Sulla categoria di paternalismo e il caso triestino

Sergio Bologna

18 ottobre 2021

Diverse versioni di questo articolo sono uscite anche su Il Manifesto (18-10-2021) e Il Fatto Quotidiano (19-10-2021).

Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.

Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.

Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.

Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.

I porti e il caso di Trieste

In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto benissimo continuare così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.

Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.

Può essere definito questo “paternalismo”?

Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. É stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.

Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.

Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.

Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.

“No al Green Pass” come obbiettivo unificante

Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. É quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.

Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.

Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? É proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.

E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.

Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider…

In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.

Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:

a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);

b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e

c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e

d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.

Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.

Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.

Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.

Il movimento no vax non può che essere di estrema destra

Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).

Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. É una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. É un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?

No grazie.                                   

Finalmente dovranno ascoltare

Di Rachel Kushner

(Traduzione di Daniele Balicco)

È difficile credere che George Floyd sia morto solo da due settimane. E non perché la sua morte sembri già lontana, nel tempo; ma perché resta incompiuta, nella sua brutalità. Io non riesco a vederne il video, non ce la faccio. Mi basta la descrizione: George, steso a terra, che invoca ripetutamente sua madre morta, chiedendole di intervenire per salvarlo da uno sbirro che lo sta soffocando, con un ginocchio sul suo collo. È più che sufficiente questa breve descrizione per “vedere” quel filmato. È insostenibile. Diventa quasi naturale chiedersi se la vita simbolica abbia avuto inizio, nella nostra storia, a partire dalla morte, con i martiri, con la loro immagine che si trasforma in una forza che resta presente. Il volto di George Floyd è ovunque. Così come quello di Breonna Taylor, che è stata uccisa a casa sua. Aveva 26 anni, un paramedico, lavoratrice con una formazione professionale. Uccisa senza alcun motivo, solo perché la polizia ha bussato alla porta sbagliata.

A partire dal giorno dopo la morte di George Floyd, la sollevazione è iniziata e siamo tutti entrati, qui negli USA, in un’altra dimensione temporale. Sono solo passati quindici giorni ed è già difficile ricordare come vivevamo prima, quando la vita quotidiana si ripeteva lenta e ordinata, nel suo ritmo seriale. Ora, ogni giorno è un momento diverso di questa sollevazione. Il tempo scorre in modo differente: ogni ora è un nuovo capitolo di questa storia. Un giorno di settimana scorsa, non era ancora mezzogiorno, e cinquanta macchine della polizia bruciavano a Hollywood.

Ho sempre pensato che il Kairòs fosse semplicemente un’idea, qualcosa di cui hanno scritto i filosofi, un tempo fuori dal tempo, un tempo non occupato dal lavoro o dalla scuola, e nemmeno apparentemente libero, come nei fine settimana; qualcosa di indefinibile, insomma, un Evento. Ora so che ci siamo finiti dentro. E il Kairòs, a quanto pare, produce la sua atmosfera. Ha una sua coreografia. Permette alle persone di smettere, improvvisamente, di tollerare ciò che è stato apparentemente tollerato per centinaia di anni. È come se gli americani fossero americani solo ora; e tutto in una volta. Perché hanno attivato la potenza della parola BASTA.

Due giorni fa, ho visto il mio vicino di casa che camminava con il suo figlio più giovane, di ritorno da una protesta. E quello era il loro modo di dire BASTA. Che una sola parola possa raccontare ciò che sta accadendo in America oggi ci spiega bene come funziona il linguaggio: le parole possono trasmettere l’eredità della rabbia. So molto di più sul mio vicino e sul suo ragazzo osservando il loro BASTA di quanto avrei mai potuto sapere parlando normalmente con loro. In questi giorni gira su Twitter un meme che dice: “Siete fottuti con l’ultima generazione”. Sono 400 anni che i neri vengono derubati in questo paese. Non c’è mai stata una richiesta di perdono, un risarcimento e sono i neri a rendere gli Stati Uniti un paese “grande”: la cultura americana è cultura nera. Ciò che esportiamo, ciò che il resto del mondo emula e feticizza della cultura americana è semplicemente cultura americana nera; e nessuno cerca nemmeno di negarlo. Eppure, i neri, in America, possiedono una percentuale irrisoria della ricchezza nazionale, hanno molte più probabilità di morire a causa di un incontro con la polizia e vivono in una mobilità di classe difficilissima da sbloccare. Questa è una società che adora la cultura nera, ma ne ruba la vita e ne nega l’umanità.

Una caratteristica specifica del Kairòs, qui a Los Angeles, è il suono degli elicotteri della polizia che sorvolano il centro. Vivo a quindici minuti a piedi dalla zona dei tribunali penali, del palazzo di giustizia e del municipio dove lavora il sindaco. Il Kairòs si manifesta con un rombo turbolento e incessante. Parte all’inizio della giornata e continua fino a tardi. È intervallato da un flusso continuo di sirene e da esplosioni rumorose. Ma le esplosioni provengono dalle granate che gli sbirri usano per cercare di disperdere la folla, o dai petardi M80, che i bambini usano per divertirsi e gli adulti come arma di difesa popolare?

Su Internet, dopo la protesta, guardiamo la polizia affollata nell’atrio del quartier generale mondiale della CNN ad Atlanta. Fuori i manifestanti usano gli ombrelli per difendersi, come ad Hong Kong, e lanciano piccoli petardi all’interno dell’atrio dove la polizia è arroccata. I petardi esplodono. Gli sbirri si spaventano. Il giornalista della CNN, rannicchiato dietro di loro con il suo cameraman, non riesce a capire perché le persone stiano attaccando proprio la CNN. È stupito. E anch’io sono stupita che sia così ingenuo da non rendersi conto che la CNN, così come ogni altro simbolo del potere che ha dominato sulla nostra vita per anni, sia diventato ora un obiettivo giusto. In ogni caso, la CNN resta quasi intoccabile. Il loro enorme logo, le tre lettere dell’alfabeto rosso, che i giovani deturpano per poi farsi riprendere, in piedi, con i pugni alzati inneggiando alla vittoria, vengono riverniciati il giorno successivo. È incredibile pensare che questo tipo di danno alla proprietà venga preso per “violenza”. Fa quasi tenerezza pensare ai graffiti come ad una forma di violenza in questa battaglia ad armi impari, in cui la polizia ha vinto per decenni.

