Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

Il canale di Suez e i bulli del nuovo Millennio

Di Sergio Bologna

Nel libro “tempesta perfetta sui mari” (2017, alle pp. 170-176) avevo parlato dell’incidente occorso il 3 febbraio 2016 nel canale di accesso al porto di Amburgo a una grossa nave portacontainer da 184 mila tonnellate. A causa di un guasto al timone, si era messa di traverso e si era incagliata, per fortuna non aveva ostruito tutto il passaggio ma era necessario toglierla da dov’era. Ci vollero giorni e furono impiegati 26 mezzi navali. Sarebbe stato più rapido se fosse stato possibile alleggerirla del carico, ma di gru montate su chiatta in grado di raggiungere il top dei container stivati in coperta pare che all’epoca ce ne fosse una sola in Europa.

Mi è venuto subito alla mente questo episodio quando è giunta notizia che la portacontenitori da 240 mila tonnellate “Ever Given” della compagnia taiwanese Evergreen, al mattino del 24 marzo 2021, causa un colpo di vento e, pare, un blackout a bordo, si è messa di traverso nel Canale di Suez ostruendo del tutto il passaggio con i suoi 400 metri di lunghezza. Decine e decine di navi di tutti i tipi che la seguivano in direzione nord e altre che si apprestavano a entrare nel Canale in direzione sud restavano bloccate.

I primi comunicati dell’Autorità del Canale parlavano di una “questione di giorni” per riuscire a spostarla e liberare almeno uno spazio sufficiente al passaggio di altre navi, ma 30 ore dopo l’incidente la società incaricata di affrontare il problema e di trovare una soluzione, la stessa, di nazionalità olandese, che era stata capace di realizzare il capolavoro di raddrizzare la “Costa Concordia” e di permetterle di esser trainata a Genova per la demolizione, faceva sapere che ci sarebbero volute forse “delle settimane” per venirne a capo, precisando che alleggerirla del carico era, allo stato, molto difficile se non impossibile.

Ipotizziamo che ci vogliano due settimane per riuscire a spostarla, significherebbe che circa 700 navi debbono riprogrammare i loro itinerari sconvolgendo intere filiere, creando problemi di approvvigionamento energetico, alimentare e tanto altro, con danni incalcolabili. Molti porti mediterranei con perdite di traffico e di giornate di lavoro superiori al 50%. Il porto di Trieste perderebbe le toccate dei servizi diretti al Molo VII, il VTE a Genova Voltri avrebbe un danno ancora maggiore. Insomma, un disastro che si aggiunge a una situazione caotica nel traffico container che dura dall’inizio della pandemia. Una seconda tempesta perfetta.

Sento dire: “Finalmente il gigantismo navale verrà messo in discussione!” Si spera. La mia opinione sull’argomento ho avuto modo di esprimerla da tempo, anche davanti agli studenti dell’Università di Genova (si veda il mio “Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019”) e non intendo tornare sull’argomento. Altri, più autorevoli di me, come Olaf Merk dell’OCSE, hanno dimostrato che le presunte economie di scala del gigantismo navale sono più apparenti che reali ma che per contro i costi per la comunità e i rischi che la navigazione di questi behemoth comporta sono tali per cui il gioco non vale la candela.

Ma perché allora le compagnie marittime continuano a gareggiare ordinando navi sempre più grandi? Ormai sembra che anche il limite dei 24 mila TEU di portata non sia considerato sufficiente – la nave arenatasi sull’Elba e quella sul Canale di Suez hanno una portata rispettivamente di 19 mila e di 20 mila TEU.

Che cosa trascina delle proprietà e dei management di alto livello in questa assurda gara?

“It is a question of ego”.

Questa fulminante risposta è stata data da un noto imprenditore marittimo-portuale mediterraneo sei o sette anni fa quando gli chiesero perché la compagnia, di cui aveva deciso di acquisire una consistente quota azionaria, continuava a perseguire il sogno della “nave più grande di quella del vicino”. Strategia alla quale inizialmente s’era opposto ma che negli anni successivi ha finito per accettare.

Io purtroppo continuo a credere che avesse dato la risposta giusta allora, sono convinto cioè che nella mentalità del turbocapitalismo del nuovo Millennio ci sia una componente di puro e semplice volgare “bullismo” maschile del tipo… ometto la frase che voi tutti potete immaginare e inizia con “ce l’ho…” ecc. Quel tipo di bullismo idiota che Chaplin ha meravigliosamente immortalato nella celebre scena del barbiere de “Il grande dittatore”.

Sigmund Freud invece in “Totem e tabù” parlava della fascinazione per qualcosa che ha delle dimensioni insolite come un qualcosa di “infantile” (kindisch). Ecco: questi signori che si credono padroni del mondo sono in realtà dei bulli infantili. Ovvero degli irresponsabili.

Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica: una cronologia

di Andrea Bottalico

Quella che segue è una cronologia degli avvenimenti principali relativi all’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro lungo la catena logistica del trasporto merci tra febbraio e maggio 2020 in Italia. Tra le fonti principali sono stati privilegiati i quotidiani nazionali e le newsletter specialistiche. Non si tratta di una cronologia esaustiva, ma di uno strumento che può favorire, con il senno di poi, la possibilità di trovare un filo rosso capace di connettere i fatti avvenuti a un ritmo rapidissimo nei mesi che hanno cambiato la vita di tante e tanti (18 novembre 2020).

***

11 febbraio 2020 – A causa della completa interruzione dei flussi di merci da e per la Cina, l’epidemia di Covid-19 ha ripercussioni negative sull’intera filiera del trasporto e della fornitura d’impianti produttivi a livello globale.

17 febbraio 2020 – Da quando è stata annunciata l’epidemia in Cina (gennaio 2020) il trasporto marittimo di container ha subito un danno economico complessivo di 350 milioni di dollari la settimana. Sono state cancellate almeno ventuno partenze di portacontainer dalla Cina verso l’America e dieci verso l’Europa. Un altro problema rilevante è l’intasamento dei container nei porti cinesi a causa dell’annullamento delle partenze e della riduzione dei traffici in export.

19 febbraio 2020 – Sciopero degli autisti italiani di Amazon in Lombardia proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. Un migliaio gli autisti coinvolti. Sono previsti ritardi alle consegne degli acquisti online compiuti sulla piattaforma. I sindacati protestano contro gli eccessivi carichi di lavoro aggravati dalle condizioni del traffico.

23 febbraio 2020 – Primo focolaio in Italia. Il comune di Codogno, nella parte meridionale della provincia di Lodi, al confine con quella di Piacenza, è al centro di un focolaio di Coronavirus. Si tratta di una zona che comprende dieci comuni abitati da cinquantamila persone, sede di diverse imprese di produzione e di piattaforme logistiche. Per evitare la diffusione del contagio, il ministero della Salute emette un’ordinanza che vieta in questi comuni diverse attività (è la prima “zona rossa” in Italia). Emerge il problema della tutela della salute sul posto di lavoro e la necessità di usufruire di dispositivi di protezione individuale come le mascherine, coi relativi costi.

24 febbraio 2020 – Gli addetti ai lavori iniziano a parlare di emergenza logistica causata dall’epidemia. La compagnia di navigazione francese Cma Cgm in una circolare fa sapere che ha cancellato alcune partenze di servizi di trasporto di linea fra l’Asia e l’Europa, compresa l’Italia (blank sailing).

26 febbraio 2020 – Secondo gli specialisti di settore, la logistica italiana rischia il collasso. Il flusso di merci che proviene dai paesi extra-europei, e non solo dalla Cina, richiede tempi per i controlli che raggiungono livelli insostenibili. Nel principale porto gateway di Genova l’attesa media di completamento dei controlli sulle merci in ingresso passa da due a otto giorni.

