Il lavoro delle donne in Italia. Riflessioni a due anni dall’inizio della pandemia

Ariella Verrocchio

Emergenze. Brevi considerazioni preliminari su uso (e abuso) della comparazione storica nelle crisi attuali 

Non ce la fai a stare chiuso a casa? Sei annoiato da tv e videogiochi? Preoccupato perché mangi troppo? Bombardato da messaggi, stanco di disinfettarti e fare la fila ai negozi? In crisi di nervi perché i bambini sono insopportabili e non puoi uscire a far jogging, o angosciato da strade vuote e silenzio? Bene. Ora immagina che ti tolgano il gas. Niente cottura, niente riscaldamento, niente acqua calda. Immagina di avere l’elettricità tagliata: niente luce, telefono, computer, tv; niente scuola online, niente telelavoro, niente ascensore; e niente acqua, nemmeno per la toilette. Immagina che il termometro sia sotto zero e di camminare per casa con dieci strati di roba. Immagina che, invece di aspettare nella fila del supermercato, sei in fila con i bidoni per prendere acqua a tre chilometri da casa. Immagina che invece di fare jogging devi tagliare l’albero di un parco per scaldarti o stare in fila ore per un pacco di aiuti umanitari. Immagina che sei ferito mentre fai la fila per il pane o colpito da un cecchino mentre vai a respirare in terrazza. E che, invece del silenzio, hai granate che cadono ogni tre minuti. Ecco, è Sarajevo durante l’assedio.

Sono parole di Azra Nuhefendić, giornalista e scrittrice bosniaca, che dal 1995 vive e lavora a Trieste. Il messaggio, apparso sulla sua pagina Facebook durante le prime settimane del lockdown italiano, viene di lì a poco ripreso da Paolo Rumiz in «Racconto la storia e le fiabe italiane ai nipotini su Skype», pubblicato il 26 marzo 2020 nell’inserto Robinson de la Repubblica. In quelle prime settimane di confinamento, ricordo che le parole di Azra Nuhefendić ebbero su di me l’effetto di potenziare e consolidare il senso di disagio che provavo ogni qualvolta, nel discorso pubblico e mediatico, la pandemia veniva paragonata a una guerra.

Nel marzo 2020, l’uso di tale comparazione è tutt’altro che sporadico, tanto che c’è chi, come lo storico Marco Mondini, riterrà opportuno evidenziare come l’espressione “siamo in guerra” sia la «più ricorrente nelle retoriche ufficiali e nel linguaggio mediatico». A cominciare è l’Italia, seguita a ruota da Francia e Gran Bretagna. 

Nel periodo in cui per contrastare l’emergenza sanitaria è necessario adottare drastiche misure di contenimento e distanziamento sociale, sulla scena pubblica e mediatica riappare un linguaggio guerresco da molti decenni scomparso dalla narrazione. Ritorna all’inizio della crisi da Covid-19, ma rimane anche dopo il primo lockdown, una volta superata la fase maggiormente segnata da lutti e limitazioni delle libertà personali. In Italia e in Francia, è il primo conflitto mondiale, come rileva Mondini, a essere quello più utilizzato come termine ideale di riferimento per esortare la comunità nazionale a stringersi compatta nella lotta contro il Coronavirus, a rispondere con orgoglio, responsabilità, determinazione. 

Tuttavia nel marzo 2020 per chi ha conosciuto la guerra, come Azra Nuhefendić, la comparazione tra gli effetti del Covid-19 sulla vita delle persone e quelli causati da un conflitto appare inconsistente, superficiale, insensata. Sebbene la crisi pandemica sia nella sua fase più difficile e traumatica, il paragone non regge: non riesce a “competere” con il ricordo dell’impatto che la guerra vera ha sulla dimensione esistenziale quotidiana delle persone, con la sua capacità di sconvolgere la loro interiorità e coscienza, di scompaginare vite e progetti.

Durante il primo anno di pandemia, non sono mancate voci provenienti dalla storiografia che hanno espresso dubbi e perplessità riguardo l’uso di approcci comparativi tra la crisi da Covid-19 e altre crisi generate da eventi emergenziali, bellici o epidemici, avvenuti in epoche passate. Penso, tra le altre, a quelle di Teresa Bertilotti e Luisa Passerini in «Il lavoro di storiche» o degli studiosi di storia della scienza Guillame Lachenal e Gaetan Thomas in «Covid-19. When history has no lessons. Facing a crisis without precedent». Articolo quest’ultimo provocatorio e insieme stimolante, in cui i due autori invitano gli storici e le storiche a prendere le distanze dal fascino esercitato dai “precedenti pandemici” e a sostituirlo con una maggior comprensione della capacità da parte delle crisi odierne di resistere all’interpretazione storica. L’indicazione metodologica che se ne ricava è che essere meno inclini a ricercare differenze, analogie, parallelismi con altre emergenze sanitarie e pandemiche – rispetto alle quali l’influenza spagnola del 1918 è divenuta il principale elemento di confronto con il Coronavirus – non vuol dire rinunciare a interrogare il passato nel suo rapporto con la crisi del presente, bensì cercare di farlo nella consapevolezza che la situazione attuale potrebbe richiedere nuove strategie di indagine e nuove categorie interpretative. 

In ogni caso, da qualsiasi punto di vista la si guardi, l’emergenza sanitaria Covid-19 ha rappresentato un evento dirompente, il più dirompente dopo la Seconda guerra mondiale. Tanto impattante da costituire uno spartiacque nello scenario sociale, economico, politico come nella dimensione esistenziale ed esperienziale, nella percezione di sé e del futuro delle persone. La pandemia ha anche mostrato di avere un impatto differenziato su uomini e donne, ponendo numerosi interrogativi sulla sua capacità di produrre disuguaglianze di genere nel breve e medio periodo. Interrogativi che, per altro, non trovano sufficienti elementi di comparazione con il passato, da momento che, come rileva Michal Brzezinski, vi è una sostanziale mancanza di studi sull’impatto delle passate pandemie sulla disuguaglianza di genere.

In questo contributo mi propongo di ritornare con sguardo più distaccato a quel 2020, rivisitare alcune delle riflessioni scientifiche elaborate allora a caldo, ripercorrere parte degli sforzi che, con dinamismo e prontezza, tra il 2020 e il 2021, furono compiuti dalla ricerca per capire cosa stava succedendo nelle nostre vite. Un intervento che vuole tornare a focalizzare l’attenzione sul tema dell’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro delle donne, già affrontato nel numero 3 di OPM, con l’ambizione di provare a ri-tratteggiare una riflessione sull’occupazione femminile. Il contesto in cui riprendere e rintrecciare i fili di questa riflessione è però mutato: una guerra vera è scoppiata in Europa. Insieme allo scenario è cambiata la narrazione in cui siamo immersi: a quella pandemica, che per due anni ha monopolizzato in modo martellante l’informazione, si è sostituita un’altra narrazione emergenziale, onnipresente e pervasiva. 

Il disegno è di Pat Carra, già pubblicato su InGenere

Che genere di incertezza 

Negli ultimi tempi, il senso di incertezza è aumentato e continua ad aumentare nelle persone. Altre paure e inquietudini si aggiungono, intrecciano e sovrappongono a quelle generate dalla crisi pandemica. La guerra appare come un nuovo potente fattore di destabilizzazione, le speranze di una ripresa economica si affievoliscono ogni giorno di più, lasciando il posto a nuove preoccupazioni e nuovi interrogativi sul futuro. Ci si chiede quali saranno le conseguenze delle sanzioni per il nostro paese, se per il mondo del lavoro si aprirà un altro periodo di difficoltà e sofferenze, se vi sarà una rimodulazione degli obiettivi del Pnrr, quale sarà l’evoluzione del rapporto tra debito pubblico e Pil a fronte di nuove crisi. A proposito di quest’ultimo e di comparazioni con il passato, vorrei brevemente richiamare l’attenzione sul contributo del 2021 di Paolo Piacentini, «Il dopoguerra post-pandemico. I problemi del prossimo futuro e i moniti del lontano passato», specialmente per quanto concerne il fenomeno del «salto verso l’alto» e la persistenza nel tempo del debito, fenomeno per il quale secondo l’autore risulta «pregnante l’accostamento tra questa crisi pandemica ed eventi osservati dopo i due conflitti mondiali». Se nell’esperienza degli anni Venti e Trenta “a pagare il debito” fu la generazione sopravvissuta alla guerra, che vide falcidiati risparmi e redditi, la speranza di Piacentini è che, a un secolo di distanza, «fra le nazioni di una Europa non più in conflitto, ma unita nei vincoli di una unione politica ed economica, processi destabilizzanti possono essere scongiurati». Auspicio che in questi ultimi mesi appare un po’ meno convincente. 

Un profondo senso di incertezza è entrato nelle vite delle persone, ma con declinazioni e implicazioni diverse su uomini e donne. Con la crisi da Covid-19 l’incertezza economica, percepita e reale, è sensibilmente aumentata tra queste ultime. La precarietà lavorativa femminile, in quanto fattore strutturale e di lungo periodo, si è rivelata per molte un vero e proprio boomerang durante la crisi da Covid-19, esponendole maggiormente tanto a fenomeni di uscita dal mercato del lavoro che a rischi di povertà. Al proposito basterà richiamare l’attenzione sul divario di genere nel ricorso alla Cig (Cassa integrazione guadagni), come messo in luce da Paola Villa, tra marzo e settembre 2020, periodo durante il quale oltre sei milioni di dipendenti – quasi la metà di quelli occupati in imprese private – sono stati sospesi e interessati dal provvedimento. I dati ci mostrano come le donne siano state fortemente penalizzate dal venir meno di rapporti di lavoro a termine, ovvero in scadenza e non rinnovati: a fronte del 42% di donne sul totale dei dipendenti del settore privato, solo il 27% risulta beneficiario di Cig. Inoltre, come evidenziato da diverse indagini, e tra le altre, dal Gender Policies Report 2021 dell’Inapp (Istituto nazionale analisi politiche pubbliche), nel secondo anno pandemico l’occupazione femminile ha registrato una crescita dei rapporti di lavoro instabili e precari: proprio questa tipologia di contratto nel 2020 è stata tra le principali cause della perdita del posto di lavoro per le donne. 

