Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition italiana

Riccardo Emilio Chesta

Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.

Già l’adozione del termine “coalizione” li identifica come un soggetto aperto, non corporativo che tenta di andare oltre un’opera pur necessaria di sindacalizzazione e organizzazione, ponendosi come obiettivo un’opera più generale di acculturazione all’azione collettiva e alla costruzione di solidarietà tra i lavoratori tech, in primis sul proprio posto di lavoro ma anche al di là, invitando a riflettere sui legami tra la propria professionalità e le implicazioni più generali in società. Legando azione locale e transnazionale, opera di critica e costruzione di alternative tecnologiche, costruzione di solidarietà sui luoghi di lavoro e sperimentazione di forme di lavoro cooperativo. Quella che segue è un’intervista collettiva gentilmente concessa dalla Twc a Officina Primo Maggio.

Come è nata e qual è la composizione sociale di Tech workers coalition Italia?

Anche se la nostra aspirazione è creare una coalizione con categorie come magazzinieri o rider, in realtà nella nostra coalition ce ne sono pochi, più che altro perché sono già organizzati e anche perché noi non abbiamo granché da insegnargli. Ma sarebbe bello unire le forze.

Il grosso delle persone che partecipano sono programmatori e sistemisti, un mix tra lavoratori in consulenza, poco privilegiati, e poi un blocco che galleggia meglio, che lo fa per spirito di solidarietà. Nel mezzo dell’associazione ci sono anche alcuni rider, qualche ricercatore, o qualche sociologo prestato all’industria, anche se sono più l’eccezione che la regola. Lo zoccolo duro di Tech workers coalition Italia è costituito da tecnici dediti allo sviluppo e gestione di software. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti c’è maggiore commistione. C’è anche lì grande aspirazione a essere qualcosa di più ecumenico, ma i tecnici sono comunque la maggioranza. Da noi, la distinzione è tra il livello più tecnico – il grafico, il sistemista – e quello più culturale – come il social media manager, il copywriter o l’art worker. Il grosso sono persone impiegate a tempo indeterminato o determinato. Quello di precari e “atipici” è uno spazio che vorremmo sfondare perché è pertinente, ma per il momento abbiamo pochi freelance e pochi stagisti.

L’iniziativa di far creare la Tech workers coalition è nata perché alcuni di noi avevano contribuito a fondare quella berlinese – lavorando a Berlino – ma poi il Covid ha fatto sorgere con forza la necessità di lanciare una sezione italiana. Ognuno ha coinvolto reti di cui faceva parte, ma il tutto è nato spontaneamente senza che ci conoscessimo di persona.

È stata sin dall’inizio una rete transnazionale?

La Tech workers coalition Italiana nasce sicuramente ispirandosi a esperienze come quella tedesca, che a sua volta è nata ispirandosi al modello di attivismo americano. Molti attivisti della Twc Germania sono americani espatriati. Chiaramente va tenuta presente la distinzione, perché il contesto tedesco è diversissimo da quello americano. Così alcuni di noi hanno capito che bisognava fare qualcosa anche in Italia, ma su basi diverse. A livello di idee, di contenuti e di comunicazione ereditiamo tantissimo dalle sezioni americane. Poi l’organizzazione sul terreno deve ancora arrivare veramente, visto che a causa del Covid-19 gli spazi fisici sono sospesi, per cui non siamo ancora arrivati nelle aziende. Altre esperienze hanno poi contribuito a creare questa rete. Alcuni di noi si sono incontrati con l’esperienza di Game workers unite, il sindacato dei programmatori dei videogiochi, organizzazione cugina della Tech workers coalition, con varie sezioni in città come San Francisco o New York. A Londra ci sono altre sezioni, con alcune parti legate ai sindacati di base – assieme a rider e lavoratori migranti di seconda generazione – e alcune realtà ispirate più da logiche autonome del sindacato. In Italia, l’organizzazione nel mondo reale segue aspettative e standard molto diversi da quelli americani e tedeschi. In Germania il focus è sostenere i lavoratori con i work councils, che in Italia non sono tutelati dalla legge. Nonostante l’erosione di questo strumento a seguito di processi di deregolamentazione e della spinta da parte delle multinazionali, non da ultima Amazon, per aggirarlo, il modello tedesco pare resistere in parte in diversi settori tech. Forme di rappresentanza sindacale garantite a livello aziendale che in Germania hanno una lunga e consolidata tradizione, tanto che in diversi settori permettono livelli di democrazia definiti di “co-gestione”. In Germania puoi farli e spiegare direttamente l’esperienza attraverso questi spazi, investendo su tali pratiche. Negli Stati Uniti invece non esistono, e si formano delle rappresentanze sindacali come farebbero in Italia ma su parametri assolutamente diversi, per esempio intorno a temi come l’antimilitarismo, l’ecologismo o il femminismo che usano come leva per introdurre le persone ai temi del lavoro. In Italia non so quanto queste strategie potrebbero funzionare. È comunque un dibattito che vorremmo aprire, anche se questo tentare di attirare i liberal sui temi del lavoro, non so quanto possa risultare convincente come negli Stati Uniti.

