Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe

9 ottobre 2020

Bruno Cartosio

La storia dell’ultimo mezzo secolo è «la storia della fuoruscita del capitale dalla regolamentazione sociale entro cui era stato costretto dopo il 1945». Prendo a prestito le parole di Wolfgang Streeck – e dietro le parole buona parte dell’analisi contenuta nel suo Tempo guadagnato – per racchiudere in una frase un ragionamento che ho sviluppato altrove (in Dollari e no) e che non è possibile riproporre qui se non nella forma sintetica del giudizio storico-politico. La rottura del «contratto sociale», o «patto newdealista», imperniato sul riconoscimento reciproco tra grande capitale e organizzazione operaia, tutelato dallo Stato, è stata la precondizione per la reazione neoliberista che negli Stati Uniti ha avuto in Ronald Reagan il suo eroe eponimo. Da allora l’arco temporale della Terza rivoluzione industriale ha largamente coinciso con quello del neoliberismo hayek-friedmaniano, che ha cambiato la fisionomia delle élite capitalistiche, alterato in profondità la composizione sociale del mondo del lavoro e riportato indietro l’orologio del comando padronale sui lavoratori. Poi, gli eventi che tra il 2008 e oggi hanno sollevato ogni velo residuo sulla crisi epocale in atto. Infine, Trump e ora il Covid-19, e nel dramma della pandemia la sollevazione innescata dalla risposta afroamericana al razzismo intrinseco agli omicidi polizieschi. La grande, socialmente composita sollevazione si è rarefatta – le rubano spazio le ansie preelettorali, cui si è aggiunto il contagio di Trump – ma non si è spenta. Né si sono interrotti gli scatti di conflittualità che la «nuova» classe operaia, anch’essa composita e spesso precaria, ha aperto in questi ultimi anni lontano dalle fabbriche. Sul mondo del lavoro e su questa conflittualità sarà focalizzata qui l’attenzione. (Alla politica del razzismo e alla sollevazione degli ultimi mesi Officina Primo Maggio ha dedicato nel giugno scorso l’opuscolo Uprising/Sollevazione. Voci dagli USA).

La rottura del contratto sociale del lungo secondo dopoguerra arrivò alla fine degli anni Settanta, dopo un eccezionale ciclo di lotte operaie: tra il 1967 e il 1975, il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di lavoro perdute fu il più alto della storia statunitense. La protesta operaia coincise con gli anni finali del Movimento e con la conclusione della guerra del Vietnam. Allora, la crescente automazione e la prima fase delle ristrutturazioni (re-engineering), delle esternalizzazioni (outsourcing) e delle delocalizzazioni avevano già abbassato il tasso di sindacalizzazione nel settore privato non agricolo, che dal 31,4% del 1960 era passato al 24,6% nel 1973; era poi sceso al 16,8% nel 1983, al terzo anno della presidenza Reagan; era all’8,3% nel 2003 e aveva continuato a scendere (fino al 6,2% nel 2019). Secondo l’Ufficio statistiche del lavoro, i salari reali, dopo avere raggiunto il livello massimo di 341,73 dollari settimanali nel 1972 (in dollari costanti del 1982), scesero fino ai 266,43 dollari nel 1992, al termine dei dodici anni di Reagan-Bush, per iniziare allora una lenta risalita fino ai 310,73 dollari del 2017. Ma quanto gli anni del capitalismo neoliberista abbiano tolto ai lavoratori lo dice un rapporto appena pubblicato dalla Rand Corporation: se negli ultimi 45 anni la distribuzione della ricchezza prodotta nazionalmente fosse avvenuta come negli anni compresi tra il 1945 e i primi anni Settanta, il lavoratore con il reddito mediano odierno di 50.000 dollari annui sarebbe arrivato a 92.000-102.000 dollari annui. 

Lo sconquasso sociale e la rivoluzione tecnologico-finanziaria hanno cambiato il mondo del lavoro. Il «grande capitale» si è espresso sempre meno nella grande fabbrica manifatturiera, la cui presenza nel paese si è ridotta sempre più. Nei soli anni 1998-2015 il numero delle fabbriche con oltre 1000 dipendenti si è quasi dimezzato (da 1504 a 863) e di quelle con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo. Tra il 1980 e il 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni a 327 milioni, i posti di lavoro nel manifatturiero scendevano da 18.640.000 a 12.809.000. Perfino nello hi-tech, che gelosamente trattiene la progettazione in patria, le lavorazioni «dure» sono delocalizzate, esattamente come per tutte le altre manifatture (meccanica, siderurgia, gomma, tessile, abbigliamento). Non lo sono, invece, i mestieri della sanità e dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, dei servizi pubblici, della produzione alimentare e così via.        

La General Motors non è più il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti; oggi è al ventitreesimo posto. Al primo c’è Walmart, al secondo McDonald’s. Negli ultimi anni, entrambi i colossi sono stati investiti dalle lotte per gli aumenti salariali e la sindacalizzazione. Walmart ha accettato gli aumenti a 12 dollari orari in 500 suoi punti vendita negli Stati Uniti, ma ha preferito chiuderne uno in Canada piuttosto che accettare la sindacalizzazione decisa dai suoi dipendenti. Nonostante la manodopera di McDonald’s – in gran parte assunta come autonoma – sia organizzata in modi tali da prevenire la possibilità stessa della sindacalizzazione, è stata al centro di lunghe lotte per i diritti e per i 15 dollari orari (le fights for 15$), raccogliendo vasti appoggi e successi in molte città e stati. Anche gli operai della Gm, dopo anni di silenzio, hanno fatto uno sciopero di 40 giorni nell’autunno 2019. Ma i grandi dello hi-tech restano padroni assoluti in casa loro. Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Alphabet (Google), che nel loro insieme “valgono” 7,3 trilioni di dollari, sono non-union. E dettano la linea, come sottolineava la rivista In These Times ad agosto: i sindacati sono assenti anche dalla quasi totalità delle aziende minori del settore. 

Il loro antisindacalismo, o assolutismo padronale, non è un effetto avverso della pandemia, ma un fatto strutturale, che lo sciopero (globale) di un giorno contro Google del novembre 2018 e i ripetuti tentativi di penetrazione sindacale ad Amazon non hanno scalfito. Anzi, come in altri tempi, chi ha fatto attivismo filo-sindacale è stato licenziato o emarginato. Unica eccezione significativa il voto, nel febbraio 2020, con cui i lavoratori di Kickstarter – a suo modo un’azienda hi-tech – hanno deciso di aderire al sindacato. In ogni caso, le risorse finanziarie e umane della Cwa (Communication Workers) e della Opeiu (Office and Professional Employees, protagonisti del successo a Kickstarter) sono lungi dall’essere sufficienti per lanciare una campagna su vasta scala, soprattutto se a innescarla non sono agitazioni e movimenti interni alle aziende.   

 Come sappiamo, la sindacalizzazione dei settori portanti della Seconda rivoluzione industriale – auto e siderurgia – avvenne grazie a grandi battaglie durante tutti i primi decenni del Novecento e si concluse con la «Legge Wagner» e il Committee for Industrial Organization (Cio) negli anni della Grande depressione e del New Deal. Gli spezzoni di classe alla testa di quei processi compositivi furono gli operai non qualificati delle grandi fabbriche. Oggi, ammettendo la possibilità di immaginare che nella crisi attuale la ripresa delle lotte e la sollevazione in atto possano avviare una fase di ricomposizione, potrà questa partire dai non qualificati odierni? Gli afroamericani e ispanici oggi, come gli immigrati allora? 

Tralasciando il persistere dei pregiudizi etnico-razziali (di casta), due cautele devono frenare l’immaginazione. La prima: i luoghi centrali della Terza rivoluzione industriale e del nuovo secolo sono del tutto o quasi «liberi» da antagonismi organizzati al loro interno, e non è fatta di operai unskilled la manodopera che caratterizza l’occupazione nello hi-tech. Diversamente da quelle di un secolo fa, le nuove roccaforti dovrebbero essere assediate e penetrate dall’esterno. La seconda: esercitare un’egemonia implica la capacità non solo di attuare singole lotte, ma anche di allargarle politicamente – come in questi mesi: la rivolta afroamericana diventata sollevazione generale – e farle durare, mobilitando le persone e mantenendo le continuità organizzative e i ricambi interni necessari per tenere vive nel tempo le forze per la lotta. In questo si gioca la nuova partita. Non è un caso che sempre più spesso venga richiamato proprio l’esempio del Cio, vale a dire l’interazione tra attività rivendicative organizzate e azioni di protesta autonome e scioperi selvaggi, tra forze operanti nei luoghi di lavoro e altre nella società, contro disoccupazione e sfratti: tutte le forme di mobilitazione dal basso dell’antagonismo sociale e della resistenza che portarono alla creazione dei maggiori sindacati negli anni Trenta. Non è il caso di entrare nel merito della storia successiva delle politiche sindacali. Nei decenni passati abbiamo criticato il «fabbrichismo», l’economicismo e spesso l’opportunismo politico delle unions. Ma abbiamo anche dato conto della brutale de-sindacalizzazione con cui il capitalismo neoliberista ha portato le organizzazioni operaie del settore privato alla quasi irrilevanza odierna. Per questo vale ancora il monito di un militante politico del secondo dopoguerra, che dopo avere criticato il suo sindacato, la Uaw, diceva, «un sindacato è meglio che niente sindacato»: a parità di mansione, i salari dei lavoratori non sindacalizzati sono il 70% di quelli dei sindacalizzati. Inoltre, come scrivono i ricercatori dell’Economic Policy Institute, «solo i due terzi dei lavoratori non-union hanno l’assistenza sanitaria tramite il posto di lavoro, contro il 94% dei sindacalizzati […] e l’86% di questi ultimi hanno diritto a congedi di malattia pagati per curarsi o curare i familiari, contro il 72% dei lavoratori non-union».

Questo, nel complesso, era il quadro all’inizio del 2020. La pandemia ha peggiorato le cose. Anzitutto, per i devastanti effetti sulle persone: a fine settembre i contagi avevano superato i 7,3 milioni e i decessi erano quasi 210.000. E poi per le ricadute dirette sul mondo del lavoro: la disoccupazione ha sfiorato il 20% nel mese di aprile, per ridiscendere lentamente nei mesi successivi e assestarsi intorno all’8% a fine settembre (per i bianchi è passata dal 14,2% al 7%; per i neri, dal 16,7% al 12,1%, per gli ispanici dal 18,9% all’10,3%). Le riaperture rivendicate da molte aziende e gruppi «libertari» di destra, e incoraggiate da Trump, hanno prodotto il rialzo progressivo dell’occupazione e favorito, d’altra parte, una nuova ondata di contagi, il cui picco è giunto a un’altezza doppia rispetto a quello di aprile. 