Costituisce un dato ampiamente condiviso il fatto che le donne, nelle particolari circostanze createsi con l’emergenza sanitaria, si siano trovate sovrarappresentate tanto nei settori in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, quanto in quelli più colpiti dalla recessione innescata dalle misure di contenimento. Questo impatto differenziato è stato principalmente ricondotto alla diversa distribuzione di donne e uomini nel mercato del lavoro, ovvero alla concentrazione delle prime in determinati settori produttivi – quali servizi commerciali, educativi, sanitari, domestici, assistenziali. Se interpretato alla luce delle sue implicazioni storiche, tale impatto ci appare anche sotto un’altra luce, vale a dire come il risultato di fenomeni persistenti e di lungo periodo. Fenomeni che hanno radici lontane, in larga misura riconducibili ai processi di femminilizzazione, ottocenteschi e primo novecenteschi, degli ambiti lavorativi sopra richiamati. La letteratura scientifica sulla storia del lavoro femminile ha messo in luce come la cura abbia rappresentato per le donne un importante fattore di inclusione nel lavoro retribuito. Tra le principali tappe di tale percorso, vi è quella risalente all’età risorgimentale, quando, con l’estensione alla sfera pubblica di alcuni tradizionali ruoli femminili familiari e privati, troviamo sempre più donne occupate nell’educazione, in compiti di cura e di assistenza a poveri e bisognosi. Tuttavia è con la Prima guerra mondiale che la cura inizia a divenire per le donne un vero e proprio lasciapassare nel mondo del lavoro. Basti pensare all’accelerazione e al consolidamento che durante il conflitto conosce la professionalizzazione della figura dell’infermiera. La cura di corpi adulti sarà affidata alle donne alcuni decenni più tardi, ovvero dopo il loro inserimento nell’educazione elementare – si pensi al protagonismo della maestra nell’Italia postunitaria, figura che, come scrive Simonetta Soldani, svolse una sorta di «sacerdozio laico della nazione», creando una preziosa cerniera tra dimensione materna e civile, tra spazio pubblico e privato. Il processo di femminilizzazione della professione infermieristica prosegue anche dopo il conflitto, espandendosi fino a farlo divenire uno dei settori tradizionali dell’occupazione femminile (in Italia le infermiere rappresentano oggi oltre il 76% degli iscritti all’ordine professionale). Per concludere questo breve excursus storico, possiamo dire che, se guardiamo a eventi emergenziali avvenuti in altri periodi, la Prima guerra mondiale rappresentò un fondamentale momento di snodo nell’accelerare e nel consolidare la femminilizzazione di determinate attività – oltre alla presenza delle donne nell’insegnamento, anche nel settore dei servizi sociali, sanitario, impiegatizio. La spinta propulsiva modernizzante innescata dal conflitto, come rileva la storica Barbara Curli, costituì una cesura così forte da non poter essere frenata nemmeno dal fascismo. 

Se guardiamo all’impatto del Covid-19 con una prospettiva di genere e di lungo periodo, possiamo osservare come l’emergenza sanitaria abbia portato alla luce la specificità dell’esperienza professionale e lavorativa femminile, le sue radici storiche e identitarie, e con essa il patrimonio sociale di cura e di relazione storicamente acquisiti dalle donne. C’è però anche un’altra faccia della medaglia a cui dobbiamo guardare. L’impatto dell’evento pandemico sul lavoro femminile ha mostrato come le donne siano molto più esposte ai rischi sociali generati da crisi di questo tipo. 

Tracciare percorsi di riflessione su trasformazioni ancora in atto è tutt’altro che semplice, tuttavia sembrano esserci dei punti fermi. E tra questi la certezza che, a fronte di altre e nuove crisi pandemiche, i costi più alti saranno nuovamente pagati dalle donne se non ci saranno significative trasformazioni nell’attuale struttura del mercato del lavoro. 

Oltre alla precarietà lavorativa e alla concentrazione in determinati settori professionali, durante la pandemia l’altro fattore strutturale che ha largamente concorso a mettere le donne in condizioni di sofferenza e difficoltà è stato il carattere del welfare italiano, fondato su un modello sostanzialmente familiare, di cui la donna è l’asse portante.

L’esperienza dei lockdown, e specialmente del primo, ha avuto un impatto particolarmente forte sulle esistenze femminili e ciò per molte ragioni: ha esasperato situazioni di stress, stanchezza, affaticamento, compromesso equilibri già di per sé difficili e precari nella conciliazione tra vita e lavoro, scompaginato e modificato spazi, abitudini, ritmi, organizzazione. Nell’aprile del 2020, riflettendo su cosa stava accadendo nella vita delle donne, Sabrina Alfonsi scriveva: «Trascorrere il tempo del lavoro, il tempo della cura, il tempo del privato nello stesso luogo, senza la possibilità di staccare, è per le donne un boomerang che le colpisce sul fianco più scoperto. Quello che resta è un carico enorme, quel lavoro sommerso, di cura emotiva di figli e anziani, e lavoro domestico». La pandemia, specialmente nella fase di maggior emergenza, inasprisce la fatica fisica e psicologica del lavoro riproduttivo favorendo con una forza senza precedenti lo svelamento della sua qualità specifica: quella di servire alla vita, di ricreare la vita, di stare alla base di ogni lavoro, permettendo l’esistenza di chi compie gli altri lavori. La qualità che ne fa, per dirlo con le parole di Sara Ongaro, un’attività che si trova in una relazione verticale con gli altri lavori. 

In tale contesto, alle prese con un lavoro familiare reso ancora più impegnativo e gravoso, immaginare il futuro ha per molte donne significato individuare nella riforma del sistema di welfare italiano una necessità prioritaria, non più procrastinabile.

Tuttavia, come è stato da più parti evidenziato, il Pnrr sembra più che altro orientato a colmare alcune grandi mancanze del welfare italiano, piuttosto che a favorire processi di vera e propria trasformazione. Trasformazione che, come osservano Ugo Ascoli e Rossella Ciccia, richiederebbe ben altre risorse finanziare e specialmente un diverso orientamento culturale e politico, capace di guardare la questione della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro come problema non solo femminile; richiederebbe infatti una visione propensa ad accogliere sfide più innovative: «Una prospettiva di genere intersezionale che riconosca le donne come un gruppo eterogeneo, che metta al centro la riprogettazione degli orari e delle forme di lavoro, così come il funzionamento dei sistemi scolastici, che affronti la scarsità di visioni femministe nei luoghi di potere, che sappia contrastare con forza la violenza contro le donne e le persone Lgbtqi». 

Anche restando nell’ambito di obiettivi volti a correggere alcune delle mancanze più gravi del welfare italiano, come nel caso della scarsità di asili nido, permangono alcune criticità e ritardi. Come evidenziato nel novembre 2021 da Luca Brugnara, stando alle indicazioni contenute nel materiale preliminare del Pnrr, si prevede un passaggio, entro la fine del 2025, dall’attuale 26,9% per cento di copertura di servizi per la prima infanzia a quasi il 40%. Obiettivo che in ogni caso non permetterà all’Italia di garantire per il 2026 una disponibilità di posti del 50%, traguardo già raggiunto nel 2019 da Spagna e Francia. Un’altra questione aperta è quella della loro distribuzione territoriale, non fissando il piano asili nido specifici vincoli volti al superamento delle marcate disuguaglianze regionali nell’offerta di questi servizi. Il rapporto nazionale promosso da Openpolis e Con i bambini offre un quadro molto esaustivo dei divari interni, ampi e profondi, esistenti nel nostro paese: tra le aree del centro-nord che, con 32 posti ogni 100 bambini, hanno quasi raggiunto l’obiettivo europeo del 33%, e il Mezzogiorno, dove i posti ogni 100 bambini scendono a 13,5 e il servizio è garantito in meno della metà dei comuni (47,6%). Per dare un’idea dell’ampiezza dello squilibrio, basterà dire che se a Bolzano vi è una disponibilità di quasi 7 posti ogni 10 bambini, a Catania e Crotone questa è sotto i 5 bambini su 100.

Non è bastata una pandemia, con tutto il suo disperato bisogno di cura, a mettere in gioco altri orizzonti, capaci di riconoscere nel lavoro riproduttivo un lavoro tanto impegnativo quanto prezioso e indispensabile alla vita, e ancor meno di pensarlo nel suo rapporto con la produzione e con la ri-progettazione di infrastrutture sociali. Il problema di fondo, come la crisi da Covid-19 ha ancor più evidenziato, non risiede nel suo essere un lavoro non retribuito, ma nello scarso riconoscimento del suo valore. Anzi, è proprio con la sua monetizzazione e collocamento nel mercato del lavoro che, come spiega con chiarezza il contributo di Lucia Amorosi contenuto in questo numero, la contraddizione diventa ancor più evidente ed esplosiva: la cura, anziché acquisire uno statuto dignitoso, diviene un sotto-lavoro, privo di adeguate regolamentazioni e tutele.