Qual è il modello di organizzazione a cui vi ispirate? Quello delle guilds o delle unions?

Sicuramente non ci poniamo nello stesso spazio dei sindacati. Ci consideriamo dentro la logica dell’Alt-Labor che è un po’ una forma innovativa, da sperimentare. In parte cerchiamo di fare da complemento alle forme di sindacalismo tradizionale, ma l’obiettivo è anche crearne di nuove, visto che alcune non sono riuscite a entrare nell’It italiano nonostante questo settore sia rilevante da trent’anni. A livello di identità, di comunicazione, di pratiche, di idee, per ora c’è un gap da colmare. Non credo nessuno abbia delle risposte concrete, quindi si tratta di fare analisi e di creare pratiche sperimentando assieme, anche con il rischio di diventare poco d’impatto. Ma fa parte del gioco. Non ci interessa porci sullo stesso piano dei sindacati, ma aprire un dialogo con la loro parte più sana. Ci vediamo come un ponte comunicativo, che spieghi ai tecnici e agli informatici in generale quel mondo, ovvero il conflitto per conquistare o mantenere diritti sul lavoro, che i genitori capivano e loro non capiscono più. È uno spazio difficile perché la realtà del lavoro è veramente cambiata, vediamo persone che notano problemi, fanno iniziative specifiche, facendo sondaggi e inchieste sulle condizioni di lavoro, ma serve qualcosa di più.

Tra di noi c’è anche chi è invece più avvezzo al sindacalismo tradizionale, sia quello meno conflittuale come i confederali, sia quello più di base, ma che non ha molta conoscenza dei tech-workers, specialmente i tecnici. Come Twc stiamo diventando degli interlocutori perché non facciamo attività sindacale pura, ma svolgiamo la parte di sensibilizzazione, comunicazione e di prima organizzazione. Speriamo che questo riesca a sensibilizzare i sindacati su tali questioni. Abbiamo avuto interlocuzioni sia con i sindacati confederali che di base, perché vediamo un interesse, anche solo di conoscerci. Questa attività di comunicazione e sensibilizzazione aiuta a sentire parlare di diritti del lavoro anche in luoghi dove qualcuno non ne ha mai sentito parlare, specie in un mondo come questo, molto competitivo, dove di questo non si riesce a parlare nemmeno tra colleghi nella stessa stanza.

Far capire cosa fare nel senso più largo del termine sindacale, imparare a leggere un contratto, che differenza c’è tra un permesso e un giorno di ferie. Non è solo ignoranza, ma la mole di lavoro spesso è talmente grande che non si ha nemmeno il tempo di discuterne. Le aziende poi non la discutono perché chiaramente hanno tutto l’interesse a non farlo. Lo facciamo spesso noi attraverso i social e ci sono persone che ci scrivono esplicitamente per questioni simili.

Ci sono delle vertenze che reputate particolarmente importanti o prioritarie?

