioni di abitanti e produce una parte rilevante del Pil italiano, con migliaia di imprese che esportano in tutto il mondo e piattaforme logistiche che servono un’area molto più ampia di quella chiusa. In ogni caso le merci possono circolare. Il trasporto delle merci è considerato un’attività fondamentale. Il personale coinvolto nella conduzione di mezzi di trasporto può entrare e uscire dai territori interessati.

09 marzo 2020 – Lockdown nazionale. In seguito a una crescita importante dei contagi, e a meno di 48 ore dalla firma del decreto che ha stabilito la zona protetta in Lombardia e in quattordici province del Centro-Nord, il Presidente del consiglio annuncia in diretta televisiva che firmerà un nuovo decreto per allargare le disposizioni all’intero territorio nazionale, mantenendo la libera circolazione delle merci. 

10 marzo 2020 – Scioperi e proteste nelle piattaforme logistiche italiane. I sindacati di base intensificano le azioni per equipaggiare il personale che lavora nel trasporto e nella logistica con dispositivi di protezione e in alcuni casi avviano o proclamano azioni di protesta. Il SiCobas di Piacenza comunica che nella piattaforma logistica Xpo di Pontenure i lavoratori scioperano per pretendere la distribuzione di guanti, mascherine e disinfettante nei bagni. L’Usb indice uno sciopero alla Bartolini di Caorso per chiedere azioni immediate per la protezione dei lavoratori delle piattaforme e dei veicoli.

11 marzo 2020 – Lunghe code ai confini. L’Austria inizia i controlli sanitari mirati sui veicoli che entrano dai valichi italiani e subito si creano lunghissime code di camion in territorio italiano, in particolare sull’autostrada A22 tra Bolzano e il Brennero. Nel pomeriggio il serpentone di veicoli pesanti in direzione del confine austriaco è lungo ottanta chilometri. Difficoltà anche al confine con la Slovenia, dove le Autorità hanno introdotto controlli sanitari. L’Europa chiude progressivamente le frontiere alle persone lasciando viaggiare le merci, ma anche queste trovano difficoltà nel passare da uno Stato all’altro.

11 marzo 2020 – Dal primo decreto che poneva restrizioni alla circolazione si è registrata un’impennata di ordini telematici. I prodotti di largo consumo venduti online sono aumentati del 30% rispetto alla settimana precedente. La filiera logistica non è pronta a questa crescita repentina e la conseguenza è l’aumento dei tempi di consegna, che mette sotto stress gli operatori dell’ultimo miglio e i loro autisti. Questi sono sempre più preoccupati della propria salute e chiedono con insistenza dispositivi di protezione. La Cgil proclama lo stato di agitazione nelle piattaforme Amazon di Passo Corese (Ri) e Torrazza Piemonte (To), dove è stata rilevata la positività di una lavoratrice.

12 marzo 2020 – Prosegue il fermo al terminal container Psa di Genova Voltri. I lavoratori portuali chiedono che la sanificazione delle macchine avvenga a ogni cambio di turno. La sospensione del lavoro comporta il blocco di decine di veicoli in attesa di caricare o scaricare. Centinaia di autisti si affollano per ore davanti all’ufficio merci del terminal.

13 marzo 2020 – Dopo alcune riunioni con gli operatori portuali i sindacati confederali proclamano uno sciopero al porto della Spezia. Chiedono dispositivi di protezione per i lavoratori e provvedimenti per evitare l’affollamento. Altri scioperi coinvolgono alcuni corrieri a Genova.

14 marzo 2020 – Governo, associazioni datoriali e sindacati firmano il protocollo per la prevenzione dal Covid-19 nei luoghi di lavoro: un documento che contiene le linee guida per agevolare le aziende nell’adozione dei protocolli di sicurezza anti-contagio.

14 marzo 2020 – Aumentano le tensioni nelle piattaforme logistiche e tra gli autisti che svolgono le consegne nell’ultimo miglio, in diversi casi sfociano in scioperi locali. Le principali azioni sono organizzate dai sindacati di base, che chiedono misure di protezione per i lavoratori. Il SiCobas organizza diversi scioperi in alcune piattaforme dei corrieri e della logistica per conto terzi.

16 marzo 2020 – Amazon annuncia l’assunzione di centomila persone negli Stati Uniti e investimenti di 350 milioni di dollari a livello globale. «Stiamo assistendo a un significativo aumento della domanda, il che significa che il nostro fabbisogno di manodopera non ha precedenti in questo periodo dell’anno», afferma Dave Clark, vice presidente delle operazioni su scala globale.

16 marzo 2020 – A mano a mano che la pandemia di Covid-19 chiude in casa sempre più persone in diversi paesi del mondo, aumenta la domanda di acquisiti online; le risorse destinate alla logistica per l’ultimo miglio si rivelano sempre più inadeguate. I tempi di consegna di tutte le attività di e-commerce aumentano, anche per i generi di prima necessità. Scioperano gli autisti della Gls a Sesto San Giovanni. Il SiCobas pubblica un elenco di una quarantina di piattaforme di tutta Italia e di diverse aziende che si sarebbero fermate completamente o parzialmente.

17 marzo 2020 – Scioperi nelle piattaforme logistiche in Italia. Lo sciopero più eclatante è quello della piattaforma Amazon di Castel San Giovanni (Pc) dove i sindacati affermano di avere riscontrato la «mancata integrale applicazione da parte di Amazon a quanto si è tradotto nell’intesa siglata tra Governo e Parti Sociali, con la redazione del Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro». Ma la mappa degli scioperi nella logistica comprende altre località. Le principali proteste vengono organizzate dai sindacati di base, ma si mobilitano anche quelli confederali.

18 marzo 2020 – L’unione delle associazioni dell’autotrasporto chiede alla ministra dei Trasporti di sospendere temporaneamente le regole sui tempi di guida e di riposo degli autisti di veicoli industriali, invocando lo stato d’emergenza causato dalla pandemia. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla ministra con la richiesta opposta: non consentire alcuna deroga, mantenendo quindi in vigore le regole. Sindacati confederali e di base danno indicazione agli autisti che operano per i corrieri di astenersi dal lavoro se non sono dotati di dispositivi di protezione e se i veicoli non vengono igienizzati.

19 marzo 2020 – Le imprese straniere con cui l’Italia aveva siglato dei contratti per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale si sono viste requisire i prodotti dai loro paesi o, in alcuni casi, anche dalle nazioni per le quali sono transitati. Circa 19 milioni di mascherine destinate all’Italia sono bloccate all’estero.

19 marzo 2020 – Ripartono le portacontainer dalla Cina, ma mancano i container. Una delle conseguenze globali di questa emergenza è il drastico calo di container in uscita dai porti cinesi, a causa delle riduzioni della produzione e dell’isolamento imposto a migliaia di operatori della filiera logistica. A metà marzo le portacontainer stanno ricominciando a caricare i container nei principali porti. La ripartenza delle portacontainer cinesi non ha però ancora riequilibrato il traffico di container, molti dei quali sono rimasti nei porti asiatici e quindi mancano in quelli Europei e nordamericani. 

20 marzo 2020 – La situazione sindacale delle piattaforme Amazon in Italia appare ancora tesa a causa delle vertenze sulla sicurezza connessa alla pandemia. Non si trova un accordo tra Amazon e i sindacati sulle misure di prevenzione da prendere nei magazzini italiani. Le cronache parlano di sopralluoghi nei magazzini dei Nas, di tensioni nei magazzini di Passo Cortese e Castel San Giovanni. In questo magazzino è stato proclamato uno sciopero a oltranza il 17 marzo, proseguito anche il giorno successivo: si chiede un potenziamento delle misure di protezione e una riduzione del carico di lavoro tramite la sospensione degli ordini di prodotti non indispensabili.

23 marzo 2020 – Per contenere la pandemia il governo italiano ferma le attività produttive non essenziali. Il presidente di Confindustria manda una lettera al Presidente del consiglio in cui chiede alcuni correttivi al decreto di chiusura delle attività; l’obiettivo è lasciare aperte alcune attività, come il trasporto e la logistica, che non sono nell’elenco di quelle essenziali ma sono a esse funzionali.

23 marzo 2020 – La chiusura dei negozi e di alcune imprese crea problemi nelle piattaforme logistiche, nella distribuzione nell’ultimo miglio e nell’autotrasporto di linea. Gli operatori dei magazzini e gli autisti sono sottoposti a turni di lavoro pesanti e temono di contrarre la malattia. Aumentano gli scioperi e le astensioni individuali dal lavoro in diverse piattaforme italiane. Una circolare diffusa il 21 marzo 2020 dal ministero dell’Interno ai prefetti afferma che «alcune associazioni della categoria logistica, trasporto e spedizioni» hanno segnalato la conflittualità del comparto, che sta determinando «una situazione di rallentamento nella consegna di prodotti di indispensabile uso in questo contesto, quali farmaci, mascherine, camici e materiali di supporto all’attività medica» causata dalla protesta di alcune sigle sindacali. A questa situazione si aggiungono «azioni di protesta a causa dell’asserita mancata applicazione da parte delle aziende delle misure di protezione stabilite dai recenti provvedimenti». Il ministero invita i prefetti a una «rinnovata attenzione, attraverso una costante e specifica vigilanza».

23 marzo 2020 – La segreteria provinciale di Bergamo della Fit-Cisl chiede la chiusura di tutte le piattaforme di logistica per l’e-commerce, dove lavorano circa tremila persone tra facchini e autisti. Il sindacato precisa che alcuni corrieri hanno già chiuso, ma Amazon e alcune società di logistica in conto terzi tengono aperti gli impianti; nello stesso comunicato si dice anche che in alcune di queste piattaforme c’è un tasso di assenza elevato, fino al cinquanta percento, causato sia dalla diffusione della malattia tra gli operai sia dal timore del contagio, d’altra parte chi resta a lavorare lo fa con turni «massacranti». Il sindacato precisa che «le condizioni di lavoro all’interno dei magazzini di smistamento e spedizione non garantiscono il contrasto e il contenimento della diffusione del virus».

24 marzo 2020 – I distributori di carburanti minacciano la serrata. A rischio il trasporto delle merci essenziali. Le associazioni datoriali dell’autotrasporto chiedono al Governo la precettazione dei distributori.

24 marzo 2020 – Bruxelles proroga l’esenzione dalle norme antitrust alle compagnie marittime fino al 2024. L’esenzione consente agli operatori di trasporto marittimo di linea di stipulare accordi di cooperazione per la prestazione di servizi di trasporto marittimo di linea in comune, senza violare le norme antitrust dell’Unione Europea.

25 marzo 2020 – Assarmatori chiede lo stato di calamità per il trasporto marittimo. Ciò permetterebbe al comparto marittimo di ottenere i benefici previsti dal Decreto del presidente del consiglio, tra cui il supporto alla liquidità.

26 marzo 2020 – Federlogistica denuncia il rischio di collasso dei porti. Il presidente Luigi Merlo dichiara che c’è una pericolosissima sottovalutazione dello sforzo che il sistema logistico, portuale e marittimo sta facendo per garantire servizi essenziali al paese, ma questo sacrificio non può durare a lungo in assenza di provvedimenti concreti.

30 marzo 2020 – La Filt-Cgil organizza uno sciopero nella piattaforma Amazon di Calenzano, aggiungendolo così alle mobilitazioni avviate nei giorni precedenti in quelle di Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Il sindacato chiede maggiori protezioni per i lavoratori e di ridurre i carichi di lavoro, limitando l’attività ai soli beni essenziali. La Filt chiede di applicare sia il protocollo firmato da sindacati e imprese sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti, sia le linee guida del ministero dei Trasporti per quanto riguarda in modo specifico il trasporto e la logistica. I tre punti principali sono la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, il mantenimento delle distanze di sicurezza e la priorità ai prodotti di prima necessità, in un contesto dove gli acquisti online sono triplicati.

31 marzo 2020 – Gli spedizionieri lanciano l’allarme sulle migliaia di container salpati dalla Cina e diretti in Italia, che non potranno essere svuotati perché le destinazioni sono impianti chiusi per la pandemia. Le associazioni datoriali chiedono al Governo di permettere l’apertura dei magazzini anche delle fabbriche chiuse. La Filt-Cgil suggerisce invece di stoccare i container nei retroporti e negli interporti.

10 aprile 2020 – I giorni passano scanditi dai numeri sui contagi, i morti e i posti occupati in terapia intensiva. I segretari di tre confederazioni internazionali dei sindacati dei trasporti scrivono una lettera aperta ai lavoratori di Amazon di tutto il mondo. La lettera esordisce con un ringraziamento. Poi viene subito al punto: «Amazon non sta facendo abbastanza per proteggere voi o il pubblico dal Covid-19. Lavoratori di tutto il mondo sono risultati positivi nei magazzini di Amazon e in tutta la rete di trasporto e consegna dell’azienda e, a meno che non ci siano cambiamenti reali nel funzionamento dell’attività, i magazzini continueranno a presentare un rischio di contagio non solo per i lavoratori ma anche per la comunità». Sulla situazione internazionale i tre segretari affermano che molti lavoratori di tutto il mondo sono uniti: «In Italia, i lavoratori di Amazon hanno scioperato per undici giorni, sono rimasti uniti e hanno costretto Amazon ad attuare cambiamenti. In Spagna e in Francia, i lavoratori con i loro sindacati hanno lottato per rallentare i ritmi di lavoro, per garantire l’allontanamento tra le persone e ottenere altre protezioni. Questa è la democrazia in azione, e noi vogliamo ciò per tutti i lavoratori di Amazon».