27 febbraio 2020 – La Filt-Cgil indice uno sciopero contro il cambio di appalto nella logistica automotive a Verona; l’obiettivo è difendere sessanta lavoratori a rischio licenziamento di una cooperativa che svolge attività di carico e scarico di autovetture dai treni alle bisarche stradali per conto di Bertani Autotrasporti.

28 febbraio 2020 – Il sindacato di base Usb denuncia le condizioni dei camionisti al terminal container Psa di Genova Voltri. Le disposizioni per prevenire il contagio limitano la permanenza nella sala d’attesa a un massimo di venti persone e gli autisti eccedenti devono sostare in fila all’aperto, con code che possono essere lunghe.

Disegno: Zolta
Disegno: Zolta

03 marzo 2020 – I sindacati di base Adl Cobas e SiCobas inviano una comunicazione ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico per chiedere un incontro sul rinnovo del contratto nazionale Trasporto Merci, Logistica e Spedizioni. Le due sigle non partecipano alla trattativa in corso tra le parti sociali, ma non intendono restare esclusi. Il 21 febbraio 2020 Adl Cobas e SiCobas hanno organizzato un’assemblea dove è stato deciso uno sciopero nazionale della logistica per il 2 e 3 aprile se le associazioni datoriali non risponderanno alle richieste ed eviteranno un incontro con i due sindacati. Riguardo al Covid-19, i due sindacati ribadiscono che «tutte le vertenze a livello aziendale non possono essere sospese, non possiamo neppure accettare che il nostro percorso di mobilitazione sul piano nazionale possa subire grandi rinvii, visto comunque che in tutti i magazzini si continua a lavorare come se il problema coronavirus non esistesse».

04 marzo 2020 – Dopo la scoperta dei focolai in Lombardia e Veneto si diffonde una crescente diffidenza degli autisti stranieri verso l’Italia e diverse aziende di autotrasporto europee sono costrette a dichiarare esplicitamente che non serviranno le aree isolate. Le cronache riportano casi di psicosi tra gli autotrasportatori, di merci italiane rifiutate all’estero per il timore di contaminazione e di blocchi di merci alle frontiere.

05 marzo 2020 – Aumentano i blocchi dell’export dei Dispositivi di protezione individuale in Italia e all’estero. L’Italia non può esportare Dpi senza autorizzazione delle autorità competenti per sopperire a eventuali carenze interne. Sui mercati internazionali intanto le mascherine hanno raggiunto prezzi stratosferici.

06 marzo 2020 – Dopo il sindacato di base Usb, anche i sindacati confederali contestano l’esito di un provvedimento preso dal terminal container Psa di Genova Voltri che riguarda l’ingresso contingentato degli autisti nell’ufficio merci. La misura evita il sovraffollamento all’interno dell’ufficio, ma lo causa all’esterno, dove gli autisti aspettano in fila esposti alle intemperie. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla società terminalista e all’Autorità di sistema portuale, in cui contestano le misure precauzionali attuate perché causano un’interminabile colonna di autisti.

08 marzo 2020 – Il presidente del consiglio firma il decreto che estende i limiti agli spostamenti in un’ampia area del Centro-Nord, un bacino che comprende milioni di abitanti e produce una parte rilevante del Pil italiano, con migliaia di imprese che esportano in tutto il mondo e piattaforme logistiche che servono un’area molto più ampia di quella chiusa. In ogni caso le merci possono circolare. Il trasporto delle merci è considerato un’attività fondamentale. Il personale coinvolto nella conduzione di mezzi di trasporto può entrare e uscire dai territori interessati.

09 marzo 2020 – Lockdown nazionale. In seguito a una crescita importante dei contagi, e a meno di 48 ore dalla firma del decreto che ha stabilito la zona protetta in Lombardia e in quattordici province del Centro-Nord, il Presidente del consiglio annuncia in diretta televisiva che firmerà un nuovo decreto per allargare le disposizioni all’intero territorio nazionale, mantenendo la libera circolazione delle merci. 

10 marzo 2020 – Scioperi e proteste nelle piattaforme logistiche italiane. I sindacati di base intensificano le azioni per equipaggiare il personale che lavora nel trasporto e nella logistica con dispositivi di protezione e in alcuni casi avviano o proclamano azioni di protesta. Il SiCobas di Piacenza comunica che nella piattaforma logistica Xpo di Pontenure i lavoratori scioperano per pretendere la distribuzione di guanti, mascherine e disinfettante nei bagni. L’Usb indice uno sciopero alla Bartolini di Caorso per chiedere azioni immediate per la protezione dei lavoratori delle piattaforme e dei veicoli.

11 marzo 2020 – Lunghe code ai confini. L’Austria inizia i controlli sanitari mirati sui veicoli che entrano dai valichi italiani e subito si creano lunghissime code di camion in territorio italiano, in particolare sull’autostrada A22 tra Bolzano e il Brennero. Nel pomeriggio il serpentone di veicoli pesanti in direzione del confine austriaco è lungo ottanta chilometri. Difficoltà anche al confine con la Slovenia, dove le Autorità hanno introdotto controlli sanitari. L’Europa chiude progressivamente le frontiere alle persone lasciando viaggiare le merci, ma anche queste trovano difficoltà nel passare da uno Stato all’altro.

11 marzo 2020 – Dal primo decreto che poneva restrizioni alla circolazione si è registrata un’impennata di ordini telematici. I prodotti di largo consumo venduti online sono aumentati del 30% rispetto alla settimana precedente. La filiera logistica non è pronta a questa crescita repentina e la conseguenza è l’aumento dei tempi di consegna, che mette sotto stress gli operatori dell’ultimo miglio e i loro autisti. Questi sono sempre più preoccupati della propria salute e chiedono con insistenza dispositivi di protezione. La Cgil proclama lo stato di agitazione nelle piattaforme Amazon di Passo Corese (Ri) e Torrazza Piemonte (To), dove è stata rilevata la positività di una lavoratrice.

12 marzo 2020 – Prosegue il fermo al terminal container Psa di Genova Voltri. I lavoratori portuali chiedono che la sanificazione delle macchine avvenga a ogni cambio di turno. La sospensione del lavoro comporta il blocco di decine di veicoli in attesa di caricare o scaricare. Centinaia di autisti si affollano per ore davanti all’ufficio merci del terminal.

13 marzo 2020 – Dopo alcune riunioni con gli operatori portuali i sindacati confederali proclamano uno sciopero al porto della Spezia. Chiedono dispositivi di protezione per i lavoratori e provvedimenti per evitare l’affollamento. Altri scioperi coinvolgono alcuni corrieri a Genova.

14 marzo 2020 – Governo, associazioni datoriali e sindacati firmano il protocollo per la prevenzione dal Covid-19 nei luoghi di lavoro: un documento che contiene le linee guida per agevolare le aziende nell’adozione dei protocolli di sicurezza anti-contagio.

14 marzo 2020 – Aumentano le tensioni nelle piattaforme logistiche e tra gli autisti che svolgono le consegne nell’ultimo miglio, in diversi casi sfociano in scioperi locali. Le principali azioni sono organizzate dai sindacati di base, che chiedono misure di protezione per i lavoratori. Il SiCobas organizza diversi scioperi in alcune piattaforme dei corrieri e della logistica per conto terzi.

16 marzo 2020 – Amazon annuncia l’assunzione di centomila persone negli Stati Uniti e investimenti di 350 milioni di dollari a livello globale. «Stiamo assistendo a un significativo aumento della domanda, il che significa che il nostro fabbisogno di manodopera non ha precedenti in questo periodo dell’anno», afferma Dave Clark, vice presidente delle operazioni su scala globale.

