NON C’È MERCE PER LA NUOVA DIGA

Riccardo Degl’Innocenti

Gianluigi Aponte, a capo del Gruppo Msc, secondo armatore mondiale nel traffico dei contenitori, quarto in quello crocieristico e primario operatore logistico (nei terminal portuali italiani sotto il suo controllo si movimenta oltre il 40% dei contenitori), dixit (21 novembre 2017): «Se vogliamo che Genova faccia 4 o 5 milioni di contenitori bisogna spostare la diga foranea», che è l’opera esterna di difesa dal mare del tratto di porto di Sampierdarena. Sinora il porto genovese, compreso il bacino di Prà che dispone di una propria diga, ha movimentato al massimo 2,6 milioni di container all’anno. Spostare la diga più al largo ha l’obiettivo di permettere l’accesso alle navi di maggiori dimensioni verso cui si vanno concentrando i traffici intercontinentali dei contenitori». Paolo Emilio Signorini, presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Ligure occidentale (Adsp) che comprende i porti di Genova e Savona, gli ha fatto eco (8 ottobre 2018): «Dopo la frenata post crollo del ponte Morandi siamo pronti ad arrivare a Genova, grazie alla nuova diga e a tutto il resto che stiamo completando, a 5 milioni di contenitori nel 2026». 

Detto fatto. La costruzione della nuova diga sta per partire. Il capitale per finanziarla, pari a 1,3 miliardi di euro, interamente pubblico, è previsto con una prima tranche di 500 milioni nei fondi statali del Pnrr. Non si è attinto dal Recovery fund sia perché troppo restrittivo sull’ultimazione dell’opera entro quel 2026 azzardato da Signorini, sia perché l’Ue, secondo cui un porto anche pubblico è un libero mercato, non avrebbe probabilmente ammesso un tale “aiuto di Stato”. Dovranno aggiungersi 400 milioni per chiudere il primo lotto funzionale e altrettanti per il secondo. Intanto, i capitali privati, per lo più esteri, che beneficeranno direttamente dell’investimento pubblico hanno già ottenuto le concessioni pluridecennali sulle banchine che saranno protette dalla nuova diga. Per non affidarci alle sole promesse di Aponte e di Signorini, tenteremo quello che l’Adsp non ha fatto, neppure nel “Dibattito pubblico” che si è svolto a inizio anno come previsto dal Codice degli appalti riformato a questo scopo nel 2016, per esaminare la fattibilità tecnico-economica delle soluzioni prospettate. 

Alla luce del Dibattito, l’Adsp ha indicato la soluzione da sviluppare e completare sul piano progettuale per il successivo appalto dell’opera. Il maggiore limite del Dibattito pubblico sulla diga, oltre alla scarsa pubblicizzazione giustificata con la pandemia e alla brevissima durata dovuta all’urgenza di non perdere i finanziamenti europei, peraltro poi disattesi, è stata l’Analisi costi-benefici, cuore – secondo la legge – della fattibilità tecnico-economica di un’opera pubblica delle dimensioni e del costo della nuova diga. Un’analisi affidata consapevolmente alle competenze di un ingegnere civile, invece che di un economista, il quale è incorso in almeno quattro grossolani errori capitali, riassumibili nell’avere scambiato la domanda con l’offerta. 

Primo, ha rivolto lo sguardo al mare e non alla terra e con lo stesso strabismo economico ha fatto i conti sulle navi invece che sulle merci, mentre sono queste ultime lo scopo della portualità commerciale. Secondo, ha analizzato solo il traffico dei container come se il resto delle attività portuali non esistessero o non avessero più futuro. Terzo, ha considerato il porto di Sampierdarena come l’ombelico del mondo e il porto di Prà e di Savona-Vado come se non facessero parte dello stesso sistema portuale e come se gli altri porti tirrenici non appartenessero alla stessa nazione e non concorressero negli stessi bacini di utenza. Infine, ha considerato la città che cinge il porto solo sotto il profilo delle esternalità negative da neutralizzare e non per quelle positive da sfruttare o inventare. La problematicità di tale progetto riguarda infatti sì gli aspetti tecnici, ma le dighe si fanno in tutto il mondo e gli ingegneri sanno come costruire una buona opera. L’ingegneria poggia stabilmente sulle scienze fisiche. Invece, l’utilità sociale di un’opera, la sua sostenibilità economica e ambientale poggiano sulle scienze sociali (non disturbare i cetacei è una scelta culturale, aprire la diga a levante o a ponente ha a che fare con i venti, che non dipendono da noi). Non si vuole dire che sia più semplice il lavoro dell’ingegnere rispetto a quello dell’economista, ma il secondo progetta con delle incognite e deve mostrare altri benefici che vanno oltre quello di riparare un porto dalle mareggiate. Richiede quindi una committenza che abbia un progetto di porto, oltre che di diga. La prova in negativo è che per concepire la nuova diga ai progettisti è stato consegnato solo la “nave progetto”, equivalente a una portacontenitori gigante di nuova generazione, non il “porto progetto” dotato di un modello di sviluppo sostenibile a cui tendere. Non una parola è stata richiesta su quanto dell’enorme investimento pubblico andrà a remunerare i capitali e quanto a favore del lavoro e del reddito dei cittadini. Silenzio anche su quanto valore aggiunto dei milioni di container promessi sarà possibile trattenere nel territorio e su quanto e quale capitale professionale occorrerà, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica che sta investendo i porti. Silenzio anche su come, grazie allo sviluppo sostenibile del porto sotto il profilo ambientale, la città possa diventare più salubre, vivibile e accogliente. 

La differenza rispetto a un paio di secoli fa – al sorgere del capitalismo industriale e della teoria del trickle-down (o sgocciolamento), rieditata per l’occasione in salsa di pesto, per cui se ci guadagnano le imprese del porto ci guadagnano qualcosa tutti i cittadini – è che oggi nello Stato democratico sono i cittadini a metterci i soldi, senza i quali anche i profitti dei “grandi player della logistica” crollerebbero. Quanti sono i soldi che lo Stato ha già messo nel porto di Genova? Un conto che il Presidente Signorini, che dovrebbe rappresentare lo Stato, omette di fare, mentre non perde occasione per celebrare gli investimenti privati, senza dire perciò che il finanziamento della diga supera da solo il totale degli investimenti da 25 anni a questa parte delle 13 imprese terminaliste private che operano nel core business del porto, ossia nell’imbarco e sbarco di merci e passeggeri. Si dice che ci vorranno almeno dieci anni perché la nuova diga sia compiuta. Intanto, per prevedere come andrà il porto in futuro, siamo tornati a vedere come era il porto di Genova 13 anni fa, prima della grande crisi del 2008-2009, per avere un raffronto significativo con il 2019: l’anno in cui il porto di Genova era tornato quello di prima della crisi, anzi con nuovi record nei container e nelle crociere, per cui finalmente si sarebbe ricominciato crescere. Stanno davvero così le cose? Possiamo tornare a crescere, quanto? Per diventare cosa?

Si osservi il seguente grafico (dati Adsp):

Che cosa è successo in questi 13 anni al porto di Genova? Salvo i contenitori (+31%), le merci su rotabili (+3%) e i passeggeri crocieristi (+146%), gli altri traffici sono tutti diminuiti anche marcatamente, col risultato che è sceso del 9% il volume complessivo delle merci espresso in tonnellate, la principale unità di misura del trasporto. In verità tutta la portualità italiana ha visto diminuire i suoi traffici ma in media del 6%, quindi meno di Genova (dati Assoporti). Si può spiegare. Il petrolio è in declino, la merce varia è ormai quasi tutta containerizzata, le rinfuse solide soffrono la crisi dell’industria di trasformazione. Tuttavia, diminuiscono anche le rinfuse liquide a cominciare dal petrolio, e i traghetti delle “autostrade del mare” che crescono appena nelle merci, mentre declinano i servizi alla nave perché navi più grandi a parità di carico significano meno scali e meno rifornimenti (bunker). Le cose si spiegano, certo. Resta il fatto che la caratteristica di essere un porto “multispecialistico” che serve tutte le tipologie di merce, che accomuna Genova ai principali porti europei e ne costituisce la risorsa essenziale di resilienza ai cicli economici negativi e il valore aggiunto occupazionale e professionale, si mostra in declino. Questa è una cattiva notizia per il futuro, notizia assente però dal discorso pubblico sul porto. 

La tendenza del porto è verso la bidimensionalità: merci in contenitori da una parte e passeggeri in crociera dall’altro, entrambi su navi sempre più giganti. Lo si è visto anche nelle aree sottoutilizzate dalle rinfuse secche e dagli impianti industriali, riconvertite senza pensarci un attimo in banchine e in depositi per contenitori (anche vuoti). Dunque, è questa la visione di Adsp? Un porto a due dimensioni. Contenitori e crociere. Win-win per Aponte e soci. Lo stesso anche per il porto e per la città? Se poi si considera che nel trasporto contenitori si assiste a una concentrazione eccezionale dei vettori armatoriali e di riflesso dei fornitori di servizi, spesso integrati societariamente ai primi, mentre negli altri traffici marittimi e portuali persistono una maggiore varietà e indipendenza di attori e una molteplicità di relazioni commerciali, si comprende allora come accettare e anzi esaltare questa tendenza significhi contribuire apertamente al declino anche del cluster di industrie, servizi, forniture e professioni che orbita e gravita sul porto. Come se alla varietà di colture agricole di un terreno si sostituisse una qualche monocultura intensiva, e come se questo non significasse anche la perdita della varietà di culture e professioni marittime e portuali, operative e intellettuali. Non pensiamo solo ai mestieri dei “camalli”, ma anche agli agenti marittimi, agli spedizionieri, ai broker, agli avvocati, agli assicuratori, ai finanziatori, agli accademici ecc. Sono queste attività che da tempo sono diventate footloose, libere di situarsi anche lontano dai porti, ancora di più oggi grazie alle nuove tecnologie della comunicazione digitale. Per cui la riduzione ad unum della polivalenza del porto e delle specializzazioni di traffici favorirà l’impoverimento del tessuto occupazionale e professionale del cluster marittimo-portuale genovese. 

Per spiegare l’oggettiva crisi del sistema portuale genovese occorre guardare all’andamento del Pil italiano nello stesso periodo. Se l’economia nazionale non cresce, non si vede perché e come dovrebbero crescere i traffici del suo porto principale. Secondo gli studi economici, anche il proverbiale disaccoppiamento positivo del commercio internazionale dall’andamento del Pil dopo la crisi del 2008 non pare più funzionare. Si aggiunga che il commercio internazionale che passa con il trasporto marittimo per il porto di Genova resta pressoché tutto nei confini nazionali, o per origine nel caso dell’export o per destinazione nel caso dell’import, per cui giocoforza non sfugge alle sorti del Pil. Insomma, il porto di Genova è internazionale per i collegamenti marittimi con tutti i porti del mondo, ma resta meramente nazionale, anzi regionale, per il bacino di utenza della merce trasportata (la cosiddetta catchment area).

Destinazione/origine dei 2,6 milioni di Teu movimentati nel porto di Genova (dati Adsp)

Anche il positivo incremento del 31% in tonnellate di merce containerizzata, se analizzato criticamente, offre una interpretazione contraddittoria. Infatti, dal 2007 al 2019 il traffico di contenitori in Italia è aumentato solo dell’1,5%, questo significa che la quota di Genova è cresciuta a scapito di altri porti nazionali. Del resto nel periodo hanno cessato l’attività di trasbordo due porti (Taranto e Cagliari) che contavano 1,2 milioni di contenitori. La crescita di Genova non pare un successo da salutare con entusiasmo, visto che i contenitori movimentati nei porti italiani, che nel 2007 erano 10,6 milioni, nel 2019 sono saliti a meno di 10,8. 

Come possono pensare Aponte e Signorini di raggiungere una domanda di 5 milioni di container in pochi anni, che corrisponderebbe a una domanda aggiuntiva del 25% rispetto a quella attuale, che in 13 anni è cresciuta appena dell’1,5%? Pensano ovviamente al nuovo terminal Msc di Calata Bettolo, il cui potenziale di 800.000 contenitori sarà praticabile a regime solo con la nuova diga, ma non ci dicono che le navi Msc che oggi scalano il terminal di Prà lo abbandoneranno, ovviamente riducendo la quota relativa di traffico. Sperano che il Pil, magari con un bel rimbalzo dopo il Covid-19, generi un tale incremento di domanda oltre il mero recupero di quanto perso a causa della pandemia? Grazie alla nuova diga e alle navi giganti? Insieme a «tutto il resto che stiamo completando» a cui si riferisce Signorini? Ossia alla migliore accessibilità stradale e ferroviaria e ai collegamenti veloci con l’hinterland e con la rete dei retroporti e degli interporti. Tutti questi interventi, una volta completati, aumenteranno certo l’efficienza del sistema logistico che gravita sul porto migliorandone l’offerta, ma determinante resta ovviamente la domanda di trasporto che muove tutto il sistema. 

La domanda inoltre va considerata rispetto all’intero bacino di utenza che è conteso con altri porti nazionali, compreso quello di Savona-Vado Ligure incluso nella stessa Adsp. Per cui analoghi programmi e investimenti per lo sviluppo degli altri porti limitrofi, come La Spezia e Livorno, andrebbero messi nel conto. A Vado, in particolare sta partendo il terminal di Apl del Gruppo Maersk (primo armatore di navi contenitori del mondo) e di Cosco (la compagnia di stato della Cina Popolare), con un potenziale di 900.000 contenitori ma in aperta concorrenza con i terminal di Genova di cui si sono serviti sinora. Forse Signorini pensa ad Aponte che, avendo detto: «Comandiamo noi, perché comandano i volumi. Chi ha i volumi è quello che si può permettere di far vivere un terminal o di farlo morire se si sposta da quel terminal» (9 settembre 2017), sarà lui con le sue navi a portare i container a Genova, anche a costo di fare morire un altro terminal o un altro porto (forse La Spezia)? Quando Aponte si esprime con questi toni, considerata la scarsa lucentezza dell’accumulazione non solo originaria dei suoi capitali (notoriamente non pubblica i bilanci grazie al diritto dei Paesi in cui ha localizzato le sue società), fa davvero venire i brividi. Ma il saldo dei traffici del porto alla fine quale sarà? Oggi si parla di crescere in 5 anni del 100%, dopo che in 13 si è cresciuti del 30% a danno di altri porti nazionali. Sembra un calcolo razionale, se si contano i numeri dell’offerta senza porsi il problema della domanda, tantomeno da dove dovrebbe arrivare. Per esempio, quanta e quale nuova merce dal Nord Italia oppure dalla Svizzera, dal Baden-Württemberg, dalla Baviera? E in base a quali condizioni di vantaggio e di favore un esportatore di Zurigo o di Stoccarda dovrebbe preferire Genova ad Amburgo o Anversa o Rotterdam? Per la nuova diga che accoglierà le navi giganti che già scalano i porti del Nord Europa?

Veniamo infine all’impatto dei flussi di traffico dei milioni di contenitori su Genova, ossia alla voce principale delle esternalità negative che le città pagano ai porti e che costituiscono uno degli obiettivi degli “altri interventi” dell’Adsp, in particolare per spostare il peso dalla gomma sul ferro. Com’è oggi la suddivisione dell’impatto tra le due modalità trasporto? Nel 2019, anno record, nel porto di Genova sono stati movimentati, al netto del trasbordo tra nave e nave che non implica il trasporto terrestre, 1,4 milioni di contenitori, intesi come unità di carico o pezzi e non come “Teu” che ne è la misura convenzionale. Ognuno di questi pezzi ha compiuto un viaggio di arrivo o di partenza dal porto. Di questi ha viaggiato su treno solo il 13,4% del totale. Tra i motivi, le infrastrutture e i mezzi di trasporto, nonostante si parli solo di questi, non sono al primo posto. Semmai il problema risulta essere la loro accessibilità, ossia le connessioni, insieme all’efficienza operativa e convenienza economica che offrono agli utenti. Pertanto, non saranno determinanti né nuove linee ferroviarie (Terzo valico compreso), né maggiori frequenze dei treni merci sulle linee, tenuto conto che già oggi non sono pienamente utilizzate. La questione è invece di ordine sistemico, riguarda l’estensione territoriale del bacino di utenza sostenibile e le inadeguate strutture delle nostre imprese, sia industriali e commerciali che logistiche. I problemi sono le distanze medio-brevi (100 km) dei viaggi con le merci da e per il porto e la dispersione e l’irregolare frequenza dei carichi nelle aree di utenza, correlati alle piccole dimensioni medie del nostro apparato industriale, che nell’insieme rendono senza alternative e comunque più conveniente l’autotrasporto. Se non sulle lunghe distanze, oltre i confini nazionali, verso la Svizzera e la Germania. Ma per raggiungere queste mete con il treno occorre aggregare ordini e carichi per cui si richiedono una certa struttura di spedizione, volumi di merce e frequenza delle spedizioni adeguati a mantenere un servizio regolare ed efficiente. Allo stato attuale queste condizioni riguardano ancora una porzione molto ridotta dei traffici del porto di Genova a causa dei limiti oggettivi dei suoi mercati di riferimento. È pur vero che da qualche tempo si registra un certo attivismo, sia dal lato dell’amministrazione ferroviaria che da quello delle imprese impegnate a vario titolo lungo la filiera logistica, a provare a investire in servizi di trasporto delle merci su ferro. Certo gli interventi in corso da parte dell’Adsp serviranno a mitigare l’impatto sulla città. Soprattutto la separazione tra i flussi di ingresso e uscita porto-città, che nel caso delle merci mira a connettere direttamente i varchi autostradali con i varchi portuali, una sorta di pipeline per cui il contenitore, come fosse merce liquida in una tubazione, scende dalla nave più o meno direttamente sul camion, il quale parte più o meno all’istante dal porto e viceversa. Questo però comporta un fenomeno contraddittorio. Per un verso virtuoso, ossia l’abbattimento dell’esternalità negativa della congestione del traffico urbano, ma non di quello autostradale. Per l’altro, determina in maniera rilevante, nel caso dell’import, la convenienza a svolgere qualsiasi attività aggiuntiva sulla merce nell’inland presso il luogo di destinazione o il retroporto o l’interporto di passaggio, saltando letteralmente il territorio che ospita il porto e cancellando la possibilità che la sosta della merce offra in parte l’occasione per attività economiche a valore aggiunto per la sua manipolazione e conseguente occupazione. Nel caso di Genova il limite maggiore sta nella scarsità di aree di insediamento per tali attività, ma il modello unico pipeline esclude a priori qualsiasi progetto alternativo. Tramonta il sogno di rinverdire anche solo in parte l’epoca della rottura dei carichi e delle attività a valore aggiunto sulla merce nello stesso territorio. 

Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni

Ariella Verrocchio

La categoria di genere ai tempi della pandemia

Se sulla scena pubblica e mediatica il tema donne/lavoro va sempre più acquistando spazio, interesse, attenzione, molto lo si deve agli studi che hanno indagato il mondo del lavoro con un’ottica di genere. Nel muovere da diversi approcci disciplinari – diversi ma unificati dalla condivisione di un medesimo punto di vista: il genere – questi studi hanno prodotto un ricco apparato analitico, generato complesse reti concettuali e interpretative, messo a disposizione una grande mole di dati, conoscenze, narrazioni. Senza questi apporti – è bene sottolinearlo – la nostra sarebbe una riflessione manchevole, incompiuta, non aderente alla realtà. Nel difficile e complicato momento storico che stiamo vivendo, la categoria di genere sta del resto mostrando una volta di più – e forse con rinnovata forza e incisività – di costituire una chiave di lettura fondamentale: per comprendere le diverse problematiche sociali, economiche, culturali generate e/o evidenziate dalla pandemia; per riconoscere la complessità e l’eterogeneità del suo impatto sulla vita delle persone. 

Oggi nel dibattito pubblico, l’aggravarsi delle problematiche dell’occupazione femminile nell’impatto con il Covid-19 ha costituito un potente fattore di ripresa di interesse sul tema donne/lavoro, una ripresa accresciuta e stimolata anche dallo spazio riservato alla parità di genere dal Pnrr. Nel guardare al tema delle diseguaglianze e delle strategie necessarie al loro superamento, in tale dibattito è possibile rintracciare, almeno in parte, il riflesso di analisi fondate su una prospettiva di genere – come per esempio in «Il femminismo dei dati», uscito sul blog ingenere. 

Nell’ambito delle più recenti indagini e riflessioni sul mondo del lavoro declinate sul genere, la prima cosa che possiamo osservare è come queste tendano a ruotare e a incentrarsi su due principali assi tematici. Uno è quello rappresentato dai processi di riorganizzazione del lavoro innescati e/o accelerati dalla pandemia (smart working, telelavoro, lavoro da remoto), sui quali sta sollecitando una diversa interrogazione e problematizzazione in termini di impatto e di ricadute sul lavoro delle donne e degli uomini. Il secondo asse tematico guarda alle problematiche pandemia/disuguaglianze, tema che nella declinazione genere e lavoro viene affrontato a partire dal riconoscimento delle disparità che l’emergenza sanitaria ha effettivamente prodotto e/o rischia di produrre e quelle disparità che non sono state create dall’evento pandemico ma che questo ha semmai esacerbato ed esasperato. 

La lettura del mondo del lavoro con una prospettiva storica e di genere ci consente di fare chiarezza su come l’emergenza sanitaria stia evidenziando gap strutturali e culturali di lungo periodo, in primo luogo riconducibili a nodi, fragilità, ritardi inerenti al mercato del lavoro e al sistema di welfare italiani. Allo stesso tempo, nel provare a valutare l’impatto che la pandemia sta avendo sul lavoro (e sulla vita) delle donne, la prospettiva di genere sta richiamando l’attenzione sulla necessità di mantenere vigile lo sguardo su quelle situazioni in cui la straordinarietà generata dal contesto emergenziale potrebbe trascinarle verso nuovi rischi e pericoli di arretramento. 

Questa specifica forma di sapere costituisce una risorsa culturale fondamentale per un deciso e forte cambio di passo su parità e questioni di genere, un cambio di passo che non può più essere rimandato. Offrire a questo sapere la possibilità di contribuire direttamente al cambiamento rappresenta una sfida, tra le molte che ci attendiamo siano finalmente accolte nel nostro paese. 

