Caporalato o schiavismo? L’altra vendemmia di Alba
Il testo della Caritas di Alba che ripubblichiamo ci racconta che il nostro non è solo il paese dei bassi salari. È anche un paese con una cospicua e strutturale quota di forza-lavoro ormai stabilmente sottoposta, oltre che allo sfruttamento capitalistico e al caporalato, a una condizione di schiavitù o semischiavitù di fatto. Sono centinaia di migliaia di lavoratori costretti a lavorare senza contratto per pochi euro l’ora dall’alba al tramonto, sette giorni su sette, e a dormire accampati in rifugi di emergenza sovraffollati, in condizioni igieniche precarie (ma per i quali subiscono la decurtazione di una parte dei loro compensi). E sono allo stesso tempo vittime di soprusi, ricatti e violenze fisiche e morali, privati della libertà. Condizioni di lavoro ottocentesche che si integrano alla perfezione (e sottovoce) nell’economia del 4.0 e dell’IA (che del resto – lo abbiamo visto nel documentario In the belly of AI, che abbiamo proiettato qualche settimana fa alla Calusca a Milano e al Polo del Novecento a Torino – usa anch’essa forme di sfruttamento schiavistico e persino il lavoro dei carcerati, per addestrare gli algoritmi).
I dati della Caritas sull’ “altra vendemmia” confermano ciò che da anni ci raccontano le inchieste di Marco Omizzolo sullo sfruttamento dei Sikh a sud di Roma, che a giugno ci aveva confermato l’uccisione degli afghani arsi vivi ad Amendolara, forse proprio perché avevano cercato di ribellarsi e prima ancora la morte di Satnam Singh, abbandonato dal suo padrone davanti a casa, col braccio destro amputato da una macchina e le gambe schiacciate mentre lavorava nelle campagne di Latina.
Da nord a sud lo schiavismo attecchisce e non in un quadro di sottosviluppo, anzi. Il rapporto di Mediobanca sui dati cumulativi 2016-2025 delle maggiori 1.700 imprese italiane attesta che l’ebit margin medio (meno influenzato dall’inflazione rispetto al fatturato) da metà 2020 – in piena pandemia – a metà 2025 è schizzato dal 4,1% al 6,7%. I profitti delle banche, dopo un 2024 da record, hanno continuato a crescere: l’anno scorso Intesa San Paolo ha messo a bilancio un utile di 9,3 miliardi di euro (+7,6%); Unicredit 10,6 (+14%); Monte Paschi 3,04 (+17,7%). Vogliamo parlare di chi vende energia?
Anche la narrazione dei padroncini “costretti” a sfruttare i lavoratori per far fronte ai colossi che dominano il mercato va presa con cautela. Da un lato agricoltori e camionisti pugliesi che dicono “No alla guerra, sì alla terra” esprimono una contraddizione reale: la guerra ha fatto impennare i prezzi del gasolio e dei fertilizzanti mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molti. Dall’altro ancora Omizzolo ci racconta che chi schiavizza i braccianti nelle campagne di Latina, non è piccolo, ma dirige imprese che fatturano milioni di euro e spesso si muovono nel grande giro della criminalità organizzata. A Milano la società che faceva lavorare 12 ore al giorno a due euro l’ora gli operai nel cantiere del nuovo consolato americano, Caddell Construction, fattura oltre un miliardo e mezzo di dollari l’anno ed è tra i primi 100 fornitori del governo federale.
Eppure politica, sindacato e istituzioni , con qualche lodevole eccezione – vedi i rapporti della Fondazione Placido Rizzotto creato dalla FLAI CGIL e gli interventi della presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara Gribaudo (PD) – non vanno oltre le belle parole. La Meloni ha minacciato di andare a caccia di scafisti per tutto il globo terracqueo (per fermare gli immigrati che rubano il lavoro agli italiani), ma non ha dato agli ispettorati del lavoro (come del resto i suoi predecessori) né i mezzi né la strategia per dare la caccia a chi, molto più a portata di mano, tratta i lavoratori come bestie. Tempo fa a uno di noi una funzionaria di un ispettorato del lavoro calabrese raccontava sconsolata: “A noi ci mandano nei campi a chiedere ai braccianti per chi lavorano e come li trattano. Ma quelli non rispondono, primo perché non parlano l’italiano, secondo perché anche se lo parlassero si guarderebbero bene dal denunciare chi su di loro ha in pratica potere di vita e di morte”. Sul consolato USA a Milano il massimo che è riuscito a dire Sala è stato che si tratta di “una brutta pagina”. In compenso c’è chi da sindacalista dei braccianti è diventato deputato e chi ministra.