16 marzo 2020 – A mano a mano che la pandemia di Covid-19 chiude in casa sempre più persone in diversi paesi del mondo, aumenta la domanda di acquisiti online; le risorse destinate alla logistica per l’ultimo miglio si rivelano sempre più inadeguate. I tempi di consegna di tutte le attività di e-commerce aumentano, anche per i generi di prima necessità. Scioperano gli autisti della Gls a Sesto San Giovanni. Il SiCobas pubblica un elenco di una quarantina di piattaforme di tutta Italia e di diverse aziende che si sarebbero fermate completamente o parzialmente.

17 marzo 2020 – Scioperi nelle piattaforme logistiche in Italia. Lo sciopero più eclatante è quello della piattaforma Amazon di Castel San Giovanni (Pc) dove i sindacati affermano di avere riscontrato la «mancata integrale applicazione da parte di Amazon a quanto si è tradotto nell’intesa siglata tra Governo e Parti Sociali, con la redazione del Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro». Ma la mappa degli scioperi nella logistica comprende altre località. Le principali proteste vengono organizzate dai sindacati di base, ma si mobilitano anche quelli confederali.

18 marzo 2020 – L’unione delle associazioni dell’autotrasporto chiede alla ministra dei Trasporti di sospendere temporaneamente le regole sui tempi di guida e di riposo degli autisti di veicoli industriali, invocando lo stato d’emergenza causato dalla pandemia. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla ministra con la richiesta opposta: non consentire alcuna deroga, mantenendo quindi in vigore le regole. Sindacati confederali e di base danno indicazione agli autisti che operano per i corrieri di astenersi dal lavoro se non sono dotati di dispositivi di protezione e se i veicoli non vengono igienizzati.

19 marzo 2020 – Le imprese straniere con cui l’Italia aveva siglato dei contratti per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale si sono viste requisire i prodotti dai loro paesi o, in alcuni casi, anche dalle nazioni per le quali sono transitati. Circa 19 milioni di mascherine destinate all’Italia sono bloccate all’estero.

19 marzo 2020 – Ripartono le portacontainer dalla Cina, ma mancano i container. Una delle conseguenze globali di questa emergenza è il drastico calo di container in uscita dai porti cinesi, a causa delle riduzioni della produzione e dell’isolamento imposto a migliaia di operatori della filiera logistica. A metà marzo le portacontainer stanno ricominciando a caricare i container nei principali porti. La ripartenza delle portacontainer cinesi non ha però ancora riequilibrato il traffico di container, molti dei quali sono rimasti nei porti asiatici e quindi mancano in quelli Europei e nordamericani. 

20 marzo 2020 – La situazione sindacale delle piattaforme Amazon in Italia appare ancora tesa a causa delle vertenze sulla sicurezza connessa alla pandemia. Non si trova un accordo tra Amazon e i sindacati sulle misure di prevenzione da prendere nei magazzini italiani. Le cronache parlano di sopralluoghi nei magazzini dei Nas, di tensioni nei magazzini di Passo Cortese e Castel San Giovanni. In questo magazzino è stato proclamato uno sciopero a oltranza il 17 marzo, proseguito anche il giorno successivo: si chiede un potenziamento delle misure di protezione e una riduzione del carico di lavoro tramite la sospensione degli ordini di prodotti non indispensabili.

23 marzo 2020 – Per contenere la pandemia il governo italiano ferma le attività produttive non essenziali. Il presidente di Confindustria manda una lettera al Presidente del consiglio in cui chiede alcuni correttivi al decreto di chiusura delle attività; l’obiettivo è lasciare aperte alcune attività, come il trasporto e la logistica, che non sono nell’elenco di quelle essenziali ma sono a esse funzionali.

23 marzo 2020 – La chiusura dei negozi e di alcune imprese crea problemi nelle piattaforme logistiche, nella distribuzione nell’ultimo miglio e nell’autotrasporto di linea. Gli operatori dei magazzini e gli autisti sono sottoposti a turni di lavoro pesanti e temono di contrarre la malattia. Aumentano gli scioperi e le astensioni individuali dal lavoro in diverse piattaforme italiane. Una circolare diffusa il 21 marzo 2020 dal ministero dell’Interno ai prefetti afferma che «alcune associazioni della categoria logistica, trasporto e spedizioni» hanno segnalato la conflittualità del comparto, che sta determinando «una situazione di rallentamento nella consegna di prodotti di indispensabile uso in questo contesto, quali farmaci, mascherine, camici e materiali di supporto all’attività medica» causata dalla protesta di alcune sigle sindacali. A questa situazione si aggiungono «azioni di protesta a causa dell’asserita mancata applicazione da parte delle aziende delle misure di protezione stabilite dai recenti provvedimenti». Il ministero invita i prefetti a una «rinnovata attenzione, attraverso una costante e specifica vigilanza».

23 marzo 2020 – La segreteria provinciale di Bergamo della Fit-Cisl chiede la chiusura di tutte le piattaforme di logistica per l’e-commerce, dove lavorano circa tremila persone tra facchini e autisti. Il sindacato precisa che alcuni corrieri hanno già chiuso, ma Amazon e alcune società di logistica in conto terzi tengono aperti gli impianti; nello stesso comunicato si dice anche che in alcune di queste piattaforme c’è un tasso di assenza elevato, fino al cinquanta percento, causato sia dalla diffusione della malattia tra gli operai sia dal timore del contagio, d’altra parte chi resta a lavorare lo fa con turni «massacranti». Il sindacato precisa che «le condizioni di lavoro all’interno dei magazzini di smistamento e spedizione non garantiscono il contrasto e il contenimento della diffusione del virus».

24 marzo 2020 – I distributori di carburanti minacciano la serrata. A rischio il trasporto delle merci essenziali. Le associazioni datoriali dell’autotrasporto chiedono al Governo la precettazione dei distributori.

24 marzo 2020 – Bruxelles proroga l’esenzione dalle norme antitrust alle compagnie marittime fino al 2024. L’esenzione consente agli operatori di trasporto marittimo di linea di stipulare accordi di cooperazione per la prestazione di servizi di trasporto marittimo di linea in comune, senza violare le norme antitrust dell’Unione Europea.

25 marzo 2020 – Assarmatori chiede lo stato di calamità per il trasporto marittimo. Ciò permetterebbe al comparto marittimo di ottenere i benefici previsti dal Decreto del presidente del consiglio, tra cui il supporto alla liquidità.

26 marzo 2020 – Federlogistica denuncia il rischio di collasso dei porti. Il presidente Luigi Merlo dichiara che c’è una pericolosissima sottovalutazione dello sforzo che il sistema logistico, portuale e marittimo sta facendo per garantire servizi essenziali al paese, ma questo sacrificio non può durare a lungo in assenza di provvedimenti concreti.

30 marzo 2020 – La Filt-Cgil organizza uno sciopero nella piattaforma Amazon di Calenzano, aggiungendolo così alle mobilitazioni avviate nei giorni precedenti in quelle di Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Il sindacato chiede maggiori protezioni per i lavoratori e di ridurre i carichi di lavoro, limitando l’attività ai soli beni essenziali. La Filt chiede di applicare sia il protocollo firmato da sindacati e imprese sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti, sia le linee guida del ministero dei Trasporti per quanto riguarda in modo specifico il trasporto e la logistica. I tre punti principali sono la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, il mantenimento delle distanze di sicurezza e la priorità ai prodotti di prima necessità, in un contesto dove gli acquisti online sono triplicati.

31 marzo 2020 – Gli spedizionieri lanciano l’allarme sulle migliaia di container salpati dalla Cina e diretti in Italia, che non potranno essere svuotati perché le destinazioni sono impianti chiusi per la pandemia. Le associazioni datoriali chiedono al Governo di permettere l’apertura dei magazzini anche delle fabbriche chiuse. La Filt-Cgil suggerisce invece di stoccare i container nei retroporti e negli interporti.