18 aprile 2020 – La Filt-Cgil prosegue la mobilitazione nella piattaforma Amazon di Torrazza Piemonte, iniziata in concomitanza con l’esplosione della pandemia. Nell’impianto lavorano milleduecento persone e il sindacato afferma che l’azienda non offre trasparenza e un’adeguata prevenzione contro la malattia.

22 aprile 2020 – Dopo i provvedimenti del Governo che limitano o impediscono alcune attività produttive e commerciali, la Regione Lombardia emette una serie di ordinanze che ammettono alcune delle attività impedite dal Governo, tra cui la possibilità di distribuire numerose tipologie di merce tramite il commercio elettronico. Contrari i sindacati confederali, che chiedono la sola vendita di prodotti essenziali.

23 aprile 2020 – Il porto di Genova subisce un calo di volumi e prepara la cassa integrazione.

29 aprile 2020 – Dopo una fase di mobilitazioni in diverse piattaforme logistiche per chiedere di limitare la consegna ai soli prodotti essenziali e misure di protezione per facchini e autisti, i sindacati di base SiCobas e Adl Cobas proclamano due giorni di sciopero nazionale (giovedì 30 aprile e venerdì 1° maggio) per l’intero comparto della logistica e del trasporto merci.

05 maggio 2020 – Sciopero con occupazione alla Tnt proclamato dal sindacato di base SiCobas. La protesta è innescata dalla decisione della multinazionale di sospendere alcuni lavoratori a tempo determinato perché, secondo la sigla sindacale, avevano aderito a scioperi precedenti. Ma le motivazioni sono più ampie: il SiCobas afferma che l’azienda non ha firmato un protocollo di sicurezza per prevenire il contagio. Lo sciopero coinvolge diverse piattaforme della Tnt; in quella di Peschiera Borromeo, interessata dal licenziamento di 66 persone, viene occupato il magazzino.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.

Lotte operaie nell’emergenza sanitaria

di Matteo Gaddi [1]

Nell’editoriale del numero precedente, scritto di getto nel pieno dell’emergenza Covid-19 e delle lotte operaie, avevamo sottolineato, cogliendolo attraverso il lavoro di inchiesta-lampo, il ruolo dei delegati di fabbrica, cioè di quelle figure capaci, in quella difficilissima situazione, di raccogliere la paura e la rabbia dei lavoratori organizzandola in scioperi, fermate della produzione, rivendicazioni di misure di protezione. I fatti successivi hanno pienamente confermato questa lettura, per certi aspetti rafforzandola e per altri ponendo nuovi problemi.

I delegati sono quindi diventati il punto di riferimento dei lavoratori, con i quali hanno mantenuto un contatto continuo, anche nella difficile situazione segnata dalla sospensione di parte delle attività produttive e successivamente dall’impossibilità, anche con la riapertura delle fabbriche, di tenere assemblee sindacali per evitare gli assembramenti (mentre scriviamo questa prescrizione si è allentata, seppur solo parzialmente, e in parte si riescono a fare assemblee nei luoghi di lavoro).

Disegno: Arpaia

Per garantire una comunicazione continua con i lavoratori, i delegati si sono inventati l’utilizzo di strumenti inusuali, su tutti la creazione di gruppi WhatsApp tramite i quali trasmettere comunicazioni con cadenza quasi giornaliera relative a comunicati sindacali, aggiornamenti del confronto con le imprese, materiali informativi sui diritti dei lavoratori, su cosa fare in determinate situazioni e così via. In questo modo i delegati sono riusciti a tenere assieme i lavoratori e a tentare, pur con tutti i limiti oggettivi del caso, di suscitare forme di partecipazione alla discussione e alla costruzione di iniziative. Sia ben chiaro: l’uso di questi strumenti non potrà mai sostituire l’assemblea di fabbrica o i tanti momenti informali di discussione (in mensa, in pausa, in reparto ecc.): in questo senso la riconquista del diritto di assemblea, che i padroni volevano negare per evitare assembramenti (preoccupazione che nemmeno li sfiora quando si tratta di lavorare in linea, uno di fianco all’altro), è stata una forte richiesta dei delegati e del sindacato. Possono però essere intesi come una forma importante di integrazione degli strumenti classici, per raggiungere una platea più ampia di lavoratori, compresi quelli collocati in smartworking o in cassa integrazione.

In ogni fase di questa crisi, il continuo coinvolgimento dei lavoratori da parte dei delegati è stato un elemento centrale, a partire dalle iniziative assunte per ottenere la sospensione delle attività produttive. Prima ancora che intervenissero i decreti del Governo, diverse fabbriche erano state chiuse dalle lotte operaie: quelle stesse lotte che hanno indotto il Governo ad assumere quei provvedimenti seppur mitigati (per usare un eufemismo) dal meccanismo delle deroghe chiesto a gran voce da Confindustria.

Il ruolo dei delegati è stato fondamentale non solo per organizzare le proteste operaie, ma anche nella fase più delicata, cioè quella di regolamentare le chiusure tramite accordi sindacali sulla cassa integrazione. Su quest’ultimo punto è bene spendere due parole.

Il ricorso alla cassa integrazione, infatti, in questo periodo non ha termini di paragone con gli ultimi 40 anni. Nel periodo gennaio-luglio del 2020 sono state autorizzate oltre 2,7 miliardi di ore; di queste, oltre 2,5 miliardi di ore sono state autorizzate dal 1° aprile al 31 luglio: segno evidente di quanto abbia pesato in questi numeri l’emergenza Covid-19 (solo ad aprile infatti l’Inps ha cominciato a lavorare le autorizzazioni delle misure predisposte a sostegno all’occupazione). 

Per dare un’idea di cosa significhino questi numeri, basti pensare che dalle serie storiche dell’Inps si può vedere che i numeri più alti, dal 1980 a oggi, sono stati registrati nel 2010 (1,1 miliardi), nel 2012 (1,1 miliardi), nel 2013 e nel 2014 con 1 miliardo in ciascun anno: questo significa che anche negli anni peggiori della crisi economica iniziata nel 2009 il livello di cassa integrazione – nel periodo gennaio-luglio – era pari a meno della metà di quello attuale.

Il ricorso a questa massa enorme di cassa integrazione è stato, nei casi previsti dalla normativa, contrattato dalle imprese con i delegati e le organizzazioni sindacali nonostante i peana di chi – il mondo dell’impresa, manco a dirlo – protestava sostenendo che l’accordo sindacale avrebbe allungato i tempi di corresponsione del sostegno economico ai lavoratori.

In ogni fase di questa crisi il continuo
coinvolgimento dei lavoratori da parte
dei delegati è stato un elemento centrale

Strana preoccupazione questa, da parte delle imprese, o meglio, perfettamente comprensibile se si tiene conto della richiesta avanzata da Confindustria in occasione dell’audizione al Senato del 25 marzo, finalizzata a «evitare che in un momento di fortissima contrazione della liquidità siano le imprese a dover far fronte alle anticipazioni per la corresponsione della cassa integrazione ai lavoratori».

Le imprese, quindi, hanno cercato immediatamente di chiamarsi fuori dall’anticipo della cassa integrazione ai lavoratori, costringendoli così ad attendere i tempi dell’Inps, subissata di richieste da esaminare e autorizzare.

Al contrario, con la contrattazione sindacale si è cercato di ottenere l’anticipo della cassa integrazione e in questa direzione sono stati firmati tantissimi accordi anche alla luce del fatto che la posizione di Confindustria è stata facilmente sbugiardata. Per capire se l’allarme di Confindustria fosse fondato o meno, abbiamo analizzato i bilanci delle imprese italiane con più di 50 dipendenti. Dai dati al 31 dicembre 2018, cioè in base all’ultimo bilancio allora depositato, non è stato difficile calcolare che queste imprese complessivamente disponevano di liquidità immediate pari a quasi 140 miliardi di euro, di cui 58 riferiti al settore della manifattura, cioè al settore più interessato dalla conflittualità di quei giorni.

Ancor più nello specifico, ogni volta che un’impresa si ostinava a negare la disponibilità all’anticipo della cassa, il sindacato forniva ai delegati una sintetica analisi di bilancio che dimostrava, dati alla mano, come nella larghissima parte dei casi le risorse ci fossero. Al tempo stesso è stato possibile cercare di ottenere, a carico delle imprese, un’integrazione salariale della cassa integrazione che prevede una decurtazione non indifferente dello stipendio.

Senza contrattazione sindacale niente di questo sarebbe stato ottenuto, così come non sarebbe stato possibile regolamentare l’utilizzo della cassa integrazione, magari attraverso forme di rotazione dei lavoratori in modo da distribuire equamente i sacrifici salariali.   

Con la ripresa delle attività produttive si è reso necessario intervenire anche sulla relazione tra le norme di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e l’attuale organizzazione del lavoro.

Certo, ovunque sono stati firmati i Protocolli sulla salute e la sicurezza, ma un conto è quello che c’è scritto sulla carta, altra cosa sono le condizioni concrete di lavoro. Ogni protocollo aziendale ha istituito, come previsto dal Protocollo nazionale del 14 marzo (formalizzato anche con un decreto il 24 aprile), l’istituzione di un Comitato tecnico, con la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori, per definire le misure di sicurezza da implementare e monitorarne l’impatto reale.

Ecco che per i delegati si è aperta una possibilità che negli ultimi anni era completamente chiusa: quella di mettere le mani sull’organizzazione del lavoro, materia tabù per le imprese in quanto considerata indisponibile alla contrattazione e di competenza esclusiva delle direzioni aziendali che in questo modo hanno potuto rafforzare il comando d’impresa sul lavoro.

L’occasione è stata quella di verificare se le misure di salute e sicurezza previste nei protocolli erano compatibili o meno con l’organizzazione del lavoro, dal punto di vista di tempi e metodi, cadenze e intensità del lavoro, organizzazione dei processi produttivi e layout di linee e reparti, pause, riduzioni di orario di lavoro e quant’altro.

L’idea che sta alla base di questo ragionamento è che le principali misure previste dal Procotollo sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro del 24 aprile siano incompatibili con l’attuale organizzazione del lavoro (periodica sanificazione degli ambienti di lavoro, igienizzazioni, mantenimento di distanze interpersonali non inferiori a un metro, utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi), misure per evitare assembramenti negli spazi comuni ridefinizione degli spazi di lavoro e delle turnazioni. rimodulazione dei livelli produttivi ecc.). Solo la contrattazione di tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro può consentire di applicare concretamente tutte queste misure; al tempo stesso questo intervento costituisce una messa in discussione complessiva di come si lavora nelle fabbriche italiane.

Sono stati organizzati, da diverse strutture territoriali della Fiom, dei corsi di formazione per fornire ai delegati degli strumenti utili alla contrattazione; corsi che si sono trasformati in momenti di discussione collettiva e di inchiesta, utili a costruire una conoscenza comune derivante direttamente dal sapere operaio, cioè di chi lavora.

Siamo partiti dalla lezione degli operai del Consiglio di fabbrica della Fiat degli anni Settanta: ogni delegato ha disegnato la “mappa grezza” del proprio reparto/linea e dell’intero stabilimento. È stata così costruita una prima mappa di riferimento su diverse questioni chiave, tra cui, tra le tante, come sono organizzati i processi di lavoro, dove sono collocati i lavoratori, quali mansioni svolgono, che interazione si svolge fra essi, dove sono ubicati gli impianti e le linee.

Per ogni postazione di lavoro si è cercato di indicare il tempo ciclo assegnato, l’esistenza o meno di macchine/impianti che funzionano secondo un tempo ciclo incorporato (per esempio nel computer di bordo macchina/linea), i carichi di lavoro e l’esposizione ai rischi.

Si è partiti da queste “mappe grezze” [2] per discutere di come “allargare” i tempi ciclo assegnati per ridurre l’intensità e i carichi di lavoro in modo da permettere una maggiore attenzione al rispetto delle norme di sicurezza. I tempi ciclo sono, da sempre, definiti dalle aziende per massimizzare la saturazione di ogni lavoratore e aumentare la produttività/redditività aziendale: da essi dipendono l’intensificazione della prestazione lavorativa e il carico di lavoro. Questo è vero sempre, a maggior ragione lo è in questa fase di emergenza in cui si devono considerare anche le conseguenze sul “sovraccarico mentale”, dovuto sia all’attenzione da prestare al lavoro e alle norme di sicurezza “ordinarie”, sia a quella da prestare alle norme di sicurezza “straordinarie” del Covid-19. 

L’allargamento dei tempi ciclo può essere ottenuto agendo sui fattori di maggiorazione, raggruppabili in tre grandi “famiglie”: fattori di affaticamento (posture, sforzi fisici, frequenze ecc.), fattori ambientali (rumore, temperatura, illuminazione, polveri/odori e altro); fattori tecnico-organizzativi (tra cui gli imprevisti dovuti ai materiali, agli strumenti di lavoro, al processo); a cui si aggiunge la maggiorazione per la fruizione del bisogno fisiologico.

