Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi

Emanuele Caon

Rosella Franconi: è biologa e si occupa di biotecnologie, negli ultimi anni ha lavorato allo sviluppo di vaccini sperimentali con nuove piattaforme tecnologiche; per quest’ultimo motivo ha avuto modo di conoscere da vicino la ricerca scientifica cubana. L’intervista risale al 22 aprile 2021.

Come sei entrata in contatto con la ricerca scientifica cubana? Quali sono state le tue prime impressioni?

Per spiegarti le mie prime impressioni devo partire dal senso di frustrazione che spesso prova il ricercatore pubblico in Italia. Qualche anno fa, in collaborazione con ricercatori di un altro ente pubblico, abbiamo sviluppato un vaccino terapeutico contro i tumori causati dal papillomavirus umano (Hpv). Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funzionava e poi lo abbiamo brevettato, questo era il massimo che potevamo fare. Il successivo sviluppo sarebbe stato fare i trial clinici e trovare un’industria interessata alla produzione. Noi abbiamo fatto mille presentazioni, ma arrivavamo sempre allo stesso punto morto, e cioè l’industria di turno ci chiedeva se avevamo fatto i trial clinici che ovviamente non potevamo aver fatto.

Perché no?

Per fare i test clinici avremmo dovuto trovare qualcuno che mettesse a disposizione qualche milione di euro, impossibile. Questo ha generato un senso di forte impotenza, mi sono chiesta, ma come? Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funziona, ora si tratta di verificare se può andare bene per l’essere umano e proprio su questo arriva l’ostacolo del mercato. Io lì ho pensato di aver sbagliato tutto, avrei dovuto fare altro. Per dirti, sarebbe stato più facile e più remunerativo mettersi a sviluppare integratori alimentari. Proprio in quel momento conobbi Cuba. Era il 2004, durante un congresso in Francia incontrai alcuni ricercatori cubani. In seguito ho scoperto che a Cuba non c’è l’industria farmaceutica privata e il brevetto è statale (come quello da noi sviluppato), in questo senso lo intendono come collettivo. A Cuba infatti c’è un’impostazione sociale, ossia la scienza è finalizzata al bene pubblico; si parte sempre dalle esigenze sociali anche per fare ricerca. 

Credo che per mezzo mondo scoprire che Cuba stava approntando un suo vaccino sia stato quasi uno shock. Insomma, è un’isola con undici milioni di abitanti. E poi sono i Paesi sviluppati che producono conoscenza, no? 

Guarda io questo shock (molto positivo!) l’ho avuto anni fa, mi sono proprio chiesta: ma come fanno? Allora insieme ad Angelo Baracca ho ricostruito la storia e il ruolo della ricerca cubana. Tutto inizia con la Rivoluzione. I cubani hanno avuto un intellettuale importantissimo, José Marti (1853-1895), che spiegava che il presupposto per essere liberi è proprio quello di essere colti, nel senso che la conoscenza è un prerequisito fondamentale per rendersi indipendenti. Quindi con la Rivoluzione viene presa di petto la questione culturale, si combatte l’analfabetismo, le caserme vengono trasformate in scuole. Si intuisce che la scuola e la sanità pubbliche sono fondamentali, e si dà enfasi alla ricerca e allo sviluppo scientifico. Pensa che Fidel Castro dirà già nel 1960 che il futuro di Cuba dovrà essere un futuro di uomini (e donne!) di scienza. Il problema è che nel 1962 arriva l’embargo e diventa subito chiaro che Cuba deve essere indipendente, che poi significa che per avere una vera sanità pubblica è necessario dotarsi di una propria industria farmaceutica. 

Quindi l’educazione, la salute, la ricerca vengono messe insieme, coordinate perché siano al servizio dei bisogni del popolo cubano, e attorno a questo progetto si mobilita tutta la società. Nel primo decennio della Rivoluzione sostanzialmente si preparano le basi per costruire un popolo di pensatori e scienziati.

Nel campo della fisica Cuba ha avuto l’appoggio dell’Urss, lì andavano a formarsi gli studenti cubani; però l’Unione Sovietica era arretrata nel campo delle biotecnologie. Anche in questo caso i cubani sono originali, perché senza farsi troppi problemi iniziano a collaborare con altre nazioni, infatti tanti ricercatori andranno a studiare e a formarsi in Paesi come la Francia, l’Italia ecc. cioè nel campo avversario, quello del blocco capitalista.

Cuba quindi entra fin da subito nel settore delle biotecnologie grazie a un’intuizione di Fidel sull’interferone, che all’epoca era considerato una molecola antitumorale. Fidel prende contatto con Kari Cantell, colui che in Finlandia aveva sviluppato il modo di produrlo, e gli chiede di poter mandare lì un gruppo di ricercatori cubani. In soli due mesi i cubani riusciranno a riprodurre autonomamente il processo per la sintesi dell’interferone (era il 1981); in quel periodo a Cuba ci fu un’epidemia di dengue emorragica. I medici decidono di applicare questa molecola per controllare l’epidemia, mentre tutto il mondo la stava usando contro il cancro. Iniziarono successivamente a produrre interferone ricombinante con le tecniche dell’ingegneria genetica, e intorno a questa molecola i cubani fanno palestra, sia come farmaco sia come occasione di mettere in piedi un’impresa di Stato ad alta tecnologia. E mentre nel mondo le biotecnologie sono nate come occasione per fare profitto, a Cuba sono un modello alternativo. Ancora oggi i ricercatori cubani lavorano a ciclo chiuso, cioè il ricercatore ha l’idea, sviluppa la molecola e poi la si produce, anche a fini di esportazione.

