La logistica delle guerre. Dialogo con Carlo Tombola

Nato due anni fa a Genova, The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei è un punto d’incontro tra militanti antimilitaristi, lavoratori dei trasporti ed esperti a vario titolo di logistica, che intende seguire la strada aperta una ventina di anni fa da un pioniere quale Sergio Finardi, scomparso nel 2015. In questo breve periodo, The Weapon Watch ha contribuito ad alcune delle più incisive lotte dei lavoratori portuali contro le guerre, in particolare a Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, e si è inserita nel network europeo che coordina le iniziative per limitare la produzione e il commercio di armamenti. Un suo progetto, quello di un atlante europeo dell’industria militare, ha raccolto l’interesse di partner qualificati nel Regno Unito, in Spagna, in Belgio e in Germania, e ha già prodotto una cospicua databank delle aziende italiane coinvolte nel militare, in via di pubblicazione sul web. A suo merito, anche quello di aver fatto conoscere in Italia la Ziviler Hafen, l’iniziativa popolare in corso ad Amburgo per un referendum che escluda l’esportazione di armamenti dal traffico portuale.

OPM ha chiesto a Carlo Tombola di raccontare questa esperienza, dal suo speciale punto di vista come redattore della rivista e come attivista dell’osservatorio.

Il disegno è di Arpaia

OPM: A quando risale l’idea di fondare The Weapon Watch?

Tombola: Si può tornare a un giorno, il 20 maggio 2019, e a un luogo preciso, il porto di Genova, dove i portuali si accorsero che all’imbarco su una nave saudita c’erano merci presentate come “civili” ma in realtà destinate a un corpo militare d’élite, la Guardia nazionale del Regno, impiegato nella guerra in Yemen. Su quelle merci si aprì un duro contenzioso tra alcuni delegati sindacali, che chiedevano chiarimenti, e dall’altra parte il terminalista e l’autorità portuale, che minimizzavano e minacciavano di accollare i danni. Accadde anche che di colpo, all’alba, arrivarono al presidio in porto centinaia di giovani, giornalisti, pacifisti, persino gli scout di Sampierdarena, e che il console della Compagnia unica si spingesse a prevedere lo sciopero su quelle merci. Quando i compagni del Calp-Collettivo autonomo lavoratori portuali mi mandarono le foto e i documenti relativi, scoprii che la ditta romana produttrice di questi shelters (sono centri di comando e telecomunicazioni collocati in speciali container, condizionati e dotati di generatori elettrici) li offriva sul sito web a utilizzatori esplicitamente militari, e che per di più ne aveva richiesto – a norma di legge – l’autorizzazione per esportarli in Arabia Saudita quale materiale militare. Quando i rappresentanti dei lavoratori portarono alla discussione i nuovi dati, la partita si chiuse: il prefetto decise che le merci dovevano rimanere in porto “per accertamenti”, e la nave ripartì. 

Poi questa vicenda fece il giro del mondo, abbiamo ricevuto attestati dai dockers di Oakland e da quelli di Durban, dai sindacati scozzesi… ma per noi fu soprattutto occasione di riflessione. Intanto, l’azione era stata resa possibile dall’allarme internazionale che aveva preceduto l’arrivo in porto della «Bahri Yanbu». Si sapeva cioè che avrebbe dovuto imbarcare a Le Havre degli speciali cannoni a lungo raggio di produzione francese. Quei cannoni giusto poche settimane prima erano stati al centro di un dossier del sito investigativo Disclose, in cui si documentava il loro impiego in Yemen e il fatto che Macron ne fosse a conoscenza, al contrario di ciò che il presidente francese aveva dichiarato in pubblico. In Francia i dockers della Cgt si erano schierati con Amnesty International e i pacifisti cristiani per il boicottaggio della nave. Quando la nave ripartì dopo aver “saltato” Le Havre, a Genova – successivo scalo previsto – c’era un clima battagliero, fiorivano le discussioni, e pesava l’appello alla solidarietà portuale lanciato dalla Cgt e dalle ong francesi. Probabilmente senza quella rete internazionale di informazione e lotta Genova non si sarebbe mossa, e così abbiamo pensato di mettere in qualche modo basi più stabili – informative, legali, di analisi – ad azioni che per loro natura dovevano seguire, anzi anticipare, le navi lungo catene logistiche molto consolidate, “servizi regolari” secondo gli schemi tipici della moderna shipping industry. Azioni che rimangono esemplari (le merci bloccate a Genova qualche settimana dopo andarono via gomma a Marghera, e da lì imbarcate per il porto di destinazione, Jeddah) ma che servono a dare visibilità alla catena e al suo traffico specifico. Oggi si sa tutto della compagnia Bahri, a cui appartengono quelle sei navi gemelle, e ogni volta che una tocca Genova, cioè ogni venti giorni circa, viene accolta dai petardi del Calp e si muovono i giornalisti. I camalli genovesi sono sotto i riflettori, partecipano a convegni e riunioni internazionali, sono andati in tv (vedi la puntata di PresaDiretta andata in onda il 22 marzo scorso). Certo, qualcuno del Calp è finito indagato per associazione a delinquere e attentato alla sicurezza dei trasporti, ma d’altra parte una loro delegazione è stata ricevuta in udienza privata da papa Francesco, che peraltro li ha più volte lodati per il loro coraggio civile.

Insomma si tratta di forme di lotta “mediatica”, difficili, da condursi contemporaneamente a diverse scale geografiche, locale e internazionale, e sempre “in rete” con altre organizzazioni di sensibilità diverse. La decisione di dar vita a The Weapon Watch è stata un po’ la risposta a queste esigenze diverse: un osservatorio in cui fossero fianco a fianco lavoratori, portatori di saperi tecnici nel trasporto e nella logistica, consulenti legali e sindacali che possono suggerire come fare pressione sulle autorità, e naturalmente diverse sensibilità della militanza. 

OPM: Nel programma di The Weapon Watch si dice esplicitamente che è un “osservatorio”, cioè prende a modello l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia a cui collabori da tempo?

Tombola: Quello di Opal è per me un modello di riferimento, oltre che un’esperienza preziosa per le persone straordinarie che vi ho trovato, determinate a documentare giorno dopo giorno quale sia il ruolo dei grandi produttori del distretto bresciano, a cominciare da Beretta, nella diffusione delle armi leggere e “sportive” fabbricate in Italia, soprattutto nelle aree della violenza endemica urbana e della guerra perpetua. Però nello statuto di The Weapon Watch si fa esplicito richiamo alle battaglie dei portuali e nei porti, non solo al movimento contro la guerra e ai principi della nonviolenza. Inoltre indichiamo come obiettivo di lotta, conoscenza e propaganda la particolare “catena logistica” della guerra, nelle sue varie forme e gradi di attuazione. Non bisogna dimenticare quello che scrive che per l’invasione dell’Iraq del marzo-aprile 2003 l’amministrazione Bush si servì dei big mondiali della logistica, Maersk in testa, e che i primi contratti furono firmati già nell’agosto del 2002, cioè sei mesi prima della sceneggiata di Colin Powell all’Onu. La logistica per la guerra è sempre un gigantesco business, sempre internazionale, anzi direi intergovernativo, e si mette in moto molto prima che i soldati posino i loro boots on the ground. Di qui l’urgenza di una rete che osservi e controlli i porti strategici per l’approvvigionamento militare e che contribuisca a rendere trasparente quello che non lo è, sebbene il commercio di armi e munizioni – anche di quelle utilizzate per commettere gravissimi crimini di guerra contro popolazioni civili – si svolga sotto i nostri occhi, con vettori commerciali e senza particolari misure di sicurezza. Una rete che raccolga e diffonda informazioni relative alla logistica militare può anche contribuire a promuovere forme di lotta adeguate a un “avversario” che ha ed esercita enormi poteri di pressione sull’opinione pubblica – si pensi alle molte aziende “strategiche”, a cui il governo ha permesso di continuare a lavorare anche durante i momenti più gravi della pandemia, nella primavera del 2020 – ma che, secondo le nostre valutazioni, ha un peso tutto sommato limitato quanto a creazione di ricchezza e di posti di lavoro.

In questo senso, penso che la mia presenza, oltre che nella direzione di Opal, anche nella redazione di OPM sia coerente, il progetto della rivista e quello di The Weapon Watch si riferiscono entrambi agli stessi metodi (indagine sul campo, conricerca, interviste, ecc.), alla stessa attenzione al mondo del lavoro, alla stessa contaminazione dei saperi tecnici e delle esperienze di lotta. Del resto anche Andrea Bottalico e Riccardo Degl’Innocenti condividono la mia stessa doppia presenza, in OPM e in The Weapon Watch…

OPM: È chiaro che il settore militare, più ancora che per il suo peso economico, conta perché è immediatamente a contatto con il decisore politico, e perché riguarda l’impiego sul campo delle forze armate e il sistema delle alleanze internazionali.

Tombola: Pensiamo a Leonardo. La maggiore azienda italiana impegnata nel militare è formalmente controllata dal ministero dell’Economia con il 30% delle azioni, ma in realtà i due terzi del capitale sono nelle mani di investitori istituzionali inglesi e americani, assai più vicini ai grandi clienti di Leonardo che al governo di Roma. Leonardo fornisce Boeing, Lockheed Martin, Rolls Royce, Northrop Grumman, Bae Systems ecc., mantiene venti stabilimenti negli USA e ha 7.000 posti di lavoro nel Regno Unito. Voglio dire che Profumo e i manager di Leonardo hanno un canale diretto con il Pentagono e la Casa Bianca, e ne riportano i messaggi a chi in quel momento siede al governo… Qui si aprirebbe anche il tema di cosa sia realmente “militare” o per la difesa, in settori produttivi largamente dual use, cioè che producono sia per il civile che per il militare: le cifre talvolta fornite dalle aziende non sembrano credibili e certo non sono verificabili, dal momento che non c’è alcun obbligo civilistico di specificare il valore della produzione di un singolo impianto, né tanto meno quale parte del fatturato riguardi il militare. Leonardo in Italia ha ben 38 unità produttive dirette, e sono solo una decina quelle esclusivamente o prevalentemente rivolte al militare. Da parte sua, Fincantieri dichiara il 24% del fatturato dal settore difesa nel 2020, Beretta negli ultimi vent’anni non ha mai dichiarato più del 15% …

OPM: Cosa siete riusciti a realizzare in questi due anni?

Tombola: L’associazione The Weapon Watch è nata nel gennaio 2020 e siamo stati subito bloccati dal lockdown, avevamo in corso tre iniziative rilevanti che sono rimaste al palo o che proprio abbiamo dovuto abbandonare. Abbiamo rinunciato al progetto sostenuto dalla Rosa-Luxemburg-Stiftung – la fondazione del partito Die Linke – o meglio abbiamo dovuto rinunciare al loro finanziamento. Però non abbiamo rinunciato al progetto di realizzare un “atlante interattivo” dell’industria italiana della difesa, anzi in qualche modo durante il confinamento abbiamo lavorato più intensamente, raccolto una gigantesca databank collegata alla mappa: se ne può vedere una versione, ancora in bozza e incompleta, all’indirizzo http://sergiofinardi.info/ww/#. Come The Weapon Watch vogliamo contribuire a una seria critica dei dati, perché secondo noi sono troppo appiattiti sulle fonti di Confindustria e delle grandi aziende aderenti ad Aiad-Associazione delle industrie aerospazio e difesa, la lobby italiana delle armi diretta da Guido Crosetto, fondatore ed ex segretario di Fratelli d’Italia. Ne risulta un’opacità complessiva del settore e una carenza – per non dire un’assenza – di analisi indipendenti.

Abbiamo portato avanti anche una seconda iniziativa, almeno in parte: il confronto con i rappresentanti dei lavoratori sui temi del controllo del commercio di armamenti, della riconversione, delle guerre disumane e dei loro effetti sulle società europee. Qui siamo stati facilitati dalla presenza nelle nostre fila di alcuni portuali genovesi protagonisti della lotta contro le navi Bahri e di alcuni tra gli osservatori più attenti al mondo della logistica marittima – peraltro anche presenti nella redazione di OPM, in coerenza con il pionieristico approccio di Primo Maggio e di Sergio Bologna in particolare. Ci manca ancora, perché va costruito con pazienza e senza ideologie o fatalismi, il confronto diretto con i lavoratori delle stesse aziende della difesa e dell’aerospazio, anche qui per riprendere il metodo della conricerca, nonché la tradizione del movimento nonviolento italiano, che in molti storici distretti produttori di armamenti – penso al Bresciano, al Varesotto, all’area fiorentina, alla stessa Genova – conobbe in passato originali esperienze di obiezione di coscienza sul luogo di lavoro. Crediamo che The Weapon Watch possa offrire, anche grazie alla divulgazione delle informazioni e al suo metodo di lavoro, un primo livello di confronto e critica, quello sui dati – sugli incroci delle subforniture, sulla logistica specializzata – che con il contributo di tecnici e operai possono diventare meno opachi e univoci. Per fare un esempio, non mi sembra che qualcuno abbia detto quanto il gruppo Gkn sia implicato nell’aerospace sia civile che militare: hanno come clienti quasi tutti i maggiori produttori mondiali di aeromobili e di motori jet, impiegati anche negli aerei da combattimento di quinta generazione, di cui sono fornitori di “livello 1” con 41 siti di produzione in 13 paesi. Si è messa in relazione la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio con i cambiamenti nella geografia produttiva dell’automotive e con la fine di Fca, ma si è tralasciato di guardare più in profondità, alla logica dietro le decisioni del fondo Melrose, che chiude a Campi ma non a Brunico, per limitarci all’Italia.

Al terzo punto del progetto The Weapon Watch, l’ho già accennato prima, c’è l’obiettivo di contribuire a costruire una rete tra i porti europei, cioè in concreto tra  lavoratori e lavoratrici,  sindacati, Ong, movimenti pacifisti e religiosi delle città in cui operano le multinazionali della logistica e attraverso cui passano le navi più implicate nell’approvvigionamento militare. Anche qui ci vuole tempo, “a distanza” non si può fare molto, ma siamo impegnati a costruire una trama forte di rapporti e scambi informativi, a organizzare gli osservatori sul campo, a far nascere iniziative comuni in grado di mobilitare l’attenzione: soprattutto laddove la catena logistica militarizzata viene allo scoperto, si rivela, lascia le sue tracce documentali e incontra lavoratori che non sono disposti alla complicità, sia pure indiretta, che comporta maneggiare container di bombe, imbarcare veicoli destinati a massacrare qualche famiglia di abitanti di zone lontane dai nostri occhi e dalle telecamere dei nostri media. Nel maggio scorso, mentre l’esercito israeliano bombardava Gaza, in tre porti italiani sono scattati dei “blocchi preventivi” per non imbarcare esplosivi (cioè bombe e proiettili) diretti a Haifa, azioni promosse da sigle sindacali diverse e sulla base di allerte e messaggi sui social. La forza di queste azioni è stata enorme, pensate che come reazione immediata la sezione dei portuali di Haifa iscritti alla Histadrut – il sindacato unico israeliano – ha minacciato un contro-blocco su tutte le merci italiane in entrata, mettendo subito in moto le diplomazie dei due paesi.

OPM: Recentemente siete stati ad Amburgo per la giornata contro la guerra e alla Friedenskonferenz (la conferenza sulla pace) organizzata dal sindacato ver.di. Come mai questo interesse per l’attivismo pacifista tedesco?

Dei contatti con la fondazione Rosa Luxemburg abbiamo detto. Poi Jackie Anders della redazione di Ausdruck, la rivista di Imi-Informationsstelle Militarisierung di Gottinga, ci ha pubblicato un articolo uscito nello scorso giugno, il che credo abbia contribuito al doppio invito ad Amburgo: Sandro Capuzzo ha rappresentato The Weapon Watch all’Antikriegstag del primo settembre, giorno in ricordo dell’invasione nazista della Polonia; Stefano Odoardi e io siamo intervenuti alla conferenza del 16 settembre. Seguiamo sin dall’origine le faccende tedesche, che per il nostro progetto sono molto rilevanti in tutt’e tre le linee d’azione in cui si articola.

In quella città, che è uno dei maggiori porti d’Europa nonché la capitale di un piccolo Land, si è messo in moto un complicato iter per ottenere un referendum popolare riservato ai residenti, a cui verrà chiesto di dichiararsi pro o contro il commercio degli armamenti nel porto. È un iter in tre fasi, si è appena conclusa la prima raccolta firme, ora il quesito sarà sottoposto a un parere di tipo costituzionale locale, quindi si dovrà ripetere una ben più impegnativa raccolta firme – 65.000 in un mese. Se tutto andrà secondo gli auspici degli organizzatori, il referendum si potrà tenere nel 2025, ma la cosa rilevante è che ora ha ottenuto anche il sostegno di ver.di, il maggior sindacato tedesco dei servizi e del pubblico impiego, due milioni e mezzo di iscritti,  tra cui i lavoratori della logistica portuale. Insomma, i dockers di Amburgo sono in gran parte iscritti a ver.di e il loro sindacato sta sostenendo un referendum per escludere le merci militari d’esportazione dal traffico portuale: non senza forti resistenze interne, ci hanno detto i dirigenti locali, molti dei quali di origini italiane. Tra l’altro, la nostra visita ha mobilitato le energie dei compagni tedeschi che già stavano lavorando alla redazione di un atlante tedesco dell’industria della difesa, un po’ sul modello di quello di The Weapon Watch, e che potrebbe essere un’altra colonna del progetto di atlante europeo che stiamo proponendo.

OPM: Quello della sensibilità dei lavoratori alle lotte più chiaramente politiche, nascano o meno dalle organizzazioni sindacali, è un tema che sta molto a cuore alla redazione di OPM. Che idea vi siete fatta al proposito?

Tombola: È un terreno molto impervio, segnato tanto in Italia che in Germania da decenni di contrapposizioni, fratture, incomprensioni, sul fondo di un arretramento generalizzato del movimento dei lavoratori e di un mutamento non solo politico-sociale ma direi anche antropologico degli stessi iscritti ai sindacati, più disponibili a difendere l’esistente e meno inclini a esporsi su motivazioni politiche. Tuttavia nello specifico della nostra azione, e nel breve arco di tempo di cui sopra, il quadro non è così nero. A Brema ci hanno detto chiaramente che uno sciopero o un’azione su un tema “politico” non strettamente sindacale è semplicemente impensabile, dal momento che il sindacato siede nel comitato di gestione del porto. Da noi non è così. Ci conforta molto che quando riusciamo ad arrivare di fronte ai lavoratori ci sia attenzione. A Genova, ad esempio, alcuni rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, N.d.R.) hanno ripreso gli argomenti circostanziati che abbiamo sollevato sul nostro sito web, dove abbiamo lanciato l’allarme: quando attraccano in porto, le navi Bahri sono cariche di munizioni ed esplosivi di classe 1, e la banchina del terminal è a soli 400 metri dalle case di Sampierdarena, mentre nel raggio di 800 metri troviamo i depositi costieri della Silomar e della Get Oil, oltre all’area “merci esplosive in transito” del terminal Spinelli. Per dare un’idea del rischio, l’esplosione dell’agosto 2020 nel porto di Beirut ha devastato un’area in un raggio di 3.200 metri dall’epicentro.

D’altra parte, la Cgil nazionale è dentro la Rete italiana per la pace e il disarmo, e anche se il sindacalismo di base è stato protagonista delle azioni più clamorose, a Genova e a Livorno, trovo che sia molto significativo quel che è accaduto a Ravenna lo scorso maggio, quando i confederali hanno annunciato lo sciopero unitario appena ricevuta la notizia di un previsto imbarco di esplosivi diretti a Haifa, mentre le forze armate di Israele bombardavano Gaza. Anche se il green pass rischia di aggiungere nuove fratture, continuo a credere che sui temi internazionalisti più “globali” sia possibile non solo l’alleanza dei lavoratori entro i porti e tra i porti italiani, ma anche il sostegno alle loro lotte da parte di importanti componenti culturali e politiche del paese, dalla sinistra critica ai cattolici impegnati, dal movimento ambientalista a quello libertario.

Sitografia

The Weapon Watch weaponwatch.net 

Opal opalbrescia.org 

Rete italiana per la pace e il disarmo retepacedisarmo.org/ 

«The itinerary of a secret shipment», Disclose, 15 aprile 2019. 

C. Tombola, A. Bottalico, «Die Waffenschiffe im Netz der Friedenshäfen»,  IMI-Analyse, 2021/26, 8 giugno 2021

Leggere Radici connettive, un libro a cura di Beatrice Andreose

di Bruno Zanatta

Il disegno è di Arpaia

Beatrice Andreose è autrice e curatrice di un libro che vuole colmare un vuoto di memoria documentale  sul periodo 1967-1971 a Este e nella Bassa padovana, che è stato un periodo molto importante dal punto di vista politico. Nella introduzione racconta come un gruppo eterogeneo di giovani operai, lavoratrici, studentesse e studenti, futuri agitatori politici, sia riuscito a promuovere, anche mediante la costituzione di un comitato, tanto lotte nelle piccole fabbriche e nei laboratori sparsi (ma anche in una grande fabbrica metalmeccanica), che lotte studentesche tra 1.700 giovani gravitanti attorno alla piccola città.

È il 3 ottobre del ’69, quando gli operai dell’Utita (la più grande fabbrica metalmeccanica della Bassa  padovana) in sciopero per il rinnovo del Ccnl, escono in strada e neutralizzano i fascisti calati da Padova, rafforzando così l’iniziativa del Comitato operai-studenti di Este, nato nell’autunno del ’68 sull’onda delle lotte operaie venete di Marghera e Valdagno, presente ai cancelli. L’evento cambierà irreversibilmente l’aria nella zona. 

Così racconta un esponente del consiglio di fabbrica: «Dal Sessantotto le cose  hanno cominciato a cambiare quando si è riusciti a scuotere gli operai. E lo scossone è venuto da fuori non da dentro. Questo è chiaro a tutti. Con lo scossone venuto da fuori tramite i compagni studenti sono venuti fuori alcuni personaggi all’interno della fabbrica che hanno cominciato a darsi da fare».

Nel Comitato ci sono giovani operai che accendono la miccia delle lotte di fabbrica e poi d’estate vanno ai concerti rock e jazz europei, studenti e universitari di sinistra, militanti politici di base che sono anche operatori culturali nei cineforum, che organizzano mostre e dibattiti, e altri provenienti dalla militanza cattolica-sociale. 

Fecondità della scaturigine sessantottina… «Nelle riunioni si parlava di politica ma anche di libertà, il lavoro non era più al centro dei nostri interessi in maniera esclusiva: musica, jazz, arte, libri, cinema diventarono vissuto comune. Si poteva vivere diversamente». 

Il libro è dedicato a Gianangelo Gennaro e Antonio Liverani (ai quali è dedicata anche un’appendice con dieci interventi-ricordo di vari compagni e alcune fotografie) che furono importanti figure per il loro ruolo e l’impegno militanti. 