All’inizio di agosto, secondo il Dipartimento del lavoro, erano ormai venti le settimane di fila in cui le richieste di sussidio di disoccupazione superavano il milione. I percettori di sussidi erano allora 32 milioni, ma i posti disponibili sul mercato del lavoro erano in quel momento meno di 6 milioni. L’ondata di licenziamenti e sospensioni (a salario zero) ha messo in piena luce sia l’indifferenza e inadeguatezza dell’amministrazione Trump nell’affrontare la pandemia e le sue ricadute sociali, sia anche, però, la storica debolezza sindacale nel difendere l’occupazione. A questa, va detto, ha contribuito il perdurante antioperaismo della legislazione del lavoro che, riscritta decenni fa per ostacolare la sindacalizzazione dei singoli luoghi di lavoro e impedire gli scioperi di solidarietà, giace immodificata. Nonostante le perenni pressioni sindacali è rimasta tale sotto tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Ora, Joe Biden ha dichiarato che, se eletto, sarà «il presidente più vicino al mondo del lavoro che ci sia mai stato».

Il Covid-19 è stato una benedizione per i grandi dello hi-tech. I loro profitti hanno avuto un’impennata, sono cresciute l’occupazione e le paghe dei loro dipendenti. C’è chi ha scritto di un generale aumento delle retribuzioni. Ma non è stato altro che l’effetto della sparizione dei salari dei lavoratori a basse paghe che hanno perso il posto nelle attività «non necessarie» sospese o ridotte (edilizia, manifatture e trasporti), e a causa del crollo del mercato nella ristorazione e negli alberghi, nel commercio al dettaglio e nelle consegne, nel lavoro di cura, nel facchinaggio e nella manovalanza ecc. Tutti campi in cui neri e ispanici, uomini e donne, costituiscono la gran parte dei dipendenti. Per oltre i due terzi di loro, il salario è stato sostituito dai sussidi di disoccupazione, che in genere hanno una durata di 26 settimane e importi variabili (in media, 382 dollari settimanali). A chi ha perso il lavoro a causa di chiusure specificamente dovute al Covid-19, è stato reso disponibile un sussidio di emergenza – in base alla «Legge Cares» del marzo 2020 – di 600 dollari per 13 settimane. Infine, un contributo una tantum di 1200 dollari è stato assegnato da Trump a chiunque abbia dichiarato nel 2019 un reddito fino a 75.000 dollari (l’importo si è ridotto progressivamente per chi ha superato quella soglia ed è arrivato a zero per i redditi da 99.000 dollari in su). Le provvidenze di emergenza sono state volute da entrambi i partiti, ed è grazie ai democratici che sono state portate al livello minimo vitale per un paese in cui i posti di lavoro non sono protetti. Ma la loro durata è terminata il 31 luglio e i repubblicani hanno finora impedito il loro prolungamento.  

Gli effetti della pandemia sono stati e sono nefasti. Insieme ai molti che hanno perso il lavoro – e con esso anche le coperture assistenziali e previdenziali che arrivano agli occupati tramite l’azienda – tanti altri il posto lo hanno conservato negli ospedali e nelle case di cura, nei macelli e nelle aziende di trattamento delle carni, nei servizi e trasporti pubblici, luoghi dove le condizioni di lavoro, il contatto con il pubblico e le scarse misure di sicurezza hanno favorito la diffusione dei contagi. E infatti donne e uomini afroamericani e ispanici sono stati i più colpiti. Non è la genetica che spiega la maggiore diffusione delle infezioni in queste fasce di popolazione, è la collocazione lavorativa e sociale. E anche la minore possibilità delle persone di accedere a medicine, cure e strutture cliniche – sia prima, sia durante la pandemia – ha fatto salire il loro tasso di mortalità. E la loro esasperazione. Tutto ciò aiuta a capire la collera esplosiva che l’insensato ma tipico omicidio di George Floyd il 25 maggio ha innescato nella comunità nera. 

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale. In questi mesi, da parte loro, non c’è stata solo la risposta rabbiosa agli omicidi polizieschi e alla precarietà dell’esistenza. Così come negli anni scorsi, nelle fasi di stanca degli operai di fabbrica, sono stati loro a dare vita ai conflitti sociali più significativi.

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale

Ispanici e afroamericani, uomini e donne, avevano condotto e vinto l’inattesa lotta dei janitors di Los Angeles, e sono stati loro che hanno fatto di Las Vegas una delle città più sindacalizzate del paese. Negli ultimi due-tre anni le donne ispaniche e nere sono state le protagoniste principali delle lotte diffuse per l’innalzamento delle paghe orarie a 15 dollari, per il riconoscimento di mansione e inquadramento «operaio» e per il riconoscimento del sindacato nei luoghi della ristorazione veloce. Ora, nei mesi della pandemia, sono state loro a riprendere gli scioperi contro McDonald’s nelle maggiori città e le protagoniste delle lotte negli ospedali e nelle case di cura dove erano state assunte temporaneamente – in risposta alle urgenze della pandemia – e poi licenziate al calare dei contagi. Sono maschi neri, invece, gli autisti di bus urbani di Detroit e Birmingham, i netturbini di Pittsburgh e New Orleans e i manovali dei supermercati Kroger a Memphis che hanno scioperato contro l’assenza di protezioni dal contagio. 

In tanti altri casi la composizione è stata mista. Il numero delle azioni di protesta messe in atto nei mesi della pandemia, scriveva il sociologo Mike Davis su The Nation a metà giugno, «arrivano probabilmente a 500». Le loro dimensioni, salvo casi come gli scioperi dei portuali della West Coast o dei lavoratori di cantieri navali del Maine, spesso non sono state eclatanti. Ma è interessante, scrive Davis, che in esse sono stati coinvolti sia sindacati (National Nurses, Service Employees, Electrical Worker tra gli altri), sia gruppi di militanti, alcuni dei quali con nomi significativi: Amazonians United, Whole [Food] Worker, Fight for 15$, Target Workers Unite e Gig Workers Collective. 

Sono grandi la diversità dei soggetti coinvolti, la varietà delle istanze in gioco e la dimensione locale di molte proteste. Tuttavia, non va sottovalutata la ricerca di coordinamento nell’organizzazione di alcune mobilitazioni generali, nonostante la pandemia: lo sciopero in tutti i porti del Pacifico il 19 giugno e le due mobilitazioni nazionali del 1° maggio e del 20 luglio. Sono altamente simboliche le date e il titolo delle manifestazioni: nella prima è significativa la scelta del 19 giugno, per gli afroamericani, Juneteenth, che celebra il giorno in cui fu data nel Texas la notizia che la schiavitù era abolita; nella seconda, è carico di significati il richiamo ideale alla storia, nazionale e internazionale, della classe operaia; e nella terza, intitolata «Strike for Black Lives», si riconoscono in pieno le ragioni della protesta nera odierna e il radicamento nero nel mondo del lavoro e si rinforzano sia il collegamento politico, sia il carattere di casta e classe della sollevazione in atto, anch’essa così socialmente composita. Non è poco.


Bibliografia

Cartosio, Bruno, Dollari e no, DeriveApprodi, Roma 2020.

Streeck, Wolfgang, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013. 

Finalmente dovranno ascoltare

Di Rachel Kushner

(Traduzione di Daniele Balicco)

È difficile credere che George Floyd sia morto solo da due settimane. E non perché la sua morte sembri già lontana, nel tempo; ma perché resta incompiuta, nella sua brutalità. Io non riesco a vederne il video, non ce la faccio. Mi basta la descrizione: George, steso a terra, che invoca ripetutamente sua madre morta, chiedendole di intervenire per salvarlo da uno sbirro che lo sta soffocando, con un ginocchio sul suo collo. È più che sufficiente questa breve descrizione per “vedere” quel filmato. È insostenibile. Diventa quasi naturale chiedersi se la vita simbolica abbia avuto inizio, nella nostra storia, a partire dalla morte, con i martiri, con la loro immagine che si trasforma in una forza che resta presente. Il volto di George Floyd è ovunque. Così come quello di Breonna Taylor, che è stata uccisa a casa sua. Aveva 26 anni, un paramedico, lavoratrice con una formazione professionale. Uccisa senza alcun motivo, solo perché la polizia ha bussato alla porta sbagliata.

A partire dal giorno dopo la morte di George Floyd, la sollevazione è iniziata e siamo tutti entrati, qui negli USA, in un’altra dimensione temporale. Sono solo passati quindici giorni ed è già difficile ricordare come vivevamo prima, quando la vita quotidiana si ripeteva lenta e ordinata, nel suo ritmo seriale. Ora, ogni giorno è un momento diverso di questa sollevazione. Il tempo scorre in modo differente: ogni ora è un nuovo capitolo di questa storia. Un giorno di settimana scorsa, non era ancora mezzogiorno, e cinquanta macchine della polizia bruciavano a Hollywood.

Ho sempre pensato che il Kairòs fosse semplicemente un’idea, qualcosa di cui hanno scritto i filosofi, un tempo fuori dal tempo, un tempo non occupato dal lavoro o dalla scuola, e nemmeno apparentemente libero, come nei fine settimana; qualcosa di indefinibile, insomma, un Evento. Ora so che ci siamo finiti dentro. E il Kairòs, a quanto pare, produce la sua atmosfera. Ha una sua coreografia. Permette alle persone di smettere, improvvisamente, di tollerare ciò che è stato apparentemente tollerato per centinaia di anni. È come se gli americani fossero americani solo ora; e tutto in una volta. Perché hanno attivato la potenza della parola BASTA.

Due giorni fa, ho visto il mio vicino di casa che camminava con il suo figlio più giovane, di ritorno da una protesta. E quello era il loro modo di dire BASTA. Che una sola parola possa raccontare ciò che sta accadendo in America oggi ci spiega bene come funziona il linguaggio: le parole possono trasmettere l’eredità della rabbia. So molto di più sul mio vicino e sul suo ragazzo osservando il loro BASTA di quanto avrei mai potuto sapere parlando normalmente con loro. In questi giorni gira su Twitter un meme che dice: “Siete fottuti con l’ultima generazione”. Sono 400 anni che i neri vengono derubati in questo paese. Non c’è mai stata una richiesta di perdono, un risarcimento e sono i neri a rendere gli Stati Uniti un paese “grande”: la cultura americana è cultura nera. Ciò che esportiamo, ciò che il resto del mondo emula e feticizza della cultura americana è semplicemente cultura americana nera; e nessuno cerca nemmeno di negarlo. Eppure, i neri, in America, possiedono una percentuale irrisoria della ricchezza nazionale, hanno molte più probabilità di morire a causa di un incontro con la polizia e vivono in una mobilità di classe difficilissima da sbloccare. Questa è una società che adora la cultura nera, ma ne ruba la vita e ne nega l’umanità.

Una caratteristica specifica del Kairòs, qui a Los Angeles, è il suono degli elicotteri della polizia che sorvolano il centro. Vivo a quindici minuti a piedi dalla zona dei tribunali penali, del palazzo di giustizia e del municipio dove lavora il sindaco. Il Kairòs si manifesta con un rombo turbolento e incessante. Parte all’inizio della giornata e continua fino a tardi. È intervallato da un flusso continuo di sirene e da esplosioni rumorose. Ma le esplosioni provengono dalle granate che gli sbirri usano per cercare di disperdere la folla, o dai petardi M80, che i bambini usano per divertirsi e gli adulti come arma di difesa popolare?