La Guardia nazionale che occupa le nostre strade con grandi mezzi corazzati color sabbia del deserto l’ha chiamata il nostro sindaco, Eric Garcetti, un democratico – è stata un’altra caratteristica del Kairòs, ma questa volta fuori dal tempo. I militari devono mostrarsi come incarnazione del concetto di “ordine”, un ordine che deriva dalla legge. Ma sappiamo tutti la verità – e lo sappiamo soprattutto ora – che è la legge che proviene dall’ordine; e non viceversa. I mezzi blindati annunciano a gran voce che lo Stato ha perso la sua sovranità, come se la funzione vera di questo dispiegamento di truppe e dei loro veicoli fosse quella di farci sapere che lo Stato ha paura. I militari della Guardia nazionale sembrano annoiati, mentre si fermano vicino al municipio, con in mano i loro grossi scudi, con le loro uniformi mimetiche che, in città, invece di farli confondere nel contesto, li fanno risaltare. Non credo che la Guardia nazionale sia pericolosa, anche se, come è noto, nel 1970 assassinarono quattro studenti universitari in Ohio. Eppure, mio figlio di dodici anni non è tranquillo e, mentre marciamo davanti a loro, mi dice che tutto quello a cui riesce a pensare è il numero di colpi che un M16 può sparare al secondo e poi si mette a contare quante persone ci sono nella folla che manifesta insieme a noi. Mio figlio percepisce istintivamente il pericolo potenziale di una morte di massa che la mia troppo calcificata fiducia nella vita non riesce a capire, come se l’età mi avesse reso più stupida, piuttosto che più saggia. Per un ragazzo di dodici anni, la presenza di una forza occupante armata di M16 è chiara come un’equazione: 800 colpi al minuto, per il numero di minuti necessari a sparare, divisi per il numero di persone presenti, noi, la folla.

Per provare a rassicurarlo, chiedo ad alcuni membri della Guardia nazionale se punteranno i loro M16 contro di noi, gente per strada, nel caso in cui gli arrivasse l’ordine. Tutti scuotono la testa: no, non useranno le loro pistole contro di noi. Sono giovani. Si può accedere alla Guardia nazionale senza un diploma di scuola superiore. L’unico requisito è quello di avere almeno diciassette anni. Non vorrei fare troppo affidamento sulla loro disaffezione, né su una loro possibile defezione in massa, ma è chiaro che esiste una divisione tra loro e la polizia. La polizia è un fronte unificato, con le proprie convinzioni e valori. La Guardia nazionale è fatta per lo più di persone che si sono unite ai militari nella speranza di ripagare il debito scolastico o di acquisire una formazione tecnica che si possa trasformare in un lavoro, una volta terminati gli otto anni di servizio.  Questi ragazzi non si sono arruolati per andare in guerra contro noi civili, ma per aiutarci nella pandemia, o con gli uragani, o per proteggerci durante la stagione degli incendi, che è prematuramente alle porte. La polizia invece non svolge altro ruolo, se non quello che gli stiamo chiedendo con forza di rifiutare: vale a dire, gestire la diseguaglianza e i suoi effetti, soprattutto sulla massa dei senzatetto, dei malati mentali, di chi è costretto a lavorare nei mercati illegali a causa della precarietà economica. La polizia gestisce tutto questo esercitando forza bruta. E lo fa affidandosi ad un’ideologia, che è stata pervasiva nell’era dell’austerità del ventesimo e del ventunesimo secolo, che gli riconosce il potere di controllare la classe più povera. Ma all’improvviso tutto questo sta iniziando a frantumarsi.

Sono cresciuta con bambini i cui padri erano poliziotti. Alcuni di loro sono poi diventati sbirri a loro volta. Forse sta qui la ragione per cui mi sono sempre sentita a disagio quando attivisti cresciuti da genitori benestanti e laureati, persone che non hanno mai dovuto prendere in considerazione una carriera umile nelle forze dell’ordine, gridano contro la polizia. Una parte di me è sempre stata in conflitto con lo slogan “All Cops Are Bastards”. Ma c’era un’evidente confusione nel mio modo di pensare: non importa come siano i poliziotti presi uno per uno, individualmente. Come persone, sicuramente non sono né buoni né cattivi. Il problema è quello che rappresentano, la loro funzione, l’uniforme che indossano; chiunque entra in quegli abiti diventa parte di ciò che deve essere abolito. Come lavoratori potrebbero essere riqualificati e svolgere un mestiere pieno di senso e di dignità, invece di essere costretti ad esercitare violenza e soprusi.

Ieri sera ho riletto il famoso poema di Pasolini su Valle Giulia. Perché in questi ultimi giorni sono due le domande che rimbalzano ovunque in rete: la prima (a lungo senza risposta) è se la polizia fa parte della classe lavoratrice. La seconda, se è necessario che abbia un sindacato generale (i loro sindacati hanno per lo più una base urbana e tengono in ostaggio i sindaci delle grandi città). Ho sempre pensato che Pasolini avesse ragione, anche se non avevo mai compreso del tutto la sua tesi. Per Pasolini, la polizia ha “torto” e gli studenti “hanno ragione”, ma gli studenti sono i borghesi e gli sbirri la classe operaia. Ora però questa lotta è diversa, perché è un conflitto fra lo strato più oppresso della nostra società e la polizia e così l’argomentazione di Pasolini quasi si rafforza, ma al contrario: la polizia ha “torto” e i neri “hanno ragione” perché gli americani neri sono i veri soggetti di questa sollevazione di classe dal basso. La polizia li combatte e invece dovrebbe stare al loro fianco e combattere i potenti; che questo non accada discende della logica per cui la loro funzione è stata progettata. Come si vantava Jay Gould, magnate farabutto del diciannovesimo secolo, un capitalista può “assumere metà della classe lavoratrice per uccidere l’altra metà”.

Vedere tutta la polizia mobilitata mentre lavora per il sindaco che ha imposto, dalla sera alla mattina, il coprifuoco a partire dall’una del pomeriggio, come se stesse mandando a letto l’intera cittadinanza senza cena e senza pranzo; e vederla all’azione, mentre lancia lacrimogeni, spara contro la folla e arresta migliaia di persone solo per il fatto di aver sfidato questo coprifuoco arbitrario, tutto questo rende incredibilmente chiara una verità con cui conviviamo da sempre, ma che rimuoviamo: le tasse sul reddito prelevate dagli stipendi della gente comune, come me e i miei vicini, servono a questo. Paghiamo perché la polizia disponga di attrezzature militari letali e molto costose, il cui unico scopo è quello di fare la guerra contro di noi, quella stessa popolazione che paga per i loro armamenti. Li paghiamo per attaccarci. Nelle ultime due settimane, le armi che abbiamo finanziato con le nostre tasse hanno accecato persone; bambini sono stati colpiti da gas lacrimogeni. Una signora anziana che protestava a La Mesa, in California, è in coma per il proiettile di un’arma “non letale” che l’ha colpita direttamente in mezzo agli occhi. Una giovane donna colpita di notte da un lacrimogeno è morta la mattina dopo.

Vedere le immagini di altre città oltre alla mia, in particolare Minneapolis, ma anche New York, Chicago, Detroit, Filadelfia, Louisville, Portland, Seattle; così come vedere gente che protesta anche in città più piccole, in ogni singolo stato della nostra federazione, giorno dopo giorno, è storicamente senza precedenti. Chiedo ai miei parenti anziani: è stato così dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968? “No”, rispondono tutti rapidamente e con enfasi. “Non è stato così. Nessuno può ricordare un momento come questo, nemmeno nel passato più remoto.”