Il volume comprende una corposa Introduzione della curatrice, sei Testimonianze, cinque Interviste, tre brevi ritratti e pensieri sparsi, l’Appendice suddetta e una Postfazione di Toni Negri.

Il biennio 1968-1969 ruota attorno a lotte operaie di varia natura ed entità che si uniranno poi con quelle studentesche contro l’autoritarismo e sui trasporti, promosse e organizzate  dal Comitato operai-studenti di Este che nei primi anni Settanta diventerà, allargando il suo orizzonte, Comitato politico Este-Monselice. L’influenza  di presenze militanti provenienti da Potere operaio genererà in successione la confluenza  permanente nell’area della Autonomia. Alcuni compagni negli anni successivi saranno coinvolti nell’ondata di arresti del 7 aprile 1979 e subiranno persecuzioni, scontando anche pene pesanti. 

La tradizione ambientalista per la tutela dei Colli Euganei si sarebbe articolata più tardi con le lotte sul cementificio e sui rifiuti, che si prolungano sino ai giorni nostri, accese e importanti.
Altri compagni provenienti da questa storia  promuoveranno negli ultimi decenni significative confluenze e dinamiche organizzative nel settore del lavoro, in particolare nel campo della logistica in area padovana e veneta.

«Vedevano lontano» conclude Negri «questi compagni: allora la lotta era per il salario e per una vita civile, più tardi, domani, sarebbe stato scontro con un padronato che voleva condannarli alla precarizzazione e alla perdita di ogni autonomia». La loro era un’esperienza «di giovani operai e liceali che riesce a sviluppare lotta di classe e stringere una generazione in una promessa di emancipazione e libertà…». La loro è una microstoria singolare «che si è ripetuta mille volte altrove, sempre differente, ma sempre capace di rompere la scorza di una cultura padronale fascista che anche sotto queste colline incupiva la gioventù. Credo ci sia un solo modo per distruggere quella storiaccia di piombo cui ci vogliono ridurre, ed è quello di mettere insieme tante microstorie di questa luminosità».

Bibliografia

Radici connettive. Il 68 a Este e nella Bassa padovana, a cura di Beatrice Andreose, Derive Approdi, Roma 2021.

Il capitalismo flessibile alla Grafica Veneta

di Alfiero Boschiero 

Il disegno è di Arpaia

Nicola Atalmi, cinquant’anni, abita a Treviso, ha alle spalle una lunga esperienza politica, è stato consigliere regionale per i Comunisti unitari ai tempi della “monocrazia” di Galan. Sindacalista della Cgil da una decina d’anni, è responsabile regionale del Sindacato dei lavoratori della comunicazione (Slc), dove la Cgil ha inserito anche un segmento manifatturiero pregiato, la grafica, con una lunga storia veneziana e veneta. Atalmi è uno dei testimoni chiave delle vicende di Grafica Veneta rimbalzate al (dis)onore della cronaca nella calda estate 2021. Una storia di sfruttamento di lavoratori pachistani, al limite della schiavitù, nel magazzino di un’azienda di successo. 

Siamo a Trebaseleghe, un comune padovano sulla Castellana, la direttrice che unisce Mestre-Venezia a Castelfranco, attorno alla quale lavorano migliaia di persone. Aree industriali, traffico pesante, abitazioni, scuole, welfare, municipi: una società messa al lavoro. Lavori a soggettività individuale e senza rappresentanza collettiva. 

Il capitalismo flessibile nel cuore geografico e culturale del Veneto.

Alla Castellana, non più periferia industriale ma piattaforma produttiva globale, manca la città come luogo denso, plurale, conflittuale. Quello di Grafica Veneta appare un capitalismo senza borghesia e senza cultura. Ogni giorno lavoratori, manager e imprenditori bevono il caffè nella stessa piazza. E la piazza non vede le contraddizioni, neppure quelle odiose e razziste, preferisce sognare una comunità che non c’è più, invece che far diventare questi temi discorso pubblico, democrazia partecipata, responsabilità.

Il valore del lavoro e la sua rappresentanza collettiva esigono una rivoluzione culturale, come il futuro di Trebaseleghe e del Veneto.

L’intervista è stata raccolta dall’autore a Mestre, l’8 novembre 2021.

Boschiero: Grafica Veneta è una media azienda veneta o una multinazionale tascabile?

Atalmi: La storia di Grafica Veneta è una storia visceralmente veneta, nasce e cresce nel ventre della pianura padana, con tutta la vitalità e tutte le contraddizioni che caratterizzano il capitalismo flessibile delle nostre terre. In trent’anni, una tipografia con tre dipendenti diventa lo stabilimento di Trebaseleghe, che ha letteralmente ridisegnato un paese di tredicimila abitanti, occupandone un intero quartiere. «Pensi che è lungo un chilometro!», ci spiegano con orgoglio. Occupa trecentonovantaquattro persone tra diretti e indiretti, più un centinaio di addetti in altri siti veneti, e recentemente è sbarcata negli Usa, acquisendo uno stabilimento a Chicago. A ridosso della fabbrica una magnifica villa del Settecento, restaurata a regola d’arte, ricorda gli investimenti e il prestigio dei nobili veneziani nello “stato da tera”.

Un classico esempio di impresa globale “in dialetto” che intreccia l’internazionalizzazione dei mercati di sbocco con la velocità dell’instant book, dall’autobiografia di Mandela a quella di Michelle e Barack Obama. Si pubblicizza come l’azienda in grado di stampare un libro in un giorno. Fece notizia quando il titolare, con la solita esagerazione, dichiarò di aver preso la commessa per stampare gli elenchi telefonici di tutto il Corno d’Africa. 

Boschiero: Chi sono i protagonisti della scena?

Atalmi: Come in tutte le aziende della rude razza padana, ci sono un “paròn”, Fabio Franceschi, e la sua famiglia, e c’è il paese. È la piazza di Trebaseleghe, una piccola patria, con una chiesa troppo grande, il primo specchio della ricchezza e della reputazione, ancor prima dei bilanci aziendali e dei mass media; seppure Franceschi dimostra di saperla usare, la comunicazione pubblica. Al fondo, permane un paternalismo poco incline a concertazioni con il sindacato e del tutto allergico ai conflitti. 

In estate esplode lo scandalo sullo sfruttamento dei lavoratori pachistani, corro a Trebaseleghe. Vedo uscire una Rolls Royce Phantom, una cosa da quattrocentomila euro, alla guida il Franceschi. Era appena finito il Cda, si levavano in volo addirittura due elicotteri. Entro e discuto, animatamente, con iscritti e delegati per capire come fosse potuta succedere una cosa simile. Il titolare, avvisato del mio arrivo, era rientrato e mi voleva incontrare. Le auto di padre e figlio erano parcheggiate all’ingresso, la Rolls e una Ferrari. Entriamo nello spazio produttivo, moderno, tecnologico, gigantesco. E scopro lo stile di Franceschi: quando è in azienda inforca una bicicletta e gira per lo stabilimento, si ferma a parlare con i lavoratori per verificare, controllare, conoscere i problemi…

Non manca l’intreccio con la politica. La sindaca e la giunta comunale sono espresse dalla Lega Nord. Inevitabile la stima ricambiata con il doge Luca Zaia, dopo la delusione patita da Forza Italia nel 2018 per la mancata elezione di Franceschi in Parlamento. Con Zaia il paròn gestisce mirabilmente l’operazione anti Covid nella primavera drammatica del 2020, fornendo milioni di mascherine targate “Regione Veneto”, del tutto inefficaci contro la pandemia finché erano gratis e subito dopo, diventate chirurgiche, un vero business per l’azienda. Qualche uscita nei salotti televisivi per riproporre la difficoltà a reperire manodopera, accusando i giovani di essere indisponibili ai disagi del lavoro operaio e ai turni. Il tutto in un’azienda dove per lungo tempo non si è applicato il contratto nazionale, gli orari erano senza limite, la disciplina molto dura; non a caso, con un alto turn over.

Boschiero: La vicenda dei pachistani percossi, ammanettati e trattati come schiavi, spezza questo incantesimo? Oppure le cose si trascinano come prima? Ad agosto, chi reagisce prontamente sono i Cobas, subito dopo arriva la Fiom, in base al fatto che gli appalti applicano il contratto dei metalmeccanici. Dobbiamo guardare in faccia la Slc, la federazione dei grafici, che in fabbrica è presente da anni e che dovrebbe educare alla libertà e alla solidarietà. I sindacalisti di fabbrica si sono mobilitati? Avevano visto? Perché non sono intervenuti?

Atalmi: In Grafica Veneta non è mai stato facile fare sindacato. Per anni si è cercato di eludere il problema con la creazione di sigle sindacali di comodo. Famosa nel Padovano è quella ispirata dall’avvocato Emanuele Spata, legale dell’azienda e responsabile delle relazioni sindacali, ma anche animatore di un sindacato “di base” che ha le medesime iniziali del suo studio: lo Studio legale Spata diventa Sindacato lavoro società: stesso acronimo, Sls. Per evitare un plateale conflitto di interessi, a Trebaseleghe viene fatto entrare un “Sindacato della stampa”, con qualche decina di iscritti. Se verifichi in internet trovi una fantomatica sede, a Camposampiero, e le foto dell’unica azienda in cui vanta iscritti, Grafica Veneta, appunto. 

Nonostante tutto, nel 2014 Grafica ha dovuto cedere e riconoscere la rappresentanza della Slc-Cgil; beninteso, dopo una lotta serrata, compresa una denuncia per comportamento antisindacale. In ogni caso, riconosco un ritardo dei nostri iscritti e dei delegati, una sottovalutazione grave, un’incapacità di capire cosa c’era dietro quell’appalto. 

Boschiero: Alla Gkn di Firenze, negli stessi giorni d’agosto, i lavoratori in lotta usano una parola precisa: “Insorgiamo!”, praticano una soggettività forte, consapevoli che la fabbrica è anzitutto lavoro e capacità professionale. A Trebaseleghe non c’è conflitto, si tende a smorzare i toni, prevale l’assuefazione: perché? C’è al fondo una subalternità culturale?

Atalmi: All’esplosione della vicenda, con le testimonianze fotografiche dei maltrattamenti cui erano sottoposti i pachistani del magazzino, ci siamo confrontati aspramente con la rappresentanza aziendale: com’era possibile che nessuno si fosse accorto di queste persone e delle loro condizioni? Gli attivisti della Cgil non dovevano restare indifferenti! Uno di loro, un compagno esperto, mi ha risposto: «Hai ragione, siamo rimasti travolti da questa vicenda e ci sentiamo in colpa per non esserci accorti di nulla. Parlavano poco l’italiano, non erano mai gli stessi, li incrociavamo solo quando portavamo in magazzino la merce da lavorare. Al massimo, ciao ciao». Evidentemente, le violenze e i soprusi avvenivano anche fuori di qui. Abbiamo incontrato i titolari e abbiamo chiesto che questa triste vicenda si chiuda con l’assunzione dei lavoratori interessati.

Boschiero: Avete approfondito le cose dentro l’azienda che gestiva il magazzino? Qualcuno ha ascoltato i pachistani?

Atalmi: Alla Grafica, inizialmente, i pachistani svolgevano mansioni marginali e di fatica, a ridosso dei dipendenti diretti; quando i sindacalisti di fabbrica hanno chiesto di regolarizzare il rapporto con questi lavoratori, come previsto dal Ccnl grafico, la direzione ha deciso di costruire un “bantustan pachistano”, ha recintato cioè uno spazio separato con delle reti termosaldate, all’interno del quale potevano operare solo i lavoratori di Bm Services. Risulta che vi siano state negli anni ben due ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, senza che fossero registrate anomalie: cosa inquietante, bastava qualche visura camerale per capire che qualcosa non quadrava. Ma nessuno è intervenuto.

L’utilizzo della Bm Services, come sollevato in più occasioni dalle rappresentanze aziendali, violava quanto previsto dal Ccnl, in merito per esempio al contratto applicato, ma anche alle verifiche preliminari di cui è responsabile il committente, cioè Grafica Veneta. È emerso un quadro impressionante di sfruttamento: per rispondere ai picchi lavorativi in Grafica Veneta, la Bm Services utilizzava migranti pachistani – spesso richiedenti asilo provenienti da centri di accoglienza – che lavoravano fino a dodici ore al giorno, a fronte di salari decisamente inferiori. Non basta! I caporali applicavano ulteriori trattenute sulle buste paga attraverso carte postali che, nelle mani degli sfruttatori, erano strumenti di ricatto.

Per questo motivo fin dall’inizio della vertenza la Slc-Cgil ha rivendicato che Grafica Veneta si assumesse la responsabilità di ciò che è avvenuto in Bm Services e che desse un segnale inequivocabile, assumendo in azienda le persone coinvolte come risarcimento per le violenze subite. Si era avviata una trattativa aziendale, bloccatasi poi quando, al tavolo in Prefettura a Padova, il legale di Grafica Veneta non ha mantenuto gli impegni presi. E Franceschi ha preferito chiedere il rito abbreviato per i due dirigenti indagati, dietro i quali aveva mascherato le sue responsabilità, e pagare una multa. 

Boschiero: La vertenza è ancora aperta? O tutto si chiude così, con una multa ridicola? 

Atalmi: La vicenda penale è chiusa, Grafica Veneta ne è uscita con il patteggiamento, che però, va ricordato, è sempre un’ammissione di colpevolezza. I lavoratori pachistani erano tutti a tempo determinato, alcuni con contratti scaduti, altri hanno problemi con il permesso di soggiorno. Rimane in piedi il processo per caporalato contro la Bm Services, i nostri legali tenteranno di far riconoscere la responsabilità in solido del committente Grafica Veneta. La rappresentanza sindacale interna continua a chiedere che l’azienda assuma i lavoratori. 

Boschiero: Trebaseleghe, il paese e l’opinione pubblica, hanno reagito? Grafica Veneta periodicamente fa notizia sui giornali…

Atalmi: Nel 2012 le cronache segnalarono che un gruppo di mogli dei dipendenti vedevano con sospetto l’assenza prolungata dei mariti a seguito di ripetuti turni notturni; la cosa ovviamente stuzzicò la curiosità giornalistica. Ma, invece che risvolti boccacceschi, emerse semplicemente un uso smodato dei turni e dello straordinario. Un nostro sindacalista, controllando le buste paga, scoprì che lo stipendio mensile lordo era di tremilatrecento euro, con un netto di duemiladuecento. Nel lordo risultavano duecentocinquanta euro di straordinario, quattrocentocinquanta euro di lavoro notturno e ben novecentocinquanta di premio individuale. In quel mese l’operaio aveva lavorato trecento ore!

L’azienda fattura attorno ai centotrentacinque milioni di euro, con una crescita continua negli anni, ma non ha mai negoziato un premio aziendale collettivo. Perché dovrebbe sottoscrivere con il sindacato un premio di risultato? Gli strumenti più semplici sono gli straordinari, sempre e comunque, e il controllo individuale sulle persone. Questa enorme disponibilità dei dipendenti è una delle condizioni che garantisce a Grafica Veneta il vantaggio competitivo che l’ha portata al vertice in Italia e nel mondo: consegne veloci, unite ad affidabilità e qualità. Serve una diversa cultura del lavoro, consapevolezza dei propri diritti, orgoglio.

Boschiero: Proprio i brillanti risultati economici dovrebbero aprire lo spazio al sindacato. Al contrario, la Cgil appare timorosa, incerta: la debolezza sui migranti sottoposti a uno sfruttamento feroce fa pensare a una contrattazione aziendale altrettanto incerta, difensiva… Mi spieghi meglio il processo che porta Franceschi a servirsi di (sedicenti) cooperative?

Atalmi: Nel 2015 entrano in Grafica Veneta due ditte in appalto. Una che impiega esclusivamente donne rumene, la So-Giu Scarl, e la (famigerata) Bm Services Sas, di proprietà di due pachistani e con solo lavoratori pachistani. Nella stampa dei libri il finissaggio – apposizione di fascette, adesivi o sovra-copertine, finalizzati a promuovere le vendite – viene eseguito a mano ed è soggetto a picchi lavorativi. Un lavoro povero e discontinuo che può essere appaltato senza troppi problemi. La stessa forma cooperativa è puramente strumentale.

La Bm Services, che si propone come “professionisti del mondo dell’editoria”, ha sede legale a Lavis (Trento), curiosamente come altre aziende del settore concorrenti di Grafica Veneta – Lego, Lego Digit, Esperia, Alcione, Elcograf e la Printer Trento –, opera in diverse di queste aziende, applicando peraltro ai dipendenti, inopinatamente, il contratto metalmeccanico. Sin qui non è emerso a sufficienza che la Bm Services ha appalti con tutte le maggiori ditte del settore, e continua ad acquisirne.

Boschiero: Franceschi ha rilasciato in questi giorni alcune interviste imbarazzanti, dove si lascia andare a considerazioni razziste: «I pachistani sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro cultura…», e afferma che d’ora in poi non intende più servirsi di loro e che assumerà solo veneti doc: «Il nostro territorio è un po’ traumatizzato da questa presenza. Non ce la sentiamo di assumere gente che non vive qui, perché la nostra è come fosse una famiglia…». 

Atalmi: Franceschi riaccende una polemica culturalmente devastante e danneggia l’immagine della stessa azienda. Anche qui realtà e finzione si rincorrono, perché Grafica Veneta non è e non è mai stata un’azienda “padana”. Dei trecentonovantaquattro dipendenti dello stabilimento di Trebaseleghe, duecentoquarantanove sono italiani, ma centoquarantacinque vengono da Romania, Marocco, Albania, Filippine, Senegal, Bielorussia, Egitto, Ucraina… E neppure è vero che occupa solo lavoratori diretti, vi è una forte presenza di lavoratori interinali.

Ancora un aneddoto. Nell’incontro estivo di cui dicevo, alla nostra richiesta di assumere i pachistani, se non per dovere morale, almeno per evitare campagne di boicottaggio internazionale – erano in corso di stampa i libri di papa Francesco e della Merkel, e già alcuni scrittori italiani avevano diffidato le loro case editrici a servirsi di Grafica –, il patron rispose con disarmante franchezza: «Più che il boicottaggio internazionale io non dormo la notte perché in piazza a Trebaseleghe la gente mi guarda e magari è convinta che sia io ad aver permesso quelle cose in fabbrica». 

L’indagine sul capitalismo flessibile in Veneto di Alfredo Boschiero continua.

Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale.

di Andrea Bottalico e Mattia Cavani

Il disegno è di Arpaia

All’apice dei “dieci anni di Sessantotto” Index (Archivio critico dell’informazione) pubblicò una delle prime inchieste sullo stato dell’editoria libraria in Italia. All’epoca Aie, la Confindustria delle case editrici, non aveva ancora cominciato a pubblicare ponderosi rapporti annuali per indirizzare l’agenda politica e la percezione pubblica del settore. L’inchiesta di Index, scaturita da ambienti di movimento, aveva motivazioni diverse e può essere compresa all’interno delle domande e delle proposte che hanno portato alla costruzione della prima rete distributiva nazionale, la Punti Rossi, che ha avuto come fulcro Primo Moroni, editore di Primo Maggio.

Alcune parti dell’inchiesta Index, come l’enorme importanza delle vendite rateali, sembrano vecchie di secoli, mentre altre analisi ritraggono una situazione non troppo diversa da quella attuale:

Rimane da indicare uno degli effetti più perversi del meccanismo oligopolistico nei confronti dell’editoria minore. Il potenziale produttivo e distributivo spinge i grandi gruppi a saturare la domanda riducendo anche fisicamente lo spazio di mercato degli editori di minore dimensione [che] a loro volta, tendono a sovradimensionare la propria produzione sia per contrastare gli effetti di saturazione prodotti dall’oligopolio sia per raggiungere soglie quantitative tali da forzare le strozzature del circuito distributivo.

Prima dell’arrivo di Internet, chi controllava la distribuzione editoriale svolgeva un ruolo di filtro della produzione culturale che oggi è inimmaginabile. Tra le motivazioni più rilevanti per la creazione della Punti Rossi, infatti, c’era la necessità di far circolare idee e approcci nuovi, figli di un antagonismo radicale, che gli editori e i distributori tradizionali tenevano fuori dal mercato. Se oggi questo problema pare aver cambiato natura, l’oligopolio nella distribuzione e nella produzione editoriale, in mano agli stessi soggetti, si è rafforzato ulteriormente. 

L’importanza della distribuzione libraria

La principale azienda di distribuzione che opera sul mercato italiano è Messaggerie Libri, che distribuisce oltre 600 marchi editoriali raggiungendo circa 4.000 punti vendita tra librerie e cartolibrerie. Questa forza di mercato è anche frutto dell’acquisizione, nel 2014, di Pde (Gruppo Feltrinelli). Messaggerie Libri ha tra i suoi clienti circa 20 reti vendita promozionali e tipologie di editori dalle caratteristiche e dimensioni più varie e copre circa il 40% del mercato. Accanto a Messaggerie il secondo più importante distributore è Mondadori Distribuzione Libri che, oltre agli editori del gruppo, distribuisce più di 10 editori terzi [nel novembre 2021, a pezzo chiuso, Mondadori ha rafforzato la sua posizione prendendo il controllo del distributore Agenzia Libraria International, di DeA Planeta Libri e Libromania N.d.A.], segue poi Giunti Distribuzione. Tra le società che operano a livello nazionale nella distribuzione libraria ricordiamo Cda (Consorzio distributori associati) che, con sede in provincia di Bologna, conta 10 filiali che si appoggiano a distributori locali; distribuisce circa 300 editori di piccole dimensioni. A completare il quadro c’è Fastbook, controllato da Messaggerie, che vale oltre il 50% del mercato dei grossisti, a cui si rivolgono le librerie più piccole.

La logistica è quasi sempre terziarizzata; oltre la metà del mercato è occupato da Ceva logistics che serve, tra gli altri, Messaggerie e Mondadori. Messaggerie affida parte della logistica anche a Geodis.

Questa concentrazione, che riflette quella nella produzione libraria, determina che il costo della distribuzione sul prezzo di copertina del libro si attesti sul 60%, un dato elevato rispetto al resto d’Europa (in Germania, per esempio, vale tra il 40 e il 50% (https://www.informazionesenzafiltro.it/libri-e-distribuzione-monopoli-e-dannazione/).

Nel dettaglio questo costo si compone di un 7-9% per la promozione, 8-14% per la distribuzione fisica dei libri (compresa la logistica) e uno sconto ai rivenditori (soprattutto librerie) che va dal 30 al 45%. È dunque evidente che, oggi come alla fine degli anni Settanta, è impossibile comprendere qualcosa dell’industria libraria senza tenere conto del ruolo della distribuzione. 