Fammi un esempio concreto di come funziona l’intero ciclo.

Prendiamo il caso di un vaccino, innanzitutto si decide che tipo di vaccino sviluppare, lo si sperimenta per verificare che sugli animali funziona, poi bisogna produrlo su larga scala per fare i trial clinici con l’approvazione degli enti regolatori cubani. Prima però si brevettano le molecole, pure all’estero, mica solo a Cuba, questo per difendere le invenzioni cubane. Poi c’è la fase di esportazione, ma solo se le dosi non servono a Cuba. Perché per Cuba il mercato è quello esterno, non quello interno. Queste fasi negli ultimi anni sono state organizzate in una struttura superiore che è quella di BioCubaFarma, l’industria di Stato ad alta tecnologia, che è l’unione di istituti di ricerca (per esempio, il Centro di ingegneria genetica e biotecnologie, Cigb, con il suo impianto di produzione interna) e industria farmaceutica. Questa struttura è quella che cura tutti i rapporti commerciali con l’estero. Cuba punta quindi a sviluppare un’industria di Stato ad alta tecnologia anche con appoggi esterni, insomma poi ci sono le fabbriche pure in Cina e Vietnam. 

Tu mi descrivi un sistema molto coeso, gestito dallo Stato, in cui si studiano i bisogni, si stabiliscono degli obiettivi e poi si perseguono. La popolazione però alla fine ha veramente accesso a una sanità di qualità?

Ti do un po’ di numeri. Tieni a mente che Cuba ha una popolazione di undici milioni di abitanti. Dall’inizio della pandemia al 21 aprile 2021, se noi prendiamo i casi di Covid-19 confermati Cuba aveva 95.000 casi, l’Italia 3.891.000; i morti: Cuba 538, l’Italia 117.633. Guardiamo il tasso di mortalità, su 100 infetti l’Italia ha cinque volte più morti di Cuba. Oppure a Cuba i morti sono 4,75 su 100.000 abitanti contro i nostri 195,09, quindi abbiamo circa quarantuno volte i morti di Cuba. 

Come lo spieghi?

Per i dati che ti ho citato ancora non si vedevano gli effetti del vaccino, quindi lasciamo stare questo discorso, anche se in Italia non abbiamo pensato ad altro. Constatiamo che Cuba è tra i Paesi che meglio hanno difeso la popolazione, questo perché Cuba ha un medico ogni 122 abitanti, noi ne abbiamo uno ogni 1.132 abitanti. 

Il Sistema sanitario cubano si basa su tre livelli amministrativi e tre di servizio: nazionale, provinciale, municipale. Il livello di base, quello municipale, è costituito da consultori con medici e infermieri attivi 24h/24h che provvedono a circa l’80% dei problemi di salute. Poi al secondo livello abbiamo gli ospedali provinciali che coprono il 15% dei problemi di salute, quindi il loro bacino d’utenza è di qualche migliaio di persone. Avere una buona medicina del territorio significa che ci sono gli ambulatori che in qualsiasi ora del giorno ti accolgono con i loro medici e i loro infermieri. Inoltre, l’infermiere viene dalla comunità, si tratta di una persona che conosce la gente ed è il riferimento per tutti. Aggiungici pure che il medico vive spesso sopra l’ambulatorio. Inoltre, i medici fanno regolarmente visite a casa dei pazienti.

Durante la pandemia 28.000 studenti e studentesse di medicina hanno visitato la popolazione nelle case per capire se stava bene e se c’erano casi da segnalare. Quando riscontravano pazienti con episodi di febbre o infezioni respiratorie li segnalavano, li ricoveravano e poi iniziava subito il tracciamento. Insomma questo insieme di medici, infermieri, studenti ha il compito di sostenere un sistema di vigilanza attiva, la prevenzione è possibile proprio perché la medicina del territorio funziona.

Di nuovo vorrei tornare sul ruolo dello Stato. La medicina del territorio è efficiente, ma rispetto al piano locale che ruolo ha lo Stato?

Lo Stato è presente e organizzato, i medici sono stati avvisati e coordinati quando a Cuba ancora non c’era stato ancora il primo caso di Covid-19. I medici specialisti per ogni provincia sono stati selezionati e formati perché poi tornassero sul territorio a formare gli altri medici. Penso a come invece è andata da noi la comunicazione; io, che pure sono del campo, ho davvero dovuto faticare perché all’inizio non si capiva nulla. A Cuba invece anche la comunicazione è stata gestita con rigore, poi certo i cubani stessi sono un popolo abituato alle epidemie. La stessa BioCubaFarma si è riconvertita a produrre mascherine e a riparare ventilatori, c’è stato uno sforzo collettivo di riorganizzazione. Gli stessi dirigenti sono stati mandati negli ambulatori di base per supportare il territorio. 

In Italia fino a un certo punto sembrava che nessuno sapesse quel che si doveva fare, infatti arrivavano tantissime informazioni contrastanti. Cuba ha avuto gli stessi problemi?