10 aprile 2020 – I giorni passano scanditi dai numeri sui contagi, i morti e i posti occupati in terapia intensiva. I segretari di tre confederazioni internazionali dei sindacati dei trasporti scrivono una lettera aperta ai lavoratori di Amazon di tutto il mondo. La lettera esordisce con un ringraziamento. Poi viene subito al punto: «Amazon non sta facendo abbastanza per proteggere voi o il pubblico dal Covid-19. Lavoratori di tutto il mondo sono risultati positivi nei magazzini di Amazon e in tutta la rete di trasporto e consegna dell’azienda e, a meno che non ci siano cambiamenti reali nel funzionamento dell’attività, i magazzini continueranno a presentare un rischio di contagio non solo per i lavoratori ma anche per la comunità». Sulla situazione internazionale i tre segretari affermano che molti lavoratori di tutto il mondo sono uniti: «In Italia, i lavoratori di Amazon hanno scioperato per undici giorni, sono rimasti uniti e hanno costretto Amazon ad attuare cambiamenti. In Spagna e in Francia, i lavoratori con i loro sindacati hanno lottato per rallentare i ritmi di lavoro, per garantire l’allontanamento tra le persone e ottenere altre protezioni. Questa è la democrazia in azione, e noi vogliamo ciò per tutti i lavoratori di Amazon».

18 aprile 2020 – La Filt-Cgil prosegue la mobilitazione nella piattaforma Amazon di Torrazza Piemonte, iniziata in concomitanza con l’esplosione della pandemia. Nell’impianto lavorano milleduecento persone e il sindacato afferma che l’azienda non offre trasparenza e un’adeguata prevenzione contro la malattia.

22 aprile 2020 – Dopo i provvedimenti del Governo che limitano o impediscono alcune attività produttive e commerciali, la Regione Lombardia emette una serie di ordinanze che ammettono alcune delle attività impedite dal Governo, tra cui la possibilità di distribuire numerose tipologie di merce tramite il commercio elettronico. Contrari i sindacati confederali, che chiedono la sola vendita di prodotti essenziali.

23 aprile 2020 – Il porto di Genova subisce un calo di volumi e prepara la cassa integrazione.

29 aprile 2020 – Dopo una fase di mobilitazioni in diverse piattaforme logistiche per chiedere di limitare la consegna ai soli prodotti essenziali e misure di protezione per facchini e autisti, i sindacati di base SiCobas e Adl Cobas proclamano due giorni di sciopero nazionale (giovedì 30 aprile e venerdì 1° maggio) per l’intero comparto della logistica e del trasporto merci.

05 maggio 2020 – Sciopero con occupazione alla Tnt proclamato dal sindacato di base SiCobas. La protesta è innescata dalla decisione della multinazionale di sospendere alcuni lavoratori a tempo determinato perché, secondo la sigla sindacale, avevano aderito a scioperi precedenti. Ma le motivazioni sono più ampie: il SiCobas afferma che l’azienda non ha firmato un protocollo di sicurezza per prevenire il contagio. Lo sciopero coinvolge diverse piattaforme della Tnt; in quella di Peschiera Borromeo, interessata dal licenziamento di 66 persone, viene occupato il magazzino.

Mutualismo a Padova. Fare Politica ai tempi del Covid.

Pubblichiamo il documentario sul mutualismo realizzato dalla redazione di Seizethetime. Il filmato non solo prova a rendere conto dell’attivazione che gruppi e organizzazioni politiche hanno messo in piedi per sostenere la popolazione, ma cerca anche di ragionare attorno alla funzione politica che può avere il mutualismo.

Cerchiamo così di osservare e dare spazio alle pratiche di mutualismo e solidarietà, in continuità con quanto fatto nel nostro primo numero:

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Riportiamo qui la presentazione al documentario scritta dalla redazione di Seizethetime.

Primavera 2020: tutto chiuso. Una grande ondata di solidarietà e di attivazione ha attraversato Padova. Singoli, gruppi, spazi, organizzazioni hanno messo a disposizione le proprie energie e risorse per provare a sostenere la popolazione, per prima cosa attraverso distribuzioni di cibo. La sinistra di movimento, in tutto questo, ha dato in città buona prova di sé, ragionando e operando attorno al concetto di mutualismo.

Il comune di Padova, assieme alla Caritas e al CSV, ha provato ad organizzare la solidarietà attorno alla rete Per Padova noi ci siamo. Alcuni hanno aderito, riconoscendo come in una situazione di crisi come quella in corso l’organizzazione e le strutture fossero essenziali. Altri, invece, hanno provato a organizzare autonomamente il mutualismo, rilevando alcune carenze nel progetto comunale – prima fra tutti, la necessità della residenza per ottenere aiuti, che lasciava fuori molti. Ciascuna scelta comportava vantaggi e punti critici, sia politicamente che dal punto di vista dell’efficacia della solidarietà.

La redazione di Seizethetime non è stata a guardare: un po’ perché, individualmente, abbiamo fatto la nostra parte; un po’ perché abbiamo girato, con microfono e videocamera, a vedere alcune delle cose che stavano accadendo. Ne è venuto fuori un documentario di una mezz’ora scarsa, che offriamo come patrimonio comune: Mutualismo a Padova. Fare politica ai tempi del Covid.

Ringraziamo tutti quelli che si sono prestati a farsi intervistare per quello che hanno fatto allora e fanno oggi, tutti i giorni.

Buona visione!

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

C. Heckscher, F. Carré, «Strength in networks: Employment rights organisations and the problem of coordination», British Journal of Industrial Relations, 44, 4, 2016.

E. Sinibaldi, La rappresentanza del nuovo lavoro autonomo, tesi di dottorato, Università di Pavia, Pavia 2014.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.

Sommario

Shock and awe: così Naomi Klein descriveva l’effetto e l’intenzione del “capitalismo dei disastri”. Ma, come spieghiamo nell’Editoriale, cerchiamo di superare la “soggezione” che ci incute la pandemia da Covid-19 rileggendo sotto luce diversa le trasformazioni già avvenute e che stanno avvenendo sotto i nostri occhi. Per prima cosa, abbiamo posto al collettivo di Medicina Democratica le domande che si ritrovano ne Il costo sanitario della pandemia. Si era ancora nella “prima ondata”, e già l’Italia guidava la terribile classifica dei malati e dei decessi. Alcune interviste, raccolte in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, spiegano poi quali sono state (e rimangono) le condizioni di sicurezza o meglio, di insicurezza sui luoghi di lavoro contagiati della sanità lombarda. Del resto, proteste e conflitti nei luoghi di lavoro hanno accompagnato immediatamente il primo manifestarsi della pandemia, come riferiamo in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, sia per la generale impreparazione, sia per i tentativi padronali di scaricarne i costi sui lavoratori o, non riuscendoci, sulla collettività. In Pianificazione e controllo dei lavoratori si ragiona sul ruolo dello stato e la partecipazione operaia nei processi decisionali traendo spunto dalle esperienze del passato. Con La logistica della pandemia guardiamo a ciò che è accaduto in uno dei settori chiave dell’economia, quello che forse ha sopportato il peso maggiore lungo tutto il 2020, come ci raccontano anche le Cartoline dal porto di Genova.