L’immagine della “mamma italiana”. Uno stereotipo tanto radicato quanto disatteso

Risale a dieci anni fa la pubblicazione di Italiane. Biografia del Novecento di Perry Willson, studiosa di storia delle donne e di genere presso la University of Dundee (Scozia). È un libro che desidero ricordare perché contiene un’indicazione di prospettiva a mio avviso importante: quella che per guardare alle trasformazioni dei ruoli e delle vite delle donne nel nostro paese è necessario non perdere mai di vista il ruolo giocato da un’immagine fortemente standardizzata e condivisa della figura della madre italiana. Lo stereotipo in questione è quello di una madre forte e generosa, che ama incondizionatamente i propri figli, sempre pronta a sacrificarsi per loro. Uno stereotipo potente e persistente, tanto radicato nella nostra società quanto disatteso nella realtà quotidiana della vita delle donne italiane. Messa su un piedistallo, celebrata per le sue virtù, la “mamma italiana” è stata e continua a essere una madre molto poco aiutata dallo Stato. Il persistere di marcati squilibri nella distribuzione familiare dei compiti domestici e di cura, nella conciliazione tra tempi di vita e di lavoro sono problemi che da tempo rientrano nell’ordinarietà delle esistenze femminili. Che l’Italia non sia un Paese per madri lavoratrici, per riprendere il titolo di un articolo di Chiara Saraceno, non è quindi certamente una novità. 

L’Italia si presenta come un Paese nel complesso ancora piuttosto riluttante ad abbattere uno dei principali cardini su cui si è storicamente retta la società patriarcale, la divisione sessuale del lavoro. Tra i diversi dati che attestano questa persistenza, vorrei richiamare l’attenzione su quelli contenuti nel report Conciliazione tra lavoro e famiglia dell’Istat inerenti alla percentuale di donne che nel nostro paese non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli. A emergere rispetto a Ue-28 per l’anno 2018 è un’incidenza tutt’altro che trascurabile e sensibilmente più alta di quella riscontrabile in altri Stati europei – in Italia pari all’11,1 % a fronte del 3,7 % nel complesso dei paesi dell’Unione. Un dato che, collegato al fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici madri con figli nei primi tre anni di vita, appare sintomatico delle difficoltà che molte donne continuano a incontrare nel far coesistere nelle proprie vite esperienza materna ed esperienza di lavoro. Secondi i dati contenuti nel Rapporto 2020 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, le donne che nel 2019 hanno volontariamente interrotto il rapporto di lavoro sono state 37.611, nella grande maggioranza di nazionalità italiana, mentre gli uomini 13.947, con un’incidenza sul totale rispettivamente del 73% e del 27%. Occorre precisare come il dato numerico registrato dall’Ispettorato sia un dato di non facile interpretazione, che va valutato in relazione alle informazioni che la normativa prevede siano fornite in caso di dimissioni da parte di genitori con figli sino ai tre anni (nel caso dei padri solo per quelli che hanno “sostituito” la donna nel congedo di maternità), ovvero avvenute nel periodo compreso tra il primo anno di vita del figlio, nel quale vige il divieto di licenziamento, e nei due anni successivi, durante i quali cessa il divieto ma perdurano problematiche legate alla cura e alla gestione dei figli (per un approfondimento si veda «Due cose sulle dimissioni volontarie»). 

Tuttavia ciò che fin da una prima lettura dei dati appare allarmante è il trend ininterrottamente negativo assunto dal fenomeno in poco meno di dieci anni. I dati numerici registrati dall’Ispettorato del lavoro nel periodo 2011-2019 indicano infatti un costante aumento di dimissioni volontarie, che dai 17.175 casi per le donne e i 506 per gli uomini registrati nel 2011 salgono nel 2019 ai già ricordati 37.611 per le prime e 13.947 per i secondi. Sono dati che confermano una volta di più come la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro costituisca nel nostro paese un’area di forte criticità, in particolare per i genitori con bambini piccoli. La scelta di fare un figlio rappresenta per le donne italiane una scelta particolarmente difficile e che continua a portare con sé rischi anche molto alti, dal ritornare al rimanere a casa, dall’uscita dal mercato del lavoro all’isolamento. I dati sulle nascite del resto parlano chiaro, mostrandoci un andamento della natalità annua che dal secondo dopoguerra in poi è contraddistinta da fasi di prolungata e forte pendenza negativa. Un trend di lungo periodo che negli ultimi sette anni, dopo qualche debole segnale di ripresa nel decennio a cavallo del secolo, è andato assestandosi in direzione di un costante e rapido peggioramento fino a registrare nel 2019 il tasso più basso dall’Unità d’Italia, record ulteriormente superato un anno dopo per effetto dell’impatto del Covid-19 sui progetti familiari ed esistenziali delle persone (si veda «Scenari sugli effetti demografici di Covid-19: il fronte della natalità»). L’andamento demografico italiano costituisce il fenomeno che forse ci mostra con maggior evidenza una delle più marcate contraddizioni della nostra società: nel paese della “mamma italiana” nascono pochissimi bambini, e la denatalità rappresenta un’emergenza. 

Non si porrà mai abbastanza l’accento su quanto gli stereotipi di genere contribuiscano a creare e a sostenere disuguaglianze. Riconoscere la loro funzione, capire le ragioni della loro forza e persistenza significa svelare processi che hanno il potere di influenzare i destini delle persone, di plasmarne le identità. Se insisto sull’immagine della madre italiana, su quella ambigua figura, per dirla con le parole di Lea Melandri, sospesa tra sacralità e determinismo biologico, è perché credo rappresenti uno degli stereotipi nazionali per eccellenza. Uno stereotipo funzionale al permanere di politiche tese a legittimare la divisione sessuale del lavoro, politiche che anziché investire in infrastrutture sociali preferiscono sostenere un welfare di tipo familiare di cui la donna è l’asse portante. Sovraccarico di lavoro domestico ed eccesso di responsabilizzazione verso la cura dei propri familiari sono questioni che da decenni penalizzano la vita delle donne italiane, pregiudicando la possibilità di crescita demografica, economica e sociale del nostro paese. 

La cura della casa e della famiglia ai tempi del Coronavirus. Quando a cambiare è la visibilità del lavoro femminile 

Ma che cosa è accaduto al lavoro delle donne nell’impatto con la pandemia? Per provare a rispondere a questa domanda dovremmo forse prima chiederci cosa sia accaduto nelle famiglie italiane. Se guardiamo al contesto familiare, possiamo constatare come l’emergenza sanitaria ne abbia profondamente scompaginato la vita, i tempi, le abitudini, l’organizzazione. La pandemia ha avuto la forza di ridefinire lo spazio domestico trasformandolo da luogo della sfera intima e privata in luogo dove far convergere le nostre attività extradomestiche. La casa, grazie agli strumenti tecnologici (per chi li possiede), è divenuta lo spazio in cui mantenere i contatti con le diverse sfere della vita (lavorativa, scolastica, sociale, fisica, culturale). Tutto ciò ha attivato nelle famiglie processi complessi, mutevoli, in continua trasformazione, riconducibili a una molteplicità di percorsi ed esperienze, tanto da rendere qualsiasi riflessione che voglia provare a valutarli provvisoria, incerta. Al contempo va osservato come la ricerca abbia saputo rispondere con grande prontezza e dinamismo alle esigenze di approfondimento poste da un evento tanto dirompente come quello pandemico, il più dirompente per i nati dopo la Seconda guerra mondiale, offrendo moltissimi spunti e stimoli di riflessione. Per quanto concerne l’ambito familiare, ciò è avvenuto in particolare in occasione di indagini condotte da gruppi di ricerca diversi su campioni indipendenti, volte a far luce sulle famiglie italiane nella situazione di straordinaria convergenza spazio-temporale delle attività creatasi durante il periodo del primo lockdown. Nel mettere a disposizione dati di recente rilevazione, analizzati nell’incrocio con quelli pre-pandemici e nel confronto con quelli dei Paesi Ue (natalità, istruzione, occupazione, ore dedicate al lavoro retribuito e a quello domestico e di cura), questi studi consentono di ri-misurare e di ri-problematizzare il tema delle disuguaglianze di genere nell’impatto con l’evento pandemico. 

L’impressione generale che se ne ricava è che la pandemia abbia sostanzialmente riconfermato squilibri (e stereotipi) di genere, a riprova del loro profondo radicamento nel nostro paese. L’indagine di Daniela Del Boca et al., condotta tra aprile e maggio 2020 su un campione rappresentativo di 1.250 donne occupate, rileva come durante il lockdown vi sia stato un aumento dell’impegno familiare sia per gli uomini che per le donne. Il dato emerso dall’indagine su cui porre l’accento non è tuttavia questo, bensì quello che evidenzia come tale incremento abbia riguardato molto di più i soggetti femminili, tanto da creare quella condizione di sovraccarico di lavoro domestico e di cura in cui, già nel primo mese di lockdown, Linda Laura Sabbadini, intervistata da Agenzia Dire, individuava una delle situazioni di maggior criticità create dall’emergenza sanitaria. In buona sostanza, se prima della pandemia le donne italiane dedicavano più ore al lavoro familiare rispetto ai loro partner, nel periodo del “Io resto a casa” al carico di lavoro ordinario si è aggiunto quello prodotto dalla straordinarietà creata della situazione emergenziale: riorganizzazione della casa e dei tempi di vita e di lavoro, aumento del lavoro domestico – più pasti, più pulizie, più attenzione all’igiene. A tali mansioni si sono aggiunti compiti straordinari di supporto e assistenza ai figli nei periodi di didattica a distanza e di sospensione delle loro attività fuori casa, ai quali si sono accompagnati sforzi di cura psicologica a bambini/e e adolescenti disorientati, spaventati, stressati dagli effetti della pandemia sulle loro vite. 

A confermare come il periodo di confinamento non abbia prodotto dei significativi cambiamenti nella distribuzione del lavoro familiare vi è l’indagine, promossa nell’ambito del progetto Counting Women’s Work, condotta da un gruppo di ricerca della Sapienza Università di Roma su un campione di 1.040 persone formato da uomini e donne di livello socio economico medio-alto. Nel misurare tempi di lavoro retribuito e tempi dedicati alla cura della casa e dei figli in un arco di tempo più lungo del lockdown (fino a giugno 2020), l’indagine evidenzia come il ritorno alla “normalità” abbia sostanzialmente ripristinato le condizioni precedenti: un carico di lavoro familiare di poco ridotto per le donne, una marcata diminuzione dell’impegno maschile nei compiti domestici e di cura. Nella condizione di straordinarietà creatasi con l’emergenza Coronavirus, gli stereotipi di genere sembrano dunque trovare conferma. Non solo. L’evoluzione della crisi sanitaria lascia intravedere scenari che potrebbero anche preludere a un loro processo di rivitalizzazione, sia come conseguenza del prolungamento del lavoro da casa, sia per le maggiori difficoltà che le donne in cerca di lavoro o che lo hanno perso (99.000 nel 2020 contro 2.000 uomini) potrebbero incontrare nell’accedere e/o rientrare nel mercato occupazionale. 

Come è noto, nel contesto di grave emergenza sanitaria creatosi nel marzo dello scorso anno, laddove le mansioni lo permettevano vi è stato un progressivo trasferimento dell’attività lavorativa nello spazio domestico. Un fenomeno nuovo per molti lavoratori e lavoratrici, spesso indicato con il termine smart working pur senza esserlo quasi mai stato veramente, che secondo i dati contenuti nel rapporto «Demografia e Covid-19» lo scorso anno ha interessato una quota di occupati e occupate che da valori nel 2019 inferiori al 5% è passata nel primo trimestre 2020 all’8,1% salendo nel secondo a più del 19%. Tra i dati di maggior rilievo sul piano delle differenze di genere vi è quello che indica percentuali significativamente più alte tra le donne con almeno un figlio tra 0 e 14 anni. 

Di particolare interesse sul piano delle implicazioni di genere derivanti dalle misure di contenimento pandemico, tra le quali rientrano appunto anche i trasferimenti delle attività di lavoro a casa, è il sondaggio condotto dopo il 4 maggio dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) nell’ambito del Gender Policies Report 2020, ovvero nel periodo della cosiddetta fase 2, caratterizzata dalla ripresa dell’attività produttiva e lavorativa ma anche dalla riorganizzazione dei tempi di vita e lavoro. Realizzata tra giugno e luglio 2020, l’indagine evidenzia come dopo il lockdown gli uomini siano stati i primi a rientrare al lavoro sia nel caso di lavoro dipendente che autonomo. Segnala anche come alcune donne abbiano continuato a lavorare a casa per motivi non riconducibili a normative o specifiche richieste del datore di lavoro bensì in virtù di accordi avvenuti in ambito familiare, nella grande maggioranza riguardanti coppie con figli. Nell’evidenziare il carattere non neutrale del processo di transizione dalla fase 1 alla fase 2, l’indagine stimola a problematizzare diversamente il lavoro femminile a distanza, in particolare in relazione al rischio che possa divenire una strategia di sostegno alla vita familiare. 

In questo quadro si colloca l’impegno di un gruppo di economiste femministe dell’Università di Valencia che nel rivendicare una regolamentazione di genere per il telelavoro ha evidenziato come questa tipologia di lavoro debba non solo fondarsi su una più agile e flessibile organizzazione spazio-temporale, ma debba anche avere un carattere spontaneo e reversibile, così da evitare nuovi rischi di discriminazione per le donne, come nel caso del lavoro part-time. Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale credo utile richiamare l’attenzione su come rappresenti una tipologia contrattuale ancora piuttosto diffusa nei paesi europei: i dati Eurostat 2019 registrano una percentuale del 29,9% di lavoratrici part-time (8,4% per i lavoratori) nel complesso dei paesi Ue-27, tra i quali l’Italia si colloca al sesto posto, con percentuali del 32,9% per le donne, e dell’8,2% per gli uomini. 

L’analisi di quanto avvenuto durante il primo lockdown e nella fase immediatamente successiva non sembra dunque registrare cambiamenti di portata significativa sul piano della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Tuttavia vi sono anche alcune novità rilevanti e che richiedono particolare attenzione. Per prima cosa va osservato come l’emergenza sanitaria abbia contribuito a rendere riconoscibile ciò che l’ottica di genere ha da molto tempo messo in discussione e ridefinito: la distinzione tra pubblico e privato, tra lavoro produttivo e riproduttivo. Per quanto riguarda la prima, le misure adottate per il contenimento della pandemia hanno creato una situazione di vero e proprio sconfinamento, la sfera intima e privata è stata invasa dalla sfera lavorativa ed extradomestica e viceversa, rispetto alla seconda hanno portato alla luce il rimosso del lavoro domestico e di cura non retribuito. Nell’esasperare il carico di lavoro familiare femminile, nell’inasprire gli squilibri nella distribuzione del tempo dedicato da uomini e donne al lavoro retribuito e non, la pandemia ha reso intollerabile quella fatica fisica e psicologica, subdola e imprendibile, che le difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro da tempo hanno portato nelle esistenze femminili. Non c’è quindi da stupirsi se, come messo in luce dalla già citata indagine condotta dalla Sapienza Università di Roma, le sensazioni associate al lavoro di cura che donne e uomini hanno provato durante il primo lockdown siano state molto diverse: un aumento di stress e stanchezza per le prime, un aumento del sentirsi utili per i secondi. 

Se nell’attuale momento storico vogliamo cercare una trasformazione di segno positivo sul versante donne/lavoro, credo questa possa essere al momento individuata nella visibilità inedita, forte, pervasiva acquisita dal lavoro domestico e di cura. Un lavoro spesso confuso con l’amore materno e il suo mitico senso del sacrificio ma che ai tempi della pandemia sta mostrandosi per ciò che effettivamente è: un lavoro non retribuito. Le sue contraddizioni, i suoi nodi irrisolti rimbalzano di continuo sulla scena pubblica e mediatica. E in ciò possiamo scorgere un momento di snodo nella storia delle italiane, non ancora nel segno di un cambiamento strutturale ma che potrebbe preluderlo. La creazione di servizi educativi e scolastici per l’infanzia di qualità, accessibili a tutti, ben distribuiti sull’intero territorio italiano è una delle sfide che ci si attende siano a breve affrontate. 

Donne tra lavoro e non lavoro. Uno sguardo di genere al mercato occupazionale in Italia e in Europa

Nei paesi dell’Unione europea il mercato del lavoro ha cominciato a essere significativamente influenzato dalla crisi innescata dalla pandemia nel secondo trimestre 2020. Tra gli Stati membri dell’Unione europea, nel quarto trimestre 2020, l’Italia assieme alla Spagna e alla Grecia è tra i paesi che hanno registrato più elevati rallentamenti nel mercato del lavoro. Le persone con domanda di occupazione insoddisfatta in questi Stati hanno superato il 20% della forza lavoro: il 25,1% in Spagna, il 23,5% in Grecia e il 21,9% in Italia. Questi paesi hanno anche registrato i maggiori divari di genere osservati nel periodo di inattività: in Grecia il 29,6% per le donne contro il 18,4% per gli uomini , in Spagna il 30,4% per le donne contro il 20,4% per gli uomini, in Italia il 26,5% per le donne contro il 18,3% per gli uomini.

I dati destagionalizzati sui tassi di disoccupazione nel periodo compreso tra marzo 2020 e marzo 2021 forniti da Eurostat registrano nel complesso dei Paesi dell’Unione percentuali totali dal 6,4% al 7,3%, secondo la distribuzione per sesso un aumento per gli uomini dal 6,2% al 7 %, un tasso superiore per le donne che passa dal 6,6 % al 7,7%. Dal confronto tra gli Stati membri, emerge un peggioramento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro anche in paesi con bassi indici di disoccupazione femminile nel periodo prepandemico. Esemplare il caso della Germania, dove, secondo i dati contenuti nel Rapporto Openpolis Occupazione 2020, tra il 2008 e il 2017 si riscontra il maggior tasso di crescita dell’occupazione femminile tra i Paesi Ue del G7 (dal 67,8% al 75,2%), registrando in dieci anni ben 7,4 punti di differenza; nello stesso periodo l’Italia rileva un incremento di soli 2 punti (dal 50,6 % al 52,5 %), decisamente insufficiente per un paese con tassi di crescita molto al di sotto dell’obiettivo del 60% fissato dalla Strategia di Lisbona per il 2010. Secondo i dati Eurostat, la Germania passa da un tasso di disoccupazione femminile del 3,5% nel marzo 2020, percentuale peraltro inferiore a quella maschile (4 %), al 4,6 % nel marzo 2021, stabile rispetto a febbraio (per gli uomini 4,4%). 

Le cose sembrano andare un po’ meglio nei Paesi Ue con bassi tassi prepandemici di disoccupazione femminile e dove alle donne sono garantiti maggiori servizi per l’infanzia. In Francia nel marzo 2021 il tasso di disoccupazione femminile si presenta in controtendenza rispetto al dato registrato nel complesso dei Paesi Ue, mostrando un andamento di decrescita che la vede passare dal 7,5% al 7,3% (per gli uomini dal 7,4% all’8,4%). Nei Paesi Bassi il tasso di disoccupazione femminile presenta una crescita contenuta e passa dal 2,9% al 3,6 %. Questo però non avviene ovunque. Basterà al riguardo richiamare il caso della Svezia che nel 2017, secondo il già richiamato Rapporto Openpolis, è tra i membri dell’Ue con il più alto tasso di occupazione femminile (79,8%), ma che nel periodo pandemico risulta interessato da un sensibile aumento del tasso di disoccupazione tra le donne che dal 7,4% nel marzo 2020 sale nel marzo successivo al 9,3%, mantenendosi stabile rispetto a febbraio. 

Le situazioni più critiche si sono verificate tuttavia dove il mercato del lavoro femminile presentava significative debolezze già prima della pandemia. Così in Spagna, dove il tasso di disoccupazione tra le donne passa dal 16% al 17,4 % tra marzo 2020 e 2021, e anche in Italia cresce dall’8,2 all’11,4%, in aumento dall’11,3% di febbraio (dati provvisori). Nel confronto con i tassi di disoccupazione femminile presenti negli altri Paesi Ue, questi dati mostrano indici sensibilmente maggiori: il nostro Paese si colloca dopo la Spagna (segnaliamo che per la Grecia sono disponibili i dati per marzo e dicembre 2020, pari a 18,6 e 19,5%, mentre non lo sono per il periodo gennaio-marzo 2021). Il dato sulla disoccupazione femminile in Italia acquista ancor più significato se collegato al tasso di crescita dell’occupazione femminile, che dopo aver sfiorato nel dicembre 2019 il 50%, nel 2020 scende al 48,6 %. Un tasso molto basso se confrontato con il dato medio Ue-27 pari al 63%, e ancora molto distante dall’obiettivo della Strategia di Lisbona, pari al 60%.

Rivolgendo nuovamente lo sguardo allo scenario internazionale, l’impatto della pandemia sull’occupazione ci mostra una generale tendenza a produrre una significativa perdita di posti di lavoro tra le donne. Si tratta di uno scenario diverso rispetto a quello della crisi del 2008, che al contrario danneggiò molto di più il lavoro degli uomini investendo settori produttivi con una più forte presenza maschile come quello edilizio e manifatturiero. Da più parti si è evidenziato che la crisi pandemica ha colpito molto di più l’occupazione femminile, perché concentrata in settori relativamente stabili nei cicli economici tipici fortemente influenzati dalle misure di chiusura e di distanziamento sociale, quali commercio al dettaglio, ristorazione, turismo, cultura, servizi domestici. La pandemia ha avuto, inoltre, uno specifico impatto sull’occupazione femminile anche per aver portato molte lavoratrici in prima linea nella lotta contro il Coronavirus. Basterà dire che nel 2019 il 76% dei quarantanove milioni di persone impiegate nel servizio sanitario nei paesi Ue sono donne, come lo sono l’82% delle persone addette alle casse nei servizi commerciali, l’86% di quelle impiegate nei lavori dedicati alla cura della persona nel campo sanitario, il 95% di quelle impiegate nei lavori domestici e assistenziali. 