La pandemia ha evidenziato e inasprito problemi strutturali che da tempo penalizzano le lavoratrici – precarietà, salari bassi, scarsa occupazione, per citare alcuni dei più rilevanti. A influenzare la percezione che abbiamo di noi stesse e del futuro non sono però solo fattori strutturali (quali lavoro e reddito). Ve ne sono anche molti altri di cui, specialmente nella particolare congiuntura storica che stiamo vivendo, dovremmo tener conto. Tra questi penso al ruolo giocato da una narrazione pandemica onnipresente, martellante, nonché incline a usare una retorica bellica, o da un lavoro familiare che si è mostrato in tutto il suo carico di fatica e responsabilità. Che cosa sia accaduto nelle famiglie italiane (e nelle esistenze femminili) nei periodi di più forte emergenza è difficile dirlo, sebbene la ricerca abbia compiuto sforzi importanti per provare a capirlo. Indagare e delineare traiettorie di trasformazioni che sono ancora in atto è infatti compito piuttosto arduo. Tuttavia formulare delle domande e provare a riflettere su alcuni dei possibili mutamenti attivati o non attivati dalla crisi da Covid-19 è un atto da compiere. 

La domesticità ai tempi del Coronavirus

La pandemia ha messo sotto la luce dei riflettori la dimensione domestica, trasformandola, specie nei periodi di più forte emergenza, in una sorta di laboratorio/osservatorio sul lavoro familiare. Le indagini condotte da diversi gruppi di ricerca su campioni indipendenti – di cui ho cercato di dar conto nel mio contributo contenuto nel n. 3 di OPM – hanno evidenziato come la straordinaria convergenza spazio-temporale delle attività creatasi durante il primo lockdown non abbia sostanzialmente prodotto significativi cambiamenti nella distribuzione del lavoro familiare. Anzi, la tendenza è stata semmai contraria: uno dei dati comuni e trasversali a tutte le indagini è infatti rappresentato dall’aumento per le donne del carico di lavoro domestico e della responsabilizzazione verso la cura dei propri familiari. C’è da dire, che anche in presenza della messa in campo di esperienze orientate verso una più ampia condivisione del lavoro familiare tra uomini e donne, esse non sono di per sé sufficienti a produrre mutamenti culturali duraturi. Inoltre, va anche tenuto presente, che i piccoli segnali positivi che sono stati registrati da alcune ricerche – in particolare per quanto riguarda un maggior impegno da parte dei padri a occuparsi della cura dei figli durante il lockdown – sono stati dettati dalla eccezionalità della situazione emergenziale italiana, tale da fare del nostro paese un caso particolare, il primo tra quelli europei a essere duramente colpito dalla pandemia e a adottare, per periodi anche molto lunghi, drastiche misure di contenimento. La congiuntura può aver favorito l’affermarsi di nuove consapevolezze sulla centralità della cura, come più forti aspettative in direzione di una più equa distribuzione dei compiti familiari, tuttavia tutto ciò, se non è poi sostenuto da adeguate politiche di welfare, non basta ad attivare processi trasformativi capaci di produrre mutamenti culturali duraturi e tanto meno a correggere squilibri profondamente radicati nella nostra società: secondo i dati pubblicati nel 2021 dall’European Institute for Gender Equality (Eige) l’Italia è tra i paesi europei con i più bassi indici di uguaglianza per quanto riguarda il tempo dedicato alla cura e al lavoro domestico. 

Nel valutare l’impatto dell’emergenza sanitaria sulla dimensione domestica, la questione di fondo non è tanto rappresentata dal non aver favorito lo scardinamento di vecchie abitudini e comportamenti, quanto piuttosto dall’aver confermato la forza e la vitalità degli stereotipi di genere nelle famiglie italiane. Stereotipi che, non solo si sono mostrati tutt’altro che indeboliti e compromessi, ma che proprio attraverso la pandemia potrebbero aver anche trovato nuove opportunità di rivitalizzazione. A questo riguardo, alcune indagini condotte nel 2020 hanno offerto a mio avviso spunti molto interessanti, sui quali vorrei riportare l’attenzione. Mi riferisco, in particolare, all’indagine nazionale Che ne pensi? La didattica a distanza dal punto di vista dei genitori, condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze umane dell’Università Milano-Bicocca, e finalizzata a raccogliere, attraverso un questionario on line, dati e informazioni su come fosse stata percepita e vissuta dai genitori l’esperienza della Dad (Didattica a distanza). Tra i dati che saltano subito all’occhio è la netta prevalenza di risposte femminili: su un totale di settemila genitori, a partecipare al questionario sono nella grandissima maggioranza madri (94%), con un’età media di quarantadue anni, per lo più lavoratrici (80%), nell’89% dei casi con un partner, e una provenienza regionale prevalentemente nell’area del Nord-Ovest (70%, contro il 20% in quelle centrali e il 10 % nel Mezzogiorno). L’indagine quantifica in tre/quattro ore al giorno il tempo dedicato dalle madri per supportare l’attività scolastica dei figli in Dad. Al di là del pesante impatto della didattica a distanza sul lavoro familiare, il dato che si impone all’attenzione è il grande e pressoché esclusivo impegno, il forte senso di responsabilità delle donne nell’educazione dei figli. Un altro dato che colpisce particolarmente, anzi ancor di più dei precedenti, è la percentuale di donne, pari a ben il 30%, che non esclude la possibilità di lasciare il lavoro nel caso la didattica a distanza dovesse continuare. È una risposta che merita molta attenzione e che non può essere letta solo come difficoltà di conciliazione tra attività professionale e assistenza ai figli in Dad. Il lavoro svolto dalle donne tra le mura domestiche è stato per lungo tempo adombrato da visioni politiche ed economiche fondate sulla separazione tra lavoro riproduttivo e produttivo. Incapaci di cogliere il profondo nesso che intercorre tra queste due sfere di attività, il lavoro riproduttivo è rimasto in un cono d’ombra e con esso l’esperienza derivante dal patrimonio sociale di cura e di relazione storicamente acquisito dalle donne. Se vogliamo (davvero) interrogarci sulle difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro e su possibili strategie di superamento, un aspetto della questione di cui dobbiamo tenere ampiamente conto è rappresentato dal valore che le donne attribuiscono a tale patrimonio. La pandemia ci ha mostrato in modo esasperato ciò che già sapevamo, che quando i servizi scolastici sono inadeguati, carenti, fragili il tempo dedicato dalle donne alla cura dei figli aumenta.

La crisi pandemica ha dato al lavoro riproduttivo una visibilità del tutto inedita, che tuttavia non è bastata ad attivare, almeno non per il momento, mutamenti di prospettiva capaci di riconoscere nella cura una questione politica e sociale. Il lavoro riproduttivo è sostanzialmente rimasto un affare privato e familiare. E qualora le circostanze dovessero richiederlo, potrebbero essere ancora le donne a restare e/o a ritornare a casa.

I problemi irrisolti dell’attività riproduttiva vanno valutati da varie prospettive e punti di vista, nonché alla luce di altri grandi nodi e ritardi inerenti il lavoro femminile in Italia. Un paese nel quale – è bene ricordare – le casalinghe rappresentano ancor oggi un fenomeno diffuso e socialmente accettato. Le donne che lavorano solo in casa non sono infatti certamente scomparse, anzi. Le ragioni possono essere diverse, come ci spiegano Franca Maria Alacevich e Annalisa Tonarelli in un contributo molto interessante pubblicato nel 2013 dalla rivista internazionale AG About Gender, tuttavia ciò che va sottolineato è come si tratti di una condizione spesso non temporanea, fino a costituire un status che può talvolta prolungarsi anche per l’intera esistenza della persona. I diversi profili delle donne di casa descritti dalle autrici poco fa richiamate ci mostrano che oggi, più che in passato, non si diventa casalinga per vocazione. Le ragioni di questo status vanno cercate in un mercato del lavoro ancora troppo poco inclusivo, nella sua forza espulsiva, e insieme nella scarsità e inadeguatezza dei servizi scolastici, per l’infanzia, per le persone anziane. In un contesto di crisi come quello attuale, a preoccupare sono specialmente le donne più giovani, tra cui più diffusa è la precarietà lavorativa: l’ingresso e/o il rientro nel mercato del lavoro sono incerti, e l’intervallo tra una occupazione e l’altra può essere anche molto lungo. Nell’attesa, la dimensione domestica può divenire l’ambito in cui investire e attraverso il quale controbilanciare l’assenza di realizzazione fuori casa.

Bibliografia e sitografia

F. M. Alacevich e A. Tonarelli, «Convinte o disperate. Casalinghe italiane in tempo di crisi», in AG About Gender, vol. 2 N. 4 anno 2013, riviste.unige.it.

S. Alfonsi, «La casa disuguale», in rubriche #donne&lavoro/8 Il manifesto, 28 aprile 2020. 

U. Ascoli e R. Ciccia, «Introduzione» a «Le donne in Italia durante la pandemia: politiche sociali e prospettive future», Social cohesion papers, n. 2 2021, pp. 7-11.

T. Bertilotti, L. Passerini, «Il lavoro di storiche», in rubriche #donne&lavoro/39 Il manifesto, 30 novembre 2020.

E. Betti, Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Carocci, Roma 2019.

L. Brugnara, «Quanto aumenta la disponibilità di asili nido con il Pnrr?», in Osservatorio sui conti pubblici italiani (Ocpi), 5 novembre 2021. 

M. Brzezinski, «Einfluss auf wirtschaftliche und geschlechtsspezifische Ungleichheiten», in coronakrise-europa.net, 3 giugno 2021. 

B. Curli, Dalla Grande Guerra alla Grande crisi: I lavori delle donne, in Aa.Vv., Storia del lavoro in Italia. Il Novecento 1896-1945, vol. I, a cura di S. Musso, Castelvecchi, Roma 2015, pp. 201-251.

European Institute for Gender Equality (Eige), eige. europa.eu.

Inapp, Gender Policies Report 2021, dicembre 2021.

G. Lachenal, G. Thomas «Covid-19. When history has no lessons. Facing a crisis without precedent», in publicseminar.org, 6 aprile 2020. 