Questo è uno dei motivi per cui le redattrici e i redattori di Redacta – gruppo nato all’interno di Acta e dunque concentrato in prima istanza sul lavoro autonomo – hanno cominciato a percorrere la filiera del libro con una serie di incontri con lavoratori e lavoratrici. Il primo è stato “Carta/Lotta. I libri nelle mani di chi li lavora” (https://www.actainrete.it/2021/07/20/una-freelance-nella-giungla-dell-editoria-redacta-testimonianza/) ed è stato organizzato il 14 luglio 2021 insieme alla redazione di OPM e a libreria Calusca-Csoa Cox18-Archivio Primo Moroni. Tra i vari interventi, c’è stato quello di un delegato sindacale Si Cobas e lavoratore della logistica editoriale della Città del Libro di Stradella (Pavia), magazzino da cui passa la stragrande maggioranza dei libri distribuiti in Italia. Prima di riportare la trascrizione integrale del suo intervento riassumiamo brevemente quanto è successo negli ultimi anni nel magazzino di Stradella.

Cronologia delle mobilitazioni alla Città del libro 

2018 – Scioperi e inchiesta per caporalato

Nell’estate del 2018, il sito logistico balza agli onori delle cronache per l’inchiesta giudiziaria «Negotium» della Procura di Pavia. L’inchiesta rivela che le cooperative in subappalto di Ceva (che ha l’appalto principale da parte di Messaggerie), erano la copertura di un gruppo di imprenditori che eludeva il fisco e utilizzava lavoratori tramite un’agenzia di somministrazione romena che retribuiva le missioni ai livelli salariali dell’Est Europa. Le denunce sono partite dalla Camera del lavoro pavese che, dopo una serie di segnalazioni cadute nel vuoto,  decide di bloccare i cancelli del magazzino. Così la magistratura apre un’inchiesta e per diversi giorni 150 finanzieri  bloccano l’impianto e convocano  lavoratori e lavoratrici a testimoniare. Secondo i magistrati, Ceva era consapevole di questo sistema. Così, a pochi mesi dalla sua acquisizione da parte del gigante della logistica Cma Cgm, viene commissariata dal Tribunale di Milano.

Per avere un’idea di come si lavorava nel magazzino all’epoca, sono utili le testimonianze raccolte da il manifesto (https://ilmanifesto.it/la-vita-agra-dei-facchini-delleditoria/):


«Facevo il picker, preparavo gli ordini, il contapassi che indossavo contava tra i 15 e i 20 km al giorno», racconta, quanto una mezza maratona a passo veloce. «Dovevo spostare 10 mila libri per turno, era un lavoro insostenibile. Di notte, il mio compagno mi vedeva piangere sempre perché avevo dolori ovunque, in particolare forti dolori alle braccia e alle gambe. Successivamente sono stata in cura all’ospedale San Matteo per varie patologie», aveva raccontato agli inquirenti una lavoratrice. La produttività era misurata in base alle «righe», vale a dire «il prelievo di due libri al minuto», e un’altra operaia aveva spiegato che doveva eseguire «almeno 130 righe al giorno» per dodici ore di lavoro, «e quando non sono stata più in grado di sostenere questi turni così pesanti, dovendo accudire mia madre disabile, sono stata lasciata a casa».

2020 – Nuove mobilitazioni e fine del commissariamento di Ceva

Nel febbraio 2020 il Si Cobas organizza alcuni giorni di sciopero, in cui vengono bloccati ingressi e uscite della Città del Libro. Tra le altre cose, si chiede che le nuove assunzioni siano gestite direttamente dalla società che gestisce la struttura e non subappaltate a finte cooperative. Si chiedono inoltre un aumento dei buoni pasto e dieci minuti in più di pausa pranzo. Ceva risponde con una nota in cui dice che  «Il confronto avviato con i rappresentanti sindacali ha portato a più di duecento stabilizzazioni a tempo indeterminato e al miglioramento delle condizioni lavorative dei dipendenti, sia dei diretti Ceva sia di coloro che riportano al consorzio, dal punto di vista dell’ambiente di lavoro e retributivo». Il 13 febbraio 2020 il pubblico ministero Paolo Storari presenta al Tribunale di Milano una richiesta di sospensione del commissariamento motivata dal rinnovo dei vertici aziendali, l’aumento degli stipendi del 25 per cento e con gli importanti cambiamenti organizzativi e operativi che dovrebbero impedire di tornare alla precedente giungla lavorativa e retributiva.

2021 – Joint venture Ceva-Messaggerie e nuovo sciopero

Nel dicembre 2020 Messaggerie amplia le funzioni logistiche date in appalto a Ceva e viene creata una joint venture (C&M) che prende direttamente in gestione i magazzini all’inizio di marzo 2021, investendo anche in nuovi nastri di distribuzione. Una delle novità, un macchinario chiamato Shuttle, fa temere ai lavoratori del magazzino, il 43% dei quali iscritti al Si Cobas, che verranno licenziati cento lavoratori.

Così inizia un blocco dell’accesso ai tir. La polizia, in tenuta antisommossa, sgombera il presidio con i lacrimogeni. Come riporta la Provincia Pavese, nella ressa un’operaia di 27 anni e un lavoratore di 33 anni vengono feriti e portati all’ospedale della città per accertamenti. Il sindacato di base ha tre rivendicazioni: la garanzia scritta dei posti di lavoro dopo l’introduzione dello Shuttle; l’integrazione dell’indennità di malattia, fondamentale in un periodo di pandemia e previsto dal contratto nazionale della logistica; l’aumento dei ticket pasti.

Dopo dieci giorni di sciopero con picchetti, che causa notevoli ritardi nella distribuzione nazionale di libri, il Si Cobas firma un accordo con Ceva Logistics, C&M Book Logistics e il consorzio Gsl (comprese le consociate) che pone fine alla protesta. Secondo le dichiarazioni del sindacato, «l’accordo recepisce in toto le richieste dei lavoratori». I punti evidenziati dal Si Cobas sono la garanzia del rientro nel magazzino principale per i lavoratori che sono stati spostati nel sito Mondadori, nessun licenziamento a causa dell’introduzione di nuovi macchinari, il pagamento dal 1° giugno di un ticket mensa di 5,29 euro, l’apertura di un confronto per riconoscere integralmente la malattia. 

L’intervento del delegato sindacale e lavoratore della Città del Libro di Stradella durante Carta/Lotta, registrata il 14 luglio 2021 presso Libreria Calusca-Cox18 a Milano

Gli scioperi di alcune settimane fa sono il risultato di una vertenza che praticamente dura dal 2016, quindi è stato l’ennesimo picchetto, l’ennesimo sciopero alla Ceva di Stradella. Vi dico che la realtà di sfruttamento nel mondo dell’editoria è molto simile in un certo qual modo anche al mondo della distribuzione del cibo e della ristorazione. Anche là ci sono questi tipi di contratti che non prevedono un fisso, che prevedono molte volte un forfettario, che non ti danno alcun tipo di garanzia occupazionale facendoti vivere sul chi va là. Tutti vogliono cercare un’estrema elasticità per andare a ridurre i costi del lavoro. Questo avviene di norma nel lavoro della logistica. 

È necessario fare un doveroso passo indietro, perché sarebbe un peccato venire qua e spiegare solo i motivi dell’ultima vertenza. Dovete sapere cosa c’è dietro l’acquisto di un libro in libreria perché è fondamentale capirlo. Le logistiche da cui vengo io non si occupano né di stampare il libro, né di editarlo. Il libro arriva dalle stamperie già bello che finito, noi ci occupiamo dello smistamento, della lavorazione e della distribuzione del libro in questione. Cosa succede nella maggior parte dei casi, non solo nell’ambito editoriale, ma in tutte le logistiche? C’è un cliente che si rivolge a una committenza e gli consegna l’attività della logistica e della distribuzione di un prodotto, in questo caso parliamo del libro. Solitamente questo committente si occupa del lato prettamente impiegatizio della questione, cioè la gestione degli ordini e di tutto quello che riguarda le fatturazioni e i resi, degli ordini in generale. Poi questo committente subappalta il lavoro fisico, il lavoro reale… non che sia irreale quello impiegatizio, ci mancherebbe, ma io dico il lavoro manuale dell’attività… se va bene questo committente subappalta questo lavoro direttamente a una cooperativa. Nella maggior parte dei casi, come purtroppo anche il nostro, addirittura subappalta questo lavoro a un consorzio, che a sua volta riunisce diverse cooperative. Alla Ceva di Stradella io nel 2010, essendo un italiano medio e non avendo nessun tipo di esperienza a livello di cooperative o a livello sindacale, ogni tanto vedevo le bandiere rosse fuori… sinceramente vi dico anche che ero un po’ dubbioso sul motivo per il quale delle persone protestassero, all’inizio. Quindi per me è stata una sorpresa trovarmi a fare quello che faccio oggi, ringrazio anche il Si Cobas per avermi fatto ricredere che esista un sindacato realmente attivo perché sinceramente avevo perso fiducia nella mia storia personale…

Ritornando al sistema, queste cooperative cosa fanno sostanzialmente? Sfruttano la sezione cooperazione speciale di un contratto per ridurre il costo del lavoro. Perché? Perché questa sezione permette di andare a spostare il pagamento e l’integrazione di alcuni istituti al regolamento interno dello stesso. Quindi che cosa fanno? Aprono le cooperative, fanno l’assemblea dei soci che solitamente sono i soci azionari, stipulano un regolamento interno e offrono un contratto come socio lavoratore, che è molto diverso dall’essere dipendente. Di conseguenza se tu vuoi aderire ed essere socio di una cooperativa devi assolutamente accettare il regolamento interno. Cosa è possibile derogare dal Contratto collettivo nazionale? Il pagamento dell’infortunio, il pagamento della maternità, il pagamento della malattia, la distribuzione delle ferie, i permessi, la tredicesima, la quattordicesima, non sulla base del canone che nel caso della logistica è 168 ore ma sulle ore realmente lavorate. Questo permette ai consorzi di aggiudicarsi le gare di appalto al miglior prezzo, rispetto a una società che realisticamente deve pagare tutto. È quello che avviene oggi. 

Nel 2010 la situazione in Ceva era molto peggio di quello che sto dicendo. Nel 2010 io facevo parte di una delle 24 cooperative che operavano all’interno della Ceva di Stradella. Non solo erano cooperative, e già questo è un male, ma erano cooperative che non rispettavano neanche i vincoli di cui vi ho parlato prima. Erano cooperative che adottavano un contratto che fortunatamente oggi non esiste più, il contratto Unci, e neanche lo rispettavano. Io mi ritrovavo a prendere… peccato non ho portato la prima busta paga, così almeno vi rendete conto di quello che dico… in poche parole mi ritrovavo a fare dalle 280 alle 330 ore di lavoro al mese obbligatorie, e a percepire 6 euro e 40 lordi. Senza straordinari, senza ferie, non maturavo ferie, senza maturazione dei permessi, senza tredicesima, che contrattualmente era prevista, senza la quattordicesima, e senza le festività. Niente di niente. Prendevo 6 euro e 40 lordi. 

Come mi venivano pagati questi 6 euro e 40 lordi? Magari mi fossero messi tutti in busta paga! No, assolutamente, mettevano quello che volevano. Mi davano un foglio che non era niente di quello che avevo fatto, c’erano delle volte che prendevo magari… siccome prendevo il pagamento attraverso due bonifici, magari avevo una busta paga da 400 o 500 euro e poi avevo il resto in un secondo bonifico, che quantificavano loro come meglio credevano fosse il caso. La cosa più assurda è che ero uno dei più fortunati. Perché io almeno avevo una busta paga. C’erano dei miei colleghi, che facevano parte di altre cooperative, che addirittura una volta al mese arrivavano dei personaggi nel parcheggio, e pagavano con assegni post-datati, che poi spesso risultavano vuoti quando andavano a riscuotere, non sempre fortunatamente per loro. E se questi lavoratori chiedevano la busta paga, veniva 80 euro. Perché il lavoratore doveva pagarla, la busta paga. 

Era un lager, non era un posto di lavoro. Ero entrato in una realtà che da cittadino italiano non pensavo che esistesse, e c’era una paura folle di fiatare, perché oltre al fatto che non c’era nessun tipo di garanzia contrattuale, non c’era alcun modo di poter replicare o fare qualche protesta o comunque se tu manifestavi anche solo la volontà di chiedere il perché di questa busta paga, ti lasciavano a casa, funzionava così. Ti chiamava la cooperativa e se rompevi le scatole o litigavi con un responsabile o avevi da dire restavi a casa tre giorni. Così più o meno funzionava. Lavoravi se ti andava bene 12 ore al giorno, perché c’era chi lavorava anche 16 ore al giorno dal lunedì alla domenica, e non potevi rifiutarti di andare un sabato o una domenica perché se ti rifiutavi stavi a casa tre giorni. C’erano i caporali che giravano, perché non erano i responsabili, erano i caporali, se ti vedevano dire buongiorno o buonasera a un collega in una corsia ti facevano timbrare mezz’ora in cui stavi fermo e poi ritimbravi. Capitava che dopo 12 ore al giorno eri anche stanco.

Un episodio che capitò a me… perché è necessario aprire una parentesi: se io sono qua oggi a parlare con voi è perché quando nel 2010 ho iniziato a fare questo tipo di attività ero appena andato a convivere con mia moglie. E quindi sentivo addosso a me una responsabilità, non volevo deludere le aspettative dei genitori di mia moglie dicendo “ho perso il posto di lavoro”. Non avrei retto neanche un mese in magazzino, era una realtà per me… era un incubo entrare a lavorare lì dentro. Però mi sentivo questo carico di responsabilità e quindi mi sono stato zitto e sono andato diversi mesi a lavorare. E un giorno stavo scaricando un camion… voi dovete sapere che di norma scarichi un bancale alla volta, e invece no, lì i disguidi erano all’ordine del giorno e dovevi stare attento, e un giorno ho rovesciato i bancali, e il responsabile mi ha detto: «Adesso timbri», e io gli ho detto: «Perché timbro scusa?» E lui mi fa: «Il bancale te lo metti a posto, ci vorrà un’ora e mezza». Sono 3.300 libri su un bancale, ho dovuto riformulare i due bancali e per un’ora e mezza non sono stato pagato, non hanno messo nessuno ad aiutarmi, funzionava così. Sostanzialmente se stavi zitto avevi la possibilità di passare da un contratto a tempo determinato a un contratto a tempo indeterminato, cioè di prolungare l’agonia a tempo indeterminato. E quindi io l’ho avuta perché per tre mesi ho fatto lo schiavo, e dovevo anche ritenermi fortunato, perché per molti miei colleghi ci sono voluti tre, quattro, cinque anni, prima che potessero avere un indeterminato. Essendo entrato appena aveva aperto il magazzino, avevano bisogno di stabilizzare qualcuno e io sono stato tra i fortunati, chiamiamoli così, a essere stabilizzato. 

Va bene, adesso vi ho descritto più o meno quello che era. Poi è successo che nel 2012, dopo due anni, ho avuto un dibattito molto forte con un responsabile e ho avuto un evento a casa significativo. Si è fatta male una persona mia cara che oggi è ancora viva, è stato mio testimone di nozze, ed è tetraplegico, è successo di venerdì, era in rianimazione al San Raffaele di Milano, sono andato dal capo impianto e gli ho detto: «Guarda che sabato e domenica io non ci sono, ho avuto un episodio molto grave in famiglia e non riesco a venire». Questo mio capo impianto mi rispose… in realtà ebbi una grande litigata con lui, non gli ho detto quello che era successo di preciso perché sono fatti miei, non mi andava di condividere o di fare pietà a nessuno, semplicemente era un mio diritto e lui mi ha detto «Va bene, fai quello che vuoi», dopo un’accesa discussione mi fa «Non so se lunedì tornerai più a lavorare». Gli ho detto «Va bene, vediamo se non torno più a lavorare», perché a quel punto era diventata una questione personale per me, era diventata una cosa che non potevo più tollerare. Dopo due anni vissuti così e dopo quello che mi era successo, la mia testa si era sbilanciata non più nello stare zitto ed evitare problemi, ma volevo affrontare una guerra e sarei andato fino in fondo. 

Cosa è successo? Purtroppo ho sbagliato sindacato. L’italiano medio chi conosce? La Cgil? Mi sono rivolto alla Camera del lavoro di Pavia, mi hanno fatto tante innumerevoli promesse, mi sono esposto perché pensavo di essere nel giusto, ed ero nel giusto. Gli ho raccontato quello che mi facevano, mi han detto di stare tranquillo, mi hanno fatto esporre e tutto quanto, sono diventato Rsa, eravamo circa una ventina di persone che avevo racimolato, erano oltretutto gli ultimi arrivati perché gli altri già lavoravano da Milano ed era impossibile metterli assieme. Non appena arrivata l’iscrizione e soprattutto la mia nomina a Rsa è cambiato tutto, se era già negativa è andata a peggiorare molto, la mia vita. In poche parole lavoravo due settimane al mese perché una settimana lavoravo e una settimana mi lasciavano a casa, così giusto per divertimento. Mi hanno fatto scendere dal mezzo, io sono un operatore qualificato e guido tutti i mezzi, mi davano la scopa e la paletta, lo straccio per la polvere, mi facevano pulire le scaffalature, mi mandavano i colleghi di lavoro a prendermi in giro, passavano delle colleghe dicendo «Vieni a casa mia a pulire quando hai finito”, robe così insomma. Dentro di me pensavo: «Lo stanno facendo apposta, non crollo, ho un indeterminato e a casa non mi possono lasciare». 

Devo essere sincero: l’unica cosa che mi ha lasciato la Cgil è stato farmi conoscere un contatto della Provincia Pavese, e a quel punto sono entrato in fase di guerra, mi lasciavano a casa e mi mettevo in malattia, e andavo alla Provincia Pavese, facevo foto, registravo audio e facevo questa guerra fredda durata un anno e mezzo circa. Me ne hanno combinate di tutti i colori, è stata però una guerra fredda dove ho fatto denunce e non è intervenuto nessuno che ha portato a una resa, non che abbia risolto qualcosa, semplicemente hanno detto «Sei un rompicoglioni, ti rimettiamo sul mezzo però la devi finire». Io non ero ancora soddisfatto, perché alla fine che ho guadagnato? Una parte del rispetto? Ma mi ritrovo ancora con 800 euro al mese, non va bene. Ed è successo un episodio che è stato quello più decisivo, lo ricordo ancora, ci fu uno sciopero del Si Cobas in un altro magazzino, sempre a Stradella, venimmo a sapere che il Si Cobas dopo quattro ore di sciopero aveva risolto tutto, quindi le persone che mi vedevano un po’ come un punto di riferimento, l’unico che ha fatto il sindacato, ero l’unico che aveva alzato la testa, ero l’unico che avevano preso a calci in culo, cominciarono a venire da me e a dire: andiamo dal Si Cobas. Io all’inizio avevo il terrore, avevo appena sistemato la mia condizione, è vero che guadagnavo 800 euro al mese ma quanto meno non mi rompevano più i coglioni e quindi ero titubante, e soprattutto sapevo con chi avevo a che fare, perché dei venti iniziali praticamente alla prima scossa di terremoto sono rimasto solo, onestamente non mi fidavo. Però alla fine mi sono fatto convincere almeno a prendere delle informazioni e conobbi A., che devo dire è stato quello che non sarei mai stato io, e che forse neanche oggi potrei essere stato. È la persona con più pazienza che conosca, che abbia mai conosciuto nella mia vita. Non ho avuto subito un impatto positivo nei suoi confronti, anzi ero un po’ il rompicoglioni delle assemblee, ero la persona che andava sempre contro, e sinceramente una persona così non so se avrei assecondato. E lui invece decise di farmi Rsa, aveva un suo progetto chiaro e successe l’impossibile, quello che io dicevo a lui che era impossibile. Dalle quindici persone che hanno alzato la testa in quel bar dove conobbi A., nel giro di pochi mesi nel 2016, stiamo parlando quando ho conosciuto il Si Cobas, ad agosto, ad ottobre eravamo tante persone e avevamo già firmato il primo accordo. Che per me era un miracolo, cioè da lì ho cominciato a ricredere in un sindacato. Era una cosa ragazzi… non potete capire quanto è cambiata la vita dopo il primo accordo all’interno di quel posto. Cioè da che prima eri in un carcere adesso avevi prima di tutto a livello dell’aspetto economico il rispetto della persona, e poi avevi una busta paga leggibile, dove le tue ore realmente erano nella busta paga, era una cosa assurda, e lì basta, ho capito che il sindacato è vero, le trattative non erano come quelle della Cgil, che mi portavano ed erano finte, poi dopo scoprivo che c’erano accordi sottobanco, che quando chiamavo al telefono non mi rispondevano… Le trattative erano vere, io presenziavo alle trattative, ero un grande rompicoglioni nelle trattative. Diciamo che da lì abbiamo iniziato questo miglioramento negli orari di lavoro, facevamo i turni da otto ore, non mi sembrava vero, sei-due, due-dieci, dieci-sei, un miracolo, prima si faceva sette del mattino sette di sera, o sette del pomeriggio sette di mattina, era inimmaginabile che si iniziassero a fare le otto ore, era uno sconvolgimento talmente grande che non mi sembrava vero, e infatti da lì poi è stata una discesa, quando i lavoratori hanno capito che la cosa era fattibile siamo diventati quasi cinquecento persone e abbiamo iniziato a pretendere tutto quello che prevede il contratto collettivo nazionale, e anche di più. 

Perché abbiamo fatto gli scioperi? Li abbiamo fatti per cercare di portare prima di tutto degli aspetti contrattuali che mancavano, come integrazione dell’infortunio, integrazione della maternità, l’assunzione a tempo indeterminato di almeno trecento persone, perché c’erano più determinati che indeterminati all’interno della logistica, e li abbiamo portati avanti anche per cercare di migliorare l’ambiente nel luogo di lavoro, abbiamo fatto installare delle lampade termo-riscaldanti perché stiamo parlando di un magazzino dove c’erano meno quindici gradi d’inverno e più quarantacinque gradi d’estate. E poi per portare i ticket mensa, per esempio, e l’ultimo sciopero in particolar modo lo abbiamo fatto perché dopo il 2019, che c’è stato… perché poi mi sono dimenticato un particolare molto importante: nel 2019 successe un evento che per me era qualcosa… cioè il completamento della nostra lotta. Durante uno sciopero perché noi non percepivamo lo stipendio e non ne capivamo il motivo… non arrivava lo stipendio, vediamo entrare un sacco di auto della Guardia di finanza, nemmeno la Digos sapeva spiegarsi il motivo. Furono arrestati i vertici del consorzio per 18 milioni di euro di evasione fiscale. Per me è stata fatta giustizia dopo anni e anni di caporalato e di ingiustizie, e di frodi all’interno della Ceva. È entrato questo consorzio dopo dodici ore di riapertura, levandoci alcuni diritti che avevamo acquisito attraverso gli accordi sindacali, approfittando del fatto che c’era questa situazione hanno levato gli altri diritti, tra cui il pagamento della malattia e di conseguenza nell’ultimo sciopero abbiamo rivendicato il pagamento della malattia, abbiamo rivendicato il ticket mensa, ma soprattutto abbiamo rivendicato la stabilità occupazionale. Perché di recente i due più grandi editori che esistono nella Ceva di Stradella, che sono Mondadori e Messaggerie Libri, si sono divisi, i lavoratori di Mondadori sono andati in Mondadori e i lavoratori di Messaggerie sono rimasti alla Ceva di Stradella, e questo è un tipico movimento che porterà in futuro a un trasferimento delle persone e a un licenziamento collettivo. Lo sciopero lo abbiamo fatto per rivendicare la stabilità occupazionale, questo è stato il primo dei motivi, e per portare il ticket mensa da 2 euro e 50 a 5 euro e 29 e per il pagamento della malattia, e devo dire che abbiamo vinto su tutti i punti perché io lo dico sempre ai lavoratori: con l’unità all’interno del luogo di lavoro ho capito per esperienza personale che tutto è possibile. E mi auguro che anche i freelance dell’editoria possano un giorno unirsi per andare a rivendicare i loro diritti. 