Il forte impatto che la crisi pandemica ha avuto sull’occupazione femminile trova una delle sue principali cause nella diversa distribuzione di uomini e donne nel mercato del lavoro, una distribuzione che nelle eccezionali circostanze storiche createsi con l’emergenza sanitaria Covid-19 ha visto le donne sovrarappresentate tanto nei settori in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, quanto in quelli più colpiti dalla recessione innescata dalle misure di contenimento. L’Italia è stato il primo Paese europeo a essere colpito dall’emergenza sanitaria e ad aver adottato il confinamento e il distanziamento sociale. All’indomani della pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione italiana per il mese di aprile 2020, Francesca Bettio e Paola Villa evidenziavano come la recessione innescata dalle misure di contenimento pandemico stesse avendo effetti negativi molto di più tra le donne che tra gli uomini. Effetti che, come previsto dalle due autrici, sono perdurati nei mesi successivi sia in termini di perdita di posti di lavoro che di impatto differenziato tra settori produttivi, e quindi tra uomini e donne. In un contesto come quello italiano, dove il vero e grande problema dell’occupazione femminile risiede nella scarsità di lavoro, la prospettiva di genere ha portato l’attenzione sulla necessità di riequilibrare l’occupazione favorendo l’accesso e l’inclusione delle donne in quei comparti che continuano a essere appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. Sono i settori al centro del processo di greening – agricoltura, edilizia, public utility e trasporti, con una partecipazione tradizionalmente prevalentemente maschile. Come evidenziato dal Manifesto di Donne per la Salvezza/Half of it, basterà dire che nell’ambito del settore delle costruzioni per il 92,4% delle assunzioni sono preferiti i maschi (rispetto al 1,4% di femmine e al 6,2% di indifferente), o guardare a settori come quello dei trasporti e della logistica dove pure si registrano marcate differenze di genere. Per quanto concerne il rapporto tra disparità occupazionale e livelli di istruzione femminile, la prospettiva di genere ha, inoltre, prestato particolare attenzione al permanere di un marcato svantaggio femminile nelle lauree tecnico-scientifiche, le cosiddette lauree Stem (Scienze, tecnologie, ingegneria e matematica), tra le quali si registra un 37,3% di maschi contro un 16,3% di femmine, che sul totale dei laureati/e rappresentano, nel 2019, il 22,6% contro il 16,8% degli uomini. 

Il grande impatto che l’attuale recessione sta avendo sul lavoro delle donne è un fenomeno che nei Paesi dell’Unione europea presenta andamenti e tratti comuni, tanto sul piano delle cause che degli effetti. Ma come per qualsiasi grande crisi, è un impatto che va misurato tenendo conto anche delle specificità nazionali. In Italia il mercato del lavoro presentava già prima della pandemia marcate diseguaglianze sul piano dell’accesso e della permanenza delle donne, e qui dunque si rendono necessarie misure alquanto efficaci e tempestive. Misure che contrastino le disparità di genere nel mondo produttivo e che incrementino l’occupazione femminile in tutti quei settori che più si espanderanno e ai quali saranno destinati il grosso delle risorse dei fondi del Next Generation Eu, a partire dai lavori cosiddetti green e digitali. Affrontare questi nodi rappresenta per l’Italia un’opportunità storica e insieme una necessità, l’opportunità di superare il gap occupazionale con l’Europa, la necessità di scongiurare che le conseguenze sociali, economiche e demografiche derivanti dall’impatto della recessione sul lavoro femminile sopravvivano alla pandemia. 

(maggio 2021)

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Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia

Lorenzo Esposito 

«Più hanno debiti meno i lavoratori possono scioperare» A. Greenspan

Già dalle prime settimane del 2020, è stato chiaro che la pandemia di Covid-19 avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. Abbiamo assistito a un susseguirsi di fatti e reazioni mai sperimentati in decenni di evoluzione economica e sociale: un’incertezza macroeconomica sconosciuta nella storia contemporanea, una reazione senza precedenti da parte degli Stati, con molteplici strumenti che determineranno effetti a lungo termine sull’economia. L’emergenza ha anche provocato un rapido cambiamento delle agende politiche, con la revisione di priorità strategiche e il ripensamento di consolidate architetture istituzionali e politiche, a partire dall’Unione europea.

Fin dall’inizio l’emergenza ha imposto un nuovo modo di affrontare i problemi a livello mondiale; chi fino a ieri predicava austerity e mercato è rimasto senza punti di riferimento, ma ne mancano di nuovi. In questo articolo cercheremo di analizzare i profondi cambiamenti che la pandemia ha portato al dibattito sulla politica economica, e in particolare sul tema del debito pubblico e sul ruolo dello stato nell’economia.

Dal 2008 alla pandemia

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha esposto le fragilità del modello di sviluppo basato sulla deregolamentazione dei mercati e l’iper-globalizzazione, costringendo a un precipitoso intervento delle banche centrali e dei governi per salvare il mondo dal crollo del sistema finanziario. Sebbene si siano susseguiti interventi considerati per decenni tabù, dalla nazionalizzazione delle banche a politiche fiscali espansive, la logica complessiva del modello di sviluppo non è mutata. Si sono riconosciuti gli eccessi della globalizzazione e le conseguenze nefaste che questa dinamica ha portato, ma non sono state avanzate politiche complessivamente alternative. La crisi dell’Eurozona del 2011-2012 ha costretto anche la Bce a una politica monetaria più espansiva “non convenzionale” (ossia basata sull’immissione di liquidità illimitata sui mercati finanziari) ma, di nuovo, senza eliminare l’idea di fondo, l’austerity, a cui i Paesi sono stati incatenati, con conseguenze disastrose, in modo particolarmente eclatante nel caso della Grecia.

La situazione paradossale degli anni precedenti la pandemia era dunque di una politica economica che aveva pragmaticamente fatto i conti con le debolezze della globalizzazione finanziarizzata, correndo se necessario ai ripari, ma senza che la politica o l’accademia riflettessero, nel profondo, su che cosa andasse cambiato, nell’analisi e nelle prognosi della situazione. La stella polare rimaneva quella di sempre: tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati, emarginazione dei sindacati, tagli fiscali ai ricchi compensati da aumento dell’età pensionabile e così via. L’idea era che la crisi fosse una specie di shock venuto da un impazzimento collettivo che sarebbe passato rapidamente. A che pro dunque ripensare decenni di deregulation? Questa visione, funzionale al mantenimento di una politica economica di redistribuzione verso l’alto, cozza con la semplice analisi dei dati, che mostrano tendenze di lungo periodo spesso definite “finanziarizzazione”. In estrema sintesi, la finanziarizzazione è il processo attraverso cui gli indicatori finanziari (del credito, del mercato dei capitali, ecc.) assumono un peso crescente rispetto al Pil e alla ricchezza complessiva di un Paese. Debito, pubblico e privato, dimensioni delle banche, turn-over dei mercati dei derivati e degli altri mercati finanziari, sono tutti indicatori del crescente peso della finanza. Si consideri, per esempio, che negli Stati Uniti il debito totale (pubblico e privato) tra il 1973 e il 2005 è salito dal 140% a quasi il 330% del Pil, con una crescita particolarmente sostenuta del debito del settore finanziario. Sintetizzando il tema, Crotty nel 2008 ha osservato:

Vari decenni di deregolamentazione e di innovazione hanno largamente gonfiato la dimensione dei mercati finanziari relativamente all’economia reale. Il valore di tutte le attività finanziarie negli Stati Uniti è cresciuto da quattro volte il Pil nel 1980 a dieci volte il Pil nel 2007. Nel 1981 l’indebitamento delle famiglie era il 48% del Pil, mentre nel 2007 il 100%. Il debito del settore privato era il 123% del Pil nel 1981 e il 290% a fine 2008. Il settore finanziario ha accresciuto freneticamente la leva: il debito è aumentato dal 22% del Pil nel 1981 al 117% a fine 2008. La quota dei profitti societari generati nel settore finanziario è aumentato dal 10% nei primi anni 1980 al 40% nel 2006, mentre la sua quota del valore del mercato azionario è cresciuta dal 6% al 23%.

Questi trend sono stati giustamente definiti, da Hein tra gli altri, un cambiamento fondamentale nella struttura e nella dinamica del capitalismo.

L’esplosione del debito e della finanza si sono accompagnate ad altre dinamiche. Citiamo innanzitutto la ri-articolazione mondiale dei processi produttivi, con lo sviluppo di catene produttive e logistiche mondiali, di solito definite global value chains che oggi costituiscono la componente decisiva del commercio mondiale. Dopo il 2008 vi è stato un certo ripiegamento del fenomeno, che caratterizza comunque un aspetto decisivo dell’economia mondiale. La globalizzazione-finanziarizzazione ha anche determinato un enorme aumento della disuguaglianza economica soprattutto attraverso il funzionamento del mercato del lavoro. L’aumento della concentrazione del reddito, con casi clamorosi di mega-miliardari a fronte della povertà di interi continenti, polarizzazione accentuata dalla pandemia, è stata favorita dalla concentrazione e centralizzazione del capitale, che ha aumentato il potere di mercato delle aziende in molti settori. Basta pensare allo strapotere delle “Big Tech” (Amazon, Apple, Google, ecc.) a cui corrisponde il loro exploit borsistico. Da una parte abbiamo l’aumento del potere di mercato delle grandi imprese, dall’altro un calo della quota dei redditi da lavoro. Questo avviene in un contesto di calo di lungo periodo della capacità utilizzata in diversi Paesi. La pervasiva sovracapacità (dunque la presenza di impianti produttivi sotto-utilizzati o del tutto fermi) spiega a sua volta la riduzione degli investimenti nei settori produttivi e il loro dirottamento sui mercati finanziari, con conseguente calo della dinamica della produttività.

La stagnazione degli investimenti produttivi e della produttività sono gli elementi alla radice della finanziarizzazione: gli investimenti sono meno redditizi e occorre dunque maggior debito, maggior finanza a parità di output produttivo. Particolarmente grave è stato il crollo degli investimenti (sia pubblici che privati) in Italia, con conseguente stagnazione economica ormai ultradecennale. Sotto questo profilo è importante osservare che le tendenze che abbiamo delineato sono state fortemente favorite da precise scelte politiche che, dalla fine degli anni Settanta, hanno impostato una politica economica proprio volta a recuperare profittabilità in ogni modo, privatizzando i servizi sociali e rendendo il lavoro precario, delocalizzando imprese e abbassando le tasse ai ricchi che in questo modo avrebbero avuto più convenienza a investire e innovare. La necessità di recupero della redditività aziendale spiega perché, contrariamente alla propaganda dell’era thatcheriana, arrivata sino a noi, nel complesso l’intervento pubblico non è diminuito, perché il capitalismo moderno ha esigenze di stabilizzazione superiori che in passato. Ne sono però mutate le finalità: non garantire servizi pubblici di qualità a tutti, non ridistribuire il reddito ma aiutare la razionalizzazione produttiva e il recupero della profittabilità. Era questo anche il senso della famosa “politica di riforme” che, in pratica, ha significato la frammentazione del mercato del lavoro e un calo delle prestazioni dello stato sociale. Ciò spiega sia le dimensioni generali dell’intervento pubblico sia il calo delle aliquote marginali: lo Stato spende come prima ma i ricchi contribuiscono sempre meno.

Da un punto di vista di politica monetaria, la finanziarizzazione ha reso necessario correre in soccorso di banche e investitori dei mercati finanziari ogni volta che una crisi colpiva i mercati, cosa che dagli anni Novanta è divenuta endemica. Per questo, l’aumento del debito avviene in concomitanza con un calo dei tassi d’interesse ben prima della crisi del 2008. Le banche centrali sono ormai ostaggio dei mercati finanziari. La pandemia ha confermato e accresciuto questa dinamica.

I primi effetti della pandemia

«Un microbo ha rovesciato tutta la nostra arroganza» M. Wolf

La pandemia ha prodotto effetti economici senza precedenti, determinando la più marcata incertezza macroeconomica di sempre. Non solo mai così tanti esseri umani sono stati forzati a rimanere a casa, ma gli effetti diretti sull’economia sono stati senza precedenti. Si pensi all’andamento delle richieste di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti nella fase iniziale della crisi:

(Sussidi settimanali di disoccupazione; dati: Federal Reserve)

L’Imf (Fondo monetario internazionale) è stato costretto a osservare: «Questa crisi non ha eguali… [e] dovrà essere affrontata in due fasi: una fase di contenimento e stabilizzazione seguita dalla fase di ripresa. In entrambe le fasi la salute pubblica e le politiche economiche hanno un ruolo cruciale da svolgere». Le proiezioni per la crescita e il commercio mondiali fatte nei primi mesi della pandemia (rispettivamente, -4,2% e -11%) si sono rivelate realistiche. Il congelamento improvviso dell’economia mondiale non ha precedenti nella storia recente, tuttavia, numerosi commentatori hanno sottolineato che alcune tendenze erano già presenti prima dell’emergenza. Abbiamo già citato il tema del debito (pubblico e privato), ma lo stesso vale per ambiti anche al di fuori delle variabili economiche. Per esempio, è emerso che le aree con un maggior livello di inquinamento, come il Nord Italia, hanno facilitato la diffusione del virus; anche la disuguaglianza sociale e la miseria sono un fattore di aggravamento dell’emergenza virale.

Questi grafici economici senza precedenti, come le immagini di medici cubani e cinesi accorsi ad aiutare nelle regioni del Nord Italia, marcheranno per sempre la situazione nel ricordo storico dell’emergenza. Altrettanto senza precedenti sono state le azioni dei policymaker. Il blocco totale di molti settori economici ha costretto gli Stati a intervenire per impedire licenziamenti di massa e fallimenti a cascata delle imprese. I flussi finanziari hanno rischiato un congelamento totale con l’inevitabile conseguenza del collasso delle banche. Anche i mercati finanziari sono crollati per diversi giorni. In particolare, il 23 marzo 2020 sulle borse si generò una terrificante distruzione di ricchezza finanziaria, 26 trilioni di dollari, che costrinse a un intervento pubblico, una conferma che oggi i mercati finanziari dipendono dalle banche centrali per sopravvivere. La situazione ha costretto il più grande e più rapido sostegno pubblico in tempo di pace sia dal lato fiscale che monetario. L’azione è stata simile negli obiettivi tra i vari Paesi, anche se poi si è declinata concretamente in base allo specifico funzionamento della sicurezza sociale di ognuno. Sono anche fiorite discussioni su misure fiscali universali ben oltre il dibattito italiano sul reddito di cittadinanza. Quanto alle banche centrali, anche loro hanno reagito prontamente, in particolare la Federal reserve. Il suo bilancio è cresciuto di trilioni in pochi giorni, dando alla banca centrale un ruolo nell’economia maggiore che durante la Grande depressione o la Seconda guerra mondiale. Quali sono gli effetti di medio e lungo periodo di queste politiche senza precedenti? Sono gli aspetti che diventeranno decisivi nel prossimo periodo.

Le prime settimane e le ultime resistenze

Sebbene nelle prime settimane della crisi pandemica non siano mancati i soldati giapponesi testardamente trincerati nella giungla del frugalismo, la situazione, almeno in linea generale, è mutata presto. Mentre negli Stati Uniti e altrove, governo e banca centrale hanno iniziato a mobilitarsi da subito per contrastare gli effetti economici della pandemia, in Europa non solo l’intervento era bloccato dalla vecchia impostazione austeritaria, ma persino il coordinamento sul piano sanitario appariva inesistente. L’aspetto eclatante della débâcle iniziale è che l’assenza di coordinamento delle misure sanitarie tra Paesi dell’Ue potrebbe essere stato voluto, nel senso che diversi Paesi europei hanno aspettato a chiudere le attività produttive per dare un vantaggio alle proprie aziende. Ancora oggi, a un anno di distanza, l’Unione europea, al di là dei proclami sui fondi comunitari, è il blocco politico-economico che ha fatto peggio, rimanendo indietro nei piani vaccinali rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna.

Le istituzioni europee intergovernative, a partire dal Consiglio europeo, sono emerse come un esempio eclatante di cattiva cooperazione. Nel primo periodo, il peso dell’intervento a livello europeo è ricaduto dunque sulla Bce, che ha agito espandendo i suoi programmi di acquisto sui mercati, lanciandone anche di nuovi. Al contrario, per molte settimane le proposte sul fronte fiscale (eurobond, coronabond, titoli irredimibili) sono state considerate irricevibili soprattutto dalla Germania, il cui ministro dell’Economia osservò che si trattava di un «dibattito fantasma», nonostante queste proposte venissero anche da economisti non sospettabili di essere inclini a idee progressiste (per esempio, Giavazzi e Tabellini e Boitani e Tamborini). Nonostante l’istinto austeritario del Nord Europa, la gravità della crisi ha costretto a un cambiamento di posizione. Non solo il Consiglio europeo ha sospeso, temporaneamente certo, il quadro del Patto di stabilità, ma ha dato via libera agli aiuti di stato e al Recovery Fund. In altri articoli della rivista si analizza nello specifico questo strumento; qui ci interessa osservare che si tratta di un cambiamento importante perché determina un’effettiva messa in comune dei debiti dei Paesi europei, anche se è chiaro che il grosso della risposta alla pandemia deve comunque venire dagli stati nazionali.

A prescindere dalle modalità di finanziamento dell’intervento pubblico, è stato certo sin dall’inizio è che il debito pubblico sarebbe aumentato rapidamente. Innanzitutto, il crollo economico ha comportato un calo delle entrate fiscali; in secondo luogo gli stati hanno dovuto intervenire sovvenzionando aziende e famiglie. Come ha osservato Mario Draghi all’inizio della pandemia: «Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato». I governi, e non solo nei Paesi avanzati, stanno espandendo deficit e debiti e le banche centrali dovranno acquistarne una buona fetta.

(Rapporto debito pubblico/Pil; dati Imf)

Oggi la necessità dell’intervento pubblico appare persino scontata anche in ambienti economici conservatori, ma bisogna ricordare che, per decenni, la teoria economica ha postulato che la spesa pubblica è inefficace per il famoso effetto spiazzamento. In pratica, spendere 100 euro per investimenti pubblici ridurrebbe esattamente di 100 euro gli investimenti privati con un effetto netto nullo (la cosiddetta equivalenza Barro-Ricardo). La crisi ha mostrato che il senso di quelle posizioni non era l’inutilità della spesa pubblica per aiutare l’economia, ma il fatto che la natura originale del debito è irrilevante: in caso di crisi tutto il debito diventa pubblico, nel senso che le banche centrali devono intervenire per garantirne il ripagamento.

In questa nuova fase sono esplose le discussioni sulle teorie che giustificano la spesa pubblica. Inevitabilmente si è acceso anche il dibattito sulla monetizzazione del debito, ossia la pratica di pagare la spesa pubblica usando le banche centrali come un bancomat. In linea generale, le banche centrali possono aiutare il governo a indebitarsi in tre modi: possono prestare direttamente fondi allo Stato (appunto la monetizzazione), possono acquistare debito pubblico sul mercato primario e possono acquistarlo sul mercato secondario. Prima della pandemia, i primi due metodi erano vietati nell’Eurozona ed evitati praticamente ovunque, a causa delle inevitabili conseguenze inflazionistiche dell’irresponsabilità fiscale, almeno nella vulgata ortodossa. A parte le operazioni di mercato aperto legate alla politica monetaria, ciò che era ammissibile per le banche centrali era acquistare debito pubblico sui mercati come ogni altro investitore. Sebbene la differenza tra queste politiche sembrasse essenziale, non appena si è manifestata l’emergenza è diventato chiaro che, in realtà, sono più o meno la stessa cosa; sul Financial Times è stato osservato:

Non esiste una chiara distinzione tra quantitative easing e finanziamento monetario diretto. I banchieri centrali affermano che gli acquisti di asset durante il QE sono temporanei, il che significa che il denaro appena creato verrà un giorno rimosso dall’economia. Ma è difficile legare le mani ai loro successori, che potrebbero un giorno renderlo permanente. In ogni caso, l’effetto è quello di abbassare il costo dell’indebitamento pubblico […] La differenza tra il QE e il finanziamento monetario diretto è principalmente di presentazione.

Le modalità concrete di acquisto del debito pubblico da parte delle banche centrali non fanno pressoché nessuna differenza. Quanto al tema dell’inflazione, economisti e politici conservatori si servono da decenni dello spauracchio di un’inflazione significativa e, anche dopo l’enorme aumento della massa monetaria riversata dalle banche centrali sul sistema finanziario per evitarne il collasso nel 2008, in molti agitarono lo spettro dell’inflazione; Laffer, un noto economista conservatore scrisse: «Possiamo aspettarci un rapido aumento dei prezzi e tassi di interesse molto, molto più alti nei prossimi quattro o cinque anni». A oltre un anno dallo scoppio della pandemia, anche i commentatori più timorosi del pericolo inflattivo non ne vedono il sorgere dall’intervento pubblico ma dai consumi tenuti a freno dalla pandemia stessa, il che rende incerta la misurazione stessa dell’inflazione.

Trascurando l’eterna spada di Damocle dell’inflazione, comunque utile per giustificare politiche di austerità e anti-sindacali, rimane comunque un tema di sostenibilità del debito pubblico, che già dal 2008 tendeva a crescere e che è esploso con l’emergenza sanitaria. Mentre i parametri di Maastricht e tutta la politica economica di questi decenni sono stati improntati a un’analisi della dimensione del debito, la discussione sulla sostenibilità è oggi in termini di flussi: non conta la quantità ma il costo del servizio del debito, che è legato all’intervento delle banche centrali. Dopo le numerose crisi finanziarie, sino a quella mondiale del 2008, e dopo la pandemia, la situazione è che ora sia il sistema finanziario sia il governo sono dipendenti da un continuo stimolo monetario per sopravvivere. Siamo nella situazione paradossale in cui le bolle finanziarie sono la causa e insieme l’effetto di questo stimolo e la fragilità finanziaria è endemica.

La situazione di grande incertezza spinge a riflessioni su come gestire questa situazione senza precedenti. È inevitabile o comunque probabile l’esplosione dell’inflazione (e dunque il crollo del tenore di vita dei redditi fissi) con questo enorme aumento del debito degli aggregati monetari e della spesa pubblica? Ieri tutti gli economisti avrebbero risposto affermativamente, ma nel clima di oggi, dove solo l’intervento pubblico separa l’economia mondiale dal caos, dove assistiamo al ripensamento di tutti i dogmi del laissez faire, sono invece venute alla ribalta le posizioni più estreme in tema di moneta, come la Teoria monetaria moderna (Mmt), i cui suggerimenti sono ora avallati anche da economisti mainstream (come Blanchard e Pisani-Ferry) che si uniscono ai suoi sostenitori di lunga data (per esempio Nersisyan e Randall Wray). Ciò che la Mmt ha sempre sottolineato, ossia che la crescita economica è più importante di un bilancio in pareggio, appare ora ovvio a chiunque. Stampare denaro è necessario, ma non è sufficiente. Il Giappone è un esempio del fatto che anche un debito pubblico molto elevato è gestibile, ma è anche vero che la crescita economica giapponese è tutt’altro che brillante da molto tempo. 