M. Mondini, «In guerra, senza una guerra», in ilbolive.unipd.it., 18 marzo 2020. 

M. Mondini, «In guerra, senza una guerra: pandemia e narrazioni guerriere. In dialogo con Nicolas Beaupré ed Emmanuel Debruyne (prima parte)», in ilbolive.unipd.it., 8 maggio 2020. 

S. Ongaro, Produzione e riproduzione: nuove frontiere di in/esclusione per le donne, in Genere e mutamento sociale, a cura di D. Barazzetti e C. Leccardi, Rubettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 31-43. 

Openpolis e Con i bambini, Rapporto nazionale «Asili nido in Italia. I divari nell’offerta di nidi e servizi per l’infanzia sul territorio nazionale, tra Mezzogiorno e aree interne», 27 aprile 2021. 

G. Pastori et al., Che ne pensi? La Dad dal punto di vista dei genitori, Dipartimento di Scienze umane per la formazione Università degli studi di Milano Bicocca, unimib.it, luglio 2020. 

A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella, Roma 2019.

P. Piacentini, «Il dopoguerra post-pandemico. I problemi del prossimo futuro e i moniti del lontano passato», in coronakrise-europa.net, 30 novembre 2021. 

P. Rumiz, «Racconto la storia e le fiabe italiane ai nipotini su Skype », Robinson inserto di La Repubblica, 26 marzo 2020. 

S. Soldani, Nascita della maestra elementare, in Fare gli Italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G. Turi, Bologna, il Mulino, 1993, vol. I, pp. 67-130.

S. Soldani, Maestre d’Italia, in Il lavoro delle donne, a cura di A. Groppi, Laterza, Roma-Bari 1996.

P. Villa, «L’impatto della crisi pandemica sull’occupazione femminile», in «Le donne in Italia durante la pandemia: politiche sociali e prospettive future» a cura di U. Ascoli e R. Ciccia, in Social cohesion papers, n. 2 2021, pp. 12-19. 

Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni

Ariella Verrocchio

La categoria di genere ai tempi della pandemia

Se sulla scena pubblica e mediatica il tema donne/lavoro va sempre più acquistando spazio, interesse, attenzione, molto lo si deve agli studi che hanno indagato il mondo del lavoro con un’ottica di genere. Nel muovere da diversi approcci disciplinari – diversi ma unificati dalla condivisione di un medesimo punto di vista: il genere – questi studi hanno prodotto un ricco apparato analitico, generato complesse reti concettuali e interpretative, messo a disposizione una grande mole di dati, conoscenze, narrazioni. Senza questi apporti – è bene sottolinearlo – la nostra sarebbe una riflessione manchevole, incompiuta, non aderente alla realtà. Nel difficile e complicato momento storico che stiamo vivendo, la categoria di genere sta del resto mostrando una volta di più – e forse con rinnovata forza e incisività – di costituire una chiave di lettura fondamentale: per comprendere le diverse problematiche sociali, economiche, culturali generate e/o evidenziate dalla pandemia; per riconoscere la complessità e l’eterogeneità del suo impatto sulla vita delle persone. 

Oggi nel dibattito pubblico, l’aggravarsi delle problematiche dell’occupazione femminile nell’impatto con il Covid-19 ha costituito un potente fattore di ripresa di interesse sul tema donne/lavoro, una ripresa accresciuta e stimolata anche dallo spazio riservato alla parità di genere dal Pnrr. Nel guardare al tema delle diseguaglianze e delle strategie necessarie al loro superamento, in tale dibattito è possibile rintracciare, almeno in parte, il riflesso di analisi fondate su una prospettiva di genere – come per esempio in «Il femminismo dei dati», uscito sul blog ingenere. 

Nell’ambito delle più recenti indagini e riflessioni sul mondo del lavoro declinate sul genere, la prima cosa che possiamo osservare è come queste tendano a ruotare e a incentrarsi su due principali assi tematici. Uno è quello rappresentato dai processi di riorganizzazione del lavoro innescati e/o accelerati dalla pandemia (smart working, telelavoro, lavoro da remoto), sui quali sta sollecitando una diversa interrogazione e problematizzazione in termini di impatto e di ricadute sul lavoro delle donne e degli uomini. Il secondo asse tematico guarda alle problematiche pandemia/disuguaglianze, tema che nella declinazione genere e lavoro viene affrontato a partire dal riconoscimento delle disparità che l’emergenza sanitaria ha effettivamente prodotto e/o rischia di produrre e quelle disparità che non sono state create dall’evento pandemico ma che questo ha semmai esacerbato ed esasperato. 

La lettura del mondo del lavoro con una prospettiva storica e di genere ci consente di fare chiarezza su come l’emergenza sanitaria stia evidenziando gap strutturali e culturali di lungo periodo, in primo luogo riconducibili a nodi, fragilità, ritardi inerenti al mercato del lavoro e al sistema di welfare italiani. Allo stesso tempo, nel provare a valutare l’impatto che la pandemia sta avendo sul lavoro (e sulla vita) delle donne, la prospettiva di genere sta richiamando l’attenzione sulla necessità di mantenere vigile lo sguardo su quelle situazioni in cui la straordinarietà generata dal contesto emergenziale potrebbe trascinarle verso nuovi rischi e pericoli di arretramento. 

Questa specifica forma di sapere costituisce una risorsa culturale fondamentale per un deciso e forte cambio di passo su parità e questioni di genere, un cambio di passo che non può più essere rimandato. Offrire a questo sapere la possibilità di contribuire direttamente al cambiamento rappresenta una sfida, tra le molte che ci attendiamo siano finalmente accolte nel nostro paese. 

L’immagine della “mamma italiana”. Uno stereotipo tanto radicato quanto disatteso

Risale a dieci anni fa la pubblicazione di Italiane. Biografia del Novecento di Perry Willson, studiosa di storia delle donne e di genere presso la University of Dundee (Scozia). È un libro che desidero ricordare perché contiene un’indicazione di prospettiva a mio avviso importante: quella che per guardare alle trasformazioni dei ruoli e delle vite delle donne nel nostro paese è necessario non perdere mai di vista il ruolo giocato da un’immagine fortemente standardizzata e condivisa della figura della madre italiana. Lo stereotipo in questione è quello di una madre forte e generosa, che ama incondizionatamente i propri figli, sempre pronta a sacrificarsi per loro. Uno stereotipo potente e persistente, tanto radicato nella nostra società quanto disatteso nella realtà quotidiana della vita delle donne italiane. Messa su un piedistallo, celebrata per le sue virtù, la “mamma italiana” è stata e continua a essere una madre molto poco aiutata dallo Stato. Il persistere di marcati squilibri nella distribuzione familiare dei compiti domestici e di cura, nella conciliazione tra tempi di vita e di lavoro sono problemi che da tempo rientrano nell’ordinarietà delle esistenze femminili. Che l’Italia non sia un Paese per madri lavoratrici, per riprendere il titolo di un articolo di Chiara Saraceno, non è quindi certamente una novità. 

L’Italia si presenta come un Paese nel complesso ancora piuttosto riluttante ad abbattere uno dei principali cardini su cui si è storicamente retta la società patriarcale, la divisione sessuale del lavoro. Tra i diversi dati che attestano questa persistenza, vorrei richiamare l’attenzione su quelli contenuti nel report Conciliazione tra lavoro e famiglia dell’Istat inerenti alla percentuale di donne che nel nostro paese non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli. A emergere rispetto a Ue-28 per l’anno 2018 è un’incidenza tutt’altro che trascurabile e sensibilmente più alta di quella riscontrabile in altri Stati europei – in Italia pari all’11,1 % a fronte del 3,7 % nel complesso dei paesi dell’Unione. Un dato che, collegato al fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici madri con figli nei primi tre anni di vita, appare sintomatico delle difficoltà che molte donne continuano a incontrare nel far coesistere nelle proprie vite esperienza materna ed esperienza di lavoro. Secondi i dati contenuti nel Rapporto 2020 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, le donne che nel 2019 hanno volontariamente interrotto il rapporto di lavoro sono state 37.611, nella grande maggioranza di nazionalità italiana, mentre gli uomini 13.947, con un’incidenza sul totale rispettivamente del 73% e del 27%. Occorre precisare come il dato numerico registrato dall’Ispettorato sia un dato di non facile interpretazione, che va valutato in relazione alle informazioni che la normativa prevede siano fornite in caso di dimissioni da parte di genitori con figli sino ai tre anni (nel caso dei padri solo per quelli che hanno “sostituito” la donna nel congedo di maternità), ovvero avvenute nel periodo compreso tra il primo anno di vita del figlio, nel quale vige il divieto di licenziamento, e nei due anni successivi, durante i quali cessa il divieto ma perdurano problematiche legate alla cura e alla gestione dei figli (per un approfondimento si veda «Due cose sulle dimissioni volontarie»). 