Nello snodo logistico, in Italia, si sono fatte sentire le ripercussioni mondiali e le proteste e lotte locali, di cui dà conto in modo cronologico Emergenza sanitaria, lavoro e logistica. Ma forse in nessun altro campo la sofferenza è stata tanto intensa ed estesa come in quello della scuola, ne tira un primo bilancio L’effetto lockdown sulla scuola. Naturalmente la pandemia da Covid-19 si è sovrapposta a problemi e tensioni già in atto, di cui diamo una sommaria panoramica. Partiamo dal Decreto Rilancio e dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri privi di permessi, una “sanatoria” in pratica andata a vuoto nel settore agricolo, come riferisce Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Eppure le esperienze europee indicano la necessità, resa strategica dalla pandemia, di rafforzare l’autosufficienza alimentare interna e alzare i livelli salariali agricoli, come riportato in Salario e diritti nei campi italiani. L’urgenza di organizzare i lavoratori autonomi soprattutto nei settori creativi e culturali – quelli azzerati dal lockdown – viene ribadita in Lavori culturali senza rappresentanza?, così come in questa fase il metodo dell’inchiesta è servito a riconsiderare Il lavoro in Veneto, soprattutto dal punto di vista dei “precari”. Infine due sottolineature di metodo. La prima, Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe, per ribadire l’importanza del metodo storico-politico per comprendere la natura e gli obiettivi delle lotte della “nuova” classe operaia americana.

La seconda, contenuta in The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve Wright, segnala il ritorno alla consultazione delle fonti scritte da parte di uno dei maggiori conoscitori dell’operaismo italiano.

Editoriale. Sull’orlo dell’abisso?

Dicembre 2020 – Gennaio 2021

Sono trascorsi otto mesi dall’uscita del primo numero di Officina Primo Maggio. Un lasso di tempo in cui abbiamo continuato a ragionare collettivamente su alcune questioni dirimenti, che richiedono approfondimento e analisi continue. Se le contingenze ci avevano imposto di esordire in modo imprevisto, tracciando una panoramica della situazione che si andava delineando a seguito dell’emergenza pandemica, oggi ci troviamo nella condizione di poter guardare a ritroso ciò che è accaduto e interrogarci sul futuro. 

In questi mesi abbiamo seguito alcune piste di ricerca focalizzando in particolare la nostra attenzione su salute e lavoro, due degli assi su cui si giocheranno le partite più importanti. Nelle pagine che seguono proponiamo una serie di contributi e inchieste che cercano di comprendere i fenomeni più rilevanti in questa fase: l’emergenza sanitaria vista attraverso le esperienze e le testimonianze del personale medico-infermieristico in Lombardia, l’impatto della pandemia nelle fabbriche e lungo la catena logistica, le ondate di scioperi che hanno investito i luoghi di lavoro in tutta Italia, le condizioni d’impiego nelle microimprese del Veneto, e poi il lavoro nella filiera agro-alimentare, il lavoro culturale, il lavoro nella scuola. Un posto particolare è riservato a una riflessione sul ruolo dello Stato. Abbiamo seguito le tracce del conflitto guardando con interesse alle lotte e alle mobilitazioni in giro per il mondo. Sulla scia dei contributi raccolti nel numero speciale di Primo Maggio del 2018 e nell’opuscolo Uprising/Sollevazione (pubblicato a giugno e disponibile sul sito di OPM) siamo tornati a occuparci degli Stati Uniti alla vigilia della sconfitta elettorale di Trump. Chiude questo numero una nota critica a un volume di Steve Wright di prossima pubblicazione, in cui lo storico australiano dei movimenti riapre con nuovi metodi e fonti il dibattito sull’operaismo. 

La nostra è un’esperienza politico-culturale e, nei limiti imposti dall’emergenza, abbiamo continuato a organizzare incontri e spazi di discussione. Lo scorso settembre a Forte Marghera abbiamo presentato la rivista al direttivo regionale della Fiom-Veneto, mentre a metà ottobre abbiamo promosso un convegno su salute e lavoro a Padova nel quale si sono incontrati diversi comitati, sindacati, associazioni e organizzazioni politiche. A fine novembre, infine, abbiamo presentato Dollari e no di Bruno Cartosio. La crisi pandemica ci ha costretti ad annullare diverse iniziative organizzate insieme a gruppi che in varie città hanno accolto con interesse il nostro sforzo di condivisione e confronto. In ogni caso, è solo un rinvio a tempi migliori, perché crediamo che questa rivista sia un mezzo e non un fine, un pretesto per coltivare relazioni, favorire con perseveranza il dibattito e, in definitiva, organizzare il conflitto come risposta alle sfide che ci aspettano.

E le sfide, al momento, non mancano. L’Italia negli ultimi mesi è stata attraversata da scioperi e mobilitazioni di vario tipo e intensità, nei luoghi di lavoro e nelle piazze (più o meno spurie) di diverse città. C’è stato chi ha rivendicato maggiore sicurezza, chi ha espresso a gran voce la necessità di investire in istruzione e salute – dando priorità alla scuola e alla cura – e chi invece ha solo preteso di poter mantenere aperta la propria attività o, in alternativa, essere ristorato attraverso misure di sostegno.

In un paese stroncato dalla “seconda ondata” e dai relativi lockdown, l’arma finanziaria del Recovery Fund dovrebbe consentire il superamento della crisi economica e sociale facendo perno su due linee di investimento, che vanno sotto il nome di transizione verde e transizione digitale. Nei prossimi numeri valuteremo l’effetto reale di questi provvedimenti, ma guardando la gestione attuale della crisi è meglio non farsi troppe illusioni. Le misure che il Governo ha adottato e sta adottando, limitandosi a mero erogatore di risorse pubbliche alle imprese senza imporre loro alcun vincolo, appaiono del tutto inadeguate. Senza una politica industriale precisa, senza un minimo di programmazione e intervento, nel lungo periodo l’Italia rischia di essere travolta da un divario tecnologico incolmabile, dalla perdita di parti rilevanti di tessuto industriale e da licenziamenti di massa. D’altra parte, non occorre guardare troppo lontano per rendersi conto dell’impoverimento di ampie fasce di lavoratori e lavoratrici aggrappati/e agli ammortizzatori sociali forniti in questi mesi (per non parlare di quelli che ne sono rimasti/e esclusi/e). La cassa integrazione elargita in modo indiscriminato – senza tenere conto dei profitti e senza implicare un allargamento della partecipazione alla governance delle aziende – ha costituito, in poche parole, una socializzazione del rischio d’impresa.

Da parte sua, il capitale ha approfittato della situazione per aumentare gli utili e deteriorare ulteriormente le condizioni di lavoro. La ripresa “pancia a terra” delle attività produttive dopo il primo lockdown ha significato l’imposizione di ritmi e carichi di lavoro sempre più intensi per recuperare i volumi di produzione persi durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria. Allargando lo sguardo al contesto internazionale, la pandemia ha favorito la definitiva ascesa dei giganti del capitalismo digitale, tra cui spicca Amazon i cui utili e il cui valore di capitalizzazione in borsa hanno nettamente superato i concorrenti. 

Siamo davvero sull’orlo dell’abisso? Forse sì, ma deve essere chiaro che nella storia dell’umanità non c’è mai stato un fondo da toccare, un punto più basso oltre il quale si finisce di cadere. Occorre dunque continuare a seguire le faglie del conflitto, sulle quali è possibile individuare le possibilità e gli spazi aperti dalla congiuntura. Tornando ad Amazon, per esempio, la pandemia ha scatenato anche una serie di mobilitazioni su condizioni e organizzazione del lavoro, salute e diritti, che hanno avuto come protagonisti i lavoratori e le lavoratrici in diversi Paesi al mondo. Ne è sorta anche una campagna internazionale, MakeAmazonPay, che può fornire qualche suggerimento per capire le lotte a venire.