Su Internet, dopo la protesta, guardiamo la polizia affollata nell’atrio del quartier generale mondiale della CNN ad Atlanta. Fuori i manifestanti usano gli ombrelli per difendersi, come ad Hong Kong, e lanciano piccoli petardi all’interno dell’atrio dove la polizia è arroccata. I petardi esplodono. Gli sbirri si spaventano. Il giornalista della CNN, rannicchiato dietro di loro con il suo cameraman, non riesce a capire perché le persone stiano attaccando proprio la CNN. È stupito. E anch’io sono stupita che sia così ingenuo da non rendersi conto che la CNN, così come ogni altro simbolo del potere che ha dominato sulla nostra vita per anni, sia diventato ora un obiettivo giusto. In ogni caso, la CNN resta quasi intoccabile. Il loro enorme logo, le tre lettere dell’alfabeto rosso, che i giovani deturpano per poi farsi riprendere, in piedi, con i pugni alzati inneggiando alla vittoria, vengono riverniciati il giorno successivo. È incredibile pensare che questo tipo di danno alla proprietà venga preso per “violenza”. Fa quasi tenerezza pensare ai graffiti come ad una forma di violenza in questa battaglia ad armi impari, in cui la polizia ha vinto per decenni.

La Guardia nazionale che occupa le nostre strade con grandi mezzi corazzati color sabbia del deserto l’ha chiamata il nostro sindaco, Eric Garcetti, un democratico – è stata un’altra caratteristica del Kairòs, ma questa volta fuori dal tempo. I militari devono mostrarsi come incarnazione del concetto di “ordine”, un ordine che deriva dalla legge. Ma sappiamo tutti la verità – e lo sappiamo soprattutto ora – che è la legge che proviene dall’ordine; e non viceversa. I mezzi blindati annunciano a gran voce che lo Stato ha perso la sua sovranità, come se la funzione vera di questo dispiegamento di truppe e dei loro veicoli fosse quella di farci sapere che lo Stato ha paura. I militari della Guardia nazionale sembrano annoiati, mentre si fermano vicino al municipio, con in mano i loro grossi scudi, con le loro uniformi mimetiche che, in città, invece di farli confondere nel contesto, li fanno risaltare. Non credo che la Guardia nazionale sia pericolosa, anche se, come è noto, nel 1970 assassinarono quattro studenti universitari in Ohio. Eppure, mio figlio di dodici anni non è tranquillo e, mentre marciamo davanti a loro, mi dice che tutto quello a cui riesce a pensare è il numero di colpi che un M16 può sparare al secondo e poi si mette a contare quante persone ci sono nella folla che manifesta insieme a noi. Mio figlio percepisce istintivamente il pericolo potenziale di una morte di massa che la mia troppo calcificata fiducia nella vita non riesce a capire, come se l’età mi avesse reso più stupida, piuttosto che più saggia. Per un ragazzo di dodici anni, la presenza di una forza occupante armata di M16 è chiara come un’equazione: 800 colpi al minuto, per il numero di minuti necessari a sparare, divisi per il numero di persone presenti, noi, la folla.

Per provare a rassicurarlo, chiedo ad alcuni membri della Guardia nazionale se punteranno i loro M16 contro di noi, gente per strada, nel caso in cui gli arrivasse l’ordine. Tutti scuotono la testa: no, non useranno le loro pistole contro di noi. Sono giovani. Si può accedere alla Guardia nazionale senza un diploma di scuola superiore. L’unico requisito è quello di avere almeno diciassette anni. Non vorrei fare troppo affidamento sulla loro disaffezione, né su una loro possibile defezione in massa, ma è chiaro che esiste una divisione tra loro e la polizia. La polizia è un fronte unificato, con le proprie convinzioni e valori. La Guardia nazionale è fatta per lo più di persone che si sono unite ai militari nella speranza di ripagare il debito scolastico o di acquisire una formazione tecnica che si possa trasformare in un lavoro, una volta terminati gli otto anni di servizio.  Questi ragazzi non si sono arruolati per andare in guerra contro noi civili, ma per aiutarci nella pandemia, o con gli uragani, o per proteggerci durante la stagione degli incendi, che è prematuramente alle porte. La polizia invece non svolge altro ruolo, se non quello che gli stiamo chiedendo con forza di rifiutare: vale a dire, gestire la diseguaglianza e i suoi effetti, soprattutto sulla massa dei senzatetto, dei malati mentali, di chi è costretto a lavorare nei mercati illegali a causa della precarietà economica. La polizia gestisce tutto questo esercitando forza bruta. E lo fa affidandosi ad un’ideologia, che è stata pervasiva nell’era dell’austerità del ventesimo e del ventunesimo secolo, che gli riconosce il potere di controllare la classe più povera. Ma all’improvviso tutto questo sta iniziando a frantumarsi.

Sono cresciuta con bambini i cui padri erano poliziotti. Alcuni di loro sono poi diventati sbirri a loro volta. Forse sta qui la ragione per cui mi sono sempre sentita a disagio quando attivisti cresciuti da genitori benestanti e laureati, persone che non hanno mai dovuto prendere in considerazione una carriera umile nelle forze dell’ordine, gridano contro la polizia. Una parte di me è sempre stata in conflitto con lo slogan “All Cops Are Bastards”. Ma c’era un’evidente confusione nel mio modo di pensare: non importa come siano i poliziotti presi uno per uno, individualmente. Come persone, sicuramente non sono né buoni né cattivi. Il problema è quello che rappresentano, la loro funzione, l’uniforme che indossano; chiunque entra in quegli abiti diventa parte di ciò che deve essere abolito. Come lavoratori potrebbero essere riqualificati e svolgere un mestiere pieno di senso e di dignità, invece di essere costretti ad esercitare violenza e soprusi.

Ieri sera ho riletto il famoso poema di Pasolini su Valle Giulia. Perché in questi ultimi giorni sono due le domande che rimbalzano ovunque in rete: la prima (a lungo senza risposta) è se la polizia fa parte della classe lavoratrice. La seconda, se è necessario che abbia un sindacato generale (i loro sindacati hanno per lo più una base urbana e tengono in ostaggio i sindaci delle grandi città). Ho sempre pensato che Pasolini avesse ragione, anche se non avevo mai compreso del tutto la sua tesi. Per Pasolini, la polizia ha “torto” e gli studenti “hanno ragione”, ma gli studenti sono i borghesi e gli sbirri la classe operaia. Ora però questa lotta è diversa, perché è un conflitto fra lo strato più oppresso della nostra società e la polizia e così l’argomentazione di Pasolini quasi si rafforza, ma al contrario: la polizia ha “torto” e i neri “hanno ragione” perché gli americani neri sono i veri soggetti di questa sollevazione di classe dal basso. La polizia li combatte e invece dovrebbe stare al loro fianco e combattere i potenti; che questo non accada discende della logica per cui la loro funzione è stata progettata. Come si vantava Jay Gould, magnate farabutto del diciannovesimo secolo, un capitalista può “assumere metà della classe lavoratrice per uccidere l’altra metà”.

Vedere tutta la polizia mobilitata mentre lavora per il sindaco che ha imposto, dalla sera alla mattina, il coprifuoco a partire dall’una del pomeriggio, come se stesse mandando a letto l’intera cittadinanza senza cena e senza pranzo; e vederla all’azione, mentre lancia lacrimogeni, spara contro la folla e arresta migliaia di persone solo per il fatto di aver sfidato questo coprifuoco arbitrario, tutto questo rende incredibilmente chiara una verità con cui conviviamo da sempre, ma che rimuoviamo: le tasse sul reddito prelevate dagli stipendi della gente comune, come me e i miei vicini, servono a questo. Paghiamo perché la polizia disponga di attrezzature militari letali e molto costose, il cui unico scopo è quello di fare la guerra contro di noi, quella stessa popolazione che paga per i loro armamenti. Li paghiamo per attaccarci. Nelle ultime due settimane, le armi che abbiamo finanziato con le nostre tasse hanno accecato persone; bambini sono stati colpiti da gas lacrimogeni. Una signora anziana che protestava a La Mesa, in California, è in coma per il proiettile di un’arma “non letale” che l’ha colpita direttamente in mezzo agli occhi. Una giovane donna colpita di notte da un lacrimogeno è morta la mattina dopo.

Vedere le immagini di altre città oltre alla mia, in particolare Minneapolis, ma anche New York, Chicago, Detroit, Filadelfia, Louisville, Portland, Seattle; così come vedere gente che protesta anche in città più piccole, in ogni singolo stato della nostra federazione, giorno dopo giorno, è storicamente senza precedenti. Chiedo ai miei parenti anziani: è stato così dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968? “No”, rispondono tutti rapidamente e con enfasi. “Non è stato così. Nessuno può ricordare un momento come questo, nemmeno nel passato più remoto.”

Quaranta milioni di americani hanno perso il lavoro da marzo. Centodiecimila sono morti per Covid-19 e il virus ha colpito la popolazione nera più duramente di qualsiasi altra. Il gangster alla Casa Bianca ha cercato di usare a proprio vantaggio il caos con discorsi da dittatore alla Rodrigo Duterte. Ha fatto lanciare lacrimogeni contro manifestanti per farsi scattare una fotografia. E ciò ha prodotto, oltre ad un’immagine di pessimo gusto – con lui, osceno, in posa mentre tiene in mano una bibbia – la vera rappresentazione di quello che siamo oggi: un paese con un maldestro “caudillo” che si mette in posa con le spalle rigide contro un muro pieno di insulti in vernice spray nera e rossa. Il surrealismo della sua finta America, la sua nostalgia per la supremazia bianca e per una grandezza che non è mai esistita, è ora sopraffatto dalla realtà; che sta esplodendo nel furore.

Ieri, il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, noto razzista nonché ministro della Giustizia di Trump, ha ritwittato un articolo che ho scritto l’anno scorso per il New York Times sull’abolizione del carcere e sull’insegnamento e sull’attivismo politico di Ruth Wilson Gilmore (l’articolo è stato tradotto in italiano per Internazionale). Ruth ha commentato: “Se uno come Jeff Sessions parla dell’abolizione del carcere, forse inizia davvero ad aver paura di noi”.

Ogni giorno c’è una nuova manifestazione a cui ci si può unire e ogni giorno la riflessione politica sul da farsi si modifica e si trasforma. I Democratici, anche se in modo diverso, problematici quanto è problematico Trump, si stanno arrampicando sugli specchi per trovare una posizione pubblica condivisa; posizione che di fatto resta quella in cui sono già impegnati, quella per cui non devono rinunciare a nulla. Vogliono che lo status quo continui, anche se galvanizzano e perfezionano l’apparenza di un cambiamento, come per esempio nella proposta di “diversificazione” razziale delle forze di polizia o nell’imporre agli sbirri telecamere corporee; chiedono perfino il divieto di soffocare… I Democratici sperano che questa ripulitura e lucidatura possa effettivamente impedire i cambiamenti che loro non vogliono fare.

Su Twitter gira questa battuta:

Democratici bianchi: “Ascoltiamo le donne nere!” [emoji a forma di cuore].

Donne di colore: “Aboliamo la polizia!”.

Democratici bianchi: “Ascolta” [emoji a forma cuore].

Il cinquantaquattro percento degli americani crede che l’incendio del piano terra del distretto di polizia a Minneapolis sia giustificato. Ed è una percentuale di persone più alta di quella di chi sostiene la candidatura di Donald Trump o di Joe Biden. La verità è che l’establishment democratico non è pronto a rinunciare alla polizia. E non è nemmeno pronto a pagare risarcimenti alla comunità nera. Però ora si vestono con magliette con la mappa dell’Africa e si inginocchiano. Vogliono che la polizia si inginocchi. Noi non vogliamo che i poliziotti si inginocchino. Vogliamo che la polizia si sciolga.

Inizialmente i Democratici hanno cercato di sostenere che i saccheggi erano portati avanti per lo più da “gruppi esterni”. Ma con quello che è accaduto, con devastazioni in ogni città del paese, era un discorso privo di senso: se ci sono rivolte ovunque, da dove dovrebbero arrivare mai questi “gruppi esterni”? Quindi hanno rapidamente cambiato posizione, sostenendo che i saccheggiatori erano per lo più bianchi. Ma la rivoluzione, a differenza di quanto dicono le canzoni di Gil Scott Heron, è ormai trasmessa in televisione e possiamo vedere da soli che questo enorme e multi-prospettico sollevamento politico sta coinvolgendo ogni tipo di persone, e non mancano certo anche gruppi inquietanti, come i suprematisti bianchi o i neonazi; di fatto ogni persona che si senta in diritto di essere furiosa sta bruciando macchine della polizia (https://www.fox29.com/video/689878) e negozi simbolo di questo sistema; non solo i “saccheggiatori bianchi”.

L’altro giorno, il capo della polizia qui a Los Angeles ha dichiarato che sono i manifestanti i responsabili della morte di George Floyd. È incredibile! E il sindaco ha subito difeso il capo della polizia. Entrambi devono dimettersi. Nel frattempo, i Democratici rimangono concentrati su “novembre”, sulle nostre elezioni presidenziali. “Speriamo che questi rivoltosi votino”, dicono. Ma l’uccisione di neri disarmati da parte della polizia, così come il continuo assalto alla vita dei neri qui in America, non ha nulla a che fare con “novembre”. La polizia ha continuato ad uccidere neri disarmati – e perfino bambini neri – anche negli otto anni in cui Obama è stato presidente. Inoltre, questi omicidi, questa violenza generalizzata contro la vita dei neri, è più acuta e visibile proprio nelle nostre città più importanti, quelle che hanno tutte sindaci democratici e “progressisti”. Non c’è nulla per cui votare che possa rispondere a questa richiesta, al nostro “BASTA”. È la rivolta che sta facendo sentire il nostro BASTA. È la rivolta che sta costringendo le persone ad agire. Chiara e semplice, è la rivolta che sta parlando. E finalmente dovranno ascoltare.

Conflitto e subconscio bianco

Note su una riforma possibile della polizia dopo Floyd

10 giugno 2020

Mattia Diletti

Sedetevi e proiettatevi all’indietro di un mese. Ovvero, due settimane prima che un poliziotto del dipartimento di polizia di Minneapolis, Derek Chauvin, soffocasse fino alla morte per asfissia un cittadino afroamericano, George Floyd, davanti a un gruppo di persone che lo stavano filmando. Chi di voi avrebbe mai immaginato che ci saremmo trovati a metà del 2020 di fronte a un movimento così forte da imporre nell’agenda politica degli Stati uniti il tema della riforma della polizia? Il movimento Black Lives Matter avrà un impatto su diversi aspetti della politica americana nel breve e medio periodo, ma senza dubbio ne avrà uno sulle politiche pubbliche che regolano il funzionamento dei dipartimenti di polizia. In che misura, con che continuità e in quali zone del paese lo scopriremo nei prossimi mesi e anni, ma intanto va circoscritto il fatto politico/culturale e quello più prettamente “riformatore”, che genera cioè cambiamenti nella regolamentazione e nell’implementazione di nuove politiche locali, statali e federali attorno al tema della regolazione dei comportamenti e della condotta della polizia americana (e più in generale di quale debba essere la sua stessa ragione sociale: strumento della comunità o della militarizzazione del territorio e delle risposte alle “devianze” sociali?).

Nel primo caso la violenza della polizia a sfondo razziale è, ora, riconosciuta come problema strutturale e non episodico della società americana. È finalmente riconosciuto anche da una parte importante dell’America bianca (che partecipa in misura maggiore del solito alle proteste, ma che ormai riconosce la questione anche stando seduta a casa di fronte al televisore) nonostante sia un problema vecchio di un secolo: ci sono voluti altri dieci anni di violenza sistematica e un movimento come Black Lives Matter, ma soprattutto che tutto sia stato filmato e divulgato pubblicamente in modo capillare grazie alle infrastrutture dell’informazione digitale.

Nel secondo caso – quello dell’impatto riformatore – è evidente che l’onda mediatica e il conflitto scaturito da queste settimane di proteste favorisca iniziative di natura politica nel livello istituzionale. Alcuni sostengono che l’intero movimento produrrà un effetto di rinculo che premierà i repubblicani (ovvero l’elettorato bianco che si ricompatta attorno al messaggio “Law and Order” di Trump, riproducendo un “effetto Nixon” come nelle elezioni presidenziali del 1968), elemento che porterebbe a vanificare le iniziative riformatrici avanzate in questi giorni e già – in alcuni casi – al vaglio del legislatore. Se anche fosse così – e c’è più di una ragione per dubitarne – il livello della polarizzazione politica è tale che le differenze interne al paese (sociali, demografiche e culturali) produrranno comunque trasformazioni a macchia di leopardo, in città e stati che diventeranno nuovi laboratori politici. Pensate, per esempio, al livello di eterogeneità che esiste negli Stati Uniti rispetto al consumo di marijuana, che va dalla legalizzazione dell’uso ricreativo al divieto assoluto e penalmente perseguibile.

Un frame della comunicazione di Black Lives Matter – non è questo il tema in discussione in questo pezzo, ma questi movimenti posseggono la caratteristica di portare all’attenzione pubblica un messaggio generale, che si scompone poi in sotto-argomenti che possono avere una caduta pragmatica, ovvero produrre politiche pubbliche – è il “defunding police”. Sintetizzando all’osso, l’obiettivo è il definanziamento dei dipartimenti di polizia a favore di un rifinanziamento delle politiche sociali. È quello che, per esempio, propone in questi giorni il sindaco di New York Bill De Blasio, anche se lo stesso sindaco è sottoposto da tempo a forti critiche per la debolezza con la quale ha affrontato altri casi di violenza poliziesca (il tema, comune a molte altre città, è il potere politico dei capi della polizia e dei sindacati di polizia, un importante bacino di voti per molti eletti locali).

La cronaca di questi giorni ha portato all’attenzione, ovviamente, il caso di Minneapolis, sul quale vale la pena soffermarsi. Il paradosso è che un sindaco progressista di una città mediamente progressista, che aveva già avviato la riforma della polizia, oggi è sotto attacco perché si è detto contrario allo scioglimento del dipartimento di polizia: nove consiglieri comunali su tredici intendono promuoverlo, con una maggioranza a prova di veto del sindaco. Si sono espressi a favore dello scioglimento e della creazione di una nuova struttura di law enforcement “community based” (i dettagli non sono noti e nessuna azione istituzionale è stata davvero intrapresa). La storia è paradigmatica: Jacob Frey, il sindaco trentanovenne di Minneapolis in carica dal 2018, è un ex community organizer che si è occupato di affordable housing (triplicando i fondi per l’accesso a case con prezzo calmierato), de-segregazione dei quartieri poveri (la zoning reform) e, appunto, riforma della polizia. Frey ha selezionato a capo della polizia Madaria Arradondo, il primo uomo di colore a ricoprire questa carica nella storia della città: uno degli obiettivi elettorali di Frey era quello di ricucire i rapporti fra polizia e comunità locale, in particolare quella afroamericana. Lo stesso Arradondo, tempo fa, mosse causa al dipartimento di polizia per discriminazione razziale nei confronti suoi e di alcuni colleghi (la città di Minneapolis spende, di media, più di un milione di dollari l’anno in risarcimenti causati dalla cattiva condotta della polizia). Nonostante ciò, Frey è ora in difficoltà: una parte degli eletti e una parte di chi protesta lo contesta per mancanza di coraggio. Malgrado l’evidente novità di alcune sue politiche, la forza della vecchia realtà – un dipartimento di polizia violento e piuttosto impermeabile al cambiamento – sembra averlo sconfitto.

L’esempio di Minneapolis dà l’idea di come stia evolvendo il dibattito. A Seattle, a Minneapolis, in California, in New Mexico, nello Stato di New York… ma anche al Congresso – dove i democratici propongono una legge, la “Justice in Police Acting”, che darebbe al Governo federale un importante potere di monitoraggio delle polizie locali e renderebbe più trasparenti, meno arbitrari e meno violenti alcuni schemi d’intervento della polizia – le questioni all’ordine del giorno sono cinque: il razzismo dei corpi di polizia, il divieto delle metodologie di arresto violente (come quella che ha soffocato Floyd), l’implementazione di nuove strategie di intervento nelle proteste di piazza, la demilitarizzazione dei corpi di polizia (un’eredità della lotta alla droga, ma anche una politica che genera affari e consenso), l’effettivo sanzionamento dei poliziotti più violenti.

Il primo punto è quello cruciale: la brutalità della polizia verso gli afroamericani può essere letta, infatti, come un’espressione del subconscio bianco. È un sintomo che ci parla della paura di perdere potere, status e controllo verso altri pezzi della società. Il paese infatti, in venticinque anni, diventerà “minority/majority”, ovvero un paese nel quale la popolazione bianca rappresenterà solo la minoranza più grande. La polizia, in fondo, è percepita come un rassicurante strumento contro lo sbriciolamento progressivo, e inevitabile, della color line: questa linea di demarcazione è ancora netta, ma quanto ancora potrà tenere senza che si alzi ulteriormente il livello del conflitto?

Postfazione

Scrivevamo nel nostro Manifesto pubblicato un mese e mezzo fa:

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che molte delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale.

Oggi chi ci legge può legittimamente chiedere: avete evocato la parola “conflitto” che era un po’ passata di moda e sostituita da altre (per esempio “diseguaglianze”) e ora vi trovate dinanzi a una forma di conflitto che rasenta la guerra civile. Come vi ponete di fronte a questi avvenimenti? Rientrano nella vostra idea di conflitto?

Certo che rientrano, ma per capirci meglio sarà necessario fare una precisazione.

La rivista “Primo Maggio” alla cui tradizione e impostazione si ispira questo nostro progetto, utilizzava criteri di analisi elaborati da quel sistema di pensiero che va sotto il nome di “operaismo italiano”.  Una delle sue caratteristiche era quella di chiedersi se il conflitto sociale, in particolare il conflitto industriale, potesse essere concepito non come un’eruzione cutanea di una società imperfetta, né tantomeno come un atto simbolico che mette in scena la divisione di classe, ma come un fenomeno storico di comportamento collettivo con delle leggi intrinseche di sviluppo, riconoscibili nelle loro categorie, come quelle che vengono normalmente chiamate “le leggi dell’economia”. Sicché, se pare esagerato poter parlare per l’operaismo italiano di una “scienza del conflitto”, non sembra azzardato poter parlare di una ratio sottostante a una serie di avvenimenti nel tempo che presentano determinate costanti e dunque possono essere ricomposte in una sequenza, in un codice genetico riconoscibile.

La realtà non è mai uguale a se stessa, ma la dinamica del conflitto – che va concepito sempre come processo di eventi concatenati, non come episodio avulso da una logica di medio periodo – non è meno “razionale” o meno prevedibile della dinamica dell’economia. In questo senso l’operaismo ha sottratto il conflitto sia alla pura sfera del volontarismo che al mero manifestarsi degli interessi materiali. Ne ha fatto una disciplina “politica” a tutto campo. Infatti, quando si definisce frettolosamente l’operaismo italiano come quella corrente del marxismo critico che ha messo al centro la classe operaia e ne ha fatto quasi il motore dello sviluppo capitalistico, si dice una cosa imprecisa perché non è la classe operaia ma la lotta operaia che viene assunta come categoria fondamentale. Il conflitto è il punto di partenza, non quello di arrivo. La lotta operaia però, così come tutti i movimenti con radici di classe, è un processo che ha una lunga maturazione, un processo che cambia nel tempo, anche perché può cambiare la tipologia di attore collettivo. Nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Venti il processo di maturazione della lotta operaia è passato per le prime forme di coalizione, le prime società di mutuo soccorso, ed è arrivato all’organizzazione sindacale e poi a quella politica. Ma la lotta degli afroamericani – per tornare al nostro argomento – o la lotta delle donne per l’emancipazione femminile non hanno seguito lo stesso percorso, non hanno adottato lo stesso lessico e non avevano nemmeno lo stesso nemico. Ciononostante, il punto di vista operaista ritiene che anche nelle lotte dei neri d’America o delle donne sia possibile riconoscere una dinamica con proprie leggi di sviluppo riconoscibili. La ragione è molto semplice: la lotta nel rapporto di lavoro, la lotta alla segregazione razziale e la lotta per la liberazione della donna sono strettamente intrecciate, quasi si alimentano a vicenda.

Molti si sono meravigliati per l’estensione e la durezza degli scontri in una cinquantina di città americane, ma se qualcuno avesse avuto attenzione a quanto è successo negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni avrebbe potuto vedere senza difficoltà che il conflitto, in particolare il conflitto nei rapporti di lavoro, è diventato una costante, un fenomeno quotidiano, ed è quello che ha contribuito a far crescere una tensione che, unita ad altre tensioni – vedremo quali – ha finito per costituire la miscela esplosiva che aspettava solo l’uccisione di George Floyd per deflagrare. Quando qualcuno si meraviglia di vedere tanti bianchi a protestare e a battersi con la polizia vuol dire che ha dimenticato la composizione etnica, sociale, di genere, della massa di persone confinate nella gig economy, nel lavoro nero, nella disoccupazione. I saccheggi di negozi alimentari non sono fatti solo da vandali ma da gente che letteralmente ha fame, che normalmente ha fame.

L’evento imprevisto è stata l’epidemia da Coronavirus, unico nel suo genere, non tanto nei suoi aspetti pandemici quanto nei metodi per contenerli, lockdown, distanziamento sociale. Ma è anche l’evento che meglio di qualunque altro, di qualunque analisi marxista, ha fatto capire agli stessi afroamericani, agli stessi lavoratori della gig economy, a tutti i milioni di emarginati, la tragica dimensione della loro condizione. Si sono visti morire di Coronavirus in proporzione enormemente maggiore, si sono visti seppellire in fosse comuni. Si sono visti allo specchio. E a quelli tra di loro che ancora non avevano capito di non avere nulla da perdere, ci ha pensato l’irresponsabile comportamento di Trump a farglielo capire. Le conseguenze del virus e la follia del Presidente sono state come due lunghe micce che, bruciando, si sono avvicinate inesorabilmente al punto di scoppio.

Che cosa si vuole dire con questo? Che le rivolte di oggi stavano iscritte nella situazione sociale dell’America da lungo tempo. E chi di noi aveva esperienza di dinamiche di conflitto, chi aveva assistito alle rivolte del 1967-68 e aveva partecipato a quelle italiane, quasi le “sentiva” venire, capiva – come il marinaio che fiuta il vento – che qualcosa sarebbe dovuto succedere, se non altro perché Trump stava tirando troppo la corda. E proprio per questo, oggi che bruciano i fuochi della rivolta, non siamo per niente portati a contemplare con estetizzante compiacimento la ribellione di un popolo, sappiamo quanta sofferenza, quanto dolore sta in quella protesta, quanti morti, arresti, processi, licenziamenti dovranno subire ancora gli afroamericani e le afroamericane e chi lotta al loro fianco. Sappiamo soprattutto come sia difficile governare una ribellione spontanea, come sia facile infiltrarla.

Già ora, mentre scriviamo e aumentano i saccheggi, sappiamo bene come una parte dell’opinione pubblica, inizialmente favorevole, prenderà le distanze, e magari ci sarà spaccatura nel fronte della protesta e allora in queste fratture si butterà a capofitto quella che non sappiamo nominare altrimenti che con il suo vecchio nome, la reazione. Per non parlare dell’incognita rappresentata dal suprematismo bianco, armato fino ai denti. Tuttavia, comunque vada a finire, dopo queste giornate di rabbia, dopo questi cortei pacifici di massa, un poliziotto ci penserà due volte prima di mettere le mani addosso a un nero. Comunque vada a finire, il monito è stato lanciato: attenzione a non tirare troppo la corda! Attenzione che non potete lasciare la gente senza assistenza sanitaria! Attenzione che non potete licenziare senza pagare un prezzo! Attenzione che, volendo, sappiamo farci rispettare! Per queste e altre ragioni riteniamo che quei moti di rivolta, in tutte le loro manifestazioni, anche quelle più estreme, siano stati salutari, siano stati un gesto di dignità, di giustizia, di civiltà.

Nancy Goldring, History teacher, New York 2020.

Che insegnamento ne possiamo trarre per la nostra situazione?

Innanzitutto che resta confermata la tesi che il conflitto, inteso come processo collettivo, deve essere un comportamento individuale permanente – mentre in una certa cultura sindacale viene considerato come “ultima ratio” – perché la pressione del capitale per aumentare lo sfruttamento non ha un “punto di equilibrio” oltre il quale lo stesso capitale si ferma, no, continua in assenza di resistenza fino all’estinzione di certi strati di forza lavoro, potendo disporre, grazie alle nuove tecnologie informatiche, di una riserva praticamente illimitata. Non ci sarà mai un salario “sufficientemente basso”, no, ci sarà il lavoro gratuito. Questo è particolarmente vero per il lavoro intellettuale, dove il conflitto è rimasto assente o si è manifestato in maniera del tutto insufficiente o scollegato, con effetti particolarmente devastanti sulla qualità del ceto politico. Qui da noi non dobbiamo scimmiottare i riots americani, dobbiamo riprendere la tradizione di lotte del lavoro intellettuale e professionale che, anche quando espongono rivendicazioni puramente economiche, sanno proporre una radicale riforma della disciplina d’appartenenza. Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel mondo della sanità con l’esperienza del coronavirus e con il rilancio di una medicina di base in grado soprattutto di prevenire, ci sembra l’esempio più calzante. Ma se questa cosa entra in fabbrica o magari prorompe dalla fabbrica mediante il veicolo della medicina del lavoro, già si comincia a intravvedere una ricomposizione sociale di largo respiro. Se poi il problema lo spostiamo sulla formazione, sugli insegnanti, sulla scuola nella doppia veste di macchina educativa e di ammortizzatore sociale, e da qui a cascata su tutti i campi in cui il lavoro cognitivo, creativo, può mobilitarsi, l’orizzonte che ci si apre davanti con il conflitto è sconfinato. E ricchissimo il patrimonio storico cui possiamo attingere.

Una polveriera ancora umida

09 giugno 2020

Ferruccio Gambino

La scena dell’omicidio appare in filigrana come l’ultimo atto di un fatale linciaggio con mancata impiccagione. Al centro sta un boia in divisa da poliziotto, sprovvisto, suo malgrado, di una forca o di un albero a cui appendere il malcapitato: e quindi George Floyd viene soffocato dal boia che per quasi nove minuti gli tiene il ginocchio sul collo e, con noncuranza, ha la mano sinistra in tasca, mentre tre colleghi presidiano e assicurano l’ordine pubblico contro gli astanti indignati. Un linciaggio alla spicciolata, in presenza di alcune persone ostili al boia, e non più, come un tempo, di una folla di linciatori assetati di sangue. La scena è stata ripresa e ha fatto il giro del mondo.

Negli Usa gli antichi soprusi si legano ai nuovi, gli omicidi della polizia corrono sotto traccia con i morti di pandemia, l’indignazione di fronte alle angherie e alle disuguaglianze va intensificandosi e a fine maggio sfocia in vaste rivolte e dimostrazioni urbane. È la più ampia ondata di sollevazioni dopo gli anni Sessanta ed è scatenata dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, una delle dieci città più vivibili degli Stati Uniti.

George Floyd, afroamericano, era uno dei quasi 40 milioni di individui rimasti senza lavoro né salario, né assicurazione sanitaria, né assistenza pubblica a seguito del Covid-19. Floyd era stato recentemente licenziato dal suo posto in un supermercato. Il corpo del reato che ha portato al fermo di Floyd è una sua banconota da 20 dollari che il cassiere di un negozio ha sospettato essere falsa. A fronte di una banconota sospetta la polizia lo ha arrestato. Questo è uno dei tanti omicidi di routine da parte delle polizie locali.

Negli Stati Uniti le forze di polizia dipendono in gran parte dai poteri locali e in particolare dal sindaco. Si tratta di circa 800.000 agenti, di cui il 13,3 % afroamericani (in linea con la loro incidenza demografica), e soltanto il 12 % donne. Dunque, si tratta di una rete organizzativa capillare e con forti legami conservatori, a schiacciante predominanza maschile: impiegati municipali remunerati convenientemente e dotati del potere di sparare e di arrestare, mentre le polizie federali contano circa 120.000 effettivi. Nei 233 anni che ci separano dal varo della Costituzione degli Stati Uniti, così come non è ancora stata approvata una legge federale contro il linciaggio, non si è trovata l’occasione di stabilire un protocollo federale per il reclutamento, i criteri di selezione e di formazione, i limiti degli interventi delle polizie locali e la rendicontazione del loro operato. La combinazione di un potere federale cinicamente remoto con il dominio delle consorterie locali è il frutto bacato di una struttura decentrata nell’immensa provincia statunitense. Le polizie locali sono sorte verso la metà dell’Ottocento in formazioni sociali differenziate al Nord, al Sud e all’Ovest, ma quasi dappertutto intorno al patriziato danaroso e ci restano abbarbicate.

Prima dell’Indipendenza, nel Nord coloniale i maschi abili erano sempre reclutabili per il mantenimento dell’ordine, e ancor più per l’accaparramento di terre e per la difesa della sicurezza degli europei contro le popolazioni native. Verso la metà dell’Ottocento, quando l’immigrazione dall’Europa diventa massiccia, i poteri locali strutturano le prime forze di polizia. I penultimi immigrati devono tenere a bada gli ultimi arrivati, sicché gli anglo-sassoni sorvegliano irlandesi e tedeschi, poi questi sorvegliano russi, polacchi e italiani. Infine, nel Novecento, durante la Grande migrazione dal Sud degli ex-schiavi afroamericani (1910-1970), i gendarmi di origine europea sorvegliano strettamente i ghetti. Tuttavia dagli anni Cinquanta, grazie alle lotte per i diritti civili, si apre un varco di accesso agli afroamericani nei corpi di polizia, anche se con forti differenze tra città.

Fin dai tempi coloniali nel Sud schiavista e nei territori di confine i maschi bianchi abili erano reclutabili non soltanto contro le fughe e le insurrezioni di schiavi, ma anche contro i loro innocui assembramenti. Un bianco ordinario poteva essere amico del singolo afroamericano ma si allarmava e diventava minaccioso quando ne notava un gruppo in uno spazio pubblico. Nelle campagne del Sud le cosiddette “pattuglie schiaviste”, prima della Guerra civile, erano mobilitabili a un cenno delle autorità locali, anticipando di qualche decennio il Ku Klux Klan e le altre organizzazioni suprematiste, sorte in reazione all’abolizione della schiavitù.

Insieme con il pattugliamento, il linciaggio, sovente un linciaggio popolare bianco, è stato l’altro cardine della “legge e ordine” a sfondo razzista, un fenomeno endemico, prima nel West contro chi era etichettato come intruso e malfattore, e poi nel Sud contro gli afroamericani non più schiavi e contro altre minoranze, in un crescendo che toccò il suo picco alla fine dell’Ottocento. Durante la Grande migrazione afroamericana verso il Nord, come qui spiega Ferdinando Fasce, i riots dei bianchi contro gli insediamenti degli afroamericani in quartieri misti hanno progressivamente terrorizzato e rinchiuso gli afroamericani e le afroamericane nei ghetti. La rendita immobiliare fondata sul razzismo si è incrinata soltanto dopo le rivolte antirazziste degli anni Sessanta.

Il Tuskegee Institute ha contato 4473 linciaggi tra il 1882 e il 1968, di cui 3446 contro afroamericani, una cifra che pecca per difetto. Nel Novecento gli organi federali hanno spinto a favore della pena di morte legale per diminuire il numero dei linciaggi e mitigare la cattiva fama degli Stati Uniti in proposito; al contempo, il governo ha lasciato alle polizie locali ampio margine alle esecuzioni per le spicce sul luogo del presunto crimine. Così è andato quasi azzerandosi il numero dei linciaggi dopo gli anni Cinquanta, mentre diminuiva anche il numero delle esecuzioni capitali legali fino agli anni Settanta e poi ancora nello scorso ventennio. In compenso, aumentava il numero degli omicidi da parte delle polizie. Studiando la storia dei linciaggi lo storico Michael Pfeiffer ha scritto che i moderni eccessi razzisti delle polizie urbane del ventesimo secolo e anche dopo hanno caratteristiche da linciaggio.

Le uccisioni di uomini e donne da parte delle polizie locali statunitensi suppliscono ai linciaggi e soddisfano non solo i suprematisti bianchi in senso stretto, ma anche i difensori a oltranza della proprietà, che viene prima della vita degli altri, come argomenta qui l’articolo di Bruno Cartosio. In particolare, chi è maschio, giovane e afroamericano deve prendere continue precauzioni per evitare l’incidente, lo scontro e l’arresto con le polizie, anche per futili motivi, così come hanno sempre fatto i suoi antenati negli scorsi 350 anni. Dal canto loro, fin dall’inizio della Grande migrazione, come dimostrano le statistiche, le donne afroamericane hanno preso la via dell’emigrazione dal Sud ancor prima dei loro fratelli e mariti, al fine di sfuggire agli stupri e alle violenze dei padroni bianchi.

Anche nel Nord e nell’Ovest la vigilanza costante è d’obbligo per evitare guai con le polizie. Nel confronto con l’Europa, il reclutamento e la formazione delle forze locali negli Stati Uniti lasciano a desiderare. Contro un periodo di circa due anni di tirocinio richiesto in Europa, negli Stati Uniti bastano in media 16-20 settimane di addestramento per prendere servizio in molte polizie locali. La paga è sicura e conveniente e neppure l’omicidio intenzionale da parte di un poliziotto può diventare un reato federale.

Il degno rappresentante democratico al Congresso Hank Johnson, afroamericano e buddhista, ha un bel presentare e ripresentare il suo disegno di legge (Police Accountability Act) fin dal 2017 per rendere reati federali gli omicidi premeditati e preterintenzionali da parte di poliziotti, ma finora senza alcun successo. Inoltre, le forze di polizia statunitensi possiedono un armamento inimmaginabile per le polizie di molti altri paesi. Con il cosiddetto Programma 1033 della presidenza Clinton (1997) la linea di demarcazione tra l’armamento delle forze armate federali e quello delle polizie locali è sempre più sfocata. Il Programma 1033 ha perfezionato la collaudata consuetudine dei conferimenti gratuiti di surplus militare – comprensivo di armi da guerra – alle polizie locali. Il Programma, calcolato in 6,8 miliardi di dollari di conferimenti, è stato parzialmente interrotto sotto la presidenza Obama (2015). Con l’avvento di Trump il Programma 1033 è ripreso a tutto vapore (2017). In breve, le polizie locali sono militarizzate e generalmente dimostrano di esserne fiere e appagate.

Quando, com’è accaduto di recente, un senatore repubblicano di Washington ha richiesto «una soverchiante dimostrazione di forza per disperdere, arrestare e in definitiva dissuadere i facinorosi», ossia «gli infiltrati Antifa, i criminali nichilisti e i radicali di sinistra», tutti hanno capito che il suo ovvio riferimento non è certamente alle armi leggere. In una recente intervista concessa al londinese Guardian, l’attivista californiano di Black Lives Matter, Cephus X Johnson ha così riassunto la situazione: «Il suprematismo bianco non vincerà ma l’aspetto doloroso è che diventerà ancora più malvagio». E tuttavia va notato che albeggia la fine dell’isolamento e della solitudine dei “popoli scuri” negli Stati Uniti, che il mito della classe media statunitense è in crisi profonda e che le enormi sperequazioni di classe sono diventate insopportabili per tanti/e giovani, quale che sia il colore della loro pelle. La solidarietà internazionale contro la discriminazione induce anche giovani di altri continenti a dimostrare e a fare i conti con il passato coloniale e il presente neocoloniale, non soltanto in Europa ma anche – pur tra enormi rischi di repressione – in Africa e altrove: un potenziale fino a poco tempo fa pressoché invisibile. Anche queste scene sono state riprese e hanno fatto il giro del mondo.

Un secolo di rivolte

9 giugno 2020

Ferdinando Fasce

Le enormi manifestazioni di protesta scoppiate negli Stati Uniti e nel mondo in risposta all’uccisione di George Floyd hanno spinto gli osservatori a evocare gli urban o race riots, le rivolte dei ghetti, degli anni Sessanta. Per capire ciò che sta accadendo è però forse necessario allungare l’orbita all’indietro, con una breve ricognizione sulle peripezie che l’espressione race riots – che tende ad appiattire la questione razziale sulla dicotomia nero-bianco – ha conosciuto dalla sua prima comparsa negli anni Novanta dell’Ottocento. Allora indicava gli attacchi violenti inscenati da bianchi contro i quartieri neri in città del Sud e del Nord. Città verso le quali gli afroamericani stavano spostandosi, in cerca di condizioni meno inique di quelle nelle quali vivevano nelle campagne del Sud, pure a diversi decenni dall’abolizione della schiavitù. Gli attacchi erano tanto virulenti da sovrapporsi talora ai linciaggi, concentrati al Sud, ma segnalati, con l’eccezione del New England, anche al Nord o nel Centro. Le ragioni e i pretesti erano i più vari, ma si riassumevano in una qualunque, vera o presunta, violazione del rigido apartheid legale in vigore al Sud, e di quello, più fluido, ma non privo di pesanti discriminazioni, in atto nei confronti dei ghetti afroamericani nel resto della nazione. Protagonisti di questi attacchi, strati popolari bianchi preoccupati della concorrenza nera sul mercato del lavoro o abitativo e forse soprattutto desiderosi, in coincidenza con strette economiche e sociali, di far valere sul piano simbolico e culturale il privilegio compensatorio della propria “bianchezza”. Agivano col sostegno di ampi segmenti di ceto medio e l’acquiescenza, quando non l’appoggio, delle élites bianche, preoccupate solo che la cosa non degenerasse in una pericolosa messa in discussione dell’ordine costituito, e quindi con l’appoggio, quando necessario molto attivo, delle polizie e dei tribunali.

La pratica conobbe un’impennata negli anni a cavallo della Grande guerra, mentre si infittiva, causa la domanda di braccia suscitata dalla mobilitazione bellica, la grande migrazione nera verso le città, in particolare, ma non solo, del Nord. Ecco allora scontri razziali particolarmente brutali, con decine di vittime, a St. Louis e a Chicago. Ecco una ventina di città investite da sommosse razziali nel 1919, sommosse cui corrispondevano un’ottantina di linciaggi, il doppio di quelli del 1917. Ecco incidenti ancora l’anno successivo, mentre mordeva la breve, ma terribile recessione, frutto della travagliata riconversione internazionale postbellica. E continuavano a infiammarsi le lotte operaie del “biennio rosso” e, in risposta a ciò, prendeva corpo la durissima crociata antioperaia e repressiva che avrebbe portato all’arresto di Sacco e Vanzetti. Tra questi riots, sempre scatenati dai bianchi con le solite modalità, e quelli del periodo prebellico c’era, però, una differenza significativa. In questo ciclo di “disordini” i neri provavano, con più determinazione che in passato, a contrattaccare, con la propria autoorganizzazione di quartiere e con l’incoraggiamento e l’assistenza legale della loro principale associazione nazionale, la National Association for the Advancement of Colored People.

Si facevano forti del fatto di essere diventati di più, nelle città del Nord, e di aver acquisito nel frattempo una nuova consapevolezza dei propri diritti di cittadini e cittadine, prestando servizio nell’esercito, per quanto in reggimenti rigidamente segregati, o entrando a far parte dell’”altro esercito”, rimasto a casa, della macchina produttiva bellica. Si rinsaldava ed estendeva così, sia pure fra mille asperità, un’esperienza di oscura e molecolare mobilitazione comunitaria afroamericana che, sopravvissuta ai difficili anni Venti infestati dal Ku Klux Klan e ai non meno duri anni Trenta della Grande depressione, avrebbe trovato nel secondo conflitto mondiale terreno fertile di aggregazione e consolidamento. La alimentavano i legami, ideali e di militanti, con le lotte di liberazione anticoloniali, l’allargamento degli spazi di manovra reso possibile dal completamento delle migrazioni al Nord e l’impegno del paese nella battaglia antifascista. Impegno che per gli afroamericani e le afroamericane diventava richiesta di una “doppia vittoria”, anche sul fronte interno dei diritti per le minoranze. E gettava le basi per la costruzione del vasto movimento per i diritti civili che sarebbe poi esploso nel Secondo dopoguerra, col sostegno crescente di ampi segmenti dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Proprio mentre le richieste di tale movimento trovavano, seppur fra le persistenti e violente resistenze dei bianchi sudisti, un primo riconoscimento formale nelle leggi per i diritti civili di metà anni Sessanta, l’espressione race riots assumeva un nuovo significato. Veniva a indicare le rivolte incendiarie dei ghetti ricordate in apertura di questo articolo e senz’altro più note al grande pubblico dei race riots a trazione bianca razzista che le avevano precedute. Note, ma paradossalmente ancora da esplorare adeguatamente, come sottolineano gli esperti in materia. Che indicano tre elementi decisivi di questa stagione di lotte, nel quadro più generale delle battaglie dei “lunghi anni Sessanta”.

Il primo è quello di una presa di parola, disperata e drammatica, ma straordinariamente incisiva da parte degli strati più poveri rimasti, per dirla con Martin Luther King, «inascoltati».  Una presa di parola, un grido rivolto al resto della società, in genere originato da una violenza della polizia bianca, che indusse il presidente Johnson a creare una speciale commissione sul tema. E ad accelerare l’avvio della “guerra alla povertà”, il grande progetto di riforme strutturali da lui annunciato pochi mesi prima del primo riot di Harlem, nel gennaio 1964. In secondo luogo queste ribellioni, per quanto volte a richiamare l’attenzione del paese, avevano come perimetro il ghetto, restavano rinchiuse all’interno degli spazi del degrado e dell’emarginazione al quale appartenevano i suoi protagonisti. Il diciassettenne prototipo dei ragazzi che troviamo al centro del riot di Watts, agosto 1965, scatenava la sua rabbia distruttiva a un miglio dalla propria abitazione.  Infine, riguardo alle conseguenze è vero che, come alcuni hanno osservato in questi giorni, il centinaio di manifestazioni anche violente che seguirono all’assassinio di King, nell’aprile 1968, furono abilmente usate dalla campagna elettorale “legge e ordine” che nemmeno sette mesi dopo portò il reazionario Richard Nixon alla Casa Bianca. Ma è anche vero che il backlash, la reazione destrorsa, era in atto in forma “preventiva” già da prima dei riots, addirittura dall’estate del 1963, prima dell’uccisione di John Kennedy. Piuttosto, va detto che le rivolte spinsero Johnson – preoccupato di coprirsi presso l’opinione pubblica moderata, in una situazione che il Vietnam rendeva esplosiva – a sovrapporre (e addirittura anteporre) al coraggioso progetto della “guerra alla povertà” la “guerra al crimine”. Ovvero, quella lotta senza quartiere alla piccola “devianza” che, fortemente impregnata di stigmi razzisti, rinforzò pregiudizi e arroganza delle strutture poliziesche ancora prevalentemente bianche e aprì la strada all’incarcerazione di massa, con al centro gli afroamericani, che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

Fenomeni, questi, che ci portano dritti ai nostri giorni. A quella Minneapolis nella quale gli afroamericani, quasi un quinto della popolazione, hanno nove probabilità più dei bianchi di venir arrestati per reati minori. Col rischio di subire poi, come George Floyd, la criminale violenza poliziesca. Ad altri, nelle pagine che seguono, il compito di illustrare la sua vicenda e le mobilitazioni senza precedenti, che tendono a spezzare i vincoli della riduttiva dicotomia nero-bianco, che ne sono scaturite.

Il ginocchio sul collo

9 giugno 2020

Alessandro Portelli

Il  5  giugno 2020, mentre tutti gli Stati Uniti ribollivano di proteste contro la violenza razzista della polizia per l’assassinio di George Floyd a Minneapolis, Bruce Springsteen ha aperto il suo programma sulla radio Syrius XM con una delle sue canzoni più controverse: American Skin (41 Shots), sull’assassinio di un giovane immigrato africano, Amadou Diallo, crivellato con 41 colpi di arma da fuoco da una squadra di poliziotti di New York: «Questa canzone dura quasi otto minuti», ha aggiunto: «il tempo che il poliziotto [Derek Chauvin] ha tenuto il ginocchio sul collo di George Floyd».

Springsteen ha definito questo delitto come un «linciaggio visuale», e lo ha sottolineato mandando in onda Strange Fruit, la canzone di Billie Holiday e Nina Simone sui linciaggi nel Sud: «Incombe ancora su di noi, generazione dopo generazione», ha aggiunto, «il fantasma della schiavitù, il nostro peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana».

Springsteen ha ragione; ma la scena del poliziotto col ginocchio piantato sul collo della vittima ha evocato altre immagini, che rinviano non solo alla storia degli Stati Uniti, ma alle radici mitologiche dell’identità occidentale: San Giorgio che calpesta il drago, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’animale ucciso in safari… Sono figure della vittoria della virtù sulla bestia, dello spirito sulla natura, della civiltà sul mondo selvaggio – e del bianco sul nero.  Così deve essersi sentito il poliziotto Derek Chauvin, essere supremo, domatore sul corpo prostrato di George Floyd in mezzo alla strada, davanti agli occhi di tutti e tutte.

Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e insieme il più simbolico dei diritti: il respiro, vita del corpo e soffio dello spirito. Jack London lo chiamava il Tallone di ferro; stavolta è un ginocchio, a New York al collo di Eric Garner era un braccio; ma la sostanza è la stessa. Il ginocchio sul collo è la materializzazione della forma attuale dei rapporti di dominio, nuda violenza, senza finzioni, né filtri tra chi sta sopra (superior stabat lupus…) e i “subalterni”.

La crisi economica svuota le classi medie, i populismi autoritari svuotano le intermediazioni fra il potere e i cittadini. Anche per questo in strada non sono scesi solo i fratelli e le sorelle afroamericani, i più prossimi alla vittima, ma anche tanti di quelli – bianchi e ispanici, uomini e donne, in gran parte giovani – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà, della sussistenza e dello svuotamento della democrazia (l’assassinio di George Floyd accade sulla scia di una pandemia in cui il tasso di morti fra gli afroamericani e le afroamericane è stato il doppio della  media nazionale, ma non ci sono statistiche affidabili sul tasso di morti fra i poveri e le povere di tutti i colori. In Gran Bretagna, è stimato al 110 per cento della media nazionale).

 Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere. Il respiro spezzato di George Floyd e di Eric Garner è anche una figura della voce negata di una parte degli Stati Uniti senza diritto di parola, senza voto e senza rappresentanza, che come sempre ha dovuto ricorrere a mezzi estremi per farsi sentire (per citare un apostolo della non violenza, Martin Luther King: «i riots sono la voce di chi non riesce a farsi sentire»).

In un saggio di qualche anno fa (The Wrecking Crew: How Conservatives Rule, 2008), Thomas Frank affermava che la destra americana, da Reagan a Bush, si è impadronita dello stato con il programma di distruggerlo. La realtà è anche più articolata: come è diventato sempre più chiaro con l’elezione di Trump, la destra repubblicana effettivamente lavora a smontare lo stato come responsabilità di governo, e tiene invece moltissimo allo stato come esercizio di dominio e monopolio della forza. Così, quando il paese diventa ingovernabile, Trump non sa immaginare altro che sparatorie, “cani feroci”, gas lacrimogeni, mobilitazione dell’esercito. Il gesto di rifugiarsi nel bunker evoca un dittatorello spaventato dai suoi stessi sudditi, ma è anche un gesto calcolato: aveva fatto la stessa cosa il vicepresidente Cheney dopo l’11 settembre. Imitandolo, Trump ha lanciato il messaggio che la crisi di questi giorni è della stessa gravità di allora, che c’è una guerra in corso, che il paese che lui rappresenta è minacciato (dagli “antifa”, nuovi terroristi) – e quindi che è necessario, come allora, sospendere democrazia e diritti in nome della “sicurezza”.

Né l’alternativa possono essere le parole flebili e convenzionali che sono venute, in un momento che avrebbe bisogno piuttosto di azioni e di proposte concrete, da Joe Biden e dal partito cosiddetto democratico, che peraltro di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi. Biden è andato a trovare la famiglia di Floyd, ma non ha partecipato al funerale; e non ha perso tempo a dirsi contrario alla riduzione dei finanziamenti alle forze di polizia, come chiedono settori crescenti dell’opinione pubblica e come stanno cominciando a mettere in atto alcune amministrazioni locali. Fino a pochi giorni fa, la più plausibile candidata democratica alla vicepresidenza era Amy Klobuchar, che quando era district attorney a Minneapolis aveva sempre rifiutato di perseguire i casi di violenza poliziesca, tra cui almeno una volta lo stesso Derek Chauvin. Anche se la sua candidatura è ormai tramontata, il fatto che si fosse pensato a lei come vicepresidente (e quindi in futuro addirittura come possibile candidato alla presidenza) ci dice quanto questi temi fossero lontani dalla sensibilità dei e delle dirigenti del Partito democratico.

Il defunding della polizia è una delle rivendicazioni uscite da questa ondata di proteste. Dopo le guerre del Golfo e l’11 settembre, le varie polizie locali hanno avuto a disposizione risorse sempre più abbondanti per armarsi letteralmente come un esercito in guerra. Come ha scritto Tod Nolan, sociologo ed ex poliziotto, le forze di polizia scese in campo a Minneapolis erano munite di «armi e veicoli da guerra» e disponevano di «un arsenale di cui sarebbe andato orgoglioso qualunque piccolo esercito». Fin dagli anni Sessanta, Stokely Carmichael e i militanti del Black Power parlavano della polizia nei ghetti come di un esercito d’occupazione; oggi, poliziotti armati come in guerra sono incentivati a sentirsi in guerra. Come scrisse a suo tempo il Guardian, dopo l’assassinio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel 2014 la Guardia Nazionale usava «un linguaggio altamente militarizzato, parlando di “forze nemiche” e di “avversari”», o «”forze nemiche” delle quali facevano parte, a quanto pare, i “manifestanti in genere”».

Per fortuna, nelle strade d’America ci sono gesti concreti che allargano l’area della protesta a protagonisti inaspettati. A Harlan, Kentucky, un luogo mitico per la sua storia di lotte ma invisibile per i media (o bollato come parte dello zoccolo duro bianco e proletario di Trump), una ragazza straordinaria e normale ha detto basta. Si chiama Bree Carr, ha 17 anni, va a scuola, lavora in un fast food: «Voglio far sapere alle persone che stanno lottando», ha detto, «che qui nell’Appalachia rurale hanno degli alleati. E che sappiano che per ogni persona di qui che è razzista e piena di pregiudizi – perché il pregiudizio qui è antico come il nostro dialetto – ce ne sono tante che vedono come stanno le cose e sono con loro». L’hanno insultata e minacciata, ma quando lei e altre 116 ragazze e ragazzi sono scesi in strada, anche i camionisti che passavano coi carichi di carbone hanno suonato il clacson in segno di solidarietà.

