Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro

Matteo Gaddi

Recovery  plan: di cosa si tratta e di quali risorse parliamo

Sono occorsi quattro mesi alle istituzione comunitarie per arrivare, il 21 luglio 2020, a definire un documento di conclusioni che combina il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp, sostanzialmente il “bilancio” europeo) con uno strumento per fronteggiare la crisi straordinaria provocata dalla pandemia da Covid-19, chiamato Next Generation Eu, cioè con quello che nel dibattito corrente è passato come Recovery plan.

Se il Qfp costituisce uno strumento ordinario, il Next Generation Eu dovrebbe essere inteso e progettato come un piano straordinario, in grado di fronteggiare la natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19: infatti, lo scopo di questo strumento è quello di definire un piano per la ripresa europea costituito da investimenti pubblici e privati a livello europeo; tuttavia, come vedremo, il rischio di fallire rispetto alle intenzioni dichiarate è molto elevato. Ancora una volta, quindi, le lungaggini delle trattative in sede comunitaria, ma soprattutto gli atteggiamenti profondamente diversi tra Paesi membri, hanno pesantemente segnato gli esiti della discussione. 

Per finanziare tale piano, la Commissione potrà contrarre prestiti sui mercati dei capitali: tali importi serviranno a sostenere i programmi dell’Unione in conformità al Next Generation Eu; si tratta, indubbiamente, di una novità di grande rilievo che rompe un tabù, ossia per la prima volta la Commissione europea accetta di finanziare un programma di spesa indebitandosi. Nonostante non si possa parlare di eurobond, questo aspetto rappresenta sicuramente un elemento molto importante, che se non altro consente di parlare di una rottura, almeno temporanea con l’approccio precedente. 

I prestiti da contrarre sul mercato dei capitali potranno arrivare a 750 miliardi di euro; la raccolta di queste risorse cesserà alla fine del 2026: 360 miliardi di euro saranno erogati come prestiti agli Stati membri, e mentre gli altri 390 miliardi come sovvenzioni. Quindi non tutte le risorse saranno concesse “a fondo perduto” agli Stati membri per realizzare gli investimenti e gli interventi previsti dai rispettivi Piani nazionali: i 360 miliardi, essendo prestiti, dovranno essere restituiti al livello comunitario dagli Stati che ne usufruiranno. 

Questo aspetto si presta a una riflessione, in quanto le risorse del Recovery europeo non saranno nemmeno “gratuite”: i piani nazionali devono essere approvati dalla Commissione europea, sia per quanto riguarda i progetti di investimento, sia per quanto riguarda le riforme da attuare, che sostanzialmente dovrebbero corrispondere alle Raccomandazioni che le istituzioni comunitarie rivolgono ai Paesi membri. 

Il governo italiano ha deciso di utilizzare l’intero ammontare di risorse previsto per il nostro Paese, ovvero sia i 68,9 miliardi di sovvenzioni, sia i 122,6 miliardi di prestiti: in questo senso l’utilizzo di tutti i 191,5 miliardi sarà assoggettato alle regole europee, cioè alle “condizionalità” (che poi vedremo). Questa è la probabile ragione per la quale alcuni Stati (Spagna e Portogallo) hanno manifestato perplessità, tanto che in un primo momento si sono detti non interessati a richiedere l’ammontare dei prestiti previsti per i loro Paesi. 

In effetti si accede a un prestito se le condizioni sono favorevoli, intese sia come la piena possibilità di decidere in merito all’utilizzo delle risorse ottenute, sia come costo del finanziamento. Da quest’ultimo punto di vista, che costituisce il vero tema del debito, è utile sottolineare che le ultime aste del Tesoro italiano, come si vede a titolo di esempio dalla tabella seguente, sono andate benissimo.

DataTitoloImporto collocatoImporto richiestoCedolaRendimento lordo
14 ottobre 2020Btp 7 anni225039490.95%0.34%
12-13 novembre 2020Btp 7 anni175027700.95%0.35%
10-11 dicembre 2020Btp 7 anni300041930.95%0.19%
14-15 gennaio 2021Btp 7 anni450064300.25%0.30%
11-12 febbraio 2021Btp 7 anni400058700.25%0.18%
11-12 marzo 2021Btp 7 anni300045790.25%0.31%
7 aprile 2021Btp 7 anni7000649320.25%0.36%

Per fare qualche ulteriore esempio, l’asta di aprile di Bot a 12 mesi ha consentito di collocare 7 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 9,599 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,436%; mentre quella di Bot a 6 mesi ha consentito di collocare 6,5 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 8,694 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,48%. Anche sulle scadenze più lunghe i risultati sono molto positivi. Il 3 marzo 2021 il Btp “Green” con scadenza al 30 aprile 2045 ha raccolto richieste per 83,309 miliardi di euro (8,5 miliardi assegnati) con un rendimento lordo dell’1,547%. Analoghi risultati positivi sono stati conseguiti con l’emissione del Btp “Futura”. 

Come si vede, l’importo collocato è stato sempre inferiore a quello richiesto, segno che vi è un’elevata domanda, con cedole decisamente basse, il che significa un basso costo di finanziamento del debito. Ovviamente, si dovrebbe monitorare l’andamento della domanda nei prossimi mesi e la composizione dei soggetti richiedenti (retail, investitori istituzionali, italiani o stranieri, ecc.). 

Sicuramente, al di là di questa verifica, è possibile affermare che non esiste (né è mai esistito) un problema di pagamento del debito italiano e della sua collocazione. Il sistema di collocamento dei titoli di debito dello Stato italiano ha sempre funzionato molto bene (anche dal punto di vista dell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche: in Italia è dagli anni Novanta che viene pienamente utilizzato il Mercato telematico). La domanda di Btp è sempre stata piuttosto elevata: per le banche commerciali i Btp rappresentano un rendimento sicuro e privo di rischi (anche con cedole basse il guadagno per le banche è sempre piuttosto rilevante). Quando nel 2011-2012 diverse banche straniere, prese dal panico, iniziarono a vendere titoli di Stato italiani, questi vennero acquisiti dalle banche italiane realizzando rilevanti guadagni.

Difficile dire se lo Stato italiano possa emettere di più, ma sicuramente la sua velocità di emissione (e quindi di raccolta delle risorse) è molto più elevata dei meccanismi europei. Potrebbe essere interessante verificare se esistono tendenze in aumento del rapporto tra quantità offerta e quantità domandata, come sembrano indicare i dati da parecchio tempo a questa parte.

Indubbiamente a questi risultati ha contribuito la politica monetaria della Bce, in particolare mediante l’utilizzo del Pepp (Pandemic emergency purchase programme), cioè una misura di politica monetaria “non-standard” attivata dal marzo 2020 per fronteggiare gli effetti della pandemia sul piano monetario. Tramite questo programma la Bce acquista titoli emessi tanto dal settore pubblico quanto da quello privato: la dote iniziale di 750 miliardi di euro è stata aumentata di 600 miliardi nel giugno del 2020 e di ulteriori 500 nel dicembre del 2020 portando la disponibilità complessiva a 1850 miliardi di euro. 

La Bce non sembra affatto intenzionata a ridurre la portata di questo intervento. L’11 marzo il Consiglio direttivo della Bce, comunicando le decisioni di politica monetaria, ha sottolineato che «continuerà a condurre gli acquisti netti di attività nell’ambito del Pepp almeno sino alla fine di marzo 2022 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al Coronavirus»; sottolineando che nel prossimo trimestre gli acquisti nell’ambito del Pepp sarebbero stati condotti a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi del 2021, per preservare condizioni di finanziamento favorevoli che contribuiscono a contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Inoltre, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito almeno fino alla fine del 2023. 

Anche sui tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento e sui depositi presso la Bce, la stessa ha previsto livelli molto bassi (attorno allo 0%) e ha confermato la fornitura di abbondante liquidità attraverso le sue operazioni di rifinanziamento, tra cui la terza serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Omrlt-III) dedicata alle banche, al fine di sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Tali decisioni sono state pienamente confermate dal Consiglio della Bce il 22 aprile con la Presidente Lagarde che in conferenza stampa ha definito come “prematura” una diversa strategia. Le politiche monetarie della Bce, quindi, possono essere considerate come espansive e nel medio periodo non dovrebbero esserci inversioni di rotta. 

Secondo le statistiche mensilmente diffuse dalla Banca d’Italia, il sistema Bce-Bankitalia a marzo 2021 deteneva oltre 580 miliardi di euro di debito italiano (cioè poco meno del 25% dell’ammontare complessivo, una quota incomparabilmente più elevata rispetto a 10 anni fa, quando si trattava di pochi punti percentuali), e secondo alcune proiezioni nei prossimi mesi questa cifra potrebbe arrivare a circa 800 miliardi. Insomma l’intervento della Banca centrale ha spuntato le armi di chi, da sempre, lancia allarmi sull’insostenibilità del debito pubblico.

L’austerità è definitivamente sconfitta?

L’ammontare dei debiti pubblici raggiunti da tutti i Paesi, nonché i piani di spesa che si stanno definendo (e in parte attuando), stanno indubbiamente segnando un cambiamento rispetto alle politiche di stretta austerità di qualche tempo fa. 

In Italia, oltre alle risorse del Recovery, nei mesi scorsi sono state messe in campo notevoli risorse da parte del governo con una serie di decreti (“Cura Italia”, “Rilancio”, “Ristori” ecc.) che si sono succeduti dal marzo 2020 a oggi per fronteggiare le conseguenze della crisi. Per esempio, nel documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio viene evidenziato l’elenco dei provvedimenti assunti dal governo per far fronte alla crisi Covid-19 che, nel solo 2020, hanno comportato un saldo netto da finanziare pari 214,8 miliardi di euro, con oltre 108 miliardi di indebitamento: cifre che hanno determinato revisioni continue in rialzo del rapporto deficit/Pil.