Ricucendo nessi con il passato, è impossibile dimenticare che la medicina del lavoro e la prevenzione sono scaturite dalle esperienze nate dalla relazione tra medici, lavoratori e lavoratrici, che hanno avuto il loro apice negli anni Settanta. Il movimento di democratizzazione della medicina ha varcato i cancelli delle fabbriche e ha coinvolto le strutture territoriali portando, nel 1978, alla creazione del Servizio sanitario nazionale. L’istituzionalizzazione non ha rappresentato un traguardo stabile, e man mano che il controllo popolare è venuto meno gran parte di queste conquiste sono state lentamente smantellate sotto il peso delle privatizzazioni. I pazienti sono stati trasformati in clienti, la medicina di base è stata erosa. Oggi in tutta Italia attorno alla salute girano soldi e si costituiscono clientele funzionali al consenso politico. Alla prevenzione si è sostituito, quando va bene, il risarcimento. 

L’emergenza pandemica ha mostrato la fragilità di questo sistema, riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato, eppure non si sono viste in campo proposte di riforme in grado di correggere le contraddizioni del nostro sistema sanitario. Neanche per i tamponi – fondamentali per il tracciamento dei contagiati – si è voluta una gestione pienamente pubblica, preferendo lasciare mano libera al profitto privato. Le stesse dinamiche si ritrovano a livello globale, dove decenni di neoliberismo hanno riconfigurato un campo dominato dai colossi dell’industria farmaceutica e un modello di capitalismo in cui il ruolo degli Stati e delle organizzazioni internazionali è ridotto a quello di erogatori di risorse e produttori di regolamentazioni per favorire i profitti. 

In questo contesto si osservano comunque alcune esperienze di autorganizzazione, come l’emergere di forme di coordinamento tra alcune centinaia di medici di base che si scambiano informazioni e concordano misure di prevenzione comunicandosi i risultati sul medio periodo. In alcune occasioni questi gruppi hanno ottenuto ottimi risultati in termini di prevenzione.

Queste e altre esperienze di autorganizzazione ci mostrano che l’attivazione dal basso è fondamentale per farci uscire dall’emergenza – o per non perderci a fissare l’abisso. Dal mutualismo al conflitto (sindacale, sociale), l’attivazione può avere la potenzialità di produrre coalizioni capaci di favorire lo scambio di saperi e la condivisione di obiettivi. Occorre però evitare le scorciatoie e la tendenza a schiacciare la complessità delle contraddizioni sociali. Detto questo, non possiamo accontentarci di forme di attivazione e coalizione che, in quanto nate dal basso, si limitino a “restare in basso”, disarticolate e velleitarie. Se così avessero fatto, le lotte degli anni Settanta non sarebbero arrivate a produrre una riforma del Sistema sanitario nazionale (e di esempi simili la storia ce ne offre anche altri). Il conflitto di classe non può limitarsi a essere esercitato solo a livello di esperienze di base, pur essendo necessariamente radicato in esse. Quanto incide in termini più generali una lotta, anche vincente, confinata sul luogo di lavoro? In che modo un’esperienza di mutualismo limitata ai soli obiettivi solidali sposta gli equilibri? 

Perché è di questo che stiamo parlando. Della possibilità di “alzare il tiro”, di cogliere l’occasione derivante dall’incertezza generata dall’emergenza sanitaria per compiere uno sforzo organizzativo in grado di portare il conflitto a livelli più alti. L’alternativa è accontentarsi di scrutare il fondo dell’abisso, mentre subiamo gli effetti devastanti di un’altra crisi.

Postfazione

Scrivevamo nel nostro Manifesto pubblicato un mese e mezzo fa:

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che molte delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale.

Oggi chi ci legge può legittimamente chiedere: avete evocato la parola “conflitto” che era un po’ passata di moda e sostituita da altre (per esempio “diseguaglianze”) e ora vi trovate dinanzi a una forma di conflitto che rasenta la guerra civile. Come vi ponete di fronte a questi avvenimenti? Rientrano nella vostra idea di conflitto?

Certo che rientrano, ma per capirci meglio sarà necessario fare una precisazione.

La rivista “Primo Maggio” alla cui tradizione e impostazione si ispira questo nostro progetto, utilizzava criteri di analisi elaborati da quel sistema di pensiero che va sotto il nome di “operaismo italiano”.  Una delle sue caratteristiche era quella di chiedersi se il conflitto sociale, in particolare il conflitto industriale, potesse essere concepito non come un’eruzione cutanea di una società imperfetta, né tantomeno come un atto simbolico che mette in scena la divisione di classe, ma come un fenomeno storico di comportamento collettivo con delle leggi intrinseche di sviluppo, riconoscibili nelle loro categorie, come quelle che vengono normalmente chiamate “le leggi dell’economia”. Sicché, se pare esagerato poter parlare per l’operaismo italiano di una “scienza del conflitto”, non sembra azzardato poter parlare di una ratio sottostante a una serie di avvenimenti nel tempo che presentano determinate costanti e dunque possono essere ricomposte in una sequenza, in un codice genetico riconoscibile.

La realtà non è mai uguale a se stessa, ma la dinamica del conflitto – che va concepito sempre come processo di eventi concatenati, non come episodio avulso da una logica di medio periodo – non è meno “razionale” o meno prevedibile della dinamica dell’economia. In questo senso l’operaismo ha sottratto il conflitto sia alla pura sfera del volontarismo che al mero manifestarsi degli interessi materiali. Ne ha fatto una disciplina “politica” a tutto campo. Infatti, quando si definisce frettolosamente l’operaismo italiano come quella corrente del marxismo critico che ha messo al centro la classe operaia e ne ha fatto quasi il motore dello sviluppo capitalistico, si dice una cosa imprecisa perché non è la classe operaia ma la lotta operaia che viene assunta come categoria fondamentale. Il conflitto è il punto di partenza, non quello di arrivo. La lotta operaia però, così come tutti i movimenti con radici di classe, è un processo che ha una lunga maturazione, un processo che cambia nel tempo, anche perché può cambiare la tipologia di attore collettivo. Nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Venti il processo di maturazione della lotta operaia è passato per le prime forme di coalizione, le prime società di mutuo soccorso, ed è arrivato all’organizzazione sindacale e poi a quella politica. Ma la lotta degli afroamericani – per tornare al nostro argomento – o la lotta delle donne per l’emancipazione femminile non hanno seguito lo stesso percorso, non hanno adottato lo stesso lessico e non avevano nemmeno lo stesso nemico. Ciononostante, il punto di vista operaista ritiene che anche nelle lotte dei neri d’America o delle donne sia possibile riconoscere una dinamica con proprie leggi di sviluppo riconoscibili. La ragione è molto semplice: la lotta nel rapporto di lavoro, la lotta alla segregazione razziale e la lotta per la liberazione della donna sono strettamente intrecciate, quasi si alimentano a vicenda.

Molti si sono meravigliati per l’estensione e la durezza degli scontri in una cinquantina di città americane, ma se qualcuno avesse avuto attenzione a quanto è successo negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni avrebbe potuto vedere senza difficoltà che il conflitto, in particolare il conflitto nei rapporti di lavoro, è diventato una costante, un fenomeno quotidiano, ed è quello che ha contribuito a far crescere una tensione che, unita ad altre tensioni – vedremo quali – ha finito per costituire la miscela esplosiva che aspettava solo l’uccisione di George Floyd per deflagrare. Quando qualcuno si meraviglia di vedere tanti bianchi a protestare e a battersi con la polizia vuol dire che ha dimenticato la composizione etnica, sociale, di genere, della massa di persone confinate nella gig economy, nel lavoro nero, nella disoccupazione. I saccheggi di negozi alimentari non sono fatti solo da vandali ma da gente che letteralmente ha fame, che normalmente ha fame.