Nello specifico caso italiano, dove un elevato debito pubblico è la norma da più o meno mezzo secolo, e l’economia ristagna da molti anni, il dibattito è stato particolarmente ampio, con proposte anche molto innovative (Villarosa sostiene l’idea di una banca d’investimento pubblico, Dominelli l’utilizzo di Cassa depositi e prestiti, mentre Mazzucchelli immagina una sorta di fondo sovrano, e persino un personaggio legato a Confindustria come Cipolletta ha proposto una sorta di swap tra debito e capitale per far affluire investimenti pubblici alle imprese). Si apre dunque una nuova fase nel dibattito sui rapporti tra Stato e mercato, dove all’ordine del giorno non possono più esserci i temi finanziari (quanto e come finanziare la spesa), un tema ormai assodato, ma la composizione e la qualità della spesa. Quanti autobus sono necessari nelle aree metropolitane europee (e italiane in particolare) per viaggiare in sicurezza senza far ripartire i contagi? Chi li costruirà? Quanti migliaia di chilometri di fibra ottica andranno posati per garantire una connessione di elevata qualità a tutti i lavoratori in smart working? Sono temi di politica industriale, non di equilibrio dei conti pubblici. Un ritorno molto atteso e ormai sdoganato in pieno anche oltre oceano, con i faraonici piani infrastrutturali della presidenza Biden.

Industria di Stato e deglobalizzazione

Sin dallo scoppio della pandemia, è emersa la necessità che lo Stato andasse molto oltre la semplice erogazione di fondi a imprese e famiglie per attutire i danni dell’emergenza, una profonda differenza con il 2008. Infatti, sebbene la crisi dell’epoca avesse radici profonde, come abbiamo provato rapidamente a spiegare, la sua forma immediata era costituita dal crollo della fiducia reciproca tra le banche. Un forte intervento delle banche centrali, che si sono sostituite agli investitori privati, fermò il panico. Il problema era essenzialmente di liquidità, almeno nell’immediato. In questo caso il problema è di organizzazione (della sanità, della produzione, dei trasporti, del piano vaccinale) e ha condotto a molte riflessioni sulla necessità che lo Stato prenda misure di organizzazione diretta della produzione. Per esempio, negli Stati Uniti, nelle prime settimane della pandemia, si è discusso della possibilità di usare il Defense production act per requisire le aziende, come il governo federale fece durante l’ultima guerra mondiale. La successiva vicenda dell’ideazione, produzione e distribuzione dei vaccini, come di altri farmaci, mostra che questo è in effetti il punto nodale di oggi e di domani. La produzione per il profitto ha trasformato la corsa ai vaccini in una battaglia tra multinazionali, che spingono i rispettivi stati a guerre commerciali con lo scopo di accaparrarsi quote di mercato e di profitti. Non è così che questa pandemia o future emergenze del genere possono essere affrontate.

Negli ultimi decenni lo Stato si è ritratto dalla produzione, riservandosi il ruolo di appaltante o autorità garante (del mercato, delle utenze, ecc.), ma ora emerge la necessità di organizzare direttamente la produzione e la distribuzione, a partire dal settore farmaceutico e sanitario. Si pensi alla distribuzione dei vaccini a opera dell’esercito, scelta fatta in molti Paesi. La pandemia ha anche evidenziato l’importanza del concetto di bene pubblico per la salute generale dell’economia. Debellare il virus, come sostiene Giraud, implica debellarlo per tutti:

La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la “grande peste” che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali.

Il ritorno (o la creazione dove non c’era) di un servizio pubblico sanitario universale e gratuito è il primo passo necessario per porre su basi solide la società e la stessa economia. Infatti, piegare il servizio sanitario, e lo stato sociale in genere, ai fini del profitto ha indebolito il welfare di fronte a emergenze come la pandemia e lo rende debole anche ora, come si vede nei ritardi dei piani vaccinali e nell’incapacità di trasformare il funzionamento dei trasporti, delle scuole per arginare la pandemia, lasciando come unica alternativa il lockdown. Ovviamente, non è facile ripensare interi settori economici, soprattutto perché, al di là dei discorsi sulla nuova fase e sulla solidarietà nazionale e internazionale, l’orientamento generale rimane lo stesso: la produzione per il profitto, dove le vittime dell’emergenza sanitaria sono solo danni collaterali.

La riorganizzazione produttiva non potrà avere solo un connotato nazionale. Infatti, appena è esplosa la pandemia, è emerso il rovescio della medaglia delle catene produttive mondiali. Nelle prime settimane della crisi la dipendenza dalla produzione internazionale di alcuni settori, come farmaci e dispositivi medicali, causò il panico, e la Fao mise addirittura in guardia da possibili rotture delle catene produttive nel settore alimentare. Non è pensabile un significativo cambiamento della situazione in questi settori senza un maggior coinvolgimento diretto degli Stati, soprattutto attraverso aziende pubbliche, che già negli ultimi anni avevano accresciuto il peso tra le più grandi imprese del mondo, arrivando al 20% del totale, con un attivo di bilancio complessivo di 45.000 miliardi di dollari. Il tema oggi non è combattere una battaglia di retroguardia contro i nemici dell’intervento statale, la cui necessità è ormai assodata, ma discutere di cosa fare con gli investimenti pubblici: come finanziarli, come utilizzarli, come controllarne l’impiego. I soldi pubblici possono servire a comprare aerei da guerra o a costruire scuole e ospedali. Oggi, ribadiamo, il tema è la composizione della spesa. Inoltre, più Stato non equivale a più democrazia o più benessere, come si vede dall’utilizzo che i governi dell’“uomo forte” hanno fatto della disperazione economica per ulteriori giri di vite antidemocratici. In questo senso, la ricerca di un capro espiatorio (la Cina, gli immigrati) a cui attribuire la colpa della pandemia, o la repressione del dissenso e dei media indipendenti, è un tentativo di nascondere le proprie politiche fallimentari. Non è questo, ovviamente, l’intervento dello Stato che può aprire una nuova stagione di crescita e di benessere.

Come pagare per la pandemia: per una spesa pubblica efficace

«La crisi è stata il fallimento di un sistema e delle idee su cui si fondava» M. King

La metafora della lotta alla pandemia come una guerra è già un cliché. In effetti le cifre in gioco sono imponenti: per il 2020 si parla di 14 mila miliardi di dollari di intervento fiscale a livello globale. Sebbene le pressioni per ridurre i deficit pubblici siano rimandate, passata la fase acuta dell’emergenza possiamo aspettarci un fiorire di commenti sulla necessità di rimettere a posto i conti pubblici. È facile prevedere i consigli che verranno dati: tagliare stipendi e pensioni, ridurre i dipendenti pubblici, e il solito contorno di “riforme”, una politica devastante, che ha indebolito le difese sociali prima della pandemia. Nel 1940 Keynes pubblicò un famoso pamphlet (How to pay for the war) in cui, tra le altre cose, formulava delle proposte per far fronte alla guerra che già si preannunciava lunga e dolorosa. Di questa istruttiva analisi ci interessa riprendere un interrogativo che si fece l’economista inglese: «Can the rich pay for the war?». La risposta che si diede è che sarebbe giusto, ma non basterebbe; proponeva dunque di accollare buona parte delle spese sulle classi abbienti ma di intervenire anche con il debito pubblico, e anche di usare l’inflazione contro la rendita finanziaria. Oggi, al di là del realismo, dietro le teorie che ritengono illimitata la capacità degli Stati di indebitarsi rimane un tema di distribuzione del reddito. La pandemia ha esasperato le disuguaglianze sociali ed economiche. Si consideri che i circa 650 miliardari statunitensi hanno ora una ricchezza complessiva di 4.300 miliardi di dollari, contro meno di 3.000 un anno fa. Alcune centinaia di persone hanno ammassato in un anno quasi la ricchezza che il governo federale americano ha distribuito per salvare la popolazione dalla miseria. Una situazione del genere non è semplicemente accettabile.

Quanto alla valenza della spesa pubblica, data l’emergenza, sono per ora superate vecchie polemiche sull’effettivo valore del moltiplicatore della spesa pubblica; tuttavia il richiamo all’ordine austeritario nello scenario post-pandemico si arricchirà sicuramente di narrazioni scandalistiche, del resto mai assenti, sullo sperpero di risorse pubbliche.

Pur respingendo questa propaganda che ha lo scopo di attaccare la spesa pubblica in generale, rimane un tema di qualità della spesa. L’efficienza si pone su due piani. C’è innanzitutto la finalità dell’intervento che può essere utile o meno ab origine. Per esempio, investire nella sanità territoriale è fondamentale ed efficiente, costruire il ponte sullo Stretto è marketing politico. Ma, oltre questo livello, c’è un aspetto di controllo quotidiano dell’utilizzo dei fondi. Occorrono numerose e convergenti iniziative. Solo per fare due osservazioni, il metodo degli appalti è chiaramente fallimentare e si presta a innumerevoli distorsioni, occasioni di corruzione, violazione dei diritti dei lavoratori. Lo Stato deve creare strutture proprie per intervenire nei settori chiave, come la manutenzione del sistema dei trasporti e la sanità, oggi affidati quasi integralmente al sistema degli appalti. In secondo luogo il controllo sull’utilizzo dei fondi pubblici non può essere rimesso solo al pur importante lavoro di organi quali i tribunali amministrativi e la Corte dei conti: occorre un controllo dal basso. Nella tradizione del movimento operaio, il controllo operaio è connesso alla produzione e alla pianificazione, a partire dai soviet del 1917 russo, sino ai consigli operai del biennio rosso e dell’autunno caldo; l’importanza di beni pubblici quali la sanità e l’istruzione richiede lo sviluppo di strutture di controllo attivo, che uniscano il lato produttivo alle comunità locali (gli utenti) che forniscono sia i lavoratori di questi settori (per esempio insegnanti, medici, infermieri) sia la domanda dei servizi erogati.

Concludendo, possiamo dire che la pandemia ha cambiato tutto, tutto tranne le sicurezze degli economisti, le cui convinzioni confermano la loro natura di «rappresentanti scientifici della ricchezza» (Marx) e paiono appena intaccate dal collasso pandemico. Tuttavia hanno almeno fatto un passo avanti verso il pragmatismo; come ha riconosciuto Trento: «Va messo da parte il tabù ideologico contrario tout court alla partecipazione pubblica nel capitale delle imprese. In situazioni eccezionali ogni strumento va valutato su un piano pragmatico e operativo». Ora, il pragmatismo è meglio delle follie austeritarie, ma non è ancora una spiegazione del mondo. Le trasformazioni epocali che la pandemia annuncia e già sviluppa richiedono altrettante trasformazioni epocali nella spiegazione del mondo.

(L’autore è parte del Direttivo Fisac Cgil Banca d’Italia. Le opinioni dell’autore sono personali e non impegnano la Banca d’Italia)

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Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro

Matteo Gaddi

Recovery  plan: di cosa si tratta e di quali risorse parliamo

Sono occorsi quattro mesi alle istituzione comunitarie per arrivare, il 21 luglio 2020, a definire un documento di conclusioni che combina il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp, sostanzialmente il “bilancio” europeo) con uno strumento per fronteggiare la crisi straordinaria provocata dalla pandemia da Covid-19, chiamato Next Generation Eu, cioè con quello che nel dibattito corrente è passato come Recovery plan.

Se il Qfp costituisce uno strumento ordinario, il Next Generation Eu dovrebbe essere inteso e progettato come un piano straordinario, in grado di fronteggiare la natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19: infatti, lo scopo di questo strumento è quello di definire un piano per la ripresa europea costituito da investimenti pubblici e privati a livello europeo; tuttavia, come vedremo, il rischio di fallire rispetto alle intenzioni dichiarate è molto elevato. Ancora una volta, quindi, le lungaggini delle trattative in sede comunitaria, ma soprattutto gli atteggiamenti profondamente diversi tra Paesi membri, hanno pesantemente segnato gli esiti della discussione. 

Per finanziare tale piano, la Commissione potrà contrarre prestiti sui mercati dei capitali: tali importi serviranno a sostenere i programmi dell’Unione in conformità al Next Generation Eu; si tratta, indubbiamente, di una novità di grande rilievo che rompe un tabù, ossia per la prima volta la Commissione europea accetta di finanziare un programma di spesa indebitandosi. Nonostante non si possa parlare di eurobond, questo aspetto rappresenta sicuramente un elemento molto importante, che se non altro consente di parlare di una rottura, almeno temporanea con l’approccio precedente. 

I prestiti da contrarre sul mercato dei capitali potranno arrivare a 750 miliardi di euro; la raccolta di queste risorse cesserà alla fine del 2026: 360 miliardi di euro saranno erogati come prestiti agli Stati membri, e mentre gli altri 390 miliardi come sovvenzioni. Quindi non tutte le risorse saranno concesse “a fondo perduto” agli Stati membri per realizzare gli investimenti e gli interventi previsti dai rispettivi Piani nazionali: i 360 miliardi, essendo prestiti, dovranno essere restituiti al livello comunitario dagli Stati che ne usufruiranno. 

Questo aspetto si presta a una riflessione, in quanto le risorse del Recovery europeo non saranno nemmeno “gratuite”: i piani nazionali devono essere approvati dalla Commissione europea, sia per quanto riguarda i progetti di investimento, sia per quanto riguarda le riforme da attuare, che sostanzialmente dovrebbero corrispondere alle Raccomandazioni che le istituzioni comunitarie rivolgono ai Paesi membri. 

Il governo italiano ha deciso di utilizzare l’intero ammontare di risorse previsto per il nostro Paese, ovvero sia i 68,9 miliardi di sovvenzioni, sia i 122,6 miliardi di prestiti: in questo senso l’utilizzo di tutti i 191,5 miliardi sarà assoggettato alle regole europee, cioè alle “condizionalità” (che poi vedremo). Questa è la probabile ragione per la quale alcuni Stati (Spagna e Portogallo) hanno manifestato perplessità, tanto che in un primo momento si sono detti non interessati a richiedere l’ammontare dei prestiti previsti per i loro Paesi. 

In effetti si accede a un prestito se le condizioni sono favorevoli, intese sia come la piena possibilità di decidere in merito all’utilizzo delle risorse ottenute, sia come costo del finanziamento. Da quest’ultimo punto di vista, che costituisce il vero tema del debito, è utile sottolineare che le ultime aste del Tesoro italiano, come si vede a titolo di esempio dalla tabella seguente, sono andate benissimo.

DataTitoloImporto collocatoImporto richiestoCedolaRendimento lordo
14 ottobre 2020Btp 7 anni225039490.95%0.34%
12-13 novembre 2020Btp 7 anni175027700.95%0.35%
10-11 dicembre 2020Btp 7 anni300041930.95%0.19%
14-15 gennaio 2021Btp 7 anni450064300.25%0.30%
11-12 febbraio 2021Btp 7 anni400058700.25%0.18%
11-12 marzo 2021Btp 7 anni300045790.25%0.31%
7 aprile 2021Btp 7 anni7000649320.25%0.36%

Per fare qualche ulteriore esempio, l’asta di aprile di Bot a 12 mesi ha consentito di collocare 7 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 9,599 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,436%; mentre quella di Bot a 6 mesi ha consentito di collocare 6,5 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 8,694 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,48%. Anche sulle scadenze più lunghe i risultati sono molto positivi. Il 3 marzo 2021 il Btp “Green” con scadenza al 30 aprile 2045 ha raccolto richieste per 83,309 miliardi di euro (8,5 miliardi assegnati) con un rendimento lordo dell’1,547%. Analoghi risultati positivi sono stati conseguiti con l’emissione del Btp “Futura”. 

Come si vede, l’importo collocato è stato sempre inferiore a quello richiesto, segno che vi è un’elevata domanda, con cedole decisamente basse, il che significa un basso costo di finanziamento del debito. Ovviamente, si dovrebbe monitorare l’andamento della domanda nei prossimi mesi e la composizione dei soggetti richiedenti (retail, investitori istituzionali, italiani o stranieri, ecc.). 

Sicuramente, al di là di questa verifica, è possibile affermare che non esiste (né è mai esistito) un problema di pagamento del debito italiano e della sua collocazione. Il sistema di collocamento dei titoli di debito dello Stato italiano ha sempre funzionato molto bene (anche dal punto di vista dell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche: in Italia è dagli anni Novanta che viene pienamente utilizzato il Mercato telematico). La domanda di Btp è sempre stata piuttosto elevata: per le banche commerciali i Btp rappresentano un rendimento sicuro e privo di rischi (anche con cedole basse il guadagno per le banche è sempre piuttosto rilevante). Quando nel 2011-2012 diverse banche straniere, prese dal panico, iniziarono a vendere titoli di Stato italiani, questi vennero acquisiti dalle banche italiane realizzando rilevanti guadagni.

Difficile dire se lo Stato italiano possa emettere di più, ma sicuramente la sua velocità di emissione (e quindi di raccolta delle risorse) è molto più elevata dei meccanismi europei. Potrebbe essere interessante verificare se esistono tendenze in aumento del rapporto tra quantità offerta e quantità domandata, come sembrano indicare i dati da parecchio tempo a questa parte.

Indubbiamente a questi risultati ha contribuito la politica monetaria della Bce, in particolare mediante l’utilizzo del Pepp (Pandemic emergency purchase programme), cioè una misura di politica monetaria “non-standard” attivata dal marzo 2020 per fronteggiare gli effetti della pandemia sul piano monetario. Tramite questo programma la Bce acquista titoli emessi tanto dal settore pubblico quanto da quello privato: la dote iniziale di 750 miliardi di euro è stata aumentata di 600 miliardi nel giugno del 2020 e di ulteriori 500 nel dicembre del 2020 portando la disponibilità complessiva a 1850 miliardi di euro. 

La Bce non sembra affatto intenzionata a ridurre la portata di questo intervento. L’11 marzo il Consiglio direttivo della Bce, comunicando le decisioni di politica monetaria, ha sottolineato che «continuerà a condurre gli acquisti netti di attività nell’ambito del Pepp almeno sino alla fine di marzo 2022 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al Coronavirus»; sottolineando che nel prossimo trimestre gli acquisti nell’ambito del Pepp sarebbero stati condotti a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi del 2021, per preservare condizioni di finanziamento favorevoli che contribuiscono a contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Inoltre, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito almeno fino alla fine del 2023. 

Anche sui tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento e sui depositi presso la Bce, la stessa ha previsto livelli molto bassi (attorno allo 0%) e ha confermato la fornitura di abbondante liquidità attraverso le sue operazioni di rifinanziamento, tra cui la terza serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Omrlt-III) dedicata alle banche, al fine di sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Tali decisioni sono state pienamente confermate dal Consiglio della Bce il 22 aprile con la Presidente Lagarde che in conferenza stampa ha definito come “prematura” una diversa strategia. Le politiche monetarie della Bce, quindi, possono essere considerate come espansive e nel medio periodo non dovrebbero esserci inversioni di rotta. 

Secondo le statistiche mensilmente diffuse dalla Banca d’Italia, il sistema Bce-Bankitalia a marzo 2021 deteneva oltre 580 miliardi di euro di debito italiano (cioè poco meno del 25% dell’ammontare complessivo, una quota incomparabilmente più elevata rispetto a 10 anni fa, quando si trattava di pochi punti percentuali), e secondo alcune proiezioni nei prossimi mesi questa cifra potrebbe arrivare a circa 800 miliardi. Insomma l’intervento della Banca centrale ha spuntato le armi di chi, da sempre, lancia allarmi sull’insostenibilità del debito pubblico.

L’austerità è definitivamente sconfitta?

L’ammontare dei debiti pubblici raggiunti da tutti i Paesi, nonché i piani di spesa che si stanno definendo (e in parte attuando), stanno indubbiamente segnando un cambiamento rispetto alle politiche di stretta austerità di qualche tempo fa. 

In Italia, oltre alle risorse del Recovery, nei mesi scorsi sono state messe in campo notevoli risorse da parte del governo con una serie di decreti (“Cura Italia”, “Rilancio”, “Ristori” ecc.) che si sono succeduti dal marzo 2020 a oggi per fronteggiare le conseguenze della crisi. Per esempio, nel documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio viene evidenziato l’elenco dei provvedimenti assunti dal governo per far fronte alla crisi Covid-19 che, nel solo 2020, hanno comportato un saldo netto da finanziare pari 214,8 miliardi di euro, con oltre 108 miliardi di indebitamento: cifre che hanno determinato revisioni continue in rialzo del rapporto deficit/Pil.

Nel Documento di economia e finanza (Def) viene infatti riportato l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel 2020, attestatosi al 9,5%, con un incremento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2019 (1,6%), per effetto sia dell’eccezionale calo del Pil, sia delle misure di spesa adottate per mitigare l’impatto economico-sociale della crisi pandemica (in termini assoluti, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato di 156,9 miliardi, un livello superiore di 129 miliardi rispetto al 2019). Il rapporto debito/Pil nel 2020 ha raggiunto il 155,8%, a fronte del 134,6% del 2019. 

In aprile, presentando il Def, il governo ha chiesto al Parlamento di elevare il limite di indebitamento netto e di saldo netto da finanziare per il 2021, modificando il sentiero di rientro verso l’Obiettivo di medio termine (Omt) per i prossimi anni; per finanziare ulteriori spese a contrasto della crisi Covid è stato pertanto definito un ulteriore scostamento di 40 miliardi (parte dei quali destinati a costituire un fondo complementare a supporto delle risorse del Pnrr). 

In base all’entità di questa manovra, lo scenario programmatico, quello cioè che incorpora le decisioni prese dal governo, prevede un deficit più elevato del tendenziale nel 2021, pari all’11,8% (9,5% tendenziale) del Pil, mentre per quanto riguarda il rapporto fra debito della pubbliche amministrazioni e Pil, nello scenario viene previsto un ulteriore aumento di 4 punti percentuali al 159,8% (mentre il tendenziale colloca questo rapporto al 157,8%).