Ci sono vertenze che vanno avanti da tempo. Il mondo italiano è costellato di micro-aziende di consulenza di cui nemmeno noi siamo a conoscenza, che si fondano nella maggior parte dei casi sul body-rental. Ovvero, sulla pratica di essere dislocati con un contratto da parte di un’azienda A per lavorare alle dipendenze di un’azienda B, come consulenti e non come dipendenti, quando in realtà questa pratica dovrebbe essere normata attraverso i contratti interinali, ma in realtà è prassi nel mondo dell’informatica, sia nel privato che nel pubblico, aggirando così tutte le tutele che dovrebbero esserci. Un vero meccanismo di scatole cinesi. Tutto questo è legato a processi di esternalizzazione dei servizi, a cui anche quelli informatici sono soggetti. È lo stesso meccanismo che avviene ad esempio anche nelle cooperative dei servizi di mensa scolastica. I ministeri ad esempio, tuttora non fanno assunzioni, non fanno concorsi, però spendono tantissimi soldi perché chiamare aziende esterne per fare questo servizio ti costa più del doppio di quanto costerebbe avere lavoratori competenti all’interno. Tutta la parte che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione, come ad esempio l’ex Formez Pa, ha lasciato partire un sacco di persone competenti che, visto il meccanismo degli appalti, se ne sono andate. Un’altra vertenza importante è quella legata all’Agile: una forma di organizzazione del lavoro che attraverso le potenzialità delle tecnologie digitali introduce un aspetto di flessibilità temporale nell’espletamento delle prestazioni lavorative. Organizzato per “obiettivi”, la forma di lavoro agile può in teoria favorire una crescente autonomia del lavoratore, ma se non è negoziata coinvolgendo il prestatore d’opera introduce nuovi rischi riguardo alla difficoltà di misurare l’entità di sforzo lavorativo richiesto per una specifica opera o progetto, favorendo lavoro sottopagato, forme di stress, confusione tra tempi di vita e lavoro.

Quanto la Twc si inserisce più in generale in un discorso sul ruolo critico dei tech worker nelle grandi imprese del capitalismo digitale?

Soprattutto negli Stati Uniti, la Tech workers coalition ha una strategia di meta-organizzazione: su vertenze specifiche ha un ruolo di coordinamento di altre organizzazioni, come Alphabet workers union o Amazon employees for climate justice. L’obiettivo non è fare una organizzazione grossa ma creare un luogo di incontro per organizzatori o potenziali organizzatori. Non si entra mai con il nome di Twc. A volte è la Twc a condurre, a volte è solo di supporto, però tutte queste iniziative vedono coinvolta la Twc. Per fare un esempio, KickStarter, la prima azienda It americana ad avere una rappresentanza sindacale di soli informatici, ha tra gli organizzatori principali Clarissa Redwine, un’esponente di primo piano di Tech workers coalition New York. 

Tech workers coalition è nata in Google nel 2014 da scioperi e organizzazioni preesistenti nate per chiedere l’assunzione dei lavoratori della mensa esternalizzati. Dal 2018 l’organizzazione di San Francisco si è specializzata in vertenze più specifiche da cui sono nate organizzazioni di lavoratori in aziende come Facebook e Google. Stessa cosa a Londra, dove tutti sono confluiti dentro un sindacato tradizionale. Questa strategia è pienamente supportata da Twc perché l’obiettivo non è crescere o fare tessere. Ci sentiamo parte di questi processi senza prenderci meriti o senza mostrare i muscoli. Diverso è il discorso per l’Italia, dove questa non pare essere la strategia migliore. Questo è uno dei motivi per cui siamo un’organizzazione nazionale, mentre altrove sono tutte sezioni più locali. Al momento la nostra prospettiva è di fare massa perché, a differenza che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Italia al momento c’è un vuoto. Da noi c’è molto più immobilismo mentre da loro ci sono un sacco di esperienze spontanee.

Concretamente come si può definire uno sciopero nel settore It?

Questo è un ragionamento che stiamo facendo da tempo. A livello di danno economico, nel nostro settore non esiste la stessa modalità di sciopero che potevi fare nella fabbrica fordista, con dieci persone a monte della catena che ne bloccavano mille a valle, e questo per le caratteristiche del processo produttivo nell’It. In più, se tu non lavori 8 ore oggi, lavori il doppio domani con straordinari non pagati, con il lavoratore che per di più si assorbe il danno. Si possono immaginare atti clamorosi in cui ci si ferma per mesi o non si fa manutenzione per settimane, però non ci può essere una gradualità. Lo sciopero perciò è protesta, il danno è più che altro d’immagine, ed è comunque di nicchia. Questo aspetto simbolico, d’identità – come l’estetica del picchetto – non arriva alla maggioranza dei tech worker, ma solo a una nicchia di lavoratori già radicalizzati. Lo sciopero non può quindi essere lo strumento principale. Su questo c’è un vuoto di elaborazione che va riempito anche con il lavoro teorico. Sicuramente mancano dei metodi aggiornati per il lavoro cognitivo.