Discutere sulle percentuali di maggiorazione da aggiungere al tempo cronometrato dal tempista (e poi “normalizzato” in base al giudizio di efficienza – il famigerato “passo”), significa discutere l’intera condizione di lavoro e costringere l’impresa a negoziarla con i delegati e il sindacato.

Per esempio, l’utilizzo dei Dpi, come la mascherina, è assolutamente necessario, ma al tempo stesso va riconosciuto che il fatto di indossare una mascherina per otto ore di lavoro comporta un affaticamento maggiore, nonché la necessità periodica di poterla togliere per migliorare la respirazione, per rinfrescarsi, per guadagnare qualche periodo di riposo. Deriva da qui la richiesta di una maggiorazione adeguata che tenga conto di questi aspetti. 

Ovviamente questa richiesta non può arrestarsi di fronte al fatto che le macchine a controllo numerico computerizzato (Cnc) utilizzate nelle fabbriche incorporano il tempo ciclo. Quest’ultimo, infatti, risulta sempre più vincolante per i lavoratori, sia per la continua compressione dello stesso, sia per la sua definizione in automatico e in continuo, tramite gli strumenti di pianificazione e schedulazione della produzione (Erp e Mes di Industria 4.0). I tempi ciclo incorporati nelle macchine non sono “oggettivi”, ma dipendono direttamente dalle decisioni politiche delle imprese.

Ridurre la saturazione, cioè il rapporto tra il “tempo lavorabile” (cioè quanti minuti un operaio è in postazione) e il tempo di durata del turno di lavoro (480 minuti), consente di ridurre i carichi di lavoro. Si deve tener conto dei minuti necessari per garantire l’ingresso e l’uscita dalla fabbrica in maniera scaglionata e in sicurezza: non ci si presenta ai cancelli alle 5,30 se il turno comincia alle 6 per non regalare mezz’ora al padrone e la stessa cosa vale per l’uscita. Così come si deve tener conto di quei minuti necessari a garantire una fruizione sicura degli spazi comuni (come la mensa): tutto ciò contribuisce ad abbassare il “tempo lavorabile”. 

Una ulteriore riduzione del “tempo lavorabile” è costituita dall’intervento sul fattore di maggiorazione per fabbisogno fisiologico, cioè quella percentuale di tempo-turno che deve essere riconosciuta ai lavoratori per andare in bagno. Può sembrare strano parlare di questa cosa nel 2020, ma nelle fabbriche è ancora necessario dare battaglia per vedersi riconosciuto questo diritto: il 6% del tempo-turno di maggiorazione per bisogno fisiologico, pari a 28 minuti, non solo deve essere garantito, ma possibilmente ampliato. Un discorso analogo va fatto per le pause per garantire il necessario riposo agli operatori, aumentandole di numero e ampliandone la durata.

Alla riduzione della saturazione concorrono anche i tempi dedicati agli interventi di sanificazione degli ambienti, se fatti durante il turno, e delle igienizzazioni dei posti e degli strumenti di lavoro: questi ultimi, quando sono eseguiti dagli operatori di produzione, devono essere considerati tempo di lavoro, non un regalo all’impresa.

Quindi, dai 480 minuti di turno, dovranno essere sottratti i minuti per la gestione di ingressi e uscite scaglionate; quelli per le pause, o quelli per l’allargamento del fattore fisiologico, quelli per le sanificazioni/igienizzazioni. In questo modo si otterrà un tempo “lavorabile” più basso che in precedenza. Sommando la riduzione della saturazione con l’allargamento dei tempi ciclo grazie all’aumento delle maggiorazioni, il carico di lavoro massimo individuale, assegnabile a ciascun lavoratore, viene abbassato. Si tratta di un doppio strumento di contrattazione in grado di mettere in difficoltà il comando di impresa sul lavoro vivo: ne escono volumi di produzione realizzabili più bassi o, in alternativa, allargamenti dell’organico qualora l’impresa non voglia rinunciare a parte del fatturato.

Contrattare i tempi ciclo, le saturazioni, i carichi di lavoro, i volumi realizzabili e gli organici significa contrattare in concreto le condizioni di lavoro, uscendo dalle fumisterie ideologiche e cominciando a mettere in campo un’idea concreta, e di classe, di organizzazione del lavoro. 

Grazie alle conoscenze dei delegati è stato possibile discutere di tutti questi aspetti, delle diverse condizioni di fabbrica e lavorative per sottoporre a critica l’organizzazione del lavoro imposta dalle imprese. Sono state raccolte informazioni nel modo più dettagliato possibile, sono state ordinate e sistemate per farle diventare patrimonio comune. In questo modo si sono potute definire “griglie di analisi” e costruire collettivamente delle piattaforme rivendicative sia di carattere generale che per situazioni specifiche. I corsi che abbiamo citato, infatti, sono stati momenti collettivi di formazione, di discussione, di analisi critica e di formulazione di una proposta rivendicativa.

Quest’analisi ha messo in luce anche l’incompatibilità di un’organizzazione del lavoro fondata su salute e sicurezza con i pilastri e le tecniche della Lean Production (e di Industria 4.0). È incompatibile innanzitutto la distinzione tra attività a valor aggiunto (Vaa) e attività prive di valore aggiunto (Nvaa): una distinzione finalizzata unicamente a garantire la maggior saturazione possibile dei lavoratori attraverso un’intensificazione della prestazione lavorativa che non ammette “sprechi” (pause e tempi di attesa). O, ancora, che impone la riduzione del numero di postazioni, per risparmiare spazi e personale: meno lavoratori, su meno postazioni, più vicini tra loro per rendere teso il flusso di produzione eliminando ogni possibile porosità del tempo di lavoro.

La crisi da Covid-19 ha evidenziato anche la fragilità del Just in Time sia all’interno che all’esterno della fabbrica. L’azzeramento delle scorte, in ossequio ai principi di minimizzazione di spese e “sprechi”, ha dimostrato come sia sufficiente interrompere, in qualsiasi parte, il flusso teso per mandare in crisi un sistema. In questo senso il virus, con il suo portato di lockdown e confinamenti, è stato devastante nello sbriciolare catene di produzione costruite a livello internazionale in decenni di delocalizzazioni, investimenti diretti esteri, o semplici esternalizzazioni sul territorio.

Poco hanno potuto anche le potenti tecnologie informatiche di Industria 4.0 che avrebbero dovuto realizzare un network perfettamente sincronizzato e monitorato in tempo reale di tutti i nodi della rete produttiva. Noi che abbiamo sempre denunciato con fermezza il famigerato meccanismo delle deroghe prefettizie, che hanno consentito l’apertura di oltre 120.000 imprese (dati del Ministero dell’Interno) durante il lockdown, possiamo porci questo dubbio: quante di esse erano coinvolte in questo meccanismo che combinava esternalizzazione e Just in Time? Al netto dell’inaccettabile posizione di Confindustria, che forniva sostegno attivo affinché più imprese possibili presentassero deroga al prefetto pubblicando sui propri siti i moduli di auto-dichiarazione, quante imprese dovevano per forza produrre parti e componenti perché i magazzini delle imprese delle filiere fondamentali erano vuoti?

Una ripresa dell’iniziativa di classe non può che coinvolgere a pieno titolo il modello di produzione generale (Lean Production, Industria 4.0, esternalizzazioni) costruito dal capitale. Certo, le catene di produzione potranno essere oggetto di pesanti ristrutturazioni. Ma chi sarà a guidare tali processi e con quali obiettivi? Saranno ancora una volta le logiche del capitale o le lotte operaie, magari in grado di determinare un intervento attivo regolatore dello Stato? Ecco quindi la necessità, per il movimento di classe, di comprendere quanto centrale sia il ruolo dei delegati di fabbrica: per quello che hanno fatto durante l’emergenza Covid-19 e, soprattutto, per quello che potrebbero ancora fare.

Disegno: Pat Carra

Cronache di lotte operaie

Fincantieri Le lotte a Marghera sono scoppiate quando gli operai del cantiere, come quelli di tutte le fabbriche italiane, si sono resi conto della contraddizione: ma come, il Governo chiude tutto tranne le fabbriche?

In fabbrica, e a maggior ragione in un cantiere navale, specie quando si lavora a bordo nave dove gli spazi sono ristretti, mantenere le distanze è impossibile; inoltre si formano assembramenti sia in entrata che in uscita (a Marghera le presenze in cantiere si aggirano attorno alle 5.000 unità giornaliere), negli spazi comuni, alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto dove i lavoratori, in particolare quelli stranieri, viaggiano pigiati uno sull’altro.

La Fiom ha inizialmente segnalato l’impossibilità di garantire la sicurezza in tali condizioni: un focolaio in una situazione simile sarebbe stato devastante, oltretutto rendendo quei lavoratori diffusori del virus sul territorio. La richiesta di chiusura del cantiere è stata documentata con fotografie e filmati mandati direttamente alla Prefettura, ma la direzione aziendale si è dimostrata sorda a tali richieste suscitando così il primo sciopero di due ore, proclamato da Fiom e Fim per verificare il grado di adesione degli operai. Nelle due ore di sciopero il cantiere si è svuotato nonostante le minacce di capi e caporali, e così è stato immediatamente proclamato un ulteriore sciopero di otto ore. Mentre la Uilm pubblicava comunicati di scomunica di queste iniziative, in cantiere si presentavano solo trenta impiegati. 

Gli scioperi hanno ottenuto il risultato di piegare la volontà aziendale e così il cantiere è stato chiuso, ma ecco la contromossa di Fincantieri: coprire i giorni di chiusura imponendo ai lavoratori l’utilizzo delle ferie del 2020. Il segnale aziendale era chiaro: utilizzate le ferie in marzo e aprile e ve le scordate in luglio e agosto, quando il cantiere dovrà restare aperto per recuperare la produzione perduta. Questa soluzione sarebbe stata pesantissima per i lavoratori degli appalti che, pagati attraverso il famigerato meccanismo della paga globale, avrebbero subito una pesante decurtazione salariale. A Marghera, nonostante il lockdown e l’impossibilità di muoversi, tramite l’utilizzo di strumenti digitali (in particolare WhatsApp) sono state raccolte centinaia di firme tra i lavoratori per scongiurare questa possibilità. Successivamente è stato firmato a livello nazionale un accordo, che ha previsto la sospensione delle attività nei cantieri navali mediante il ricorso alla cassa integrazione con causale Covid-19.

Uno scontro ulteriore si è però registrato al momento della ripresa produttiva, in maggio, in occasione della definizione del Protocollo per la sicurezza, non sottoscritto dalla Fiom in quanto ritenuto un documento punitivo nei confronti dei lavoratori, in particolare di quelli degli appalti. Con questo protocollo, infatti, la responsabilità è stata scaricata sui lavoratori, rei di togliersi la mascherina per cambiarla quando diventa inutilizzabile o mentre fanno la doccia negli spogliatoi. Sono fioccate multe da parte dei guardiani interni da 500 euro a lavoratore, comminate nei confronti delle ditte di appalto, le quali le hanno immediatamente scaricate sull’operaio incriminato con trattenuta diretta in busta paga. In questi casi la vertenza individuale – con l’appoggio della Fiom – scatta immediatamente, ma rende ancor più evidente la necessità di organizzare sindacalmente le migliaia di lavoratori degli appalti, altrimenti in balia di Fincantieri e dei caporali delle loro ditte.

A fine agosto, con presenze giornaliere in cantiere superiori alle quattromila unità, sono stati riscontrati cinque casi di Covid-19, tutti riferibili ai lavoratori degli appalti, alcuni accertati tramite termoscanner ai cancelli d’ingresso. Una situazione molto preoccupante, visto che nel cantiere si lavora a pieno regime e a ritmi forsennati per rispettare la consegna della prossima nave da crociera. Una situazione che rischia di far saltare qualsiasi misura di sicurezza e che obbliga i lavoratori, in particolare quelli degli appalti, a lavorare a ritmi elevatissimi, in spazi ridotti, riducendo il più possibile i tempi delle lavorazioni. Potrebbe non essere casuale il fatto che i casi di Covid-19 rilevati all’ingresso dello stabilimento abbiano interessato i lavoratori degli appalti, stranieri, in condizioni di precarietà assoluta e come tali soggetti al ricatto del lavoro e del salario: per loro, in regime di paga globale, non recarsi in cantiere significa perdere i soldi delle giornate di mancato lavoro e forse il posto stesso.

Il sistema degli appalti, in un’impresa come Fincantieri, ha assunto proporzioni impressionanti, ma è talmente esteso a tutte le aziende che ormai si può parlare dello stesso come di un sistema pienamente connaturato all’organizzazione della produzione industriale di questo paese. Ormai non esiste quasi più un’impresa che non abbia appaltato un numero più o meno rilevante di parti del processo, non solo a livello di logistica o di manutenzioni, ma anche di fasi di produzione. Gli appalti sono stati utilizzati dalle imprese per disarticolare e successivamente riorganizzare i processi produttivi giocando sulla messa in competizione dei lavoratori, sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti, sulla frantumazione contrattuale e di condizione, sulla ricattabilità. Riteniamo il tema talmente rilevante che vi torneremo prossimamente per un approfondimento.