Aldilà delle differenze tra quadro tendenziale e programmatico, questi numeri indicano livelli importanti tanto nel rapporto deficit/Pil, quanto in quello debito/Pil: si tratta di conseguenze inevitabili dovute alla necessità di finanziare tramite spesa pubblica la risposta alla crisi Covid-19 (sul contenuto di queste misure il ventaglio di critiche è molto ampio, e in parte le esprimeremo in questo articolo; quello che qui rileva sottolineare è il ritorno a politiche di spesa pubblica di una certa importanza). E soprattutto si tratta di scelte che tutti i governi stanno assumendo. 

Detto questo, si impongono alcune considerazioni, che suggeriscono di mantenere alta la guardia contro i tentativi di ritornare a un quadro di finanza pubblica pesantemente condizionato dall’austerità. 

Nel Def, nella tavola degli indicatori di finanza pubblica viene indicato un percorso di riduzione tanto del rapporto deficit/Pil (dall’11,8% del 2021 al 3,4% del 2024) quanto del rapporto debito/Pil (dal 159,8% del 2021 al 152,7% del 2024). È vero che il miglioramento di questi rapporti può essere attribuito alla crescita del Pil (stimata in +4,5% nel 2021, +4,8% nel 2022, +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024), ma non è detto che questa sia sufficiente a conseguire risultati sul piano occupazionale e sociale e che pertanto non si rendano necessari ulteriori interventi espansivi. Alcuni passaggi del Def, quindi, lasciano presagire alcune preoccupazioni rispetto alle quali potrebbero aprirsi conflitti di una certa portata. 

La Commissione europea ha attivato la Clausola di salvaguardia generale nel marzo 2020, poi confermata anche nel 2021: rispetto agli obiettivi del Patto di stabilità e crescita, questa clausola in sostanza prevede che «in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa».

Gli Stati membri sono quindi autorizzati a deviare temporaneamente, come testualmente dice il documento sul Recovery licenziato nel luglio scorso dal Consiglio europeo, dal percorso previsto dal Patto di stabilità e crescita, ma il richiamo a quelle che il livello comunitario considera come condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche è continuo. Per esempio, i piani nazionali sono soggetti al rispetto e all’implementazione delle raccomandazioni espresse dalla Commissione europea ai governi; si tratta delle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate annualmente. Nel caso di piani nazionali di Recovery, questi devono rispettare le raccomandazioni espresse sia nel 2020 che nel 2019; mentre le prime sono abbastanza “leggere” essendo state definite in piena crisi pandemica, le seconde sono assai più severe. 

Per l’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici viene prescritto di assicurare una riduzione nominale della spesa pubblica primaria dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuale dello 0,6% del Pil sulla base dei requisiti del Patto di stabilità e crescita. La Commissione ebbe modo di sottolineare che sulla base delle proprie previsioni per l’Italia sussiste il rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento, e che pertanto sarebbe stato necessario utilizzare eventuali spazi (windfall gains) per ridurre l’indebitamento. Analoghe preoccupanti raccomandazioni vennero espresse in riferimento alla spesa pensionistica, considerata come la più elevata dell’Unione europea: sostanzialmente venne indicata la necessità della piena implementazione della riforma Fornero. 

Ovviamente queste raccomandazioni saranno oggetto di negoziazione con l’Italia quando verrà preso in esame, per l’approvazione, il Pnrr (il Recovery plan italiano); il fatto che siano state espresse non rappresenta di per sé la certezza della loro piena implementazione, ma il loro tenore lascia trasparire come sulla vicenda della spesa pubblica si debba continuamente mantenere alta la guardia. 

Il grande assente: il lavoro

Per comprendere come il Pnrr guardi al lavoro sarebbe sufficiente leggere la parte dedicata a come il governo italiano intende rispondere alle Raccomandazioni della Commissione europea. Mentre buona parte di queste Raccomandazioni, come spiegato in questo articolo, hanno contenuti e caratteri molto preoccupanti, quella sul carico fiscale sul lavoro appare interessante: la Commissione, infatti, raccomanda all’Italia di «spostare la pressione dal lavoro». 

La risposta del Pnrr è disarmante: dopo aver richiamato, anche correttamente, la riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, poi diventati 100), il governo non trova di meglio che rivendicare una serie di misure di sgravi fiscali per le imprese. Si tratta della fiscalità di vantaggio al Sud, che riduce del 30% i contributi sociali alle imprese del Mezzogiorno, e dell’azzeramento dei versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani. 

Appare chiaro che non esiste nemmeno l’idea che lo Stato possa farsi creatore di nuova occupazione, ma che al contrario questa debba essere unicamente lasciata alle decisioni delle imprese, ovviamente dietro finanziamento pubblico. Lo Stato, in questa visione, non scompare, ma diventa funzionale a un progetto economico-sociale. Più in generale gli unici riferimenti al tema dell’occupazione vengono risolti con il classico schema neoliberale di creare opportunità di lavoro: in questo senso vanno letti gli «investimenti in attività di upskilling, reskilling e life-long learning di lavoratori e imprese, che mirano a far ripartire la crescita della produttività e migliorare la competitività delle Pmi e delle microimprese italiane».

Insomma, il problema di trovare lavoro sembra ridursi al tema di fornire ai lavoratori un’adeguata formazione in modo che il loro “capitale umano” (termine orribile, che ritorna continuamente nel Piano) possa essere speso sul mercato. Si tratterebbe, quindi, di fornire le giuste competenze, tramite appunto formazione e riqualificazione, in modo da sostenere “l’occupabilità” dei lavoratori: insomma si tratta, nella migliore tradizione neoliberale, di creare opportunità, non di garantire diritti (e il diritto al lavoro in Italia è sancito dalla Costituzione). 

Gli oltre sei miliardi previsti per questa parte verranno in sostanza impiegati in attività di formazione, riqualificazione, profilazione e presa in carico di chi cerca lavoro. Gli obiettivi strategici di questa missione sono due. Il primo è quello di favorire le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata. Il termine transizioni lavorative, inserito in sordina, lascia presagire come il governo si attenda un significativo incremento di licenziamenti nei prossimi mesi; in una versione precedente del Pnrr questo veniva detto a chiare lettere: «Alcuni posti di lavoro potrebbero essere definitivamente perduti – anche per il progredire della rivoluzione tecnologica digitale – e sarà necessario affrontare un processo di riallocazione tra settori e località. I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo».

Questo passaggio, evidentemente tolto per evitare che il Pnrr si prestasse a ulteriori critiche, è particolarmente grave: il governo sembra riconoscere che la rivoluzione tecnologica, i cui investimenti intende finanziare direttamente (vedasi il paragrafo successivo), avranno come effetto quello di una riduzione occupazionale, ma immagina di risolvere questo problema non facendosi carico della creazione di nuovi posti di lavoro, bensì demandando il tema ai servizi di collocamento, oltretutto in coordinamento con le agenzie private; come se la questione della disoccupazione fosse risolvibile facendo semplicemente incontrare l’offerta di lavoro – dei lavoratori – e la domanda di lavoro delle imprese (che evidentemente si colloca su livelli troppo bassi).

Ecco quindi il secondo obiettivo strategico: quello di ridurre il mismatch di competenze, come se il tema della disoccupazione fosse riducibile a un disallineamento tra le competenze richieste e quelle disponibili ai lavoratori. Il problema, invece, in presenza dei tassi di disoccupazione che conosciamo, è quello della mancanza di lavoro, che andrebbe creato. E allora, sostanzialmente gli unici interventi previsti riguardano il finanziamento del Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) e l’adozione del Piano nazionale nuove competenze. 

La retorica sull’occupazione femminile si riduce a ben poca cosa nel Pnrr: la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostegno a progetti aziendali innovativi (digitalizzazione, energia verde ecc.) per imprese già costituite a conduzione femminile, il Sistema di certificazione della parità di genere. Dulcis in fundo, con 650 milioni di euro verrà finanziato il Servizio civile universale: cioè, in buona parte dei casi, lo svolgimento di lavoro non pagato.

Un Piano a misura di impresa

Il Pnrr, come del resto i principali provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid da marzo in avanti, sono stati pensati avendo come unico riferimento le esigenze dell’impresa. 

Più in generale, l’impianto complessivo risponde alla classica definizione di politiche industriali neo-liberali di tipo “orizzontale”: cioè di politiche finalizzate a creare il miglior ambiente possibile (“improve the business environment”) per le attività delle imprese private, bandendo ogni intervento pubblico in quanto considerato distorsivo del mercato. All’interno di questo quadro teorico, i migliori strumenti di “politica industriale” riguardano la defiscalizzazione o comunque il vantaggio fiscale per le imprese, policy di concorrenza e anti-trust, incentivi per attrarre investimenti esteri, politiche di deregolazione (meglio, di diversa regolazione) di alcuni “mercati” tra i quali ovviamente quello del lavoro (formazione per i lavoratori, a carico del pubblico), nel finanziamento (pubblico) di attività di ricerca e sviluppo i cui risultati verranno poi utilizzati dalle imprese ecc. Le scelte strategiche e di investimento sono di stretta competenza delle imprese, senza nessun ruolo di programmazione o di indirizzo da parte del pubblico; di proprietà pubblica, quindi, neanche a parlarne. 

Questo impianto è chiaramente ravvisabile nel Pnrr. Addirittura la parte relativa alla ricerca viene significativamente titolata “Dalla ricerca all’impresa”: i principali progetti di ricerca previsti dovranno essere condotti da partenariati pubblico-privati, i cosiddetti “campioni nazionali di R&S” su alcune “Key Enabling Technologies” dovranno nascere attraverso università, centri di ricerca e imprese; gli “ecosistemi dell’innovazione” dovranno fornire attività formative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; l’obiettivo assegnato ai Centri di trasferimento tecnologico è «quello di aumentare i servizi tecnologici avanzati a beneficio delle aziende». Gli esempi potrebbero continuare: quasi l’intera parte di Pnrr dedicata alla ricerca la declina come funzionale alle esigenze dell’impresa. 

Lo stesso approccio di funzionalità al mondo imprenditoriale viene assunto nelle parti del Pnrr dedicate alla riforma della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Il medesimo ragionamento potrebbe farsi a proposito di molti interventi infrastrutturali, si pensi per esempio al modo in cui si parla della connessione veloce e ultraveloce: si sottolinea che le imprese potrebbero «usufruire di diverse “tecnologie 4.0” (sensori, l’Internet of Things, stampanti tridimensionali, ecc.) che richiedono collegamenti veloci e con bassi tempi di latenza». Vengono cioè menzionate tecnologie in uso presso le imprese e finalizzate ad aumentare esclusivamente la redditività delle stesse, con effetti spesso critici sul mondo del lavoro.

Ancora più esplicito è il Pnrr quando si tratta di destinare contributi pubblici alle imprese per realizzare investimenti: le risorse pubbliche verranno concesse in maniera molto generosa e senza imporre nessun vincolo ai beneficiari. Si tratta dell’investimento “Transizione 4.0”, al quale sono destinati 13,97 miliardi di euro (a cui si aggiungono oltre 5 miliardi del Fondo complementare nazionale, cioè risorse con le quali il governo italiano ha integrato la portata del Recovery. In totale, quindi, 18,461 miliardi). Si tratta di risorse destinate a incentivi fiscali a favore delle imprese che decidono di investire in macchinari e impianti 4.0 «per aumentare la produttività, la competitività e la sostenibilità delle imprese italiane». 

Questo intervento, rispetto al precedente Piano “Industria 4.0” introdotto dall’allora ministro Calenda, conferma l’ampliamento (già in essere a partire dal 2020) dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con il meccanismo del credito di imposta: mentre il primo determina vantaggi fiscali solo per le imprese con base imponibile positiva, il secondo vale indistintamente per tutte. Inoltre, in maniera assai generosa, il Pnrr amplia il ventaglio degli investimenti immateriali agevolabili e aumenta le percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati: cioè alzando tutti i massimali aumenta le risorse pubbliche a favore della singola impresa. 

Poiché nel Pnrr non ci sono ulteriori chiarimenti di come verranno utilizzate queste risorse, per comprendere meglio di cosa si tratta è necessario consultare un documento redatto dal Servizio studi della Camera e del Senato. Per il credito d’imposta per beni strumentali, che riguarda beni strumentali 4.0 e beni capitali immateriali (sia 4.0 che tradizionali), il Pnrr prevede un aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazioni fiscali: entrambe misure vantaggiose per le imprese, in quanto l’incremento dell’aliquota significa un incremento del vantaggio fiscale (cioè del credito di imposta) e quello del massimale significa un incremento delle spese massime ammissibili all’agevolazione fiscale. Infatti, per i beni strumentali 4.0 sono previsti notevoli incrementi: a) per spese inferiori a 2,5 milioni di euro, è indicata una nuova aliquota al 50% nel 2021 e al 40% nel 2022; b) per spese superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, è indicata un’aliquota al 30% nel 2021 e al 20% nel 2022; c) per le spese superiori a 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro, è evocato un nuovo massimale, con un’aliquota del 10% nel 2021 e nel 2022. Invece, per quanto riguarda i beni strumentali immateriali 4.0: a) il tasso aumenta dal 15% al 20%; b) l’aumento del tetto delle spese ammissibili passerebbe da 700.000 euro a 1 milione di euro; c) i crediti d’imposta sono estesi anche ai beni immateriali tradizionali, con il 10% per gli investimenti realizzati nel 2021 e del 6% per gli investimenti effettuati nel 2022. Per fare un esempio concreto, se un’impresa investe in un macchinario 4.0, la fruizione di un aliquota al 50% come credito di imposta significa che la metà dell’investimento realizzato produrrà un vantaggio all’impresa nei termini di una riduzione del carico fiscale; quindi un macchinario del valore di un milione di euro, di fatto, è come se venisse pagato mezzo milione di euro, il resto sarà coperto dalla fiscalità generale tramite credito d’imposta.

Analoghi vantaggi fiscali per le imprese sono previsti anche alle spese in ricerca, sviluppo e innovazione, le schede progettuali indicano azioni di sostegno per attività legate a innovazione 4.0, green economy e design. In particolare, prevedono la maggiorazione delle seguenti aliquote e dei seguenti massimali agevolabili: a) R&S: l’aliquota di agevolazione fiscale aumenterebbe dal 12% al 20% con un tetto di 4 milioni euro (in precedenza 3 milioni di euro); b) Innovazione tecnologica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un tetto di 2 milioni (precedentemente 1,5 milioni); c) Innovazione verde e digitale: il tasso aumenterebbe dal 10% al 15% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni); d) Design e concezione estetica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni). 

Come si nota, quindi, aumentano sia le percentuali di credito d’imposta (vantaggio fiscale) che i massimali di spesa. La prima tipologia di crediti è riconosciuta per l’investimento in tre tipi di beni capitali: i beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0”) nonché i beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa. Il Pnrr prevede che, nell’arco del triennio 2020-2022, il credito d’imposta per beni materiali e immateriali 4.0 venga utilizzato mediamente da circa 15.000 imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione venga utilizzato mediamente da circa 10.000 imprese ogni anno. 

Nel primo numero di OPM abbiamo ampiamente descritto quali sono le conseguenze per i lavoratori derivanti dall’adozione di queste tecnologie da parte delle imprese in termini di intensificazione della prestazione lavorativa, di controllo ecc. In questa sede vale la pena sottolineare come queste risorse (in questo specifico caso si tratta di oltre 20 miliardi di euro) verranno elargite alle imprese senza imporre loro nessun vincolo di tipo sociale o industriale: per esempio il divieto di procedere con licenziamenti, di delocalizzare la produzione, di esternalizzare parti del ciclo e di appaltare ecc. O ancora si sarebbero potute introdurre altre condizionalità quali per esempio la necessità di garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali (quante di queste imprese sono disponibili alla contrattazione di secondo livello?), di contrattare qualità e volumi degli investimenti, di garantire la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.), di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Nulla di tutto questo è stato previsto: le imprese potranno così ricevere ingenti finanziamenti pubblici senza essere soggette ad alcun tipo di impegno sociale e industriale. Si tratta di un film già visto: anche l’ingente massa di finanziamenti pubblici alle imprese prevista dai vari decreti varati per fronteggiare la crisi era pressoché completamente scevra da qualsiasi condizionalità sociale; addirittura nel caso degli strumenti di patrimonializzazione (cioè i fondi istituiti per rafforzare il capitale delle imprese) è stato previsto che tale intervento avvenga tramite la sottoscrizione, da parte dello Stato, di titoli di debito delle imprese che non danno diritto di voto al pubblico, in modo da non alterare la governance delle stesse. 

Oltre a questi aspetti, è necessario sottolineare come l’ideologia neoliberista pervada ogni forma di intervento pubblico ammesso. Tutti i provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid-19 assumono come impianto quello definito dal quadro comunitario degli aiuti di Stato dai quali sono escluse le cosiddette “imprese in difficoltà”. 

Si tratta di tutte le imprese che, prima del 31 dicembre 2019, venivano classificate come “in difficoltà”. Per esempio si tratta di imprese che:

  • nel caso di una società a responsabilità limitata, quando più della metà del suo capitale sociale sottoscritto è venuto meno a causa delle perdite accumulate; 
  • quando l’impresa è sottoposta a una procedura collettiva d’insolvenza; 
  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o cessato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;
  • nel caso di un’impresa che non sia una Pmi, se negli ultimi due anni (a) il rapporto tra debito contabile e capitale proprio dell’impresa è stato superiore a 7,5 e (b) l’indice di copertura degli interessi Ebidta dell’impresa è stato inferiore a 1,0. 

Come si è visto, l’elenco delle circostanze che permettono di classificare un’impresa come “in difficoltà” è molto ampio e, soprattutto, coinvolge anche imprese che possono essere in fase di ristrutturazione. Questa disposizione rischia di limitare molto la capacità di risolvere le crisi industriali dell’intervento pubblico, come ad esempio prevede la normativa italiana con procedure concorsuali espressamente finalizzate a evitare il fallimento (vedi il caso dell’amministrazione straordinaria). 

Ancora una volta prevalgono le logiche neo-neoliberiste, a prescindere da qualsiasi considerazione sociale e industriale: queste regole escludono dal regime degli aiuti di Stato le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019 (il 2019 non è stato un anno positivo per l’economia europea, quindi è possibile che molte imprese siano cadute in una situazione di difficoltà già in quell’anno; queste regole europee precludono loro di beneficiare degli aiuti del Quadro temporaneo per cercare di recuperare una situazione meno negativa).

Sembrerebbe un paradosso: gli aiuti di Stato, secondo queste regole, possono essere concessi solo ad aziende “sane”. Non si tratta di un paradosso, ma di una precisa scelta politica: l’intervento pubblico nella struttura industriale, compreso quello classificato come aiuto di Stato, è considerato di per sé dalla Commissione europea come una distorsione del mercato e della concorrenza, ed è quindi da impedire a ogni costo (anche di fronte a pesanti ricadute sociali). Se invece l’intervento pubblico è finalizzato a garantire l’agibilità, la profittabilità e la competitività dell’impresa privata, allora va bene.

In questo caso, le imprese in difficoltà sono in sostanza quelle che nel documento del G30, al tempo presieduto da Mario Draghi, vengono definite come “imprese zombie” («Zombie firms: The dangers of the walking dead»). Per queste ultime le uniche policy che andrebbero previste riguardano gli aggiustamenti del loro business o la chiusura: il termine di “imprese zombie” è stato coniato in Giappone e, a supporto della necessità di far fallire queste imprese, viene citato il fatto che diversi studi dimostrerebbero che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti nelle aziende sane. Il report del G30 teme che l’aumento dei debiti delle imprese, nella risposta alla crisi Covid-19, potrebbe creare una nuova ondata di aziende zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica. Il rischio di una apocalisse (letterale!) di “imprese zombie” (la cui presenza abbasserebbe investimenti, produttività ecc.) è dovuto alle politiche di bassi tassi di interesse e di interventi governativi a supporto delle imprese in difficoltà. 

Secondo il G30, l’intervento dei governi attraverso programmi di credito nella fase iniziale di risposta della crisi, così come la pressione affinché le banche garantissero prestiti alle imprese, hanno ridotto i tradizionali approcci di valutazione del merito creditizio, compresi gli strumenti più complessi come quelli del pricing approach. In questo modo il debito verrebbe “caricato” su alcune imprese che non possono utilizzarlo al meglio o che possono diventare aziende zombie. Questo vincolerebbe le risorse senza generare un corrispondente valore economico, e creerebbe il potenziale problema delle imprese che falliranno in futuro: i programmi di credito dovrebbero focalizzarsi sulle imprese fondamentalmente sane, e per le quali un ulteriore debito sarebbe sostenibile; le scelte politiche, inoltre, dovrebbero migliorare l’equilibrio tra rischi e ritorni per i prestatori, e far uso delle competenze dei fondi privati e del settore privato per sottoscrivere e prezzare il credito laddove questo non verrebbe elargito senza un intervento a causa di un’eccessiva percezione del rischio.

Chiaramente un approccio di questo tipo preclude qualsiasi politica industriale pubblica degna di questo nome, a prescindere dalle conseguenze sociali e industriali delle dinamiche di “epurazione”, cioè di un “sano” mercato che espelle le imprese in difficoltà per “epurarsi”. Quanto siano “sane” le imprese che restano, il più delle volte generosamente sussidiate dal pubblico (tramite contributi, agevolazioni fiscali ecc.) ovviamente non è mai oggetto di discussione. 

In Italia stiamo vedendo le vittime di questo approccio: su tutte il progetto Italcomp, cioè il tentativo di costituire un polo italiano (che avrebbe potuto essere a maggioranza pubblica) per la produzione di compressori per elettrodomestici; operazione che, se realizzata, avrebbe potuto salvare gli stabilimenti Embraco di Torino e Acc di Belluno. Mentre il polo italiano (e parzialmente pubblico) del compressore per elettrodomestici viene ucciso nella culla, le politiche antitrust e sulla concorrenza dell’Unione europea si voltano dall’altra parte, consentendo alla multinazionale Nidec di condurre operazioni di concentrazione ed espansione.
Meglio togliere di mezzo il pubblico (tramite tonnellate di regolazioni e decisioni politiche), per lasciare spazio alle multinazionali private e al loro business. Anche in questo caso, quindi, lo Stato non scompare ma rinuncia a esercitare un suo ruolo autonomo di politica industriale, limitandosi al ruolo di finanziatore passivo delle imprese. 

La transizione verde e quella digitale: e la struttura industriale italiana?