Tuttavia ciò che fin da una prima lettura dei dati appare allarmante è il trend ininterrottamente negativo assunto dal fenomeno in poco meno di dieci anni. I dati numerici registrati dall’Ispettorato del lavoro nel periodo 2011-2019 indicano infatti un costante aumento di dimissioni volontarie, che dai 17.175 casi per le donne e i 506 per gli uomini registrati nel 2011 salgono nel 2019 ai già ricordati 37.611 per le prime e 13.947 per i secondi. Sono dati che confermano una volta di più come la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro costituisca nel nostro paese un’area di forte criticità, in particolare per i genitori con bambini piccoli. La scelta di fare un figlio rappresenta per le donne italiane una scelta particolarmente difficile e che continua a portare con sé rischi anche molto alti, dal ritornare al rimanere a casa, dall’uscita dal mercato del lavoro all’isolamento. I dati sulle nascite del resto parlano chiaro, mostrandoci un andamento della natalità annua che dal secondo dopoguerra in poi è contraddistinta da fasi di prolungata e forte pendenza negativa. Un trend di lungo periodo che negli ultimi sette anni, dopo qualche debole segnale di ripresa nel decennio a cavallo del secolo, è andato assestandosi in direzione di un costante e rapido peggioramento fino a registrare nel 2019 il tasso più basso dall’Unità d’Italia, record ulteriormente superato un anno dopo per effetto dell’impatto del Covid-19 sui progetti familiari ed esistenziali delle persone (si veda «Scenari sugli effetti demografici di Covid-19: il fronte della natalità»). L’andamento demografico italiano costituisce il fenomeno che forse ci mostra con maggior evidenza una delle più marcate contraddizioni della nostra società: nel paese della “mamma italiana” nascono pochissimi bambini, e la denatalità rappresenta un’emergenza. 

Non si porrà mai abbastanza l’accento su quanto gli stereotipi di genere contribuiscano a creare e a sostenere disuguaglianze. Riconoscere la loro funzione, capire le ragioni della loro forza e persistenza significa svelare processi che hanno il potere di influenzare i destini delle persone, di plasmarne le identità. Se insisto sull’immagine della madre italiana, su quella ambigua figura, per dirla con le parole di Lea Melandri, sospesa tra sacralità e determinismo biologico, è perché credo rappresenti uno degli stereotipi nazionali per eccellenza. Uno stereotipo funzionale al permanere di politiche tese a legittimare la divisione sessuale del lavoro, politiche che anziché investire in infrastrutture sociali preferiscono sostenere un welfare di tipo familiare di cui la donna è l’asse portante. Sovraccarico di lavoro domestico ed eccesso di responsabilizzazione verso la cura dei propri familiari sono questioni che da decenni penalizzano la vita delle donne italiane, pregiudicando la possibilità di crescita demografica, economica e sociale del nostro paese. 

La cura della casa e della famiglia ai tempi del Coronavirus. Quando a cambiare è la visibilità del lavoro femminile 

Ma che cosa è accaduto al lavoro delle donne nell’impatto con la pandemia? Per provare a rispondere a questa domanda dovremmo forse prima chiederci cosa sia accaduto nelle famiglie italiane. Se guardiamo al contesto familiare, possiamo constatare come l’emergenza sanitaria ne abbia profondamente scompaginato la vita, i tempi, le abitudini, l’organizzazione. La pandemia ha avuto la forza di ridefinire lo spazio domestico trasformandolo da luogo della sfera intima e privata in luogo dove far convergere le nostre attività extradomestiche. La casa, grazie agli strumenti tecnologici (per chi li possiede), è divenuta lo spazio in cui mantenere i contatti con le diverse sfere della vita (lavorativa, scolastica, sociale, fisica, culturale). Tutto ciò ha attivato nelle famiglie processi complessi, mutevoli, in continua trasformazione, riconducibili a una molteplicità di percorsi ed esperienze, tanto da rendere qualsiasi riflessione che voglia provare a valutarli provvisoria, incerta. Al contempo va osservato come la ricerca abbia saputo rispondere con grande prontezza e dinamismo alle esigenze di approfondimento poste da un evento tanto dirompente come quello pandemico, il più dirompente per i nati dopo la Seconda guerra mondiale, offrendo moltissimi spunti e stimoli di riflessione. Per quanto concerne l’ambito familiare, ciò è avvenuto in particolare in occasione di indagini condotte da gruppi di ricerca diversi su campioni indipendenti, volte a far luce sulle famiglie italiane nella situazione di straordinaria convergenza spazio-temporale delle attività creatasi durante il periodo del primo lockdown. Nel mettere a disposizione dati di recente rilevazione, analizzati nell’incrocio con quelli pre-pandemici e nel confronto con quelli dei Paesi Ue (natalità, istruzione, occupazione, ore dedicate al lavoro retribuito e a quello domestico e di cura), questi studi consentono di ri-misurare e di ri-problematizzare il tema delle disuguaglianze di genere nell’impatto con l’evento pandemico. 

L’impressione generale che se ne ricava è che la pandemia abbia sostanzialmente riconfermato squilibri (e stereotipi) di genere, a riprova del loro profondo radicamento nel nostro paese. L’indagine di Daniela Del Boca et al., condotta tra aprile e maggio 2020 su un campione rappresentativo di 1.250 donne occupate, rileva come durante il lockdown vi sia stato un aumento dell’impegno familiare sia per gli uomini che per le donne. Il dato emerso dall’indagine su cui porre l’accento non è tuttavia questo, bensì quello che evidenzia come tale incremento abbia riguardato molto di più i soggetti femminili, tanto da creare quella condizione di sovraccarico di lavoro domestico e di cura in cui, già nel primo mese di lockdown, Linda Laura Sabbadini, intervistata da Agenzia Dire, individuava una delle situazioni di maggior criticità create dall’emergenza sanitaria. In buona sostanza, se prima della pandemia le donne italiane dedicavano più ore al lavoro familiare rispetto ai loro partner, nel periodo del “Io resto a casa” al carico di lavoro ordinario si è aggiunto quello prodotto dalla straordinarietà creata della situazione emergenziale: riorganizzazione della casa e dei tempi di vita e di lavoro, aumento del lavoro domestico – più pasti, più pulizie, più attenzione all’igiene. A tali mansioni si sono aggiunti compiti straordinari di supporto e assistenza ai figli nei periodi di didattica a distanza e di sospensione delle loro attività fuori casa, ai quali si sono accompagnati sforzi di cura psicologica a bambini/e e adolescenti disorientati, spaventati, stressati dagli effetti della pandemia sulle loro vite. 

A confermare come il periodo di confinamento non abbia prodotto dei significativi cambiamenti nella distribuzione del lavoro familiare vi è l’indagine, promossa nell’ambito del progetto Counting Women’s Work, condotta da un gruppo di ricerca della Sapienza Università di Roma su un campione di 1.040 persone formato da uomini e donne di livello socio economico medio-alto. Nel misurare tempi di lavoro retribuito e tempi dedicati alla cura della casa e dei figli in un arco di tempo più lungo del lockdown (fino a giugno 2020), l’indagine evidenzia come il ritorno alla “normalità” abbia sostanzialmente ripristinato le condizioni precedenti: un carico di lavoro familiare di poco ridotto per le donne, una marcata diminuzione dell’impegno maschile nei compiti domestici e di cura. Nella condizione di straordinarietà creatasi con l’emergenza Coronavirus, gli stereotipi di genere sembrano dunque trovare conferma. Non solo. L’evoluzione della crisi sanitaria lascia intravedere scenari che potrebbero anche preludere a un loro processo di rivitalizzazione, sia come conseguenza del prolungamento del lavoro da casa, sia per le maggiori difficoltà che le donne in cerca di lavoro o che lo hanno perso (99.000 nel 2020 contro 2.000 uomini) potrebbero incontrare nell’accedere e/o rientrare nel mercato occupazionale. 

Come è noto, nel contesto di grave emergenza sanitaria creatosi nel marzo dello scorso anno, laddove le mansioni lo permettevano vi è stato un progressivo trasferimento dell’attività lavorativa nello spazio domestico. Un fenomeno nuovo per molti lavoratori e lavoratrici, spesso indicato con il termine smart working pur senza esserlo quasi mai stato veramente, che secondo i dati contenuti nel rapporto «Demografia e Covid-19» lo scorso anno ha interessato una quota di occupati e occupate che da valori nel 2019 inferiori al 5% è passata nel primo trimestre 2020 all’8,1% salendo nel secondo a più del 19%. Tra i dati di maggior rilievo sul piano delle differenze di genere vi è quello che indica percentuali significativamente più alte tra le donne con almeno un figlio tra 0 e 14 anni. 

Di particolare interesse sul piano delle implicazioni di genere derivanti dalle misure di contenimento pandemico, tra le quali rientrano appunto anche i trasferimenti delle attività di lavoro a casa, è il sondaggio condotto dopo il 4 maggio dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) nell’ambito del Gender Policies Report 2020, ovvero nel periodo della cosiddetta fase 2, caratterizzata dalla ripresa dell’attività produttiva e lavorativa ma anche dalla riorganizzazione dei tempi di vita e lavoro. Realizzata tra giugno e luglio 2020, l’indagine evidenzia come dopo il lockdown gli uomini siano stati i primi a rientrare al lavoro sia nel caso di lavoro dipendente che autonomo. Segnala anche come alcune donne abbiano continuato a lavorare a casa per motivi non riconducibili a normative o specifiche richieste del datore di lavoro bensì in virtù di accordi avvenuti in ambito familiare, nella grande maggioranza riguardanti coppie con figli. Nell’evidenziare il carattere non neutrale del processo di transizione dalla fase 1 alla fase 2, l’indagine stimola a problematizzare diversamente il lavoro femminile a distanza, in particolare in relazione al rischio che possa divenire una strategia di sostegno alla vita familiare. 

In questo quadro si colloca l’impegno di un gruppo di economiste femministe dell’Università di Valencia che nel rivendicare una regolamentazione di genere per il telelavoro ha evidenziato come questa tipologia di lavoro debba non solo fondarsi su una più agile e flessibile organizzazione spazio-temporale, ma debba anche avere un carattere spontaneo e reversibile, così da evitare nuovi rischi di discriminazione per le donne, come nel caso del lavoro part-time. Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale credo utile richiamare l’attenzione su come rappresenti una tipologia contrattuale ancora piuttosto diffusa nei paesi europei: i dati Eurostat 2019 registrano una percentuale del 29,9% di lavoratrici part-time (8,4% per i lavoratori) nel complesso dei paesi Ue-27, tra i quali l’Italia si colloca al sesto posto, con percentuali del 32,9% per le donne, e dell’8,2% per gli uomini. 