Quaranta milioni di americani hanno perso il lavoro da marzo. Centodiecimila sono morti per Covid-19 e il virus ha colpito la popolazione nera più duramente di qualsiasi altra. Il gangster alla Casa Bianca ha cercato di usare a proprio vantaggio il caos con discorsi da dittatore alla Rodrigo Duterte. Ha fatto lanciare lacrimogeni contro manifestanti per farsi scattare una fotografia. E ciò ha prodotto, oltre ad un’immagine di pessimo gusto – con lui, osceno, in posa mentre tiene in mano una bibbia – la vera rappresentazione di quello che siamo oggi: un paese con un maldestro “caudillo” che si mette in posa con le spalle rigide contro un muro pieno di insulti in vernice spray nera e rossa. Il surrealismo della sua finta America, la sua nostalgia per la supremazia bianca e per una grandezza che non è mai esistita, è ora sopraffatto dalla realtà; che sta esplodendo nel furore.

Ieri, il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, noto razzista nonché ministro della Giustizia di Trump, ha ritwittato un articolo che ho scritto l’anno scorso per il New York Times sull’abolizione del carcere e sull’insegnamento e sull’attivismo politico di Ruth Wilson Gilmore (l’articolo è stato tradotto in italiano per Internazionale). Ruth ha commentato: “Se uno come Jeff Sessions parla dell’abolizione del carcere, forse inizia davvero ad aver paura di noi”.

Ogni giorno c’è una nuova manifestazione a cui ci si può unire e ogni giorno la riflessione politica sul da farsi si modifica e si trasforma. I Democratici, anche se in modo diverso, problematici quanto è problematico Trump, si stanno arrampicando sugli specchi per trovare una posizione pubblica condivisa; posizione che di fatto resta quella in cui sono già impegnati, quella per cui non devono rinunciare a nulla. Vogliono che lo status quo continui, anche se galvanizzano e perfezionano l’apparenza di un cambiamento, come per esempio nella proposta di “diversificazione” razziale delle forze di polizia o nell’imporre agli sbirri telecamere corporee; chiedono perfino il divieto di soffocare… I Democratici sperano che questa ripulitura e lucidatura possa effettivamente impedire i cambiamenti che loro non vogliono fare.

Su Twitter gira questa battuta:

Democratici bianchi: “Ascoltiamo le donne nere!” [emoji a forma di cuore].

Donne di colore: “Aboliamo la polizia!”.

Democratici bianchi: “Ascolta” [emoji a forma cuore].

Il cinquantaquattro percento degli americani crede che l’incendio del piano terra del distretto di polizia a Minneapolis sia giustificato. Ed è una percentuale di persone più alta di quella di chi sostiene la candidatura di Donald Trump o di Joe Biden. La verità è che l’establishment democratico non è pronto a rinunciare alla polizia. E non è nemmeno pronto a pagare risarcimenti alla comunità nera. Però ora si vestono con magliette con la mappa dell’Africa e si inginocchiano. Vogliono che la polizia si inginocchi. Noi non vogliamo che i poliziotti si inginocchino. Vogliamo che la polizia si sciolga.

Inizialmente i Democratici hanno cercato di sostenere che i saccheggi erano portati avanti per lo più da “gruppi esterni”. Ma con quello che è accaduto, con devastazioni in ogni città del paese, era un discorso privo di senso: se ci sono rivolte ovunque, da dove dovrebbero arrivare mai questi “gruppi esterni”? Quindi hanno rapidamente cambiato posizione, sostenendo che i saccheggiatori erano per lo più bianchi. Ma la rivoluzione, a differenza di quanto dicono le canzoni di Gil Scott Heron, è ormai trasmessa in televisione e possiamo vedere da soli che questo enorme e multi-prospettico sollevamento politico sta coinvolgendo ogni tipo di persone, e non mancano certo anche gruppi inquietanti, come i suprematisti bianchi o i neonazi; di fatto ogni persona che si senta in diritto di essere furiosa sta bruciando macchine della polizia (https://www.fox29.com/video/689878) e negozi simbolo di questo sistema; non solo i “saccheggiatori bianchi”.

L’altro giorno, il capo della polizia qui a Los Angeles ha dichiarato che sono i manifestanti i responsabili della morte di George Floyd. È incredibile! E il sindaco ha subito difeso il capo della polizia. Entrambi devono dimettersi. Nel frattempo, i Democratici rimangono concentrati su “novembre”, sulle nostre elezioni presidenziali. “Speriamo che questi rivoltosi votino”, dicono. Ma l’uccisione di neri disarmati da parte della polizia, così come il continuo assalto alla vita dei neri qui in America, non ha nulla a che fare con “novembre”. La polizia ha continuato ad uccidere neri disarmati – e perfino bambini neri – anche negli otto anni in cui Obama è stato presidente. Inoltre, questi omicidi, questa violenza generalizzata contro la vita dei neri, è più acuta e visibile proprio nelle nostre città più importanti, quelle che hanno tutte sindaci democratici e “progressisti”. Non c’è nulla per cui votare che possa rispondere a questa richiesta, al nostro “BASTA”. È la rivolta che sta facendo sentire il nostro BASTA. È la rivolta che sta costringendo le persone ad agire. Chiara e semplice, è la rivolta che sta parlando. E finalmente dovranno ascoltare.

Conflitto e subconscio bianco

Note su una riforma possibile della polizia dopo Floyd

10 giugno 2020

Mattia Diletti

Sedetevi e proiettatevi all’indietro di un mese. Ovvero, due settimane prima che un poliziotto del dipartimento di polizia di Minneapolis, Derek Chauvin, soffocasse fino alla morte per asfissia un cittadino afroamericano, George Floyd, davanti a un gruppo di persone che lo stavano filmando. Chi di voi avrebbe mai immaginato che ci saremmo trovati a metà del 2020 di fronte a un movimento così forte da imporre nell’agenda politica degli Stati uniti il tema della riforma della polizia? Il movimento Black Lives Matter avrà un impatto su diversi aspetti della politica americana nel breve e medio periodo, ma senza dubbio ne avrà uno sulle politiche pubbliche che regolano il funzionamento dei dipartimenti di polizia. In che misura, con che continuità e in quali zone del paese lo scopriremo nei prossimi mesi e anni, ma intanto va circoscritto il fatto politico/culturale e quello più prettamente “riformatore”, che genera cioè cambiamenti nella regolamentazione e nell’implementazione di nuove politiche locali, statali e federali attorno al tema della regolazione dei comportamenti e della condotta della polizia americana (e più in generale di quale debba essere la sua stessa ragione sociale: strumento della comunità o della militarizzazione del territorio e delle risposte alle “devianze” sociali?).

Nel primo caso la violenza della polizia a sfondo razziale è, ora, riconosciuta come problema strutturale e non episodico della società americana. È finalmente riconosciuto anche da una parte importante dell’America bianca (che partecipa in misura maggiore del solito alle proteste, ma che ormai riconosce la questione anche stando seduta a casa di fronte al televisore) nonostante sia un problema vecchio di un secolo: ci sono voluti altri dieci anni di violenza sistematica e un movimento come Black Lives Matter, ma soprattutto che tutto sia stato filmato e divulgato pubblicamente in modo capillare grazie alle infrastrutture dell’informazione digitale.