Comer – La Comer, azienda reggiana produttrice di componentistica per macchine agricole e a uso industriale (costruzioni, forestali ecc.), in giugno ha dichiarato l’intenzione di chiudere lo stabilimento di Cavriago per trasferirne le produzioni – e i lavoratori – in quello di Reggiolo. Questa scelta è stata ricondotta anche all’emergenza globale dovuta al Covid-19 che starebbe determinando volatilità e imprevedibilità del mercato, rendendo necessarie “efficienze strutturali” per conseguire una maggiore competitività. Nonostante nei comunicati aziendali venga sottolineata la semplice natura di spostamento dell’operazione, senza la dichiarazione di esuberi, immediatamente tra i lavoratori si è diffusa la sensazione che si trattasse, in realtà, di licenziamenti mascherati.

I due stabilimenti, infatti, distano circa 40 km di strada normale, che diventano 56 qualora si scelga di utilizzare l’autostrada. Formalmente l’azienda ha utilizzato un articolo del Contratto nazionale che consente spostamenti entro il raggio di 50 km, sapendo benissimo, tuttavia, che per la maggior parte dei lavoratori dello stabilimento di Cavriago la strada da percorrere sarebbe stata molto più lunga, in quanto residenti nei paesi della parte ovest della provincia o della montagna reggiana: un lavoratore per andare al lavoro parte da casa, non dallo stabilimento in cui era precedentemente impiegato. Questo comporta anche costi non indifferenti di trasporto, visto che per molti significa fare oltre 100 km al giorno in auto. Diversi lavoratori, inoltre, sono gravati da carichi famigliari non indifferenti: non si tratta solo della gestione dei figli, ma anche di genitori anziani e non autosufficienti.

Immediatamente è scattata la protesta operaia per impedire lo spostamento dei lavoratori che, per molti di loro, avrebbe coinciso con l’inevitabile presentazione delle dimissioni. Il sindacato ha dovuto da subito definire una strategia che tenesse conto del fatto che questo stabilimento è stato storicamente il meno sindacalizzato e combattivo del gruppo: assieme ai lavoratori, alle assemblee ai cancelli della fabbrica, è stato costruito un pacchetto di 60 ore di sciopero articolato cercando di colpire l’azienda. Sono state quindi proclamate due ore al giorno e a rotazione per bloccare l’uscita delle merci. In questo modo è stato minimizzato il danno economico per gli scioperanti e massimizzato – nelle condizioni date – il danno all’azienda.

Il presidio ai cancelli, con il supporto della struttura Fiom di Reggio Emilia, è durato quasi un mese, durante il quale è stata organizzata anche un’inchiesta-lampo mediante questionario. Scopo dell’inchiesta-lampo è stato quello di comprendere quali erano i principali svantaggi che la proposta aziendale avrebbe comportato e di capire qual era lo stato d’animo dei lavoratori rispetto ad alcune dichiarazioni aziendali finalizzate a tranquillizzare i lavoratori rispetto a possibili esuberi.

Va sottolineato infatti che l’azienda, da subito, ha cercato di tagliare fuori le organizzazioni sindacali proponendo ai lavoratori l’istituzione di un tavolo di ascolto dei bisogni gestito individualmente: un rapporto diretto, quindi, tra impresa e singolo lavoratore che avrebbe cancellato il ruolo di rappresentanza collettiva delle Rsu e delle organizzazioni sindacali.

Nonostante l’intransigenza dell’azienda, che avrebbe preteso di essere ringraziata per aver presentato un piano industriale che aumentava la propria competitività, si è giunti a un accordo che prevede uno scivolo al pensionamento per una decina di lavoratori, la messa a disposizione di incentivi all’esodo volontari, il parziale mantenimento di attività produttive a Cavriago, la messa a disposizione di un autobus a spese dell’azienda per il trasporto dei lavoratori trasferiti a Reggiolo.

Non ci interessa valutare il merito dell’accordo, oltretutto approvato a stragrande maggioranza dall’assemblea dei lavoratori. Ci interessa piuttosto raccogliere alcune indicazioni di questa lotta attraverso gli interventi che si sono espressi in assemblea, dove i lavoratori hanno affermato di aver scoperto il valore dell’unità nel corso della lotta, di aver ottenuto il riconoscimento delle rappresentanze sindacali come soggetto legittimato al confronto con l’azienda senza nessuna condizione di subalternità, ma su un piano di pari dignità. Soprattutto è stato riconosciuto il valore del conflitto, come elemento unificante dei lavoratori e capace di produrre una dimensione collettiva del confronto con l’azienda che, altrimenti, sarebbe avvenuto a livello meramente individuale e quindi sicuramente peggiorativo rispetto alle condizioni ottenute.

L’azienda, da subito, ha cercato di tagliare
fuori le organizzazioni sindacali proponendo ai
lavoratori un tavolo di ascolto dei bisogni

Corneliani La crisi della Corneliani di Mantova, una delle prime due-tre griffe nella produzione di abiti da uomo, comincia a manifestarsi nel novembre scorso, quando in occasione della presentazione del piano industriale l’azienda annuncia l’intenzione di procedere con 130 esuberi entro il gennaio del 2020.

Le mobilitazioni operaie conquistano un tavolo di trattativa che, dopo mesi di duro confronto, consente di arrivare a un’intesa che azzera gli esuberi, apre una procedura di Cassa integrazione con la possibilità di attivare scivoli pensionistici e incentivi all’esodo volontari. Ma il giorno prima di siglare ufficialmente l’accordo, le sedi istituzionali in cui si era giocata questa partita (Regione Lombardia e ministero dello Sviluppo economico) chiudono i battenti per il lockdown. Tutto sospeso, quindi, compresa la chiusura dei negozi che rende impossibile la vendita dei capi prodotti e aggrava la situazione finanziaria della Corneliani. Ma anche con i negozi chiusi la Corneliani vorrebbe continuare a produrre e solo gli scioperi consentono di arrivare alla sospensione delle attività nelle settimane più dure di diffusione del virus. Con la riapertura della fabbrica in maggio, cominciano a farsi sentire i colpi delle mancate vendite, un problema comune a tutto il settore del tessile-abbigliamento le cui vendite nel primo semestre dell’anno sono crollate di quasi il 50% rispetto all’anno prima.

A fronte di queste difficoltà finanziarie, l’azienda in un primo momento comunica alla Rsu il ricorso alla cassa integrazione: un campanello d’allarme non indifferente visto che si stava programmando la produzione della stagione autunno-inverno che avrebbe dovuto costituire il momento di ripresa per la Corneliani. E infatti, a strettissimo giro di posta, il consiglio di amministrazione della Corneliani delibera l’attivazione della procedura di concordato preventivo con la chiusura della fabbrica.

Cominciano così i 50 giorni di lotta che avrebbero trasformato i cancelli della Corneliani nello spazio in cui tenere unite le lavoratrici per organizzare tutte le iniziative necessarie a salvare il posto di lavoro. La Filctem-Cgil di Mantova ha cercato innanzitutto di mantenere aggregate le lavoratrici che, con la fabbrica chiusa, avrebbero rischiato di vivere la crisi in una condizione di solitudine e, successivamente, di attivare un percorso che in maniera progressiva mettesse in campo iniziative di lotta. Per questo, il presidio continuo dei cancelli è stato, al tempo stesso, sia la base operativa in cui discutere collettivamente le iniziative da assumere e gli aggiornamenti della lotta, sia il luogo di una serie di momenti di socialità aperti alla città, tra cui, per esempio la proiezione del film “7 minuti” con la presenza di Ottavia Piccolo, cene collettive, colazioni e merende protetti dagli ombrelloni. Soprattutto, il piazzale antistante la fabbrica è diventato il palcoscenico in cui dar voce a quelle lavoratrici che producono abiti da uomo da 1.700 euro, raccontando così il loro lavoro (in gran parte sartoriale) e l’orgoglio di far parte di una comunità operaia che nei giorni del presidio ha costruito legami di solidarietà e di unità.

Nonostante il decreto Salvini sulle manifestazioni e le restrizioni del Covid-19, si è riusciti a organizzare un corteo di magliette rosse che ha invaso il centro di Mantova mettendo al centro la questione operaia e suscitando la solidarietà dell’intera città: un salto di qualità che ha catturato l’attenzione delle istituzioni e della politica. In un crescendo di partecipazione e di lotta si è arrivati all’accordo del 22 luglio presso il Mise, che ha attivato uno degli strumenti previsti dal Decreto Rilancio: cioè il fondo da cento milioni di euro, rifinanziabile, grazie al quale lo Stato può intervenire per la salvaguardia dei livelli occupazionali e della continuità delle imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale. Lo Stato, quindi, attraverso questo fondo interviene nel capitale di rischio delle imprese, per guidare operazioni di salvataggio. Ecco perché questo accordo ha suscitato l’indignazione di liberisti come Mario Monti, ma soprattutto ecco spiegata la posizione di Bonomi che vorrebbe confinare la risoluzione delle crisi industriali al ministero del Lavoro.

Se una crisi viene seguita soltanto dal ministero del Lavoro si concluderà, al massimo, con un po’ di cassa integrazione e tante belle promesse di ricollocazione dei lavoratori – quasi mai concretizzate. L’impresa chiude e tanti saluti a chi ci lavora. Se, al contrario, viene previsto anche il coinvolgimento del Mise, rimangono aperte possibilità di intervenire anche sul piano industriale con un ampio ventaglio di strumenti, per individuare soluzioni che consentano la continuità produttiva. Si tratta di possibilità, non di certezze, che tuttavia consentono tentativi di difendere i posti di lavoro, invece di ricorrere semplicemente a forme di assistenza a breve termine. Anche in questo Bonomi è brutale: se un’impresa decide di chiudere, lo Stato non deve intromettersi, ma limitarsi a qualche forma di tamponamento sociale delle conseguenze.

In questo caso l’intervento dello Stato con le risorse pubbliche del decreto Rilancio ha consentito di superare i problemi di liquidità della Corneliani per sbloccare la situazione e consentire la ripresa produttiva il 3 agosto, per terminare la produzione della stagione autunno-inverno, in modo da mandare ai negozi i vestiti per essere venduti e di aprire la produzione del campionario per la prossima stagione primavera-estate. Nel tessile, infatti, il campionario deve essere pronto un anno prima dell’apertura della stagione per acquisire gli ordini e poi nei sei mesi precedenti si produce.

Questa vertenza, quindi, come del resto sta avvenendo anche in molti altri casi (Acc di Belluno, solo a titolo di esempio), indica l’importanza di allargare il perimetro della lotta di classe anche agli strumenti utili ad attivare politiche industriali finalizzate a garantire la continuità produttiva e occupazionale. L’orientamento definito a livello comunitario e assunto da pressoché tutti i governi europei tende a escludere un ruolo attivo dello Stato nei salvataggi delle imprese, qualificandolo come un elemento “distorsivo” della concorrenza, in nome della capacità del mercato di auto-regolarsi e quindi di espellere le imprese inefficienti o considerate decotte. Ovviamente questo approccio prescinde totalmente dalle conseguenze sociali che si determinano nel concreto e lascia mano libera alle imprese nel decidere come “ristrutturarsi” e riorganizzarsi (anche mediante processi di delocalizzazione, di diversa articolazione produttiva ecc.). Prescinde totalmente, inoltre, da ragionamenti più complessivi sulla struttura industriale e occupazionale di un paese, lasciando che siano le forze del mercato, cioè le direzioni delle imprese, a decidere in merito.

Al contrario, mai come oggi, allo Stato va attribuito un ruolo attivo, in particolare attraverso la partecipazione diretta al capitale delle imprese, per realizzare politiche industriali che rompano con l’ortodossia che si è affermata negli ultimi decenni.

Note

[1] I dati esposti sono frutto di nostre elaborazioni sulla base del database Osservatorio cassa integrazione guadagni e fondi di solidarietà – ore autorizzate dell’Inps.

[2] L’esperienza della “mappa grezza” a cui ci si riferisce è quella elaborata e utilizzata dal Consiglio di fabbrica della Fiat degli anni Settanta, in particolare grazie ai contributi scritti di Gianni Marchetto.

[3] Audizione della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati il 21 aprile 2020. Più precisamente in tale occasione la ministra ha fornito i seguenti dati aggiornati alla data del 9 aprile 2020: 125.833 imprese hanno presentato ai prefetti la comunicazione di prosecuzione delle attività in quanto funzionali alla continuità delle filiere produttive essenziali; solo per 1.749 imprese (cioè l’1,3%) è stata disposta la sospensione. Il secondo canale di deroga era previsto per le attività con impianti a ciclo continuo (per esempio quelli siderurgici): in questo caso sono state presentate 1.600 comunicazioni, di cui solo 45 sono state oggetto di sospensione. Infine, il terzo canale riguardava la possibilità di prosecuzione dell’attività per le imprese operanti nei settori dell’aerospazio, difesa e attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale (definizione quanto mai ampia e discrezionale). In questo caso sono state presentate 1.622 richieste di autorizzazione (almeno in questo caso non si trattava di mera comunicazione, ma di richiesta di autorizzazione), di cui solo 184 negate.

Conflitti nel Taylorismo Digitale

Le lotte dei drivers di Amazon a Milano

Riccardo Emilio Chesta

Abstract

Gli scioperi dei corrieri milanesi di Amazon hanno acceso i primi segnali di conflitto in uno dei settori più sconvolti dalla digitalizzazione, il lavoro di consegna a domicilio. L’introduzione degli algoritmi si basa su un vecchissimo imperativo, saturare i tempi di lavoro calcolando automaticamente le rotte di consegna e quindi tempi e distanze: una forma di “taylorismo digitale”. Attraverso un’analisi delle modalità di mobilitazione e dei contenuti di lotta dei corrieri milanesi, si mostra l’evolversi del conflitto in un settore chiave dell’e-commerce.