Nel Documento di economia e finanza (Def) viene infatti riportato l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel 2020, attestatosi al 9,5%, con un incremento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2019 (1,6%), per effetto sia dell’eccezionale calo del Pil, sia delle misure di spesa adottate per mitigare l’impatto economico-sociale della crisi pandemica (in termini assoluti, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato di 156,9 miliardi, un livello superiore di 129 miliardi rispetto al 2019). Il rapporto debito/Pil nel 2020 ha raggiunto il 155,8%, a fronte del 134,6% del 2019. 

In aprile, presentando il Def, il governo ha chiesto al Parlamento di elevare il limite di indebitamento netto e di saldo netto da finanziare per il 2021, modificando il sentiero di rientro verso l’Obiettivo di medio termine (Omt) per i prossimi anni; per finanziare ulteriori spese a contrasto della crisi Covid è stato pertanto definito un ulteriore scostamento di 40 miliardi (parte dei quali destinati a costituire un fondo complementare a supporto delle risorse del Pnrr). 

In base all’entità di questa manovra, lo scenario programmatico, quello cioè che incorpora le decisioni prese dal governo, prevede un deficit più elevato del tendenziale nel 2021, pari all’11,8% (9,5% tendenziale) del Pil, mentre per quanto riguarda il rapporto fra debito della pubbliche amministrazioni e Pil, nello scenario viene previsto un ulteriore aumento di 4 punti percentuali al 159,8% (mentre il tendenziale colloca questo rapporto al 157,8%).

Aldilà delle differenze tra quadro tendenziale e programmatico, questi numeri indicano livelli importanti tanto nel rapporto deficit/Pil, quanto in quello debito/Pil: si tratta di conseguenze inevitabili dovute alla necessità di finanziare tramite spesa pubblica la risposta alla crisi Covid-19 (sul contenuto di queste misure il ventaglio di critiche è molto ampio, e in parte le esprimeremo in questo articolo; quello che qui rileva sottolineare è il ritorno a politiche di spesa pubblica di una certa importanza). E soprattutto si tratta di scelte che tutti i governi stanno assumendo. 

Detto questo, si impongono alcune considerazioni, che suggeriscono di mantenere alta la guardia contro i tentativi di ritornare a un quadro di finanza pubblica pesantemente condizionato dall’austerità. 

Nel Def, nella tavola degli indicatori di finanza pubblica viene indicato un percorso di riduzione tanto del rapporto deficit/Pil (dall’11,8% del 2021 al 3,4% del 2024) quanto del rapporto debito/Pil (dal 159,8% del 2021 al 152,7% del 2024). È vero che il miglioramento di questi rapporti può essere attribuito alla crescita del Pil (stimata in +4,5% nel 2021, +4,8% nel 2022, +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024), ma non è detto che questa sia sufficiente a conseguire risultati sul piano occupazionale e sociale e che pertanto non si rendano necessari ulteriori interventi espansivi. Alcuni passaggi del Def, quindi, lasciano presagire alcune preoccupazioni rispetto alle quali potrebbero aprirsi conflitti di una certa portata. 

La Commissione europea ha attivato la Clausola di salvaguardia generale nel marzo 2020, poi confermata anche nel 2021: rispetto agli obiettivi del Patto di stabilità e crescita, questa clausola in sostanza prevede che «in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa».

Gli Stati membri sono quindi autorizzati a deviare temporaneamente, come testualmente dice il documento sul Recovery licenziato nel luglio scorso dal Consiglio europeo, dal percorso previsto dal Patto di stabilità e crescita, ma il richiamo a quelle che il livello comunitario considera come condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche è continuo. Per esempio, i piani nazionali sono soggetti al rispetto e all’implementazione delle raccomandazioni espresse dalla Commissione europea ai governi; si tratta delle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate annualmente. Nel caso di piani nazionali di Recovery, questi devono rispettare le raccomandazioni espresse sia nel 2020 che nel 2019; mentre le prime sono abbastanza “leggere” essendo state definite in piena crisi pandemica, le seconde sono assai più severe. 

Per l’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici viene prescritto di assicurare una riduzione nominale della spesa pubblica primaria dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuale dello 0,6% del Pil sulla base dei requisiti del Patto di stabilità e crescita. La Commissione ebbe modo di sottolineare che sulla base delle proprie previsioni per l’Italia sussiste il rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento, e che pertanto sarebbe stato necessario utilizzare eventuali spazi (windfall gains) per ridurre l’indebitamento. Analoghe preoccupanti raccomandazioni vennero espresse in riferimento alla spesa pensionistica, considerata come la più elevata dell’Unione europea: sostanzialmente venne indicata la necessità della piena implementazione della riforma Fornero. 

Ovviamente queste raccomandazioni saranno oggetto di negoziazione con l’Italia quando verrà preso in esame, per l’approvazione, il Pnrr (il Recovery plan italiano); il fatto che siano state espresse non rappresenta di per sé la certezza della loro piena implementazione, ma il loro tenore lascia trasparire come sulla vicenda della spesa pubblica si debba continuamente mantenere alta la guardia. 

Il grande assente: il lavoro

Per comprendere come il Pnrr guardi al lavoro sarebbe sufficiente leggere la parte dedicata a come il governo italiano intende rispondere alle Raccomandazioni della Commissione europea. Mentre buona parte di queste Raccomandazioni, come spiegato in questo articolo, hanno contenuti e caratteri molto preoccupanti, quella sul carico fiscale sul lavoro appare interessante: la Commissione, infatti, raccomanda all’Italia di «spostare la pressione dal lavoro». 

La risposta del Pnrr è disarmante: dopo aver richiamato, anche correttamente, la riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, poi diventati 100), il governo non trova di meglio che rivendicare una serie di misure di sgravi fiscali per le imprese. Si tratta della fiscalità di vantaggio al Sud, che riduce del 30% i contributi sociali alle imprese del Mezzogiorno, e dell’azzeramento dei versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani. 

Appare chiaro che non esiste nemmeno l’idea che lo Stato possa farsi creatore di nuova occupazione, ma che al contrario questa debba essere unicamente lasciata alle decisioni delle imprese, ovviamente dietro finanziamento pubblico. Lo Stato, in questa visione, non scompare, ma diventa funzionale a un progetto economico-sociale. Più in generale gli unici riferimenti al tema dell’occupazione vengono risolti con il classico schema neoliberale di creare opportunità di lavoro: in questo senso vanno letti gli «investimenti in attività di upskilling, reskilling e life-long learning di lavoratori e imprese, che mirano a far ripartire la crescita della produttività e migliorare la competitività delle Pmi e delle microimprese italiane».

Insomma, il problema di trovare lavoro sembra ridursi al tema di fornire ai lavoratori un’adeguata formazione in modo che il loro “capitale umano” (termine orribile, che ritorna continuamente nel Piano) possa essere speso sul mercato. Si tratterebbe, quindi, di fornire le giuste competenze, tramite appunto formazione e riqualificazione, in modo da sostenere “l’occupabilità” dei lavoratori: insomma si tratta, nella migliore tradizione neoliberale, di creare opportunità, non di garantire diritti (e il diritto al lavoro in Italia è sancito dalla Costituzione). 

Gli oltre sei miliardi previsti per questa parte verranno in sostanza impiegati in attività di formazione, riqualificazione, profilazione e presa in carico di chi cerca lavoro. Gli obiettivi strategici di questa missione sono due. Il primo è quello di favorire le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata. Il termine transizioni lavorative, inserito in sordina, lascia presagire come il governo si attenda un significativo incremento di licenziamenti nei prossimi mesi; in una versione precedente del Pnrr questo veniva detto a chiare lettere: «Alcuni posti di lavoro potrebbero essere definitivamente perduti – anche per il progredire della rivoluzione tecnologica digitale – e sarà necessario affrontare un processo di riallocazione tra settori e località. I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo».

Questo passaggio, evidentemente tolto per evitare che il Pnrr si prestasse a ulteriori critiche, è particolarmente grave: il governo sembra riconoscere che la rivoluzione tecnologica, i cui investimenti intende finanziare direttamente (vedasi il paragrafo successivo), avranno come effetto quello di una riduzione occupazionale, ma immagina di risolvere questo problema non facendosi carico della creazione di nuovi posti di lavoro, bensì demandando il tema ai servizi di collocamento, oltretutto in coordinamento con le agenzie private; come se la questione della disoccupazione fosse risolvibile facendo semplicemente incontrare l’offerta di lavoro – dei lavoratori – e la domanda di lavoro delle imprese (che evidentemente si colloca su livelli troppo bassi).

Ecco quindi il secondo obiettivo strategico: quello di ridurre il mismatch di competenze, come se il tema della disoccupazione fosse riducibile a un disallineamento tra le competenze richieste e quelle disponibili ai lavoratori. Il problema, invece, in presenza dei tassi di disoccupazione che conosciamo, è quello della mancanza di lavoro, che andrebbe creato. E allora, sostanzialmente gli unici interventi previsti riguardano il finanziamento del Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) e l’adozione del Piano nazionale nuove competenze. 

La retorica sull’occupazione femminile si riduce a ben poca cosa nel Pnrr: la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostegno a progetti aziendali innovativi (digitalizzazione, energia verde ecc.) per imprese già costituite a conduzione femminile, il Sistema di certificazione della parità di genere. Dulcis in fundo, con 650 milioni di euro verrà finanziato il Servizio civile universale: cioè, in buona parte dei casi, lo svolgimento di lavoro non pagato.