Gesti concreti di nuova opposizione sono venuti da gruppi imprevisti di altre lavoratrici e altri lavoratori: gli autobus di Minneapolis che hanno rifiutato di portare in carcere i manifestanti arrestati; o quelli dell’azienda cittadina di trasporti di Boston che hanno rifiutato di condurre la polizia sui luoghi della protesta. Il fatto più nuovo e inaspettato è venuto da quello che sarebbe il campo avverso: i poliziotti che solidarizzano con la protesta, che dicono basta a crimini e violenze commessi in loro nome. Gli episodi più clamorosi sono venuti da realtà con un forte potere simbolico: Camden, New Jersey (città di Walt Whitman, poeta della democrazia, e periferia disastrata); Flint, Michigan (la città operaia della General Motors e Michael Moore, avvelenata dagli scarichi industriali nelle acque col silenzio del governo federale); Lincoln, Nebraska (cuore delle badlands springsteeniane); e persino da Ferguson (campo di battaglia nel 2014, ora con una sindaca nera). Che poliziotti di Ferguson si inginocchino in omaggio a un afroamericano ammazzato da uno come loro significa che c’è un limite a tutto, che questo limite è stato oltrepassato, e che qualche coscienza comincia a cambiare. Forse non basta, ma non era mai successo prima; e sta succedendo in territori e in gruppi sociali che teoricamente sono la base elettorale di Donald Trump. Forse non basteranno a rovesciare l’esito delle elezioni, almeno per ora, ma suggeriscono che la strategia dello scontro di Trump potrebbe cominciare a sgretolarsi. Forse, adesso che il drago si scuote, anche San Giorgio comincia ad avere qualche dubbio.

Le strade della sollevazione

9 giugno 2020

Bruno Cartosio

L’omicidio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio ha innescato una sollevazione generale. Una conflittualità sociale dispiegata e duratura come nessun’altra da decenni, violenta e non violenta, afroamericana e non, di uomini e donne di “colori”, età e condizione diverse. Una ragnatela di centinaia di manifestazioni di massa, constatava il New York Times il 7 giugno, che ha avvolto gli Stati Uniti in un «coerente movimento nazionale contro il razzismo del sistema». Gli afroamericani sono alla testa della protesta, come lo erano stati negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, quando l’ultimo loro grande movimento aveva imposto cambiamenti radicali – contro il razzismo istituzionale e contro la povertà – nella società statunitense. Ma dopo quest’ultimo mezzo secolo di reazione la storia si deve ripetere. E stavolta la rabbia per gli omicidi da parte delle polizie locali, già allora scintilla delle rivolte urbane, è esasperata dall’innalzamento drammatico della disoccupazione e dalla devastazione dei contagi da Covid-19 degli ultimi mesi.

La polizia è violenta sempre, ma il numero degli afroamericani ammazzati dai poliziotti negli anni recenti – gli ultimi noti tra marzo e maggio: George Floyd in Minnesota, Ahmaud Arbery in Georgia (da ex poliziotti), Breonna Taylor in Kentucky e Manuel Ellis nello stato di Washington – è insopportabilmente alto: 755 tra il 2017 e oggi, quasi la metà dei bianchi (1308), nonostante che i neri siano il 13% della popolazione. È in risposta a questa brutalità selettiva che sono venute, storicamente, le rivolte più distruttive. “Occhio per occhio” era scritto su un cartello illuminato dalle fiamme: stazioni e auto della polizia incendiate, vetrine infrante e negozi saccheggiati. E quindi repressione con forze di polizia militarizzate e Guardia nazionale (e con l’esercito dispiegato come forza di occupazione interna, se i militari avessero obbedito a Trump). Il quale ha scritto con sincerità tanto rivelatrice quanto provocatoria: «Quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare»; citando le parole del capo razzista della polizia di Miami, Walter Headley (1967) e del razzista segregazionista governatore dell’Alabama George Wallace (1968) ed evocando quelle con cui nel 1970 Ronald Reagan – allora governatore della California – aveva invocato un “bagno di sangue” per ridurre al silenzio il movimento contro la guerra.

Nella rabbia di oggi c’è un condensato di verità storica. Le parole di Tamika Mallory a Minneapolis, una delle organizzatrici della prima grande “Women’s March” del 2017 contro Trump, sono state taglienti: «La ragione per cui gli edifici bruciano è perché questa città, questo stato hanno preferito conservare [il] nazionalismo bianco e [la] mentalità suprematista bianca… I giovani rispondono. Sono arrabbiati… Siate coerenti con quando dite che l’America è la terra dei liberi; non è stata libera per la gente nera. Siamo stanchi. Non parlateci di saccheggi, siete voi i saccheggiatori. L’America ha saccheggiato la gente nera; ha saccheggiato le terre dei nativi americani… Saccheggiare è quello che avete sempre fatto. E’ da voi che abbiamo imparato la violenza, quindi se volete che siamo migliori, allora siate voi a essere migliori».

Meno taglienti e altrettanto vere sono state le parole di Kareem Adbul-Jabbar, indimenticata superstar del basket: tu bianco vedi i neri che saccheggiano le vetrine di Target e pensi, non va bene, è una cosa che danneggia la vostra causa. «Non hai torto», ha scritto Kareem, «ma non hai neppure ragione»: il «razzismo in America è come il pulviscolo nell’aria. Sembra invisibile, anche se ti sta soffocando, fino a che non lasci entrare il sole. Allora vedi che è dappertutto».

Tuttavia, per la prima volta, la realtà di questa contraddizione non diventa un ostacolo insormontabile alla solidarietà e alla condivisione della piazza. La spiegazione c’è. Il crescere dei diversi antagonismi contro Trump e i drammi sociali degli ultimi mesi, direttamente e indirettamente legati alla pandemia, hanno fatto da catalizzatore. Pressoché ovunque al seguito dell’iniziale ribellione nera si è formata una composita corona di solidarietà politica combattiva e largamente non violenta. Tanto rappresentativa che non potrà essere ignorata, né ridotta a “delinquenti” (thugs), come li ha bollati Trump. Sufficientemente grande prima da accerchiare la Casa Bianca e costringere Trump a chiudersi nel bunker sotterraneo, e poi da riempire la capitale con un milione di dimostranti.

È forte la preoccupazione che le immagini di incendi e saccheggi possano giocare a favore della rielezione di Trump a novembre. E allora i grandi media, dopo lo sconcerto iniziale, hanno puntato cronache e immagini sulla tranquillizzante non violenza della protesta e le vaste solidarietà trasversali, tra cui quelle dei poliziotti “buoni” in ginocchio con i dimostranti. In tanti temono il ripetersi dei supposti effetti negativi che agitazioni e proteste ebbero sul voto del novembre 1968, quando Nixon vinse per un pelo sul candidato democratico Humphrey. Più che equivoco, quel richiamo è sbagliato: Nixon e la sua “maggioranza silenziosa” non vinsero per colpa del Movimento, ma grazie al 13,5% dei voti “sottratti” ai democratici nel Sud razzista da George Wallace, candidato indipendente dopo essere uscito dal Partito democratico contro la svolta johnsoniana a favore dei diritti civili e di voto dei neri.

Il pulviscolo razzista è presente «nel sistema educativo e giudiziario e nel mondo del lavoro»; è sempre lì, dice Kareem, l’ago dell’ingiustizia «non smette di pungere». Per i neri, anche se nelle strade è tanta la gente di buona volontà, alla violenza poliziesca si sovrappongono le altre due grandi crisi, disoccupazione e pandemia. La comunità afroamericana ne è stata investita più di ogni altra. L’Economic Policy Institute dà le cifre della realtà che i neri denunciano e contro cui hanno allargato la conflittualità attuale: sono il 13% della popolazione, ma i casi di Covid-19 sono per loro al 22% e le morti al 23%, e nel crollo verticale dell’occupazione la loro disoccupazione è di quattro-cinque punti più alta che per i bianchi.

Il prolungato disinteresse di Trump per le minacce della pandemia e le sue incoerenti decisioni ed esternazioni hanno avuto effetti devastanti su lavoro e salute. Tutte le rilevazioni hanno mostrato che gli afroamericani sono stati i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono in maggioranza). Poi, ad aprile, si sono aggiunte le chiusure e la crescita repentina dei licenziamenti, che in meno di due mesi hanno lasciato a casa 40 milioni di persone. Tra chi ha perso il lavoro la percentuale di afroamericani e latinoamericani, uomini e donne, è stata sproporzionatamente alta. Molti di loro non hanno risparmi accantonati e, perdendo il lavoro, hanno perso anche le coperture assistenziali (che arrivano tramite il datore di lavoro). I sussidi non bastano.

Non tutti i licenziamenti saranno definitivi, si dice, e alla lunga probabilmente sarà così: nelle ultime settimane di allentamento del lockdown quasi tre milioni di persone sono tornate a lavorare. Una parte saranno riassunzioni, ma molti posti di lavoro – sia nuovi, sia tra quelli che non sono stati cancellati – saranno a tempo parziale e a salari più bassi di prima. Nelle catene di fast food si rischia di perdere le conquiste salariali ottenute con le lotte degli ultimi anni. Lo stesso vale per i lavoratori e le lavoratrici che nel commercio, nella ristorazione, nell’alberghiero, nell’edilizia, nelle manifatture, nelle consegne erano riusciti a strappare condizioni di lavoro migliori e in qualche caso la sindacalizzazione. Gli assunti e le assunte negli ospedali e negli istituti di cura – anche lì salutati come gli “eroi del Covid-19” – hanno cominciato a essere tagliati, con l’attenuarsi dei contagi, e già in questi mesi hanno dato vita a significative forme di resistenza.

Tutti questi sono i settori a più alta occupazione di afroamericani e ispanici, quelli in cui le lotte salariali e per la sindacalizzazione sono state condotte con maggiore forza negli anni passati. Dovranno tutti tornare a lottare. Del resto, i maschi neri sono da decenni la componente di lavoratori più sindacalizzata e le donne nere e ispaniche sono state le protagoniste delle rivendicazioni degli ultimi anni. Non è un caso che siano stati i primi a essere licenziati e molti non saranno più assunti. Ma proprio la decisione con cui hanno lottato negli anni recenti ha dato anche ora a tanti di loro la motivazione necessaria per scendere nelle strade. La loro è una rabbia lucida, che coniuga l’insopportabilità delle violenze poliziesche con la risposta all’insulto razziale e l’inaccettabilità della condizione sociale. In prima linea nelle azioni di fuoco sono i più giovani, ma come in tutte le resistenze i meno giovani sono il retroterra necessario per dare peso politico, fare coalizione e tenere la barra del movimento.