Introduzione

Introduzione

La mobilitazione dei drivers di Amazon costituisce un caso rilevante nel panorama lavorativo e sindacale contemporaneo attraversato dai nuovi processi di digitalizzazione [1]. Gli scioperi e le azioni di protesta dei corrieri milanesi mettono in luce problematiche e tendenze di un settore, quale quello delle consegne a domicilio, la cui organizzazione è stata ristrutturata dalle innovazioni digitali che hanno permesso l’avvento dell’e-commerce di massa.

Questo contributo parte da una domanda specifica. Che cosa mostrano le lotte dei drivers riguardo alla nuova relazione tra autonomia e controllo sul lavoro allo stadio attuale di riconfigurazione tecnologica? Dalla stessa domanda ne consegue un’altra: questo caso si identifica o si discosta dal modello generale di impresa Amazon, che tiene insieme diversi attori, quali clienti, altre imprese di fornitura e lavoratori (dalla logistica di magazzino a quella delle consegne)? Il modello è definibile come «taylorismo digitale», estensione di alcuni punti del tradizionale taylorismo e riedizione della one best way attraverso le nuove tecnologie digitali che rendono possibile: 1) calcolare e intensificare in maniera automatizzata tempi e ritmi della prestazione di lavoro, 2) ridurre deviazioni e tempi morti dovuti ad autonomia e discrezione nell’espletamento della funzione lavorativa. In ultima, l’applicazione degli algoritmi permette di superare la compresenza spazio-temporale in un luogo e il tramite di un supervisore umano per il monitoraggio. Con le tecnologie digitali l’azienda può aggiornare direttamente le procedure sulla base di conoscenze possedute dal lavoratore – ad es. le strategie di aggiustamento delle rotte di consegna – tramite l’estrazione automatica dei dati.

Partendo da una prospettiva di “determinismo tecnologico temperato” [2], la lotta dei corrieri è un caso di mobilitazione capace di porre una sfida al modello organizzativo di Amazon. Pur nella sua parzialità settoriale, l’importanza della posta in gioco e le questioni sollevate paiono di interesse generale, in quanto il modello applicato alle consegne è in linea di continuità con il neo-taylorismo algoritmico applicato all’interno dei magazzini.

Per fare ciò, questo contributo è articolato come segue. Dopo aver introdotto alcuni elementi strutturali di economia politica, che guardano all’espansione dell’azienda e al suo modello d’impresa, questo saggio si concentra su una prospettiva agentica, ovvero sul processo di lavoro[3]. Questa prospettiva evita le impasse del «determinismo tecnologico» classico e mostra la funzione critica del lavoro dentro il modello organizzativo definito dall’ordine d’impresa. Mettendo in luce le potenzialità aperte dalle nuove forme di conflitto, suggerisce così nuove possibilità per una contrattazione collettiva in grado di porre limiti alla mercificazione e al controllo del lavoro.

1. L’espansione di Amazon

In quanto multinazionale dell’e-commerce, Amazon ha naturalmente i caratteri dell’azienda innovativa, con una filosofia d’impresa tutta concepita a Seattle e che costantemente ripensa, riaggiorna il proprio modello organizzativo così come i campi di estensione dello stesso[4]. L’impresa nata nel luglio del 1994 per la vendita online di libri si è espansa in venti anni di attività a livello globale arrivando a coprire tutto lo spettro dell’e-commerce e persino a creare dei propri canali video con cui produrre e distribuire serie televisive, film e documentari. Se nel 2004, a dieci anni dalla propria nascita, Amazon aveva un fatturato annuo di 6,92 miliardi di dollari, l’ultimo bilancio disponibile del 2018 chiude a 232,89 miliardi di ricavi netti [5].

La gigantesca crescita del colosso si misura anche nel valore del brand che in assoluto svetta al primo posto su tutte le imprese mondiali con 315,51 miliardi di dollari, in un podio che vede al secondo posto Apple a 309,53 e Google a 309. Seguono appena sotto Microsoft a 251,34 miliardi, il gruppo Visa a 177,92 e poi Facebook a 158,97. Subito dopo queste multinazionali americane c’è The Alibaba Group, la multinazionale dell’e-commerce cinese, il cui valore di brand di 131,25 miliardi di dollari è meno della metà di quello di Amazon [6].

Da impresa che si impone come leader mondiale nell’e-commerce, la multinazionale di Bezos diviene anche un attore direttamente rilevante nel campo dell’informazione con l’acquisto del Washington Post nel 2013 e soprattutto con la fusione con il servizio di Posta federale, lo United States Postal Service (USPS) che parte nel dicembre 2013 da New York e Los Angeles e si estende progressivamente alle aree metropolitane maggiori degli USA[7]. È questa una svolta decisiva, come si legge nelle dichiarazioni della stessa portavoce di Amazon Kelly Cheeseman: «Da ora, ogni giorno può essere un giorno di consegna Amazon» [8].

Se infatti Internet ha eroso una parte consistente del business dei servizi postali, in quanto le lettere di carta sono state sostituite dalle email, i servizi di consegna a domicilio aumentano invece esponenzialmente. Con il servizio di consegna Prime Now, Amazon si propone come operatore che abbatte la frontiera delle consegne durante i festivi. L’entità di questo passaggio eccede il perimetro degli Stati Uniti e riguarda in primis i maggiori paesi occidentali, riscrivendo le modalità di impiego in nome di una flessibilità generale della forza lavoro su cui si fondano i servizi di consegna 24h/24.

La potenza del gigante dell’e-commerce sta nell’imporre il proprio controllo su sempre nuove sfere: mentre copre ormai la quasi totalità delle attività di acquisto e consumo online, ridisegna gli stessi parametri antropologici imponendo una visione accelerazionista dell’immediatezza e della disponibilità di un bene o servizio, così come del lavoro necessario per la fruizione dello stesso. Al contempo, Amazon dispone dei dati dei clienti, gli utilizzatori della piattaforma, essendo così in grado di produrre sia anticipazioni di acquisto, sia modelli algoritmici in grado di suggerire ulteriori prodotti o servizi.

A dispetto di tutto ciò, a livello pubblico non sono disponibili informazioni dettagliate sull’entità dei guadagni di Amazon e sulla sua composizione d’impresa. È questo un caso comune, ma assai paradossale per un’impresa che ha a disposizione la totalità dei dati dei propri clienti. Nei report annuali i pochi dati disponibili riguardano soprattutto la composizione del gruppo. Si tratta però di “dati selezionati” sulla posizione finanziaria e il fatturato, quest’ultimo però indicato genericamente e non scomposto per fonti di guadagno. I dati riguardanti il lavoro sono limitati a una nota («Investment & Job Creation») allegata alla lettera introduttiva del Chief Executor indirizzata agli investitori.

Così, Amazon dichiara di essere una multinazionale capace di impiegare 560.000 lavoratori “Amazzoniani” a livello globale, di cui 130.000 assunti dal 2017. Assai difficile è reperire dati riguardanti le diverse aree del mondo in cui vengono impiegate le diverse tipologie di forza lavoro e le diverse tipologie contrattuali delle stesse.

Per quanto riguarda l’Italia, l‘azienda dichiara di aver investito nel nostro paese 1,6 miliardi di euro e aver creato 5.500 posti di lavoro[9]. Dopo il primo centro di distribuzione aperto nel 2011 a Castel San Giovanni (Piacenza), Amazon ha aperto nel 2015 un centro di distribuzione urbana ad Affori (Milano), nel 2017 a Passo Corese (Rieti) e a Vercelli (Novara). Dal 2017 in poi ha aperto altri depositi di smistamento in Piemonte, Lombardia, Toscana, Veneto, Lazio.

Il caso milanese è rilevante per ragioni che allo stesso tempo potrebbero definirne una eccezionalità rispetto agli altri casi. I dati sono alquanto volatili a causa dell’alta mortalità di imprese che operano in consegna per conto di Amazon. Questo ovviamente si ripercuote in una inevitabile imprecisione nella quantificazione dei volumi di assorbimento e dispersione della forza lavoro del settore. Sarebbero circa 1.500 i lavoratori impiegati in Lombardia, una regione che copre il 18% dell’intero mercato dell’ecommerce italiano, per la maggior parte concentrato nell’area metropolitana milanese. Se Amazon è un attore che entra in scena recentemente, proponendo un modello prepotentemente nuovo nella distribuzione, così è nuova la maggior parte della forza lavoro socializzata alla sua organizzazione del lavoro. Ne consegue che anche l’azione sindacale resta una dimensione tutta da costruire[10]. È questo il quadro dentro il quale nasce e si sviluppa il primo ciclo di mobilitazioni e scioperi dei drivers milanesi.

2. Emersione del conflitto e contenuti di lotta dei drivers milanesi

È il 3 novembre 2015 quando Amazon apre il primo magazzino ad Affori, nell’hinterland di Milano Nord, dedicato al servizio Amazon Prime Now, promettendo un «servizio di consegne in un’ora» attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7[11]. Amazon raddoppia ancora nel 2016 con un altro stabilimento a Porto di Mare in zona Rogoredo.

Tra il 2012 e il 2016 Amazon aumenta i propri dipendenti, apre sempre nel 2016 un altro magazzino a Origgio, al confine tra Varese e Milano e poi nel maggio 2018 a Buccinasco, periferia di Milano Sud. Il posizionamento agli estremi della città permette non solo di operare in punti chiave per la concentrazione e distribuzione di merci, ma anche di attirare manodopera da tutto l’hinterland milanese.

Amazon recluta i cosiddetti drivers, la cui definizione professionale e contrattuale è già oggetto di contenzioso, con contratti d’operatore postale, attraverso società o consorzi che gestiscono il servizio delle consegne in appalto, spesso utilizzando ulteriori subappalti per gestire ordini particolarmente impegnativi. La capacità delle aziende di sostenersi nel tempo e di garantire i servizi è già un tema.

Frammentazione e discontinuità nella domanda di consegne comportano per le aziende numerose difficoltà, motivo ben presente tra gli stessi lavoratori:

La rotta è pagata un tot, 200/210 euro. L’azienda paga la persona, il furgone, la benzina e il resto lo guadagna. Ma siccome il meccanismo è ancora in evoluzione, non ci stanno dentro – secondo me – con le cifre che gli danno. È un’idea che ci siamo fatti. Per questo poi vanno a fare magheggi per rimanere a galla (INT 3) [12].

Le oscillazioni dei volumi di consegna si traducono per molte aziende che stipulano contratti con Amazon in una difficoltà nel sostenere i costi del servizio e del lavoro, spesso causa di cessazione di attività e licenziamenti. Inoltre, Amazon non partecipa a tavoli di concertazione, negando esplicitamente ogni coinvolgimento in questioni di natura sindacale. Questo è esplicitamente indicato in una nota ufficiale dell’azienda sul proprio sito:

Amazon stipula i contratti con i fornitori di servizi di consegna. I fornitori impiegano degli autisti della loro azienda e sono gli unici responsabili del loro personale. Il personale del fornitore non può partecipare a qualsivoglia piano di benefici o ad altri benefici disponibili per i dipendenti Amazon. I fornitori dei servizi di consegna e il relativo personale non hanno l’autorità per obbligare Amazon o qualsivoglia sua affiliata a firmare qualsivoglia contratto o obbligo. (Come potete immaginare, questa risposta è stata scritta dai nostri legali…) [13].

Di conseguenza, le problematiche inerenti al lavoro sono a carico delle aziende che gestiscono le consegne in appalto[14].

I primi scioperi dei corrieri di Amazon Italia si manifestano nel maggio 2017, con un presidio davanti allo stabilimento di Origgio, dove si concentrano e confezionano i pacchi che poi vengono smistati a tutti gli stabilimenti. I lavoratori denunciano la presenza di «orari massacranti e lavoro nero». Secondo i lavoratori, l’azienda impone carichi di lavoro insostenibili che arrivano anche a 14-15 ore al giorno.

Tre sono le richieste sindacali: «Il rispetto del contratto nazionale della logistica, la riduzione della filiera e una maggiore chiarezza sul fronte delle retribuzioni, sia per quanto riguarda gli straordinari sia per la corrispondenza tra i bonifici e le buste paga»[15].

Un’azione che, partita spontaneamente da circa settanta lavoratori, innesca un tentativo di «primo accordo nella pancia del gigante», come commentano in seguito i sindacati – e in particolare    il principale interlocutore dei drivers milanesi, la FILT-CGIL[16], che attraverso la mobilitazione porta a sindacalizzare circa un terzo dei corrieri lombardi.

I fornitori dei servizi di consegna e il relativo personale non hanno l’autorità per obbligare Amazon a firmare qualsivoglia contratto o obbligo

Il 27 giugno un altro evento di protesta si lega allo stabilimento di Affori e Origgio, dove i drivers di alcune società protestano contro un inquadramento contrattuale che li equipara a operatori postali, non riconoscendo le tipologie di mansioni e riducendone così il costo del lavoro[17]. Le rivendicazioni riguardano innanzitutto il riconoscimento della propria professionalità che garantirebbe non solo un incremento salariale ma anche un inquadramento contrattuale stabile, in quanto operatori del trasporto merci.