A difesa dell’Italia potremmo dire che nemmeno l’Oms è riuscita a dare delle linee guida chiare. Cuba però ha avuto sicuramente un approccio originale. Innanzitutto l’industria biofarmaceutica cubana ha fatto sì che tutti farmaci di base fossero garantiti, infatti ha puntato a prevenire l’infezione nelle categorie deboli, per farlo sono stati distribuiti agli anziani e alle persone più sensibili degli integratori ad attività immunostimolante. Sappiamo che per contrastare il Covid-19 è fondamentale il buon funzionamento del sistema immunitario, qui Cuba si è giocata la sua grande esperienza. Cuba infatti ha un vaccino terapeutico contro il tumore al polmone che è basato proprio su l’immunoterapia, i cubani sono stati tra i primi a sviluppare questo approccio, e cioè di attivare la risposta immunitaria dell’organismo contro i tumori e contro le malattie infettive. 

Tornando al Covid-19, al di là della prevenzione, Cuba ha provato a utilizzare sostanze antivirali, somministrandole nella prima fase dell’infezione, qui ritorna in gioco l’interferone. Se l’infezione nel paziente proseguiva, i medici utilizzavano degli anticorpi, sempre di produzione nazionale. Non l’ho detto prima, ma tutto ciò si capisce meglio se si pensa che Cuba ha ricevuto diverse medaglie d’oro per i suoi prodotti farmaceutici, una l’ha presa nel 2015 per l’anticorpo monoclonale utilizzato nel trattamento della psoriasi che è una malattia autoimmune. Questo anticorpo è stato utilizzato anche per la tempesta di citochine che si ha nel Covid-19. Ci sarebbero poi tante altre molecole da citare, ma questo esempio è utile per riuscire a capire come è stata impostata la prevenzione. Si è lavorato molto sia sui meccanismi di contorno all’infezione del virus, sia nello stimolo della risposta del sistema immunitario, questa doppia azione ha sicuramente ridotto molto la mortalità. 

Veniamo ora ai vaccini.

I vaccini (o meglio, finché non approvati, sarebbe meglio dire: candidati vaccinali) sono stati sviluppati da due istituti, uno è l’Istituto Finlay che, storicamente, si occupa di vaccini tradizionali. Però collaborando con il centro di immunologia molecolare (Cim) ha fatto anche vaccini ricombinanti di nuova generazione, si è arrivati così allo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19, si chiamano Soberana. Il Soberana II è in fase avanzata (fase 3). L’altro istituto è il Cigb, già citato in precedenza, che ha sviluppato i due candidati Abdala e Mambisa, di cui il primo anche in fase 3. Questi candidati vaccinali sono presenti sul sito dell’Organizzazione Mondiale della salute (Oms).

In modo più generale possiamo dire che Cuba sta approntando vaccini proteici, piattaforme che utilizza da decine di anni e che sono già state impiegate per altri vaccini. Sono quindi tecnologie collaudate, a differenza di quelle impiegate per alcuni dei vaccini attualmente disponibili contro il Covid-19, che sono utilizzate su larga scala per la prima volta. Un vaccino proteico è quello che sta alla base di tutti i vaccini moderni, per esempio il vaccino per il papillomavirus umano o quello contro l’epatite B si basano su tecnologie di questo tipo e sono vaccini a subunità proteica. Inoltre, Cuba ha riconvertito parte dei suoi impianti per produrre vaccini contro il Covid-19, si tratta di impianti di produzione statale del Cim, che fa parte anch’esso di BioCubaFarma e messi a disposizione dell’istituto Finlay. Si tratta quindi un complesso incastro di strutture e competenze differenti che collaborano tra di loro.

Senti, da decenni ci raccontano che l’intervento statale è troppo costoso e poco efficiente. Eppure, Cuba sembra dimostrare che lo Stato può darsi un ruolo di pianificazione, progettazione e coordinamento, impiegando risorse in modo virtuoso, che anzi forse è meno dispendioso delle logiche competitive del privato.

In Italia, in piena pandemia, lo Stato ha deciso di regalare i soldi all’industria: infatti anche se si parla di vaccino italiano nei fatti l’Italia ha regalato ottanta milioni alla Reithera che è un’impresa di biotecnologie svizzera, anche se con una sede in Lazio [successivamente il finanziamento è stato bloccato dalla Corte dei Conti, N.d.R.]. E per di più per sviluppare un vaccino basato su un adenovirus, la stessa tecnologia di Astrazeneca. Tutto ciò mentre i ricercatori pubblici non hanno avuto accesso a un singolo bando per sviluppare un vaccino contro il Covid-19. Questo dovrebbe farci arrabbiare, perché i ricercatori pubblici avrebbero potuto fare quello che hanno fatto Moderna o BioNTech o altro, saremmo stati benissimo capaci di sviluppare candidati vaccinali. Lo Stato avrebbe potuto sostenere un sistema pubblico di ricerca e poi semmai andare a negoziare con il privato la fase di produzione. Io mi chiedo a cosa serva la ricerca pubblica, forse tengono i ricercatori, così, per giocare. Perché ora che il gioco si è fatto serio lo Stato non ci ha chiesto nulla, ha completamente scavalcato i suoi ricercatori. Certo è molto più semplice appaltare all’esterno, ma quando faccio il paragone con Cuba, che appunto è un Paese piccolo e povero, non posso fare a meno di sentire che in Italia i ricercatori non hanno nessun ruolo sociale.