Un Piano a misura di impresa

Il Pnrr, come del resto i principali provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid da marzo in avanti, sono stati pensati avendo come unico riferimento le esigenze dell’impresa. 

Più in generale, l’impianto complessivo risponde alla classica definizione di politiche industriali neo-liberali di tipo “orizzontale”: cioè di politiche finalizzate a creare il miglior ambiente possibile (“improve the business environment”) per le attività delle imprese private, bandendo ogni intervento pubblico in quanto considerato distorsivo del mercato. All’interno di questo quadro teorico, i migliori strumenti di “politica industriale” riguardano la defiscalizzazione o comunque il vantaggio fiscale per le imprese, policy di concorrenza e anti-trust, incentivi per attrarre investimenti esteri, politiche di deregolazione (meglio, di diversa regolazione) di alcuni “mercati” tra i quali ovviamente quello del lavoro (formazione per i lavoratori, a carico del pubblico), nel finanziamento (pubblico) di attività di ricerca e sviluppo i cui risultati verranno poi utilizzati dalle imprese ecc. Le scelte strategiche e di investimento sono di stretta competenza delle imprese, senza nessun ruolo di programmazione o di indirizzo da parte del pubblico; di proprietà pubblica, quindi, neanche a parlarne. 

Questo impianto è chiaramente ravvisabile nel Pnrr. Addirittura la parte relativa alla ricerca viene significativamente titolata “Dalla ricerca all’impresa”: i principali progetti di ricerca previsti dovranno essere condotti da partenariati pubblico-privati, i cosiddetti “campioni nazionali di R&S” su alcune “Key Enabling Technologies” dovranno nascere attraverso università, centri di ricerca e imprese; gli “ecosistemi dell’innovazione” dovranno fornire attività formative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; l’obiettivo assegnato ai Centri di trasferimento tecnologico è «quello di aumentare i servizi tecnologici avanzati a beneficio delle aziende». Gli esempi potrebbero continuare: quasi l’intera parte di Pnrr dedicata alla ricerca la declina come funzionale alle esigenze dell’impresa. 

Lo stesso approccio di funzionalità al mondo imprenditoriale viene assunto nelle parti del Pnrr dedicate alla riforma della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Il medesimo ragionamento potrebbe farsi a proposito di molti interventi infrastrutturali, si pensi per esempio al modo in cui si parla della connessione veloce e ultraveloce: si sottolinea che le imprese potrebbero «usufruire di diverse “tecnologie 4.0” (sensori, l’Internet of Things, stampanti tridimensionali, ecc.) che richiedono collegamenti veloci e con bassi tempi di latenza». Vengono cioè menzionate tecnologie in uso presso le imprese e finalizzate ad aumentare esclusivamente la redditività delle stesse, con effetti spesso critici sul mondo del lavoro.

Ancora più esplicito è il Pnrr quando si tratta di destinare contributi pubblici alle imprese per realizzare investimenti: le risorse pubbliche verranno concesse in maniera molto generosa e senza imporre nessun vincolo ai beneficiari. Si tratta dell’investimento “Transizione 4.0”, al quale sono destinati 13,97 miliardi di euro (a cui si aggiungono oltre 5 miliardi del Fondo complementare nazionale, cioè risorse con le quali il governo italiano ha integrato la portata del Recovery. In totale, quindi, 18,461 miliardi). Si tratta di risorse destinate a incentivi fiscali a favore delle imprese che decidono di investire in macchinari e impianti 4.0 «per aumentare la produttività, la competitività e la sostenibilità delle imprese italiane». 

Questo intervento, rispetto al precedente Piano “Industria 4.0” introdotto dall’allora ministro Calenda, conferma l’ampliamento (già in essere a partire dal 2020) dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con il meccanismo del credito di imposta: mentre il primo determina vantaggi fiscali solo per le imprese con base imponibile positiva, il secondo vale indistintamente per tutte. Inoltre, in maniera assai generosa, il Pnrr amplia il ventaglio degli investimenti immateriali agevolabili e aumenta le percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati: cioè alzando tutti i massimali aumenta le risorse pubbliche a favore della singola impresa. 

Poiché nel Pnrr non ci sono ulteriori chiarimenti di come verranno utilizzate queste risorse, per comprendere meglio di cosa si tratta è necessario consultare un documento redatto dal Servizio studi della Camera e del Senato. Per il credito d’imposta per beni strumentali, che riguarda beni strumentali 4.0 e beni capitali immateriali (sia 4.0 che tradizionali), il Pnrr prevede un aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazioni fiscali: entrambe misure vantaggiose per le imprese, in quanto l’incremento dell’aliquota significa un incremento del vantaggio fiscale (cioè del credito di imposta) e quello del massimale significa un incremento delle spese massime ammissibili all’agevolazione fiscale. Infatti, per i beni strumentali 4.0 sono previsti notevoli incrementi: a) per spese inferiori a 2,5 milioni di euro, è indicata una nuova aliquota al 50% nel 2021 e al 40% nel 2022; b) per spese superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, è indicata un’aliquota al 30% nel 2021 e al 20% nel 2022; c) per le spese superiori a 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro, è evocato un nuovo massimale, con un’aliquota del 10% nel 2021 e nel 2022. Invece, per quanto riguarda i beni strumentali immateriali 4.0: a) il tasso aumenta dal 15% al 20%; b) l’aumento del tetto delle spese ammissibili passerebbe da 700.000 euro a 1 milione di euro; c) i crediti d’imposta sono estesi anche ai beni immateriali tradizionali, con il 10% per gli investimenti realizzati nel 2021 e del 6% per gli investimenti effettuati nel 2022. Per fare un esempio concreto, se un’impresa investe in un macchinario 4.0, la fruizione di un aliquota al 50% come credito di imposta significa che la metà dell’investimento realizzato produrrà un vantaggio all’impresa nei termini di una riduzione del carico fiscale; quindi un macchinario del valore di un milione di euro, di fatto, è come se venisse pagato mezzo milione di euro, il resto sarà coperto dalla fiscalità generale tramite credito d’imposta.

Analoghi vantaggi fiscali per le imprese sono previsti anche alle spese in ricerca, sviluppo e innovazione, le schede progettuali indicano azioni di sostegno per attività legate a innovazione 4.0, green economy e design. In particolare, prevedono la maggiorazione delle seguenti aliquote e dei seguenti massimali agevolabili: a) R&S: l’aliquota di agevolazione fiscale aumenterebbe dal 12% al 20% con un tetto di 4 milioni euro (in precedenza 3 milioni di euro); b) Innovazione tecnologica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un tetto di 2 milioni (precedentemente 1,5 milioni); c) Innovazione verde e digitale: il tasso aumenterebbe dal 10% al 15% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni); d) Design e concezione estetica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni). 

Come si nota, quindi, aumentano sia le percentuali di credito d’imposta (vantaggio fiscale) che i massimali di spesa. La prima tipologia di crediti è riconosciuta per l’investimento in tre tipi di beni capitali: i beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0”) nonché i beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa. Il Pnrr prevede che, nell’arco del triennio 2020-2022, il credito d’imposta per beni materiali e immateriali 4.0 venga utilizzato mediamente da circa 15.000 imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione venga utilizzato mediamente da circa 10.000 imprese ogni anno. 

Nel primo numero di OPM abbiamo ampiamente descritto quali sono le conseguenze per i lavoratori derivanti dall’adozione di queste tecnologie da parte delle imprese in termini di intensificazione della prestazione lavorativa, di controllo ecc. In questa sede vale la pena sottolineare come queste risorse (in questo specifico caso si tratta di oltre 20 miliardi di euro) verranno elargite alle imprese senza imporre loro nessun vincolo di tipo sociale o industriale: per esempio il divieto di procedere con licenziamenti, di delocalizzare la produzione, di esternalizzare parti del ciclo e di appaltare ecc. O ancora si sarebbero potute introdurre altre condizionalità quali per esempio la necessità di garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali (quante di queste imprese sono disponibili alla contrattazione di secondo livello?), di contrattare qualità e volumi degli investimenti, di garantire la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.), di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Nulla di tutto questo è stato previsto: le imprese potranno così ricevere ingenti finanziamenti pubblici senza essere soggette ad alcun tipo di impegno sociale e industriale. Si tratta di un film già visto: anche l’ingente massa di finanziamenti pubblici alle imprese prevista dai vari decreti varati per fronteggiare la crisi era pressoché completamente scevra da qualsiasi condizionalità sociale; addirittura nel caso degli strumenti di patrimonializzazione (cioè i fondi istituiti per rafforzare il capitale delle imprese) è stato previsto che tale intervento avvenga tramite la sottoscrizione, da parte dello Stato, di titoli di debito delle imprese che non danno diritto di voto al pubblico, in modo da non alterare la governance delle stesse. 

Oltre a questi aspetti, è necessario sottolineare come l’ideologia neoliberista pervada ogni forma di intervento pubblico ammesso. Tutti i provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid-19 assumono come impianto quello definito dal quadro comunitario degli aiuti di Stato dai quali sono escluse le cosiddette “imprese in difficoltà”. 