Nel secondo caso – quello dell’impatto riformatore – è evidente che l’onda mediatica e il conflitto scaturito da queste settimane di proteste favorisca iniziative di natura politica nel livello istituzionale. Alcuni sostengono che l’intero movimento produrrà un effetto di rinculo che premierà i repubblicani (ovvero l’elettorato bianco che si ricompatta attorno al messaggio “Law and Order” di Trump, riproducendo un “effetto Nixon” come nelle elezioni presidenziali del 1968), elemento che porterebbe a vanificare le iniziative riformatrici avanzate in questi giorni e già – in alcuni casi – al vaglio del legislatore. Se anche fosse così – e c’è più di una ragione per dubitarne – il livello della polarizzazione politica è tale che le differenze interne al paese (sociali, demografiche e culturali) produrranno comunque trasformazioni a macchia di leopardo, in città e stati che diventeranno nuovi laboratori politici. Pensate, per esempio, al livello di eterogeneità che esiste negli Stati Uniti rispetto al consumo di marijuana, che va dalla legalizzazione dell’uso ricreativo al divieto assoluto e penalmente perseguibile.

Un frame della comunicazione di Black Lives Matter – non è questo il tema in discussione in questo pezzo, ma questi movimenti posseggono la caratteristica di portare all’attenzione pubblica un messaggio generale, che si scompone poi in sotto-argomenti che possono avere una caduta pragmatica, ovvero produrre politiche pubbliche – è il “defunding police”. Sintetizzando all’osso, l’obiettivo è il definanziamento dei dipartimenti di polizia a favore di un rifinanziamento delle politiche sociali. È quello che, per esempio, propone in questi giorni il sindaco di New York Bill De Blasio, anche se lo stesso sindaco è sottoposto da tempo a forti critiche per la debolezza con la quale ha affrontato altri casi di violenza poliziesca (il tema, comune a molte altre città, è il potere politico dei capi della polizia e dei sindacati di polizia, un importante bacino di voti per molti eletti locali).

La cronaca di questi giorni ha portato all’attenzione, ovviamente, il caso di Minneapolis, sul quale vale la pena soffermarsi. Il paradosso è che un sindaco progressista di una città mediamente progressista, che aveva già avviato la riforma della polizia, oggi è sotto attacco perché si è detto contrario allo scioglimento del dipartimento di polizia: nove consiglieri comunali su tredici intendono promuoverlo, con una maggioranza a prova di veto del sindaco. Si sono espressi a favore dello scioglimento e della creazione di una nuova struttura di law enforcement “community based” (i dettagli non sono noti e nessuna azione istituzionale è stata davvero intrapresa). La storia è paradigmatica: Jacob Frey, il sindaco trentanovenne di Minneapolis in carica dal 2018, è un ex community organizer che si è occupato di affordable housing (triplicando i fondi per l’accesso a case con prezzo calmierato), de-segregazione dei quartieri poveri (la zoning reform) e, appunto, riforma della polizia. Frey ha selezionato a capo della polizia Madaria Arradondo, il primo uomo di colore a ricoprire questa carica nella storia della città: uno degli obiettivi elettorali di Frey era quello di ricucire i rapporti fra polizia e comunità locale, in particolare quella afroamericana. Lo stesso Arradondo, tempo fa, mosse causa al dipartimento di polizia per discriminazione razziale nei confronti suoi e di alcuni colleghi (la città di Minneapolis spende, di media, più di un milione di dollari l’anno in risarcimenti causati dalla cattiva condotta della polizia). Nonostante ciò, Frey è ora in difficoltà: una parte degli eletti e una parte di chi protesta lo contesta per mancanza di coraggio. Malgrado l’evidente novità di alcune sue politiche, la forza della vecchia realtà – un dipartimento di polizia violento e piuttosto impermeabile al cambiamento – sembra averlo sconfitto.

L’esempio di Minneapolis dà l’idea di come stia evolvendo il dibattito. A Seattle, a Minneapolis, in California, in New Mexico, nello Stato di New York… ma anche al Congresso – dove i democratici propongono una legge, la “Justice in Police Acting”, che darebbe al Governo federale un importante potere di monitoraggio delle polizie locali e renderebbe più trasparenti, meno arbitrari e meno violenti alcuni schemi d’intervento della polizia – le questioni all’ordine del giorno sono cinque: il razzismo dei corpi di polizia, il divieto delle metodologie di arresto violente (come quella che ha soffocato Floyd), l’implementazione di nuove strategie di intervento nelle proteste di piazza, la demilitarizzazione dei corpi di polizia (un’eredità della lotta alla droga, ma anche una politica che genera affari e consenso), l’effettivo sanzionamento dei poliziotti più violenti.

Il primo punto è quello cruciale: la brutalità della polizia verso gli afroamericani può essere letta, infatti, come un’espressione del subconscio bianco. È un sintomo che ci parla della paura di perdere potere, status e controllo verso altri pezzi della società. Il paese infatti, in venticinque anni, diventerà “minority/majority”, ovvero un paese nel quale la popolazione bianca rappresenterà solo la minoranza più grande. La polizia, in fondo, è percepita come un rassicurante strumento contro lo sbriciolamento progressivo, e inevitabile, della color line: questa linea di demarcazione è ancora netta, ma quanto ancora potrà tenere senza che si alzi ulteriormente il livello del conflitto?

Postfazione

Scrivevamo nel nostro Manifesto pubblicato un mese e mezzo fa:

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che molte delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale.

Oggi chi ci legge può legittimamente chiedere: avete evocato la parola “conflitto” che era un po’ passata di moda e sostituita da altre (per esempio “diseguaglianze”) e ora vi trovate dinanzi a una forma di conflitto che rasenta la guerra civile. Come vi ponete di fronte a questi avvenimenti? Rientrano nella vostra idea di conflitto?

Certo che rientrano, ma per capirci meglio sarà necessario fare una precisazione.

La rivista “Primo Maggio” alla cui tradizione e impostazione si ispira questo nostro progetto, utilizzava criteri di analisi elaborati da quel sistema di pensiero che va sotto il nome di “operaismo italiano”.  Una delle sue caratteristiche era quella di chiedersi se il conflitto sociale, in particolare il conflitto industriale, potesse essere concepito non come un’eruzione cutanea di una società imperfetta, né tantomeno come un atto simbolico che mette in scena la divisione di classe, ma come un fenomeno storico di comportamento collettivo con delle leggi intrinseche di sviluppo, riconoscibili nelle loro categorie, come quelle che vengono normalmente chiamate “le leggi dell’economia”. Sicché, se pare esagerato poter parlare per l’operaismo italiano di una “scienza del conflitto”, non sembra azzardato poter parlare di una ratio sottostante a una serie di avvenimenti nel tempo che presentano determinate costanti e dunque possono essere ricomposte in una sequenza, in un codice genetico riconoscibile.

La realtà non è mai uguale a se stessa, ma la dinamica del conflitto – che va concepito sempre come processo di eventi concatenati, non come episodio avulso da una logica di medio periodo – non è meno “razionale” o meno prevedibile della dinamica dell’economia. In questo senso l’operaismo ha sottratto il conflitto sia alla pura sfera del volontarismo che al mero manifestarsi degli interessi materiali. Ne ha fatto una disciplina “politica” a tutto campo. Infatti, quando si definisce frettolosamente l’operaismo italiano come quella corrente del marxismo critico che ha messo al centro la classe operaia e ne ha fatto quasi il motore dello sviluppo capitalistico, si dice una cosa imprecisa perché non è la classe operaia ma la lotta operaia che viene assunta come categoria fondamentale. Il conflitto è il punto di partenza, non quello di arrivo. La lotta operaia però, così come tutti i movimenti con radici di classe, è un processo che ha una lunga maturazione, un processo che cambia nel tempo, anche perché può cambiare la tipologia di attore collettivo. Nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Venti il processo di maturazione della lotta operaia è passato per le prime forme di coalizione, le prime società di mutuo soccorso, ed è arrivato all’organizzazione sindacale e poi a quella politica. Ma la lotta degli afroamericani – per tornare al nostro argomento – o la lotta delle donne per l’emancipazione femminile non hanno seguito lo stesso percorso, non hanno adottato lo stesso lessico e non avevano nemmeno lo stesso nemico. Ciononostante, il punto di vista operaista ritiene che anche nelle lotte dei neri d’America o delle donne sia possibile riconoscere una dinamica con proprie leggi di sviluppo riconoscibili. La ragione è molto semplice: la lotta nel rapporto di lavoro, la lotta alla segregazione razziale e la lotta per la liberazione della donna sono strettamente intrecciate, quasi si alimentano a vicenda.

Molti si sono meravigliati per l’estensione e la durezza degli scontri in una cinquantina di città americane, ma se qualcuno avesse avuto attenzione a quanto è successo negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni avrebbe potuto vedere senza difficoltà che il conflitto, in particolare il conflitto nei rapporti di lavoro, è diventato una costante, un fenomeno quotidiano, ed è quello che ha contribuito a far crescere una tensione che, unita ad altre tensioni – vedremo quali – ha finito per costituire la miscela esplosiva che aspettava solo l’uccisione di George Floyd per deflagrare. Quando qualcuno si meraviglia di vedere tanti bianchi a protestare e a battersi con la polizia vuol dire che ha dimenticato la composizione etnica, sociale, di genere, della massa di persone confinate nella gig economy, nel lavoro nero, nella disoccupazione. I saccheggi di negozi alimentari non sono fatti solo da vandali ma da gente che letteralmente ha fame, che normalmente ha fame.

L’evento imprevisto è stata l’epidemia da Coronavirus, unico nel suo genere, non tanto nei suoi aspetti pandemici quanto nei metodi per contenerli, lockdown, distanziamento sociale. Ma è anche l’evento che meglio di qualunque altro, di qualunque analisi marxista, ha fatto capire agli stessi afroamericani, agli stessi lavoratori della gig economy, a tutti i milioni di emarginati, la tragica dimensione della loro condizione. Si sono visti morire di Coronavirus in proporzione enormemente maggiore, si sono visti seppellire in fosse comuni. Si sono visti allo specchio. E a quelli tra di loro che ancora non avevano capito di non avere nulla da perdere, ci ha pensato l’irresponsabile comportamento di Trump a farglielo capire. Le conseguenze del virus e la follia del Presidente sono state come due lunghe micce che, bruciando, si sono avvicinate inesorabilmente al punto di scoppio.

Che cosa si vuole dire con questo? Che le rivolte di oggi stavano iscritte nella situazione sociale dell’America da lungo tempo. E chi di noi aveva esperienza di dinamiche di conflitto, chi aveva assistito alle rivolte del 1967-68 e aveva partecipato a quelle italiane, quasi le “sentiva” venire, capiva – come il marinaio che fiuta il vento – che qualcosa sarebbe dovuto succedere, se non altro perché Trump stava tirando troppo la corda. E proprio per questo, oggi che bruciano i fuochi della rivolta, non siamo per niente portati a contemplare con estetizzante compiacimento la ribellione di un popolo, sappiamo quanta sofferenza, quanto dolore sta in quella protesta, quanti morti, arresti, processi, licenziamenti dovranno subire ancora gli afroamericani e le afroamericane e chi lotta al loro fianco. Sappiamo soprattutto come sia difficile governare una ribellione spontanea, come sia facile infiltrarla.

Già ora, mentre scriviamo e aumentano i saccheggi, sappiamo bene come una parte dell’opinione pubblica, inizialmente favorevole, prenderà le distanze, e magari ci sarà spaccatura nel fronte della protesta e allora in queste fratture si butterà a capofitto quella che non sappiamo nominare altrimenti che con il suo vecchio nome, la reazione. Per non parlare dell’incognita rappresentata dal suprematismo bianco, armato fino ai denti. Tuttavia, comunque vada a finire, dopo queste giornate di rabbia, dopo questi cortei pacifici di massa, un poliziotto ci penserà due volte prima di mettere le mani addosso a un nero. Comunque vada a finire, il monito è stato lanciato: attenzione a non tirare troppo la corda! Attenzione che non potete lasciare la gente senza assistenza sanitaria! Attenzione che non potete licenziare senza pagare un prezzo! Attenzione che, volendo, sappiamo farci rispettare! Per queste e altre ragioni riteniamo che quei moti di rivolta, in tutte le loro manifestazioni, anche quelle più estreme, siano stati salutari, siano stati un gesto di dignità, di giustizia, di civiltà.

Nancy Goldring, History teacher, New York 2020.

Che insegnamento ne possiamo trarre per la nostra situazione?

Innanzitutto che resta confermata la tesi che il conflitto, inteso come processo collettivo, deve essere un comportamento individuale permanente – mentre in una certa cultura sindacale viene considerato come “ultima ratio” – perché la pressione del capitale per aumentare lo sfruttamento non ha un “punto di equilibrio” oltre il quale lo stesso capitale si ferma, no, continua in assenza di resistenza fino all’estinzione di certi strati di forza lavoro, potendo disporre, grazie alle nuove tecnologie informatiche, di una riserva praticamente illimitata. Non ci sarà mai un salario “sufficientemente basso”, no, ci sarà il lavoro gratuito. Questo è particolarmente vero per il lavoro intellettuale, dove il conflitto è rimasto assente o si è manifestato in maniera del tutto insufficiente o scollegato, con effetti particolarmente devastanti sulla qualità del ceto politico. Qui da noi non dobbiamo scimmiottare i riots americani, dobbiamo riprendere la tradizione di lotte del lavoro intellettuale e professionale che, anche quando espongono rivendicazioni puramente economiche, sanno proporre una radicale riforma della disciplina d’appartenenza. Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel mondo della sanità con l’esperienza del coronavirus e con il rilancio di una medicina di base in grado soprattutto di prevenire, ci sembra l’esempio più calzante. Ma se questa cosa entra in fabbrica o magari prorompe dalla fabbrica mediante il veicolo della medicina del lavoro, già si comincia a intravvedere una ricomposizione sociale di largo respiro. Se poi il problema lo spostiamo sulla formazione, sugli insegnanti, sulla scuola nella doppia veste di macchina educativa e di ammortizzatore sociale, e da qui a cascata su tutti i campi in cui il lavoro cognitivo, creativo, può mobilitarsi, l’orizzonte che ci si apre davanti con il conflitto è sconfinato. E ricchissimo il patrimonio storico cui possiamo attingere.

Black Lives Matter: culmine di una resistenza decennale

La redazione di Officina Primo Maggio ha intervistato Rick Perlstein, storico e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: The Invisible Bridge: The Fall of Nixon and the Rise of Reagan (2014) e Nixonland: The Rise of a President and the Fracturing of America (2008).

10 giugno 2020

· Quali sono le forme della protesta e in che modo costituiscono un salto di qualità rispetto alla storia politica di Black Lives Matter?

A Chicago, dove vivo, ci sono stati molti cortei nel centro della città anche se il sindaco ha fatto bloccare i ponti per evitare che le persone arrivassero al quartiere finanziario. A partire dagli omicidi di afroamericani da parte della polizia del 2014, le rivolte sono sempre state circoscritte alla città in cui queste violenze hanno avuto luogo, mentre sono mancate rivolte in solidarietà altrove. Anche negli anni Sessanta i tumulti rimanevano spesso confinati nelle città in cui c’era stato un omicidio per mano della polizia. Oggi invece abbiamo proteste in solidarietà anche nel quartiere ispanico di Chicago, per esempio. In questo momento BLM vive nei cortei, nelle veglie e nei flash mob di cui siamo testimoni. A Denver migliaia di persone si sono stese per terra cantando “I can’t breathe” (“non riesco a respirare”, le ultime parole di George Floyd prima di morire). A questo si accompagnano forme di lobbying che hanno l’obiettivo di mettere fine all’uso criminale del potere della polizia.

· C’è un qualche movimento dietro alle proteste di questi giorni? Sta nascendo qualcosa di nuovo?

Non è semplice rispondere a queste domande. Senza un movimento di resistenza alle violenze della polizia che va avanti almeno da dieci anni non sarebbe successo quello che è successo. A questo proposito posso consigliare un bel film, Prossima Fermata: Fruitvale Station, ambientato a Oakland – la città in cui sono nate le Black Panthers – che racconta un episodio di violenza risalente al 2008. Dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel 2014, è cresciuto il movimento che si è chiamato Black Lives Matter, un movimento con molte facce che include cortei, atti di disobbedienza civile, ma ha anche una “sponda” istituzionale. Negli Stati Uniti i procuratori distrettuali, i District Attorney, sono cariche espressione del voto popolare. Al momento ce ne sono almeno tre – Larry Krasner, Chesa Boudin e Kim Foxx – che sono stati eletti con una piattaforma progressista che punta a riformare il sistema penale americano. L’ebreo Larry Krasner a Filadelfia. Il bianco Chesa Boudin, figlio di due membri dei Weather Underground [gruppo di sinistra radicale attivo a partire dal 1969, N.d.R.], a San Francisco. L’avvocatessa afroamericana Kim Foxx di Chicago cresciuta a “Cabrini-Green” – un quartiere di case popolari con la fama di essere un posto molto pericoloso, ora abbattuto – ha sviluppato una visione critica del sistema penale americano e della cosiddetta “guerra alla droga” anche grazie al vissuto della madre, malata psichiatrica che si curava facendo uso di droghe. Direi che BLM si manifesta in un continuum cha va da chi approfitta delle rivolte per accaparrarsi quello che può, agli atti di disobbedienza civile e alle campagne politiche fino a magistrati eletti. Dopo Ferguson ci sono state molto rivolte in cui sono state bruciate auto, distrutte vetrine ed è stato dato fuoco a luoghi più o meno simbolici delle città. La scala delle distruzioni di proprietà privata è stata comunque molto minore rispetto a quello che avveniva negli anni Sessanta. Quello che vediamo oggi è il culmine di una lotta di resistenza decennale. A tutto questo aggiungiamo l’impatto del Covid-19 sulla popolazione nera e l’elezione di un presidente autoritario come Trump.

· Pensi si possano fare paragoni tra Black Lives Matter e il Movimento per i diritti civili?

Per rispondere a questa domanda si dovrebbero scrivere libri interi… In BLM ci sono tante persone diverse… Il movimento per i diritti civili nato negli anni Cinquanta aveva come obiettivo politico la fine della segregazione legalizzata che esisteva negli stati del Sud, ed era radicato principalmente in queste zone. Nel tempo si è poi ramificato nel Black Power che ha avuto diverse gemmazioni, alcune sono andate verso le Black Panthers mentre altre sono entrate nelle istituzioni. Anche il ruolo delle chiese nei due movimenti è nettamente diverso. Anche BLM è essenzialmente fatto di persone giovani, che stanno dando nuova linfa alla tradizione del movimento per i diritti civili.

· Qual è il contesto socio-economico delle proteste?

Le conseguenze della crisi finanziaria del 2007-2008 si sono abbattute sulla popolazione afroamericana, che non se l’è mai passata particolarmente bene. A questo si è aggiunto l’impatto della pandemia di Covid-19, che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera. Contano anche le ineguaglianze sancite dal costo dell’istruzione: per entrare nella classe media serve una laurea e, nella meno esosa delle università pubbliche, le tasse del college possono costare anche 20.000 dollari, una cifra proibitiva per molte famiglie. Questo spiega in parte perché alle proteste partecipano anche molte persone non afroamericane. Ogni giorno abbiamo sotto gli occhi quanto stia divenendo imponente la massa mobilitata da BLM. E non dimentichiamo che negli Stati Uniti abbiamo un movimento antifascista, “Antifa”, che – nonostante sia diventato il capro espiatorio preferito di Donald Trump – si è coagulato attorno all’esigenza di confrontarsi con i gruppi fascisti e suprematisti che hanno il presidente come punto di riferimento.

· Nel tuo lavoro di storico hai studiato e analizzato le conseguenze che i movimenti degli anni Sessanta hanno avuto sullo scenario politico americano. In che modo le proteste attuali possono trasformare l’immaginario politico americano?

In periodi di inquietudine sociale, come sono stati gli anni tra i Sessanta e i Settanta, negli Stati Uniti l’elettorato ha votato per chi prometteva una pacificazione sociale: nel ‘68 scelsero i repubblicani Law and Order, nel ’70 invece vinsero i democratici dato che sembrava che i repubblicani stessero istigando il conflitto sociale. Nelle presidenziali del 1972 il candidato democratico George McGovern sembrava più isolazionista e vicino al movimento pacifista, mentre Nixon vinse promettendo di mettere fine alla guerra del Vietnam. Dunque non è scontato che l’elettorato si rivolga al partito più reazionario.

Nel 1992 Bush padre cercò di dare la colpa dei tumulti di Los Angeles – scatenati dall’ennesimo episodio di violenza poliziesca contro un afroamericano – all’approccio tollerante dei liberal, ma Clinton ebbe la meglio attribuendo la responsabilità di quei disordini ai repubblicani che erano stati al potere nei precedenti 12 anni.

In che modo queste proteste stanno influenzando le dinamiche istituzionali della società americana?

Questo è l’aspetto che dovremo monitorare. Molti membri dell’establishment hanno mostrato solidarietà con gli umori delle proteste, se non direttamente con chi è sceso in piazza, e la risposta autoritaria di Trump ha generato dei contraccolpi nello stesso Partito repubblicano. Nonostante Trump abbia avuto una grande influenza sul partito, ora questo potere sta cominciando a svanire. Per esempio, la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski ha dichiarato di far fatica a supportare il presidente. E non bisogna dimenticare la presa di posizione contro il presidente del generale James Mattis, un ex militare assai rispettato negli ambienti più conservatori dell’esercito. Un altro generale [Mark Milley N.d.R.] ha sottolineato che i soldati hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non sono obbligati a eseguire ordini illegali. È un momento di rottura dentro l’establishment.

La questione razziale è essenziale per definire entità e natura delle diseguaglianze negli Stati Uniti fino al punto che è complicato districare la matrice economica e quella razziale. In che modo il Partito democratico e il movimento di Bernie Sanders hanno cercato di dare un’analisi di questi problemi e di dettare un’agenda politica progressista?

Esiste un esteso dibattito sul ruolo avuto dalla schiavitù nel dare forma al capitalismo americano. La razza è un significante visuale molto potente e le divisioni che determina sono una sfida per chiunque voglia promuovere una politica di classe di massa. Il problema della “identity politics” nasce appunto da qui: ci si può identificare con le lotte degli afroamericani e appoggiare politiche economiche che sono contrarie agli interessi della classe lavoratrice. La comunità afroamericana è la spina dorsale del Partito democratico sul piano elettorale e anche coloro che tra i Democratici rappresentano le istanze delle élites neoliberali non possono non prendere le difese della causa afroamericana. Per esempio, anche una moderata come Hillary Clinton ha portato le madri dei giovani neri uccisi dalla polizia a parlare sul palco della convention democratica del 2016. Nel corso delle ultime Primarie abbiamo potuto vedere che una larga parte degli afroamericani è stata fondamentale per spingere Joe Biden verso la vittoria. Questi elettori non sono particolarmente inclini all’avventurismo politico: trovandosi ad affrontare il problema della propria sopravvivenza non sono propensi a scegliere un candidato radicale come Sanders. Negli Stati Uniti una persona di colore può essere miliardaria ma finire comunque uccisa dalla polizia. Anche se un afroamericano frequenta un college di buon livello e riesce a ottenere un buon lavoro, io come bianco avrò sempre un vantaggio su di lui perché la mia famiglia mi ha lasciato in eredità una casa, per esempio. Fino agli Sessanta, infatti, ai neri non venivano concessi mutui o prestiti. Non c’è modo di ignorare il fatto che il capitalismo americano si è organizzato attorno a questa differenziazione. Anche se per un miracolo riuscissimo a ripartire da una situazione di compiuta uguaglianza, ci sarebbero comunque poliziotti razzisti pronti a sparare, un sistema economico che non permette agli afroamericani di accumulare e trasferire ricchezza da una generazione all’altra, e qualcuno che non legge i curriculum delle persone con un nome o un indirizzo “troppo da nero”.

Quali sono le sfide per i movimenti come Black Lives Matter in cui si incontrano lotte antirazziste e forme di lotte di classe interne al mondo del lavoro?

Questa è una domanda da un milione di dollari. Se in America avessimo sindacati più forti forse potremmo avere qualche giorno di malattia o di vacanza in più o diritto ai congedi parentali in tutti gli stati. Nel nostro sistema politico chi vince piglia tutto – e chi perde non prende niente. Anche per questo non abbiamo un Labor Party o un Black Party. Tutti i movimenti politici di sinistra fanno poca strada nelle istituzioni e il Partito democratico può, per esempio, permettersi di dare per scontato il voto degli afroamericani. A meno che tu non distrugga della proprietà privata è molto difficile trovare un politico disposto a darti retta. Anche i sindacati più forti non hanno modo di far valere il loro peso politico se non appoggiano uno dei due partiti maggioritari.

Il ginocchio sul collo

9 giugno 2020

Alessandro Portelli

Il  5  giugno 2020, mentre tutti gli Stati Uniti ribollivano di proteste contro la violenza razzista della polizia per l’assassinio di George Floyd a Minneapolis, Bruce Springsteen ha aperto il suo programma sulla radio Syrius XM con una delle sue canzoni più controverse: American Skin (41 Shots), sull’assassinio di un giovane immigrato africano, Amadou Diallo, crivellato con 41 colpi di arma da fuoco da una squadra di poliziotti di New York: «Questa canzone dura quasi otto minuti», ha aggiunto: «il tempo che il poliziotto [Derek Chauvin] ha tenuto il ginocchio sul collo di George Floyd».

Springsteen ha definito questo delitto come un «linciaggio visuale», e lo ha sottolineato mandando in onda Strange Fruit, la canzone di Billie Holiday e Nina Simone sui linciaggi nel Sud: «Incombe ancora su di noi, generazione dopo generazione», ha aggiunto, «il fantasma della schiavitù, il nostro peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana».

Springsteen ha ragione; ma la scena del poliziotto col ginocchio piantato sul collo della vittima ha evocato altre immagini, che rinviano non solo alla storia degli Stati Uniti, ma alle radici mitologiche dell’identità occidentale: San Giorgio che calpesta il drago, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’animale ucciso in safari… Sono figure della vittoria della virtù sulla bestia, dello spirito sulla natura, della civiltà sul mondo selvaggio – e del bianco sul nero.  Così deve essersi sentito il poliziotto Derek Chauvin, essere supremo, domatore sul corpo prostrato di George Floyd in mezzo alla strada, davanti agli occhi di tutti e tutte.

Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e insieme il più simbolico dei diritti: il respiro, vita del corpo e soffio dello spirito. Jack London lo chiamava il Tallone di ferro; stavolta è un ginocchio, a New York al collo di Eric Garner era un braccio; ma la sostanza è la stessa. Il ginocchio sul collo è la materializzazione della forma attuale dei rapporti di dominio, nuda violenza, senza finzioni, né filtri tra chi sta sopra (superior stabat lupus…) e i “subalterni”.