L’evento imprevisto è stata l’epidemia da Coronavirus, unico nel suo genere, non tanto nei suoi aspetti pandemici quanto nei metodi per contenerli, lockdown, distanziamento sociale. Ma è anche l’evento che meglio di qualunque altro, di qualunque analisi marxista, ha fatto capire agli stessi afroamericani, agli stessi lavoratori della gig economy, a tutti i milioni di emarginati, la tragica dimensione della loro condizione. Si sono visti morire di Coronavirus in proporzione enormemente maggiore, si sono visti seppellire in fosse comuni. Si sono visti allo specchio. E a quelli tra di loro che ancora non avevano capito di non avere nulla da perdere, ci ha pensato l’irresponsabile comportamento di Trump a farglielo capire. Le conseguenze del virus e la follia del Presidente sono state come due lunghe micce che, bruciando, si sono avvicinate inesorabilmente al punto di scoppio.

Che cosa si vuole dire con questo? Che le rivolte di oggi stavano iscritte nella situazione sociale dell’America da lungo tempo. E chi di noi aveva esperienza di dinamiche di conflitto, chi aveva assistito alle rivolte del 1967-68 e aveva partecipato a quelle italiane, quasi le “sentiva” venire, capiva – come il marinaio che fiuta il vento – che qualcosa sarebbe dovuto succedere, se non altro perché Trump stava tirando troppo la corda. E proprio per questo, oggi che bruciano i fuochi della rivolta, non siamo per niente portati a contemplare con estetizzante compiacimento la ribellione di un popolo, sappiamo quanta sofferenza, quanto dolore sta in quella protesta, quanti morti, arresti, processi, licenziamenti dovranno subire ancora gli afroamericani e le afroamericane e chi lotta al loro fianco. Sappiamo soprattutto come sia difficile governare una ribellione spontanea, come sia facile infiltrarla.

Già ora, mentre scriviamo e aumentano i saccheggi, sappiamo bene come una parte dell’opinione pubblica, inizialmente favorevole, prenderà le distanze, e magari ci sarà spaccatura nel fronte della protesta e allora in queste fratture si butterà a capofitto quella che non sappiamo nominare altrimenti che con il suo vecchio nome, la reazione. Per non parlare dell’incognita rappresentata dal suprematismo bianco, armato fino ai denti. Tuttavia, comunque vada a finire, dopo queste giornate di rabbia, dopo questi cortei pacifici di massa, un poliziotto ci penserà due volte prima di mettere le mani addosso a un nero. Comunque vada a finire, il monito è stato lanciato: attenzione a non tirare troppo la corda! Attenzione che non potete lasciare la gente senza assistenza sanitaria! Attenzione che non potete licenziare senza pagare un prezzo! Attenzione che, volendo, sappiamo farci rispettare! Per queste e altre ragioni riteniamo che quei moti di rivolta, in tutte le loro manifestazioni, anche quelle più estreme, siano stati salutari, siano stati un gesto di dignità, di giustizia, di civiltà.

Nancy Goldring, History teacher, New York 2020.

Che insegnamento ne possiamo trarre per la nostra situazione?

Innanzitutto che resta confermata la tesi che il conflitto, inteso come processo collettivo, deve essere un comportamento individuale permanente – mentre in una certa cultura sindacale viene considerato come “ultima ratio” – perché la pressione del capitale per aumentare lo sfruttamento non ha un “punto di equilibrio” oltre il quale lo stesso capitale si ferma, no, continua in assenza di resistenza fino all’estinzione di certi strati di forza lavoro, potendo disporre, grazie alle nuove tecnologie informatiche, di una riserva praticamente illimitata. Non ci sarà mai un salario “sufficientemente basso”, no, ci sarà il lavoro gratuito. Questo è particolarmente vero per il lavoro intellettuale, dove il conflitto è rimasto assente o si è manifestato in maniera del tutto insufficiente o scollegato, con effetti particolarmente devastanti sulla qualità del ceto politico. Qui da noi non dobbiamo scimmiottare i riots americani, dobbiamo riprendere la tradizione di lotte del lavoro intellettuale e professionale che, anche quando espongono rivendicazioni puramente economiche, sanno proporre una radicale riforma della disciplina d’appartenenza. Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel mondo della sanità con l’esperienza del coronavirus e con il rilancio di una medicina di base in grado soprattutto di prevenire, ci sembra l’esempio più calzante. Ma se questa cosa entra in fabbrica o magari prorompe dalla fabbrica mediante il veicolo della medicina del lavoro, già si comincia a intravvedere una ricomposizione sociale di largo respiro. Se poi il problema lo spostiamo sulla formazione, sugli insegnanti, sulla scuola nella doppia veste di macchina educativa e di ammortizzatore sociale, e da qui a cascata su tutti i campi in cui il lavoro cognitivo, creativo, può mobilitarsi, l’orizzonte che ci si apre davanti con il conflitto è sconfinato. E ricchissimo il patrimonio storico cui possiamo attingere.

Black Lives Matter: culmine di una resistenza decennale

La redazione di Officina Primo Maggio ha intervistato Rick Perlstein, storico e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: The Invisible Bridge: The Fall of Nixon and the Rise of Reagan (2014) e Nixonland: The Rise of a President and the Fracturing of America (2008).

10 giugno 2020

· Quali sono le forme della protesta e in che modo costituiscono un salto di qualità rispetto alla storia politica di Black Lives Matter?

A Chicago, dove vivo, ci sono stati molti cortei nel centro della città anche se il sindaco ha fatto bloccare i ponti per evitare che le persone arrivassero al quartiere finanziario. A partire dagli omicidi di afroamericani da parte della polizia del 2014, le rivolte sono sempre state circoscritte alla città in cui queste violenze hanno avuto luogo, mentre sono mancate rivolte in solidarietà altrove. Anche negli anni Sessanta i tumulti rimanevano spesso confinati nelle città in cui c’era stato un omicidio per mano della polizia. Oggi invece abbiamo proteste in solidarietà anche nel quartiere ispanico di Chicago, per esempio. In questo momento BLM vive nei cortei, nelle veglie e nei flash mob di cui siamo testimoni. A Denver migliaia di persone si sono stese per terra cantando “I can’t breathe” (“non riesco a respirare”, le ultime parole di George Floyd prima di morire). A questo si accompagnano forme di lobbying che hanno l’obiettivo di mettere fine all’uso criminale del potere della polizia.

· C’è un qualche movimento dietro alle proteste di questi giorni? Sta nascendo qualcosa di nuovo?

Non è semplice rispondere a queste domande. Senza un movimento di resistenza alle violenze della polizia che va avanti almeno da dieci anni non sarebbe successo quello che è successo. A questo proposito posso consigliare un bel film, Prossima Fermata: Fruitvale Station, ambientato a Oakland – la città in cui sono nate le Black Panthers – che racconta un episodio di violenza risalente al 2008. Dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel 2014, è cresciuto il movimento che si è chiamato Black Lives Matter, un movimento con molte facce che include cortei, atti di disobbedienza civile, ma ha anche una “sponda” istituzionale. Negli Stati Uniti i procuratori distrettuali, i District Attorney, sono cariche espressione del voto popolare. Al momento ce ne sono almeno tre – Larry Krasner, Chesa Boudin e Kim Foxx – che sono stati eletti con una piattaforma progressista che punta a riformare il sistema penale americano. L’ebreo Larry Krasner a Filadelfia. Il bianco Chesa Boudin, figlio di due membri dei Weather Underground [gruppo di sinistra radicale attivo a partire dal 1969, N.d.R.], a San Francisco. L’avvocatessa afroamericana Kim Foxx di Chicago cresciuta a “Cabrini-Green” – un quartiere di case popolari con la fama di essere un posto molto pericoloso, ora abbattuto – ha sviluppato una visione critica del sistema penale americano e della cosiddetta “guerra alla droga” anche grazie al vissuto della madre, malata psichiatrica che si curava facendo uso di droghe. Direi che BLM si manifesta in un continuum cha va da chi approfitta delle rivolte per accaparrarsi quello che può, agli atti di disobbedienza civile e alle campagne politiche fino a magistrati eletti. Dopo Ferguson ci sono state molto rivolte in cui sono state bruciate auto, distrutte vetrine ed è stato dato fuoco a luoghi più o meno simbolici delle città. La scala delle distruzioni di proprietà privata è stata comunque molto minore rispetto a quello che avveniva negli anni Sessanta. Quello che vediamo oggi è il culmine di una lotta di resistenza decennale. A tutto questo aggiungiamo l’impatto del Covid-19 sulla popolazione nera e l’elezione di un presidente autoritario come Trump.