Nonostante un dialogo si inneschi con le imprese appaltatrici, gli scambi tra lavoratori e i diversi operatori avvengono in totale assenza di Amazon che non si presenta alle trattative, ma risponde solo con dichiarazioni a mezzo stampa. Parallelamente a questi episodi si espandono gli eventi di protesta in altri poli Amazon Italia – come lo sciopero durante il Black Friday del novembre 2017 allo stabilimento di Castel San Giovanni a Piacenza.

Sempre nel Milanese è da ricordare un altro sciopero a Origgio, Affori e la nuova station di Buccinasco nel settembre 2018[18]. A ottobre viene firmato il primo accordo di filiera che garantisce l’inquadramento dei contratti dei corrieri nel CCNL logistica, riconosce il problema dei carichi di lavoro, mette per iscritto i primi diritti di organizzazione sindacale (che tuttavia riguarda solo aziende del servizio di consegna e lavoratori, ma non coinvolge ancora Amazon). L’ondata di scioperi dà l’impressione di crescere, sino a consolidarsi simbolicamente il 24 febbraio 2019 quando è proclamato il primo sciopero regionale in Lombardia, evento che culmina con il comizio di Maurizio Landini, neoeletto segretario generale della CGIL[19].

A seguito di questo ciclo di mobilitazione e di scioperi, il 27 maggio 2019 una nuova ipotesi di accordo[20] viene firmata tra Assoespressi, il rappresentante FEDIT delle imprese aderenti alla filiera dell’e-commerce, i sindacati dei trasporti FILT-CGIL, FIT-CISL, UIL Trasporti e i nuovi Rappresentati Sindacali Aziendali, tra le file dei quali si trovano molti dei protagonisti della mobilitazione, per la maggior parte alla prima esperienza sindacale.

3. L’azione collettiva oltre la frammentazione: il sindacato tra conflitto e riconoscimento

Diverse sono le problematiche che l’azione collettiva dei drivers di Amazon ha contribuito a sollevare. Certo non si può dare a oggi una lettura esaustiva di un fenomeno in continua espansione e trasformazione, sia a livello strutturale – nuovi stabilimenti che sorgono, appalti, accordi e condizioni contrattuali che mutano – sia in termini di forme di azione collettiva e obiettivi sindacali raggiunti[21]. Si può comunque riscontrare come il sindacato sia stato uno strumento che drivers privi di appartenenze ed esperienze sindacali pregresse hanno scoperto come importante collettore di bisogni e rivendicazioni collettive in grado di superare la questione della frammentazione contrattuale.

Questo appare significativo per tre motivi. In primis, perché si impone in un terreno dove in presenza di contratti precari e instabili i costi di mobilitazione sembravano alti.

Secondo, perché i drivers svolgono un’attività lavorativa individualizzata, la cui performance è determinata individualmente dal dispatcher nonché sorvegliata da tecnologie digitali che determinano “le rotte” – i tracciati elaborati da un algoritmo su dati di geolocalizzazione finalizzati all’ottimizzazione dei tempi di consegna degli ordini. Il controllo dei cosiddetti devices che tracciano i movimenti dei lavoratori è stato oggetto di un contenzioso che ha portato alla ridefinizione del controllo escludendo i motivi disciplinari, come descrive uno dei corrieri:

Noi abbiamo il device, che è un braccialetto: sanno tutto. All’inizio ci chiamavano: «Cosa fai fermo al bar?». E come fai a saperlo? Andavano su Google Maps e vedevano dove eri e capivano che eri fermo al bar. Ci controllavano come dei detenuti prima, lo fanno ancora adesso, ma abbiamo fatto un accordo che il gps non può essere usato come disciplinare. Se no controllavano tutto, perché sei fermo lì, perché ci hai messo un quarto d’ora, perché sei lì e perché ti sei spostato di là? Perché hai fatto un’altra strada? (INT 3) [22].

Ti controllano tutto, anche quando vai in bagno. Io, ad esempio, ho due gps sul furgone e uno sul cellulare: capisco la sicurezza e per questo vi voglio bene, ma mi pare un tantino morbosa […] loro vogliono avere il polso della situazione: ti pagano per 9 ore e vogliono che tu non lavori 8 ore e 50 minuti, ma al massimo 9 ore e 10 minuti (INT 5) [23].

Lo scontento legato ai carichi e alla degradazione del lavoro ha innescato una serie di dato il via alle trattative e alla sindacalizzazione

I drivers provengono inoltre da storie lavorative assai diverse. C’è chi è al primo impiego, chi proviene da altri lavori nella logistica o in altri settori a bassa qualifica o chi cerca nel lavoro di corriere la stabilità che non aveva da padroncino. Prevalentemente hanno famiglia a carico e cercano un lavoro stabile in grado di garantire uno stipendio dignitoso. Da poco condividono un’esperienza lavorativa che, oltre all’individualizzazione della prestazione, alla precarietà contrattuale e alla saturazione dei tempi dovuta ai carichi di lavoro, offre pochi momenti di socializzazione, limitati al raduno mattutino per la raccolta ordini e al rientro pomeridiano con il furgone aziendale alla station di riferimento. Al di là di queste condizioni, che teoricamente limiterebbero le opportunità di azione collettiva, lo scontento legato all’insostenibilità dei carichi e alla degradazione del lavoro generata dalle rotte algoritmiche ha innescato una serie di episodi di mobilitazione che hanno dato il via a tavoli di trattative tra Assoespressi e lavoratori, e alla sindacalizzazione del settore. Questi processi hanno portato in un paio di anni a sviluppi sostanziali su diversi fronti, partendo da quello contrattuale – il riconoscimento del Contratto Collettivo Nazionale della Logistica con relative garanzie riguardo a diritti, orari di lavoro e reddito corrispettivo.

Di fronte a una situazione di “tabula rasa” sindacale come quella di Amazon Logistics, lo spazio di azione sindacale si è espanso in parte ricomponendo un ambiente caratterizzato dalla frammentazione determinata dal settore, contraddistinto da bassi standard di regolazione tanto per i lavoratori quanto per le imprese in subappalto. Uno degli aspetti più rilevanti dell’azione collettiva dei lavoratori è stata la critica a retoriche aziendali volte a legittimare al ribasso status professionali e condizioni lavorative:

Dopo quattro mesi che lavoravamo 12 ore al giorno, senza permessi, senza riposi, senza niente… eravamo tornati indietro di 50 anni […] come se non avessimo neanche il passaporto o non fossimo italiani che ci potevano ricattare. All’inizio abbiamo detto: diamo una mano all’azienda, è una start up, diamogli modo di crescere, ma il secondo e il terzo mese ci siamo detti di calmarci perché lavoravamo 12 ore al giorno, dalle 6 di mattina (non si capisce) e ci pagavano 900 euro al mese! […] Loro ci dicevano: è una start up. Stiamo iniziando, diamoci una mano. E ancora adesso, dopo due anni e mezzo, ci dicono che sono una start-up (INT 3) [24]

La protesta è stata uno strumento necessario per essere riconosciuti come soggetto collettivo tanto nei confronti dell’impresa quanto all’esterno, tentando di attirare l’attenzione sia dell’opinione pubblica sia delle istituzioni, in un discorso che sui media e da parte istituzionale privilegiava semplicemente la questione occupazionale ed enfatizzava il prestigio del brand Amazon come fattore automatico di riqualificazione e sviluppo urbano.

Lo spazio sindacale ha fornito un’utile piattaforma a individui privi di appartenenze collettive per aggregare una domanda spontanea e per organizzare così piani di rivendicazione che si sono progressivamente estesi nel tempo. A tal riguardo è utile la spiegazione data da alcuni drivers coinvolti con ruoli di leadership nell’azione collettiva:

Sono entrato per la prima volta con la FILT perché prima non è che avessi questa grande fiducia nel sindacato, anzi, tutt’altro. Oggi secondo me il sindacato non è visto come dovrebbe essere visto. È visto come un partito politico, cosa che, secondo me, se devi tutelare un lavoratore non è corretto. È giusto che tu abbia una tua idea, ma fuori dalle scuole, nei parchetti, nei centri commerciali quando parli di sindacato, si rapportano come ad un partito politico. Non si rapportano più come ad un’istituzione del lavoratore. E questo ti dimostra che in Italia le aziende fanno quel che vogliono. Io mi rifaccio a quello che ha fatto il mio bisnonno: la guerra, i partigiani. Hanno combattuto, hanno fatto l’età del ferro, quindi la Magneti Marelli e lì avevi veramente il sindacato, quello che dovrebbe tornare oggi, soprattutto per governare queste multinazionali che pensano solo ed esclusivamente al loro profitto (INT 5) [25].

Io prima lavoravo per una ditta di consegne, poi ho lavorato come rider per una piattaforma di food-delivery, ma è andata male. Mi sono rivolto al sindacato per risolvere questi problemi e poi reincontrando un ex collega con cui avevo lavorato per una ditta di consegne, lui mi ha mandato da un sindacalista Cgil che mi ha detto che gli serviva una rappresentanza in uno stabilimento e sono andato (INT 2) [26].

Noi delle RSA siamo uniti, non abbiamo colori. Siamo tutti colleghi. Io sono apartitico, un’idea politica ce l’ho, però tra di noi, CISL, UIL o CGIL, per noi è una tutela avere un sindacato che ci possa difendere. Tra RSA siamo uniti, c’è coesione. I problemi li vediamo tutti uguali e insieme (INT 3) [27].

In diverse testimonianze come queste emergono diversi spunti che riguardano il rapporto tra lavoro e azione sindacale. Innanzitutto, nella vertenza specifica che ha portato in circa un anno a riconoscere il passaggio dal contratto di operatore postale al contratto collettivo nazionale di lavoro, il sindacato è stato riconosciuto come un attore importante in quanto «associazione di lavoratori per i lavoratori», capace di incidere direttamente sui bisogni degli stessi.   

Allo stesso tempo però, come emerge dalla prima intervista e da altre testimonianze, questa visione di utilità, capacità di azione e appartenenza collettiva del sindacato non si traduce in una collocazione politica. Anzi, la dimensione politica è investita di una generale sfiducia, viene vista come una sfera distante e poco capace di incidere in maniera rilevante sulle condizioni di lavoro e di vita.

Nella totale assenza di riconoscimento sindacale nella quale si è mossa Amazon a Milano, il sindacato si è costituito come una piattaforma aperta che partiva da bisogni dei lavoratori. Ha utilizzato modalità di azione di protesta e scioperi per poter sollevare questioni lavorative che partendo da bisogni diretti – dai carichi di lavoro, oltre alla proprietà dei dati del lavoro vivo, la vertenza non è ancora arrivata così a incidere sulla “testa” della filiera, da cui conseguono tutti i nodi della questione.

4. I drivers e i conflitti sul lavoro nel capitalismo digitale: alcuni appunti parziali

La propensione ad agire collettivamente o individualmente per ridiscutere e ottenere miglioramenti nelle condizioni di lavoro è spesso descritta come una caratteristica di lavoratori dotati di maggiori competenze professionali. Se indubbiamente la professionalità è una condizione che può facilmente tradursi in maggiore capacità di influenza nella contrattazione, essa tuttavia non è immediatamente una condizione che va da sé, né necessaria né sufficiente. Non solo il cosiddetto “potere dei lavoratori” (worker power) apre a diverse definizioni di competenza e professionalità, ma la conversione delle competenze in potere di controllo sul processo lavorativo, di conflitto e contrattazione con l’impresa è un processo tutt’altro che scontato. È un processo sociale di riconoscimento che si realizza nell’interazione tra lavoratori, nel processo lavorativo e nella dialettica con l’impresa.

Nello specifico, i drivers milanesi dispongono di una professionalità difficilmente riducibile dentro i rigidi tracciati elaborati dalle rotte algoritmiche. Dal suo riconoscimento conseguono diverse implicazioni sindacali:

La ragione per cui siamo forti qui è la professionalità. Ci sono lavoratori che sono forti del loro saper fare e questo costituisce un elemento identitario prima del sindacato e che chiedono al sindacato di rappresentare. Questo è il punto di vertenza aperta con l’algoritmo di Amazon. Il punto è che i lavoratori sanno fare un mestiere laddove c’è un algoritmo che nel migliore dei casi gli dice cosa fare e nel peggiore gli ruba il mestiere. Nel primo caso, l’algoritmo non conosce veramente il territorio – se c’è un portinaio in un palazzo che facilita la consegna, se c’è una signora che può aprire o no ecc. – quella componente umana che il lavoratore è in grado di leggere. Questa relazione con il territorio e con i clienti non viene tenuta in conto dall’algoritmo. Non tenendolo in conto peggiora la qualità del lavoro e del servizio. Nel peggiore dei casi, l’algoritmo ruba il lavoro perché recupera tutta una serie di dati mentre il lavoratore tracciando un nuovo percorso, più rapido perché legato all’esperienza, fornisce informazioni e dati all’algoritmo che le registra. In tal modo, riprocessando non solo si riappropria della conoscenza del lavoratore ma lo rende anche sostituibile, in quanto lo può sostituire anche in futuro non dico con robot, ma semplicemente con altri lavoratori. Tutto questo è professionalità lavorativa che non viene retribuita (INT FILT-CGIL) [28].