Si tratta di tutte le imprese che, prima del 31 dicembre 2019, venivano classificate come “in difficoltà”. Per esempio si tratta di imprese che:

  • nel caso di una società a responsabilità limitata, quando più della metà del suo capitale sociale sottoscritto è venuto meno a causa delle perdite accumulate; 
  • quando l’impresa è sottoposta a una procedura collettiva d’insolvenza; 
  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o cessato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;
  • nel caso di un’impresa che non sia una Pmi, se negli ultimi due anni (a) il rapporto tra debito contabile e capitale proprio dell’impresa è stato superiore a 7,5 e (b) l’indice di copertura degli interessi Ebidta dell’impresa è stato inferiore a 1,0. 

Come si è visto, l’elenco delle circostanze che permettono di classificare un’impresa come “in difficoltà” è molto ampio e, soprattutto, coinvolge anche imprese che possono essere in fase di ristrutturazione. Questa disposizione rischia di limitare molto la capacità di risolvere le crisi industriali dell’intervento pubblico, come ad esempio prevede la normativa italiana con procedure concorsuali espressamente finalizzate a evitare il fallimento (vedi il caso dell’amministrazione straordinaria). 

Ancora una volta prevalgono le logiche neo-neoliberiste, a prescindere da qualsiasi considerazione sociale e industriale: queste regole escludono dal regime degli aiuti di Stato le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019 (il 2019 non è stato un anno positivo per l’economia europea, quindi è possibile che molte imprese siano cadute in una situazione di difficoltà già in quell’anno; queste regole europee precludono loro di beneficiare degli aiuti del Quadro temporaneo per cercare di recuperare una situazione meno negativa).

Sembrerebbe un paradosso: gli aiuti di Stato, secondo queste regole, possono essere concessi solo ad aziende “sane”. Non si tratta di un paradosso, ma di una precisa scelta politica: l’intervento pubblico nella struttura industriale, compreso quello classificato come aiuto di Stato, è considerato di per sé dalla Commissione europea come una distorsione del mercato e della concorrenza, ed è quindi da impedire a ogni costo (anche di fronte a pesanti ricadute sociali). Se invece l’intervento pubblico è finalizzato a garantire l’agibilità, la profittabilità e la competitività dell’impresa privata, allora va bene.

In questo caso, le imprese in difficoltà sono in sostanza quelle che nel documento del G30, al tempo presieduto da Mario Draghi, vengono definite come “imprese zombie” («Zombie firms: The dangers of the walking dead»). Per queste ultime le uniche policy che andrebbero previste riguardano gli aggiustamenti del loro business o la chiusura: il termine di “imprese zombie” è stato coniato in Giappone e, a supporto della necessità di far fallire queste imprese, viene citato il fatto che diversi studi dimostrerebbero che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti nelle aziende sane. Il report del G30 teme che l’aumento dei debiti delle imprese, nella risposta alla crisi Covid-19, potrebbe creare una nuova ondata di aziende zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica. Il rischio di una apocalisse (letterale!) di “imprese zombie” (la cui presenza abbasserebbe investimenti, produttività ecc.) è dovuto alle politiche di bassi tassi di interesse e di interventi governativi a supporto delle imprese in difficoltà. 

Secondo il G30, l’intervento dei governi attraverso programmi di credito nella fase iniziale di risposta della crisi, così come la pressione affinché le banche garantissero prestiti alle imprese, hanno ridotto i tradizionali approcci di valutazione del merito creditizio, compresi gli strumenti più complessi come quelli del pricing approach. In questo modo il debito verrebbe “caricato” su alcune imprese che non possono utilizzarlo al meglio o che possono diventare aziende zombie. Questo vincolerebbe le risorse senza generare un corrispondente valore economico, e creerebbe il potenziale problema delle imprese che falliranno in futuro: i programmi di credito dovrebbero focalizzarsi sulle imprese fondamentalmente sane, e per le quali un ulteriore debito sarebbe sostenibile; le scelte politiche, inoltre, dovrebbero migliorare l’equilibrio tra rischi e ritorni per i prestatori, e far uso delle competenze dei fondi privati e del settore privato per sottoscrivere e prezzare il credito laddove questo non verrebbe elargito senza un intervento a causa di un’eccessiva percezione del rischio.

Chiaramente un approccio di questo tipo preclude qualsiasi politica industriale pubblica degna di questo nome, a prescindere dalle conseguenze sociali e industriali delle dinamiche di “epurazione”, cioè di un “sano” mercato che espelle le imprese in difficoltà per “epurarsi”. Quanto siano “sane” le imprese che restano, il più delle volte generosamente sussidiate dal pubblico (tramite contributi, agevolazioni fiscali ecc.) ovviamente non è mai oggetto di discussione. 

In Italia stiamo vedendo le vittime di questo approccio: su tutte il progetto Italcomp, cioè il tentativo di costituire un polo italiano (che avrebbe potuto essere a maggioranza pubblica) per la produzione di compressori per elettrodomestici; operazione che, se realizzata, avrebbe potuto salvare gli stabilimenti Embraco di Torino e Acc di Belluno. Mentre il polo italiano (e parzialmente pubblico) del compressore per elettrodomestici viene ucciso nella culla, le politiche antitrust e sulla concorrenza dell’Unione europea si voltano dall’altra parte, consentendo alla multinazionale Nidec di condurre operazioni di concentrazione ed espansione.
Meglio togliere di mezzo il pubblico (tramite tonnellate di regolazioni e decisioni politiche), per lasciare spazio alle multinazionali private e al loro business. Anche in questo caso, quindi, lo Stato non scompare ma rinuncia a esercitare un suo ruolo autonomo di politica industriale, limitandosi al ruolo di finanziatore passivo delle imprese. 

La transizione verde e quella digitale: e la struttura industriale italiana?

La Commissione europea ha pubblicato il documento Guidance for Member States il 17 settembre 2020. Oltre all’insistenza sulla realizzazione delle riforme, intese come misure per il raggiungimento degli obiettivi del Recovery plan, sono previste indicazioni precise anche a proposito degli investimenti. Tra gli obiettivi stabiliti dal documento Guidance compare anche quello di rafforzare la resilienza economica e sociale, anche alla luce del fatto che la crisi Covid-19 ha esacerbato gli squilibri macroeconomici e il supporto alla transizione verde e digitale. Per queste due transizioni il documento della Commissione europea ha stabilito che i piani nazionali debbano spiegare la loro coerenza con il piano “European green deal” e con gli obiettivi stabiliti in “Shaping Europe’s digital future”, in particolare devono evidenziare come intendono sostenere iniziative nel pieno rispetto delle priorità climatiche, ambientali, sociali e digitali dell’Unione europea. Sostanzialmente la Commissione europea prescrive agli Stati membri che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione con il Recovery fund nei piani nazionali vengano impiegate per il conseguimento di obiettivi climatici e ambientali (dimostrando la coerenza con i piani nazionali su clima ed energia), e che il 20% delle risorse venga impiegato sulla transizione digitale. 

Questo punto è molto importante in quanto è direttamente legato ai nuovi investimenti che il Recovery plan dovrebbe stimolare e finanziare: riduzione delle emissioni clima-alteranti, diffusione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, nuove energie pulite, nuove tecnologie “pulite”, interconnessione dei sistemi energetici, nonché altri obiettivi ambientali quali la protezione e l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione all’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, la protezione e il recupero degli ecosistemi ecc. La stessa cosa per quanto concerne la trasformazione digitale: il miglioramento della connettività, la diffusione di reti ultra-veloci, fibra ottica e 5G.

Nel Pnrr italiano questi due obiettivi sono chiaramente esplicitati nelle prime due missioni. La Missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, alla quale sono destinati 40,73 miliardi di euro di risorse, prevede interventi nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione, nella digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (sostanzialmente la ripresa del piano Industria 4.0) e turismo e cultura 4.0. La Missione 2, invece, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinati 59,33 miliardi di euro, prevede interventi nell’economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e tutela del territorio e della risorsa idrica. Aldilà di queste due missioni specifiche, gli obiettivi ambientali e digitali attraversano anche altre missioni, per esempio alcuni interventi nel settore delle infrastrutture e della sanità. La mole di risorse destinate a questi interventi, quindi, sarà significativa. 

La domanda che ci si deve porre è: questi investimenti saranno in grado di trainare attività produttiva nel nostro Paese, e quindi occupazione? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere qual è lo stato della nostra struttura produttiva in questi settori. Ci sono cioè aziende, localizzate in Italia, che producono impianti e tecnologie necessarie per le energie “pulite”? In maniera analoga: ci sono imprese localizzate in Italia che producono impianti, apparati e tecnologie Ict e Tlc necessari per la transizione digitale? Quali di queste produzioni sono localizzate, o sono state delocalizzate, all’estero? 

È evidente, infatti, che non è sufficiente che ci siano imprese capaci di fornire servizi energetici o digitali, ma è altrettanto necessario che ci siano imprese industriali in grado di produrre questi impianti (e loro parti e componenti) e queste tecnologie. Altri interrogativi riguardano la localizzazione in Europa di queste imprese: infatti qualora non esistesse una distribuzione più o meno equilibrata di queste produzione tra i Paesi membri è chiaro che si aggraverebbero ulteriormente gli squilibri all’interno dell’area Ue. E ancora ci si dovrebbe chiedere quali sono i poteri che lo Stato o le imprese pubbliche dispongono per realizzare, direttamente, questi obiettivi o se, al contrario, prevarrà la logica degli appalti pubblici, cioè dell’assegnazione mediante bandi di tali risorse; questo comporta il rischio che per determinate produzioni, qualora siano imprese multinazionali ad aggiudicarsele, possano poi decidere di allocare queste produzioni in altre aree geografiche, ovviamente caratterizzate dal basso costo del lavoro. 