Bibliografia e sitografia

R. Ciccarelli, «Città dei libri a Stradella, lo sciopero del Si Cobas ha fermato la distribuzione dei libri in Italia», il manifesto, 13 giugno 2021.

Index (a cura di), «Barriere oligopolistiche nel mercato editoriale italiano», in P. Alferj e G. Mazzone (a cura di), I fiori di Gutenberg, Arcana, Roma 1979.

A. Mastandrea, «La vita agra dei facchini dell’editoria», il manifesto, 23 febbraio 2020.

E. Ranfa, «Il ruolo della distribuzione nella filiera del libro: orientarsi nel dedalo dell’editoria italiana», in AIB studi, 60, n. 1, gennaio-aprile 2020. 

Redacta, «Una freelance nella giungla dell’editoria», actainrete.it, 20 luglio 2021.

A. Violante, «Il magico mondo dell’editoria (4)», machina-deriveapprodi.it, 21 giugno 2021.

S. Zolotti, «Libri e distribuzione, monopoli e dannazione», informazionesenzafiltro.it, 7 dicembre 2019.

Biblioteche in quarantena

di Scaffale aperto, Gruppo indagine biblioteche di Pisa

Il disegno è di Arpaia

Scaffale aperto è un gruppo di indagine composto da dottorandi e dottorande di area umanistica dell’Università di Pisa, che nel luglio del 2021 ha deciso di riunirsi per avviare un’inchiesta sulla situazione e sui problemi dei sistemi bibliotecari di ateneo. 

Da emergenza a eccezione permanente. Cronache dalle biblioteche dell’Università di Pisa

Nei primi mesi dell’emergenza pandemica quasi nessuno si sentiva nelle condizioni di protestare per l’interruzione dei servizi bibliotecari, anche se quei servizi erano indispensabili per il lavoro di molti. Ci sembrava normale che questo accadesse, in una situazione di emergenza; e non eravamo gli unici, del resto, a trovarsi nell’impossibilità di lavorare. Probabilmente molti di noi hanno pensato che non c’era altra soluzione, e nostro malgrado ci siamo adeguati a una situazione che percepivamo come realisticamente inevitabile. A inizio marzo 2020 il Sistema bibliotecario di ateneo (Sba) dell’Università di Pisa aveva comunicato la chiusura delle biblioteche fino a nuovo avviso e il successivo decreto rettorale dichiarava la sospensione di tutte le attività in presenza all’interno degli spazi universitari (fatta eccezione per i corsi di specializzazione di area sanitaria). Non potendo assicurare una pronta riapertura degli spazi, il decreto annunciava però soluzioni per riattivare il prima possibile almeno il servizio di prestito. Pochi giorni dopo, all’insegna dell’hashtag #iorestoacasa, una nuova comunicazione dello Sba faceva il punto della situazione: restavano sospesi i servizi di prestito (normale e interbibliotecario), di consultazione in loco e di digitalizzazione di materiale cartaceo. Erano consultabili soltanto i materiali già digitalizzati presenti nelle banche dati delle biblioteche. Le principali misure adottate per venire incontro alle necessità degli studenti nel periodo di emergenza riguardavano l’accesso libero al materiale messo a disposizione da alcuni editori, l’acquisto di libri in programma d’esame in formato digitale e il servizio di informazione e assistenza bibliografica online. Alla maggior parte di noi, tutto questo è sembrato ragionevole, anche se non inevitabile. 

La nostra percezione è cambiata nel corso della prima riapertura, nel maggio 2020. In linea con l’inizio della fase 2, un nuovo decreto rettorale dell’ateneo pisano e un protocollo di sicurezza anticontagio annunciavano le novità da ritenersi valide fino al 31 agosto. All’insegna questa volta dell’hashtag #iosonoprudente, veniva attivato il servizio di prestito su prenotazione e appuntamento, limitandolo agli utenti dell’Università di Pisa, e con priorità per determinate categorie (in generale figure precarie o a scadenza: assegnisti, dottorandi all’ultimo anno, laureandi, ecc.); veniva stabilita una quarantena di nove giorni per i libri restituiti; parte del personale rientrava in biblioteca. Rimaneva interdetto l’accesso per consultazione e studio. Questa prudenza sospetta sembrava nascondere un disinteresse fatalista: in quel periodo si è iniziato a capire quale fosse la reale importanza attribuita al servizio pubblico svolto dalle biblioteche: molto vicina allo zero. Lo dimostra quello che la gran parte di noi dottorandi ha comunque continuato a pensare, vedendo che con il passare dei mesi gli spazi della biblioteca rimanevano off limits: in fondo la situazione era ancora difficile, in fondo anche tanti altri servizi e comparti produttivi non potevano riaprire; in fondo i vaccini non c’erano, e dall’autunno ci si aspettavano dei guai. Molti di noi, crediamo, hanno pensato qualcosa di simile, e non si sono stupiti più di tanto nel constatare che l’unico servizio disponibile rimaneva il prestito su prenotazione online – anche se era impossibile non provare un po’ di sgomento osservando quanto le biblioteche in Italia, nella realtà dei fatti e al di là dei discorsi, fossero ritenute pacificamente e tacitamente sacrificabili.

Ripercorrendo la lunga catena di decreti, ordinanze e protocolli, i criteri che hanno guidato le scelte dell’ateneo pisano in merito alle biblioteche risultano chiari. Il Dpcm del 26 aprile 2020 a cui si riferiva il primo protocollo anticontagio dell’ateneo, specificava che nelle università era «altresì consentito l’utilizzo di biblioteche, a condizione che vi sia un’organizzazione degli spazi e del lavoro tale da ridurre al massimo il rischio di prossimità e di aggregazione e che vengano adottate misure organizzative di prevenzione e protezione». Sempre secondo il Dpcm, che faceva riferimento all’articolo 87, comma 1, lettera a), del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 le pubbliche amministrazioni dovevano assicurare la presenza del personale necessario allo svolgimento delle attività ritenute «indifferibili». Ma se il protocollo universitario citato decretava la riapertura di laboratori scientifici, stabulari e officine, «le sale di consultazione delle biblioteche e le sale studio ovunque ubicate rimanevano chiuse fino al 31 agosto» 2020. Non sembrava contemplato che per alcuni settori di ricerca la biblioteca e l’archivio sono luoghi di lavoro, esattamente come il laboratorio lo è per l’area tecnico-scientifica.

Con la fase 3 il Dpcm dell’11 giugno 2020 ribadiva che l’utilizzo delle biblioteche negli spazi universitari era consentito nel rispetto delle misure di sicurezza. Ma le novità previste dall’ateneo in un aggiornamento al protocollo anti-contagio non erano così radicali: la quarantena dei libri veniva ridotta a tre giorni; alcuni spazi esterni dell’Università erano attrezzati come aule studio all’aperto; riprendeva, a partire dal 15 luglio, il servizio di consultazione in biblioteca su prenotazione, riservato però (come il prestito) agli utenti dell’Università di Pisa, con priorità per determinate categorie, e limitato a «esigenze di studio che non possano essere soddisfatte con il servizio di prestito». Le regole erano queste: al momento della prenotazione l’utente doveva indicare i testi che intendeva consultare; la data e l’orario venivano stabiliti dalla biblioteca e comunicati via e-mail; all’interno della biblioteca l’eventuale consultazione di altro materiale a scaffale doveva avvenire sotto la supervisione del personale bibliotecario; non era consentito introdurre in biblioteca libri e oggetti personali a eccezione di computer, telefoni e tablet.

Tutte queste limitazioni, prudentemente pensate per ridurre al minimo – per non dire a zero – il flusso di persone in biblioteca, sembravano presupporre l’idea di una ricerca statica e virtuale, che facesse a meno degli spazi fisici e prescindesse dall’incontro materiale col caso e con l’imprevisto. Questo faceva sì, per esempio, che uno studente o un ricercatore tendesse a richiedere, e quindi a leggere, soltanto il materiale che già sapeva gli sarebbe servito. Se è vero che dal 15 luglio 2020 la consultazione era possibile, sembrava però vincolata ai soli materiali già indicati nella prenotazione online: l’unica menzione della possibilità di consultare materiali diversi da quelli prenotati era sepolta in un documento tecnico di trentasei pagine; nessuna menzione invece nei comunicati ufficiali dello Sba – come se si volesse evitare, pensavano molti di noi, che la notizia si spargesse troppo.

Altri ostacoli concreti dipendevano poi in primis dalle procedure cavillose o inutilmente complicate ordinate dall’ateneo: perché sottoporre a quarantena i libri che venivano consultati in biblioteca, muniti di mascherina e gel? Era davvero necessario farsi accompagnare tra gli scaffali da un bibliotecario? Perché non si è pensato a una piattaforma che permettesse all’utente di scegliere data e orario della consultazione, che gli venivano invece comunicati dalla biblioteca? Non era possibile automatizzare il servizio di prestito e restituzione, per lasciare il personale più libero di svolgere altre mansioni? Perché, una volta stabilite misure di sicurezza appropriate, i servizi dovevano essere limitati ai soli utenti dell’università? Era giusto che alcune categorie avessero la priorità? A tutto questo si aggiungeva l’ambiguità e la reticenza dei comunicati dello Sba.

L’altro grande e, almeno inizialmente, inspiegabile problema era la riduzione estrema degli orari di apertura – praticamente dimezzati. Su questo sembra che l’ateneo abbia addirittura provato a far passare la causa per l’effetto, sostenendo che siccome c’era poca affluenza, allora non aveva senso aumentare l’orario – quando era chiaro a tutti che l’affluenza era bassa perché i servizi erano minimi, e la comunicazione lacunosa.

Quando poi nella primavera del 2021 la situazione emergenziale si è fatta meno tesa ci siamo accorti di quanto fosse difficile riavere dei diritti che avevamo, magari anche ragionevolmente, rinunciato a esercitare. L’inerzia dell’Ateneo era stupefacente: di un ritorno al normale utilizzo degli spazi fisici della biblioteca, pur nel rispetto delle misure di sicurezza, neppure si parlava, mentre nei musei dell’Università e nelle aule studio si poteva accedere, muniti di mascherina e prenotando il posto, da quasi un anno.

Questa situazione è rimasta immutata almeno fino alla metà del luglio 2021, nel segno dell’hashtag #bibliotecainsicurezza. A quel punto ci sono stati alcuni timidi segnali e, paradossalmente, il problema della trasparenza e della chiarezza nelle comunicazioni è diventato ancora più centrale. Durante tutta la pandemia, la priorità nel prestito e poi nella consultazione vincolata andava ad «assegnisti, dottorandi all’ultimo anno, specializzandi, borsisti, laureandi e rtd-a [ricercatori a tempo determinato di tipo A]»; il che era una scelta discutibile, ma almeno chiara e comprensibile. Nel corso dell’estate del 2021 si è creata invece una situazione ambigua: chi andava in biblioteca per la consultazione vincolata del materiale già prenotato finiva spesso per fermarsi a studiare su materiali propri – com’è logico –, e finiva anche spesso per avere libero accesso (con gel e mascherina) alla consultazione libera di materiale non preventivato – com’era logico, e come dev’essere sembrato logico e umano a gran parte delle persone che lavoravano in biblioteca. Il problema era però la disparità di trattamento: se prima almeno le categorie privilegiate erano chiare, adesso non lo erano più: un dottorando o un assegnista che fosse “nel giro” poteva facilmente usufruire di quasi tutti i servizi, mentre una vasta maggioranza di persone non era a conoscenza di questi diritti, che quindi non lo erano. La sensazione era che si preferisse rimanere nell’ufficiosità per evitare un’impennata delle richieste, ma anche la protesta dei frequentatori scelti.

Solamente il 20 settembre 2021, dopo l’invio (il 19 settembre) di un documento di critiche puntuali al rettore e ai dirigenti del Sistema bibliotecario di ateneo è apparso sul sito dello Sba l’annuncio che ufficializzava quello che era già vero nei fatti: i servizi di consultazione libera e di studio in loco erano ripristinati. Il 30 settembre è stato poi annunciato, a partire dal 4 ottobre 2021, l’ampliamento dell’orario di tutte le biblioteche dell’Ateneo – ma non il ripristino degli orari in vigore prima dell’inizio della pandemia.

Arbitrio e definanziamento: alla ricerca di un criterio

Questa situazione, e i disagi che ha inevitabilmente comportato su noi come singoli e come comunità, ci ha posto di fronte all’esigenza di comprendere l’entità di un fenomeno che, come ogni esperienza legata alla pandemia, ha avuto una portata transnazionale. Innanzitutto, dunque, siamo usciti dalla prospettiva locale dell’ateneo pisano, attraverso un’indagine sui regolamenti dei sistemi bibliotecari umanistici di quarantanove università italiane. Ci ha guidato una convinzione: ragionare su diversi esempi di gestione degli spazi e dei servizi bibliotecari avrebbe permesso di individuare un criterio d’azione comune adottato dai vari sistemi – o, per lo meno, alcuni criteri facilmente individuabili e altrettanto facilmente giustificabili. Ciò che invece l’indagine ha dimostrato è che la nostra idea guida era in fondo sbagliata: questi criteri non c’erano. Costrette ad autoregolamentarsi sulla gestione dei materiali, degli spazi, degli orari e dello svolgimento del lavoro del personale, le biblioteche hanno adottato soluzioni disparate: il periodo di quarantena dei libri, a volte del tutto assente, variava da due a cinque giorni; gli orari di apertura sono stati ridotti in modi molto diversi, fino ai casi più estremi in cui ci si è spinti oltre il drastico dimezzamento; là dove consentito, l’accesso era regolamentato da differenti sistemi (form online, mail, applicazioni per smartphone ecc.) e logiche (consultazione riservata ai materiali esclusi dal prestito, possibilità di studiare in loco a prescindere dalla richiesta dei libri, ingresso riservato a determinate categorie ecc.). Dall’indagine, l’unica coerenza emersa riguarda l’arbitrarietà delle scelte. Ci si potrebbe quindi interrogare sul valore reale dell’autonomia: se da un lato gli spazi di azione lasciati alle singole università potrebbero consentire scelte più mirate, in virtù della vicinanza ai problemi contingenti e concreti, dall’altro comporta confusione, asimmetrie, e il rischio di una dispersione di energie e risorse. Spinta all’estremo e introiettata dagli stessi regolamenti, la retorica dell’emergenza ha portato a fare dell’arbitrio l’unico criterio praticabile: di fronte a una situazione in perenne cambiamento, l’adeguamento progressivo alle circostanze è apparsa la sola soluzione possibile. Ogni progettualità è stata sacrificata all’estemporaneo.

Persino le logiche economiche non sono state sempre confermate: se infatti le biblioteche con i finanziamenti degli istituti di eccellenza (come la Scuola Normale superiore di Pisa) o dei dipartimenti di eccellenza (come quello di Scienze umane dell’Aquila) sono state indubbiamente più rapide ed efficaci nella riattivazione degli orari di apertura consueti e della consultazione a scaffale aperto, non sempre più fondi hanno significato condizioni migliori. È indicativo che in questo caso la classica disparità economica tra Nord e Sud non ha avuto le ricadute attese: la situazione degli atenei settentrionali non è affatto più rosea di quella degli atenei meridionali, tanto più perché, in quest’ultimo caso, a giocare un ruolo determinante è stato il numero degli iscritti: un elevato numero di studenti e ricercatori causa problemi di gestione che non possono essere facilmente risolti con investimenti economici (al di là dei finanziamenti, è chiaro che casi come quello della Scuola Normale si spiegano anche con il ridotto numero di studenti e personale che deve gestire).

Ma un minimo comun denominatore economico possiamo individuarlo, e questo non ci sorprende affatto: le chiusure in blocco e le soluzioni a ribasso sono il riflesso del definanziamento che da anni affligge il sistema universitario italiano. Non si tratta semplicemente del fatto che non si impiegano fondi per incrementare e migliorare le strutture bibliotecarie. Al riguardo basterà richiamare un dato su tutti: pochissime sono le università che hanno investito su uno strumento tanto semplice quanto funzionale come le postazioni automatizzate per il prestito e la restituzione dei libri. Il problema principale riguarda le modalità di reclutamento del personale bibliotecario. Una sua componente significativa non è assunta dalla pubblica amministrazione, ma è formata da dipendenti di cooperative o società private. Nel pieno dell’emergenza, il ricorso all’outsourcing ha mostrato una volta di più di non essere una buona strategia. Molti contratti con le cooperative sono stati sospesi e dal 2019, per molto tempo, non sono state indette nuove gare d’appalto per riattivarli. Dall’indagine effettuata dall’Associazione italiana biblioteche nel maggio 2020 emerge che «gli incarichi di lavoro sono stati cancellati o rinviati per la maggior parte da enti pubblici (enti pubblici 47,15%, enti statali 4,26%, Mibact 1,84%) e per il 14,41% da enti privati, ma mentre questo non ha comportato per i dipendenti pubblici nessun mancato introito, si è tradotto invece in mancati guadagni per i dipendenti privati o di cooperative». I disagi, tanto per chi fruisce dei servizi bibliotecari quanto per chi li eroga, sono evidenti: in questo senso, l’emergenza ha fatto emergere con ancora più forza i problemi strutturali.

Riflessioni per un buon uso delle biblioteche 

Il problema particolare del Sistema bibliotecario dell’Università di Pisa è generalizzabile a partire da una constatazione: l’Italia non ha mai adottato una politica coerente nella gestione delle biblioteche. È sufficiente dare un’occhiata alle denominazioni in uso per le diverse tipologie di biblioteche presenti sul territorio nazionale: ci sono le biblioteche pubbliche di enti territoriali, variamente definite “comunali”, “civiche”, “di pubblica lettura”, o “mediateche” o “centri culturali”; ci sono le due Biblioteche nazionali centrali (Roma e Firenze); le sette Biblioteche nazionali (ma non centrali); e le trentasette Biblioteche statali non centrali, definite anche Biblioteche universitarie. Ma attenzione a non confondere le Biblioteche universitarie con le Biblioteche delle università! Solo quest’ultima, infatti, è la categoria cui fanno riferimento le biblioteche del Sistema bibliotecario di ateneo dell’Università di Pisa e di tutti i sistemi bibliotecari delle università italiane.

La più recente riorganizzazione dell’assetto delle università, stabilita dalla Legge 30 dicembre 2010, n. 240 (la riforma Gelmini), ha reso effettiva una netta separazione tra gli organi di controllo (Rettore, Senato accademico e Consiglio di amministrazione) e gli organi di indirizzo (Collegio dei revisori dei conti, Nucleo di valutazione, Direttore generale). Questa separazione si ritrova anche al livello delle biblioteche, dirette da una commissione di cui fa parte anche il responsabile della biblioteca, ma sempre presieduta da un docente. È sufficiente dare un’occhiata all’organico dei sistemi bibliotecari di ateneo per comprendere che le funzioni coordinative e i comitati scientifici dei cosiddetti Poli (bibliotecari) possono avere una rappresentanza molto diseguale: per esempio, nel caso dell’Università di Pisa ci sono sei rappresentanti dei docenti contro due rappresentanti dei bibliotecari. Forse il primo punto su cui dovremmo interrogarci è proprio questo: i docenti hanno un ruolo fondamentale in rapporto alle biblioteche, ma quanto importa ai docenti delle università italiane del futuro delle loro biblioteche?

Quando abbiamo iniziato questa nostra piccola indagine non pensavamo esistessero queste distinzioni e queste gerarchie: ci sembrano sintomatiche di una burocrazia che rende incomprensibili agli utenti, a cui teoricamente dovrebbe rivolgersi, la forma e il funzionamento di quelle strutture che sarebbe suo compito organizzare. Non è stupidità, è volontaria sospensione della chiarezza. 

Nonostante le trasformazioni dell’ultimo decennio, per lo più legate alla rivoluzione digitale e alle riforme dell’istruzione superiore, la funzione delle biblioteche delle università è rimasta sostanzialmente la stessa. Si tratta di una funzione di supporto alle missioni che l’Università decide di perseguire: principalmente la ricerca e la didattica, ma anche la “Terza missione”: quell’insieme di attività – presentazioni di libri, incontri culturali, laboratori di ogni genere e attività non specializzate – che l’università dovrebbe rivolgere all’esterno, a una comunità più ampia di quella accademica. Sarebbe bello se gli spazi delle biblioteche accademiche diventassero anche degli spazi sociali, avvicinandosi così alle attività che sono più proprie delle biblioteche civiche e comunali. La visione sociale della biblioteca può trovare un modello nelle public libraries dei paesi anglosassoni e scandinavi: strutture finanziate dalle tasse dei cittadini, e che adottano spazi multifunzionali per la lettura silenziosa, per lo studio di gruppo, spazi per gli eventi culturali, spazi di gioco per i più piccoli. Questo genere di biblioteca è raro in Italia, e si può trovare in qualche grande città del Nord o nei comuni di alcune regioni particolarmente virtuose (e ricche) – e in ogni caso, lo standard è molto distante dal resto dell’Europa occidentale.

Si fatica a immaginare una funzione simile per le biblioteche delle università: spesso collocate in strutture vecchie, dove gli spazi sono insufficienti, le connessioni a Internet molte lente e completamente assenti le dotazioni necessarie perché la Terza missione smetta di essere solo uno spauracchio.

D’altra parte, viene da chiedersi se non abbia più senso che i sistemi bibliotecari di ateneo si concentrino sul supporto alla ricerca e alla didattica, considerando che per ricerca non si dovrebbe intendere solo la ricerca specializzata, ma anche lo studio personale. Sia perché esistono modi di fare ricerca e didattica, metodi di formazione per imparare a fare analisi e a educare, assai meno sterili di quelli dominanti. Sia perché lo studio personale può essere necessario per motivi che non sono unicamente legati alla ricerca specialistica: si può voler o dover studiare per superare un esame e acquisire un titolo di studio, per partecipare a un concorso pubblico o anche per imparare a vivere. Tutte e tutti, in qualche modo, abbiamo iniziato per questi motivi.

Lo studente o il ricercatore hanno bisogno di un luogo materiale dove formarsi o svolgere il proprio lavoro di studio e ricerca. Gli studenti, in particolare, non risiedono sempre  nella città dove ha sede l’università a cui sono iscritti, e se sono domiciliati lì vivono in coabitazione in appartamenti piccoli, costosi e non adatti allo studio – e questo discorso vale sempre di più anche per i dottorandi e per i precari della ricerca. Per queste categorie di utenti la biblioteca è sala studio, ma anche luogo fisico capace di innescare le potenzialità cognitive che si sprigionano dall’atto materiale della lettura. A oggi, infatti, la tridimensionalità del libro non è ancora accessibile virtualmente, e non esistono software o dispositivi, disponibili ai più, capaci di simulare le stesse funzioni del libro, della mano umana e dei molteplici strumenti di cui uno studioso o uno studente può servirsi per ricordare, annotare, confrontare ecc. Ed è piuttosto inutile ripetere il mantra della letteratura specializzata in biblioteconomia, secondo il quale dopo la rivoluzione digitale le biblioteche si sarebbero trasformare «da fornitrici di documenti a fornitrici di accesso» (ai materiali digitalizzati). La digitalizzazione dei servizi bibliotecari appare molto più grande di quanto non sia in realtà: un mero accomodamento, sia dal punto di vista della fisica che dell’economia. Dal momento in cui i grandi progetti di digitalizzazione dei fondi librari sono stati affidati dalle università alle grandi aziende private come Google (pensiamo al progetto Google Books), le biblioteche fisiche restano l’unico luogo in cui si può accedere gratuitamente a materiali che altrimenti sarebbero a pagamento. E non ci vengano a dire che quelle collezioni sono accessibili digitalmente, perché la maggior parte delle università italiane di piccole e medie dimensioni sottoscrive sempre meno abbonamenti, e i pochi o molti abbonamenti disponibili nelle università maggiori sono tali solo per gli iscritti a quella specifica università. Non si contano i dottorandi e gli assegnisti di ricerca che scrivono all’amico lontano per chiedergli i dati di accesso di quell’università, così da poter consultare quel volume digitalizzato di cui hanno bisogno. 

Secondo lo studio di Maria Cassella «I sistemi bibliotecari di ateneo nella svolta della legge 240/2010» [http://www.bibliotecheoggi.it/rivista/article/view/321/163], tra il 2011 e il 2012, quando gli effetti della crisi economica del 2007-2008 iniziano a farsi sentire anche in Europa, i sistemi bibliotecari sono stati sottofinanziati secondo una percentuale che va dal 5 al 50%. D’altra parte, questi dati registrano semplicemente una linea di tendenza stabilita già dal decreto del Miur n.17 del 22 settembre 2010 (la riforma Gelmini), che su una questione strategica per il futuro delle università recita così: «È altresì necessario che siano disattivati i percorsi formativi non essenziali e sia resa più razionale l’organizzazione delle attività didattiche». La diretta conseguenza di questo processo di definanziamento è stata una drastica riduzione del personale, per altro già piuttosto anziano, e una progressiva diminuzione dei fondi dedicati ai nuovi acquisti. Le collezioni invecchiano, i fondi già posseduti marciscono in qualche magazzino fuori città (per le università che possono permetterselo), e le biblioteche restano aperte grazie a qualche coraggioso bibliotecario, grazie ai lavoratori precari delle cooperative private e grazie agli studenti che svolgono le «150 ore», previste dal diritto allo studio come «attività di collaborazione a tempo parziale». Ci sono più membri nelle Commissioni di ateneo per le biblioteche (Cab) che membri del personale tecnico-amministrativo che lavorano realmente nelle biblioteche: uno dei molti paradossi che ci è capitato di osservare.

Se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che il problema del progressivo definanziamento torna inevitabilmente a connettersi con l’ambiguità, l’arbitrarietà, e la paradossale logica delle politiche adottate dai sistemi bibliotecari di ateneo. E si può capire come una situazione così instabile e frammentaria non poteva che peggiorare nel suo impatto con l’evento pandemico.

* Ringraziamo tutte le dottorande e i dottorandi dell’Università di Pisa che hanno partecipato attivamente all’indagine e ringraziamo in particolare Adi-Pisa (Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia) per averla supportata e resa possibile. 

Bibliografia e sitografia 

«Bibliotecari ai tempi del COVID – 19» Report a cura di M. A. Ruiu, F. Cadeddu, aib.it, 26 marzo 2021. 

A. Agnoli, «Le biblioteche tra conservazione e rinnovamento», in l’Italia e le sue regioni, a cura di M. Salvati e L. Sciolla, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, Roma 2015. Disponibile anche online.

M. Cassella, «I sistemi bibliotecari di ateneo nella svolta della legge 240/2010», in Biblioteche oggi, n. 31, 2013, pp. 16-20. 

D. Deana, «I sistemi bibliotecari delle università italiane», in Biblioteche oggi, n. 37, 2019, pp. 7–24. 

R. Graziano, «Biblioteche e Università in Toscana nel nuovo millennio», in Per una storia delle biblioteche in Toscana. Fonti, casi, interpretazioni, convegno nazionale di studi (Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, 7-8 maggio 2015), a cura di P. Traniello, Settegiorni, Pistoia 2016, pp. 141-152. 

«Bibliotecari ai tempi del COVID – 19» Report a cura di M. A. Ruiu, F. Cadeddu, aib.it, 26 marzo 2021. 

Decreto-legge 17 marzo 2020 n. 18. 

Decreto Ministeriale 22 settembre 2010 n. 17, attiministeriali.miur.it. 

Dpcm 26 aprile 2020.

Protocollo di sicurezza anti-contagio sulle misure di contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro nell’Università di Pisa nella Fase 2.

Rent Strike Italia, il diritto all’abitare

di Emanuele Caon

Il disegno è di Arpaia

Stefano Portelli è un antropologo culturale, si è addottorato in urbanistica alla Sapienza Università di Roma e ha lavorato come ricercatore post doc al dipartimento di Geografia dell’università di Leicester. Dal 2002 al 2012 ha vissuto a Barcellona dove ha fatto parte dei movimenti contro sfratti e demolizioni. Attualmente è ricercatore e attivista contro gli sfratti.

L’intervista è stata raccolta il 5 ottobre 2021.

Caon: Come nasce l’idea dello sciopero degli affitti?

Portelli: L’idea del Rent Strike, cioè dello sciopero degli affitti, nasce nel marzo 2020 in diverse parti del mondo. Gruppi di inquiline e inquilini organizzati si accorgono di non essere più in grado di pagare l’affitto; prende quindi vita un movimento di mancato pagamento dell’affitto che però non è percepito come un movimento, ma è piuttosto la somma di migliaia di problematiche individuali. Detto diversamente, in tutto il mondo ci sono migliaia di persone che smettono (del tutto o in parte) di pagare l’affitto, e le organizzazioni che raccolgono queste persone decidono di dare un nome collettivo a un fatto già esistente; nessuno quindi convoca lo sciopero dell’affitto, ma si nomina in questo modo qualcosa che sta già succedendo, trasformando così un deficit individuale in un’azione collettiva finalizzata a trasformare la struttura del mercato immobiliare.

Caon: In Italia come prende piede Rent Strike?

Portelli: In diverse parti d’Italia – a Roma, Venezia, Milano, dalle Marche fino a Messina – molte persone hanno avuto grosse difficoltà a pagare l’affitto; abbiamo quindi iniziato a coordinarci informalmente tra diverse città. Abbiamo creato una chat Telegram, chiamandola Rent Strike Italia, che in pochissimo tempo ha raggiunto settecento persone. Da questo spazio sono poi nati dei rapporti territoriali; probabilmente Roma è la parte d’Italia dove lo sciopero degli affitti ha concretizzato di più, nel senso che siamo riusciti a creare un nucleo di persone abbastanza solido. In ogni caso abbiamo mantenuto rapporti anche con altre parti d’Italia.

Caon: Mi stai dicendo che la cosa è nata spontaneamente?

Portelli: In parte. A Roma stavamo caricando sulla pagina scioperodegliaffitti.noblogs.org le linee guida, strumenti utili per le persone in difficoltà che hanno bisogno di strategie legali, e non, per non rischiare lo sfratto. Eravamo nel periodo in cui non c’era pericolo di sfratti perché erano stati bloccati, noi fornivamo quindi consigli su come negoziare con il proprietario da una posizione che non fosse di debolezza. Sempre in quel momento stavamo anche creando la chat Telegram di cui ti parlavo. E ancora, negli stessi giorni, nel quartiere della Bolognina a Bologna un intero palazzo, abitato perlopiù da studenti, ha smesso di pagare l’affitto. È nato quindi Rent Strike Bologna. Un gruppo di persone che dipendevano tutte dallo stesso proprietario ha smesso di pagare l’affitto, poi si sono autoridotte il canone. Da questa azione è nato un collettivo che ha coagulato intorno a sé diversi movimenti per la casa. Tutto ciò in un momento in cui a Bologna – ma a Roma era lo stesso – i movimenti, anche per una serie di sgomberi, vivevano un momento di stanchezza e spaesamento.

A Roma è successa più o meno la stessa cosa, abbiamo iniziato a riflettere non solo sui nostri scioperi degli affitti in termini individuali, ma ci siamo subito messi in contatto con le realtà che avevano esperienza nella difesa dell’abitare: da Asia-Usb al Movimento per il diritto all’abitare, ai Blocchi precari metropolitani.

Caon: Se non sbaglio la grande novità è avere intercettato l’affitto privato.

Portelli: Sì, perché queste realtà avevano lavorato soprattutto sulle occupazioni o sull’edilizia popolare. Con il Rent Strike invece è emerso l’affitto privato come gigantesco problema sociale e quindi come terreno di mobilitazione, e questo ha coinciso con le difficoltà emerse durante la pandemia. Di conseguenza abbiamo cercato di mettere in connessione gli occupanti con gli assegnatari dell’edilizia residenziale pubblica e con gli inquilini privati. In parte ci siamo riusciti, ne è nato un percorso comune, con alti e bassi, momenti in cui eravamo tanti e altri in cui ci siamo sentiti soli; eppure questo ci ha permesso di arrivare pronti al termine del blocco degli sfratti. Il che significa che siamo riusciti a intessere una rete di relazioni che, già a maggio, ci ha messi nelle condizioni di iniziare a fare i primi picchetti antisfratto. Ti posso assicurare che era da qualche anno che non se ne vedevano di così rilevanti. Non ci siamo inventati niente di nuovo; piuttosto abbiamo riattivato diverse forze e le abbiamo messe in relazione tra di loro, oltre che con quello che stava succedendo nel resto del mondo.

Caon: Mi puoi spiegare un po’ meglio questa messa in relazione di cui parli?

Portelli: Nei primi mesi della pandemia c’è stato il blocco degli sfratti; anche se ci sono stati sgomberi di occupazioni o per fine locazione, gli sfratti per morosità erano sospesi. Per certi versi è stato un momento di maggior tranquillità che ci ha permesso di trovare il tempo per formarci. Abbiamo dato vita a cinque forum in cui abbiamo invitato gente da tutta Europa, dai sindacati di Berlino, che sono riusciti a mettere in piedi il referendum sugli espropri delle grandi proprietà immobiliari, ai sindacati inquilini di Barcellona e delle Canarie, fino al geografo urbano Tom Slater che ci ha spiegato il rent control [le forme legislative per calmierare il mercato dell’affitto, come l’“equo canone”, N.d.R.]. Ci siamo quindi formati su una serie di questioni che, a marzo 2021, ci hanno permesso di realizzare un congresso sull’abitare che ha messo insieme lo storico movimento per la casa con queste nuove forme e con persone ed esperienze da tutta Italia. Questi passaggi ci hanno portato a formulare un piano in cinque punti, una nostra proposta di legge per l’abitare. Poi noi lo intendiamo sia come una vera proposta di legge, sia come un orientamento d’azione politica. Sono le cinque cose che vogliamo e che guidano le nostre pratiche: il controllo degli affitti; il blocco degli sfratti; l’inversione della gentrificazione; la tassazione del vuoto edilizio; un piano di nuove case popolari, da realizzare attraverso il recupero dell’esistente e non con altra cementificazione.

Caon: Mi hai parlato della vostra proposta di legge, anche come piano d’azione su cui mobilitarsi. Siete riusciti a dare una cornice politica più ampia anche allo sciopero degli affitti , così da evitare che si riduca a mero strumento di sopravvivenza?

Portelli: Lo sciopero va inteso come uno strumento; come quello degli affitti, anche lo sciopero in fabbrica è uno strumento, l’obiettivo non è non lavorare o non pagare l’affitto. Lo sciopero è il mezzo con cui la parte oppressa cerca di ridurre l’entità dell’oppressione. Per cui lo sciopero degli affitti è una minaccia: se non cambia la struttura ingiusta del sistema abitativo e di detenzione della proprietà, se non vengono tutelati i bisogni abitativi allora lo strumento delle classi più vulnerabili è lo sciopero. Cioè smettere di pagare. Nel momento in cui molte persone smetteranno di pagare l’affitto, privato ma anche pubblico, sarà molto difficile mantenere questo sistema. Chiamare sciopero un insieme di mancati pagamenti individuali serve proprio a costruire un orizzonte di classe: se le persone che sono costrette a pagare affitti ingiusti smettono di pagare l’affitto o se lo autoriducono, si riescono a costruire una serie di rivendicazioni comuni, che sono appunto i cinque punti della proposta di legge di cui ti ho parlato. L’obiettivo è trasformare le relazioni di potere nell’ambito dell’abitare. Perché abitare è un diritto e lo Stato ha il dovere di provvedere; se non provvede, le case già abitate smetteranno di essere dei luoghi in cui i privati fanno profitti e diventeranno case in cui si abita gratis o comunque a prezzi ragionevoli.

Quindi lo sciopero ha questa duplice valenza, da un lato è una pressione politica, dall’altro ha anche una valenza di propaganda con i fatti: nel momento in cui io smetto di pagare l’affitto sto affermando il mio diritto di vivere in una casa sopra il diritto del proprietario di trarne un profitto. Nei fatti sto ristabilendo una giustizia all’interno del sistema economico. Il progetto politico è questo, e guarda che non è un progetto solo italiano, è portato avanti da migliaia di organizzazioni o associazioni che tutelano il diritto all’abitare. Si va dal Brasile agli Stati Uniti, dalla Spagna all’India. 

Caon: Permettimi di fare l’avvocato del diavolo. Ha fatto scalpore il caso di Berlino in cui con un referendum la popolazione berlinese ha deciso di espropriare le grandi proprietà immobiliari. Tutti dicono che qui in Italia la situazione è diversa: nel nostro paese, si dice, quasi tutti sono proprietari e il mercato degli affitti dipende da piccoli proprietari che arrotondano il loro reddito e non, come in altri paesi, da grandi concentrazioni di proprietà immobiliari. Insomma, quella sugli affitti sembra una battaglia tra poveracci e onesti cittadini.

Portelli: Secondo me, non dobbiamo credere troppo a questa versione standard sull’eccezionalità italiana, per cui qui sarebbero tutti proprietari e chi sta in affitto è una parte residuale della popolazione. Questo dato è falso, intanto perché nelle statistiche tra i proprietari rientrano tutte le persone che hanno un mutuo; mi pare tutto da discutere di chi sia la proprietà reale: della banca o di chi sta ancora pagando il muto? In questo fantomatico 68% di proprietari si deve tenere conto di questo, e poi va anche detto che non è vero che in Europa l’Italia è il paese con più proprietari. Ci superano paesi come la Spagna, la Romania, la Grecia, la Bulgaria. Insomma l’Italia non è un’eccezione. E poi quel 30% o 25% di affittuari (dipende poi dalle statistiche) rappresenta le fasce più fragili della popolazione: in affitto ci stanno soprattutto i poveri, e a noi che importa se sono il 30% o il 10%! I diritti devono essere tutelati anche se non riguardano la maggioranza. Pure gli immigrati sono il 10% della popolazione, ma questo non deve giustificare una politica di discriminazione. Se si vanno poi a vedere i dati si vede subito che in affitto ci sono il 10% dei redditi alti, il 20% dei redditi medi e il resto sono i redditi bassi. Tutelare l’affitto quindi significa tutelare i più poveri. Dire che in Italia siamo tutti piccoli proprietari che usano l’affitto per arrotondare è una falsificazione, è la propaganda di Confedilizia che mira a inventare un’enorme classe media. Il risultato è che questa categoria inventata di piccoli proprietari poi va a difendere gli interessi della classe alta, cioè dei banchieri e dei grandi proprietari. Questa retorica è costruita appositamente per separare chi non ha una casa da chi ne ha una o due; ma il vero scarto non è tra queste persone, bensì tra loro e chi ha cento o diecimila case.

E non sto esagerando. Proprio in questi giorni sto seguendo una persona sotto sfratto che vive in una casa di Enasarco. Si tratta di un ex fondo pensione degli agenti di commercio, trasformato poi in fondazione, privatizzato negli anni Novanta e progressivamente svenduto a grandi fondi immobiliari. Siamo quindi passati da un fondo tutelato dallo Stato, che aveva lo scopo di calmierare il mercato immobiliare, a un fondo immobiliare di Bnp Paribas. Enasarco ha diciassettemila case a Roma, rendiamoci conto che servono diciassettemila piccoli proprietari per compensare questa concentrazione. Allora è vero che i piccoli proprietari sono tanti, ma la maggior parte delle case in realtà è in mano a una manciata di grandissimi proprietari.

Caon: Questi grandi proprietari chi sono? Ci sono i dati per capire città per città di chi sono le proprietà immobiliari?

Portelli: I grandi proprietari spesso sono banche, fondi immobiliari, la Chiesa e, almeno a Roma, palazzinari storici. Tutto però è strutturato in un sistema di scatole cinesi: capirci qualcosa è difficile e di dati utili ce ne sono pochi. Di statistiche su proprietari e inquilini se ne trovano, ma sulla concentrazione della ricchezza, su quante case possiede ogni proprietario, si trova ben poco. Sembra che l’Istat o il ministero delle Finanze facciano di tutto per non farci capire come e quanto è concentrata la proprietà immobiliare. Ma questi dati dovremmo procurarceli, anche facendoci noi i conti, altrimenti poi ci troviamo a essere vittime della retorica “qui son tutti piccoli proprietari” e questa prospettiva non ti permette di mobilitarti. Proprio per questo abbiamo creato un Osservatorio sulla proprietà, lo si trova sempre nel sito scioperodegliaffitti.noblogs.org

Caon: Rispetto al diritto all’abitare, chi sono gli interlocutori? Cioè a quali istituzioni ci si deve rivolgere? E, in particolare, quali sono gli spazi di manovra di un’amministrazione comunale?

Portelli: Questo è un dialogo aperto e, personalmente, tendo sempre a discostarmi dalle solite pratiche dei movimenti per la casa di Roma. C’è una forte abitudine a contattare l’assessore, organizzare l’incontro con il sindaco o rivolgersi alla propria municipalità. A me pare che nessuno di questi possa essere un vero interlocutore, ma neanche la Regione e temo neanche lo Stato o l’Unione europea. L’unico nostro interlocutore sono le persone che subiscono ingiustizie. Il fine dello sciopero degli affitti o di altri strumenti di difesa non è tanto interloquire con le istituzioni, ma far capire alle persone che hanno dei diritti e che li devono riprendere dalle mani di chi glieli ha strappati. Io penso che l’interlocuzione con le istituzioni debba avvenire a partire dalla ricostruzione di una forza collettiva, altrimenti non serve a nulla garantirsi che nel proprio municipio di riferimento ci sia il candidato che ti promette di far finire gli sfratti, perché non può farlo. Poi metti che sia lo Stato a deciderlo, hai in mente la quantità di ricorsi che farebbe la grande proprietà? La questione riusciremo ad affrontarla quando ricostruiremo una coscienza collettiva capace di pretendere che ci sia un limite all’avidità del capitale immobiliare, questo limite però dipende dalla capacità di resistenza delle persone. Qua ci dicono che no, non si affitta perché c’è paura del blocco degli sfratti; poi però quegli immobili finiscono vuoti o comprati dal solito grande fondo. Se davanti a questo si cominciasse a occupare, vedresti come poi iniziano a rimettere in affitto le case, e a prezzi diversi. Non lo dico io, così, per partito preso. Proprio queste azioni sono state la forza del movimento per la casa di Berlino. Per anni i movimenti sono riusciti a tenere sotto scacco la proprietà privata, poi questa si è riorganizzata sfruttando alcune liberalizzazioni del mercato e in risposta i movimenti hanno proposto di calmierare gli affitti. Proposta bloccata perché giudicata incostituzionale, la contro risposta allora è stata il referendum sull’esproprio della grande proprietà immobiliare. Riassumo così in breve le vicende berlinesi per spiegare che l’interlocuzione con il potere va costruita alzando la posta del conflitto e non andando a cercare una mediazione con chi è nelle condizioni di decidere se schiacciarci o darci un aiutino.

Caon: So che in alcuni casi di sfratto vi siete rivolti all’Onu. Vorrei sapere perché l’Onu interviene. Non sfiora l’assurdo doversi rivolgere proprio all’Onu perché imponga a un tribunale italiano di bloccare uno sfratto?

Portelli: Sì, è un po’ assurdo. In ogni caso nella Costituzione italiana non è previsto uno specifico diritto all’abitare, però si riconosce l’obbligo di rispettare i trattati internazionali. E l’Italia ha firmato un paio di convenzioni in cui si riconosce il diritto all’abitare come un diritto umano fondamentale. Questa iniziativa l’abbiamo imparata dai sindacati degli inquilini spagnoli, che usano questo strumento da qualche anno. Non lo intendono tanto come uno strumento rivendicativo, ma come una procedura burocratica o amministrativa con cui tutelarsi davanti a uno sfratto. Non è un atto rivoluzionario, ma è possibile fare richiesta a un tribunale superiore perché intervenga. Così abbiamo scoperto che esiste, come ultima istanza, uno strumento rapido e gratuito. Il primo ricorso all’Onu l’ho fatto il 27 maggio 2021, e l’Onu è effettivamente intervenuta chiedendo al tribunale italiano di bloccare lo sfratto. In questo modo una signora senza lavoro con due minori a carico ha potuto rimanere in casa finché non le si trova un’alternativa. Abbiamo quindi iniziato a usare questo strumento, fino ad ora l’abbiamo fatto sette volte. Si tratta di un lavoro grosso e credo che lo dovrebbero utilizzare anche gli assistenti sociali. Davanti a uno sfratto senza alternative l’Onu interviene, perché non è giusto che le persone finiscano per strada. La cosa paradossale, forse, è che dobbiamo essere noi di Rent Strike Roma a rivolgerci all’Onu.

Caon: In questo strumento vedi un possibile valore politico?

Portelli: Si tratta chiaramente di un’azione tampone, come consegnare i pacchi alimentari durante la pandemia. Eppure, anche in questo caso, è un’azione che ci permette di aggregare nuove forze e anche di far capire alle persone che si trovano in gravi difficoltà che esistono dei diritti e la possibilità di rivendicarli. Un gruppo di inquilini che grazie al ricorso all’Onu ha evitato lo sfratto ora viene ai picchetti. Poi, quale sia il futuro di questo strumento è difficile immaginarlo, stiamo però elaborando un vademecum sui modi migliori con cui resistere agli sfratti e una parte sarà dedicata proprio a questo strumento. Mi capita di sentire che il ricorso all’Onu rischierebbe di depotenziare le mobilitazioni, ma non mi pare un rischio reale. Anche quando sgomberano un centro sociale ci si mobilita, ma un avvocato lo si chiama comunque. Si tratta anche di spiegare alle persone che quando qualcuno finisce per strada siamo davanti a una violazione dei diritti umani, che abbia pagato o meno l’affitto è una questione secondaria, nessuno deve finire per strada. Il fatto che non siamo solo noi a dirlo, ma che sia un tribunale a stabilirlo, rafforza molto la legittimità del diritto all’abitare, crea fiducia e può anche dare speranza alle mobilitazioni. 

Caon: Non c’è il rischio che, se questo strumento inizia a essere utilizzato molto, l’Onu smetta di rispondere o l’Italia inizi a non rispettare le direttive dell’Onu?

Portelli: Non credo che l’Italia possa smettere di rispettare le direttive dell’Onu, i paesi europei di solito le rispettano. Dall’altra parte, invece, penso che da parte dell’Onu ci sia l’intenzione di rendere noto questo strumento. L’Onu infatti è da cinque anni che fa delle osservazioni all’Italia sulla mancanza di case popolari, sul pericolo della concentrazione della proprietà immobiliare e sulla necessità di un sistema di calmierazione degli affitti. Non credo che quindi l’Onu restringerà la possibilità di fare ricorso, anzi mi sembra un tentativo di far pressione all’Italia in modo che si adegui al diritto internazionale sugli sfratti. A Barcellona ci sono quasi quattrocento vertenze aperte con l’Onu, segnale che lo strumento forse è pensato proprio come metodo di pressione politica. 

Bibliografia e sitografia

Rent Strike Italy

Proposta di legge

«Senza casa non c’è salute! Per una legge di proposta popolare sull’abitare» change.org.

Per una panoramica europea

Tom Slater, «From displacements to rent control and housing justice», Urban Geography, 2021, vol. 42, n. 5, pp. 701-712.

S. Portelli e M. Peverini, «Dietro lo specchio. Le lotte contro la finanziarizzazione della casa in Europa», in Napoli Monitor, 9 novembre 2021.

Articoli su blocco sfratti e ricorso all’Onu

L. Martellini, «Donna sotto sfratto si appella all’Onu che risponde: “L’Italia sospenda lo sfratto e provveda”», in Corriere della Sera, 5 giugno 2021.

B. Polidori, «Prenestino: sullo sfratto di via di Silvio Latino interviene l’Onu», romatoday.it, 16 settembre 2021. 

«L’emergenza sfratti ormai è materia per l’Onu. Ai picchetti con i Caschi Blu?», contropiano.org, 12 agosto 2021.

S. Portelli, «Cos’è uno sfratto e che c’entrano i diritti umani»,  in Napoli Monitor, 7 giugno 2021. 

Su Enasarco, G. Velardi, «Enasarco, dal Parlamento accuse alle gestione e alle dismissioni immobiliari: due case acquistate da presidente», Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2016.

Come nasce un’avanguardia operaia

Benedetta Rizzo

Ti ricordi quel nove luglio

che scappavi come un coniglio

per paura di incontrare

gli operai a scioperare

Recita così uno dei cori che i lavoratori e lavoratrici Gkn e in appalto cantano nei momenti di piazza che li vedono protagonisti indiscussi. Il 9 luglio scorso, infatti, 422 di loro sono stati lasciati a casa dall’azienda con una mail. Chiusura immediata, comunicata in un giorno in cui l’intera fabbrica era in ferie forzate per «calo della produzione». A questi 422 vanno poi aggiunti circa un’ottantina di lavoratori e lavoratrici dei servizi in appalto a cui appunto Gkn non si è nemmeno disturbata di comunicare la decisione presa.

Il management ha chiuso in fretta e furia, facendo finta di nulla, continuando a produrre, a investire su nuovi robot, concedendo ferie, promettendo aumenti e assunzioni, scappando da Firenze e lasciando lo stabilimento in mano a guardie private armate, per paura della risposta conflittuale che gli operai avrebbero potuto mettere in campo.
Risposta che, nonostante tutto, c’è stata: in meno di un’ora i lavoratori si sono radunati davanti ai cancelli e si sono ripresi la fabbrica, dove da quel 9 luglio sono tuttora in assemblea permanente per impedire lo smantellamento del sito produttivo.
Accanto agli operai, un intero territorio: dalla chiesa ai centri sociali, dai circoli Arci ai partiti politici, tutti hanno dimostrato la propria solidarietà a questa lotta, non solo materialmente. Si è infatti costituito il Gruppo di supporto alla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e in appalto che raccoglie le varie anime del movimento fiorentino. 

Da luglio la mobilitazione continua a suscitare un grandissimo clamore ed entusiasmo: non c’è stato un solo appuntamento lanciato dalla fabbrica che non sia stato un successo. Il 28 luglio, in piena estate, un corteo di circa diecimila persone ha attraversato le strade di Capalle, la zona industriale di Campi Bisenzio dove si trova lo stabilimento. L’11 agosto, giorno della liberazione di Firenze dal nazifascismo, il connubio tra la lotta Gkn, le varie componenti del Gruppo di supporto e l’Anpi–Associazione nazionale partigiani italiani, ha portato altrettante persone a sfilare per le strade del centro storico. Il 18 settembre, hanno attraversato la città in quarantamila, prendendosi i viali che non venivano toccati da una manifestazione dai tempi del Social forum del 2001: un corteo sul lavoro che in Italia non si vedeva probabilmente da decenni.
Il 7 ottobre i lavoratori hanno presentato alla Camera la legge anti-delocalizzazioni scritta da loro con l’aiuto dei Giuristi democratici: come dicono loro, «una legge scritta con le nostre teste e non sulle nostre teste». Perché la bozza pensata dai ministri Todde e Orlando non era sufficiente, dato che è bastata una parola di Confindustria per far sì che venisse affossata, e dopo settimane di passerelle istituzionali e vane promesse non c’erano più scuse dietro cui trincerarsi. Lo stesso vale per il piano di riconversione dello stabilimento che sta prendendo vita proprio in queste settimane, nato grazie alla collaborazione con ingegneri, economisti, sociologi, storici: se il destino è la riconversione, i lavoratori Gkn non vogliono stare a guardare mentre istituzioni e imprenditori determinano le sorti della fabbrica. Il 30 ottobre, i lavoratori Gkn decidono di convergere a Roma al corteo contro il G20 lanciato dai movimenti per la giustizia climatica, per la giustizia sociale e per la lotta alla casa, invitando tutti i solidali a partecipare al loro spezzone: dalla fabbrica partono tredici pullman, portando a Roma uno spezzone di classe a cui hanno aderito anche altre vertenze, come quella di Alitalia.

L’obiettivo della mobilitazione è stato chiaro fin da subito: cambiare i rapporti di forza nel paese, non solo per i lavoratori Gkn, ma per tutti quanti. Perché – come affermano i lavoratori – Gkn si salva solo così, cambiando l’esistente, provando a immaginare un futuro diverso per tutte le vertenze nel mondo del lavoro, per i/le precari, per i/le disoccupati, per le scuole e le università.
Allora – ci dicono ancora – quel grido che viene lanciato dalla fabbrica, «Insorgiamo», celebre motto della resistenza fiorentina, deve essere raccolto, allargato, fatto proprio, declinato negli ambiti della vita in cui ci troviamo ad agire, lavorare, studiare. È necessario un’unità di intenti, un fronte unico di classe che comprenda il lavoro, il sistema educativo, la giustizia climatica e sociale, la questione di genere, per opporsi al governo Draghi e alle riforme impopolari che stanno per arrivare. E la via per realizzare questa unità, per gli operai Gkn, è lo sciopero generale e generalizzato.

Una mobilitazione di questa portata nel mondo del lavoro non si vedeva in Italia da tantissimo tempo: Gkn ha da sempre rappresentato una punta avanzata nel mondo del lavoro e le ragioni sono probabilmente da ricercarsi nell’organizzazione politico-sindacale interna della fabbrica che parte da lontano, ben prima della minaccia della chiusura e del licenziamento collettivo. 

L’organizzazione interna dei lavoratori: oltre la rappresentanza sindacale
La fabbrica di Campi Bisenzio è stata l’oggetto di studio per la mia laurea di tesi magistrale in Scienze Politiche e Sociali sui potenziali effetti di Industria 4.0 sul lavoro in fabbrica e su come la rappresentanza sindacale riesce a intervenire tramite la negoziazione. La ricerca si è svolta tra marzo e giugno 2021 con le interviste a due delegati sindacali e la somministrazione ai lavoratori di un questionario costruito sulla base degli elementi emersi dalle interviste. Durante una cena per la cassa del Collettivo di fabbrica a fine 2019, ho intercettato alcuni membri dell’Rsu e del Collettivo: nel tempo ho costruito con loro un rapporto di fiducia partecipando alle loro iniziative di mobilitazione non solo ai cancelli della loro fabbrica, ma anche quando i lavoratori Gkn portavano la loro solidarietà ad altre vertenze, come quella del Si Cobas alla Textprint di Prato. Ciò mi ha permesso di entrare nello stabilimento a più riprese, di osservare da vicino il lavoro in fabbrica, di svolgere le interviste nella saletta sindacale e distribuire i questionari durante le assemblee dei lavoratori su più turni. L’intenzione iniziale non era quella di svolgere un lavoro etnografico o di partecipazione osservante, ma lo è diventata quando l’Rsu e i lavoratori hanno apprezzato il fatto che ero lì a chiedere l’opinione non della parte aziendale ma di chi è stato realmente coinvolto dal fenomeno delle nuove tecnologie in fabbrica e. Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono frutto, dunque, della mia ricerca e del lavoro etnografico svolto.

Lo stabilimento Gkn Driveline di Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, produce semiassi per automobili. Il 90% circa della produzione è destinata al gruppo Stellantis/Fca, in particolare per quanto riguarda la componentistica per le utilitarie come la Panda, i mezzi per la logistica come il Ducato e il settore automobilistico di lusso, come per esempio Maserati, Lamborghini, Ferrari. La filiale fiorentina prima apparteneva alla vecchia Fiat, poi nel 1994 è stata acquistata dalla multinazionale inglese. Nel 2018 il gruppo Gkn Automotive è stato acquistato dal fondo finanziario Melrose. I lavoratori dello stabilimento Gkn hanno ereditato la storia sindacale della Fiat di Novoli (quartiere fiorentino dove era ubicata): la maggioranza di loro, infatti, è iscritta alla Fiom, fatto che si riflette anche sulla Rsu, dove 6 delegati su 7 sono Fiom e fanno parte dell’area di opposizione interna alla Cgil, cioè alla corrente “Sindacato è un’altra cosa”.

L’anno cruciale per una svolta nell’organizzazione interna allo stabilimento di Campi Bisenzio è stato il 2007, quando sul piano sindacale ci fu uno scontro generazionale e politico. La direzione aziendale dell’epoca impose alle organizzazioni sindacali interne un cambio dell’orario di lavoro: gli operai avrebbero lavorato anche il sabato e la domenica con un giorno di riposo durante la settimana a rotazione. Soprattutto i più giovani, che stavano iniziando a comprendere e a masticare le problematiche aziendali, non volevano firmare questo accordo: nacque così una polemica durata mesi, che portò alle dimissioni della vecchia Rsu e all’elezione dei lavoratori più giovani all’interno della rappresentanza sindacale. Venendo da una classica gestione litigiosa tra le sigle sindacali, la nuova Rsu aveva un obiettivo chiaro: per restituire il potere decisionale ai lavoratori, al di là della tessera che si aveva in tasca e delle condizioni di lavoro differenti, bisognava agire compatti e uniti contro l’azienda.
Tra il 2007 e il 2008 ha iniziato a prendere forma quello che poi nel 2018 è stato battezzato come Collettivo di fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze, un organismo che ha la finalità di organizzare i lavoratori per coinvolgerli maggiormente sia nelle decisioni sindacali, sia nelle mobilitazioni e vertenze. Ovviamente, per sua natura, il Collettivo di fabbrica mantiene una certa informalità: ha un’area piuttosto importante di simpatizzanti, ma le persone che vi prendono parte costantemente sono circa una trentina, anche se in alcuni particolari momenti si sono tenute assemblee partecipate da circa un centinaio di lavoratori. Per cercare di ridurre questa fluidità, è stata creata la figura del delegato di raccordo che si pone tra l’assemblea dei lavoratori e la Rsu: attualmente sono 12, vengono nominati dalla Rsu, ratificati dall’assemblea dei lavoratori e riconosciuti dall’azienda tramite accordo interno. In questo modo si è delineata una riarticolazione sindacale ramificata in quasi tutti i reparti dell’azienda, dove i delegati di raccordo coadiuvano i membri della Rsu nell’attività sindacale e nel coinvolgimento di tutti i lavoratori. 

Si è venuta a creare così una struttura partecipativa d’avanguardia, altamente democratica – probabilmente unica nel suo genere – che si rifà all’esperienza dei Consigli di fabbrica degli anni Settanta. Un modo di fare sindacato aperto e orizzontale, in cui le decisioni sono prese dall’assemblea dei lavoratori, che è diametralmente opposto a quello classico che conosciamo dei sindacati, piramidale quando non verticistico.

Sulla base di questa organizzazione, tantissime sono state le conquiste strappate con la mobilitazione dei lavoratori ai tavoli di trattativa: dal mantenimento dell’articolo 18 a livello aziendale, all’argine ai contratti in staff-leasing, al rifiuto del Testo unico sulla rappresentanza, così come del Jobs Act e della riforma Fornero. Ancora, sul tema dell’Industria 4.0, la rappresentanza sindacale ha cercato di regolare gli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo sul lavoro in fabbrica: hanno ottenuto più ore di formazione di quelle previste dal Ccnl metalmeccanici, hanno cercato di legare la formazione a livelli contrattuali più alti, hanno bloccato un sistema di controllo pervasivo della performance del lavoratore, appellandosi all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che Renzi non è riuscito a modificare fino in fondo, hanno cercato di dimostrare all’azienda l’aumento degli scarti che questo nuovo modo di produrre può generare. 

Ed è proprio in questa organizzazione che vanno ricercate le ragioni della forza di questa lotta, a cui anche altre vertenze rivolgono lo sguardo; questo tuttavia non implica che il modello Gkn sia facilmente replicabile in altri posti di lavoro.
Però i lavoratori Gkn qualcosa lo stanno già dimostrando, il loro modello organizzativo è avanguardia operaia e dimostrazione ne è il successo della loro mobilitazione: dalla proposta di legge anti-delocalizzazioni, passando per i progetti che stanno portando avanti con il gruppo di ingegneri ed economisti solidali per un piano di riconversione dello stabilimento, fino alla cura degli impianti dello stabilimento, del presidio permanente, è tutto frutto della loro capacità organizzativa e di mobilitazione sia interna che esterna alla fabbrica. In ogni caso, la vertenza non può restare solo su un piano meramente sindacale: è necessario che venga affiancata da una mobilitazione che raccolga le varie istanze sociali in grado di mettere alle strette il governo e le istituzioni. Solo così Gkn potrebbe non essere una vertenza come le tante, troppe già viste in passato, costellate di tavoli di trattative e promesse puntualmente disattese, ammortizzatori sociali in attesa di una fantomatica riconversione industriale che non arriva mai.

E se ci riusciranno, non saranno più solo una pagina di giornale, ma una nuova pagina di storia del movimento operaio.

Editoriale

Il disegno è di Arpaia

Un periodo di pandemia cambia le regole del gioco rispetto a un periodo in cui la pandemia non c’è. Il cambiamento è così forte che le parole assumono valori diversi: i termini libertà, controllo, autoritarismo, diritti mutano il loro significato perché i rapporti sociali cambiano; le relazioni tra le persone si modificano per la presa d’atto del fenomeno del contagio. Essere liberi di rifiutare un trattamento medico in tempi “normali” non è equivalente alla rivendicazione di arbitrio sul vaccinarsi o meno durante una pandemia. 

La prima misura in assoluto che qualunque governo è tenuto a adottare è quella della dichiarazione o meno dello “stato di pandemia” ed è quella spesso per cui la popolazione percepisce che i rapporti interpersonali possono alterarsi. Se a Venezia – città attrezzata per contrastare le epidemie, la prima a istituire i lazzaretti e a prevedere specifiche autorità sanitarie – la peste fu così micidiale nel 1630, fu dovuto alla dichiarazione di non esistenza del morbo da parte di un consiglio dei medici al quale il Senato diede retta malgrado la gente già morisse con i segni evidenti della peste bubbonica. 

Il Governo e i media mainstream hanno da un lato dato grande visibilità al movimento No Green Pass, favorendone l’adesione da parte dei cittadini, dall’altro lo hanno dipinto con tratti fortemente macchiettistici; spingendo sull’irrazionalità e l’irresponsabilità ne hanno fatto un pericolo pubblico, ottenendo una polarizzazione utile alla gestione del potere. Le differenze territoriali della protesta contro il Green Pass, sotto la forza di rappresentazioni stigmatizzanti, nell’opinione pubblica si sono fissate in unico fronte compatto: il movimento No Green Pass. A sinistra sono state tentate analisi più “distaccate” delle piazze e della loro composizione. In sintesi, però, chi approva le manifestazioni (o chi vi vede una speranza) tende a interpretarle come l’espressione di un accumulo di sofferenze dovute soprattutto alla condizione lavorativa (bassi salari, precariato, intensità delle prestazioni, mancanza di sicurezza, ecc.); chi le disapprova invece tende a valutarle come una pura espressione del cosiddetto movimento no-vax e delle sue paranoie.

Noi vorremmo evitare una presa di partito perché riteniamo che, nella confusione delle lingue ormai dilagante, sia assolutamente indispensabile non perdere d’occhio – e ricordare a tutti e tutte – quelle che sono le “grandi cose da cambiare”, per cui vale la pena lottare proprio oggi, in quanto il Pnrr, con la quantità di risorse di cui dispone, rappresenta forse l’ultima occasione per realizzarle. E sono, a nostro avviso, essenzialmente due: cambiare il modello di sviluppo centrato sul lavoro precario, privo di sicurezza sociale, sulla svalorizzazione delle competenze, sulla gig economy; e cambiare l’organizzazione del sistema sanitario. 

Il tema del lavoro è quello a cui siamo più sensibili, la rivista lo ha dimostrato sin dall’inizio e anche in questo numero vi abbiamo dato centralità: dalle pratiche di lotta maturate in Gkn, al terribile caso di sfruttamento di Grafica Veneta, passando per la logistica fino a una discussione sulla necessità sempre più forte di un salario minimo legale. È infatti necessario che la risvegliata conflittualità di classe degli ultimi anni, che dal settore della logistica si è estesa ad altre componenti del mondo lavorativo e che ormai ha articolato la sua battaglia anche in termini di proposta (per esempio sul mutualismo; o la proposta di legge sulle delocalizzazioni portata avanti dai lavoratori Gkn) non venga sviata dai suoi binari “sindacali” con tutto il loro accumulo di esperienze e di sapere, per correre dietro a neomisticismi di varia natura o ai contorcimenti di nuovi sciamani della geopolitica, rischi sui quali Trieste ci ha detto qualcosa. Certo, il tema del Green Pass introduce aspetti disaggreganti nel martoriato corpo sociale e pone non pochi problemi all’azione sindacale; possiamo sostenere che le piazze contro il Green Pass non siano più recuperabili, che – in altre parole – politicizzarle non basta, che non si può più intervenire per favorire uno sbocco politico che vada oltre la sola protesta.  Risulta  invece più difficile pretendere che anche nei luoghi di lavoro si metta da parte l’argomento per guardare altrove: in diversi contesti infatti si è prodotta una certa conflittualità proprio a partire dal rifiuto del Green Pass. L’intervento politico può anche tracciare delle linee, delimitare un raggio d’azione, fino a qui arrivano i miei, oltre non mi interessa: posso trattare il razzista come un nemico. L’azione sindacale invece deve fare i conti con il fatto che quel lavoratore o lavoratrice, per esempio, è anche razzista. Su questo però il Green Pass ha sollevato spaccature scomode all’interno della classe lavoratrice: che fare quando un gruppo di lavoratrici e lavoratori ti chiedono di intervenire perché rifiutando il vaccino e il tampone non possono più entrare in mensa? O si vedono costretti a casa? Un sindacalista ci diceva: «Sapete, io posso anche pensare che se uno si schianta ubriaco contro un palo sia un idiota, ma se non gli danno la malattia mica posso dirgli “Beh, ti sta bene”». I sindacati confederali hanno deciso di non relazionarsi incisivamente con questa serie di scomodi problemi (o di farlo timidamente, in ordine sparso), in parte per una presa di posizione politica rispetto alla necessità della vaccinazione (il cui obbligo per i lavoratori risale alla prima rivoluzione industriale), e in parte per mantenere un dialogo “responsabile” con il governo d’emergenza. I sindacati di base hanno provato invece a intervenire attraverso posizioni più critiche e radicali, scontrandosi poi con le loro divisioni e contraddizioni interne, venute a galla in occasione dello  sciopero unitario del sindacalismo di base dell’11 ottobre 2021.

Il secondo punto riguarda il sistema sanitario pubblico e al di là di questo la pubblica igiene intesa come insieme di comportamenti collettivi volti alla prevenzione della malattia. Per avviare una riflessione su questo aspetto, oltre ai materiali già pubblicati nei numeri precedenti, riteniamo sia utile ripercorrere l’esperienza di quel movimento di lotta per la salute, che in Italia, dagli anni Settanta in poi, ha prodotto tali e tante esperienze concrete di cui sarebbe follìa non tener conto in un momento come questo. Perché questo movimento ha potuto ottenere tanti risultati positivi? Perché ha ancorato il suo intervento all’organizzazione del lavoro, perché ha tenuto insieme in un legame strettissimo salute e lavoro. L’intervista con Benedetto Terracini, uno dei fondatori di questo movimento, già direttore della rivista Epidemiologia & Prevenzione, è la prima di una serie che intendiamo continuare. 

In questa prospettiva ci sembra che il problema non sia riducibile all’analisi della  decisione di vaccinarsi o meno, ma di interrogarsi  sull’impatto della pandemia sulle disuguaglianze sociali nel lungo termine, su quale sistema e quale organizzazione sanitaria, che tipo di operatori e di presidi sanitari ci vorranno per affrontare una situazione complessa che riguarda pazienti affetti da Covid, pazienti affetti da patologie gravi e tendenzialmente trascurati, persone con obblighi di lavoro, persone con un lavoro precario, mal pagato, oppure senza lavoro.

Finché nelle manifestazioni di protesta si butta dentro solo il disagio collettivo si va alla cieca, se invece vi si inseriscono idee orientate a una direzione politica incisiva, forse qualche risultato si porta a casa e si riesce, dal nostro punto di vista, a cambiare di segno certe pratiche politiche, che oggi sono costrette nel logorante esercizio di distanziarsi da compagni di strada non graditi.

Cronologia logistica (giugno-ottobre 2021)

Andrea Bottalico

«Accusare di omicidio un uomo quaggiù è come fare 

contravvenzioni per eccesso di velocità 

alla 500 Miglia di Indianapolis»

Cpt. Benjamin Willard in Apocalypse Now

Giugno 

Il sindacato di base Si Cobas non molla il colpo su FedEx, contro cui ha avviato una vertenza dall’inizio dell’anno per la riapertura della piattaforma logistica di Piacenza. La mobilitazione principale avviene a San Giuliano Milanese, ma si organizzano picchetti in altri magazzini. Il sindacato comunica che la sera del 7 giugno i lavoratori hanno fermato le piattaforme di Lodi, Bologna, Ancona, Fiano Romano, Firenze e Modena. Viene indetta una manifestazione a Roma per chiedere al ministro dello Sviluppo economico l’apertura di una trattativa nazionale. Nel frattempo  viene avviata una mobilitazione anche nella piattaforma Ceva Logistics di Stradella, provincia di Pavia (su questa vertenza rimandiamo all’articolo «Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale. Il caso della Città del Libro» in questo numero). In un comunicato del sindacato di base si legge:

I lavoratori della logistica in questi anni hanno sperimentato sulla propria pelle che i subappalti servono unicamente ad abbassare al minimo i livelli salariali e le tutele sui luoghi di lavoro, a creare una fitta barriera di intermediari tra i lavoratori e le aziende committenti per aggirare i contratti collettivi nazionali e ad alimentare i volumi d’affari dei caporali e della criminalità organizzata. 

Sulla vertenza FedEx, il sindacato scrive che la società ha 

dapprima chiuso l’hub di Piacenza dalla sera alla mattina buttando per strada 272 famiglie, poi con la complicità di Cgil-Cisl-Uil ha avviato un processo di internalizzazione che cancella tutte le conquiste ottenute dai lavoratori negli ultimi dieci anni, esclude le unità affette da patologie fisiche, introduce nei magazzini un clima di terrore ed estromette il sindacalismo di base dai tavoli di trattativa, sebbene questi ultimi rappresentino la maggioranza dei lavoratori. 

Nella convocazione dello sciopero nazionale previsto per il 18 giugno il sindacato cita il rinnovo del Contratto nazionale Logistica, trasporto merce e spedizione, contestato perché porta 

aumenti di poche decine di euro che non serviranno neanche a compensare la probabile ripresa dell’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità: uno schiaffo in pieno volto per quelle centinaia di migliaia di lavoratori del settore che solo un anno fa era stato celebrato dal governo e dai padroni come strategico per far fronte al dilagare della pandemia.

L’11 giugno intorno alle 2 di notte avviene uno scontro fisico davanti ai cancelli della piattaforma logistica FedEx di Tavazzano (Lodi), tra un gruppo di manifestanti che picchettano l’ingresso per protestare contro la chiusura del magazzino di Piacenza e uomini provenienti dall’interno del magazzino. Secondo il Si Cobas si tratta di bodyguard assoldati dai padroni che avrebbero aggredito il presidio esterno con bastoni e frammenti di bancali. Bilancio finale dello scontro: un lavoratore di Piacenza ricoverato con codice rosso, tre feriti lievi e nove contusi. Qualche settimana prima davanti alla piattaforma di San Giuliano Milanese la dinamica era stata simile. Il Si Cobas denuncia l’aggressione da parte di bodyguard vestiti da lavoratori e il mancato intervento delle forze dell’ordine presenti sul posto. 

Il 18 giugno è il giorno di due scioperi: quello nazionale di ventiquattro ore della logistica indetto dal Si Cobas (cui aderiscono Adl Cobas, Usb Logistica e Cub Trasporti) e quello del trasporto aereo di quattro ore proclamato dai sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti. Un comunicato congiunto diffuso per lo sciopero nazionale della logistica sottolinea come di fronte alla violenza e a un atto cinico come la chiusura del magazzino FedEx di Piacenza con il licenziamento dei lavoratori «l’unica risposta possibile è quella del conflitto e dello sciopero, sulla difesa del diritto e un lavoro degno, all’organizzazione di classe, alla libertà di poter scegliere il sindacato cui aderire e da cui farsi rappresentare». 

La mattina del 18 giugno, durante una manifestazione davanti ai cancelli della piattaforma logistica della Lidl di Biandrate, in provincia di Novara, il conducente di un camion forza il blocco, investe e uccide Adil Belakhdim, coordinatore del sindacato di base Si Cobas, 37 anni, del Marocco, sposato con due figli. Aveva lavorato in Tnt. Dalle prime ricostruzioni emerge che dopo l’investimento l’autista del veicolo ha trascinato Adil per una decina di metri e poi ha proseguito il viaggio, per essere infine fermato dai Carabinieri in un’area di servizio autostradale dopo essersi costituito al 112. È un campano di 25 anni. Finisce prima in carcere e poi agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale. Il Si Cobas denuncia l’omicidio come l’apice di un’escalation di repressione e violenza organizzata fuori dei cancelli dei magazzini: le cariche alla FedEx Tnt di Piacenza, gli arresti, le aggressioni armate a San Giuliano e Lodi, i raid punitivi alla Texprint di Prato. I sindacati confederali si mobilitano per esprimere solidarietà: «Non è possibile morire mentre si esercita il diritto costituzionale a esprimere la propria opinione e non si devono mai mettere lavoratori contro lavoratori», si legge in una nota della Filt Cgil di Novara. «In attesa che la giustizia faccia chiarezza su quanto accaduto, serve un intervento forte, anche a livello istituzionale, per affermare legalità e diritti in un mondo che troppo spesso li ignora». Per l’occasione piovono i proclami ufficiali e istituzionali sulla legalità e il diritto di sciopero in un comparto oggetto di indagini da parte della magistratura, contraddistinto da illegalità diffusa, caporalato e sfruttamento. La Fiom Emilia-Romagna proclama due ore di sciopero a fine turno per la giornata del 23 giugno. Nel comunicato della Fiom si legge:

La morte del sindacalista Adil Belakhdim è un fatto che non solo deve indignarci, ma che deve anche farci riflettere sulle degenerazioni del neo-liberismo e ripensare rispetto all’iniziativa collettiva del sindacato insieme alle lavoratrici e ai lavoratori per rimettere al centro la dignità dell’uomo e del lavoro. Le ragioni delle proteste vanno comprese e sostenute perché sono le stesse nostre che anche in molte aziende e siti metalmeccanici abbiamo dovuto agire negli anni, ponendoci noi tutti davanti ai camion per la difesa delle condizioni e dei posti di lavoro e della continuità produttiva. 

Scioperano per solidarietà e in ricordo di Adil alla Ferrari di Maranello, alla Emmegi di Soliera, alla Keestrack di Carpi. Mobilitazioni si segnalano in particolare nel modenese, alla Cnh Industrial, alla Cms, alla Centauro, alla Italtractor Itm, alla Mec Track, alla Wam. E poi lavoratori e lavoratrici delle aziende metalmeccaniche della Dinamic Oil, Caprari, Bosch Nonantola, Bosch Pavullo, Costamp Group, Crown, Salami, T-erre, Federal Mogul, Angelo Pò, BMD, 2b box docce, Titan, Tred Carpi, Manitou, Maserati CNC, PFB, B&N, Annovi e Reverberi, Motovario.

Il 22 giugno 2021 il Si Cobas comunica alle associazioni datoriali uno sciopero nazionale di quattro ore nell’intero comparto del trasporto e della logistica. La lettera di proclamazione spiega che lo sciopero è indetto «per denunciare l’intollerabile assassinio del nostro coordinatore provinciale di Novara Adil Belalkhdim e per fermare il clima di violenza contro gli scioperi e le iniziative sindacali». 

FedEx prosegue con la strategia di assunzione del personale nelle sue piattaforme di logistica. Nel magazzino di Calenzano (Firenze), cento persone passano alle dipendenze dirette della multinazionale. Secondo la Filt Cgil questa operazione «segna l’inizio di una nuova fase sindacale nella logistica per un cambio di passo che superi la destrutturazione del settore di questi ultimi vent’anni, tra appalti e false cooperative, portando diritti ai lavoratori, legalità e buona occupazione». Il Si Cobas contesta questa strategia della multinazionale, affermando che ha lo scopo di selezionare i lavoratori, escludendo quelli che aderiscono alla sua sigla. 

Luglio 

I delegati del porto di Genova confermano lo sciopero di ventiquattro ore di tutti i portuali dello scalo ligure indetto per il 19 luglio. I sindacati Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti spiegano che al centro della protesta ci sono «la richiesta di maggior sicurezza per tutti coloro che operano nello scalo genovese e una migliore organizzazione del lavoro che tocca tutte le realtà. Due esempi su tutti: le questioni legate all’utilizzo della Compagnia Unica da parte dei terminalisti e l’organizzazione del lavoro presso Stazioni Marittime». 

Il 15 luglio al porto di Ravenna si registrano due incidenti mortali sul lavoro. Un operaio di 63 anni, dipendente di una ditta esterna, viene schiacciato da una bobina d’acciaio di una tonnellata e mezzo. Il secondo incidente avviene a bordo del cargo Argo I. Il direttore di macchina della nave, un egiziano di 44 anni, rimane vittima di un incidente causato dall’esplosione di un tubo collegato al motore. I sindacati confederali proclamano scioperi per lavoratori portuali e marittimi. «Questi ennesimi incidenti – si legge in una nota – impongono a tutto il Paese una riflessione vera e profonda che possa dare delle risposte non più procrastinabili affinché si ponga fine a questa lunga scia di sangue». 

Gli effetti dell’emergenza sanitaria insistono sull’intera filiera logistica, propagandosi come tanti cerchi concentrici. Uno di questi viene sottolineato da una ricerca del Container Census & Leasing Annual Review and Forecast 2021/22 di Drewry, da cui emerge che negli ultimi dodici mesi il prezzo dei container è raddoppiato (così come il costo del noleggio), raggiungendo il massimo storico. L’impennata dei prezzi è stata innescata dal fermo della produzione in Cina, il principale produttore mondiale di container, durante il confinamento della pandemia da Covid-19 nel 2020. 

Agosto

Il sindacato di base Si Cobas proclama uno sciopero contro il provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato ricevuto il 24 agosto da 45 lavoratori impiegati da cooperative che gestiscono la movimentazione nella piattaforma che serve la logistica Unes a Truccazzano (Milano). La sospensione, secondo il sindacato, «avviene in seguito a una serie di scioperi svolti nel magazzino di Truccazzano per mancanze riscontrate nei salari dei lavoratori». 

Settembre

Il 15 settembre i sindacati confederali, tramite le rappresentanze dei trasporti e dei lavoratori in somministrazione, firmano al ministero del Lavoro il primo contratto nazionale con Amazon, che le sigle sindacali definiscono “storico” e “unico a livello mondiale”. La firma arriva dopo una vertenza culminata lo scorso marzo con una mobilitazione di ventiquattro ore dei lavoratori della filiera Amazon. 

Aumentano le iniziative degli enti locali italiani per affrontare la carenza di autisti di veicoli industriali. La rete di Comuni campani intende contribuire alle spese di conseguimento delle patenti superiori per i giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza. L’agenzia per il lavoro Gi Group, in collaborazione con Odm Consulting, Assologistica e l’Osservatorio Contract Logistics Gino Marchet del Politecnico di Milano, pubblica una ricerca in cui si osservano le trasformazioni delle professioni nella filiera logistica. Entro tre-cinque anni, nella logistica conto terzi e nella distribuzione diventerà più importante il 39% dei 101 ruoli analizzati, a fronte di una stabilità del 55% e di un declino del 6%. Le mansioni che cresceranno maggiormente sono quelle connesse alla Comunicazione (100%), Automazione e Digitale (79%), Assistenza alla clientela (75%), seguiti dai ruoli connessi alle funzioni operative, di processo e di pianificazione (69%) e Distribuzione e Consegna a domicilio (69%). Secondo gli analisti, questa trasformazione è guidata dalle richieste del mercato, dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca di efficienza di processo e di flessibilità operativa. I fattori che stanno incidendo maggiormente sulle professioni e sulle competenze sono la digitalizzazione e l’automazione nello stoccaggio. Anche la piattaforma digitale Packlink fornisce un’analisi sull’occupazione nella filiera logistica attraverso una ricerca sulle professionalità più richieste. Al primo posto ci sono gli autisti di veicoli industriali. Altre funzioni richieste sono quelle di responsabile della catena di fornitura, analista dati, responsabile di magazzino. «Molte di queste professioni appena dieci anni fa non esistevano nella loro forma attuale», spiega il direttore di Packlink. 

Secondo Trucking Hr Canada, mancano all’appello ventimila camionisti, che entro il 2023 potrebbero diventare ventitremila a causa del progressivo pensionamento dei conducenti attivi. Un problema grave, dal momento che nel Paese nord-americano il novanta percento delle merci viaggia su strada.

Anche la Gran Bretagna è colpita dall’emergenza dei rifornimenti di alimentari e carburanti, a causa della carenza di autisti. Le associazioni degli autotrasportatori e delle imprese chiedono di far rientrare almeno quegli autisti stranieri espatriati all’inizio della pandemia e che non sono potuti ritornare dopo la Brexit. Oltre alla lettera inviata dalla sottosegretaria ai Trasporti a tutti i pensionati in possesso di patenti per tornare al volante, il ministro della Giustizia ha proposto di mettere alla guida dei camion i condannati alle pene alternative, che invece della reclusione prevedono lavori socialmente utili a titolo gratuito.

La carenza di autisti di veicoli industriali riguarda anche l’Italia. Il presidente di Federlogistica e vicepresidente di Conftrasporto, Luigi Merlo, ricorda che complessivamente in Italia mancano almeno ventimila autisti, una cifra che tende all’aumento, spiegando che ormai è impossibile trovarli anche all’Est. «Alcuni nostri associati, ditte e consorzi di trasporto con centinaia di dipendenti, li stanno cercando con affanno e hanno pubblicato un sito internet dove trovare le offerte di lavoro, ma al momento l’emergenza resta». Secondo alcuni operatori, la carenza di autisti sta causando ritardi nell’uscita dei container dal porto di Genova, ritardi che variano da sette a dieci giorni. 

Il Consiglio dei Ministri del 16 settembre approva il Decreto Legge che impone il Green Pass  ai lavoratori del settore pubblico e privato, comprendendo quindi anche l’intera filiera logistica e il trasporto delle merci. 

Ottobre

L’11 ottobre si svolge uno sciopero generale nazionale del sindacalismo di base, proclamato da quindici sigle. Parole d’ordine: opposizione allo sblocco dei licenziamenti, carovita, obbligo del Green Pass sul posto di lavoro, contratti precari. Lo sciopero interessa anche i lavoratori del trasporto merci e della logistica. Nella convocazione i promotori invitano a organizzare «ovunque picchetti e blocchi della produzione, della distribuzione, dei trasporti e dei servizi pubblici e privati». Proseguono gli scioperi nella logistica, tra cui la piattaforma FedEx di Peschiera Borromeo (Milano) e Nexive di Bologna. La Corte di Cassazione intanto respinge il ricorso presentato dal pubblico ministero di Piacenza contro l’annullamento del foglio di via per tredici lavoratori e un sindacalista della piattaforma piacentina.

Per i sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti la vertenza della piattaforma FedEx di Piacenza si è chiusa il 1° ottobre con l’approvazione da parte dei lavoratori dell’accordo siglato con la società Alba, che gestiva la movimentazione nel magazzino. L’accordo conferma la chiusura e prevede «elementi importanti in termini economici, di ricollocamento e di formazione», come recita una nota delle tre sigle. Al contrario, la vertenza resta ancora aperta per il sindacato di base Si Cobas che dal primo giorno della chiusura di Piacenza, avvenuta a marzo 2021, ha avviato una serie di scioperi a scacchiera in diverse piattaforme FedEx, ancora in corso. Il Si Cobas annuncia di proseguire le azioni di sciopero e di blocco degli accessi, e contesta la legittimità dell’assemblea, sostenendo che vi hanno partecipato solo venticinque lavoratori sugli oltre trecento interessati. 

A pochi giorni dall’introduzione del Green Pass obbligatorio sul luogo di lavoro, da Trieste il Clpt-Coordinamento lavoratori portuali comunica che il 40% dei 950 lavoratori non ha la certificazione e annuncia uno sciopero con blocco del porto per il 15 ottobre se il certificato resterà obbligatorio.

Dal primo turno di lunedì 11 ottobre al Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro, controllato dalla compagnia marittima Msc, viene proclamato uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato autonomo Orsa Porti. Il sindacato contesta il 

continuo atteggiamento di indifferenza da parte dell’azienda alle sue richieste di riorganizzare il lavoro, la mancata volontà nel voler porre rimedio alle lacune, i deficit gravi tra cui la pessima qualità della vita lavorativa che incide negativamente sullo stato psico-fisico dei dipendenti, la mancata elezione democratica della Rsu, cestinata per venti anni, solo ed esclusivamente per togliere voce ai lavoratori, favorendo interessi di segreteria sindacale, senza scordare le continue discriminazioni sulla pianificazione del lavoro.

I porti potrebbero essere uno dei nodi critici nell’introduzione dell’obbligo di certificazione verde Covid-19 (Green Pass). Il Governo nega eccezioni. Il ministero dell’Interno dirama una circolare con cui chiede alle imprese portuali di garantire tamponi per i lavoratori in modo gratuito. A questo provvedimento risponde l’associazione datoriale Assiterminal. Nella lettera, l’associazione premette che le attività complesse nei porti rendono difficile l’applicazione dell’obbligo e dei relativi controlli, e che finora le imprese hanno garantito la sicurezza dei lavoratori. Poi chiede ai ministeri di fornire dettagli su chi, nell’ambito di questo sistema complesso, dovrà fornire i tamponi gratuiti ai lavoratori che operano o entrano nei terminal. 

Il 13 ottobre alcune decine di camion bloccano completamente gli accessi al terminal container Psa di Genova Voltri, per una protesta spontanea scatenata dallo sciopero a singhiozzo proclamato all’inizio di ottobre dalla Rsu della società terminalista, nell’ambito della vertenza sul rinnovo del contratto aziendale. Lo sciopero dei portuali viene attuato per un’ora all’inizio e alla fine di ogni turno, rallentando le operazioni di carico e scarico dei veicoli industriali, in un contesto dove gli autotrasportatori lamentano le lunghe attese croniche. L’intasamento raggiunge il casello autostradale. I promotori del fermo sarebbero soprattutto i padroncini esasperati dalle perdite di tempo, e quindi di introiti, causate dalle lunghe attese. Mancando un soggetto organizzatore, non si sa quando potrà terminare la protesta dell’autotrasporto. Al prefetto manca un interlocutore. È facile prevedere che il blocco proseguirà anche il 14 ottobre e si teme un peggioramento della situazione quando il 15 ottobre entrerà in vigore l’obbligo del Green Pass. 

Alla vigilia di questa data crescono le preoccupazioni sull’intera filiera logistica, in particolare nei porti e l’autotrasporto. Da Trieste giungono segnali di allarme. L’associazione datoriale Confetra-Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, sezione del Friuli-Venezia Giulia, comunica che le società portuali che rappresenta forniranno tamponi gratuiti al personale non vaccinato fino al 31 dicembre 2021, a condizione che dal 16 ottobre il porto continui a funzionare regolarmente. La confederazione avverte che l’incertezza sta già deviando le merci su altri porti europei: «Se le operazioni verranno fermate, le merci troveranno altre strade più sicure e non ritorneranno facilmente indietro». Gli operatori si chiedono ansiosi se altri porti si trovano in questa situazione. Secondo il portavoce dei portuali triestini Stefano Puzzer potrebbe fermarsi anche Genova. Si stima che nello scalo ligure il venti percento dei lavoratori non sia vaccinato e l’impresa terminalista Psa annuncia che fornirà i tamponi gratis ai propri dipendenti per due mesi. Ma resta il problema degli esterni, come gli autisti dei camion che trasportano i container. A Livorno e Gioia Tauro i lavoratori hanno chiesto tamponi gratuiti. Più tranquilla appare la situazione a Venezia, Napoli e Salerno, dove le Autorità portuali non prevedono fermi.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste Zeno D’Agostino minaccia di dimettersi nel caso in cui il blocco dovesse effettivamente andare in scena. «Non trattateci come no vax», ribatte Puzzer ai giornalisti nel corso di un’intervista: «io sono vaccinato e credo nel vaccino. Il Green pass non è una soluzione sanitaria». L’Ancip – Associazione nazionale compagnie e imprese portuali si smarca dai portuali di Trieste in protesta contro l’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro. «Non è così che si difende il lavoro portuale», dice in una lettera aperta il presidente Luca Grilli. 

Il Gruppo multinazionale Cnh Industrial, che produce macchine agricole e di movimento terra, veicoli industriali e autobus, con una nota diffusa la mattina del 13 ottobre annuncia che chiuderà temporaneamente alcuni impianti europei «in risposta alle interruzioni in corso per l’ambiente di approvvigionamento e la carenza di componenti di base, in particolare semiconduttori». 

La vertenza che contrappone il Si Cobas e la cooperativa Sdg, che gestisce alcune piattaforme logistiche della catena di supermercati Unes, causa il licenziamento dei quaranta lavoratori del magazzino di Truccazzano, in provincia di Milano. La cooperativa annuncia il provvedimento spiegando che la decisione 

è arrivata a valle di uno stato di agitazione proclamato su presunte irregolarità, poi cadute alla verifica dei fatti. Su queste basi assolutamente inconsistenti, alcuni lavoratori hanno bloccato per ben diciotto volte in un mese le piattaforme logistiche di Truccazzano, Vimodrone e Pozzuolo Martesana in provincia di Milano, non permettendo l’entrata e l’uscita di mezzi, merci e persone, e quindi la regolarità delle operazioni commerciali.

Il porto di Trieste rimane l’osservato speciale, con una buona parte dei lavoratori che ha scelto di proclamare uno sciopero a oltranza contro l’obbligo di Green Pass, aderendo allo sciopero generale nazionale, dal 15 al 20 ottobre, proclamato dai sindacati Fisi, Confsafi, Al-Cobas e Soa, confermato nonostante la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali abbia dichiarato illegittima l’iniziativa.