L’analisi di quanto avvenuto durante il primo lockdown e nella fase immediatamente successiva non sembra dunque registrare cambiamenti di portata significativa sul piano della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Tuttavia vi sono anche alcune novità rilevanti e che richiedono particolare attenzione. Per prima cosa va osservato come l’emergenza sanitaria abbia contribuito a rendere riconoscibile ciò che l’ottica di genere ha da molto tempo messo in discussione e ridefinito: la distinzione tra pubblico e privato, tra lavoro produttivo e riproduttivo. Per quanto riguarda la prima, le misure adottate per il contenimento della pandemia hanno creato una situazione di vero e proprio sconfinamento, la sfera intima e privata è stata invasa dalla sfera lavorativa ed extradomestica e viceversa, rispetto alla seconda hanno portato alla luce il rimosso del lavoro domestico e di cura non retribuito. Nell’esasperare il carico di lavoro familiare femminile, nell’inasprire gli squilibri nella distribuzione del tempo dedicato da uomini e donne al lavoro retribuito e non, la pandemia ha reso intollerabile quella fatica fisica e psicologica, subdola e imprendibile, che le difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro da tempo hanno portato nelle esistenze femminili. Non c’è quindi da stupirsi se, come messo in luce dalla già citata indagine condotta dalla Sapienza Università di Roma, le sensazioni associate al lavoro di cura che donne e uomini hanno provato durante il primo lockdown siano state molto diverse: un aumento di stress e stanchezza per le prime, un aumento del sentirsi utili per i secondi. 

Se nell’attuale momento storico vogliamo cercare una trasformazione di segno positivo sul versante donne/lavoro, credo questa possa essere al momento individuata nella visibilità inedita, forte, pervasiva acquisita dal lavoro domestico e di cura. Un lavoro spesso confuso con l’amore materno e il suo mitico senso del sacrificio ma che ai tempi della pandemia sta mostrandosi per ciò che effettivamente è: un lavoro non retribuito. Le sue contraddizioni, i suoi nodi irrisolti rimbalzano di continuo sulla scena pubblica e mediatica. E in ciò possiamo scorgere un momento di snodo nella storia delle italiane, non ancora nel segno di un cambiamento strutturale ma che potrebbe preluderlo. La creazione di servizi educativi e scolastici per l’infanzia di qualità, accessibili a tutti, ben distribuiti sull’intero territorio italiano è una delle sfide che ci si attende siano a breve affrontate. 

Donne tra lavoro e non lavoro. Uno sguardo di genere al mercato occupazionale in Italia e in Europa

Nei paesi dell’Unione europea il mercato del lavoro ha cominciato a essere significativamente influenzato dalla crisi innescata dalla pandemia nel secondo trimestre 2020. Tra gli Stati membri dell’Unione europea, nel quarto trimestre 2020, l’Italia assieme alla Spagna e alla Grecia è tra i paesi che hanno registrato più elevati rallentamenti nel mercato del lavoro. Le persone con domanda di occupazione insoddisfatta in questi Stati hanno superato il 20% della forza lavoro: il 25,1% in Spagna, il 23,5% in Grecia e il 21,9% in Italia. Questi paesi hanno anche registrato i maggiori divari di genere osservati nel periodo di inattività: in Grecia il 29,6% per le donne contro il 18,4% per gli uomini , in Spagna il 30,4% per le donne contro il 20,4% per gli uomini, in Italia il 26,5% per le donne contro il 18,3% per gli uomini.

I dati destagionalizzati sui tassi di disoccupazione nel periodo compreso tra marzo 2020 e marzo 2021 forniti da Eurostat registrano nel complesso dei Paesi dell’Unione percentuali totali dal 6,4% al 7,3%, secondo la distribuzione per sesso un aumento per gli uomini dal 6,2% al 7 %, un tasso superiore per le donne che passa dal 6,6 % al 7,7%. Dal confronto tra gli Stati membri, emerge un peggioramento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro anche in paesi con bassi indici di disoccupazione femminile nel periodo prepandemico. Esemplare il caso della Germania, dove, secondo i dati contenuti nel Rapporto Openpolis Occupazione 2020, tra il 2008 e il 2017 si riscontra il maggior tasso di crescita dell’occupazione femminile tra i Paesi Ue del G7 (dal 67,8% al 75,2%), registrando in dieci anni ben 7,4 punti di differenza; nello stesso periodo l’Italia rileva un incremento di soli 2 punti (dal 50,6 % al 52,5 %), decisamente insufficiente per un paese con tassi di crescita molto al di sotto dell’obiettivo del 60% fissato dalla Strategia di Lisbona per il 2010. Secondo i dati Eurostat, la Germania passa da un tasso di disoccupazione femminile del 3,5% nel marzo 2020, percentuale peraltro inferiore a quella maschile (4 %), al 4,6 % nel marzo 2021, stabile rispetto a febbraio (per gli uomini 4,4%). 

Le cose sembrano andare un po’ meglio nei Paesi Ue con bassi tassi prepandemici di disoccupazione femminile e dove alle donne sono garantiti maggiori servizi per l’infanzia. In Francia nel marzo 2021 il tasso di disoccupazione femminile si presenta in controtendenza rispetto al dato registrato nel complesso dei Paesi Ue, mostrando un andamento di decrescita che la vede passare dal 7,5% al 7,3% (per gli uomini dal 7,4% all’8,4%). Nei Paesi Bassi il tasso di disoccupazione femminile presenta una crescita contenuta e passa dal 2,9% al 3,6 %. Questo però non avviene ovunque. Basterà al riguardo richiamare il caso della Svezia che nel 2017, secondo il già richiamato Rapporto Openpolis, è tra i membri dell’Ue con il più alto tasso di occupazione femminile (79,8%), ma che nel periodo pandemico risulta interessato da un sensibile aumento del tasso di disoccupazione tra le donne che dal 7,4% nel marzo 2020 sale nel marzo successivo al 9,3%, mantenendosi stabile rispetto a febbraio. 

Le situazioni più critiche si sono verificate tuttavia dove il mercato del lavoro femminile presentava significative debolezze già prima della pandemia. Così in Spagna, dove il tasso di disoccupazione tra le donne passa dal 16% al 17,4 % tra marzo 2020 e 2021, e anche in Italia cresce dall’8,2 all’11,4%, in aumento dall’11,3% di febbraio (dati provvisori). Nel confronto con i tassi di disoccupazione femminile presenti negli altri Paesi Ue, questi dati mostrano indici sensibilmente maggiori: il nostro Paese si colloca dopo la Spagna (segnaliamo che per la Grecia sono disponibili i dati per marzo e dicembre 2020, pari a 18,6 e 19,5%, mentre non lo sono per il periodo gennaio-marzo 2021). Il dato sulla disoccupazione femminile in Italia acquista ancor più significato se collegato al tasso di crescita dell’occupazione femminile, che dopo aver sfiorato nel dicembre 2019 il 50%, nel 2020 scende al 48,6 %. Un tasso molto basso se confrontato con il dato medio Ue-27 pari al 63%, e ancora molto distante dall’obiettivo della Strategia di Lisbona, pari al 60%.

Rivolgendo nuovamente lo sguardo allo scenario internazionale, l’impatto della pandemia sull’occupazione ci mostra una generale tendenza a produrre una significativa perdita di posti di lavoro tra le donne. Si tratta di uno scenario diverso rispetto a quello della crisi del 2008, che al contrario danneggiò molto di più il lavoro degli uomini investendo settori produttivi con una più forte presenza maschile come quello edilizio e manifatturiero. Da più parti si è evidenziato che la crisi pandemica ha colpito molto di più l’occupazione femminile, perché concentrata in settori relativamente stabili nei cicli economici tipici fortemente influenzati dalle misure di chiusura e di distanziamento sociale, quali commercio al dettaglio, ristorazione, turismo, cultura, servizi domestici. La pandemia ha avuto, inoltre, uno specifico impatto sull’occupazione femminile anche per aver portato molte lavoratrici in prima linea nella lotta contro il Coronavirus. Basterà dire che nel 2019 il 76% dei quarantanove milioni di persone impiegate nel servizio sanitario nei paesi Ue sono donne, come lo sono l’82% delle persone addette alle casse nei servizi commerciali, l’86% di quelle impiegate nei lavori dedicati alla cura della persona nel campo sanitario, il 95% di quelle impiegate nei lavori domestici e assistenziali. 

Il forte impatto che la crisi pandemica ha avuto sull’occupazione femminile trova una delle sue principali cause nella diversa distribuzione di uomini e donne nel mercato del lavoro, una distribuzione che nelle eccezionali circostanze storiche createsi con l’emergenza sanitaria Covid-19 ha visto le donne sovrarappresentate tanto nei settori in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, quanto in quelli più colpiti dalla recessione innescata dalle misure di contenimento. L’Italia è stato il primo Paese europeo a essere colpito dall’emergenza sanitaria e ad aver adottato il confinamento e il distanziamento sociale. All’indomani della pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione italiana per il mese di aprile 2020, Francesca Bettio e Paola Villa evidenziavano come la recessione innescata dalle misure di contenimento pandemico stesse avendo effetti negativi molto di più tra le donne che tra gli uomini. Effetti che, come previsto dalle due autrici, sono perdurati nei mesi successivi sia in termini di perdita di posti di lavoro che di impatto differenziato tra settori produttivi, e quindi tra uomini e donne. In un contesto come quello italiano, dove il vero e grande problema dell’occupazione femminile risiede nella scarsità di lavoro, la prospettiva di genere ha portato l’attenzione sulla necessità di riequilibrare l’occupazione favorendo l’accesso e l’inclusione delle donne in quei comparti che continuano a essere appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. Sono i settori al centro del processo di greening – agricoltura, edilizia, public utility e trasporti, con una partecipazione tradizionalmente prevalentemente maschile. Come evidenziato dal Manifesto di Donne per la Salvezza/Half of it, basterà dire che nell’ambito del settore delle costruzioni per il 92,4% delle assunzioni sono preferiti i maschi (rispetto al 1,4% di femmine e al 6,2% di indifferente), o guardare a settori come quello dei trasporti e della logistica dove pure si registrano marcate differenze di genere. Per quanto concerne il rapporto tra disparità occupazionale e livelli di istruzione femminile, la prospettiva di genere ha, inoltre, prestato particolare attenzione al permanere di un marcato svantaggio femminile nelle lauree tecnico-scientifiche, le cosiddette lauree Stem (Scienze, tecnologie, ingegneria e matematica), tra le quali si registra un 37,3% di maschi contro un 16,3% di femmine, che sul totale dei laureati/e rappresentano, nel 2019, il 22,6% contro il 16,8% degli uomini. 