Gli squilibri commerciali (industriali) in Europa

Per cercare di capire la capacità del sistema industriale italiano di realizzare questi prodotti abbiamo fatto un banale calcolo. Abbiamo utilizzato i dati del database Comtrade (Un comtrade database) e abbiamo aggregato i prodotti necessari per ciascuna delle due transizioni, utilizzando due strumenti di classificazione. La prima classificazione è tratta da UnctadStat (United nations conference on trade and development Statistics), sono “Ict goods categories and composition (Hs 2017)” che riguardano ovviamente la transizione digitale e includono quattro macro-tipi di prodotti:

  • Computer e periferiche, che comprende diciassette famiglie di prodotti: per esempio macchine per processare dati, unità di processo, unità input/output e di storage, altre macchine per ufficio, parti e accessori ecc.;
  • Impianti di comunicazione, che comprende dieci famiglie di prodotti: per esempio linee telefoniche, telefoni per reti cellulari, stazioni base, apparati di telecomunicazione (macchine per la ricezione, la conversione e la trasmissione o la rigenerazione di voce, immagini o altri dati, inclusi apparati di switching e routing), apparati di trasmissione per radio-broadcasting o televisione, apparati di segnalazione ecc.;
  • Impianti di elettronica di consumo, che comprende trentaquattro famiglie di prodotti tra cui microfoni, altoparlanti, cuffie e auricolari, apparecchi di registrazione sonora e video, ricevitori di radiodiffusione, monitor, proiettori, apparecchi di ricezione ecc.;
  • Componenti elettronici, che coinvolge ventisette famiglie di prodotti: per esempio, semiconduttori, circuiti stampati, transistor, tubi, valvole, circuiti elettronici integrati; processori e controllori, memorie, parti di circuiti elettronici integrati ecc; e Varie con altre sei famiglie.

La seconda classificazione deriva da un documento della Commissione europea (Jcr, Eu energy technology trade) e classifica i beni nel modo seguente (in questo caso includendo solo i beni relativi alle tecnologie “pulite”):

  • Energy storage (accumulatori);
  • Riscaldamento;
  • Impianti idroelettrici (turbine e ruote idrauliche);
  • Isolamento (articoli di isolamento termico, unità isolanti di vetro a pareti multiple ecc.);
  • Contatori intelligenti (contatori elettrici);
  • Solare fotovoltaico;
  • Solare termico;
  • Eolico (generazione e gruppi elettrici alimentati dal vento, torri e tralicci).

Per le merci che entrano nelle due transizioni abbiamo calcolato:

  • le esportazioni e le importazioni totali relative a ogni transizione; e la differenza tra queste (per mostrare se un Paese è un esportatore netto o un importatore netto di questi beni);
  • i volumi di importazione ed esportazione per ogni macrotipo/famiglia di prodotti; e la differenza (per mostrare se un Paese è un esportatore o un importatore di questi beni);
  • il rapporto tra esportazioni e importazioni.

Quest’ultimo rapporto è un indicatore (molto) grezzo che ci dice fino a che punto un Paese è sbilanciato verso le esportazioni o le importazioni. Questo indicatore ci può fornire comunque un’indicazione di massima.

Poiché il rapporto è calcolato come esportazioni/importazioni:

  • se il rapporto è uguale a 1, significa che c’è equilibrio tra esportazioni e importazioni (i due valori sono uguali);
  • se il rapporto è maggiore di 1, è presumibile che il Paese sia esportatore netto: ovviamente più alto è il rapporto, più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è esportatore netto;
  • se il rapporto è inferiore a 1, è presumibile che il Paese sia importatore netto: ovviamente più basso è il rapporto più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è importatore netto.

Guardando al totale dei beni necessari per la transizione digitale (come definito e classificato sopra), vediamo che l’intera Unione europea (calcolata ancora come Ue-28, cioè pre-Brexit) ha uno squilibrio di importazioni di 160,8 miliardi di euro e un rapporto esportazioni/importazioni pari a 0,38, quindi significativamente lontano da 1. Nel caso dell’Italia lo squilibrio a favore delle importazioni è pari a 12,8 miliardi di euro, con un rapporto pari a 0,44. La Germania, pur essendo importatore netto per 30,5 miliardi di euro, ha un rapporto meno negativo dell’Italia (0,7).

Se guardiamo più nel dettaglio la situazione dell’Italia dal punto di vista dei quattro macro-tipi di prodotti sopra descritti, otteniamo la seguente tabella che consente di evidenziare parecchi elementi di preoccupazione. 

Differenza esportazioni-importazioni(in euro)Rapporto esportazioni-importazioni
Computer e periferiche -4.314.872.6360,40
Impianti di comunicazione -5.634.034.9820,37
Impianti di elettronica di consumo-2.152.028.3600,33
Componenti elettronici e Varie-701.430.2720,81

Dal punto di vista della transizione verde abbiamo considerato i beni energetici (quindi il nostro calcolo non include altri settori importanti, come i trasporti e la mobilità in generale). Anche in questo caso l’Ue-28 si trova in una situazione di deficit con l’estero, anche se in misura meno rilevante rispetto ai beni Ict, dato che il rapporto complessivo è di 0,89.

Questa classificazione, tuttavia, include beni molto diversi, compresi alcuni molto tradizionali (per esempio i prodotti per l’isolamento termico ecc.). Quindi, se consideriamo solo le tecnologie energetiche alternative (idroelettrico, solare, eolico, contatori intelligenti), troviamo un quadro diverso, poiché il rapporto scende significativamente a 0,55 e in termini assoluti è pari a meno 44,6 miliardi di euro. 

In particolare il rapporto è molto basso per il solare fotovoltaico (che comprende prodotti come diodi, transistor e dispositivi simili a semiconduttori; dispositivi a semiconduttore fotosensibili, comprese le cellule fotovoltaiche anche assemblate in moduli o costituite in pannelli; diodi emettitori di luce; cristalli piezoelettrici montati ecc.). 

La situazione è piuttosto diversa tra Paesi. Mentre la Germania è esportatrice netta per oltre 1,3 miliardi di euro (le esportazioni tedesche sono superiori a 3,7 miliardi di euro) con un rapporto pari a 1,3, al contrario l’Italia è importatore netto per quasi mezzo miliardo di euro, con un rapporto pari a 0,6 (l’Italia importa oltre 1 miliardo di euro di questi prodotti).

Il Pnrr italiano prevede diversi interventi sul settore delle energie rinnovabili proponendosi, complessivamente, di aumentare la capacità produttiva di 6 GW: per esempio 1,5 miliardi sono destinati alla realizzazione del Parco agrisolare (sui tetti delle imprese agricole, zootecniche e agroindustriali, con potenza pari a 0,43 GW), altri 1,1 miliardi per lo sviluppo dell’agrovoltaico (capacità produttiva di 2 GW), 2,2 miliardi per la promozione di energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, 680 milioni per la promozione di impianti innovativi inclusi quelli offshore (490 GWh annui di produzione) ecc. Altri interventi sono destinati a potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete (Smart Grid, 4,11 miliardi), a promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno (3,19 miliardi), oltre a interventi sulla mobilità sostenibile che vedremo in seguito. 

Ma l’attenzione posta alla produzione industriale di questi impianti e prodotti è molto bassa: viene soltanto citata una generica volontà di sviluppare in Italia delle supply chain competitive che consentano di ridurre la dipendenza da importazioni tecnologiche nei seguenti settori: a) tecnologie per la generazione rinnovabile (es. moduli fotovoltaici innovativi, aerogeneratori di nuova generazione e taglia medio-grande) e per l’accumulo elettrochimico; b) tecnologie per la produzione di elettrolizzatori; c) mezzi per la mobilità sostenibile (es. bus elettrici); d) batterie per il settore dei trasporti.

Lasciando al momento in secondo piano gli ultimi due punti, che verranno ripresi nella parte dedicata alla mobilità, nell’ambito energetico si prevede che in Europa la capacità fotovoltaica installata passerà da 152 GW a 442 GW entro il 2030 e che l’incremento, per quanto riguarda l’Italia segnerà il passaggio dagli attuali 21 GW a oltre 52. Il Pnrr si limita a riconoscere che l’attuale mercato è dominato da produttori asiatici e cinesi con oltre il 70% della produzione, e l’Europa ridotta al 5% nella produzione di pannelli (tra i primi dieci produttori mondiali di pannelli ci sono sette società cinesi, una sudcoreana, una americana e una canadese).

Una precedente versione del Pnrr era ancor più esplicita nel riconoscere che la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici era pari a circa 200 MW annui (cioè 0,2 GW) e si proponeva di portare tale produzione a 2 GW entro il 2025 e a 3 GW negli anni successivi. L’Italia, quindi, mettendo assieme i dati sulle importazioni e sulla capacità industriale installata, rischia – senza interventi sul proprio apparato produttivo – di utilizzare le risorse del Pnrr per incrementare la quota di importazioni dall’estero.

Questo aspetto, cioè la produzione industriale di questi prodotti e di queste tecnologie, dovrebbe essere centrale per fare in modo che la transizione ecologica consenta di creare capacità produttiva e occupazione.

Lo stesso ragionamento vale a proposito dell’eolico e dell’idrogeno o delle tecnologie eoliche, o per gli impianti energetici che dovrebbero essere a supporto delle rinnovabili. Si pensi per esempio alle centrali cosiddette “peakers” a gas, cioè quelle centrali in grado di coprire la domanda di picco sulla rete e che assumono un ruolo rilevante in presenza di parchi fotovoltaici o eolici la cui generazione di energia è soggetta alle condizioni climatiche (si tratta, infatti, di fonti non programmabili). Terna ha già emanato bandi per il 2022 e il 2023 per quasi 6 GW di potenza; molte società hanno presentato progetti in tal senso per complessivi 16 GW: dieci progetti di centrali da Enel, quattro da Ep Produzione, quattro da A2A e altri da Sorgenia, Engie, Arvedi ecc.