Voglio anche citare alcuni riconoscimenti ottenuti da Cuba, servono a contraddire la classica correlazione diretta tra Pil e indicatori di salute. Save the Children nel 2010 definì Cuba il miglior Paese dove essere madre; nel 2015 l’Oms nominò Cuba come esempio, primo Paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione di Hiv e sifilide tra madre e figlio con farmaci prodotti a Cuba. Nel febbraio 2019 Bloomberg ha incluso Cuba tra i trenta Paesi più sani al mondo, più in alto di tutta l’America Latina, ma anche degli Stati Uniti e la lista potrebbe continuare. Cuba è proprio la dimostrazione del fatto che non servono risorse enormi, si tratta piuttosto di usarle bene.

Ti segnalo questi riconoscimenti anche per spiegarti che non sono invasata di Cuba, ma ci sono proprio dei dati oggettivi in grado di testimoniare il livello raggiunto dall’isola. Queste sono informazioni che sarebbe importante far conoscere alle persone, perché farsi un’idea meno artefatta di Cuba può essere uno stimolo per rivedere il nostro sistema, credo che la pandemia ce ne abbia mostrato le fragilità. Non si tratta infatti solo di riuscire a vaccinare tutta la popolazione, questa dovrebbe essere un’occasione per ripensare la nostra società, per recuperare la riforma del Sistema sanitario del 1978. 

Cuba è ben inserita in un sistema di scambi commerciali sud-sud, e lo fa soprattutto attraverso i farmaci. Come mai questa scelta? Anche alla luce del fatto che le principali case farmaceutiche mondiali sembrano poco interessate a direzionare la loro ricerca scientifica verso le urgenze dei Paesi meno ricchi, ci dicono infatti che quel mercato non è redditizio; in questo modo tante malattie restano senza una cura.

Penso che Cuba prima faccia le cose per sé e poi le venda. Per esempio, una delle cose più avanzate che hanno, un farmaco per il piede diabetico, prima ci curano i cubani poi lo vendono anche all’esterno. Anche a guardare il listino di BioCubaFarma si vede che partono dalle loro esigenze e non dal mercato. Va detto che nei Paesi ricchi non si muore più tanto per malattie infettive; abbiamo imparato a controllare l’Aids, ma non ci interessiamo più alla malaria o alla tubercolosi, sono malattie che non sembra ci riguardino. Invece Cuba ci deve fare i conti; per esempio, per l’Hiv produce i suoi biosimilari, quindi degli inibitori con cui per prima al mondo è riuscita a bloccare la trasmissione madre/figlio. Prodotti come questi in alcuni Paesi – penso a tanti stati africani – sono utilissimi, anche perché Cuba fa profitti ma direi in modo etico, vende a prezzi calmierati.

Mi dici qualcosa a proposito delle brigate mediche cubane? Tutta propaganda?

Cuba ha sviluppato la sua politica estera e parte della sua diplomazia attraverso la cooperazione medica con Paesi in via di sviluppo. Le missioni mediche internazionali sono attuate sulla base dell’art. 16 della nuova Costituzione dedicato alle relazioni internazionali basate su principi antimperialisti e in funzione dell’interesse del popolo; nella lettera g) si afferma l’impegno di Cuba nella difesa dei diritti umani. Cuba invia medici in tutto il mondo, negli ultimi 47 anni sono stati sviluppati diversi programmi. Tra questi ricordo almeno l’Operación Milagro, che ha assistito 600.000 persone con problemi di vista provenienti da 30 Paesi tra Caraibi, America Latina e Africa; tutto gratis. Un altro pilastro fondamentale della cooperazione è rappresentato dalla scuola latino americana di medicina (Escuela Latino Americana de Medicina, Elam) in cui si sono formati finora 35.000 medici provenienti da Paesi di tutto il mondo. Il patto poi è questo, che chi va a formarsi in questa scuola per diventare medico deve tornare nel proprio Paese povero a fare attività. Questa operazione è sotto attacco da tempo da parte degli Stati Uniti (e non solo), basti ricordare i tre milioni di dollari stanziati dall’agenzia dello sviluppo internazionale (la cosiddetta Usaid, US agency for international development) e destinati a progetti contro le brigate mediche di Cuba all’estero, si tratta di campagne facilmente riconoscibili come false e denigratorie. Ricordiamoci che i medici cubani sono venuti l’anno scorso in Italia, dalle testimonianze emerge l’aiuto e l’umanità che hanno portato, anche perché sapevano come affrontare una pandemia. Alcuni di loro infatti avevano lavorato in Africa contro l’ebola. Teniamo a mente che, alle regioni interessate (Piemonte e Lombardia) sono costati pochissimo, praticamente solo le spese di vitto e alloggio (circa 50 euro al giorno). Poi chiaramente è la loro diplomazia, Cuba esporta sia farmaci sia servizi medici. Per esempio Cuba dava medici al Venezuela in cambio del petrolio, ma non ne farei uno scandalo, diciamo che è un po’ il loro capitale, capitale umano però. Dopotutto non esportano bombe.

Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere

Angelo Baracca

Lei lo sa quanti sono i diritti umani identificati dalle organizzazioni internazionali? 61. Lo sa quanti Paesi li rispettano tutti? Lo sa? Glielo dico io: nessuno. Cuba di questi 61 ne rispetta 47. Altri molti meno. Noi ad esempio rispettiamo i diritti umani del garantire la salute a tutti quanti, così come l’istruzione libera e gratuita. Lei trova giusto che una donna guadagni meno di un uomo? Non è anche questo un diritto umano? Potrei farle molti esempi di Paesi che non rispettano questi diritti. Venire qui a parlare di prigionieri politici e di diritti umani non è proprio giusto, è scorretto.

(Raúl Castro, 21 marzo 2016, davanti al presidente degli Stati Uniti Barack Obama)

In questa sede credo non sia necessario spendere molte parole per discutere le peculiarità delle innovazioni sociali e di politica internazionale introdotte dalla Rivoluzione cubana del 1959. Mi sforzerò pertanto di fare un bilancio proiettato verso le prospettive in un mondo in cui lo sconquasso della pandemia sta introducendo trasformazioni epocali che si cominciano appena a intravedere. Cuba naviga in mare aperto, e procelloso, senza “santi in paradiso” dopo la fine dell’Urss, contraddicendo tutte le predizioni dell’imminente crollo del proprio sistema, eppure il futuro riserva incognite impredicibili, per le quali Cuba ha forse carte nuove da giocare ma può incontrare scogli inattesi, se non addirittura cadere in trappole tese ad arte.

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Per un verso, ora come mai nel passato, Cuba conquista una visibilità nelle cronache mondiali, perché ci si accorge che ha realizzato ben cinque candidati vaccinali contro il Covid-19. Ovviamente molti dei “fulminati sulla via di Damasco” non si chiedono, o al più considerano superficialmente, come quest’isoletta (grossomodo un millesimo della popolazione mondiale) abbia potuto realizzare questo risultato, che per Cuba non è poi così eccezionale. I media mondiali dovrebbero indagare una realtà scomoda, poiché dovrebbero spiegare ai loro lettori perché altre potenze capitaliste per definizione “democratiche” non sono in grado di fare altrettanto.

Ovviamente la “democrazia” non è un tema che si possa liquidare in poche righe, né intendo farlo ripetendo semplicemente la convinzione che ho maturato negli scorsi anni, ossia che Fidel e il Pcc abbiano fatto benissimo a non ammettere la formazione di altri partiti politici, che nella loro forma attuale diventano canali di infiltrazioni (anche finanziarie) e di manovre che chiamare poco chiare è un eufemismo. Si potrebbe anche commentare che verosimilmente il gruppo dissidente di San Isidro in moltissimi Paesi “democratici” non sarebbe a piede libero. Ma non credo che si possa negare – anche con una conoscenza superficiale – che i sistemi di democrazia e controllo popolari creati con il trionfo della Rivoluzione abbiano subito un’involuzione burocratica, e che fenomeni di corruzione siano endemici, anche per le restrizioni proibitive e le conseguenti necessità materiali create dal bloqueo.

Il problema del rinnovamento a Cuba si pone, sul piano economico come su quelli politico e sociale, e lo ha riconosciuto anche Raúl Castro nel discorso di despedida al recente Congresso del Partito Comunista Cubano (Pcc). Il momento attuale potrebbe essere opportuno, pur se reso difficile dall’esasperato inasprimento del bloqueo (che disvela pienamente la sua ratio): infatti anche i dissidenti hanno le armi spuntate di fronte all’attesa salvifica di tutti i cubani per la prossima vaccinazione della popolazione. Anche i sostenitori di Cuba dovrebbero essere più attivi e chiari su questo piano: l’inflessibile sostegno su tutti i piani a Cuba potrebbe essere accompagnato al “fraterno” (si diceva così per i Paesi comunisti) stimolo a promuovere una riforma politica, tanto più complessa perché non può plagiare le forme più comuni, ma dovrebbe risvegliare l’afflato dei primordi della Rivoluzione. Vi è stato anche un modello recente, la discussione capillare della nuova Costituzione di Cuba, che a quanto sappiamo è stata sviscerata e riformulata da centinaia di assemblee a tutti i livelli per arrivare alla forma approvata il 28 febbraio 2019: anche questo un punto di partenza incoraggiante. Nell’isola i vaccini verranno commercializzati, ovviamente senza le speculazioni a cui siamo abituati nei nostri Paesi, e sarebbe opportuno che la popolazione potesse vedere un beneficio anche nella situazione materiale di penuria nelle forniture e nell’aumento dei prezzi dei generi essenziali. Ho l’impressione che le aspettative di molti cubani non considerino appieno le difficoltà che uno Stato bloqueado deve affrontare; e tanto meno le comprendiamo noi in Italia. Cuba non produce tanti generi di prima necessità, e non è autosufficiente neanche per i generi alimentari: le restrizioni per l’accesso a fonti di finanziamento trascina il resto delle materie prime e dei prodotti alimentari, rincara tutto ciò che il Paese acquista all’estero. Ma anche nel frangente eccezionale di affrontare la pandemia Cuba ha dovuto dedicare notevoli risorse per assicurare urgentemente le attrezzature e i materiali necessari per gli ospedali e l’assistenza sanitaria, dovendo ricorrere a mercati lontani e spesso indiretti per acquisire tecnologie soggette ai divieti del bloqueo, anche per l’industria biofarmaceutica.