Queste problematiche mostrano come la “conoscenza tacita” e il “fattore umano” fondino una professionalità e un saper fare che sono necessari per svolgere una mansione lavorativa apparentemente semplice, come la consegna a domicilio, ma complessa nella sua interazione con il territorio e con la crescente individualizzazione del servizio richiesto dai clienti.

In questo caso, il controllo algoritmico dei carichi e delle rotte è una estensione peggiorativa dei modelli di gestione “scientifica” di stampo taylorista, in quanto occulta dietro “operazioni tecniche” delle scelte organizzative interessate – l’appropriazione di dati derivanti da esperienza professionale e l’eventuale sostituibilità del lavoratore. Così facendo non aumenta solo i carichi, i ritmi di lavoro e i rischi professionali per i lavoratori (stress individuale, rischio incidenti di guida ecc.), ma aumenta la sorveglianza della performance lavorativa riducendo lo spazio di contrattazione. L’unica figura con cui comunicare rimane il dispatcher o una piccola impresa di subappalto il cui potere di negoziazione con Amazon è a sua volta, a causa delle dimensioni e della frammentazione del mercato, assai ridotto.

Ecco qui dunque uno degli aspetti chiave di questo settore del capitalismo digitale. Dietro l’aura dell’innovazione tecnologica che supera i vincoli, accelera i servizi e crea nuove opportunità lavorative, l’organizzazione algoritmica non solo elude la questione dei diritti e del riconoscimento lavorativo, tanto della sua professionalità quanto della sua giusta retribuzione, ma monitora e misura digitalmente in maniera accurata e con precisione analitica solo alcune dimensioni di parte: la performance lavorativa e i tempi delle operazioni lavorative. Il neo-taylorismo digitale delle rotte algoritmiche dei corrieri assume così i tratti di una “linea di montaggio nella testa”, così come era stato definito il potere  delle ICT nella modellizzazione del lavoro da call center[29].

Ciò che la lotta dei corrieri ha riconosciuto è che qualità del lavoro e qualità del servizio sono strettamente legati. L’insostenibilità di una media di 120 stop su una giornata lavorativa di 8 ore e 45 minuti si basa su rotte – non negoziate con lavoratori e sindacati – che propongono una logica efficientista unidimensionalmente definita da protocolli d’impresa decisi a monte da una “testa” (Amazon) che si esclude dalla contrattazione. Questa identifica come valore, da cui dipendono i propri profitti, la velocità di consegna, non considerando rischi individuali per il lavoratore (stress psicofisico e incolumità) e collettivi (incidenti stradali).

Prima di “contrattare l’algoritmo” – usando un’espressione tanto ormai di rito quanto vaga – è da stabilire l’entità del riconoscimento delle competenze dei lavoratori. In seguito sono da definire i limiti dell’algoritmo nel processo lavorativo, non solo in termini di privacy e autonomia del lavoratore, ma soprattutto come strumento programmato dall’azienda Amazon, la vera responsabile delle scelte di fronte ai lavoratori stessi e con cui aprire la contrattazione. Le condizioni di applicazione dell’algoritmo sono infatti tutt’altro che tecnologicamente determinate e dipendono da un insieme di fattori intrinsecamente sociali per cui si accettano o meno a seguito di accordi tra le parti in gioco[30]. Non è certo solo Amazon a rendere possibile il suo modello, ma esso si impone laddove vi sono istituzioni del mondo del lavoro deboli e bassi livelli di regolazione, che specie nel settore della logistica presentano ulteriori dimensioni di opacità quando non di irregolarità[31]. È lì che istituzioni e rappresentanti dei lavoratori dovrebbero agire congiuntamente.

Un’altra dimensione importante risiede nel legame tra cittadino-cliente e lavoratori: la qualità del servizio è infatti inversamente proporzionale alla rapidità della consegna.

Rinegoziare le rotte su basi più sostenibili non andrebbe solo a tutelare lavoratori e clienti, ma anche cittadini che ogni giorno attraversano fisicamente gli spazi urbani. Le rotte tracciate dagli algoritmi non tengono in conto infatti della miriade di imprevisti dovuti alla conformazione umana e sociale della città. Lo spazio urbano e i territori sono dimensioni troppo complesse e imprevedibili per essere gestite con macchine che leggono in astratto rotte e tragitti attraverso analytics, per quanto continuamente aggiornati. In tal senso anche l’apertura di stabilimenti o la loro espansione andrebbe inserita in programmi pubblici di pianificazione urbanistica che ne leggano la complessità territoriale.

In conclusione, tre sono forse le dimensioni cruciali che emergono dalla vertenza dei drivers. In primis, la necessità di legare un sindacalismo tradizionale con un sindacalismo più di movimento tra lavoratori che apra una coalizione con altri soggetti come associazioni di consumatori e comitati territoriali. In secondo luogo, provare a legare le lotte dei corrieri con quelle degli altri lavoratori Amazon soggetti alle forme di controllo neo-taylorista definito dagli algoritmi. In ultima, lavorare a un coordinamento sindacale transnazionale. È infatti assai difficile confrontarsi con un attore multinazionale come Amazon senza un coordinamento tra lavoratori che abbia la stessa scala.


[1] Il presente lavoro è parte di un progetto di ricerca attualmente in corso sulle conseguenze sociali del capitalismo digitale. Il materiale empirico è stato raccolto in tre diversi momenti lungo il 2019. È costituito prevalentemente da un dossier contenente la copertura degli eventi di protesta sui principali media, documenti sindacali e soprattutto materiale da fieldwork composto da tre osservazioni con partecipanti ad assemblee sindacali spontanee di lavoratori e dieci interviste con corrieri aventi un ruolo di rilievo nella mobilitazione. Tali dati sono registrati e sottoposti a lavoro di codifica e analisi. Ringrazio i colleghi Loris Caruso e Lorenzo Cini con cui ho collaborato dal 2018 a oggi e dalle cui discussioni questo lavoro ha beneficiato. Ripetuti confronti con Alfredo Alietti, Luca Carollo, Marco De Seriis, Guglielmo Meardi, e la redazione di Officina Primo Maggio hanno ulteriormente arricchito le seguenti riflessioni. Eventuali errori e sviste sono invece da attribuire esclusivamente all’autore.

[2] W.J. Orlikowski, «The Duality of Technology: Rethinking the Concept of Technology in Organizations», in Organization Science, n. 3 (1992). In linea di continuità con il determinismo tecnologico classico, la prospettiva del soft determinism definisce la tecnologia una forza esterna che gioca un ruolo determinante sugli attori sociali, riconoscendo il maggior peso degli strumenti tecnologici nel rendere possibile il perseguimento di uno scopo (in questo caso, ad esempio, la riduzione dei tempi di spostamento dei corrieri e di consegna). Tuttavia, il soft determinism riconosce agli attori sociali la possibilità di intervenire sugli apparati tecnici e negoziarne l’applicazione. Se, ad esempio, il perseguimento dello scopo è possibile solo grazie alle nuove tecnologie algoritmiche, è comunque sempre l’interesse sociale a definire il senso dello scopo – il profitto legato alla velocità di consegna e alla riduzione dei costi del lavoro. Inoltre, il determinismo temperato introduce l’elemento dell’incertezza intrinseca all’innovazione. Se la tecnologia è mediata da progetti organizzativi determinati da attori sociali portatori di interessi, va anche riconosciuta la limitata capacità degli attori di conoscere in anticipo tutti i potenziali effetti della tecnologia (attesi e inattesi), che rimangono incerti e possono aprire a conseguenze anche disfunzionali rispetto agli scopi dei progettatori.

[3] La prospettiva di ricerca del processo lavorativo (labour process theory) si riferisce a un approccio alla sociologia industriale che, all’interno di un determinato modo di produzione, parta dall’elemento critico del lavoro, come fattore d’importanza preminente su cui si poggia l’attività produttiva, il cui funzionamento dipende dall’accettabilità o meno di un modello organizzativo e dalle condizioni che ne conseguono. Per questo, lo studio del processo lavorativo permette di mostrare le condizioni di consenso o conflitto che strutturano o modificano una determinata distribuzione del potere, considerando il luogo di lavoro e produzione come la dimensione preminente di una determinata distribuzione del potere su cui poggia più in generale l’ordine di una società. Per una rassegna del dibattito, si veda D. Knights e H. Willmott (a cura di), Labour Process Theory, MacMillan, London 1990.

[4] N. Berg, M. Knights, Amazon. How the World’s Most Relentless Retailer Will Continue to Revolutionize Commerce, Kogan Page, London 2019.

[5]  Amazon Annual Report, 2018 pubblicato nel gennaio 2019, consultabile al link: www.annualreports.com/Company/amazoncom- inc.

[6] Dati sui 100 brand globali elaborati dal gruppo Kantar Milward Brown, disponibili al link: http://online.pubhtml5.com/bydd/ ksdy/#p=1.

[7] In Italia, il primo accordo tra Poste Italiane e Amazon è siglato nel giugno del 2018.

[8] www.nytimes.com/2013/11/11/business/postal-service-and-ama-zon-strike-deal.html

[9] https://www.aboutamazon.it/centri-di-distribuzione/investimenti-locali/investimenti-locali

[10] Da un’ottica comparata, in Europa Amazon è presente sin dal 1999 quando si insedia in Germania con lo stabilimento di Bad Hersfeld che rimane l’unico fino al 2006, per poi programmare una nuova espansione con l’apertura di altri nove stabilimenti su suo lo tedesco. Anche per ragioni geografiche, la Germania infatti è il principale centro logistico d’Europa. Pur tuttavia, Amazon risulta un’impresa de-sindacalizzata, per lo meno fino al 2011, quando il sindacato tedesco dei servizi VeR.Di inizia la mobilitazione e organizzazione sindacale negli stabilimenti per richiedere l’adesione al contratto collettivo del commercio. Si veda J. Boewe, J. Schulten, The Long Struggle of The Amazon Employees, Rosa LuxemburgStiftung, Brussels 2017; B. Cattero, V. D’Onofrio, «Orfani delle Istituzioni. Lavoratori, Sindacati e le “Fabbriche Terziarie Digitalizzate” di Amazon», in Quaderni Rassegna Sindacale, n. 1 (2018), pp. 7-28.

[11] La Repubblica-Milano, 3 novembre 2015.

[12] Intervista 3, Driver, Milano 18 marzo 2019.

[13] Estratto dalla sezione “Domande frequenti”, alla domanda «Quali sono i rapporti giuridici tra Amazon e corrieri?», indicato dalla stessa azienda sul suo sito ufficiale: https://logistics.amazon.it/

[14] Come riferisce un rappresentante sindacale dei corrieri: «Amazon ha un contratto con queste società e ha dei criteri loro di assegnazione degli appalti e i lavoratori sono esclusivamente dipendenti dalle aziende presso le quali lavorano. Non firmano niente con Amazon. Se ne guarda bene Amazon dal fargli firmare qualcosa. Però stanno dentro degli schemi, nel senso che l’azienda sa quali sono le condizioni di servizio che deve prestare e quindi poi le ribalta sui lavoratori». Intervista Sindacale 8, Milano, 27 settembre 2019.

[15] La Repubblica-Milano, 11 maggio 2017.

[16] La Repubblica-Milano, 12 maggio 2017.

[17] La Repubblica-Milano, 28 giugno 2017.

[18] La Repubblica-Milano, 14 settembre 2018.

[19] La Repubblica-Milano, 25 febbraio 2019.

[20] Il testo completo dell’accordo è disponibile al link: www.startmag.it/wp-content/uploads/IPOTESI-ACCORDO-AMAZON.pdf

[21]  Proprio nel momento in cui l’autore scrive è in atto l’ennesimo sciopero proclamato per 48 ore dal 19 al 20 febbraio 2020, con presidi di corrieri fuori dalle stations lombarde di Buccinasco, Burago e Origgio che chiedono ad Amazon di entrare nella contrattazione, di superare la differenziazione dei trattamenti contrattuali legata alla frammentazione delle imprese di consegna ridefinendo criteri omogenei riguardanti inquadramenti professionali, stipendi e carichi di lavoro.

[22] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[23] Intervista 5, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[24] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[25] Intervista 5, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[26] Intervista 2, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[27] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[28] Intervista a Luca Stanzione, segretario generale Filt-Cgil Lombardia, Milano, 13 marzo 2019.

[29] P. Bain, P. Taylor, «An Assembly Line In The Head? Work and Employee Relations in the Call Centre», in Industrial Relations Journal, vol. 30, n. 2, (1999); J. Woodcock, Working the Phones: Control and Resistance in Call Centres, Pluto Press, London 2017.

[30] P. Edwards, P. Ramirez, «When Should Workers Embrace or Resist New Technology?», in New Technology, Work and Employment, vol. 31, n. 2, (2016).

[31] S. Bologna, S. Curi, «Relazioni industriali e servizi di logistica. Uno studio preliminare», in Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, n. 161, 1, (2019).

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Insegnare con le macchine

Le scuole di lingua nell’economia delle piattaforme

Dilettante

Pubblichiamo la testimonianza di un lavoratore della Wall Street English raccolta dalla redazione di OPM sulla piattaforma di rivendicazioni degli e delle insegnanti di inglese per la difesa del lavoro e del salario. Il lavoratore preferisce presentarsi con il suo pseudonimo, Dilettante.