Anche a Genova prosegue la protesta di chi si oppone al Green Pass davanti ai varchi del ponte Etiopia, a San Benigno e al terminal traghetti. I presidi rallentano ma non interrompono l’attività portuale. Terminata invece la protesta spontanea degli autotrasportatori al terminal container Psa di Voltri, iniziata il 12 ottobre con il blocco degli accessi. 

Dopo tre giorni di presidio davanti al Varco 4 del porto di Trieste contro l’obbligo del Green Pass, la mattina del 18 ottobre la polizia carica i manifestanti dall’interno del porto, usando gli idranti. Il presidio contava alcune centinaia di persone, tra lavoratori portuali e attivisti giunti da altre parti d’Italia. Uno dei portuali ha avuto un malore ed è stato soccorso da un’ambulanza. La protesta è iniziata il 15 ottobre, giorno dell’entrata in vigore del Green Pass, ma il blocco del Varco 4 ha permesso la continuità delle attività portuali durante il fine settimana. Il comitato dei portuali Clpt ha annunciato che lo sciopero proseguirà fino al 21 ottobre.

Il sindacato di base Usb Mare & Porti proclama per il 25 ottobre uno sciopero di 48 ore dei portuali di Genova contro l’obbligo del Green Pass e per ottenere i tamponi gratuitamente. L’inizio della protesta avviene con un presidio al varco Albertazzi. In una nota, il sindacato spiega che 

Usb e il Calp denunciano la gravità di una misura discriminatoria come il Decreto Legge 127/2021 che prevede il Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, dicono no alla volontà di governo e aziende di scaricare sulla classe lavoratrice l’onere di una misura che non tutela la salute pubblica e ribadiscono con forza la richiesta di tamponi antigenici rapidi per tutti i lavoratori, vaccinati e no, il cui costo deve essere interamente a carico delle aziende, come previsto dalla legge.

Radicamento culturale e innovazione nella resistenza alla Gkn

Stefano Bartolini

14 settembre 2021. Chiostro dell’Istituto Ernesto de Martino a Sesto fiorentino, addobbato come sempre dallo striscione rosso con la scritta «Nostra patria è il mondo intero». È una serata particolare. L’Istituto, che da sempre trova la sua ragion d’essere nella volontà di portare avanti «la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario», ospita gli operai della Gkn in lotta, per una serata di incontro con i lavoratori e le lavoratrici della ricerca storico-sociale e della cultura. Non capitava da tempo che i lavoratori in carne e ossa tornassero a incontrare questi ambienti, in queste forme e in questa sede. C’è molta partecipazione, e anche emozione, il chiostro è pieno. La serata combina insieme diversi elementi. C’è il gruppo punk Brigata Valibona, composto tutto da operai e il cui cantante è proprio uno dei lavoratori della Gkn. Ci sono quattro video proiettati su un maxischermo che provano a raccontare momenti diversi della lotta estiva, realizzati dai documentaristi Filippo Maria Gori e Lorenzo Gori. Ci sono gli interventi dei lavoratori e degli “intellettuali”: il sottoscritto, Antonio Fanelli, Bruno Settis, Valerio Strinati. È un’iniziativa di frontiera, che prova a tenere insieme la solidarietà attiva con la lotta e l’approfondimento analitico della vicenda in cui si sono trovati catapultati, loro malgrado, i lavoratori e le lavoratrici dal 9 luglio; con gli strumenti propri della storia orale e dell’osservazione partecipante.

In quel momento la tensione stava salendo. Il 21 settembre scadevano i 75 giorni di preavviso della procedura di licenziamento avviata dall’azienda, dal 22 la cessazione del rapporto di lavoro poteva diventare effettiva in qualsiasi momento. Il 18 si sarebbe svolto un corteo a Firenze, e la sera del 14 ancora si temeva per il maltempo, i lavoratori avevano passato la serata a controllare gli aggiornamenti delle previsioni meteo. Si attendeva anche la decisione del Tribunale di Firenze sul ricorso della Fiom per licenziamento illegittimo, si temeva un rinvio a dopo il 22 settembre che avrebbe esposto i lavoratori a rischi difficilmente calcolabili. La serata si era conclusa con un forte appello alla solidarietà e alla partecipazione a fianco dei lavoratori.

Fortunatamente, a meno di una settimana di distanza, il 20 settembre, è arrivato il pareggio, la prima buona notizia. Il Tribunale di Firenze ha dato ragione alla Fiom, la procedura di licenziamento è illegittima. Il dispositivo ricostruisce nei dettagli il comportamento della proprietà – mosso da logiche speculative finanziarie, e non da politiche industriali, ben esposte in un articolo di Anna Maria Romano su Opencorporationblog. Per il giudice, l’azienda non solo non ha informato – come previsto dalla legge, dal contratto di lavoro e da accordi aziendali – i lavoratori e il sindacato delle proprie intenzioni, ma ha perseguito una strategia per chiudere l’azienda in un giorno di par (permesso annuo retribuito) collettivo, adducendo alle rappresentanze sindacali motivazioni legate alla produzione rivelatesi false e pretestuose, in modo tale da avere la fabbrica vuota al momento dell’invio del licenziamento. Poi ha mandato delle guardie private a presidiarla in sostituzione del servizio normale di portineria, provando a impedire in questo modo il diritto sindacale di assemblea sul luogo di lavoro e chiedendo successivamente alle istituzioni lo sgombero dell’assemblea sindacale permanente. L’azienda ha cioè teso una trappola per realizzare una serrata offensiva. La sentenza del Tribunale su questo è inequivocabile: «L’intento di delegittimare il Sindacato con iniziative volte a elidere o comunque ridurre le possibilità di reazione dello stesso si riscontra anche nelle modalità con le quali è stata attuata la disposta cessazione delle attività».

Con la sentenza si è chiusa una prima fase, durata 74 giorni, che ha annullato i licenziamenti e riportato quasi al punto di partenza la situazione. Quasi, perché in realtà c’è un elemento che continua a fare la differenza. Gli operai non sono tornati a lavorare, anche se ricevono lo stipendio, e l’azienda non ha disposto il riavvio della produzione. L’assemblea permanente continua. I lavoratori sono stati lasciati in un limbo, in cui la voce delle istituzioni, del Governo, è assente.

In quei primi 74 giorni tuttavia sono apparsi tanti aspetti che colpiscono l’occhio dello storico del lavoro. Intorno agli operai della Gkn si è fin da subito raccolta una solidarietà e un’adesione che si sono articolate in tante iniziative di supporto. In Toscana forme di mobilitazione solidale delle comunità sul territorio di fronte a crisi come queste non sono sconosciute, ma nemmeno sempre scontate. Tra il 2009 e il 2010 ho avuto modo di documentare, con gli strumenti della storia orale, l’occupazione di un call center a Pistoia, che dista circa 25 km dalla Gkn, l’Answers, 570 dipendenti di cui 494 donne, con una piccola presenza di immigrate dall’Est. In quel caso non eravamo di fronte a un’azienda con una storia di lungo periodo, e nemmeno a una classe lavoratrice con una forte identità di mestiere e una storicità come quella dei metalmeccanici. Anzi, era una classe con un’identità in formazione, che però è riuscita a trovare la necessaria coesione e i repertori d’azione per portare avanti una vittoriosa occupazione di 102 giorni. All’Answers come alla Gkn il territorio si è stretto attorno al mondo del lavoro in lotta con forme di supporto di ogni tipo, che vanno dalla mensa alla presenza ai presidi, alla fornitura delle infrastrutture necessarie a portare avanti un’assemblea permanente, fino all’organizzazione di iniziative di sostegno.

Nel caso della Gkn tuttavia si aggiunge un paesaggio circostante che a uno sguardo superficiale può risultare spiazzante. La fabbrica si trova in uno spazio simbolo della nostra modernità, tra il grande centro commerciale “I Gigli” e un cinema multisala. Contesti che sono stati descritti come «non luoghi» da Marc Augé, che vi ha visto persone a una sola dimensione, quella del consumatore, per dirla con Marcuse, ma che invece sono luoghi concretissimi per chi ci lavora ogni giorno. Colpisce vedere lo striscione di solidarietà dei lavoratori dei “Gigli” appeso di fronte alla fabbrica. Siamo in un luogo dove ogni giorno passano migliaia di persone, che nei fine settimana diventa affollatissimo e che ha fatto sì che la lotta della Gkn nascesse già “in piazza”, davanti agli occhi di tutti. E la misura dell’adesione, il corteo delle ambulanze, la solidarietà immediata del mondo dello spettacolo, a cui ha seguito quella della cultura e poi della comunicazione, tutte raccontate con la felice formula «I lavoratori della Gkn incontrano i lavoratori del…», l’incontro con i rider, l’invito alle feste dell’Unità, gli striscioni delle Rsu di mezza Toscana appesi ai cancelli, il dialogo e le mobilitazioni con gli studenti e con i Fridays for future ecc. … ci parlano della persistenza della subcultura rossa di questi territori, ben descritta da Antonio Fanelli nel suo libro sulle case del popolo della “cintura rossa” attorno a Firenze. Siamo letteralmente in quelle che furono le strade e i campi in cui Benigni ambientò il suo Berlinguer ti voglio bene. Un luogo concreto dunque, dove è ancora presente un attore che si è voluto raccontare come desueto e scomparso, la classe operaia, che attinge a risorse culturali fortemente radicate nel territorio in cui vive.

Entrando nel capannone della Gkn non si sfugge all’impressione che di nuovo il luogo, la sua fisicità, giochi una sua parte. La fabbrica assomiglia a un cubo, è quasi tutta aperta al suo interno, a cose normali gli operai si incrociano, passano da una linea di lavoro all’altra, non sono separati. Gli assunti direttamente dalla Gkn sono tutti uomini, le donne lavorano per le aziende di servizi in appalto, come la mensa, e sono organizzate insieme alle compagne dei lavoratori nel Coordinamento donne. Fra questi operai esistono reti amicali, relazionali, comunitarie. Incontriamo dunque una classe operaia con forti legami al suo interno e compatta, abbastanza giovane (l’età media è 40 anni), nella stragrande maggioranza composta da italiani, elemento che rimanda di nuovo al suo forte radicamento territoriale – per fare un solo esempio esplicativo, uno di loro nel tempo libero allena una squadra di calcio giovanile – e che probabilmente fornisce una forza aggiuntiva rispetto ad altre lotte, come quella della Textprint nella vicina Prato, portata avanti da lavoratori stranieri, pachistani e bengalesi, contro la proprietà cinese. Una classe operaia in questo caso più frammentata al suo interno e soprattutto con deboli legami comunitari col territorio, mancante di un radicamento nella comunità circostante, che infatti non ha fornito la stessa risposta solidale, anche se gli operai della Gkn hanno portato il proprio supporto. Aspetti su cui è importante iniziare a riflettere.

Dai caratteri della classe operaia della Gkn scaturiscono elementi per molti inaspettati. Come la spiccata capacità comunicativa. Fin da luglio è stata evidente l’abilità nell’uso dei social network (il Collettivo di fabbrica – di cui parleremo a breve – aveva già delle pagine su Facebook e Instagram) con il ricorso ai selfie per pubblicizzare la lotta e le manifestazioni, scattati ovunque dalle persone solidali con i cartelli in mano e la scritta #insorgiamo: a casa, per strada, al supermercato, al mare, al bar ecc… Lo stesso vale per la produzione e vendita del “merchandising” con il logo del Collettivo, che mette insieme vecchio e nuovo, tradizione e innovazione: il finanziamento della cassa di resistenza necessario a portare avanti l’assemblea permanente, che è al tempo stesso un potente e moderno strumento comunicativo, creatore di solidarietà e identità. Si trova di tutto: magliette, felpe, giacchetti, adesivi, magneti per il frigorifero, accendini, spillette… Non manca la bandiera, rossa con scritta gialla, distribuita in tutta Firenze e nella Piana verso Prato nei giorni precedenti la manifestazione di settembre e la sentenza, invitando a esporla dalla finestra come la bandiera della pace ai tempi delle mobilitazioni contro la guerra di inizio secolo. Ormai si incontra un po’ ovunque, sulle case, agli incroci, sulle rotonde, nei circoli.

Tutto questo deriva dalla cultura di questi lavoratori e dalla loro forte sindacalizzazione, dato peculiare di questa lotta. Non sarebbe possibile comprendere appieno questa mobilitazione senza questo dato, che si intreccia fortemente ai repertori di lotta. Il sindacato che riscuote un’adesione schiacciante, quasi “bulgara”, è la Fiom-Cgil. Ma alla Gkn troviamo una peculiare organizzazione sindacale, che per certi aspetti ricorda quella dei consigli di fabbrica. Si tratta di una struttura che affonda le sue origini tra il 2007 e il 2008 durante un confronto con l’azienda sull’organizzazione dei turni, e che dopo circa dieci anni, nel 2017-2018, è arrivata alla sua configurazione attuale, ancora una volta nel tornante di una contrapposizione con l’azienda che intendeva applicare il “modello Marchionne”, ovvero l’istituzione della figura del team leader tra le linee di produzione, a cui i lavoratori avrebbero dovuto rivolgersi per le loro esigenze, scardinando così il rapporto dal basso dei lavoratori con i loro rappresentanti sindacali. La risposta fu la creazione dei “delegati di raccordo”, ispirandosi ai consigli degli anni Settanta: figure elette dai lavoratori e capaci di arrivare in ogni reparto e in ogni turno di lavoro, che si affiancano alle Rsu e all’Rls. Sono 12 e restano in carica per soli 12 mesi, favorendo così il ricambio, la diffusione della formazione sindacale all’interno del luogo di lavoro e la responsabilizzazione dei lavoratori. Costituiscono un livello intermedio aggiuntivo che allarga le maglie della partecipazione. Alla base di tutto il processo c’è l’assemblea generale dei lavoratori. E poi c’è il Collettivo di fabbrica, una struttura informale che è il cuore della mobilitazione, ma che era già presente. 

Parlando con i lavoratori del Collettivo è difficile separare queste dimensioni, il merchandising dal Collettivo, i repertori dal livello comunitario. Tutto si mischia e sta insieme con coerenza, e se chiedi del merchandising il discorso riparte dal Collettivo e dal suo logo, che non ne è l’atto di nascita ma un passaggio importante, un elemento di riconoscimento, come dice Massimo: «Il Collettivo di fabbrica c’era anche prima però si marca». Perché tutto nasce prima della vertenza e vi entra con naturalezza, come ben si può comprendere da questa intervista collettiva che ho realizzato al presidio in fabbrica subito dopo un’assemblea.

Massimo: Un po’ di roba ce l’avevamo da più di un anno, prima s’è fatto lo striscione, poi s’è fatto le magliette.

Matteo: Fare un simbolo del Collettivo di fabbrica per caratterizzarsi anche in officina, loro [i lavoratori] le portavano anche durante l’orario di lavoro le magliette del Collettivo di fabbrica. Il marchio è venuto fuori da un disegno tecnico, e quindi, come si fa a disegnare il semiasse? S’è preso il disegno tecnico di un semiasse, s’è riportato in scala, poi si sono incrociati, e poi ci s’è aggiunto la rota dentata che forse si capisce poco.

Massimo: Sì c’ho lavorato io al marchio. Prima s’era fatto i due semiassi incrociati, poi ci piaceva il giusto perché era proprio una X buttata lì così, s’è aggiunta la ruota dentata, però se era completa, la ruota dentata completa poteva rassomigliare a qualcosa di poco gradevole [si riferisce alla croce celtica] e quindi l’idea è venuta levando un pezzo, forma una C che sta per Collettivo. Ha fatto il suo esordio, quel simbolo, sullo striscione, il logo più scritta rigorosamente font Gagarin, Collettivo di fabbrica, Lavoratori Gkn Firenze sotto. Sullo sciopero del 14 giugno 2019, se vai nella pagina facebook del Collettivo, la foto di testa del profilo è di quello sciopero lì.

Stefano: È interessante questa cosa che l’usavate in fabbrica come segno distintivo, quindi mostravate in qualche modo l’organizzazione.

Massimo: Si, esatto, il Collettivo di fabbrica c’era anche prima però.

Stefano: Ma non sono i delegati il Collettivo, ma in generale chi aderiva…

Matteo: Il Collettivo non sono i delegati, il Collettivo è …

Massimo: È i lavoratori.

Matteo: Sostanzialmente, è un momento di approfondimento, e un’assemblea extralavoro, diciamo così, va bene, quindi i componenti entravano e uscivano dal gruppo a piacere insomma, era sostanzialmente un…

Paolo: È un collettivo.

Matteo: Un gruppo whatsapp che si ritrovava su chiamata – nostra, dei delegati – o a fine turno, e quindi a fine turno però spezzettati, cioè i componenti del Collettivo di fabbrica del primo turno si riuniscono a fine turno, e quindi dalle 14 alle 15, quelli di sera dalle 22 alle 23, e quelli di notte sostanzialmente nella mezz’ora di pausa un pochino più allargata.

Massimo: Oppure prima del turno.

Le Rsu e i delegati di raccordo sono riconosciuti dall’azienda come figure, il Collettivo è informale e senza tessere, però i lavoratori che si riconoscono nel Collettivo si devono riconoscere, far propri, dei principi che abbiamo buttato giù nel lontano 2017, che non è cosa calata dall’alto ma erano tutte cose che già facevamo. 

Stefano: Quindi le magliette e tutte queste cose qui, il logo, erano un simbolo di riconoscimento dell’organizzazione sindacale in azienda, quindi a quel punto voi ce l’avevate pronta quando è iniziata l’assemblea permanente? 

Paolo: Va bè lì poi è stato potenziato.

Massimo: Esatto, sono venuti fuori altri tipi di magliette.

Paolo: È stato potenziato, è stato reso più celere.

Massimo: I giubbotti sono una novità.

Paolo: S’era già fatto anche le borracce, si portavano in stabilimento, per abbattere anche, ci s’avea gli erogatori prima di’ Covid a mensa, invece che compra’ le bottigliette s’andava su a mensa a bere con la borraccia del Collettivo.

Stefano: Però ora non è più una roba solo del Collettivo, è diventata una roba di chi sostiene la mobilitazione, cioè avete scelto di darle anche agli altri.

Matteo: È un autofinanziamento alla lotta.

Paolo: È un autofinanziamento pe’ sostene’ la cassa di resistenza già prima che partisse la bambola.

Massimo: C’era già una cassa di resistenza.

Paolo: Poi ora è partita la bambola, l’hai potenziata hai fatto magliette di varie maglie, anche con la variante Insorgiamo, hai fatto più striscioni, hai fatto la felpa con la zip, hai fatto l’accendini.

Massimo: Prima della vertenza era un pochino più su prenotazione.

Paolo: No quando andavi alle manifestazioni te lo chiedevano e quindi comunque glielo davi. 

Massimo: Sì ’uesti scaldacollo hanno fatto l’esordio mi sembra allo sciopero del, che era, il 20 febbraio quello per la Textprint a Prato, si prese il primo scaldacollo e gli avevamo fatti per noi, gli scaldacollo misura unica, gli avevamo un po’ anche lì e ce l’hanno comprati in diversi, piacevano.

Da questa combinazione fra il luogo, le soggettività che vi sono presenti e radicate e le peculiari forme di organizzazione sindacale scaturisce poi un linguaggio di lotta a sua volta non scontato. L’elemento che colpisce sopra a tutti è il forte ricorso alla fraseologia della Resistenza. A partire dallo sciopero generale del 19 luglio e nelle tre manifestazioni successive – 24 luglio intorno alla fabbrica e al centro commerciale a Campi, 11 agosto giorno della Liberazione di Firenze, 18 settembre di nuovo a Firenze, sui viali già scenario della grande manifestazione del Social forum del 2002 – abbiamo visto in piazza una sorta di patriottismo Resistenziale, che ci parla come Di Vittorio della salvezza dell’Italia attraverso il lavoro. Per inciso, quello che viene rivendicato non è il salvataggio del proprio posto di lavoro – come spesso avviene – ma un ragionamento più vasto che parla di «salvare il lavoro», cioè la produzione, il territorio, il Paese. E che cerca di includere anche il mondo del lavoro non operaio.  Dopo anni di attacchi alla Resistenza, una mobilitazione di lavoratori si impone sulla scena aprendo i propri cortei con la bandiera della Brigata partigiana Garibaldi “Senigaglia”, innalzando sul pennone dell’azienda una bandiera italiana al cui centro campeggia una stella rossa e recuperando dichiaratamente lo slogan dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà «insorgere-risorgere», chiamando a una sollevazione che mira alla difesa del territorio e della produzione, le stesse note che suonò Pertini nel suo proclama radio del 25 aprile 1945: «Per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine».

Infine, mentre già si stava preparando il funerale a forme espressive di lotta e di identità come il canto, alla Gkn riemerge un coro, nato dal basso, sui ritmi di un canto diffuso allo stadio. Non ha un titolo, anche se potremmo chiamarlo come la sua prima parola, Occupiamola, ma è un canto che aggrega, identifica, mobilita, dà forza.

Nel cuore della provincia italiana, a Campi Bisenzio, possiamo dunque osservare all’opera soggetti, parole e temi che evidentemente sono ancora radicati e ancora mobilitano, aggregano, sono capaci di costruire discorso. Osservandoli, viene da chiedersi se la crisi politica della sinistra, più che crisi di una cultura politica che ancora evidentemente sopravvive, non sia da circoscriversi a una dimensione interna ai partiti della sinistra, sempre più separati da un radicamento sociale nelle classi lavoratrici popolari e che, in particolare per quelli di governo, hanno rinunciato a un’eredità culturale e a determinati discorsi politici, fatto salvo per i generici appelli antifascisti alla vigilia delle tornate elettorali. Come nel caso della discussione per una legge contro le delocalizzazioni, che nasce qui, che sul terreno della mobilitazione si incontra con i giuristi mostrando come una lotta operaia sia ancora in grado di trovare ricadute e sbocchi politici più generali, che vanno oltre la propria vertenza e situazione. Nel solco del lungo tracciato della migliore storia e natura del sindacalismo italiano, generale e a vocazione politica.

Bibliografia e sitografia

La registrazione dell’intervista collettiva di Stefano Bartolini con i lavoratori Gkn del 10 novembre 2021 è conservata presso l’Autore.

M. Augé, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Trento 2010.

A. Fanelli, A casa del popolo. Antropologia e storia dell’associazionismo ricreativo, Donzelli, Roma 2014.

A. Longo, «Un collettivo di fabbrica a prova di democrazia», Il Manifesto, 31 luglio 2021.

A. Patruno, «Operaio Gkn e mister di calcio», nove.firenze.it, 17 novembre 2021. 

Anna Maria Romano, «Gkn, ovvero l’anticamera dell’inferno», Opencorporationsblog.org, 29 luglio 2021.