Se chi dovrebbe intervenire non va oltre le parole, Officina Primo Maggio prova a usarle le parole almeno per denunciare il problema, metterlo al centro della discussione e dargli l’enfasi che merita, nella speranza che questo possa accrescere la pressione su chi dovrebbe intervenire e anche a segnalarlo chi si occupa di giustizia sociale e di razzismo. Spesso, ad esempio, CPR e strutture di accoglienza per i caporali diventano serbatoi di forza-lavoro, anche grazie alla connivenza di chi dovrebbe vigilare. Potrebbe essere un aspetto su cui lavorare.
L’altra vendemmia
Alla fine della vendemmia 2026 vogliamo provare a visualizzare i numeri da record de “l’altra vendemmia”, quella che non si vede, vissuta dagli indispensabili lavoratori primari: migliaia di donne e uomini perlopiù stranieri, europei dell’Est, africani, pakistani, indiani, bengalesi, relegati al ruolo di umili e disconosciute comparse e altrimenti detti “invisibili”.
Si è trattato di oltre 6.000 lavoratori (in parte stagionali – circa 3.000 – e altri strutturali) per una vendemmia tra le più veloci e brevi di sempre. Così numerosi che anche la grande macchina organizzativa delle molteplici e variegate realtà che forniscono manodopera alle aziende e tra le cui file agevolmente si nascondono i caporali, non è stata in grado di alloggiare interamente.
Nell’Albese abbiamo contato ben 16 insediamenti o rifugi di fortuna, mai così tanti in passato: dai circa 25 lavoratori accampati nell’area del parco Tanaro, agli otto di via Pola, e via via tutti gli altri in giardini, garages e seminterrati, sottopassi cittadini e sotto i ponti. Luoghi improvvisati, sporchi e malsani, senza disponibilità di servizi igienici e acqua potabile e corrente elettrica, senza comfort, ma per tanti lavoratori l’unica soluzione oltre quella di cadere nelle maglie di approfittatori che forniscono posto letto in alloggi sovraffollati con cifre che arrivano fino a 200/300 euro al mese. E va ricordato sempre che ad Alba vediamo soltanto meno del 5% di tutti i lavoratori che quotidianamente raccolgono l’uva nei vigneti; di tutti gli altri sappiamo poco o nulla. Non sappiamo chi siano né da dove arrivino, né quali siano le loro condizioni lavorative. Così come non conosciamo dove siano alloggiati né se le loro case abbiano i requisiti abitativi.
È stata una vendemmia da record per le violazioni e le ingiustizie che sono state segnalate. Lavoro nero, grigio, buste paga non corrispondenti al vero, retribuzioni inferiori ai minimi sindacali e anche mancati pagamenti, lunghi orari di lavoro, assenza di pause adeguate e anche assenza di giorni di riposo e tanti piccoli e grandi soprusi.
“L’altra vendemmia” ha segnato il record anche per il numero di pasti forniti dalla mensa Caritas di via Pola: 4.500 a fronte degli abituali 2.500, per il numero di lavoratori accolti nel dormitorio, negli alloggi e spazi riconducibili alla Caritas, in alcune parrocchie; record per il numero di richieste per il dormitorio, di accessi al servizio doccia (circa 2.000), di bagagli lasciati in custodia alla Caritas (non ci sono in città altri luoghi) da chi ha dormito per strada, di coperte e abbigliamento, da lavoro e non, distribuiti.
Ma è stata una vendemmia record anche per gli annunci rassicuranti della vigilia che, sottovalutando la saldatura tra le realtà dell’intermediazione e tante aziende vitivinicole, hanno creduto che inviti, raccomandazioni, appelli, protocolli e progetti fossero sufficienti per un’inversione di rotta: al contrario, l’aver abbassato l’attenzione ha prodotto un ulteriore peggioramento della situazione. Un silenzio assordante su queste persone, rotto soltanto dalle loro voci che si levavano la sera presso la mensa e il dormitorio di via Pola.
Avremmo desiderato che molte più aziende vitivinicole avessero assunto direttamente i lavoratori necessari per vendemmiare, e avessero loro garantito tutto il necessario, dormire compreso.
Così come avremmo desiderato un record di controlli, nonostante l’impegno delle Forze dell’ordine, nei vigneti, nelle molte case e casolari utilizzati per alloggiare i lavoratori, nei luoghi e nelle piazze da cui giornalmente sono partite migliaia di persone su auto e pulmini per andare a lavorare nei filari.
Avremmo voluto infine che il nostro territorio, insignito del riconoscimento Unesco esprimesse un livello di civiltà, rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori adeguato al prestigio internazionale che negli anni ha saputo costruire.
Ma così non è avvenuto purtroppo e per “l’altra vendemmia” l’annata 2026 è stata una delle peggiori.
Caritas diocesana albese