Ci puoi dare un quadro sintetico sulla presenza di WSE in Italia e di come è inquadrato il personale?

Wall Street English (WSE) è un’azienda nata nel 1972 a Milano e vende formazione linguistica per adulti. Attualmente conta una decina di scuole sotto il diretto controllo della proprietà e oltre settanta scuole in franchising. L’azienda inquadra i suoi dipendenti utilizzando il contratto ANINSEI, che regola le condizioni di lavoro di diversi tipi di scuole private (dagli asili ai convitti). Prima del 2012 le e gli insegnanti impiegati erano assunti con contratti a progetto; costretta dalla legge cosiddetta Fornero, WSE siglò un contratto integrativo con i sindacati CGIL-CSIL-UIL-SNALS e assunse tutti gli insegnanti con un contratto part-time a tempo indeterminato inquadrato nel IV livello dell’Area Prima – quella del personale amministrativo. Il CCNL ANINSEI stabilisce che a docenti di scuole private sia invece conferito il V livello nell’Area Seconda, quella dei servizi educativi. È importante sottolineare che nel 2012 non esistevano insegnanti sindacalizzati in WSE e la fotografia che fu scattata sul loro lavoro vide emergere, negli accordi sindacali, un profilo più simile all’assistente di laboratorio che al docente vero e proprio. Ovviamente tale fotografia era truccata e cancellava il lavoro pedagogico reale che gli insegnanti hanno sempre svolto con gli studenti per sviluppare le loro competenze linguistiche.

Per quale ragione vi siete messi in agitazione e cosa avete chiesto? Vi siete auto-organizzati, avete chiesto il sostegno di un sindacato?

Subito dopo la firma del primo accordo integrativo del 2012 ci fu un tentativo auto-organizzato dagli insegnanti – e ne esiste una testimonianza online – di mobilitarsi contro la riduzione salariale che il nuovo inquadramento avrebbe causato; tuttavia quel primo tentativo fallì. L’inquadramento al IV livello del CCNL ANINSEI ha infatti comportato una sensibile contrazione salariale sia rispetto al V livello (9 euro l’ora contro 14), sia rispetto al trattamento economico che gli insegnanti ricevevano precedentemente, quando erano freelance contrattualizzati con un CO.CO.PRO. (che d’altra parte non comprendeva ferie, tredicesime né altri trattamenti differenziali).

La mobilitazione del 2018 è nata proprio per trasformare una condizione contrattuale che non coincideva con il lavoro vivo, le mansioni e responsabilità che venivano richieste ed erogate dagli insegnanti di WSE i quali, fondamentalmente, svolgono un lavoro pedagogico ed educativo non diverso da quello di un insegnante di lingue tradizionale. Il cuore della nostra battaglia è stato dimostrare che la piattaforma di e-learning, attorno a cui è incardinato il progetto di formazione linguistica di WSE e ha giustificato il nostro sotto-inquadramento, richiede il lavoro educativo-pedagogico tradizionale proprio di un insegnante di lingue. Per poter svolgere il ruolo di insegnante in WSE l’azienda richiede infatti una padronanza della lingua inglese pari a quella di un madrelingua, nonché certificazioni peculiari e molto costose, pari a quelle di tutte le altre scuole di lingua. D’altra parte WSE ha implementato un sistema di formazione linguistico standardizzato che fa ampio uso di tecnologia multimediale – video ed esercizi di comprensione accessibili tramite la sua piattaforma proprietaria – che prescrivono un’organizzazione del lavoro seriale e ripetitiva in cui il controllo sull’erogazione dei contenuti linguistici e lo sviluppo delle competenze di linguaggio sono in parte mediati da una macchina, in parte da altro personale amministrativo della scuola. Nel 2018 noi insegnanti di WSE Milano ci siamo rivolti, non senza diffidenze, alla FLC-CGIL a cui abbiamo dato la delega per far partire la nostra vertenza. Al momento siamo riusciti a sindacalizzare insegnanti in cinque scuole del gruppo, tra Milano, Genova e Firenze.

Come ha reagito la controparte, su cosa è disposta a trattare e su cosa non vuole cedere?

Per la prima volta nella sua quarantennale storia Wall Street English ha visto i propri dipendenti sindacalizzarsi: ciò è potuto accadere perché gli insegnanti erano stati assunti con un contratto a tempo indeterminato e potevano effettivamente essere soggetti titolari di diritti sindacali. Per l’azienda tutto questo è stato insieme uno shock e un tradimento: nessuno si aspettava che una forza lavoro poco numerosa ed estremamente fluttuante potesse organizzarsi e agire collettivamente per affermare i propri diritti.

WSE ha in un primo momento cercato di tutelarsi in maniera grottesca, trasformando nel proprio sito internet la parola “insegnante” in “tutor” e sterilizzando ogni comunicazione interna in cui fosse usata la stessa parola insegnante. In seconda battuta l’azienda – che ha un turnover di insegnanti molto intenso – ha cambiato la propria politica delle assunzioni: prima della sindacalizzazione, ai nuovi assunti veniva offerto un contratto della durata di sei mesi poi convertito in indeterminato; successivamente tutti i nuovi insegnanti sono stati assunti con un contratto a progetto o tramite partita IVA. Questo ha bloccato la possibilità di estendere la sindacalizzazione, riducendo anche il monte ore che veniva a noi affidato: di conseguenza, lavorando meno ore, abbiamo ricevuto meno salario; tutti i nuovi corsi sono stati affidati ai nuovi assunti con contratti CO.CO.PRO. e partite IVA insensibili o impossibilitati a qualsiasi forma di sindacalizzazione. L’azienda ha creato un cordone sanitario attorno agli iscritti al sindacato e attraverso l’uso di lavoro precario e senza diritti sindacali ha bloccato l’estensione della mobilitazione degli insegnanti.

Il coordinamento tra insegnanti e sindacato ha prodotto uno sciopero e l’emersione della nostra vicenda su due testate nazionali (grazie anche all’aiuto di Potere al Popolo! Milano)[1].

Tali azioni sono state estremamente efficaci e hanno generato il risultato auspicato: a dicembre 2019 abbiamo aperto un tavolo di trattativa. L’ipotesi di accordo raggiunto riconosce una maggiorazione salariale diretta per tutte le oltre ottanta scuole del gruppo; abbiamo inoltre ottenuto un aumento della quota di salario per ferie e festività, ma questo solo per le e gli insegnanti che dipendono direttamente da WSE e non per le sedi in franchising. Ciò che non siamo riusciti a intaccare è l’organizzazione del nostro impiego, che era e rimane soggetto a un regime di part-time parzialmente involontario e completamente piegato su una flessibilità di cui gli insegnanti pagano il fio, sia in termini economici (se lo studente cancella la sua lezione il giorno prima l’insegnante non viene pagato), che propriamente organizzativi: infatti i nostri turni sono regolati senza limiti attorno a blocchi di ore discontinue e lezioni serali – che arrivano sino alle 21 per cinque giorni su sei.

Quali insegnamenti avete tratto da questa esperienza per quanto riguarda l’impiego di determinate tecnologie?

Apprendere e padroneggiare una lingua straniera è una sfida cognitivamente complessa e la relazione educativa che si stabilisce tra docente e discente è un fattore determinante per lo sviluppo di competenze linguistiche avanzate, specie per un adulto.

Wall Street English ha sviluppato il proprio sistema di apprendimento della lingua attorno a quello che viene denominato paradigma del Blended Learning, ovvero apprendimento misto o ibrido. Nella ricerca educativa tale paradigma si riferisce a un mix di ambienti d’apprendimento che combina il metodo tradizionale frontale in aula (in presenza di insegnanti) integrato con attività mediata dal computer e/o da sistemi mobili (come smartphone, tablet o computer). WSE eroga corsi di lingua inglese basati sul Communicative Method organizzati da una parte sull’utilizzo di una piattaforma di elearning e dall’altro sull’impiego di insegnanti che svolgono lezioni in presenza con gli studenti, non diversamente da altre scuole. Se da un lato il ruolo educativo dell’insegnante all’interno del sistema WSE fornisce un valore  aggiunto  imprescindibile, sia nel programma didattico che nel marketing dell’azienda, è pur vero che tale offerta formative-linguistica è strutturata attorno alla dinamica cliente-prodotto: ma qui il “prodotto” non è il sapere degli insegnanti, bensì il sistema proprietario di WSE attorno a cui è incardinato sia il progetto di studio dello studente che il lavoro dell’insegnante.

Questo ha due effetti principali. Da una parte, all’interno dell’offerta WSE lo studente incontra l’insegnante in una porzione di tempo limitato, dal momento che l’azienda mira a intensificare il contatto tra studente e piattaforma piuttosto che l’interazione frontale con l’insegnante. In tal modo le ore di docenza effettivamente erogate diminuiscono e quindi anche i costi del lavoro vivo per l’impresa.

Dall’altra parte l’insegnante è costretto a operare principalmente dentro i confini del progetto formativo standardizzato di WSE, cioè un insieme di lezioni preconfezionate: il docente infatti deve allinearsi a quello che lo studente svolge sulla piattaforma online, inoltre lavora in presenza con studenti sempre diversi, secondo gli appuntamenti fissati da un manager in base al numero degli studenti attivi sulla piattaforma. Il lavoro diventa ripetitivo e monotono, l’insegnante viene spogliato del suo tradizionale ruolo di maieuta, facilitatore ed educatore perché il suo sapere è stato da una parte sussunto nella piattaforma e dall’altra spezzettato in diverse fasi e ruoli su cui non ha alcun controllo. Questa forma di micro-management del lavoro cognitivo dell’insegnante attrae una forza lavoro precarizzata e socialmente fragile che non profonde nell’insegnamento alcun senso di vocazione e si rende quindi completamente subalterna a un ambiente lavorativo di cui gli sfuggono regole e dinamiche.

Quali difficoltà avete incontrato nel convincere i colleghi ad aderire alla vertenza?

Date queste condizioni oggettive ciò che è accaduto a Milano ha del miracoloso. La maggioranza degli insegnanti ha infatti aderito istantaneamente alla piattaforma di rivendicazioni. Dal momento che eravamo stati inquadrati come tutor, ma tutti in realtà ci percepivamo come insegnanti, il richiamo alla ferita inferta alla nostra professionalità ha generato un riscontro effettivo e dirompente. Il primo ostacolo è stato invece sindacalizzare da zero e farlo in una seconda lingua. Non abbiamo infatti solo dovuto veicolare i contenuti della vertenza; si è trattato di una vera e propria alfabetizzazione sindacale al linguaggio dei diritti sociali, che è naturalmente ostile alla prosa dell’opinione comune nella società in cui viviamo. In più c’è da aggiungere che l’ambiente lavorativo non accoglie nessuna forma di socializzazione tra gli insegnanti che non sia la mera erogazione delle ore lavorative. I centri dell’azienda sono disegnati con stanze dai vetri trasparenti che non permettono alcuna discrezione: si è infatti costantemente esposti allo sguardo dei propri superiori. Tutta la fase preliminare preparatoria e funzionale alla sindacalizzazione è avvenuta in spiragli di tempo e in luoghi improvvisati fuori dall’ufficio.

In questi frangenti si era costretti a spiegare a colleghi e colleghe, con cui fino ad allora si era scambiato solo qualche cenno di saluto, che sarebbe stato necessario iscriversi al sindacato. È stato un processo lungo e faticoso, ma abbiamo creato una comunità di lavoratori più coscienti e consapevoli in un settore abitualmente alieno e ostile alla sindacalizzazione. Ciò che invece non ci è riuscito di fare è stato estendere il nostro messaggio al resto degli insegnanti nelle altre città italiane in cui WSE è presente. Fiumi di email, telefonate, viaggi, non sono serviti a persuadere i colleghi e le colleghe che saremmo stati più forti insieme e ne saremmo usciti tutti in una condizione migliore. Ciò credo sia dovuto a due principali fattori, al netto di quell’atmosfera culturale di cui parlavo più sopra che ci rende tutti “poliziotti di noi stessi”. Il settore della formazione linguistica privata soffre di una intrinseca fragilità e ciò si riflette nella natura intermittente e iper-flessibile del lavoro dell’insegnante privato: per molti questa non è una carriera in cui investire, ma un momento di passaggio verso un’altra meta. E poi c’è il senso di precarietà generalizzato, che è particolarmente destabilizzante per chi insegna in Italia provenendo da altre nazioni: spesso chi fa questo lavoro in un paese straniero è diffidente rispetto a forme di conflitto che vengono percepite come troppo onerose per la propria condizione di “ospite” in un paese diverso dal proprio. Infine, è necessario aggiungere che la dislocazione geografica diffusa di una azienda come questa rende oggettivamente difficile creare legami di solidarietà tra lavoratori che non si conoscono e non vivono nello stesso spazio. Abbiamo imparato che il lavoro sindacale è prima di tutto un’opera di cura e di ascolto che richiede tempo, competenza, studio, responsabilità e auto-disciplina. E questa costellazione esistenziale è sempre più difficile da creare, custodire e nutrire nel tempo che stiamo attraversando.


[1] Si veda: Wall Street English, “noi insegnanti inquadrati come personale amministrativo. E da quando protestiamo ci hanno ridotto le ore di lavoro” ; L’inglese si studia su una app e il prof non serve più.