· Pensi si possano fare paragoni tra Black Lives Matter e il Movimento per i diritti civili?

Per rispondere a questa domanda si dovrebbero scrivere libri interi… In BLM ci sono tante persone diverse… Il movimento per i diritti civili nato negli anni Cinquanta aveva come obiettivo politico la fine della segregazione legalizzata che esisteva negli stati del Sud, ed era radicato principalmente in queste zone. Nel tempo si è poi ramificato nel Black Power che ha avuto diverse gemmazioni, alcune sono andate verso le Black Panthers mentre altre sono entrate nelle istituzioni. Anche il ruolo delle chiese nei due movimenti è nettamente diverso. Anche BLM è essenzialmente fatto di persone giovani, che stanno dando nuova linfa alla tradizione del movimento per i diritti civili.

· Qual è il contesto socio-economico delle proteste?

Le conseguenze della crisi finanziaria del 2007-2008 si sono abbattute sulla popolazione afroamericana, che non se l’è mai passata particolarmente bene. A questo si è aggiunto l’impatto della pandemia di Covid-19, che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera. Contano anche le ineguaglianze sancite dal costo dell’istruzione: per entrare nella classe media serve una laurea e, nella meno esosa delle università pubbliche, le tasse del college possono costare anche 20.000 dollari, una cifra proibitiva per molte famiglie. Questo spiega in parte perché alle proteste partecipano anche molte persone non afroamericane. Ogni giorno abbiamo sotto gli occhi quanto stia divenendo imponente la massa mobilitata da BLM. E non dimentichiamo che negli Stati Uniti abbiamo un movimento antifascista, “Antifa”, che – nonostante sia diventato il capro espiatorio preferito di Donald Trump – si è coagulato attorno all’esigenza di confrontarsi con i gruppi fascisti e suprematisti che hanno il presidente come punto di riferimento.

· Nel tuo lavoro di storico hai studiato e analizzato le conseguenze che i movimenti degli anni Sessanta hanno avuto sullo scenario politico americano. In che modo le proteste attuali possono trasformare l’immaginario politico americano?

In periodi di inquietudine sociale, come sono stati gli anni tra i Sessanta e i Settanta, negli Stati Uniti l’elettorato ha votato per chi prometteva una pacificazione sociale: nel ‘68 scelsero i repubblicani Law and Order, nel ’70 invece vinsero i democratici dato che sembrava che i repubblicani stessero istigando il conflitto sociale. Nelle presidenziali del 1972 il candidato democratico George McGovern sembrava più isolazionista e vicino al movimento pacifista, mentre Nixon vinse promettendo di mettere fine alla guerra del Vietnam. Dunque non è scontato che l’elettorato si rivolga al partito più reazionario.

Nel 1992 Bush padre cercò di dare la colpa dei tumulti di Los Angeles – scatenati dall’ennesimo episodio di violenza poliziesca contro un afroamericano – all’approccio tollerante dei liberal, ma Clinton ebbe la meglio attribuendo la responsabilità di quei disordini ai repubblicani che erano stati al potere nei precedenti 12 anni.

In che modo queste proteste stanno influenzando le dinamiche istituzionali della società americana?

Questo è l’aspetto che dovremo monitorare. Molti membri dell’establishment hanno mostrato solidarietà con gli umori delle proteste, se non direttamente con chi è sceso in piazza, e la risposta autoritaria di Trump ha generato dei contraccolpi nello stesso Partito repubblicano. Nonostante Trump abbia avuto una grande influenza sul partito, ora questo potere sta cominciando a svanire. Per esempio, la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski ha dichiarato di far fatica a supportare il presidente. E non bisogna dimenticare la presa di posizione contro il presidente del generale James Mattis, un ex militare assai rispettato negli ambienti più conservatori dell’esercito. Un altro generale [Mark Milley N.d.R.] ha sottolineato che i soldati hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non sono obbligati a eseguire ordini illegali. È un momento di rottura dentro l’establishment.

La questione razziale è essenziale per definire entità e natura delle diseguaglianze negli Stati Uniti fino al punto che è complicato districare la matrice economica e quella razziale. In che modo il Partito democratico e il movimento di Bernie Sanders hanno cercato di dare un’analisi di questi problemi e di dettare un’agenda politica progressista?

Esiste un esteso dibattito sul ruolo avuto dalla schiavitù nel dare forma al capitalismo americano. La razza è un significante visuale molto potente e le divisioni che determina sono una sfida per chiunque voglia promuovere una politica di classe di massa. Il problema della “identity politics” nasce appunto da qui: ci si può identificare con le lotte degli afroamericani e appoggiare politiche economiche che sono contrarie agli interessi della classe lavoratrice. La comunità afroamericana è la spina dorsale del Partito democratico sul piano elettorale e anche coloro che tra i Democratici rappresentano le istanze delle élites neoliberali non possono non prendere le difese della causa afroamericana. Per esempio, anche una moderata come Hillary Clinton ha portato le madri dei giovani neri uccisi dalla polizia a parlare sul palco della convention democratica del 2016. Nel corso delle ultime Primarie abbiamo potuto vedere che una larga parte degli afroamericani è stata fondamentale per spingere Joe Biden verso la vittoria. Questi elettori non sono particolarmente inclini all’avventurismo politico: trovandosi ad affrontare il problema della propria sopravvivenza non sono propensi a scegliere un candidato radicale come Sanders. Negli Stati Uniti una persona di colore può essere miliardaria ma finire comunque uccisa dalla polizia. Anche se un afroamericano frequenta un college di buon livello e riesce a ottenere un buon lavoro, io come bianco avrò sempre un vantaggio su di lui perché la mia famiglia mi ha lasciato in eredità una casa, per esempio. Fino agli Sessanta, infatti, ai neri non venivano concessi mutui o prestiti. Non c’è modo di ignorare il fatto che il capitalismo americano si è organizzato attorno a questa differenziazione. Anche se per un miracolo riuscissimo a ripartire da una situazione di compiuta uguaglianza, ci sarebbero comunque poliziotti razzisti pronti a sparare, un sistema economico che non permette agli afroamericani di accumulare e trasferire ricchezza da una generazione all’altra, e qualcuno che non legge i curriculum delle persone con un nome o un indirizzo “troppo da nero”.

Quali sono le sfide per i movimenti come Black Lives Matter in cui si incontrano lotte antirazziste e forme di lotte di classe interne al mondo del lavoro?

Questa è una domanda da un milione di dollari. Se in America avessimo sindacati più forti forse potremmo avere qualche giorno di malattia o di vacanza in più o diritto ai congedi parentali in tutti gli stati. Nel nostro sistema politico chi vince piglia tutto – e chi perde non prende niente. Anche per questo non abbiamo un Labor Party o un Black Party. Tutti i movimenti politici di sinistra fanno poca strada nelle istituzioni e il Partito democratico può, per esempio, permettersi di dare per scontato il voto degli afroamericani. A meno che tu non distrugga della proprietà privata è molto difficile trovare un politico disposto a darti retta. Anche i sindacati più forti non hanno modo di far valere il loro peso politico se non appoggiano uno dei due partiti maggioritari.