Invece come è possibile creare spazi di socialità condivisa che superino l’individualizzazione del modo di lavorare e del luogo del lavoro? 

Lo spazio nell’ufficio It non è quello della fabbrica. È difficile avere qualcosa di più del discorso uno a uno. Le pratiche di organizzazione sul luogo di lavoro cercano di sviluppare relazioni uno a uno per arrivare a formare un gruppo capace poi di espandersi tra le varie reti. È difficile avere uno spazio per i lavoratori, in generale. In alcune aziende magari esiste, ma è più legato alla socialità esterna, tra colleghi che si frequentano nel tempo libero. 

Chat, social, mezzi di comunicazione digitale sono strumenti che voi tech worker in primis siete in grado di mobilitare per superare la frammentazione e l’atomizzazione lavorativa. In che modo diventano strumenti di socialità critica?

I tecnici si organizzano online, si parlano online, socializzano online molto più della gente comune, anche adesso che i mezzi sono diventati di massa. La situazione era la stessa decenni fa quando questi erano mezzi di nicchia. L’idea di interagire online con sconosciuti per i tech worker è una cosa comune. Capire come comunicare con un pubblico It, con una comunità di lavoratori è un lavoro vero e proprio. Il limite di questi strumenti è che portano a poca densità. Conosci qualche sparuto lavoratore per azienda ed è impossibile fare una vertenza con numeri così bassi. In questa fase, a nemmeno un anno dalla nostra nascita, non ci interessa avere un impatto nell’immediato, ma semmai costruire qualcosa più sul lungo termine. Già lo sviluppo di queste pratiche è fondamentale. Quello che varie vertenze a livello internazionale ci ha insegnato è che l’elemento fondamentale è lavorare sulle relazioni uno a uno, sviluppare fiducia tra i lavoratori, capire di chi fidarsi, visto che è facilissimo incontrare qualcuno che magari mette i bastoni tra le ruote. Quello che dà fiducia è che in questi pochi mesi abbiamo raggiunto persone che non pensavamo di raggiungere mai. C’è chi si affaccia in forma anonima anche a seconda di quanto teme per eventuali ritorsioni e chiede, si informa. Anche persone che provengono dai giganti della consulenza italiana. A volte ci sono persone che non hanno la consapevolezza delle ritorsioni e siamo noi a mettere in guardia i lavoratori, se sono connessi esplicitamente con il loro nome e cognome. Alcuni di noi non hanno problemi con la loro azienda e possono esporsi, specie quelli con maggiore esperienza e competenze, anche per esempio condividendo istanze esplicitamente su social come LinkedIn. Diversa è chiaramente la situazione di chi si trova nel vortice della consulenza, non per scelta, ma per farsi qualche anno di formazione e poi andare con un buon curriculum verso aziende migliori. C’è chi invece rimane invischiato dopo dieci anni e non avendo avuto il tempo di formarsi il dovuto, di aggiornarsi, magari finendo in progetti legati a trend che sono spinti da fornitori e non sono realmente innovativi tecnologicamente. Se uno rimane arretrato su questi, poi viene tagliato fuori. Per esempio come chi è tagliato fuori dallo sviluppo Web perché non è formato alle tecnologie FrontEnd, il codice che gira sui browser degli utenti, o BackEnd, il codice che gira sui server, la logica del programma che riguarda poi i dati da registrare, validare ed analizzare. Se dovesse ributtarsi sul mercato del lavoro come Developer Web non riuscirebbe a farlo. E questo viene spesso fatto di proposito dalle aziende per schiacciare le ambizioni di andarsene dei lavoratori. C’è una platea di lavoratori molto diversa, per questo tendiamo a sensibilizzare anche i lavoratori a essere cauti, per tutelarne la privacy, perché sappiamo che potrebbero esserci ritorsioni.

In che modo la piattaformizzazione può avere avuto un impatto su tipologie di lavoratori tech?

Sicuramente è rilevante per grafici e designer, molto meno per programmatori e sistemisti. Il sistemista è una categoria che ha bisogno di un rapporto più duraturo con l’azienda, mentre qualche programmatore, specie tra quelli più precari, quando le cose vanno male, va sulle piattaforme e prende degli stipendi ridicoli. Ce ne sono una marea, ma Fiberr o Upwork vanno per la maggiore. È più che altro un lavoro semi-qualificato, poco pagato, per chi si accontenta, che non può catturare la grossa fetta di mercato. Se sei una grande azienda non puoi farti fare un sito da una persona con poca esperienza. La qualità e l’estetica contano. Semmai, quel tipo di lavoro semi-qualificato e poco pagato può andar bene per piccole aziende che si affidano a piattaforme per cercare quel tipo di lavoro senza pretese. Ma questo, che dà anche forma a un processo di deskilling e di spersonalizzazione del rapporto di lavoro, alla lunga non tiene. Già alcuni decenni fa molte grandi aziende fecero outsourcing in massa in Paesi come l’India e alla fine si arresero all’evidenza di un esperimento fallito, perché perdevano in qualità del lavoro. Tuttora esiste l’outsourcing ma è appunto confinato ad alcune nicchie. 

Quali sono nella fase attuale le rivendicazioni principali della Tech Workers Coalition?

Una migliore legislazione sul body-rental è un obiettivo concreto, sul breve, che si può ottenere. L’annoso tema del Contratto collettivo nazionale del lavoro per gli informatici non ci convince, nel senso che in questo momento non farebbe altro che cristallizzare la debolezza della categoria, anche se a livello comunicativo, o a livello di feedback, tutti lo vogliono. Se tu vai sulle varie comunità, tutti ne parlano e lo vogliono, anche chi non sa cosa realmente significhi. Noi attualmente non la consideriamo una priorità. Quello che ci poniamo poi è anche un lavoro più ampio, di stimolazione di una cultura del sistema produttivo, della produzione di tecnologia tramite cooperative, di nuove forme di organizzazione del lavoro o anche nuovi mercati. Non abbiamo solo una prospettiva di critica a ciò che non va. Non c’è solo il lato sindacale, ma ci proponiamo anche di formare una generazione di tecnici che abbia gli strumenti per porsi in maniera conflittuale non solo con il datore di lavoro ma anche col sistema produttivo in sé. Abbiamo iniziato un ciclo di seminari sul cooperativismo, su come distinguere forme autentiche di cooperative da quelle farlocche e malsane. Una parte di questa critica i lavoratori non la vuole investire nel picchetto o nella protesta ma nel programmare diversamente. 

Quali sono le esperienze di cooperativismo che sentite vicine, o a cui collaborate? 
Quello delle piattaforme cooperative è un tema che i sociologi conoscono meglio di noi tecnici. Noi siamo in contatto con una realtà come Hypernova, che fa lo stesso lavoro di altri consulenti ma con dei margini che vengono lasciati al lavoratore, in un ambiente di lavoro più sano, con una selezione etica dei progetti che vai a prendere. All’estero ci sono esperienze tra le più variegate, come Lumioo, una cooperativa neozelandese che “fa prodotto”, ovvero compete sul mercato con una tecnologia o software di cui detiene la proprietà. In Spagna e in Nuova Zelanda il cooperativismo è forte, ma anche negli Stati Uniti ci sono molte piccole cooperative che fanno le cose più disparate, da videogiochi come Dead Cells, prodotto da una cooperativa anarchica dove tutti i lavoratori hanno lo stesso stipendio, capace di creare un videogioco premiatissimo e vendutissimo, anche se è una realtà piccola. Serve molta consapevolezza per creare una cosa così. La startup è molto più semplice da fare, essendo immersa in un ecosistema più grande e anche perché ha una narrazione per cui vedono quello sveglio in università, lo pigliano come se avessero un braccio meccanico, lo piazzano in un incubator ed esce la startup. Questo non esiste con le cooperative, anche se è un obiettivo che ci dovremmo porre. Incubator di cooperative ce ne sono, fondi di investimento in cooperative ci sono, ma manca la catena di trasmissione con i tecnici. Tech workers coalition vuole essere un ponte su questo. Abbiamo cooperative che vengono da noi a dirci che non riescono a trovare programmatori, quando noi in primis abbiamo persone che premono per andare a lavorare in una cooperativa, anche se non sanno bene cosa andranno a fare. C’è una disconnessione. Essenzialmente queste sono tutte cose che compongono il nostro obiettivo principale, che è quello di creare consapevolezza tra i lavoratori, una cultura del lavoro, quindi di fare meta-organizzazione, formare a costituire una rappresentanza sindacale, forme di azione collettiva in azienda.