La crisi economica svuota le classi medie, i populismi autoritari svuotano le intermediazioni fra il potere e i cittadini. Anche per questo in strada non sono scesi solo i fratelli e le sorelle afroamericani, i più prossimi alla vittima, ma anche tanti di quelli – bianchi e ispanici, uomini e donne, in gran parte giovani – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà, della sussistenza e dello svuotamento della democrazia (l’assassinio di George Floyd accade sulla scia di una pandemia in cui il tasso di morti fra gli afroamericani e le afroamericane è stato il doppio della  media nazionale, ma non ci sono statistiche affidabili sul tasso di morti fra i poveri e le povere di tutti i colori. In Gran Bretagna, è stimato al 110 per cento della media nazionale).

 Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere. Il respiro spezzato di George Floyd e di Eric Garner è anche una figura della voce negata di una parte degli Stati Uniti senza diritto di parola, senza voto e senza rappresentanza, che come sempre ha dovuto ricorrere a mezzi estremi per farsi sentire (per citare un apostolo della non violenza, Martin Luther King: «i riots sono la voce di chi non riesce a farsi sentire»).

In un saggio di qualche anno fa (The Wrecking Crew: How Conservatives Rule, 2008), Thomas Frank affermava che la destra americana, da Reagan a Bush, si è impadronita dello stato con il programma di distruggerlo. La realtà è anche più articolata: come è diventato sempre più chiaro con l’elezione di Trump, la destra repubblicana effettivamente lavora a smontare lo stato come responsabilità di governo, e tiene invece moltissimo allo stato come esercizio di dominio e monopolio della forza. Così, quando il paese diventa ingovernabile, Trump non sa immaginare altro che sparatorie, “cani feroci”, gas lacrimogeni, mobilitazione dell’esercito. Il gesto di rifugiarsi nel bunker evoca un dittatorello spaventato dai suoi stessi sudditi, ma è anche un gesto calcolato: aveva fatto la stessa cosa il vicepresidente Cheney dopo l’11 settembre. Imitandolo, Trump ha lanciato il messaggio che la crisi di questi giorni è della stessa gravità di allora, che c’è una guerra in corso, che il paese che lui rappresenta è minacciato (dagli “antifa”, nuovi terroristi) – e quindi che è necessario, come allora, sospendere democrazia e diritti in nome della “sicurezza”.

Né l’alternativa possono essere le parole flebili e convenzionali che sono venute, in un momento che avrebbe bisogno piuttosto di azioni e di proposte concrete, da Joe Biden e dal partito cosiddetto democratico, che peraltro di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi. Biden è andato a trovare la famiglia di Floyd, ma non ha partecipato al funerale; e non ha perso tempo a dirsi contrario alla riduzione dei finanziamenti alle forze di polizia, come chiedono settori crescenti dell’opinione pubblica e come stanno cominciando a mettere in atto alcune amministrazioni locali. Fino a pochi giorni fa, la più plausibile candidata democratica alla vicepresidenza era Amy Klobuchar, che quando era district attorney a Minneapolis aveva sempre rifiutato di perseguire i casi di violenza poliziesca, tra cui almeno una volta lo stesso Derek Chauvin. Anche se la sua candidatura è ormai tramontata, il fatto che si fosse pensato a lei come vicepresidente (e quindi in futuro addirittura come possibile candidato alla presidenza) ci dice quanto questi temi fossero lontani dalla sensibilità dei e delle dirigenti del Partito democratico.

Il defunding della polizia è una delle rivendicazioni uscite da questa ondata di proteste. Dopo le guerre del Golfo e l’11 settembre, le varie polizie locali hanno avuto a disposizione risorse sempre più abbondanti per armarsi letteralmente come un esercito in guerra. Come ha scritto Tod Nolan, sociologo ed ex poliziotto, le forze di polizia scese in campo a Minneapolis erano munite di «armi e veicoli da guerra» e disponevano di «un arsenale di cui sarebbe andato orgoglioso qualunque piccolo esercito». Fin dagli anni Sessanta, Stokely Carmichael e i militanti del Black Power parlavano della polizia nei ghetti come di un esercito d’occupazione; oggi, poliziotti armati come in guerra sono incentivati a sentirsi in guerra. Come scrisse a suo tempo il Guardian, dopo l’assassinio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel 2014 la Guardia Nazionale usava «un linguaggio altamente militarizzato, parlando di “forze nemiche” e di “avversari”», o «”forze nemiche” delle quali facevano parte, a quanto pare, i “manifestanti in genere”».

Per fortuna, nelle strade d’America ci sono gesti concreti che allargano l’area della protesta a protagonisti inaspettati. A Harlan, Kentucky, un luogo mitico per la sua storia di lotte ma invisibile per i media (o bollato come parte dello zoccolo duro bianco e proletario di Trump), una ragazza straordinaria e normale ha detto basta. Si chiama Bree Carr, ha 17 anni, va a scuola, lavora in un fast food: «Voglio far sapere alle persone che stanno lottando», ha detto, «che qui nell’Appalachia rurale hanno degli alleati. E che sappiano che per ogni persona di qui che è razzista e piena di pregiudizi – perché il pregiudizio qui è antico come il nostro dialetto – ce ne sono tante che vedono come stanno le cose e sono con loro». L’hanno insultata e minacciata, ma quando lei e altre 116 ragazze e ragazzi sono scesi in strada, anche i camionisti che passavano coi carichi di carbone hanno suonato il clacson in segno di solidarietà.

Gesti concreti di nuova opposizione sono venuti da gruppi imprevisti di altre lavoratrici e altri lavoratori: gli autobus di Minneapolis che hanno rifiutato di portare in carcere i manifestanti arrestati; o quelli dell’azienda cittadina di trasporti di Boston che hanno rifiutato di condurre la polizia sui luoghi della protesta. Il fatto più nuovo e inaspettato è venuto da quello che sarebbe il campo avverso: i poliziotti che solidarizzano con la protesta, che dicono basta a crimini e violenze commessi in loro nome. Gli episodi più clamorosi sono venuti da realtà con un forte potere simbolico: Camden, New Jersey (città di Walt Whitman, poeta della democrazia, e periferia disastrata); Flint, Michigan (la città operaia della General Motors e Michael Moore, avvelenata dagli scarichi industriali nelle acque col silenzio del governo federale); Lincoln, Nebraska (cuore delle badlands springsteeniane); e persino da Ferguson (campo di battaglia nel 2014, ora con una sindaca nera). Che poliziotti di Ferguson si inginocchino in omaggio a un afroamericano ammazzato da uno come loro significa che c’è un limite a tutto, che questo limite è stato oltrepassato, e che qualche coscienza comincia a cambiare. Forse non basta, ma non era mai successo prima; e sta succedendo in territori e in gruppi sociali che teoricamente sono la base elettorale di Donald Trump. Forse non basteranno a rovesciare l’esito delle elezioni, almeno per ora, ma suggeriscono che la strategia dello scontro di Trump potrebbe cominciare a sgretolarsi. Forse, adesso che il drago si scuote, anche San Giorgio comincia ad avere qualche dubbio.