Le parti principali di questi impianti sono costituite da turbine, generatori, trasformatori set-up, sistemi di controllo e ausiliari: tra i principali produttori vi sono General Electric, Siemens, Mitsubishi, Abb, Schneider, Hyundai, Yokogawa ecc. Tra questi anche l’italiana Ansaldo per turbine con potenza superiore a 80 MW. La domanda da porsi è: dove verranno costruiti questi impianti? Alcune di queste imprese non hanno presenza produttiva in Italia, mentre altre (vedi per esempio Abb) essendo multinazionali possono localizzare in qualsiasi parte del mondo queste produzioni. Dopo la distruzione dell’elettromeccanica (Ercole Marelli, Breda Termomeccanica ecc.) sarebbe stato il caso, visti gli ingenti investimenti previsti nei prossimi anni, di pensare a un piano industriale per questo settore. 

Lo stesso ragionamento è facilmente estendibile ai progetti di digitalizzazione e di sviluppo di sistemi di telecomunicazione. Per esempio la digitalizzazione della Pubblica amministrazione prevede 6,14 miliardi di euro per realizzare, tra gli altri, infrastrutture digitali (razionalizzazione e consolidamento di molti data center), la realizzazione di un Polo strategico nazionale (una nuova infrastruttura cloud) verso la quale potranno migrare le amministrazioni centrali (in alternativa ai cloud di mercato), l’interoperabilità delle banche dati e la realizzazione della Piattaforma nazionale dati, progetti di cybersecurity e di digitalizzazione delle procedure e dei servizi ecc. 

Poco o nulla viene detto su quali saranno i soggetti realizzatori di questi interventi, e quando il Pnrr si esprime lo fa per garantire ambiti di intervento alle società private: per esempio per il delicatissimo processo di migrazione verso il cloud il governo definirà un elenco di provider certificati (cioè di imprese private) ai quali dovranno ricorrere le amministrazioni. Così nonostante la preoccupazione, fondata, che viene espressa a proposito di una crescente dipendenza dai servizi software, e quindi dagli sviluppatori/proprietari degli stessi, e dell’aumento della crescente interdipendenza delle “catene del valore digitali”, il Pnrr si limita a indicare uno strumento di mercato per digitalizzare la Pa con tutto il portato di banche dati, sensibilità e riservatezza degli stessi, rischi per privacy e sicurezza: una delle principali riforme in questo senso prevede di rinnovare le procedure di acquisto dei servizi Ict da parte della Pa, creando appunto la “white list” di fornitori certificati. Insomma: queste sono le risorse pubbliche che verranno spese, e queste sono le imprese private che vi potranno accedere. Nessuna proposta, come ovvio, di istituire un soggetto Ict pubblico, in grado di digitalizzare e guidare questa transizione per la Pa.

Per gli investimenti nel settore più propriamente Tlc, per quanto possa essere distinto dall’Ict, vanno segnalati i 6,31 miliardi di euro per realizzare reti ultraveloci (banda ultralarga e 5G) per garantire la connettività a 1 Gbps anche nelle aree grigie e nere (cioè quelle a fallimento di mercato), alle scuole, agli edifici del Servizio sanitario nazionale, alle isole minori e per incentivare la diffusione dell’infrastruttura 5G.

Anche in questo caso abbiamo visto quanto siano preoccupanti i dati relativi alle importazioni di questi prodotti: ancora una volta, dopo lo smantellamento dell’industria italiana che produceva impianti e apparati per le telecomunicazioni (si vedano gli esempi di Italtel, ormai ridotta a società di servizi, o di Telettra), l’Italia è rimasta in balia di produttori stranieri, con stabilimenti localizzati in altri Paesi. I principali produttori di impianti e apparati per telecomunicazione, infatti, sono i cinesi di Zte o Huawei, o le multinazionali Nokia, Ericsson e Cisco. Anche in questo caso, quindi, senza un apparato industriale nazionale, le risorse dedicate a questi investimenti non faranno altro che incrementare le importazioni; senza contare il fatto che non è ancora stata fatta chiarezza rispetto al progetto di rete, con la società in house Infratel che si limita a definire bandi di gara per la posa della rete, e Open fiber e Telecom impegnate in una contesa senza esclusione di colpi (a cui spesso si aggiungono anche altri operatori telefonici). I ritardi infrastrutturali del Paese non dovrebbero stupire più di tanto.

Anche il settore della mobilità sostenibile non sfugge a questa logica. Il Pnrr destina 3,64 miliardi per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi: per aumentare gli autobus a basso impatto ambientale viene previsto l’acquisto di 3360 autobus ecologici entro il 2026 e di 53 treni a propulsione elettrica e a idrogeno. Queste risorse si aggiungono a quelle previste dal Piano per la mobilità sostenibile e a quello del Fondo per il trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro. 

Per ragioni di spazio ci limitiamo al settore degli autobus. Anche in questo caso ci si limita a indicare come obiettivo industriale quello di creare sufficiente capacità produttiva nel settore autobus e la trasformazione tecnologica della sua filiera. Ma andiamo a vedere come stanno veramente le cose. 

In Italia la produzione nazionale di autobus ha conosciuto un crollo drammatico nel corso degli anni, come è possibile constatare dalla seguente tabella (dati tratti dal database Anfia, Associazione nazionale filiera industria automobilistica):

Autobus prodotti in ItaliaAutobus immatricolati in ItaliaDi cui Autobus di linea (Tpl)
19806945
19906460
20003163
20101065
20157652381950
20166402869915
201739034271416
201813044952473
201914843572208

Le rilevanti differenze tra gli autobus prodotti e quelli immatricolati mettono in evidenza la quota di veicoli che viene importata; anche dal punto di vista degli autobus di linea (sia urbani che interurbani) utilizzati per il trasporto pubblico locale è evidente come in gran parte non siano prodotti su territorio nazionale.

Infatti, guardando alla marca di veicoli immatricolati per l’anno 2019, ci si rende conto di come la produzione nazionale giochi un ruolo molto marginale. Si assiste quindi a questo fenomeno paradossale: le risorse pubbliche che vengono investite per produrre autobus da dedicare al servizio di trasporto pubblico vanno a finanziare la produzione di stabilimenti esteri, tra i quali molti localizzati in Paesi a basso costo del lavoro (Repubblica ceca, Polonia, Turchia). Questo è dovuto sia alle regole europee sul public procurement, sia alla carenza di capacità produttiva in Italia.

I primi due costruttori che hanno realizzato gli autobus immatricolati in Italia sono Iveco (1651 mezzi, quota di mercato 37,9%) e Mercedes (901 mezzi, quota di mercato 20,7%); entrambi producono interamente all’estero. Tra i primi dieci costruttori di autobus immatricolati, l’unico con presenza italiana è quello a marchio Menarini, ma con volumi rilevanti realizzati in Turchia. 

Mercedes, Neoman, Setra (Evobus, di proprietà Daimler AG) e Volkswagen sono imprese tedesche, Otokar è un’azienda turca, Scania è svedese, Ford americana, Opel fa parte del gruppo Psa, Irizar è spagnola. Iveco, pur essendo italiana, produce autobus soltanto negli stabilimenti esteri in Repubblica ceca e Francia.

Questa situazione si trascina da anni e aveva raggiunto il culmine nel 2011, quando entrambi i principali produttori nazionali di autobus hanno deciso di cessare la produzione. 

Irisbus (del Gruppo Iveco/Fca-Cnh), il principale produttore italiano, nel 2011 decise di chiudere la produzione nel sito campano di Flumeri, ma questo non ha significato la fuoriuscita di Fiat dal settore degli autobus, avendo mantenuto la produzione in Francia e Repubblica Ceca. Inoltre negli anni successivi Fiat ha continuato a partecipare alle gare bandite dagli enti italiani vincendo importanti commesse (vedi i dati relativi alle immatricolazioni). Una decisione simile è stato preso anche dal secondo produttore nazionale di autobus, Breda Menarini (stabilimento localizzato a Bologna). 

Grazie a un progetto presentato dalla Fiom-Cgil nel 2012 – costituire un polo pubblico nazionale della produzione di autobus – e alle lotte dei lavoratori nel dicembre 2014 si riuscì a costituire Industria italiana autobus (Iia). Tuttavia, a capo di questo soggetto, emerse la figura di un imprenditore privato che aveva una natura più commerciale che industriale ed era partecipata dalla società turca Karsan. 

La presenza di Karsan anche nella nuova società Iia si rivelò decisiva per spostare volumi di produzione in Turchia: a fronte dei ritardi negli investimenti per riavviare le linee produttive degli stabilimenti di Flumeri e Bologna, i livelli di produzione crollarono al minimo in Italia e il grosso della produzione venne spostato negli stabilimenti turchi. Solo la riorganizzazione societaria di Iia, anche questa avvenuta a seguito delle lotte dei lavoratori, ha salvato la possibilità di mantenere un costruttore nazionale, la cui capacità produttiva però non eccede i 700 veicoli all’anno. È chiaro che senza un intervento sulla capacità produttiva dell’unico costruttore nazionale, buona parte delle risorse pubbliche messe a finanziamento del rinnovo del parco autobus finiranno per aumentare l’importazione di veicoli da altri Paesi, soprattutto da quelli a basso costo del lavoro.