Come inciso, chi si stupisca dell’accanimento di Washington nell’inasprire il bloqueo dovrebbe conoscere la storia passata, dalla “dottrina Monroe” e l’ideologia del “destino manifesto”, all’intervento degli Stati Uniti nel 1898 nella guerra ispano-cubana (che non a caso è nota come ispano-americana), che il grande patriota e intellettuale cubano José Marti aveva con straordinaria lucidità previsto (a lungo esule a New York, «Ho vissuto nelle viscere del Mostro»): se l’America Latina è per gli Stati Uniti il “giardino di casa”, Cuba è il balconcino, vi sono state forti correnti annessioniste, la Rivoluzione del 1959 è stata un affronto intollerabile!

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D’altra parte, se oggi indubbiamente la stessa situazione internazionale impone a Cuba trasformazioni profonde, anche noi dovremmo rivedere certi concetti. Uno di questi è il controllo statale dell’economia. Molti sono sorpresi, quando non scandalizzati, dal fatto che Cuba stia introducendo forme di imprenditorialità privata. Ma non era stata eccessiva, in qualche modo dogmatica, la statalizzazione di ogni aspetto dell’economia? (E in questo si deve osservare, a mio avviso, un limite di Fidel, senza sminuirne gli enormi meriti). Quando andai a Cuba per la prima volta nel 1995 vi erano ancora grandi empori o laboratori collettivi, per barba e capelli, o per la riparazione delle scarpe, dove non sempre la riparazione era soddisfacente. Il crollo dell’Urss determinò una drammatica caduta del Pil cubano, e Fidel proclamò un período especial in tempo di pace, la popolazione conobbe anni di grandi privazioni. Forse è necessario premettere che nei primi decenni della Rivoluzione Cuba era stata riconosciuta come uno dei Paesi più egualitari del mondo, ma nella nuova emergenza la popolazione cubana affrontò la crisi con grande dignità, sfoderando la sua proverbiale creatività. Nelle ristrettezze del período especial molti problemi vennero al pettine. Per dirne uno, nei ristoranti si mangiava malissimo, perché i condimenti venivano sottratti e venduti. Non si tratta in nessun modo di dire che «il privato è meglio». 

Ma al di là di criteri dogmatici, era stato davvero opportuno seguire alla lettera il modello sovietico? Il negozietto di barbiere, il piccolo ciabattino, tante piccole attività che non arricchivano il proprietario, dovevano per forza essere collettivizzate? Proprio nei primi anni delle mie visite la penuria dei generi di prima necessità rese indilazionabile l’apertura degli agromercati (che Fidel accettò obtorto collo), dei piccoli ristoranti privati chiamati paladar, dei meccanici di biciclette, dei ciabattini. Credo che nessuno di loro si sia arricchito, ma le differenze economiche hanno cominciato ad accentuarsi visibilmente, e hanno anche avuto riflessi sociali. Ho visto con i miei occhi laureati in ingegneria elettronica che avevano lasciato l’università perché lavorando in un pub con le sole mance dei turisti guadagnavano di più. Pullulavano i tassisti in nero, mentre le compagnie di taxi statali erano inefficienti e avevano moltissime vetture ferme per riparazioni inconcludenti.

Forse se dall’origine si fossero fatte scelte più equilibrate, la situazione oggi potrebbe essere diversa. Forse ci si potrebbe anche chiedere se e come coloro che sono cresciuti negli impieghi statali, a volte non proprio abituati a criteri di efficienza (la drastica riduzione degli impieghi pubblici si è imposta come una necessità), possono concepire (o trovare) altri impieghi che non siano solo attività di cuentapropista (autonome): dove è insito lo scopo di lucro, magari modesto, ma poi destinato ad aumentare. Ma del senno di poi son piene le fosse.

L’inefficienza è stata descritta con incomparabile senso umoristico coniugato all’altissimo livello artistico nell’ultima opera del 1995 del grande cineasta Tomás Gutiérrez Alea, con Juan Carlos Tabío, Guantanamera. Ricordo sempre un carissimo amico che aveva lasciato il ruolo di insegnante e fra varie occupazioni ne aveva presa una in una compagnia, però lo vedevo spesso a casa e mi rispose ironicamente: «Loro fingono di pagarmi e io fingo di lavorare» (nota: allora gli stipendi erano in moneta nazionale e moltissimi generi in dollari, in questi mesi si sta passando alla moneta unica).

Queste sono solo osservazioni generiche, non mi sogno neppure di cimentarmi sul problema delle riforme attuali e delle prospettive future. Ma credo che anche noi dobbiamo superare certi stereotipi.

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A proposito delle… delizie della “democrazia”, per uscire dai luoghi comuni non mi sembra superfluo richiamare en passant tragedie epocali, limitandomi all’America Latina, dalle quali Cuba è stata esente: e scusate se è un vantaggio da poco! Dall’ondata dei regimi fascisti, alla serie interminabile di colpi di Stato (insanguinati o bianchi) con rovesciamenti di regimi “democratici”, lasciando spesso lunghissimi strascichi che non sono mai veramente conclusi: le vittime, i soprusi, le violenze di ogni genere non si contano! Si sono ammantati di “democrazia” golpe come quello che nel 2009 in Honduras destituì il presidente legittimamente eletto Manuel Zelaya, per non parlare dei tentativi di golpe in Venezuela. Al contrario, Cuba è stata soggetta a un tentativo di esportazione della brillante “democrazia” statunitense con l’invasione del 1961 alla Baia dei Porci, per non parlare degli innumerevoli tentativi di sabotaggio e interferenze di ogni genere.