Il grande impatto che l’attuale recessione sta avendo sul lavoro delle donne è un fenomeno che nei Paesi dell’Unione europea presenta andamenti e tratti comuni, tanto sul piano delle cause che degli effetti. Ma come per qualsiasi grande crisi, è un impatto che va misurato tenendo conto anche delle specificità nazionali. In Italia il mercato del lavoro presentava già prima della pandemia marcate diseguaglianze sul piano dell’accesso e della permanenza delle donne, e qui dunque si rendono necessarie misure alquanto efficaci e tempestive. Misure che contrastino le disparità di genere nel mondo produttivo e che incrementino l’occupazione femminile in tutti quei settori che più si espanderanno e ai quali saranno destinati il grosso delle risorse dei fondi del Next Generation Eu, a partire dai lavori cosiddetti green e digitali. Affrontare questi nodi rappresenta per l’Italia un’opportunità storica e insieme una necessità, l’opportunità di superare il gap occupazionale con l’Europa, la necessità di scongiurare che le conseguenze sociali, economiche e demografiche derivanti dall’impatto della recessione sul lavoro femminile sopravvivano alla pandemia. 

(maggio 2021)

Bibliografia e sitografia

Agi e Openpolis, Occupazione 2020. Il lavoro in Italia e in Ue rispetto agli obiettivi di Europa 2020, openpolis.it, aprile 2019.

V.T. Alon et al., «The shecession (she-recession) of 2020: Causes and consequences», voxEU.org, 22 settembre 2020.

E. Betti, Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Carocci editore, Roma 2019.

F. Bettio, P. Villa, «Gli effetti del Covid sull’occupazione femminile», ingenere.it, 4 giugno 2020.

G. C. Blangiardo «Scenari sugli effetti demografici di Covid-19: il fronte della natalità», istat.it, 28 aprile 2020.

V. Cardinali «Due cose sulle dimissioni volontarie», ingenere.it, 23 luglio 2020. 

M. Corsi, G. Zacchia «Il femminismo dei dati», ingenere.it, 3 marzo 2021. 

A Del Boca et al., «Prima, durante e dopo Covid-19: disuguaglianza in famiglia», lavoce.info, 12 maggio 2020.

Di condizione precaria. Sguardi trasversali di genere tra lavoro e non lavoro, a cura di L. Salmieri, A. Verrocchio, Edizioni Università di Trieste, Trieste 2015.

Donne per la Salvezza/Half of it, «Manifesto. Idee per una ripartenza alla pari», halfofit.it, 31 gennaio 2021.

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le politiche della famiglia, L’impatto della pandemia di Covid-19 su natalità e condizione delle nuove generazioni. Primo rapporto del Gruppo di esperti «Demografia e Covid-19», in collaborazione con Istituto degli Innocenti, Firenze, dicembre 2020. 

Eurostat, Mercato del lavoro debole. Fabbisogno di lavoro insoddisfatto. Statistiche trimestrali 2020, ec.europa.eu/eurostat (ultima consultazione 20 maggio 2021).

Eurostat, Statistiche sulla disoccupazione, tabelle tassi disoccupazione destagionalizzata totali e per genere nell’Unione Europea, nell’area dell’euro e nei singoli stati marzo 2020 – marzo 2021, ec.europa.eu/eurostat.

Eige-European Institute for Gender Equality, Covid-19 and gender equality, eige.europa.eu.

L. Gaibar, «Economistas feministas demandan mayor perspecitiva de género en la ley del teletrabajo», El salto, 6 luglio 2020, trad. it di M. Perversi, bossy.it, 28 luglio 2020. 

Gender Policies Report 2020, a cura di V. Cardinali, Inapp, ingenere.it, dicembre 2020..

Ispettorato nazionale del lavoro, Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni volontarie e risoluzioni consensuale delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri ai sensi dell’art. 55 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151, anno 2019.

Istat, Statistiche Report. Conciliazione tra lavoro e famiglia. Anno 2018, istat.it, novembre 2019.

Istat, Statistiche Report. La dinamica demografica durante la pandemia Covid-19. Anno 2020. L’epidemia accentua la crisi demografica, istat.it. 

Istat/Eurostat, La vita delle donne e degli uomini in Europa. Un ritratto statistico, istat.it, luglio 2020.

Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata, Istat, Roma 2020.

G. Pastori et al., Che ne pensi? La DAD dal punto di vista dei genitori, Dipartimento di Scienze umane per la formazione Università degli studi di Milano Bicocca, unimib.it, luglio 2020.

A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella, Roma 2019.

«1.554.503 occupate in più», ingenere.it, 19 marzo 2021.

C. Saraceno, «Lavoro e famiglia, questo non è un Paese per madri», La Repubblica, 27 maggio 2021.

P. Villa, «La pandemia ha colpito il lavoro delle donne», ingenere.it, 22 marzo 2021.

P. Willson, Italiane. Biografia del Novecento, Laterza, Roma-Bari 2011.

M. Zannella et al., «Un’occasione per i padri», ingenere.it, 17 luglio 2020.

Editoriale

Ci sono state due Italie dall’inizio della pandemia. Quella che è stata fermata e quella che ha lavorato come prima, anzi più di prima. Eppure nei media solo quella bloccata è stata al centro della scena e lo slogan «L’Italia è ferma, fatela ripartire, lasciateci lavorare» è stato gridato con tutta la sua carica di mistificazione da leghisti e pronipoti di Mameli, che non hanno fatto altro che marciare sulla rabbia di pizzaioli e gestori di Airbnb. Invece dovremmo occuparci – ed essere fieri – dell’altra Italia, quella che ha fatto gli straordinari nelle fabbriche, i turni negli ospedali, quella che ha passato le giornate nella didattica a distanza, che s’è ammazzata per consegnare un pacchetto in più. Sanità, scuola, industria, logistica e trasporti. Il minimo indispensabile, ma comunque sufficiente, per tenere in piedi un Paese. Se potessimo decidere noi l’impiego dei soldi europei ne metteremmo la massima parte in questi settori. Le scelte demenziali dei decenni precedenti li hanno ridotti a settori marginali, quasi dei vuoti a perdere. Qualcuno dice qualcosa sulla vicenda Stellantis? Al fatto che l’Italia avesse perduto l’industria dell’auto ci eravamo abituati, Marchionne in parte ce l’aveva riportata, a modo suo, ma ce l’aveva riportata. Oggi un manager portoghese qualunque se la ripiglia e si mette in valigia anche la componentistica. E nessuno fiata. Né potrebbe essere altrimenti in un Paese che aspira a trasformare se stesso in un coacervo di turismo, fiere, congressi, gastronomia e divertimento. Un Paese dove il gioco d’azzardo è una componente rilevante del Pil, un Paese che ha lasciato correre i contagi pur di lasciare aperte le discoteche d’estate. Un Paese che ormai sottomette l’arte, la cultura ai ritmi e alle esigenze dei tour operator. E chiama tutto questo “terziario”. 

Come non mettere oggi al primo posto di tutti i pensieri e di tutte le azioni il cambiamento del modello di sviluppo? Come non porre questa come discriminante delle scelte politiche? Modello di sviluppo ma anche assetto istituzionale. Non è possibile andare avanti con uno Stato in balìa di sedicenti “governatori”. Perché Stato deve esserci, altrimenti che senso ha parlare di “servizio pubblico”? Perché solo il potere concentrato di un intervento pubblico può modificare un modello di sviluppo. Un potere statale bilanciato dalla rete di comunità autogestite, autodeterminate, consapevoli. 

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr.

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr. Invece quello che regge sanità, scuola, industria, logistica è il lavoro. Il servizio pubblico di per sé è lavoro al 90%, perché solo l’impegno individuale, l’abnegazione delle persone riesce a far funzionare un insieme di norme, di regolamenti, di procedure che sembrano partoriti da menti malate. Sanità e scuola, solo il fattore umano le tiene in piedi, non c’è finanza, automazione, tecnologia, digitalizzazione che tenga. Industria e logistica, il fattore umano non conta? Tutto è software, robot, algoritmo, certificazione di qualità? E la cultura? Quella che ancor si sottrae alla mercificazione turistica, quella che trae alimento solo dalla creatività, in quella – cos’è che vale se non il fattore umano?

Certo, ci sono dei settori della cultura dove l’oligopolio e la tecnologia sovrastano, determinano, condizionano, sussumono interamente la creatività. L’associazione di freelance Acta sta conducendo un’indagine sul settore audiovisivo in Lombardia e Veneto, dalle decine di interviste approfondite con varie figure professionali del settore emerge il potere sovrastante di Netflix, che non è diverso da quello di Amazon nella logistica, da quello di Google, di Facebook, di quei colossi che ormai costituiscono l’odierno Leviatano. Qualche sciopero di macchinisti, di elettricisti, ricorda ancora che quell’elemento residuo, il lavoro, persiste. Ma sono punzecchiature di spillo in un ambiente, un mercato, dove la marxiana sussunzione reale al capitale sembra aver raggiunto lo stadio finale. La cultura – che vorremmo aggiungere ai quattro pilastri sanità, scuola, industria, logistica come essenza della società civile – sembra trovarsi stretta proprio tra essere una variabile del turismo ed essere funzione del Leviatano.

La vignetta è di Pat Carra, uscita su inGenere.it

Dentro il lavoro chi ha sofferto di più sono le donne. Tra i tanti aspetti fondamentali del nostro modello di società che la pandemia ha messo a nudo questo dovrebbe essere collocato al primo posto nelle politiche riformatrici. Tra l’altro ci rivela quanta mistificazione ci sia nella filosofia, nelle pratiche, delle “quote di genere”. La presenza sempre più massiccia di donne nella politica e nel management aziendale non ha minimamente migliorato la condizione della donna che lavora, in particolare se si tratta di donne madri. Dovremmo accettare che un secolo di femminismo venga ridotto alla semplice possibilità per qualche donna di “fare carriera”? Durante la pandemia le donne hanno pagato il prezzo più alto in termini occupazionali e il prezzo più alto – soprattutto se madri – in termini di condizioni di lavoro. Avere ancora una volta cancellato dall’agenda il tema “lavoro” dal Pnrr ci fa concludere che sulla questione di genere siamo al punto di prima. E la parte che vediamo comunque dedicata ai servizi sociali ci sembra troppo limitata soprattutto se messa a confronto con l’assordante rumore prodotto dalla banda degli ottoni della “svolta green”, ultimo camuffamento del capitalismo di rapina. L’unico intervento messo in atto dal governo Draghi che potrebbe avere conseguenze importanti sul tema lavoro è quello che riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali. Qui potrebbe giocarsi una partita molto grossa, su questa riforma vanno puntati i fari dell’attenzione democratica. Non dimentichiamo che il sistema vigente è nato come strumento di pacificazione di massa nel pieno delle lotte operaie degli anni Settanta. Se venisse ricondotto alla sua funzione originaria di strumento di politica industriale sarebbe già un passo avanti, se invece diventa un ulteriore incentivo alla flessibilità della forza lavoro finisce solo per creare ulteriore disagio. Se una riforma degli ammortizzatori non viene in qualche modo agganciata all’introduzione del salario minimo legale, realizzarla oggi nel terzo decennio del nuovo millennio, può essere totalmente inefficace o, appunto, produrre effetti di ulteriore impoverimento della società.

Osservando lo spazio pubblico della politica, vediamo che nessuno degli ambiti di attività che abbiamo evocato e ritenuto essenziali alla sopravvivenza di una società civile è presente nei discorsi che là dentro circolano. E questo dà la misura dell’abisso che separa la politica dalle cose che contano. Ma ancora più preoccupante sembra la fiducia riposta nei “tecnici” come possibile rimedio all’insulsaggine del discorso politico, fiducia che poggia sull’illusione che essi abbiano ancora potere, che la loro “integrità” possa avere la meglio sulle beghe di partito, che la loro “lontananza” dalla politica possa conferire autorità alle loro decisioni. Da qui tutta la fiducia messianica nel profeta Draghi. I suoi tecnici potranno scrivere sulla carta i programmi più sofisticati del mondo ma a metterli in pratica saranno i lestofanti, i minus habens delle mille istituzioni dove i partiti hanno riempito gli organici del personale. Per cui ha ragione il Forum Dd di Fabrizio Barca a dire che salvare il salvabile è possibile solo se i tecnici vengono affiancati, supportati, consigliati, dalle tante istanze della società civile, che bene o male nel loro sforzo quotidiano di controllo dei comportamenti della Pubblica amministrazione talvolta riescono a evitare il peggio. Non c’è dunque una parola sul lavoro nel Pnrr, perché sanità, scuola, industria, cultura, in trent’anni di colpi di piccone sono stati ridotti a settori residuali. 

È davvero surreale la noncuranza con cui i “tecnici” hanno evitato qualsiasi confronto con i corpi intermedi. “Non c’era tempo”, dicono. Magari qualcuno pensa che avevano ragione, tanto… che sangue ci cavi dalle rape dei corpi intermedi? Non è vero, basta leggere la spietata disamina del Pnrr scritta qui da Matteo Gaddi per constatare che persino il tanto bistrattato sindacato ha da tempo abbozzato delle idee di politica industriale, buone o cattive che siano con esse ci si può misurare. E quelle avanzate da tante istanze ambientaliste, per esempio sulla politica energetica, non hanno forse un certo peso? I corpi intermedi sono ridotti male, d’accordo, ma l’Italia è piena di iniziative della società civile, della ricerca, che continuano a sfornare ragionamenti utili a modificare almeno in parte il modello di sviluppo. Niente.

E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti

Proviamo allora a spostare lo sguardo su quei settori che il modello di sviluppo finora perseguito considera strategici, in particolare ristorazione e turismo. Si dice che servono a valorizzare la tradizione della nostra cultura gastronomica, la bellezza del paesaggio e la maestosità del patrimonio storico-artistico, si dice che quella è la grande dotazione di capitale collettivo che viene messa a valore. È davvero così? Quei settori si reggono su lavoro precario a basso costo, nella gestione del patrimonio artistico anche su lavoro gratuito. È il lavoro che tiene in piedi ristorazione e turismo. La molla del turismo moderno – in questo senso l’industria delle crociere è un esempio da laboratorio – è il basso costo, il turismo di massa vola low cost. E cos’è il basso costo se non il basso costo del lavoro? La grande risorsa italiana non è il Ponte di Rialto o il Battistero di Firenze, è il cuoco senegalese che sta in cucina dodici ore al giorno senza contributi, è il cameriere brasiliano che dorme in una stanza d’affitto con altri sei. Il tour operator come potrebbe confezionare i suoi bei pacchetti (Venezia, Firenze, Roma in due giorni) senza disporre di un autista di pullman che guida per dieci ore al giorno e di un’accompagnatrice turistica a partita Iva con orari di lavoro ancora più lunghi? Proviamo a immaginare se, per un colpo di bacchetta magica, tutto il personale della ristorazione, bar, trattorie, pizzerie ecc., percepisse un salario orario di 9,35 euro, maggiorato di 1 euro per le ore di straordinario oltre le 8 giornaliere (abbiamo assunto come parametro il salario minimo legale tedesco) e pagamento regolare dei contributi. Quanti esercizi resterebbero ancora aperti? 30% è un calcolo ottimistico, secondo un sindacalista che abbiamo interpellato. E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti. Quale futuro può avere un Paese che si affida allo sviluppo di ristorazione e turismo? Che prospettive può dare ai suoi giovani? Quelli che studiano, l’élite, quelli dei dottorati, dei master, dell’inglese parlato meglio dell’italiano, quelli son destinati ad andarsene, come fossimo nella Ddr. Preparava professionisti e tecnici di alto livello la Germania di Ulbricht, ritenuti spesso migliori di quelli usciti dalle università della Repubblica federale. Finiti gli studi se ne scappavano all’Ovest. E hanno fecondato sia la Germania della contestazione (Rudy Dutschke era una promessa dell’atletica leggera comunista) sia la Germania della leadership europea (Angela Merkel figlia di un pastore protestante di Amburgo, è cresciuta nella Deutsche demokratische republik). 

Prima della pandemia il Paese ci appariva, dal punto di vista del lavoro e delle prospettive delle nuove generazioni, nettamente spaccato in due: quelli che hanno il privilegio di una formazione di alto livello che se ne vanno all’estero e quelli ai quali non resta che cercare in Italia una pseudo-occupazione nella gig economy. Tra i due lo strato pervasivo, sempre più infestante, di coloro che pian piano occupano ruoli direttivi non per merito ma per cooptazione praticata dai partiti. Su queste tre gambe, sempre più traballanti, si regge il lavoro in Italia. Quindi necessariamente lo strato più consapevole, più aperto, più disponibile, più competente – il vero grande patrimonio umano della nazione – è costretto a cercarsi uno spazio extraistituzionale di espressione e di azione, non sempre intercettato dalla rete delle comunità (che non sono né debbono essere solo comunità di cura). In questo Paese ci si ritrova a sentirsi ai margini, si finisce per diventare apolidi. Sensazione fortissima in questo periodo in cui le restrizioni imposte dalla pandemia hanno tagliato le gambe al conflitto, cioè alla forma di azione collettiva che maggiormente ci restituisce ancora il senso di una cittadinanza. 

Ma questa condizione forse è in via di superamento grazie alle campagne vaccinali, non vediamo l’ora di poter riprendere l’agibilità di strategie conflittuali. Non vediamo l’ora di poterci misurare ancora con lo stato d’animo, con le idee delle persone, con le tante tantissime esperienze che nel sociale e nella ricerca militante riescono ad impedire che questo Paese scivoli nel baratro. Sugli obiettivi da perseguire abbiamo ora le idee più chiare. La pandemia ha messo a nudo quelle realtà scomode che tante volte avevamo denunciato. Certo, il rischio che questo Pnrr, proprio per le ragioni qui esposte, dia il colpo di grazia a un Paese già provato da scelte disastrose, c’è. Ma non è detto che debba sempre finir male. Dipende anche da noi.

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

C. Heckscher, F. Carré, «Strength in networks: Employment rights organisations and the problem of coordination», British Journal of Industrial Relations, 44, 4, 2016.

E. Sinibaldi, La rappresentanza del nuovo lavoro autonomo, tesi di dottorato, Università di Pavia, Pavia 2014.

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.