La Commissione europea ha pubblicato il documento Guidance for Member States il 17 settembre 2020. Oltre all’insistenza sulla realizzazione delle riforme, intese come misure per il raggiungimento degli obiettivi del Recovery plan, sono previste indicazioni precise anche a proposito degli investimenti. Tra gli obiettivi stabiliti dal documento Guidance compare anche quello di rafforzare la resilienza economica e sociale, anche alla luce del fatto che la crisi Covid-19 ha esacerbato gli squilibri macroeconomici e il supporto alla transizione verde e digitale. Per queste due transizioni il documento della Commissione europea ha stabilito che i piani nazionali debbano spiegare la loro coerenza con il piano “European green deal” e con gli obiettivi stabiliti in “Shaping Europe’s digital future”, in particolare devono evidenziare come intendono sostenere iniziative nel pieno rispetto delle priorità climatiche, ambientali, sociali e digitali dell’Unione europea. Sostanzialmente la Commissione europea prescrive agli Stati membri che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione con il Recovery fund nei piani nazionali vengano impiegate per il conseguimento di obiettivi climatici e ambientali (dimostrando la coerenza con i piani nazionali su clima ed energia), e che il 20% delle risorse venga impiegato sulla transizione digitale. 

Questo punto è molto importante in quanto è direttamente legato ai nuovi investimenti che il Recovery plan dovrebbe stimolare e finanziare: riduzione delle emissioni clima-alteranti, diffusione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, nuove energie pulite, nuove tecnologie “pulite”, interconnessione dei sistemi energetici, nonché altri obiettivi ambientali quali la protezione e l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione all’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, la protezione e il recupero degli ecosistemi ecc. La stessa cosa per quanto concerne la trasformazione digitale: il miglioramento della connettività, la diffusione di reti ultra-veloci, fibra ottica e 5G.

Nel Pnrr italiano questi due obiettivi sono chiaramente esplicitati nelle prime due missioni. La Missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, alla quale sono destinati 40,73 miliardi di euro di risorse, prevede interventi nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione, nella digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (sostanzialmente la ripresa del piano Industria 4.0) e turismo e cultura 4.0. La Missione 2, invece, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinati 59,33 miliardi di euro, prevede interventi nell’economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e tutela del territorio e della risorsa idrica. Aldilà di queste due missioni specifiche, gli obiettivi ambientali e digitali attraversano anche altre missioni, per esempio alcuni interventi nel settore delle infrastrutture e della sanità. La mole di risorse destinate a questi interventi, quindi, sarà significativa. 

La domanda che ci si deve porre è: questi investimenti saranno in grado di trainare attività produttiva nel nostro Paese, e quindi occupazione? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere qual è lo stato della nostra struttura produttiva in questi settori. Ci sono cioè aziende, localizzate in Italia, che producono impianti e tecnologie necessarie per le energie “pulite”? In maniera analoga: ci sono imprese localizzate in Italia che producono impianti, apparati e tecnologie Ict e Tlc necessari per la transizione digitale? Quali di queste produzioni sono localizzate, o sono state delocalizzate, all’estero? 

È evidente, infatti, che non è sufficiente che ci siano imprese capaci di fornire servizi energetici o digitali, ma è altrettanto necessario che ci siano imprese industriali in grado di produrre questi impianti (e loro parti e componenti) e queste tecnologie. Altri interrogativi riguardano la localizzazione in Europa di queste imprese: infatti qualora non esistesse una distribuzione più o meno equilibrata di queste produzione tra i Paesi membri è chiaro che si aggraverebbero ulteriormente gli squilibri all’interno dell’area Ue. E ancora ci si dovrebbe chiedere quali sono i poteri che lo Stato o le imprese pubbliche dispongono per realizzare, direttamente, questi obiettivi o se, al contrario, prevarrà la logica degli appalti pubblici, cioè dell’assegnazione mediante bandi di tali risorse; questo comporta il rischio che per determinate produzioni, qualora siano imprese multinazionali ad aggiudicarsele, possano poi decidere di allocare queste produzioni in altre aree geografiche, ovviamente caratterizzate dal basso costo del lavoro. 

Gli squilibri commerciali (industriali) in Europa

Per cercare di capire la capacità del sistema industriale italiano di realizzare questi prodotti abbiamo fatto un banale calcolo. Abbiamo utilizzato i dati del database Comtrade (Un comtrade database) e abbiamo aggregato i prodotti necessari per ciascuna delle due transizioni, utilizzando due strumenti di classificazione. La prima classificazione è tratta da UnctadStat (United nations conference on trade and development Statistics), sono “Ict goods categories and composition (Hs 2017)” che riguardano ovviamente la transizione digitale e includono quattro macro-tipi di prodotti:

  • Computer e periferiche, che comprende diciassette famiglie di prodotti: per esempio macchine per processare dati, unità di processo, unità input/output e di storage, altre macchine per ufficio, parti e accessori ecc.;
  • Impianti di comunicazione, che comprende dieci famiglie di prodotti: per esempio linee telefoniche, telefoni per reti cellulari, stazioni base, apparati di telecomunicazione (macchine per la ricezione, la conversione e la trasmissione o la rigenerazione di voce, immagini o altri dati, inclusi apparati di switching e routing), apparati di trasmissione per radio-broadcasting o televisione, apparati di segnalazione ecc.;
  • Impianti di elettronica di consumo, che comprende trentaquattro famiglie di prodotti tra cui microfoni, altoparlanti, cuffie e auricolari, apparecchi di registrazione sonora e video, ricevitori di radiodiffusione, monitor, proiettori, apparecchi di ricezione ecc.;
  • Componenti elettronici, che coinvolge ventisette famiglie di prodotti: per esempio, semiconduttori, circuiti stampati, transistor, tubi, valvole, circuiti elettronici integrati; processori e controllori, memorie, parti di circuiti elettronici integrati ecc; e Varie con altre sei famiglie.

La seconda classificazione deriva da un documento della Commissione europea (Jcr, Eu energy technology trade) e classifica i beni nel modo seguente (in questo caso includendo solo i beni relativi alle tecnologie “pulite”):

  • Energy storage (accumulatori);
  • Riscaldamento;
  • Impianti idroelettrici (turbine e ruote idrauliche);
  • Isolamento (articoli di isolamento termico, unità isolanti di vetro a pareti multiple ecc.);
  • Contatori intelligenti (contatori elettrici);
  • Solare fotovoltaico;
  • Solare termico;
  • Eolico (generazione e gruppi elettrici alimentati dal vento, torri e tralicci).

Per le merci che entrano nelle due transizioni abbiamo calcolato:

  • le esportazioni e le importazioni totali relative a ogni transizione; e la differenza tra queste (per mostrare se un Paese è un esportatore netto o un importatore netto di questi beni);
  • i volumi di importazione ed esportazione per ogni macrotipo/famiglia di prodotti; e la differenza (per mostrare se un Paese è un esportatore o un importatore di questi beni);
  • il rapporto tra esportazioni e importazioni.

Quest’ultimo rapporto è un indicatore (molto) grezzo che ci dice fino a che punto un Paese è sbilanciato verso le esportazioni o le importazioni. Questo indicatore ci può fornire comunque un’indicazione di massima.

Poiché il rapporto è calcolato come esportazioni/importazioni:

  • se il rapporto è uguale a 1, significa che c’è equilibrio tra esportazioni e importazioni (i due valori sono uguali);
  • se il rapporto è maggiore di 1, è presumibile che il Paese sia esportatore netto: ovviamente più alto è il rapporto, più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è esportatore netto;
  • se il rapporto è inferiore a 1, è presumibile che il Paese sia importatore netto: ovviamente più basso è il rapporto più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è importatore netto.

Guardando al totale dei beni necessari per la transizione digitale (come definito e classificato sopra), vediamo che l’intera Unione europea (calcolata ancora come Ue-28, cioè pre-Brexit) ha uno squilibrio di importazioni di 160,8 miliardi di euro e un rapporto esportazioni/importazioni pari a 0,38, quindi significativamente lontano da 1. Nel caso dell’Italia lo squilibrio a favore delle importazioni è pari a 12,8 miliardi di euro, con un rapporto pari a 0,44. La Germania, pur essendo importatore netto per 30,5 miliardi di euro, ha un rapporto meno negativo dell’Italia (0,7).

Se guardiamo più nel dettaglio la situazione dell’Italia dal punto di vista dei quattro macro-tipi di prodotti sopra descritti, otteniamo la seguente tabella che consente di evidenziare parecchi elementi di preoccupazione. 

Differenza esportazioni-importazioni(in euro)Rapporto esportazioni-importazioni
Computer e periferiche -4.314.872.6360,40
Impianti di comunicazione -5.634.034.9820,37
Impianti di elettronica di consumo-2.152.028.3600,33
Componenti elettronici e Varie-701.430.2720,81

Dal punto di vista della transizione verde abbiamo considerato i beni energetici (quindi il nostro calcolo non include altri settori importanti, come i trasporti e la mobilità in generale). Anche in questo caso l’Ue-28 si trova in una situazione di deficit con l’estero, anche se in misura meno rilevante rispetto ai beni Ict, dato che il rapporto complessivo è di 0,89.

Questa classificazione, tuttavia, include beni molto diversi, compresi alcuni molto tradizionali (per esempio i prodotti per l’isolamento termico ecc.). Quindi, se consideriamo solo le tecnologie energetiche alternative (idroelettrico, solare, eolico, contatori intelligenti), troviamo un quadro diverso, poiché il rapporto scende significativamente a 0,55 e in termini assoluti è pari a meno 44,6 miliardi di euro. 

In particolare il rapporto è molto basso per il solare fotovoltaico (che comprende prodotti come diodi, transistor e dispositivi simili a semiconduttori; dispositivi a semiconduttore fotosensibili, comprese le cellule fotovoltaiche anche assemblate in moduli o costituite in pannelli; diodi emettitori di luce; cristalli piezoelettrici montati ecc.). 

La situazione è piuttosto diversa tra Paesi. Mentre la Germania è esportatrice netta per oltre 1,3 miliardi di euro (le esportazioni tedesche sono superiori a 3,7 miliardi di euro) con un rapporto pari a 1,3, al contrario l’Italia è importatore netto per quasi mezzo miliardo di euro, con un rapporto pari a 0,6 (l’Italia importa oltre 1 miliardo di euro di questi prodotti).

Il Pnrr italiano prevede diversi interventi sul settore delle energie rinnovabili proponendosi, complessivamente, di aumentare la capacità produttiva di 6 GW: per esempio 1,5 miliardi sono destinati alla realizzazione del Parco agrisolare (sui tetti delle imprese agricole, zootecniche e agroindustriali, con potenza pari a 0,43 GW), altri 1,1 miliardi per lo sviluppo dell’agrovoltaico (capacità produttiva di 2 GW), 2,2 miliardi per la promozione di energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, 680 milioni per la promozione di impianti innovativi inclusi quelli offshore (490 GWh annui di produzione) ecc. Altri interventi sono destinati a potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete (Smart Grid, 4,11 miliardi), a promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno (3,19 miliardi), oltre a interventi sulla mobilità sostenibile che vedremo in seguito. 

Ma l’attenzione posta alla produzione industriale di questi impianti e prodotti è molto bassa: viene soltanto citata una generica volontà di sviluppare in Italia delle supply chain competitive che consentano di ridurre la dipendenza da importazioni tecnologiche nei seguenti settori: a) tecnologie per la generazione rinnovabile (es. moduli fotovoltaici innovativi, aerogeneratori di nuova generazione e taglia medio-grande) e per l’accumulo elettrochimico; b) tecnologie per la produzione di elettrolizzatori; c) mezzi per la mobilità sostenibile (es. bus elettrici); d) batterie per il settore dei trasporti.

Lasciando al momento in secondo piano gli ultimi due punti, che verranno ripresi nella parte dedicata alla mobilità, nell’ambito energetico si prevede che in Europa la capacità fotovoltaica installata passerà da 152 GW a 442 GW entro il 2030 e che l’incremento, per quanto riguarda l’Italia segnerà il passaggio dagli attuali 21 GW a oltre 52. Il Pnrr si limita a riconoscere che l’attuale mercato è dominato da produttori asiatici e cinesi con oltre il 70% della produzione, e l’Europa ridotta al 5% nella produzione di pannelli (tra i primi dieci produttori mondiali di pannelli ci sono sette società cinesi, una sudcoreana, una americana e una canadese).

Una precedente versione del Pnrr era ancor più esplicita nel riconoscere che la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici era pari a circa 200 MW annui (cioè 0,2 GW) e si proponeva di portare tale produzione a 2 GW entro il 2025 e a 3 GW negli anni successivi. L’Italia, quindi, mettendo assieme i dati sulle importazioni e sulla capacità industriale installata, rischia – senza interventi sul proprio apparato produttivo – di utilizzare le risorse del Pnrr per incrementare la quota di importazioni dall’estero.

Questo aspetto, cioè la produzione industriale di questi prodotti e di queste tecnologie, dovrebbe essere centrale per fare in modo che la transizione ecologica consenta di creare capacità produttiva e occupazione.

Lo stesso ragionamento vale a proposito dell’eolico e dell’idrogeno o delle tecnologie eoliche, o per gli impianti energetici che dovrebbero essere a supporto delle rinnovabili. Si pensi per esempio alle centrali cosiddette “peakers” a gas, cioè quelle centrali in grado di coprire la domanda di picco sulla rete e che assumono un ruolo rilevante in presenza di parchi fotovoltaici o eolici la cui generazione di energia è soggetta alle condizioni climatiche (si tratta, infatti, di fonti non programmabili). Terna ha già emanato bandi per il 2022 e il 2023 per quasi 6 GW di potenza; molte società hanno presentato progetti in tal senso per complessivi 16 GW: dieci progetti di centrali da Enel, quattro da Ep Produzione, quattro da A2A e altri da Sorgenia, Engie, Arvedi ecc.

Le parti principali di questi impianti sono costituite da turbine, generatori, trasformatori set-up, sistemi di controllo e ausiliari: tra i principali produttori vi sono General Electric, Siemens, Mitsubishi, Abb, Schneider, Hyundai, Yokogawa ecc. Tra questi anche l’italiana Ansaldo per turbine con potenza superiore a 80 MW. La domanda da porsi è: dove verranno costruiti questi impianti? Alcune di queste imprese non hanno presenza produttiva in Italia, mentre altre (vedi per esempio Abb) essendo multinazionali possono localizzare in qualsiasi parte del mondo queste produzioni. Dopo la distruzione dell’elettromeccanica (Ercole Marelli, Breda Termomeccanica ecc.) sarebbe stato il caso, visti gli ingenti investimenti previsti nei prossimi anni, di pensare a un piano industriale per questo settore. 

Lo stesso ragionamento è facilmente estendibile ai progetti di digitalizzazione e di sviluppo di sistemi di telecomunicazione. Per esempio la digitalizzazione della Pubblica amministrazione prevede 6,14 miliardi di euro per realizzare, tra gli altri, infrastrutture digitali (razionalizzazione e consolidamento di molti data center), la realizzazione di un Polo strategico nazionale (una nuova infrastruttura cloud) verso la quale potranno migrare le amministrazioni centrali (in alternativa ai cloud di mercato), l’interoperabilità delle banche dati e la realizzazione della Piattaforma nazionale dati, progetti di cybersecurity e di digitalizzazione delle procedure e dei servizi ecc. 

Poco o nulla viene detto su quali saranno i soggetti realizzatori di questi interventi, e quando il Pnrr si esprime lo fa per garantire ambiti di intervento alle società private: per esempio per il delicatissimo processo di migrazione verso il cloud il governo definirà un elenco di provider certificati (cioè di imprese private) ai quali dovranno ricorrere le amministrazioni. Così nonostante la preoccupazione, fondata, che viene espressa a proposito di una crescente dipendenza dai servizi software, e quindi dagli sviluppatori/proprietari degli stessi, e dell’aumento della crescente interdipendenza delle “catene del valore digitali”, il Pnrr si limita a indicare uno strumento di mercato per digitalizzare la Pa con tutto il portato di banche dati, sensibilità e riservatezza degli stessi, rischi per privacy e sicurezza: una delle principali riforme in questo senso prevede di rinnovare le procedure di acquisto dei servizi Ict da parte della Pa, creando appunto la “white list” di fornitori certificati. Insomma: queste sono le risorse pubbliche che verranno spese, e queste sono le imprese private che vi potranno accedere. Nessuna proposta, come ovvio, di istituire un soggetto Ict pubblico, in grado di digitalizzare e guidare questa transizione per la Pa.

Per gli investimenti nel settore più propriamente Tlc, per quanto possa essere distinto dall’Ict, vanno segnalati i 6,31 miliardi di euro per realizzare reti ultraveloci (banda ultralarga e 5G) per garantire la connettività a 1 Gbps anche nelle aree grigie e nere (cioè quelle a fallimento di mercato), alle scuole, agli edifici del Servizio sanitario nazionale, alle isole minori e per incentivare la diffusione dell’infrastruttura 5G.

Anche in questo caso abbiamo visto quanto siano preoccupanti i dati relativi alle importazioni di questi prodotti: ancora una volta, dopo lo smantellamento dell’industria italiana che produceva impianti e apparati per le telecomunicazioni (si vedano gli esempi di Italtel, ormai ridotta a società di servizi, o di Telettra), l’Italia è rimasta in balia di produttori stranieri, con stabilimenti localizzati in altri Paesi. I principali produttori di impianti e apparati per telecomunicazione, infatti, sono i cinesi di Zte o Huawei, o le multinazionali Nokia, Ericsson e Cisco. Anche in questo caso, quindi, senza un apparato industriale nazionale, le risorse dedicate a questi investimenti non faranno altro che incrementare le importazioni; senza contare il fatto che non è ancora stata fatta chiarezza rispetto al progetto di rete, con la società in house Infratel che si limita a definire bandi di gara per la posa della rete, e Open fiber e Telecom impegnate in una contesa senza esclusione di colpi (a cui spesso si aggiungono anche altri operatori telefonici). I ritardi infrastrutturali del Paese non dovrebbero stupire più di tanto.

Anche il settore della mobilità sostenibile non sfugge a questa logica. Il Pnrr destina 3,64 miliardi per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi: per aumentare gli autobus a basso impatto ambientale viene previsto l’acquisto di 3360 autobus ecologici entro il 2026 e di 53 treni a propulsione elettrica e a idrogeno. Queste risorse si aggiungono a quelle previste dal Piano per la mobilità sostenibile e a quello del Fondo per il trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro. 

Per ragioni di spazio ci limitiamo al settore degli autobus. Anche in questo caso ci si limita a indicare come obiettivo industriale quello di creare sufficiente capacità produttiva nel settore autobus e la trasformazione tecnologica della sua filiera. Ma andiamo a vedere come stanno veramente le cose. 

In Italia la produzione nazionale di autobus ha conosciuto un crollo drammatico nel corso degli anni, come è possibile constatare dalla seguente tabella (dati tratti dal database Anfia, Associazione nazionale filiera industria automobilistica):

Autobus prodotti in ItaliaAutobus immatricolati in ItaliaDi cui Autobus di linea (Tpl)
19806945
19906460
20003163
20101065
20157652381950
20166402869915
201739034271416
201813044952473
201914843572208

Le rilevanti differenze tra gli autobus prodotti e quelli immatricolati mettono in evidenza la quota di veicoli che viene importata; anche dal punto di vista degli autobus di linea (sia urbani che interurbani) utilizzati per il trasporto pubblico locale è evidente come in gran parte non siano prodotti su territorio nazionale.

Infatti, guardando alla marca di veicoli immatricolati per l’anno 2019, ci si rende conto di come la produzione nazionale giochi un ruolo molto marginale. Si assiste quindi a questo fenomeno paradossale: le risorse pubbliche che vengono investite per produrre autobus da dedicare al servizio di trasporto pubblico vanno a finanziare la produzione di stabilimenti esteri, tra i quali molti localizzati in Paesi a basso costo del lavoro (Repubblica ceca, Polonia, Turchia). Questo è dovuto sia alle regole europee sul public procurement, sia alla carenza di capacità produttiva in Italia.

I primi due costruttori che hanno realizzato gli autobus immatricolati in Italia sono Iveco (1651 mezzi, quota di mercato 37,9%) e Mercedes (901 mezzi, quota di mercato 20,7%); entrambi producono interamente all’estero. Tra i primi dieci costruttori di autobus immatricolati, l’unico con presenza italiana è quello a marchio Menarini, ma con volumi rilevanti realizzati in Turchia. 

Mercedes, Neoman, Setra (Evobus, di proprietà Daimler AG) e Volkswagen sono imprese tedesche, Otokar è un’azienda turca, Scania è svedese, Ford americana, Opel fa parte del gruppo Psa, Irizar è spagnola. Iveco, pur essendo italiana, produce autobus soltanto negli stabilimenti esteri in Repubblica ceca e Francia.

Questa situazione si trascina da anni e aveva raggiunto il culmine nel 2011, quando entrambi i principali produttori nazionali di autobus hanno deciso di cessare la produzione. 

Irisbus (del Gruppo Iveco/Fca-Cnh), il principale produttore italiano, nel 2011 decise di chiudere la produzione nel sito campano di Flumeri, ma questo non ha significato la fuoriuscita di Fiat dal settore degli autobus, avendo mantenuto la produzione in Francia e Repubblica Ceca. Inoltre negli anni successivi Fiat ha continuato a partecipare alle gare bandite dagli enti italiani vincendo importanti commesse (vedi i dati relativi alle immatricolazioni). Una decisione simile è stato preso anche dal secondo produttore nazionale di autobus, Breda Menarini (stabilimento localizzato a Bologna). 

Grazie a un progetto presentato dalla Fiom-Cgil nel 2012 – costituire un polo pubblico nazionale della produzione di autobus – e alle lotte dei lavoratori nel dicembre 2014 si riuscì a costituire Industria italiana autobus (Iia). Tuttavia, a capo di questo soggetto, emerse la figura di un imprenditore privato che aveva una natura più commerciale che industriale ed era partecipata dalla società turca Karsan. 

La presenza di Karsan anche nella nuova società Iia si rivelò decisiva per spostare volumi di produzione in Turchia: a fronte dei ritardi negli investimenti per riavviare le linee produttive degli stabilimenti di Flumeri e Bologna, i livelli di produzione crollarono al minimo in Italia e il grosso della produzione venne spostato negli stabilimenti turchi. Solo la riorganizzazione societaria di Iia, anche questa avvenuta a seguito delle lotte dei lavoratori, ha salvato la possibilità di mantenere un costruttore nazionale, la cui capacità produttiva però non eccede i 700 veicoli all’anno. È chiaro che senza un intervento sulla capacità produttiva dell’unico costruttore nazionale, buona parte delle risorse pubbliche messe a finanziamento del rinnovo del parco autobus finiranno per aumentare l’importazione di veicoli da altri Paesi, soprattutto da quelli a basso costo del lavoro.

Da ultimo, nemmeno una parola viene spesa a proposito del settore automobilistico che pure dovrebbe avere un ruolo centrale nella transizione ecologica, soprattutto dal punto di vista delle nuove propulsioni elettriche. Nulla di concreto viene previsto per il tema centrale delle batterie, i cui grandi stabilimenti di produzione in Europa si stanno concentrando soltanto in determinati Paesi, con l’esclusione dell’Italia. Viene soltanto menzionato il problema dello «sviluppo di una filiera europea delle batterie alla quale dovrebbe partecipare anche l’Italia insieme ad altri Paesi come Francia e Germania…». L’utilizzo del condizionale (“dovrebbe”) non è casuale: mentre il governo francese ha deciso di intervenire direttamente a sostegno di un progetto di produzione di batterie per auto elettriche e in Germania sono già stati confermati investimenti in questa direzione, in Italia siamo ben lontani da qualsiasi prospettiva concreta. Il miliardo di euro allocato nel Pnrr per sostenere filiere produttive nei settori delle batterie e delle rinnovabili rischia così di tradursi nei classici interventi di politica industriale orizzontale, finalizzati a creare le migliori condizioni per le imprese finanziando ricerca, formazione, innovazione, ma senza un intervento pubblico in grado di garantire anche la realizzazione di impianti produttivi. 

Questa situazione non è il risultato di un libero dispiegarsi delle dinamiche di mercato: si tratta del risultato di un processo di lunga lena che, guidato dal potere politico (Stati nazionali, Unione europea, organismi sovranazionali), ha determinato questa particolare configurazione della struttura industriale internazionale. 

E le filiere industriali?

Nel Pnrr, nella Missione “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” viene previsto un interessante investimento (il numero 5) dedicato a “Politiche Industriali di filiera e internazionalizzazione”, per il quale sono previsti 1,95 miliardi di euro.

Indubbiamente questo investimento potrebbe consentire di affrontare uno dei mali cronici che affliggono il sistema industriale italiano, cioè la piccola o piccolissima dimensione industriale che determina difficoltà di ottenere finanziamenti, di progettare e realizzare investimenti ecc. La dimensione della piccola e della micro-impresa, tanto incensata dal punto di vista della produzione flessibile, ha soltanto significato peggioramento delle condizioni di lavoro con bassi salari, orari di lavoro dilatabili, condizioni di salute e sicurezza in molti casi assai critiche, pesanti carichi e ritmi di lavoro, determinati in toto dalle imprese committenti.

La debolezza industriale e le criticità sociali sopra richiamate dovrebbero pertanto indurre a perseguire l’obiettivo di un superamento della piccola dimensione d’impresa, promuovendo vere e proprie aggregazioni, con soggetti pubblici che fungano da polo aggregante.

Questo obiettivo nel Pnrr viene indicato in maniera molto generica, anche se alcune indicazioni possono essere colte: «Rafforzare il Paese […] significa sostenere la crescita e la resilienza delle Pmi […]. Molti settori d’eccellenza del Made in Italy sono oggi caratterizzati da una forte incidenza di micro e piccole imprese. Queste ultime rappresentano quasi il 70 per cento del valore aggiunto industriale non finanziario e l’80 per cento della forza lavoro».

Giustamente viene sottolineato il potenziale impatto sulle filiere produttive, in quanto molti produttori dipendono da fornitori di piccole dimensioni. Tuttavia, nonostante queste importanti sottolineature che dovrebbero aprire una strada diversa rispetto a quella seguita da decenni, che ha visto moltiplicarsi le esternalizzazioni, gli appalti, la subfornitura e l’aumento della polverizzazione del sistema produttivo, nel Pnrr non vengono indicati strumenti utili. 

Sembra essere passato in secondo piano lo strumento del Fondo dei fondi, nell’ambito del quale si sarebbe potuto stabilire un Fondo espressamente dedicato all’aggregazione delle micro-imprese, con un soggetto pubblico che svolga funzione aggregante entrando nel capitale sociale della nuova società da costituire mediante l’aggregazione delle micro-imprese. 

Questo Fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio il Fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto rilancio e la cui gestione è stata affidata alla società pubblica Invitalia; sempre dal punto di vista del soggetto pubblico, si potrebbe pensare a qualche braccio operativo di Cassa depositi e prestiti. 

Per esempio all’interno del Fondo di investimento italiano (Cdp) opera il Fondo consolidamento e crescita che è dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive, con focalizzazione prevalente nei settori agrifood, meccatronica/industria meccanica avanzata e italian design

In questo ambito, quindi, una politica industriale degna di questo nome dovrebbe individuare puntualmente quali sono le piccole e micro-imprese impegnate nella produzione di:

  • stesso prodotto (stessa tipologia);
  • prodotti complementari tra loro o parti di prodotti sequenziali tra loro;
  • prodotti destinati a uno stesso cliente (o a un gruppo ristretto di clienti).

Una volta individuate queste imprese si tratterebbe di costruire un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda il supporto di politiche industriali di filiera, cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura; meccanismi finalizzati a garantire, sul versante dei diritti dei lavoratori, la contrattazione inclusiva e di filiera; nonché misure di stabilizzazione, formazione e qualificazione di lavoratrici e lavoratori, di crescita occupazionale ecc.

Ben altra attenzione, invece, sempre in questo investimento, viene dedicata alla cosiddetta “internazionalizzazione” delle Pmi, un termine che sovente ha mascherato il finanziamento pubblico di processi di delocalizzazione. Viene infatti espressamente citato il fondo della Legge 394 del 1981, che prevede la concessione di finanziamenti alle imprese per realizzare interventi che prevedono, tra gli altri, anche studi di fattibilità per valutare l’ingresso in mercati esteri collegati a investimenti produttivi o commerciali, delle spese sostenute per la formazione del personale operativo nelle iniziative di investimento in altri Paesi Ue ecc. A questo si aggiungono anche i bandi di alcune Regioni, quali ad esempio la Lombardia, che con la linea “Internazionalizzazione Plus” spingono nella stessa direzione, lasciando aperti spiragli molto pericolosi alla possibilità che tali risorse vengano utilizzate per spostare all’estero volumi di produzione. 

Questa scarsa attenzione alle filiere non sembra cogliere almeno due aspetti.

Il primo è riferito alla sostanziale inesistenza di fenomeni di presunto reshoring che avrebbe portato le imprese ad accorciare le filiere, re-internalizzando o comunque riportando sul territorio fasi del processo produttivo in precedenza delocalizzate. Il reshoring, nonostante l’ampia retorica diffusasi in piena fase pandemica, non appare ancora un fenomeno diffuso, come dimostrano i dati della recente Nota della Banca d’Italia: «Lo shock pandemico ha rinnovato il dibattito sulla possibilità che il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring) stia contribuendo a un più ampio processo di de-globalizzazione. I risultati del Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, suggeriscono che, in linea con quanto registrato in altri Paesi avanzati, anche in Italia non siano in atto diffusi fenomeni di reshoring».

Questo appare in linea con quanto accade a livello internazionale: nella Nota viene citata una indagine condotta da Allianz che ha coinvolto circa 1200 multinazionali, secondo la quale meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità del reshoring, mentre circa il 30% potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in Paesi limitrofi (nearshoring). 

I dati raccolti dalla Banca d’Italia tramite interviste alle imprese condotte tra settembre e ottobre del 2020 indicano che oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; mentre il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero, il 5,7% delle imprese ha dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia; ma negli ultimi tre anni solo l’1,9% ha fatto operazioni di reshoring. Il reshoring, quindi, è un’operazione che deve essere costruita concretamente tramite politiche industriali finalizzate a ricostruire i cicli produttivi sul territorio, e ovviamente non avverrà in base a meccanismi di mercato.

A fronte di questi aspetti ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare anche il tema della mancanza di materiali, che sta interrompendo le catene di produzione determinando la sospensione di molte attività produttive. Uno dei casi più dibattuti a livello pubblico riguarda la mancanza di microchip per il settore automotive: si tratta di un prodotto sempre più necessario man mano che i nuovi modelli di auto diventano sempre più elettrificati e digitalizzati. Si tenga presente che ci sono più di cento tipi di microchip nelle automobili, utilizzati per una varietà di funzioni che vanno dal controllo della velocità alla comunicazione, dalla trasmissione di potenza ai sistemi di controllo, ecc.

Già nel dicembre 2020, i costruttori e i principali fornitori hanno lanciato il primo allarme sulla carenza di semiconduttori, annunciando che avrebbe avuto un forte impatto sulla produzione pianificata di veicoli. Durante il lockdown, le case automobilistiche hanno chiuso le loro fabbriche, la domanda di automobili è scesa, ma poi è ripresa molto più velocemente del previsto. La riduzione dei loro ordini di semiconduttori è stata significativa e così, quando la domanda automobilistica è ripartita, le case automobilistiche non disponevano dei volumi di microchip necessari per far fronte a una maggior produzione.

La crescente domanda di prodotti di elettronica personale, come tablet, computer e smartphone, ha assorbito una quota crescente di semiconduttori, rendendoli meno disponibili per l’industria automobilistica. Per esempio, durante il blocco aziende come Apple e Samsung hanno aumentato la domanda di microchip per produrre i loro smartphone. Inoltre, nell’ottobre 2020 un incendio alla fabbrica Asahi Kansei Microdevices nel sud del Giappone ha colpito la catena di approvvigionamento.

Diversi grandi stabilimenti automobilistici europei hanno così dovuto ridurre i volumi di produzione. Volkswagen ha dovuto ridurre i volumi di produzione nei suoi stabilimenti di Wolfsburg e Emden e in uno stabilimento di componenti a Brunswick, e ha anche richiamato i suoi principali fornitori Bosch e Continental perché, a suo dire, avrebbero ordinato volumi insufficienti di microchip nei mesi precedenti. Ford (stabilimento di Saarlouis, dove viene prodotta la Focus), Daimler (negli stabilimenti di Brema e Rastatt in Germania e Kecskemet in Ungheria) e Audi (che ha messo i lavoratori in orario ridotto a Ingolstadt e Neckarsulm) sono state anche costrette a tagliare la produzione. Anche Stellantis ha dichiarato di aver perso la produzione di almeno 190.000 veicoli. 

La catena di approvvigionamento dei microchip ha mostrato tutti i suoi elementi di fragilità, soprattutto quando si passa da un anello all’altro. Per esempio, uno dei fornitori di primo livello delle case automobilistiche è Continental, i cui principali fornitori di microchip sono Nxp, Infineon e Nvidia, che – a loro volta – sono forniti da una fonderia taiwanese chiamata Tsmc, che sta limitando le sue forniture.

I produttori di semiconduttori non sono integrati, e la produzione di elementi per l’elettronica è diffusa in tutto il mondo. La Bosch di Reutlingen, per esempio, ha una propria produzione di semiconduttori e sta aprendo una seconda fabbrica di chip a Dresda ma, come altri produttori, acquista sul mercato mondiale circuiti integrati di commutazione (Asics) e microcontrollori standardizzati.

L’Europa appare piuttosto esposta a queste fragilità, soprattutto se si considerano i principali produttori mondiali di microchip. Tra i primi 50 produttori 17 sono americani, 10 di Taiwan, 8 giapponesi, 2 coreani (ma di dimensioni molto rilevanti, trattandosi di Samsung e Sk Hynix, rispettivamente al secondo e al quarto posto) e 7 europei; ma la prima impresa europea – Infineon – si trova solo al decimo posto, e nelle prime 20 ne troviamo soltanto altre due (St al tredicesimo posto e Nxp al diciottesimo). Autoforecsat Solutions ha stimato l’impatto sulla produzione di veicoli a livello globale a causa di questa carenza di microchip. Più di 705.000 veicoli sono già stati persi, mentre l’impatto complessivo dovrebbe essere di 1,4 milioni di veicoli; questi sono i numeri raccolti ed elaborati da Automotive News:

PerdutiPrevisti
Nord America239.000402.000
Europa210.000520.000
Cina128.000247.000
Resto dell’Asia105.000192.000
Medio Oriente/Africa800016.000

A fronte di questi dati appare del tutto inadeguato l’intervento del Pnrr italiano (gli investimenti nella produzione di microchip in carburo di silicio, SiC, erano già stati previsti dalle imprese), così come il problema della carenza di altre materie prime non viene nemmeno affrontato.

 La situazione, infatti, è altrettanto preoccupante nel settore delle materie plastiche, come si evince dagli avvertimenti lanciati nel gennaio 2021 dalla Polymers for europe alliance, secondo la quale le aziende di trasformazione della plastica in tutta Europa stanno trovando grandi difficoltà nell’ottenere le materie prime necessarie. Infatti la domanda di polimeri è ripresa in Europa nella seconda metà del 2020 dopo un forte calo della produzione dovuto alla pandemia di Covid-19 e al blocco.

C’è una somiglianza con il settore automobilistico: anche i trasformatori di materie plastiche hanno aumentato nuovamente la loro produzione, ma l’offerta di materia prima non è stata in grado di farvi fronte. La situazione è particolarmente preoccupante per l’offerta di poliolefine e pvc. Stesse preoccupazioni anche per la gomma, con carenze di forniture e prezzi schizzati alle stelle: il prezzo dell’Sbr utilizzato per gli pneumatici è aumentato del 40%, per l’Epdm (per profilati e guarnizioni) del 25%, per la plastica Nbr (per guanti e tubi) del 16-17%.

Mentre accade tutto questo in Italia Versalis, la società chimica del Gruppo Eni, ha deciso di chiudere l’impianto di cracking di Marghera, che produce etilene e propilene, cioè le materie prime necessarie ad alimentare le fasi successive del ciclo chimico. L’analisi svolta dalla Filctem-Cgil di Venezia consente di comprendere la portata del problema: l’impianto di cracking di Porto Marghera, infatti, attraverso pipeline rifornisce i petrolchimici di Ferrara e Mantova delle materie prime utilizzate sia dagli stessi impianti di Versalis che delle altre multinazionali (come Basell); chiudendo questo impianto si creerebbe un problema di approvvigionamento. Ma non solo, oltre alla filiera dell’etilene e del propilene, la fermata degli impianti avrà ripercussioni in modo sostanziale sulla filiera del butadiene, venendo meno la produzione di miscela C4 normalmente inviata allo stabilimento di Ravenna, così come si dovrà ricorrere all’approvvigionamento sul mercato del benzene, necessario allo stabilimento di Mantova per il ciclo degli stirenici. 

Analoghi problemi riguardano la disponibilità siderurgica: in particolare alluminio (quello primario in Europa viene prevalentemente importato) e i laminati piani, coils e lamiere, con tempi di consegna allungati e quindi con volumi di produzione a rischio, complice la crisi dell’Ilva. 

Ma di queste filiere il Pnrr non si occupa affatto.

Conclusioni

Il Recovery  plan quindi, nonostante la retorica che lo accompagna, rischia di rivelarsi poca cosa rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno.

Innanzitutto la portata dello strumento appare ben lontana dalle reali necessità di una ripresa economica che metta al centro gli obiettivi di creazione di nuova occupazione, riduzione delle diseguaglianze sociali e degli squilibri industriali/produttivi fra gli Stati membri, e rafforzamento della capacità produttiva nei settori chiave del Piano. 

Lo Stato italiano, ancora una volta, rinuncia a mettere in campo una politica industriale degna di questo nome, preferendo mantenere il classico approccio neoliberale fatto di sussidi alle aziende, assenza di vincoli sociali e industriali al loro operato, riforme di ricerca, scuola e pubblica amministrazione (così come di politiche infrastrutturali) pienamente funzionali alle esigenze delle imprese. In questo modo si rinuncia a fare delle politiche industriali uno strumento di creazione di nuova occupazione e di intervento sulla struttura produttiva, segnata dalla polverizzazione in piccole e micro imprese, dalla dipendenza dall’estero di forniture essenziali, dalla mancanza di quella capacità produttiva necessaria alla transizione verde e digitale. 

Questa scelta non appare imputabile a una mancanza di visione; anzi semmai sembra rispondere a un disegno preciso: quello di confermare l’attuale struttura industriale europea, segnata dalla frammentazione geografica delle catene di produzione, con la parte “core” concentrata nell’orbita tedesca e con localizzazione delle fasi a maggior intensità di lavoro nei Paesi low cost, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. Mentre la Francia sembra maggiormente intenzionata a un intervento statale sulla struttura produttiva, quantomeno in alcuni settori (vedi il piano francese dell’automotive), l’Italia fa scelte completamente diverse, complice anche lo smantellamento dell’industria pubblica e del sistema di partecipazioni statali che nel tempo è stato scientemente perseguito.

Non è affatto vero che con il neoliberismo lo Stato scompare, come vuole una vulgata molto diffusa anche all’interno della cosiddetta sinistra radicale. Semmai cambia funzione: creando un certo tipo di regolazione (al servizio delle imprese), creando loro nuovi mercati e opportunità di business, modificando la disciplina dei rapporti di lavoro e delle relazioni commerciali ecc. In tutto questo, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sovranazionali è determinante. Il neoliberismo non chiede meno Stato: i mercati dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, per fare alcuni esempi, sono stati creati per mezzo di decisioni politiche e regolatorie, non esistevano in natura. Così come gli interventi di finanziamento, diretto o per via fiscale, alle imprese sono il risultato di decisioni politiche, di atti normativi e regolamentari che rispondono a un certo tipo di intervento statale. 

Ecco che in questo quadro si colloca il totale svilimento del lavoro, inteso come un costo da abbattere per le aziende, come un elemento da rendere flessibile e subalterno (vedi la trasformazione 4.0), e al massimo destinatario di qualche misura di formazione che sia comunque funzionale all’impresa. La vicenda della rimozione del blocco dei licenziamenti è esemplare.

Il quadro è sconfortante, ma sarebbe sbagliato pensare che sia immodificabile, condannandoci così all’impotenza. Anche sulle condizionalità imposte dal livello comunitario, per quanto possano apparire immodificabili, un atteggiamento confinato esclusivamente all’ennesima denuncia del carattere neoliberale dell’Europa rischierebbe di risultare paralizzante: ogni decisione politica è segnata da dinamiche, e in queste deve entrare il conflitto di classe. La critica deve accompagnarsi all’iniziativa, concreta, per cambiare lo stato di cose esistenti, dandosi degli obiettivi. Vanno messe in campo idee e proposte, ma soprattutto queste andranno fatte marciare sulle gambe del conflitto, l’unico strumento in grado di restituire protagonismo al mondo del lavoro.

Bibliografia

Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, maggio 2021.

European Commission, Commission Staff Working Document, Guidance To Member States. Recovery and Resilience Plans, Brussels, 17 settembre, 2020.

G30 Working Group on Corporate Sector Revitalization, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions, 2020.

M. Mancini, Le catene del valore e la pandemia: evidenze sulle imprese italiane, Banca d’Italia, “Note Covid-19”, 17 febbraio 2021.

Servizio Studi della Camera e del Senato, Dossier del Parlamento relativo a note tecniche analitiche elaborate dal MEF, marzo 2021.

Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di Bilancio 2021, dicembre 2021.

Editoriale

Ci sono state due Italie dall’inizio della pandemia. Quella che è stata fermata e quella che ha lavorato come prima, anzi più di prima. Eppure nei media solo quella bloccata è stata al centro della scena e lo slogan «L’Italia è ferma, fatela ripartire, lasciateci lavorare» è stato gridato con tutta la sua carica di mistificazione da leghisti e pronipoti di Mameli, che non hanno fatto altro che marciare sulla rabbia di pizzaioli e gestori di Airbnb. Invece dovremmo occuparci – ed essere fieri – dell’altra Italia, quella che ha fatto gli straordinari nelle fabbriche, i turni negli ospedali, quella che ha passato le giornate nella didattica a distanza, che s’è ammazzata per consegnare un pacchetto in più. Sanità, scuola, industria, logistica e trasporti. Il minimo indispensabile, ma comunque sufficiente, per tenere in piedi un Paese. Se potessimo decidere noi l’impiego dei soldi europei ne metteremmo la massima parte in questi settori. Le scelte demenziali dei decenni precedenti li hanno ridotti a settori marginali, quasi dei vuoti a perdere. Qualcuno dice qualcosa sulla vicenda Stellantis? Al fatto che l’Italia avesse perduto l’industria dell’auto ci eravamo abituati, Marchionne in parte ce l’aveva riportata, a modo suo, ma ce l’aveva riportata. Oggi un manager portoghese qualunque se la ripiglia e si mette in valigia anche la componentistica. E nessuno fiata. Né potrebbe essere altrimenti in un Paese che aspira a trasformare se stesso in un coacervo di turismo, fiere, congressi, gastronomia e divertimento. Un Paese dove il gioco d’azzardo è una componente rilevante del Pil, un Paese che ha lasciato correre i contagi pur di lasciare aperte le discoteche d’estate. Un Paese che ormai sottomette l’arte, la cultura ai ritmi e alle esigenze dei tour operator. E chiama tutto questo “terziario”. 

Come non mettere oggi al primo posto di tutti i pensieri e di tutte le azioni il cambiamento del modello di sviluppo? Come non porre questa come discriminante delle scelte politiche? Modello di sviluppo ma anche assetto istituzionale. Non è possibile andare avanti con uno Stato in balìa di sedicenti “governatori”. Perché Stato deve esserci, altrimenti che senso ha parlare di “servizio pubblico”? Perché solo il potere concentrato di un intervento pubblico può modificare un modello di sviluppo. Un potere statale bilanciato dalla rete di comunità autogestite, autodeterminate, consapevoli. 

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr.

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr. Invece quello che regge sanità, scuola, industria, logistica è il lavoro. Il servizio pubblico di per sé è lavoro al 90%, perché solo l’impegno individuale, l’abnegazione delle persone riesce a far funzionare un insieme di norme, di regolamenti, di procedure che sembrano partoriti da menti malate. Sanità e scuola, solo il fattore umano le tiene in piedi, non c’è finanza, automazione, tecnologia, digitalizzazione che tenga. Industria e logistica, il fattore umano non conta? Tutto è software, robot, algoritmo, certificazione di qualità? E la cultura? Quella che ancor si sottrae alla mercificazione turistica, quella che trae alimento solo dalla creatività, in quella – cos’è che vale se non il fattore umano?

Certo, ci sono dei settori della cultura dove l’oligopolio e la tecnologia sovrastano, determinano, condizionano, sussumono interamente la creatività. L’associazione di freelance Acta sta conducendo un’indagine sul settore audiovisivo in Lombardia e Veneto, dalle decine di interviste approfondite con varie figure professionali del settore emerge il potere sovrastante di Netflix, che non è diverso da quello di Amazon nella logistica, da quello di Google, di Facebook, di quei colossi che ormai costituiscono l’odierno Leviatano. Qualche sciopero di macchinisti, di elettricisti, ricorda ancora che quell’elemento residuo, il lavoro, persiste. Ma sono punzecchiature di spillo in un ambiente, un mercato, dove la marxiana sussunzione reale al capitale sembra aver raggiunto lo stadio finale. La cultura – che vorremmo aggiungere ai quattro pilastri sanità, scuola, industria, logistica come essenza della società civile – sembra trovarsi stretta proprio tra essere una variabile del turismo ed essere funzione del Leviatano.

La vignetta è di Pat Carra, uscita su inGenere.it

Dentro il lavoro chi ha sofferto di più sono le donne. Tra i tanti aspetti fondamentali del nostro modello di società che la pandemia ha messo a nudo questo dovrebbe essere collocato al primo posto nelle politiche riformatrici. Tra l’altro ci rivela quanta mistificazione ci sia nella filosofia, nelle pratiche, delle “quote di genere”. La presenza sempre più massiccia di donne nella politica e nel management aziendale non ha minimamente migliorato la condizione della donna che lavora, in particolare se si tratta di donne madri. Dovremmo accettare che un secolo di femminismo venga ridotto alla semplice possibilità per qualche donna di “fare carriera”? Durante la pandemia le donne hanno pagato il prezzo più alto in termini occupazionali e il prezzo più alto – soprattutto se madri – in termini di condizioni di lavoro. Avere ancora una volta cancellato dall’agenda il tema “lavoro” dal Pnrr ci fa concludere che sulla questione di genere siamo al punto di prima. E la parte che vediamo comunque dedicata ai servizi sociali ci sembra troppo limitata soprattutto se messa a confronto con l’assordante rumore prodotto dalla banda degli ottoni della “svolta green”, ultimo camuffamento del capitalismo di rapina. L’unico intervento messo in atto dal governo Draghi che potrebbe avere conseguenze importanti sul tema lavoro è quello che riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali. Qui potrebbe giocarsi una partita molto grossa, su questa riforma vanno puntati i fari dell’attenzione democratica. Non dimentichiamo che il sistema vigente è nato come strumento di pacificazione di massa nel pieno delle lotte operaie degli anni Settanta. Se venisse ricondotto alla sua funzione originaria di strumento di politica industriale sarebbe già un passo avanti, se invece diventa un ulteriore incentivo alla flessibilità della forza lavoro finisce solo per creare ulteriore disagio. Se una riforma degli ammortizzatori non viene in qualche modo agganciata all’introduzione del salario minimo legale, realizzarla oggi nel terzo decennio del nuovo millennio, può essere totalmente inefficace o, appunto, produrre effetti di ulteriore impoverimento della società.

Osservando lo spazio pubblico della politica, vediamo che nessuno degli ambiti di attività che abbiamo evocato e ritenuto essenziali alla sopravvivenza di una società civile è presente nei discorsi che là dentro circolano. E questo dà la misura dell’abisso che separa la politica dalle cose che contano. Ma ancora più preoccupante sembra la fiducia riposta nei “tecnici” come possibile rimedio all’insulsaggine del discorso politico, fiducia che poggia sull’illusione che essi abbiano ancora potere, che la loro “integrità” possa avere la meglio sulle beghe di partito, che la loro “lontananza” dalla politica possa conferire autorità alle loro decisioni. Da qui tutta la fiducia messianica nel profeta Draghi. I suoi tecnici potranno scrivere sulla carta i programmi più sofisticati del mondo ma a metterli in pratica saranno i lestofanti, i minus habens delle mille istituzioni dove i partiti hanno riempito gli organici del personale. Per cui ha ragione il Forum Dd di Fabrizio Barca a dire che salvare il salvabile è possibile solo se i tecnici vengono affiancati, supportati, consigliati, dalle tante istanze della società civile, che bene o male nel loro sforzo quotidiano di controllo dei comportamenti della Pubblica amministrazione talvolta riescono a evitare il peggio. Non c’è dunque una parola sul lavoro nel Pnrr, perché sanità, scuola, industria, cultura, in trent’anni di colpi di piccone sono stati ridotti a settori residuali. 

È davvero surreale la noncuranza con cui i “tecnici” hanno evitato qualsiasi confronto con i corpi intermedi. “Non c’era tempo”, dicono. Magari qualcuno pensa che avevano ragione, tanto… che sangue ci cavi dalle rape dei corpi intermedi? Non è vero, basta leggere la spietata disamina del Pnrr scritta qui da Matteo Gaddi per constatare che persino il tanto bistrattato sindacato ha da tempo abbozzato delle idee di politica industriale, buone o cattive che siano con esse ci si può misurare. E quelle avanzate da tante istanze ambientaliste, per esempio sulla politica energetica, non hanno forse un certo peso? I corpi intermedi sono ridotti male, d’accordo, ma l’Italia è piena di iniziative della società civile, della ricerca, che continuano a sfornare ragionamenti utili a modificare almeno in parte il modello di sviluppo. Niente.

E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti

Proviamo allora a spostare lo sguardo su quei settori che il modello di sviluppo finora perseguito considera strategici, in particolare ristorazione e turismo. Si dice che servono a valorizzare la tradizione della nostra cultura gastronomica, la bellezza del paesaggio e la maestosità del patrimonio storico-artistico, si dice che quella è la grande dotazione di capitale collettivo che viene messa a valore. È davvero così? Quei settori si reggono su lavoro precario a basso costo, nella gestione del patrimonio artistico anche su lavoro gratuito. È il lavoro che tiene in piedi ristorazione e turismo. La molla del turismo moderno – in questo senso l’industria delle crociere è un esempio da laboratorio – è il basso costo, il turismo di massa vola low cost. E cos’è il basso costo se non il basso costo del lavoro? La grande risorsa italiana non è il Ponte di Rialto o il Battistero di Firenze, è il cuoco senegalese che sta in cucina dodici ore al giorno senza contributi, è il cameriere brasiliano che dorme in una stanza d’affitto con altri sei. Il tour operator come potrebbe confezionare i suoi bei pacchetti (Venezia, Firenze, Roma in due giorni) senza disporre di un autista di pullman che guida per dieci ore al giorno e di un’accompagnatrice turistica a partita Iva con orari di lavoro ancora più lunghi? Proviamo a immaginare se, per un colpo di bacchetta magica, tutto il personale della ristorazione, bar, trattorie, pizzerie ecc., percepisse un salario orario di 9,35 euro, maggiorato di 1 euro per le ore di straordinario oltre le 8 giornaliere (abbiamo assunto come parametro il salario minimo legale tedesco) e pagamento regolare dei contributi. Quanti esercizi resterebbero ancora aperti? 30% è un calcolo ottimistico, secondo un sindacalista che abbiamo interpellato. E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti. Quale futuro può avere un Paese che si affida allo sviluppo di ristorazione e turismo? Che prospettive può dare ai suoi giovani? Quelli che studiano, l’élite, quelli dei dottorati, dei master, dell’inglese parlato meglio dell’italiano, quelli son destinati ad andarsene, come fossimo nella Ddr. Preparava professionisti e tecnici di alto livello la Germania di Ulbricht, ritenuti spesso migliori di quelli usciti dalle università della Repubblica federale. Finiti gli studi se ne scappavano all’Ovest. E hanno fecondato sia la Germania della contestazione (Rudy Dutschke era una promessa dell’atletica leggera comunista) sia la Germania della leadership europea (Angela Merkel figlia di un pastore protestante di Amburgo, è cresciuta nella Deutsche demokratische republik). 

Prima della pandemia il Paese ci appariva, dal punto di vista del lavoro e delle prospettive delle nuove generazioni, nettamente spaccato in due: quelli che hanno il privilegio di una formazione di alto livello che se ne vanno all’estero e quelli ai quali non resta che cercare in Italia una pseudo-occupazione nella gig economy. Tra i due lo strato pervasivo, sempre più infestante, di coloro che pian piano occupano ruoli direttivi non per merito ma per cooptazione praticata dai partiti. Su queste tre gambe, sempre più traballanti, si regge il lavoro in Italia. Quindi necessariamente lo strato più consapevole, più aperto, più disponibile, più competente – il vero grande patrimonio umano della nazione – è costretto a cercarsi uno spazio extraistituzionale di espressione e di azione, non sempre intercettato dalla rete delle comunità (che non sono né debbono essere solo comunità di cura). In questo Paese ci si ritrova a sentirsi ai margini, si finisce per diventare apolidi. Sensazione fortissima in questo periodo in cui le restrizioni imposte dalla pandemia hanno tagliato le gambe al conflitto, cioè alla forma di azione collettiva che maggiormente ci restituisce ancora il senso di una cittadinanza. 

Ma questa condizione forse è in via di superamento grazie alle campagne vaccinali, non vediamo l’ora di poter riprendere l’agibilità di strategie conflittuali. Non vediamo l’ora di poterci misurare ancora con lo stato d’animo, con le idee delle persone, con le tante tantissime esperienze che nel sociale e nella ricerca militante riescono ad impedire che questo Paese scivoli nel baratro. Sugli obiettivi da perseguire abbiamo ora le idee più chiare. La pandemia ha messo a nudo quelle realtà scomode che tante volte avevamo denunciato. Certo, il rischio che questo Pnrr, proprio per le ragioni qui esposte, dia il colpo di grazia a un Paese già provato da scelte disastrose, c’è. Ma non è detto che debba sempre finir male. Dipende anche da noi.

Sommario

Si torna a parlare di piano e ruolo dello Stato, purtroppo non nei modi che avremmo voluto. Nell’Editoriale tracciamo alcuni scenari, mettiamo in risalto il dramma del lavoro in Italia e la mancanza di partecipazione alle scelte politiche che hanno dato vita al Pnrr. Nei prossimi cinque anni bisognerà farci i conti, alcuni di noi hanno letto le 2600 pagine inviate a Bruxelles, ora iniziamo con una serie di approfondimenti. Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro analizza quali sono i progetti l’industria italiana e quale ruolo è assegnato al lavoro. Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia spiega in che termini si prospetta l’intervento economico italiano ed europeo e si interroga sulla possibile riconfigurazione delle politiche neoliberiste. Se il capitalismo verde è l’ultima speranza mostra come sia declinata la tanto declamata transizione ecologica, uno degli assi portanti del Recovery plan. La digitalizzazione secondo il Recovery chiude la sezione questionando la strategia sottesa a Transizione 4.0, indicandone insufficienze e pericoli.

La parte centrale del n. 3 è dedicata al lavoro, iniziamo con Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni che focalizzandosi sulla questione di genere prospetta la direzione verso cui rischia di andare la nostra società. Segue Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora perché lavorare ed essere poveri è sempre più probabile, si impone quindi con urgenza la questione salariale. Continuiamo con una serie di approfondimenti dal mondo della logistica. La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso ripercorre un anno di lotte e interroga le strategie sindacali, in particolare l’organizzazione del conflitto da parte del sindacalismo di base. Non c’è merce per la nuova diga analizza il colossale progetto di ampliamento del porto di Genova, l’ennesimo caso in cui le infrastrutture sembrano rispondere solo a logiche speculative. Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition ci riporta all’interno dei tentativi di organizzazione dei lavoratori. Infine, Gaming vs mining esamina le difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, ormai fondamentali per il futuro di un’economia in tensione tra globalizzazione capitalista e interessi nazionali.

Mettiamo poi il naso nelle vicende dell’America Latina, Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi racconta come Cuba abbia fatto fronte al Covid-19 e in quale modo la ricerca scientifica cubana sia riuscita a raggiungere altissimi livelli di sviluppo. Segue l’approfondimento Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere, mentre Brasile: virus sanitario e virus politico analizza il rapporto tra gestione della pandemia e situazione politica brasiliana. 

L’ultima parte è dedicata al confronto. Primo Maggio, una storia irripetibile. Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio è un modo per recuperare un pezzo di memoria e riflettere sulle pratiche e i fini della cultura militante. Chiudiamo dando spazio a due recensioni. La prima Due libri, un solo autore ci permette di parlare delle falle del capitalismo. La seconda, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba offre un’occasione per ragionare sull’organizzazione del conflitto sociale.

Editoriale. Sull’orlo dell’abisso?

Dicembre 2020 – Gennaio 2021

Sono trascorsi otto mesi dall’uscita del primo numero di Officina Primo Maggio. Un lasso di tempo in cui abbiamo continuato a ragionare collettivamente su alcune questioni dirimenti, che richiedono approfondimento e analisi continue. Se le contingenze ci avevano imposto di esordire in modo imprevisto, tracciando una panoramica della situazione che si andava delineando a seguito dell’emergenza pandemica, oggi ci troviamo nella condizione di poter guardare a ritroso ciò che è accaduto e interrogarci sul futuro. 

In questi mesi abbiamo seguito alcune piste di ricerca focalizzando in particolare la nostra attenzione su salute e lavoro, due degli assi su cui si giocheranno le partite più importanti. Nelle pagine che seguono proponiamo una serie di contributi e inchieste che cercano di comprendere i fenomeni più rilevanti in questa fase: l’emergenza sanitaria vista attraverso le esperienze e le testimonianze del personale medico-infermieristico in Lombardia, l’impatto della pandemia nelle fabbriche e lungo la catena logistica, le ondate di scioperi che hanno investito i luoghi di lavoro in tutta Italia, le condizioni d’impiego nelle microimprese del Veneto, e poi il lavoro nella filiera agro-alimentare, il lavoro culturale, il lavoro nella scuola. Un posto particolare è riservato a una riflessione sul ruolo dello Stato. Abbiamo seguito le tracce del conflitto guardando con interesse alle lotte e alle mobilitazioni in giro per il mondo. Sulla scia dei contributi raccolti nel numero speciale di Primo Maggio del 2018 e nell’opuscolo Uprising/Sollevazione (pubblicato a giugno e disponibile sul sito di OPM) siamo tornati a occuparci degli Stati Uniti alla vigilia della sconfitta elettorale di Trump. Chiude questo numero una nota critica a un volume di Steve Wright di prossima pubblicazione, in cui lo storico australiano dei movimenti riapre con nuovi metodi e fonti il dibattito sull’operaismo. 

La nostra è un’esperienza politico-culturale e, nei limiti imposti dall’emergenza, abbiamo continuato a organizzare incontri e spazi di discussione. Lo scorso settembre a Forte Marghera abbiamo presentato la rivista al direttivo regionale della Fiom-Veneto, mentre a metà ottobre abbiamo promosso un convegno su salute e lavoro a Padova nel quale si sono incontrati diversi comitati, sindacati, associazioni e organizzazioni politiche. A fine novembre, infine, abbiamo presentato Dollari e no di Bruno Cartosio. La crisi pandemica ci ha costretti ad annullare diverse iniziative organizzate insieme a gruppi che in varie città hanno accolto con interesse il nostro sforzo di condivisione e confronto. In ogni caso, è solo un rinvio a tempi migliori, perché crediamo che questa rivista sia un mezzo e non un fine, un pretesto per coltivare relazioni, favorire con perseveranza il dibattito e, in definitiva, organizzare il conflitto come risposta alle sfide che ci aspettano.

E le sfide, al momento, non mancano. L’Italia negli ultimi mesi è stata attraversata da scioperi e mobilitazioni di vario tipo e intensità, nei luoghi di lavoro e nelle piazze (più o meno spurie) di diverse città. C’è stato chi ha rivendicato maggiore sicurezza, chi ha espresso a gran voce la necessità di investire in istruzione e salute – dando priorità alla scuola e alla cura – e chi invece ha solo preteso di poter mantenere aperta la propria attività o, in alternativa, essere ristorato attraverso misure di sostegno.

In un paese stroncato dalla “seconda ondata” e dai relativi lockdown, l’arma finanziaria del Recovery Fund dovrebbe consentire il superamento della crisi economica e sociale facendo perno su due linee di investimento, che vanno sotto il nome di transizione verde e transizione digitale. Nei prossimi numeri valuteremo l’effetto reale di questi provvedimenti, ma guardando la gestione attuale della crisi è meglio non farsi troppe illusioni. Le misure che il Governo ha adottato e sta adottando, limitandosi a mero erogatore di risorse pubbliche alle imprese senza imporre loro alcun vincolo, appaiono del tutto inadeguate. Senza una politica industriale precisa, senza un minimo di programmazione e intervento, nel lungo periodo l’Italia rischia di essere travolta da un divario tecnologico incolmabile, dalla perdita di parti rilevanti di tessuto industriale e da licenziamenti di massa. D’altra parte, non occorre guardare troppo lontano per rendersi conto dell’impoverimento di ampie fasce di lavoratori e lavoratrici aggrappati/e agli ammortizzatori sociali forniti in questi mesi (per non parlare di quelli che ne sono rimasti/e esclusi/e). La cassa integrazione elargita in modo indiscriminato – senza tenere conto dei profitti e senza implicare un allargamento della partecipazione alla governance delle aziende – ha costituito, in poche parole, una socializzazione del rischio d’impresa.

Da parte sua, il capitale ha approfittato della situazione per aumentare gli utili e deteriorare ulteriormente le condizioni di lavoro. La ripresa “pancia a terra” delle attività produttive dopo il primo lockdown ha significato l’imposizione di ritmi e carichi di lavoro sempre più intensi per recuperare i volumi di produzione persi durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria. Allargando lo sguardo al contesto internazionale, la pandemia ha favorito la definitiva ascesa dei giganti del capitalismo digitale, tra cui spicca Amazon i cui utili e il cui valore di capitalizzazione in borsa hanno nettamente superato i concorrenti. 

Siamo davvero sull’orlo dell’abisso? Forse sì, ma deve essere chiaro che nella storia dell’umanità non c’è mai stato un fondo da toccare, un punto più basso oltre il quale si finisce di cadere. Occorre dunque continuare a seguire le faglie del conflitto, sulle quali è possibile individuare le possibilità e gli spazi aperti dalla congiuntura. Tornando ad Amazon, per esempio, la pandemia ha scatenato anche una serie di mobilitazioni su condizioni e organizzazione del lavoro, salute e diritti, che hanno avuto come protagonisti i lavoratori e le lavoratrici in diversi Paesi al mondo. Ne è sorta anche una campagna internazionale, MakeAmazonPay, che può fornire qualche suggerimento per capire le lotte a venire.

Ricucendo nessi con il passato, è impossibile dimenticare che la medicina del lavoro e la prevenzione sono scaturite dalle esperienze nate dalla relazione tra medici, lavoratori e lavoratrici, che hanno avuto il loro apice negli anni Settanta. Il movimento di democratizzazione della medicina ha varcato i cancelli delle fabbriche e ha coinvolto le strutture territoriali portando, nel 1978, alla creazione del Servizio sanitario nazionale. L’istituzionalizzazione non ha rappresentato un traguardo stabile, e man mano che il controllo popolare è venuto meno gran parte di queste conquiste sono state lentamente smantellate sotto il peso delle privatizzazioni. I pazienti sono stati trasformati in clienti, la medicina di base è stata erosa. Oggi in tutta Italia attorno alla salute girano soldi e si costituiscono clientele funzionali al consenso politico. Alla prevenzione si è sostituito, quando va bene, il risarcimento. 

L’emergenza pandemica ha mostrato la fragilità di questo sistema, riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato, eppure non si sono viste in campo proposte di riforme in grado di correggere le contraddizioni del nostro sistema sanitario. Neanche per i tamponi – fondamentali per il tracciamento dei contagiati – si è voluta una gestione pienamente pubblica, preferendo lasciare mano libera al profitto privato. Le stesse dinamiche si ritrovano a livello globale, dove decenni di neoliberismo hanno riconfigurato un campo dominato dai colossi dell’industria farmaceutica e un modello di capitalismo in cui il ruolo degli Stati e delle organizzazioni internazionali è ridotto a quello di erogatori di risorse e produttori di regolamentazioni per favorire i profitti. 

In questo contesto si osservano comunque alcune esperienze di autorganizzazione, come l’emergere di forme di coordinamento tra alcune centinaia di medici di base che si scambiano informazioni e concordano misure di prevenzione comunicandosi i risultati sul medio periodo. In alcune occasioni questi gruppi hanno ottenuto ottimi risultati in termini di prevenzione.

Queste e altre esperienze di autorganizzazione ci mostrano che l’attivazione dal basso è fondamentale per farci uscire dall’emergenza – o per non perderci a fissare l’abisso. Dal mutualismo al conflitto (sindacale, sociale), l’attivazione può avere la potenzialità di produrre coalizioni capaci di favorire lo scambio di saperi e la condivisione di obiettivi. Occorre però evitare le scorciatoie e la tendenza a schiacciare la complessità delle contraddizioni sociali. Detto questo, non possiamo accontentarci di forme di attivazione e coalizione che, in quanto nate dal basso, si limitino a “restare in basso”, disarticolate e velleitarie. Se così avessero fatto, le lotte degli anni Settanta non sarebbero arrivate a produrre una riforma del Sistema sanitario nazionale (e di esempi simili la storia ce ne offre anche altri). Il conflitto di classe non può limitarsi a essere esercitato solo a livello di esperienze di base, pur essendo necessariamente radicato in esse. Quanto incide in termini più generali una lotta, anche vincente, confinata sul luogo di lavoro? In che modo un’esperienza di mutualismo limitata ai soli obiettivi solidali sposta gli equilibri? 

Perché è di questo che stiamo parlando. Della possibilità di “alzare il tiro”, di cogliere l’occasione derivante dall’incertezza generata dall’emergenza sanitaria per compiere uno sforzo organizzativo in grado di portare il conflitto a livelli più alti. L’alternativa è accontentarsi di scrutare il fondo dell’abisso, mentre subiamo gli effetti devastanti di un’altra crisi.