Proprio dall’Honduras e dal Guatemala, “modelli” di democrazie pluripartitiche, partono grandi carovane di disperati che vorrebbero raggiungere gli Stati Uniti, i quali li sbarrano in tutti i modi, mentre hanno sempre aperto le porte a coloro che uscivano da Cuba. Nessuno dei grandi media sembra essersi accorto che Cuba è il solo Paese dell’America centro-meridionale che non ha conosciuto i grandi movimenti popolari di protesta esplosi negli ultimi anni: difficile pensare che a Cuba il controllo poliziesco sia più duro che in Cile!

Secondo le proiezioni della Commissione economica per l’America Latina (Cepal), la regione registra una contrazione del Pil del 7,7%, il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione: alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i duecentonove milioni, ovvero ventidue milioni in più rispetto all’anno precedente, settantotto milioni di persone sono in estrema povertà, otto milioni in più rispetto al 2019. A Cuba, nonostante la situazione si sia deteriorata, anche un visitatore occasionale vede che non vi è nulla di simile, non esistono favelas, nessuno dorme per strada come sta dilagando negli Stati Uniti, nessuno muore di fame o è privo di cure.

La sorprendente ripresa economica di Cuba dopo la perdita di un terzo del Pil all’inizio degli anni Novanta – alla quale il rafforzamento del complesso biofarmaceutico ha dato un contributo determinante che è sopravvissuto al crollo del turismo per la pandemia – trovò una sponda al volgere del secolo con l’affermarsi dei governi di ispirazione socialista in America Latina, per i quali Cuba costituì motivo di ispirazione, e anche un supporto materiale nella cooperazione medica sulla base di uno scambio egualitario. Ma da alcuni anni il vento in America Latina è cambiato (la stabilità di Cuba dovrebbe dirla lunga sulla solidità del suo sistema politico, che come dicevo è insostenibile attribuire a un controllo poliziesco! Chiunque metta un piede a Cuba lo vede in modo lampante), e tuttora i segnali recenti di recupero delle sinistre e dei movimenti popolari sono ancora incerti. Cuba quindi non può contare oggi sul supporto di quei Paesi, anche se prosegue questo tipo scambio con il Venezuela aggirando a fatica le sanzioni statunitensi.

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Credo che anche fra noi si debba uscire da stereotipi di parte. Cuba non è un Paese socialista, anche se la Rivoluzione ha avviato un processo di rinnovamento sociale ed economico di impostazione chiaramente socialista. Il socialismo non esiste in nessun Paese. Come ho ricordato, Cuba è stato fra i Paesi più egualitari al mondo, ha sradicato la povertà estrema che impera ancora oggi in tutta l’America Latina (ma anche negli Stati Uniti): era anche “all’ombra” dell’Urss (a cui peraltro ha portato contributi importanti, per esempio sul piano biofarmaceutico), e con il crollo di questa ha attraversato una gravissima crisi dalla quale si è ripresa proprio puntando sull’industria biotech. Ma le disuguaglianze economiche si sono accentuate: il socialismo non si fa ripartendo la penuria. In particolare sono privilegiati coloro, e sono tanti, che hanno qualche parente che emigrò negli Stati Uniti.

È necessario abbandonare qualsiasi stereotipo se si vuole cercare di capire la realtà.

In Italia conosciamo i corsivi sul Corriere di Panebianco, che denota Cuba come una «prigione a cielo aperto». Pochi fra i critici di Cuba sembrano riflettere che è singolare un sistema totalitario che ha sradicato l’analfabetismo, trasformato seicento caserme in scuole, istituito un sistema d’istruzione moderno e gratuito fino ai livelli più alti, organizzato un sistema di salud pùblica universale e gratuito che ha sradicato le malattie che inflazionano nei Paesi sottosviluppati, realizzando un profilo sanitario della popolazione fra i migliori al mondo (un solo esempio, l’indice di mortalità infantile è inferiore a quello degli Usa, e di alcune regioni italiane). Non mi sembra esagerato chiamarli elementi di socialismo. Realizzazioni che il potente vicino imperiale, che agita di continuo i diritti umani, certo non ha apprezzato (e non ha la minima intenzione di attuare in casa propria), altrimenti avrebbe sollevato il bloqueo, almeno per i beni riguardanti questi settori. Ma la crisi degli anni Novanta ha incrinato questi diritti egualitari, sia per il deterioramento delle attrezzature e la difficoltà di mantenerle e rinnovarle, sia perché, al di là della retorica, conosco direttamente come per ottenere certi servizi le persone debbano fornire qualche “presente”, e diviene comprensibile quando tutti sono necessitati: ma penso che qualsiasi predica mossa dal nostro pulpito sia pura ipocrisia! In ogni caso questa situazione mi rattrista.

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Il problema della perdita della memoria storica è molto grave in tutti i Paesi, ma a Cuba assume aspetti peculiari. Forse si potrebbe dire che i cubani sono abituati male, per decenni non hanno pagato imposte, vivono al di sopra delle loro possibilità, per lo meno attuali. I giovani da un lato sono cresciuti con i benefici attuati dal governo, dall’altro con l’apertura a Internet subiscono le sirene del capitalismo. 