Da ultimo, nemmeno una parola viene spesa a proposito del settore automobilistico che pure dovrebbe avere un ruolo centrale nella transizione ecologica, soprattutto dal punto di vista delle nuove propulsioni elettriche. Nulla di concreto viene previsto per il tema centrale delle batterie, i cui grandi stabilimenti di produzione in Europa si stanno concentrando soltanto in determinati Paesi, con l’esclusione dell’Italia. Viene soltanto menzionato il problema dello «sviluppo di una filiera europea delle batterie alla quale dovrebbe partecipare anche l’Italia insieme ad altri Paesi come Francia e Germania…». L’utilizzo del condizionale (“dovrebbe”) non è casuale: mentre il governo francese ha deciso di intervenire direttamente a sostegno di un progetto di produzione di batterie per auto elettriche e in Germania sono già stati confermati investimenti in questa direzione, in Italia siamo ben lontani da qualsiasi prospettiva concreta. Il miliardo di euro allocato nel Pnrr per sostenere filiere produttive nei settori delle batterie e delle rinnovabili rischia così di tradursi nei classici interventi di politica industriale orizzontale, finalizzati a creare le migliori condizioni per le imprese finanziando ricerca, formazione, innovazione, ma senza un intervento pubblico in grado di garantire anche la realizzazione di impianti produttivi. 

Questa situazione non è il risultato di un libero dispiegarsi delle dinamiche di mercato: si tratta del risultato di un processo di lunga lena che, guidato dal potere politico (Stati nazionali, Unione europea, organismi sovranazionali), ha determinato questa particolare configurazione della struttura industriale internazionale. 

E le filiere industriali?

Nel Pnrr, nella Missione “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” viene previsto un interessante investimento (il numero 5) dedicato a “Politiche Industriali di filiera e internazionalizzazione”, per il quale sono previsti 1,95 miliardi di euro.

Indubbiamente questo investimento potrebbe consentire di affrontare uno dei mali cronici che affliggono il sistema industriale italiano, cioè la piccola o piccolissima dimensione industriale che determina difficoltà di ottenere finanziamenti, di progettare e realizzare investimenti ecc. La dimensione della piccola e della micro-impresa, tanto incensata dal punto di vista della produzione flessibile, ha soltanto significato peggioramento delle condizioni di lavoro con bassi salari, orari di lavoro dilatabili, condizioni di salute e sicurezza in molti casi assai critiche, pesanti carichi e ritmi di lavoro, determinati in toto dalle imprese committenti.

La debolezza industriale e le criticità sociali sopra richiamate dovrebbero pertanto indurre a perseguire l’obiettivo di un superamento della piccola dimensione d’impresa, promuovendo vere e proprie aggregazioni, con soggetti pubblici che fungano da polo aggregante.

Questo obiettivo nel Pnrr viene indicato in maniera molto generica, anche se alcune indicazioni possono essere colte: «Rafforzare il Paese […] significa sostenere la crescita e la resilienza delle Pmi […]. Molti settori d’eccellenza del Made in Italy sono oggi caratterizzati da una forte incidenza di micro e piccole imprese. Queste ultime rappresentano quasi il 70 per cento del valore aggiunto industriale non finanziario e l’80 per cento della forza lavoro».

Giustamente viene sottolineato il potenziale impatto sulle filiere produttive, in quanto molti produttori dipendono da fornitori di piccole dimensioni. Tuttavia, nonostante queste importanti sottolineature che dovrebbero aprire una strada diversa rispetto a quella seguita da decenni, che ha visto moltiplicarsi le esternalizzazioni, gli appalti, la subfornitura e l’aumento della polverizzazione del sistema produttivo, nel Pnrr non vengono indicati strumenti utili. 

Sembra essere passato in secondo piano lo strumento del Fondo dei fondi, nell’ambito del quale si sarebbe potuto stabilire un Fondo espressamente dedicato all’aggregazione delle micro-imprese, con un soggetto pubblico che svolga funzione aggregante entrando nel capitale sociale della nuova società da costituire mediante l’aggregazione delle micro-imprese. 

Questo Fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio il Fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto rilancio e la cui gestione è stata affidata alla società pubblica Invitalia; sempre dal punto di vista del soggetto pubblico, si potrebbe pensare a qualche braccio operativo di Cassa depositi e prestiti. 

Per esempio all’interno del Fondo di investimento italiano (Cdp) opera il Fondo consolidamento e crescita che è dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive, con focalizzazione prevalente nei settori agrifood, meccatronica/industria meccanica avanzata e italian design

In questo ambito, quindi, una politica industriale degna di questo nome dovrebbe individuare puntualmente quali sono le piccole e micro-imprese impegnate nella produzione di:

  • stesso prodotto (stessa tipologia);
  • prodotti complementari tra loro o parti di prodotti sequenziali tra loro;
  • prodotti destinati a uno stesso cliente (o a un gruppo ristretto di clienti).

Una volta individuate queste imprese si tratterebbe di costruire un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda il supporto di politiche industriali di filiera, cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura; meccanismi finalizzati a garantire, sul versante dei diritti dei lavoratori, la contrattazione inclusiva e di filiera; nonché misure di stabilizzazione, formazione e qualificazione di lavoratrici e lavoratori, di crescita occupazionale ecc.

Ben altra attenzione, invece, sempre in questo investimento, viene dedicata alla cosiddetta “internazionalizzazione” delle Pmi, un termine che sovente ha mascherato il finanziamento pubblico di processi di delocalizzazione. Viene infatti espressamente citato il fondo della Legge 394 del 1981, che prevede la concessione di finanziamenti alle imprese per realizzare interventi che prevedono, tra gli altri, anche studi di fattibilità per valutare l’ingresso in mercati esteri collegati a investimenti produttivi o commerciali, delle spese sostenute per la formazione del personale operativo nelle iniziative di investimento in altri Paesi Ue ecc. A questo si aggiungono anche i bandi di alcune Regioni, quali ad esempio la Lombardia, che con la linea “Internazionalizzazione Plus” spingono nella stessa direzione, lasciando aperti spiragli molto pericolosi alla possibilità che tali risorse vengano utilizzate per spostare all’estero volumi di produzione. 

Questa scarsa attenzione alle filiere non sembra cogliere almeno due aspetti.

Il primo è riferito alla sostanziale inesistenza di fenomeni di presunto reshoring che avrebbe portato le imprese ad accorciare le filiere, re-internalizzando o comunque riportando sul territorio fasi del processo produttivo in precedenza delocalizzate. Il reshoring, nonostante l’ampia retorica diffusasi in piena fase pandemica, non appare ancora un fenomeno diffuso, come dimostrano i dati della recente Nota della Banca d’Italia: «Lo shock pandemico ha rinnovato il dibattito sulla possibilità che il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring) stia contribuendo a un più ampio processo di de-globalizzazione. I risultati del Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, suggeriscono che, in linea con quanto registrato in altri Paesi avanzati, anche in Italia non siano in atto diffusi fenomeni di reshoring».

Questo appare in linea con quanto accade a livello internazionale: nella Nota viene citata una indagine condotta da Allianz che ha coinvolto circa 1200 multinazionali, secondo la quale meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità del reshoring, mentre circa il 30% potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in Paesi limitrofi (nearshoring). 

I dati raccolti dalla Banca d’Italia tramite interviste alle imprese condotte tra settembre e ottobre del 2020 indicano che oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; mentre il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero, il 5,7% delle imprese ha dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia; ma negli ultimi tre anni solo l’1,9% ha fatto operazioni di reshoring. Il reshoring, quindi, è un’operazione che deve essere costruita concretamente tramite politiche industriali finalizzate a ricostruire i cicli produttivi sul territorio, e ovviamente non avverrà in base a meccanismi di mercato.

A fronte di questi aspetti ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare anche il tema della mancanza di materiali, che sta interrompendo le catene di produzione determinando la sospensione di molte attività produttive. Uno dei casi più dibattuti a livello pubblico riguarda la mancanza di microchip per il settore automotive: si tratta di un prodotto sempre più necessario man mano che i nuovi modelli di auto diventano sempre più elettrificati e digitalizzati. Si tenga presente che ci sono più di cento tipi di microchip nelle automobili, utilizzati per una varietà di funzioni che vanno dal controllo della velocità alla comunicazione, dalla trasmissione di potenza ai sistemi di controllo, ecc.

Già nel dicembre 2020, i costruttori e i principali fornitori hanno lanciato il primo allarme sulla carenza di semiconduttori, annunciando che avrebbe avuto un forte impatto sulla produzione pianificata di veicoli. Durante il lockdown, le case automobilistiche hanno chiuso le loro fabbriche, la domanda di automobili è scesa, ma poi è ripresa molto più velocemente del previsto. La riduzione dei loro ordini di semiconduttori è stata significativa e così, quando la domanda automobilistica è ripartita, le case automobilistiche non disponevano dei volumi di microchip necessari per far fronte a una maggior produzione.

La crescente domanda di prodotti di elettronica personale, come tablet, computer e smartphone, ha assorbito una quota crescente di semiconduttori, rendendoli meno disponibili per l’industria automobilistica. Per esempio, durante il blocco aziende come Apple e Samsung hanno aumentato la domanda di microchip per produrre i loro smartphone. Inoltre, nell’ottobre 2020 un incendio alla fabbrica Asahi Kansei Microdevices nel sud del Giappone ha colpito la catena di approvvigionamento.

Diversi grandi stabilimenti automobilistici europei hanno così dovuto ridurre i volumi di produzione. Volkswagen ha dovuto ridurre i volumi di produzione nei suoi stabilimenti di Wolfsburg e Emden e in uno stabilimento di componenti a Brunswick, e ha anche richiamato i suoi principali fornitori Bosch e Continental perché, a suo dire, avrebbero ordinato volumi insufficienti di microchip nei mesi precedenti. Ford (stabilimento di Saarlouis, dove viene prodotta la Focus), Daimler (negli stabilimenti di Brema e Rastatt in Germania e Kecskemet in Ungheria) e Audi (che ha messo i lavoratori in orario ridotto a Ingolstadt e Neckarsulm) sono state anche costrette a tagliare la produzione. Anche Stellantis ha dichiarato di aver perso la produzione di almeno 190.000 veicoli. 

La catena di approvvigionamento dei microchip ha mostrato tutti i suoi elementi di fragilità, soprattutto quando si passa da un anello all’altro. Per esempio, uno dei fornitori di primo livello delle case automobilistiche è Continental, i cui principali fornitori di microchip sono Nxp, Infineon e Nvidia, che – a loro volta – sono forniti da una fonderia taiwanese chiamata Tsmc, che sta limitando le sue forniture.

I produttori di semiconduttori non sono integrati, e la produzione di elementi per l’elettronica è diffusa in tutto il mondo. La Bosch di Reutlingen, per esempio, ha una propria produzione di semiconduttori e sta aprendo una seconda fabbrica di chip a Dresda ma, come altri produttori, acquista sul mercato mondiale circuiti integrati di commutazione (Asics) e microcontrollori standardizzati.

L’Europa appare piuttosto esposta a queste fragilità, soprattutto se si considerano i principali produttori mondiali di microchip. Tra i primi 50 produttori 17 sono americani, 10 di Taiwan, 8 giapponesi, 2 coreani (ma di dimensioni molto rilevanti, trattandosi di Samsung e Sk Hynix, rispettivamente al secondo e al quarto posto) e 7 europei; ma la prima impresa europea – Infineon – si trova solo al decimo posto, e nelle prime 20 ne troviamo soltanto altre due (St al tredicesimo posto e Nxp al diciottesimo). Autoforecsat Solutions ha stimato l’impatto sulla produzione di veicoli a livello globale a causa di questa carenza di microchip. Più di 705.000 veicoli sono già stati persi, mentre l’impatto complessivo dovrebbe essere di 1,4 milioni di veicoli; questi sono i numeri raccolti ed elaborati da Automotive News:

PerdutiPrevisti
Nord America239.000402.000
Europa210.000520.000
Cina128.000247.000
Resto dell’Asia105.000192.000
Medio Oriente/Africa800016.000

A fronte di questi dati appare del tutto inadeguato l’intervento del Pnrr italiano (gli investimenti nella produzione di microchip in carburo di silicio, SiC, erano già stati previsti dalle imprese), così come il problema della carenza di altre materie prime non viene nemmeno affrontato.

 La situazione, infatti, è altrettanto preoccupante nel settore delle materie plastiche, come si evince dagli avvertimenti lanciati nel gennaio 2021 dalla Polymers for europe alliance, secondo la quale le aziende di trasformazione della plastica in tutta Europa stanno trovando grandi difficoltà nell’ottenere le materie prime necessarie. Infatti la domanda di polimeri è ripresa in Europa nella seconda metà del 2020 dopo un forte calo della produzione dovuto alla pandemia di Covid-19 e al blocco.

C’è una somiglianza con il settore automobilistico: anche i trasformatori di materie plastiche hanno aumentato nuovamente la loro produzione, ma l’offerta di materia prima non è stata in grado di farvi fronte. La situazione è particolarmente preoccupante per l’offerta di poliolefine e pvc. Stesse preoccupazioni anche per la gomma, con carenze di forniture e prezzi schizzati alle stelle: il prezzo dell’Sbr utilizzato per gli pneumatici è aumentato del 40%, per l’Epdm (per profilati e guarnizioni) del 25%, per la plastica Nbr (per guanti e tubi) del 16-17%.

Mentre accade tutto questo in Italia Versalis, la società chimica del Gruppo Eni, ha deciso di chiudere l’impianto di cracking di Marghera, che produce etilene e propilene, cioè le materie prime necessarie ad alimentare le fasi successive del ciclo chimico. L’analisi svolta dalla Filctem-Cgil di Venezia consente di comprendere la portata del problema: l’impianto di cracking di Porto Marghera, infatti, attraverso pipeline rifornisce i petrolchimici di Ferrara e Mantova delle materie prime utilizzate sia dagli stessi impianti di Versalis che delle altre multinazionali (come Basell); chiudendo questo impianto si creerebbe un problema di approvvigionamento. Ma non solo, oltre alla filiera dell’etilene e del propilene, la fermata degli impianti avrà ripercussioni in modo sostanziale sulla filiera del butadiene, venendo meno la produzione di miscela C4 normalmente inviata allo stabilimento di Ravenna, così come si dovrà ricorrere all’approvvigionamento sul mercato del benzene, necessario allo stabilimento di Mantova per il ciclo degli stirenici. 

Analoghi problemi riguardano la disponibilità siderurgica: in particolare alluminio (quello primario in Europa viene prevalentemente importato) e i laminati piani, coils e lamiere, con tempi di consegna allungati e quindi con volumi di produzione a rischio, complice la crisi dell’Ilva. 

Ma di queste filiere il Pnrr non si occupa affatto.

Conclusioni

Il Recovery  plan quindi, nonostante la retorica che lo accompagna, rischia di rivelarsi poca cosa rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno.

Innanzitutto la portata dello strumento appare ben lontana dalle reali necessità di una ripresa economica che metta al centro gli obiettivi di creazione di nuova occupazione, riduzione delle diseguaglianze sociali e degli squilibri industriali/produttivi fra gli Stati membri, e rafforzamento della capacità produttiva nei settori chiave del Piano. 

Lo Stato italiano, ancora una volta, rinuncia a mettere in campo una politica industriale degna di questo nome, preferendo mantenere il classico approccio neoliberale fatto di sussidi alle aziende, assenza di vincoli sociali e industriali al loro operato, riforme di ricerca, scuola e pubblica amministrazione (così come di politiche infrastrutturali) pienamente funzionali alle esigenze delle imprese. In questo modo si rinuncia a fare delle politiche industriali uno strumento di creazione di nuova occupazione e di intervento sulla struttura produttiva, segnata dalla polverizzazione in piccole e micro imprese, dalla dipendenza dall’estero di forniture essenziali, dalla mancanza di quella capacità produttiva necessaria alla transizione verde e digitale. 

Questa scelta non appare imputabile a una mancanza di visione; anzi semmai sembra rispondere a un disegno preciso: quello di confermare l’attuale struttura industriale europea, segnata dalla frammentazione geografica delle catene di produzione, con la parte “core” concentrata nell’orbita tedesca e con localizzazione delle fasi a maggior intensità di lavoro nei Paesi low cost, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. Mentre la Francia sembra maggiormente intenzionata a un intervento statale sulla struttura produttiva, quantomeno in alcuni settori (vedi il piano francese dell’automotive), l’Italia fa scelte completamente diverse, complice anche lo smantellamento dell’industria pubblica e del sistema di partecipazioni statali che nel tempo è stato scientemente perseguito.

Non è affatto vero che con il neoliberismo lo Stato scompare, come vuole una vulgata molto diffusa anche all’interno della cosiddetta sinistra radicale. Semmai cambia funzione: creando un certo tipo di regolazione (al servizio delle imprese), creando loro nuovi mercati e opportunità di business, modificando la disciplina dei rapporti di lavoro e delle relazioni commerciali ecc. In tutto questo, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sovranazionali è determinante. Il neoliberismo non chiede meno Stato: i mercati dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, per fare alcuni esempi, sono stati creati per mezzo di decisioni politiche e regolatorie, non esistevano in natura. Così come gli interventi di finanziamento, diretto o per via fiscale, alle imprese sono il risultato di decisioni politiche, di atti normativi e regolamentari che rispondono a un certo tipo di intervento statale. 

Ecco che in questo quadro si colloca il totale svilimento del lavoro, inteso come un costo da abbattere per le aziende, come un elemento da rendere flessibile e subalterno (vedi la trasformazione 4.0), e al massimo destinatario di qualche misura di formazione che sia comunque funzionale all’impresa. La vicenda della rimozione del blocco dei licenziamenti è esemplare.

Il quadro è sconfortante, ma sarebbe sbagliato pensare che sia immodificabile, condannandoci così all’impotenza. Anche sulle condizionalità imposte dal livello comunitario, per quanto possano apparire immodificabili, un atteggiamento confinato esclusivamente all’ennesima denuncia del carattere neoliberale dell’Europa rischierebbe di risultare paralizzante: ogni decisione politica è segnata da dinamiche, e in queste deve entrare il conflitto di classe. La critica deve accompagnarsi all’iniziativa, concreta, per cambiare lo stato di cose esistenti, dandosi degli obiettivi. Vanno messe in campo idee e proposte, ma soprattutto queste andranno fatte marciare sulle gambe del conflitto, l’unico strumento in grado di restituire protagonismo al mondo del lavoro.

Bibliografia

Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, maggio 2021.

European Commission, Commission Staff Working Document, Guidance To Member States. Recovery and Resilience Plans, Brussels, 17 settembre, 2020.

G30 Working Group on Corporate Sector Revitalization, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions, 2020.

M. Mancini, Le catene del valore e la pandemia: evidenze sulle imprese italiane, Banca d’Italia, “Note Covid-19”, 17 febbraio 2021.

Servizio Studi della Camera e del Senato, Dossier del Parlamento relativo a note tecniche analitiche elaborate dal MEF, marzo 2021.

Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di Bilancio 2021, dicembre 2021.