Del resto io mi sono trovato spesso discutendo con cubani scontenti a dire loro che non vivevano nel posto peggiore del mondo, e bastava guardare l’America Latina per vedere che c’era enormemente di peggio. E allora vorrei chiudere riportando la conclusione di Lia De Feo in un Omaggio a Fidel, per la sua morte: mi piace citarlo spesso perché l’autrice è grande conoscitrice di Cuba e dei Paesi caraibici, e dichiara chiaramente di non amare i cubani:

E alla fine, è questo: [i cubani; N.d.A.] li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “È vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi. 

Il sistema sociale, economico e politico cubano è soggetto a tensioni e a sfide nuove, davanti alle quali vengono agitate le stesse critiche di stampo dottrinario, che non aiutano a trovare soluzioni adeguate per una trasformazione positiva, pacifica e condivisa della situazione del Paese, dal momento che chi le muove (in primis gli Stati Uniti) ha solo il chiodo fisso del (adverse) regime change.

Bibliografia e sitografia:

A. Baracca, «60 anni fa il popolo cubano umiliò il tentativo di invasione alla Baia dei Porci», pressenza.com/it, 17 aprile 2021.

A. Baracca, R. Franconi, Cuba: Medicina Scienza e Rivoluzione. Perché il Servizio Sanitario e la Scienza Sono all’Avanguardia, Zambon, Berlin 2020.

A. Baracca, R. Franconi, Subalternity vs. Hegemony, Cuba’s Outstanding Achievements in Science and Biotechnology, 1959-2014, Springer Nature, Berlin 2016.

L. De Feo, «Omaggio a Fidel», contropiano.org, 27 novembre 2016.

C. Re, «Cuba: abbiamo dimostrato che si è potuto, si può e si potrà», intervista a José Luis Rodríguez, strettissimo collaboratore di Fidel Castro e Ministro dell’Economia di Cuba durante gli anni del Período Especial, coniarerivolta.org, 24 aprile 2021.

M.C. Santana Espinosa et al., «Maternal and child health care in Cuba: achievements and challenges», iris.paho.org, aprile 2018.

M. Had, et al., «Women on the Front Lines of Health Care State of the World’s Mothers 2010», Savethechildren.org, maggio 2010.La Costituzione della Repubblica di Cuba può essere letta sul sito Cubadebate.cu, «Descague la Constitución de la República de Cuba», 9 aprile 2019.

Sommario

Si torna a parlare di piano e ruolo dello Stato, purtroppo non nei modi che avremmo voluto. Nell’Editoriale tracciamo alcuni scenari, mettiamo in risalto il dramma del lavoro in Italia e la mancanza di partecipazione alle scelte politiche che hanno dato vita al Pnrr. Nei prossimi cinque anni bisognerà farci i conti, alcuni di noi hanno letto le 2600 pagine inviate a Bruxelles, ora iniziamo con una serie di approfondimenti. Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro analizza quali sono i progetti l’industria italiana e quale ruolo è assegnato al lavoro. Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia spiega in che termini si prospetta l’intervento economico italiano ed europeo e si interroga sulla possibile riconfigurazione delle politiche neoliberiste. Se il capitalismo verde è l’ultima speranza mostra come sia declinata la tanto declamata transizione ecologica, uno degli assi portanti del Recovery plan. La digitalizzazione secondo il Recovery chiude la sezione questionando la strategia sottesa a Transizione 4.0, indicandone insufficienze e pericoli.

La parte centrale del n. 3 è dedicata al lavoro, iniziamo con Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni che focalizzandosi sulla questione di genere prospetta la direzione verso cui rischia di andare la nostra società. Segue Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora perché lavorare ed essere poveri è sempre più probabile, si impone quindi con urgenza la questione salariale. Continuiamo con una serie di approfondimenti dal mondo della logistica. La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso ripercorre un anno di lotte e interroga le strategie sindacali, in particolare l’organizzazione del conflitto da parte del sindacalismo di base. Non c’è merce per la nuova diga analizza il colossale progetto di ampliamento del porto di Genova, l’ennesimo caso in cui le infrastrutture sembrano rispondere solo a logiche speculative. Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition ci riporta all’interno dei tentativi di organizzazione dei lavoratori. Infine, Gaming vs mining esamina le difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, ormai fondamentali per il futuro di un’economia in tensione tra globalizzazione capitalista e interessi nazionali.

Mettiamo poi il naso nelle vicende dell’America Latina, Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi racconta come Cuba abbia fatto fronte al Covid-19 e in quale modo la ricerca scientifica cubana sia riuscita a raggiungere altissimi livelli di sviluppo. Segue l’approfondimento Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere, mentre Brasile: virus sanitario e virus politico analizza il rapporto tra gestione della pandemia e situazione politica brasiliana. 

L’ultima parte è dedicata al confronto. Primo Maggio, una storia irripetibile. Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio è un modo per recuperare un pezzo di memoria e riflettere sulle pratiche e i fini della cultura militante. Chiudiamo dando spazio a due recensioni. La prima Due libri, un solo autore ci permette di parlare delle falle del capitalismo. La seconda, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba offre un’occasione per ragionare sull’organizzazione del conflitto sociale.

Crema non volta le spalle a Cuba

La lettera della sindaca Stefania Bonaldi

Illustrazioni di Federico Zenoni

Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i diritti umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche,
Erbacce, Figure, Volerelaluna.

Caro Presidente del Consiglio
Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi